venerdì 1 febbraio 2013

Litrurgia bizantina - 3 febbraio 2013


1Cor 8,8-9,2

Fratelli, Non sarà certo un alimento ad avvicinarci a Dio: se non ne mangiamo, non veniamo a mancare di qualcosa; se ne mangiamo, non ne abbiamo un vantaggio. Badate però che questa vostra libertà non divenga occasione di caduta per i deboli. Se uno infatti vede te, che hai la conoscenza, stare a tavola in un tempio di idoli, la coscienza di quest'uomo debole non sarà forse spinta a mangiare le carni sacrificate agli idoli? Ed ecco, per la tua conoscenza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto! Peccando così contro i fratelli e ferendo la loro coscienza debole, voi peccate contro Cristo. Per questo, se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai più carne, per non dare scandalo al mio fratello. Non sono forse libero, io? Non sono forse un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro? E non siete voi la mia opera nel Signore? Anche se non sono apostolo per altri, almeno per voi lo sono; voi siete nel Signore il sigillo del mio apostolato.

Mt 25,31-46

Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: "Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi". Allora i giusti gli risponderanno: "Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”

E il re risponderà loro: "In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me". Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: "Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato". Anch'essi allora risponderanno: "Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?". Allora egli risponderà loro: "In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me". E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna".

Commento

Cari fratelli e care sorelle, molto spesso si parla del nostro come di un tempo caratterizzato dalla mancanza di punti fermi e basi solide sulle quali edificare la propria vita.

Si parla di un mondo “liquido”, come se le nostre scelte e la forma della vita che da esse ne consegue fosse destinata ad essere eternamente cangiante e fluida, senza la necessità di raggiungere mai una forma stabile. Ne consegue, e ne abbiamo parlato più volte, che l’uomo e la donna spesso si trovano a vivere spaesati e dubbiosi, da un lato, ma anche, dall’altro, certi che vi sia sempre un domani al quale rimandare decisioni e scelte. Un senso di leggerezza imponderabile e di transitorietà continua caratterizzano un’esistenza vissuta a mezze tinte e senza contrasti forti, con un’unica certezza che resta, che al centro ci sono io e che ciò che è veramente decisivo sia come mi sento adesso.

Nel leggere la Scrittura ci colpisce la diversità profonda del suo modo di sentire rispetto a questo senso comune. Spesso, anche nel brano di Matteo che abbiamo appena letto, si parla di “supplizio eterno” e di “vita eterna” suggerendoci che esiste un destino definitivo della nostra vita, e che questo si caratterizza per essere senza vie di mezzo e compromessi: o ci si salva o ci si perde, in modo definitivo. Ad esso conducono le nostre scelte, e non sono indifferenti o sempre e comunque rettificabili, basta volerlo, senza che nulla ci possa incastrare. Il Vangelo, in questo senso, ci restituisce una grande libertà, perché afferma come l’uomo non sia in uno stato di perenne confusione senza poter scegliere né decidere, come sembrerebbe suggerirci un atteggiamento psicologico che cerca sempre le cause remote e attribuisce alle circostanze o alle influenze esterne le forme del nostro vivere. La Parola di Dio ci mostra la nostra realtà interiore e quella attorno a noi così come è, e ci restituisce la possibilità di scegliere con responsabilità dove vogliamo andare e di chi essere cooperatori: del bene o del male.

È quello che Paolo esprime ai suoi discepoli di Corinto, nel brano che abbiamo ascoltato. C’è una sapienza che ci proviene dalla Scrittura, che nel caso dei corinzi riguardava la liceità o meno di cibarsi della carne di animali provenienti dai sacrifici agli idoli. Il criterio delle nostre azioni, afferma l’apostolo, non può essere solo quello che mi sento o non mi sento di fare, ma piuttosto il bene del fratello e della sorella concreto, pur con i suoi limiti e difetti, per la sua edificazione: “Non sarà certo un alimento ad avvicinarci a Dio: se non ne mangiamo, non veniamo a mancare di qualcosa; se ne mangiamo, non ne abbiamo un vantaggio. Badate però che questa vostra libertà non divenga occasione di caduta per i deboli.” Sì, per il cristiano è il fratello il criterio del vero bene da cercare e non tanto la piena espressione di sé e di quanto so e posso fare.

Paradossalmente questa che sembra una rinuncia alla propria libertà, cioè accettare di limitare la mia scelta sulla base di ciò che giova o non danneggia al prossimo, per Paolo è invece l’espressione di una libertà interiore ancora maggiore perché antepone il bene dell’altro al senso dell’io, che se lasciato libero di crescere a dismisura diventa schiavitù ben peggiore. “Non sono forse libero, io? Non sono forse un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro?” prosegue Paolo, rivendicando come quel fondamento che oggi sembra venire meno e lasciare l’uomo come sospeso al capriccio dell’io e del come mi sento in realtà ci sia e venga dall’incontro con quel Signore che ha trasformato la sua vita, restituendole la decisività che viene da uno scopo preciso: donarsi agli altri e lottare per la salvezza di tutti dal vuoto dell’esistere solo per se stessi. Vivere questo ridona consistenza al nostro vivere, spessore ai nostri sentimenti, senso alle nostre azioni, valore alle scelte, in una parola rendono la vita “pesante” e non svolazzante al vento del capriccio dell’io.

È quello che il linguaggio della Scrittura chiama “vita eterna”, cioè proiettata su uno scenario di solidità che diviene definitiva nella prospettiva di un futuro duraturo che non passa.

Per Gesù questa vita è resa “eterna” dalla scelta dell’uomo di appartenere alla sua famiglia. Lo dice esplicitamente nel brano di Matteo che conosciamo così bene, quando afferma che la salvezza di ciascuno deriva dall’aver riconosciuto nel piccolo e povero, nudo, assetato, affamato, prigioniero, malato, il fratello di Dio e come tale di averlo soccorso e amato: “tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me".

Per Gesù voler bene al suo fratello piccolo lo fa identificare con quello stesso, e tutto quello che si fa o non si fa a lui lo avverte come rilevante per sé in modo uguale. È un amore vero, profondo, perché trova nell’altro la realizzazione del proprio bene o la mancanza di esso che crea bisogno e sofferenza. È questa la vera libertà da sé e dall’autoreferenzialità di chi sa amare solo se stesso e cercare il proprio bene come scopo della vita.

Sì, è l’amore per i poveri che ci rende partecipi di quella famiglia che salva perché legandoci ad essi e, tramite essi, al Signore stesso, raggiungiamo la libertà dalla schiavitù di sé. Per questo è il voler bene ai piccoli e farsi amare da loro che dà forza e solidità al nostro essere e ci libera dal senso di spaesamento e disorientamento che vediamo prendere tanti attorno a noi e condurli, spesso, all’impazzimento di un io ipertrofico o alla disperazione.

Come non fare tesoro di questo invito semplice e concreto di Gesù, e come non fuggire dalla tentazione di inseguire la propria libertà autosufficiente per scoprire la vera libertà che è dalla schiavitù da sé e dalla vacuità del vivere per se stessi.

Fin da giovani abbiamo avuto il privilegio di essere stati invitati e condotti a riconoscerci in questa famiglia del Signore, comunità di umili e poveri radunati dal vincolo dell’amore di Dio. Non resistiamo allora alla sua attraente bellezza, ma anzi, pieni di gratitudine per il dono che ci è fatto accompagniamo ad essa quanti vagano sperduti e cercano dove trovare la solidità e il bene a cui affidarsi. È la responsabilità, davanti al mondo, di esercitare pienamente la libertà dell’amore e di legarci al giogo soave della comunità perché sia il Signore a condurci dove non sappiamo e non vogliamo in quella famiglia di umili  e poveri che essa è.

 

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