sabato 25 aprile 2026

IV domenica del tempo di pasqua - Anno A - 26 aprile 2026

 

 


Dagli Atti degli Apostoli 2, 14a.36-41

 Nel giorno di Pentecoste, Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro». Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!». Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone. 

 

Salmo 22 - Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.

Il Signore è il mio pastore:

non manco di nulla.

Su pascoli erbosi mi fa riposare, +

ad acque tranquille mi conduce.

Rinfranca l’anima mia.

 

Mi guida per il giusto cammino

a motivo del suo nome.

Anche se vado per una valle oscura,

non temo alcun male, perché tu sei con me.

 

Il tuo bastone e il tuo vincastro

mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa

sotto gli occhi dei miei nemici.

 

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne

tutti i giorni della mia vita,

abiterò ancora nella casa del Signore

per lunghi giorni.

 

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 2, 20b-25

Carissimi, se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Io sono il buon pastore, dice il Signore,
conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Giovanni 10, 1-10

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Commento

 

Cari fratelli e care sorelle, come abbiamo visto molte volte Gesù usa immagini della vita comune delle persone alle quali parlava per comunicare loro il messaggio evangelico. In diversi casi usa l’immagine del pastore, del gregge e dell’ovile per descrivere il suo ruolo, la sua missione. Nelle parole del vangelo di Giovanni che abbiamo appena ascoltato si sofferma su un aspetto apparentemente secondario, e cioè sulla porta dell’ovile. Insiste sul fatto che la porta è lui stesso, Gesù, e che solo chi entra attraverso di essa è il pastore che si prende cura delle pecore e procura loro ciò di cui hanno bisogno. Le fa uscire per condurle al pascolo e ad abbeverarsi ad acqua buona, e poi le fa rientrare quando è il momento di riposare in un luogo di pace. Chi invece usa altri modi per raggiungere le pecore è ladro che “viene  per rubare, uccidere e distruggere.

Ed ecco allora una prima indicazione utile per comprendere il senso della parabola.

La Chiesa, cioè la comunità dei discepoli non coincide con l’ovile. La sua vita non si svolge al suo interno. Il pastore infatti fa entrare le pecore e le fa uscire, la loro vita si svolge su scenari diversi, si nutre e si rafforza nel suo muoversi fuori e tornare dentro. Se, per assurdo, immaginassimo il gregge sempre chiuso dentro l’ovile esso non avrebbe di che nutrirsi e dissetarsi e ben presto deperirebbe e morirebbe. Così avviene a quanti immaginano la Chiesa come un ambiente protetto e chiuso, nel quale restare al sicuro senza affrontare le sfide e le difficoltà del mondo esterno, o a quanti pensano che la propria sicurezza viene dal fatto di non avventurarsi su strade che portano troppo lontano o che esplorano cammini nuovi mai percorsi. Non è lo starsene al chiuso di ciò che è già conosciuto e sperimentato che mette al sicuro. La parabola, al contrario, sottolinea come ciò che veramente conta è accompagnarsi l’un l’altro seguendo un pastore che passa attraverso la porta che è Gesù. In questa parabola infatti il pastore non è Gesù, ma è la porta che garantisce e sorveglia che chi fa entrare e uscire le pecore sia un pastore buono. La garanzia è la porta e chi la sorveglia, cioè il Signore, mentre il pastore rischia assieme alle pecore l’uscita dall’ovile alla ricerca di cibo buono.

I pastori, care sorelle e fratelli, sono coloro che hanno creduto e vissuto il Vangelo, cioè i santi, e quelli che con sincerità di cuore cercano oggi di fare altrettanto. Anzi ciascuno di noi è chiamato a farsi pastore, cioè testimone affidabile dell’unica via sicura che passa attraverso la porta che è Gesù, per inoltrarsi nel mondo della vita quotidiana. “Magari fossero tutti profeti nel popolo!” (Numeri 11,29) risponde Mosè a chi si mostra preoccupato per il fatto che alcuni uomini parlano in nome di Dio, senza l’autorizzazione dell’autorità costituita. La profezia, cioè l’audacia di intraprendere cammini nuovi nel mondo per trovare nutrimento buono che risponda alla fame di Vangelo di tanti, è compito di tutti, l’unico requisito è farlo nello spirito del Vangelo di Gesù, di passare attraverso la porta che è lui.

Ma poi c’è un altro aspetto che viene sottolineato: sta alle pecore riconoscere la voce del pastore vero, quello che le chiama ciascuna per nome, e a lui dare fiducia. Cioè non basta seguire la corrente, fare quello che fanno tutti nel gruppo, bisogna sempre scegliere e giudicare la bontà della guida alla quale affidarsi.

Bisogna saper fuggire dalla voce di quanti non sono degni di fiducia, perché scelgono porte diverse da quella del Signore per raggiungere le pecore e cercare di rapirle dietro di sé.

Cari fratelli e care sorelle, in questi ultimi tempi abbiamo assistito al tentativo di piegare le parole della fede in Gesù alle ragioni della guerra. Tentativi più o meno maldestri di presentarsi come pastori che guidano alla presunta verità e alla giustizia delle loro decisione belliche. Le voci di politici influenti, supportati da apprendisti pastori capaci di distorcere persino il senso delle Scritture per giustificare le proprie azioni volte ad accrescere la propria influenza.

Davanti a tutto ciò papa Leone ha voluto mettere in guardia il gregge dei discepoli richiamando il fatto che chi si dice pastore non può passare attraverso porte diverse da Gesù, cioè non possono contraddire le radici dell’insegnamento e del comportamento di Gesù, il quale non ha mai mostrato di giustificare la violenza o non ha mai scelto mezzi violenti per imporre la volontà di Dio, anzi tutto il contrario.

Le parole di Gesù si concludono con una rassicurazione: “io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.” Cioè la vita vera, quella che non finisce e si moltiplica, viene dall’uscire dall’ovile seguendo pastori affidabili, che guidano non solo in nome del proprio ruolo o di pretese di autorità ma per l’essere passati attraverso la porta che è il Signore, l’avere cioè affinato la vita nell’ascolto della sua Parola e nella docilità al suo insegnamento messo in pratica. Seguendo il loro esempio ciascuno può divenire a sua volta testimone di questa vita e accompagnare molti sui pascoli e nell’ovile dove c’è la vera pace e il vero cibo.

  

 

 Preghiere 

 O Signore Gesù che hai a cuore la vita del tuo gregge ispira sempre guide e testimoni capaci di condurre noi tuo gregge verso il pascolo buono di una vita spesa per il bene e alla fonte inesauribile di una generosità che non conosce confini.

Noi ti preghiamo

  

O Dio non lasciarci prigionieri nella ristrettezza di una vita spaventata, chiusa nel limite angusto del piccolo mondo delle solite abitudini. Fa’ che uscendo dalla porta che sei tu, entriamo con gioia in una vita larga e generosa.

Noi ti preghiamo

 

Signore che hai vissuto cercando e facendo il bene di tutti, insegnaci a rendere santa e gradita a Dio la nostra vita, non trattenendo egoisticamente tutto per noi ma donandoci con larghezza.

Noi ti preghiamo

  

Sostieni o Dio del cielo gli sforzi di chi annuncia e testimonia che la vita non è vana se spesa per gli altri. Fa’ che tutti i cristiani, ovunque nel mondo, siano testimoni della buona notizia che si può essere felici volendo bene e donandosi generosamente.

Noi ti preghiamo

 

Raccogli o Signore in un unico gregge tutto quelli che vagano sperduti e senza meta: gli indecisi, i timorosi, chi è nel dubbio. Dona a tutti la decisione di seguire te per trovare il senso della vita.

Noi ti preghiamo

  

Difendici o Dio dai falsi pastori che rubano la vita e rendono schiavi. Liberaci dalla schiavitù del benessere a tutti i costi, dalla ricerca dell’apparire e dal non fermarsi a pensare, perché non ci accontentiamo del poco ma ti seguiamo sui pascoli migliori,

Noi ti preghiamo.

 

Sostieni e conforta o Signore tutti coloro che sono nel dolore: i malati, i prigionieri, le vittime della guerra e della violenza, gli anziani, i migranti, chi è oppresso e perseguitato. Liberali dal male e dona loro la tua salvezza.

Noi ti preghiamo

  

Guida e sostieni i tuoi discepoli ovunque nel mondo, perché da paesi e culture differenti si radunino nell’unico gregge dei tuoi figli, diversi ma uniti nel tuo amore.

Noi ti preghiamo

 

 

sabato 18 aprile 2026

III domenica el tempo di Pasqua - Anno A - 19 aprile 2026

 


Dagli Atti degli Apostoli 2, 14a. 22-33

Nel giorno di Pentecoste, Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così:
«Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nazareth – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene –, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso. Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Dice infatti Davide a suo riguardo: “Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, e anche la mia carne riposerà nella speranza, perché tu non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza”. Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi. Ma poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: “questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione”. Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire».

 

Salmo 15 - Mostraci, Signore, il sentiero della vita.
Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
Ho detto al Signore: «Il mio Signore sei tu».
Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita.

Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;
anche di notte il mio animo mi istruisce.
Io pongo sempre davanti a me il Signore,
sta alla mia destra, non potrò vacillare.

Per questo gioisce il mio cuore +
ed esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro,
perché non abbandonerai la mia vita negli inferi,
né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.

Mi indicherai il sentiero della vita, +
gioia piena alla tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra. 

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 1, 17-21

Carissimi, se chiamate Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri. Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi; e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio. 

 

 

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Signore Gesù, facci comprendere le Scritture;
arde il nostro cuore mentre ci parli.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 24, 13-35

In quello stesso giorno, il primo della settimana, due dei discepoli erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Cleopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. 

 

Commento

 

Cari fratelli e care sorelle, il Vangelo oggi ci mostra Gesù subito dopo la sua resurrezione. Egli torna, vivo, nella storia degli uomini, e non lo fa su grandi scenari e fra ali di folle, ma sulla scena semplice di un incontro personale. Lo stesso avverrà quando entrerà nella sala dove erano i dodici riuniti, al chiuso, e poi sulle rive del mare di Galilea. Sono incontri che avvengono non su scenari grandiosi ma nella vita quotidiana dei suoi. Questo ci dice che l’incontro con il risorto è innanzitutto un’esperienza personale, fatta di gesti e parole rivolte a me da vicino, nel quotidiano, nel presente.

Però nel racconto vediamo come, allo stesso tempo, l’incontro con Gesù non è mai banale e non lascia niente come prima. Tutto inizia su una strada periferica, ben nota a quei due perché li riportava molto probabilmente al loro piccolo paese di origine, ma poi l’incontro con il risorto fa cambiare loro strada: tornano a Gerusalemme, la grande città, dai dodici e di corsa. Hanno qualcosa di importante da dire e nonostante l’ora tarda affrontano quel viaggio insolito.

Come è avvenuto questo cambiamento di prospettive così radicale?

I due sulla strada per Emmaus credevano di aver capito una verità importante della vita: che non ci si può illudere che il bene prevalga sul male. Lo avevano imparato sperimentando prima l’entusiasmo per l’esperienza fatta assieme a Gesù: i successi con le folle, i miracoli, le guarigioni, i momenti di euforia e di gioia. Gli sembrava veramente che avevano trovato la risposta alla loro domanda di una vita buona e felice. Ma poi erano arrivate le difficoltà serie, la persecuzione, la passione e morte del Maestro, la paura e i dubbi, e questo sembrava loro avesse definitivamente dimostrato che l’esperienza fatta prima con Gesù era un’amara illusione che il bene potesse prevalere su tutto: la malattia, il peccato, le avversità della vita. La forza del male aveva preso il sopravvento e posto fine a tutto.

È una condizione comune a tutti, anzi sembra una tappa positiva della maturità umana, quando cioè si smette di illudersi che sia possibile una vita buona e felice e ci si rassegna ad accontentarsi del grigiore di una vita dominata dalla paura di perdere qualcosa di ciò che si è faticosamente conquistato e senza illusioni circa la possibilità di realizzare il bene.

Vediamo tutto ciò nella cultura contemporanea che vuole farci credere che la guerra sia normale e accettabile, e che gli sforzi di chi non si rassegna a questa realtà, come ad esempio papa Leone, sia un illuso e un perdente, cioè uno condannato a vedere fallire le proprie speranze di pace.

Tutto ciò ci viene presentato come un saper vivere saggio, un realismo opportuno.

Gesù smaschera questa idea, chiamando i due che vanno ad Emmaus “sciocchi e tardi di cuore.” Ovvero il Signore rovescia il ragionamento apparentemente sensato che li ha portati a restare delusi e spaventati per quello che è successo. Hanno pensato che la vita buona, quel Regno promesso da Gesù, fosse una sorta di angolo riparato in cui starsene in pace, immune dal dolore e riparato dalle difficoltà della vita. Ma questo angolo riparato sarebbe una prigione della paura e una rinuncia a vivere la libertà. E senza libertà non si può voler bene, ma si può solo cercare la convenienza e il proprio utile, eppure è quello al quale il mondo ci propone di aspirare come il massimo ottenibile.

Gesù però non si accontenta di un angoletto riparato, vuole donarci la libertà piena di attraversare i momenti belli e quelli bui dell’esistenza senza perdere la fiducia nella possibilità di realizzare il bene a cui tutti gli uomini aspirano. L’unica condizione che Gesù pone è fidarci di lui, ovvero cercare non la furbizia del mondo ma la sapienza del Vangelo per smettere di essere sciocchi, aprire il cuore alla speranza che con lui tutto è possibile invece di chiuderci nella prigione di un realismo rassegnato e sconfitto in partenza.

Cari fratelli e care sorelle, lasciamo aperto almeno uno spiraglio del nostro cuore al soffio della sapienza del Vangelo e al calore del voler bene di Gesù. Non diciamo sempre: no, non è possibile; no, è troppo difficile; no, non è per me. Con i nostri ripetuti “no” chiudiamo il cuore alla sapienza del Vangelo e ci ritroviamo “sciocchi e tardi di cuore a credere”. Diciamo invece: forse posso provarci; vediamo se sono capace; iniziamo… è solo uno spiraglio, ma Gesù poi farà tutto il resto. I due restarono ad ascoltare, si sedettero, lasciarono fare tutto a Gesù risorto e così si ritrovarono dentro un cuore nuovo e una vita capace di correre incontro ai fratelli e alla città con un messaggio importante da comunicare: “è sempre possibile voler bene, l’amore non si ferma nemmeno davanti alla morte, Gesù è risorto, veramente è risorto!”

 

Preghiere 

 

O Signore che vieni incontro a noi risorto, fa’ che sappiamo riconoscerti più forte del male e vittorioso sulla morte e sul dolore del mondo.

Noi ti preghiamo

  

Perdona o Signore Gesù la nostra incredulità che ci rende sciocchi e tardi di cuore. Aiutaci ad accogliere con fiducia l’annuncio che il tuo amore ha vinto la morte e tu sei risorto per sempre. 

Noi ti preghiamo

 

Dona, o Padre del cielo, la vita che non finisce a tutti coloro che ti invocano. Ascolta il grido dell’oppresso e del sofferente, chinati su chi è vittima dell’ingiustizia e schiacciato dal dolore. Fa’ che l’annuncio della resurrezione risuoni con forza dove oggi vince il male.

Noi ti preghiamo

  

Rendici o Signore testimoni convincenti della tua resurrezione. Fa’ che sappiamo annunciare con le nostre parole e le nostre azioni il vangelo del tuo amore più forte di ogni male. 

Noi ti preghiamo

 

Perdona o Dio del cielo il nostro peccato, perché liberi da ogni impaccio e animati dalla forza del tuo perdono sappiamo sempre lodare il tuo nome e annunciare le meraviglie che operi nel mondo.

Noi ti preghiamo

  

Proteggi ogni uomo dal pericolo di una vita spesa per ciò che non vale e vissuta inutilmente. Fa’ che chi ancora non ti conosce e non ti ama possa presto incontrarti come il Signore buono che salva.

Noi ti preghiamo.


Proteggi o Padre del cielo tutti i tuoi discepoli ovunque dispersi, in modo particolare coloro che soffrono per la persecuzione, la violenza, la guerra. Fa’ che la loro testimonianza sia inizio di un nuovo tempo di pace e di riconciliazione.

Noi ti preghiamo

  

O Dio, dà forza e coraggio a papa Leone che annuncia il Vangelo e guida il popolo dei tuoi figli verso di te. Perché con la sua testimonianza sia di esempio e comunichi a tanti come cercare il dono inestimabile della pace.

Noi ti preghiamo

venerdì 3 aprile 2026

IV domencia di Quaresima - anno A - 15 marzo 2026

 

 


Dal primo libro di Samuele 16, 1b.4a. 6-7. 10-13

In quei giorni, il Signore disse a Samuele: «Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato. Quando fu entrato, egli vide Eliàb e disse: «Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!». Il Signore replicò a Samuele: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore». Iesse fece passare davanti a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripeté a Iesse: «Il Signore non ha scelto nessuno di questi». Samuele chiese a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Rispose Iesse: «Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge». Samuele disse a Iesse: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui». Lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto. Disse il Signore: «Alzati e ungilo: è lui!». Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.

 

Salmo 22 - Il Signore mi guida su pascoli erbosi
Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.

Mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini 5, 8-14

Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente. Di quanto viene fatto in segreto da [coloro che disobbediscono a Dio] è vergognoso perfino parlare, mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce. Per questo è detto: «Svégliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà».

 

Gloria a te, o Signore, re di eterna gloria

Io sono la luce del mondo, dice il Signore,
chi segue me, non sarà nelle tenebre
Gloria a te, o Signore, re di eterna gloria

 

Dal vangelo secondo Giovanni 9, 1-41

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Siloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Siloe e lavati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane». 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, il vangelo di Giovanni ci trasporta oggi per le strade di Gerusalemme. Sono affollate e caotiche, piene di gente che va ognuna per i fatti propri. È il modo di vivere nelle città di ogni tempo, in cui i cammini degli uomini si sfiorano, ma difficilmente si incontrano.

Proprio in questa situazione l’episodio evangelico ci pone all’attenzione la questione su che cosa noi vediamo di quello che ci accade attorno.

Un cieco lungo la strada chiede l’elemosina. Tutti possono vederlo, ed infatti nel corso del racconto emerge come tanti sanno chi è: lo conoscono, sanno cosa faceva tutto il giorno, cioè chiedeva l’elemosina, sanno che è nato senza poter vedere, probabilmente lo hanno visto crescere elemosinando al bordo della strada, addirittura alcuni conoscono i suoi genitori e li coinvolgono. Anche Gesù e i discepoli passando lo vedono, e questi si pongono un interrogativo di tipo teorico: “chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” Cioè al loro sguardo egli si presenta solo come un “caso” che suscita la loro discussione, non lo vedono come una persona e la sua dura condizione di menomazione e mendicità non li interroga personalmente.

La stessa cosa avviene a tutti quelli che intervengono subito dopo: I farisei scandalizzati da Gesù che guarisce di sabato contravvenendo alla legge, la gente intorno che non lo riconosce più, i genitori contrariati da tanta notorietà e dai rischi che ne conseguono. Tutti discutono, ognuno assume una posizione, ma il cieco rimane sullo sfondo, senza importanza, è solo un oggetto di cui parlare, un motivo per polemizzare, tanto che, paradossalmente a nessuno sembra interessare più di tanto l’unica cosa che conta: quell’uomo nato cieco ora ci vede!

Eppure il profeta Isaia, che sicuramente quei farisei conoscono bene, aveva affermato: “Ecco il vostro Dio, ... Egli viene a salvarvi. Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto” (Is 35,4-6) cioè quello che è avvenuto pubblicamente davanti a tutti è un segno messianico, uno squarcio di Regno di Dio che si è aperto, la benevolenza di Dio che si è manifestata, la natura che è stata ribaltata dalla forza di un amore più forte del male. Eppure non c’è nessuno dei presenti che gioisca del fatto che il cieco ha riacquistato la vista, nemmeno i suoi genitori si mostrano grati a Gesù per il miracolo compiuto!

Avviene quello che abbiamo appena ascoltato Dio dire a Samuele che va ad ungere il re d’Israele: “l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore.

Solo Gesù vedendo il mendicante cieco si lascia toccare dalla sua condizione, ne ha compassione e agisce di conseguenza. Il vangelo racconta che Gesù compie un gesto semplice: copre con del fango gli occhi che non vedono e gli dice di lavarsi alla fontana pubblica, per dire che non conta tanto la complessità e straordinarietà dell’intervento, Gesù fa un gesto che chiunque poteva fare, ma il suo sguardo che vede il cuore. Lo stesso abbiamo ascoltato domenica scorsa, Gesù fermandosi a parlare con la samaritana presso il pozzo di Giacobbe non compie miracoli portentosi per dissetarla, ma “vede il suo cuore” comprende che non trova risposta alla sua sete di vita buona, la capisce senza giudicarla. Tutti invece facciamo spontaneamente il contrario: giudichiamo senza cercare di vedere e capire il cuore di chi abbiamo difronte. Infatti anche i discepoli cercano “di chi è la colpa”, cioè vogliono giudicare.

Colpisce nel brano come nessuno dei presenti gioisca dell’avvenuta guarigione. Anche questo sfugge al loro sguardo, di nuovo il miracolo è solo motivo di discussione e non si immedesimano nella condizione di chi ha avuto la vita trasformata dall’amore del Signore. Di nuovo non “vedono il cuore” di chi hanno difronte.

Cari fratelli e care sorelle, chiediamoci noi cosa vediamo. Vediamo “casi” e “situazioni” di cui disquisire o persone il cui cuore chiede di essere voluto bene, di essere dissetato, di essere lavato dallo sporco del fango, di vedere ed essere visto? “Vedere il cuore” è il primo passo per poter iniziare a voler bene, e anche con poco, come Gesù che usò del fango, possiamo fare molto per lenirne le situazioni pesanti che gravano sui poveri. Gesù lo dice esplicitamente: “Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato.” Sì, dobbiamo manifestare le opere di Dio. Gesù dicendo “Bisogna” ci pone di fronte una responsabilità impellente, non una semplice opzione facoltativa, e l’opera di Dio è non darsi riposo finché non prevalga il bene, senza lasciare spazio al male di agire indisturbato.

È quello che Gesù fa: non sta lì a discutere, a valutare i pro e i contro, a saggiare cosa pensano gli altri, ma davanti alla sofferenza di un uomo lo ama fino in fondo, e questo impone una svolta decisiva al corso normale degli eventi: il cieco riacquista la vista

Queste domeniche di Quaresima ci accompagnano verso Gerusalemme dove Gesù va a morire. Con quali occhi vedremo quel nazareno imprigionato, trascinato nelle strade, deriso e oltraggiato? Ci metteremo a discutere su chi ha torto e ragione, a giudicare le colpe, l’opportunità di certe scelte di Gesù?

Con quali occhi lo vedremo caricato di una croce e infine appeso ad essa in mezzo al trambusto delle strade piene di calca per la festa imminente? Riusciremo a “Vedere il cuore” di Gesù amarci fino alla fine?

Questa Quaresima è il tempo per guarire dalla nostra cecità all’umano. Altrimenti con quali occhi vedremo Gesù morire e ci accorgeremo che la tomba è vuota, che Gesù è risorto e il male assoluto, la morte, è vinta dalla forza del suo amore?

Questa domenica viene come un avvertimento importante: facciamoci aprire gli occhi da Dio per poter vedere l’umanità di chi abbiamo di fronte.

 

Preghiere 

 

O Signore noi ti preghiamo, guarisci la nostra cecità al bisogno del povero e lava i nostri occhi dal velo dell’egoismo. Aiutaci ad essere come te misericordiosi e pronti ad aiutare chi è nel dolore.

Noi ti preghiamo

  

Fa’ o Padre del cielo che sappiamo gioire della liberazione del prigioniero e della guarigione del malato, perché ogni buona notizia è segno dell’avvicinarsi del tuo regno di pace e di giustizia.

Noi ti preghiamo

 

O Gesù che ti avvii verso Gerusalemme per essere condannato a morte, salva quanti sono colpiti dalla violenza del male, accogli nel tuo regno di amore quanti sono morti.

Noi ti preghiamo

  

Donaci o Padre la grazia di seguire il nostro Signore fin sotto la croce per accoglierne l’eredità di amore. Fa’ che non fuggiamo spaventati ma restiamo fedeli a lui.

Noi ti preghiamo

 

Guarda con amore o Dio del cielo tutti coloro che sono oppressi dalla a guerra in questi giorni difficili. Allontana presto ogni violenza e conduci i tuoi figli alla salvezza.

Noi ti preghiamo

  

O Signore fa’ che tutti i tuoi figli si radunino ai piedi della croce per contemplare il mistero di un amore così grande. Mostraci il tuo cuore aperto alla misericordia e al perdono persino per chi ti stava inchiodando alla croce.

Noi ti preghiamo.

 

Guarisci o Padre chi è malato e nel dolore, consola chi è disperato, proteggi chi è solo, senza casa e famiglia. Fa’ che il grido del povero sia ascoltato e consolato da fratelli pronti a soccorrerlo.

Noi ti preghiamo

  

Proteggi o Signore Gesù tutti i tuoi figli che ovunque nel mondo invocano il tuo nome e si affidano alla tua misericordia. Fa’ che la loro testimonianza evangelica disarmi i cuori e susciti benevolenza in tutti.

Noi ti preghiamo

 

Venerdì Santo - 3 aprile 2026

 


Dal libro del profeta Isaia 52, 13 - 53, 12

Ecco, il mio servo avrà successo,
sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente.
Come molti si stupirono di lui
– tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto
e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo –,
così si meraviglieranno di lui molte nazioni;
i re davanti a lui si chiuderanno la bocca,
poiché vedranno un fatto mai a essi raccontato
e comprenderanno ciò che mai avevano udito.
Chi avrebbe creduto al nostro annuncio?
A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?

È cresciuto come un virgulto davanti a lui
e come una radice in terra arida.
Non ha apparenza né bellezza
per attirare i nostri sguardi,
non splendore per poterci piacere.
Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia;
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.

Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori;
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per le nostre colpe,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.

Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l’iniquità di noi tutti.
Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.

Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
chi si affligge per la sua posterità?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
per la colpa del mio popolo fu percosso a morte.
Gli si diede sepoltura con gli empi,
con il ricco fu il suo tumulo,
sebbene non avesse commesso violenza
né vi fosse inganno nella sua bocca.

Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione,
vedrà una discendenza, vivrà a lungo,
si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
e si sazierà della sua conoscenza;
il giusto mio servo giustificherà molti,
egli si addosserà le loro iniquità.

Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
dei potenti egli farà bottino,
perché ha spogliato se stesso fino alla morte
ed è stato annoverato fra gli empi,
mentre egli portava il peccato di molti
e intercedeva per i colpevoli.

Salmo 30 - Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito.
In te, Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso;
difendimi per la tua giustizia.
Alle tue mani affido il mio spirito;
tu mi hai riscattato, Signore, Dio fedele.

Sono il rifiuto dei miei nemici
e persino dei miei vicini,
il terrore dei miei conoscenti;
chi mi vede per strada mi sfugge.
Sono come un morto, lontano dal cuore;
sono come un coccio da gettare.

Ma io confido in te, Signore; +
dico: «Tu sei il mio Dio,
i miei giorni sono nelle tue mani».
Liberami dalla mano dei miei nemici
e dai miei persecutori.

Sul tuo servo fa’ splendere il tuo volto,
salvami per la tua misericordia.
Siate forti, rendete saldo il vostro cuore,
voi tutti che sperate nel Signore.

Dalla lettera agli Ebrei 4, 14-16; 5, 7-9

Fratelli, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno. [ Cristo, infatti, ] nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.

 

Lode a te, o Signore, re di eterna gloria!
Per noi Cristo si è fatto obbediente fino alla morte
Per questo Dio lo ha esaltato
Lode a te, o Signore, re di eterna gloria!

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Giovanni

Gv 18,1 - 19,42

 

Commento

 

Cari fratelli e care sorelle, Dicevamo giovedì come Gesù sceglie di voler bene ai suoi e al popolo di Gerusalemme fino in fondo. È una sua scelta ferma di legarsi a quelle persone, nonostante tutto e fino in fondo. Sembra proprio che Gesù, come anche il Padre, non sappia voler bene in altro modo che questo. Infatti nell’Antico Testamento vediamo spesso come Dio rivendica di aver scelto lui quel popolo e di amarlo in modo pieno, anche se questo non sempre sa essergli fedele. Dio offre sempre al suo popolo una possibilità di tornare e non smette di offrire prove per convincerlo che il suo amore è per sempre.

Gesù fa lo stesso con i suoi, con le folle, con la città di Gerusalemme sulla quale piange lacrime di compassione, pur sapendo che sta per crocifiggerlo.

Ma soprattutto l’amore di Gesù ha una caratteristica unica: è un amore rivolto a ciascuno personalmente. Il Vangelo descrive l’incontro del Signore con i tanti che andavano da lui: malati, indemoniati, peccatori, uomini in ricerca. Con ciascuno Gesù ha un incontro personale.

Sembra paradossale, ma Dio sceglie come via per portare la salvezza all’umanità l’incontro con ciascuno. Gesù è venuto per cambiare il mondo, ma non attraverso una rivoluzione di massa o, tanto meno, attraverso l’uso della forza per modificare le strutture. Egli sceglie l’incontro con ciascuno, si ferma difronte alla domanda di ogni persona e ne comprende il bisogno, ognuno diverso dall’altro, e offre una risposta di salvezza.

A noi tutto ciò sembra incomprensibile. Come si fa a cambiare il mondo fermandosi davanti a un uomo e volendogli bene personalmente? Ci sembra impossibile: che rilevanza potrà mai avere? Per questo il più delle volte passiamo avanti o sopra il bisogno di quanti incontriamo, perché se non si può risolvere la situazione è inutile fermarsi, parlare, incontrare.

Se non posso far cessare la guerra, meglio farsene una ragione e abituarsi.

Se non posso risolvere i grandi drammi globali della miseria e delle diseguaglianze, a che vale preoccuparsi del singolo?

Il modo di pensare degli uomini conduce necessariamente all’impotenza e, quindi, all’indifferenza.

Gesù ci indica invece una via diversa: egli pensa che la salvezza del mondo inizia con l’incontro con un singolo malato, con un indemoniato, un peccatore, un uomo in ricerca, e dedica tempo, cura e attenzione a quell’uno che ha difronte. Egli sa che quando amiamo personalmente qualcuno trasformiamo il suo cuore e si mette in atto un processo a catena che suscita altro amore e provoca una ridondanza di amore attorno a lui.

Nel momento della passione e morte di Gesù nessuno si ferma davanti a lui. Dalla cattura al giudizio davanti a Pilato e al sinedrio, fino alla condanna e alla crocifissione i discepoli pensano che è inutile rischiare, tanto non c’è più niente da fare. Per la folla e le autorità invece Gesù è uno dei tanti, in un tempo nel quale le ribellioni erano frequenti e altrettanto le repressioni sanguinose, le condanne a morte, come è il caso di Barabba. Nessuno ha voglia di fermarsi davanti ad un condannato, tanto non serve.

Ma dalla croce di Gesù qualcosa di nuovo sembra germogliare.

Due uomini importanti, Giuseppe D’Arimatea e Nicodemo vanno da Pilato per prendersi cura del corpo di Gesù. Non temono di compromettersi per un cadavere, si fermano davanti al suo corpo martoriato e ne hanno compassione, si espongono personalmente, mettono a disposizione i loro beni e la tomba, comprano gli unguenti e il sudario, e danno una degna sepoltura al Cristo morto. È da questo gesto, apparentemente inutile e tardivo, che nasce il contesto nel quale avverrà il primo annuncio degli angeli alle donne della resurrezione del Signore. Lì dentro la tomba, estremo simbolo della sconfitta, risuoneranno le parole: “è risorto, … non è più tra i morti, … vi attende in Galilea.” È la proclamazione della possibilità di un nuovo inizio.

Care sorelle e cari fratelli ogni gesto di pietà e di cura rivolto ad una persona che ne ha bisogno ha un valore rivoluzionario, perché proclama la possibilità di un nuovo inizio, di una nuova speranza, di un futuro diverso, cioè ha il valore di un annuncio di resurrezione. Non è necessario poter risolvere tutti i problemi, basta un gesto di pietà, di vicinanza, di affetto per avviare il processo che conduce alla resurrezione.

Perché questo si realizzi però bisogna assumere l’atteggiamento di Gesù: incontrare ogni singola persona, averne compassione, cercare di capirne il bisogno, parlargli e offrirgli aiuto, e non è mai troppo tardi, mai inutile, mai insufficiente.

Qui sulle pareti della chiesa come ogni anno abbiamo voluto affiggere i nomi e la descrizione del contesto nel quale sono morte le persone che hanno tentato di giungere in Europa dai Paesi in cui la vita è resa impossibile da guerre, miseria, ingiustizie. Abbiamo preparato così il “sepolcro” nel quale il corpo di Gesù potesse trovare una degna sepoltura.

Si potrebbe dire: “A che serve? Ormai sono morti, fanno parte di processi sociali inarrestabili, sono fenomeni a cui non si hanno i mezzi per rispondere.” Ma ogni riga è un nome e una storia, è una persona in carne e ossa, porta un carico di speranza assieme a tanta fatica e dolore. Attraverso di esse possiamo mettere i nostri occhi negli occhi di ciascuno di loro e leggerne le attese e il dramma personale. Così li guarderebbe Gesù, incontrandoli. Non sono un numero, una massa anonima, un fenomeno globale.

Davanti al racconto della passione e morte di Gesù impariamo a mettere i nostri occhi negli occhi di Gesù perché possiamo riconoscere in lui il bisognoso. Bisognoso di cura e di attenzione, di parole di consolazione, di gesti di pietà, di compagnia, di commozione e di turbamento, di amore. Bisogno di qualcuno che si prenda cura del suo corpo morto, dopo che lui si è preso cura di così tanti corpi sofferenti.

Impareremo così a vedere in ogni persona che incontriamo l’uomo e la donna che ha bisogno di attenzione e cura. Il cambiamento del mondo inizia del singolo gesto di compassione e solidarietà, come la piena vittoria della vita sulla morte inizia dalla pietà per il corpo morto di Gesù.

Domenica delle palme - 29 marzo 2026

 

 


Dal libro del profeta Isaia 50,4-7

Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso.

 

Salmo 21 - Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?

 

Si fanno beffe di me quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
«Si rivolga al Signore; lui lo liberi,
lo porti in salvo, se davvero lo ama!».

Un branco di cani mi circonda,
mi accerchia una banda di malfattori;
hanno scavato le mie mani e i miei piedi.
Posso contare tutte le mie ossa.

Si dividono le mie vesti,
sulla mia tunica gettano la sorte.
Ma tu, Signore, non stare lontano,
mia forza, vieni presto in mio aiuto.

Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all’assemblea.
Lodate il Signore, voi suoi fedeli,
gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe,
lo tema tutta la discendenza d’Israele.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi 2,6-11

Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

 

Lode a te o Signore, re di eterna gloria!

Per noi Cristo si è fatto obbediente fino alla morte di croce.

Per questo Dio lo ha esaltato

Lode a te o Signore, re di eterna gloria!

 

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo

 

Mt 26,14 – 27,66

 

Commento

 

Cari fratelli e care sorelle, abbiamo ascoltato dalle parole dell’evangelista Matteo il racconto degli ultimi giorni di vita di Gesù, da quando il Signore entrò trionfalmente a Gerusalemme fino a quando, pochi giorni dopo, lo crocefissero e seppellirono dopo un sommario processo e un’ingiusta condanna.

Nel racconto della Passione e morte del Signore molto esiguo è lo spazio dedicato a quello che disse e fece Gesù. La descrizione è tutta concentrata nella descrizione del comportamento di quelli che lo circondarono in quelle ultime tragiche ore.

I discepoli, il governatore Pilato, i capi degli israeliti, i soldati romani, la folla. Tutti costoro esprimono interessi diversi, hanno preoccupazioni diverse e si comportano diversamente, ma c’è un tratto che li accomuna: tutti sono concentrati su di sé e sulle proprie difficoltà.

Gli apostoli sono sopraffatti dallo spavento. Hanno visto crescere l’ostilità attorno al loro Maestro da parte delle autorità politiche e religiose ed hanno assistito riluttanti alla determinazione con la quale Gesù ha voluto recarsi nonostante tutto a Gerusalemme. Sono sfiduciati, e uno di loro, Giuda, crede che non c’è più niente da fare e cerca di mettersi in salvo passando dalla parte dei più forti. Nel momento drammatico dell’angoscia di Gesù nell’orto degli ulivi la paura degli apostoli li spinge a fuggire da quell’ora piena di tensione estraniandosi e mettendosi a dormire. Infine, quando ormai tutto è perduto, si danno alla fuga e ognuno pensa a mettere in salvo se stesso fuggendo dal Signore.

Pilato è preoccupato per l’ordine pubblico, deve barcamenarsi in un caso in cui l’innocenza dell’accusato è evidente, ma si agitano troppe forze e ha paura che la situazione gli sfugga di mano. Cerca di trovare una mediazione, ma non ci riesce e alla fine cede alla folla e ai rappresentanti del potere religioso ebraico e cede alla loro volontà di annientare Gesù.

I capi del popolo devono difendere la loro autorità, messa in discussione dal potere politico dell’Impero romano. Avvertono in Gesù un avversario pericoloso, anche se lui non si propone come un capopopolo rivoluzionario, ma i suoi insegnamenti e comportamenti mettono in discussione dalle fondamenta il loro sistema di potere, e alla fine decidono di giocarsi tutta la loro autorità forzando la mano di Pilato per la condanna di Gesù.

I soldati romani anche loro temono i disordini. Sono gente abituata all’uso della violenza, sono professionisti della forza bruta e agiscono con determinazione senza un attimo di titubanza.

La folla, infine, segue le vicende di Gesù davanti a Pilato e poi lungo la strada, fino al Golgota come assistendo ad uno spettacolo macabro. È gente annoiata che coglie l’occasione del diversivo, si fa forte dell’anonimato per lasciarsi andare agli istinti peggiori: l’ingratitudine per colui che l’aveva beneficata in tanti modi diversi; la spietatezza di preferire un criminale conclamato, Barabba, piuttosto che un uomo inerme e buono; il desiderio di assistere allo spettacolo macabro dell’esecuzione, gridando a Pilato “crocifiggilo, crocifiggilo!”; il gusto di deridere chi è in difficoltà e non può nemmeno difendersi, di ridicolizzare il dolore di chi è sconfitto, di prendersi la rivalsa di dimostrare con l’insulto che alla fine la ragione è sempre del più forte e di chi sta dalla sua parte.

Tutti insomma sono presi dai loro calcoli, interessi, istinti, bisogni, e davanti a questi il dolore di un uomo che soffre non ha nessuna importanza.

Gesù è solo uno dei tanti condannati, uno che se l’era cercata, un provinciale marginale della Galilea, uno dei tanti rivoluzionari che si erano illusi di scalzare il potere.

Tutti presi dai propri problemi restano indifferenti al dolore di Gesù. D’altronde al dolore degli altri si fa l’abitudine e alla fine ci si stanca.

Cari fratelli e care sorelle, quante volte anche noi facciamo l’abitudine al dolore degli altri. Ai drammi del mondo, le guerre, la miseria, le ingiustizie. Ai drammi di chi abbiamo vicino e magari incontriamo nella nostra quotidianità. Sono troppe le cose della nostra vita che ci preoccupano e ci spaventano, e al dolore degli altri ci si fa l’abitudine, ci si stanca, ma questo vuol dire rinunciare alla propria umanità.

Ma in mezzo alla grande scena della passione c’è uno che rimane umano, poiché non rinuncia a prendere in considerazione il dolore di chi gli è difronte: Gesù. Lui, nonostante tutto, ha compassione del ladro crocefisso accanto a sé e lo consola e rassicura, perdonando tutte le sue colpe; ha compassione di Maria e Giovanni ai piedi della croce, e li affida l’uno all’altra, perché non restino soli col proprio dolore; ha compassione di quelli che lo stanno uccidendo, chiedendo a Dio pietà perché non sanno quello che fanno.

Gesù in croce ci si presenta come l’uomo che non mette se stesso al centro delle sue preoccupazioni, anche quando queste sembrano così soverchianti. Egli incarna l’umanità che non cede al ricatto del male che spinge ciascuno di noi a farsi bastare i propri di problemi, piuttosto che prendere in considerazione quelli degli altri. Questa umanità vera viene crocifissa e seppellita perché ci propone di non abituarci al male altrui, di non farlo sparire dietro ai cumuli del proprio ego vittimista e preoccupato di sé.

Eppure le preoccupazioni di tutti quelli che ruotano attorno a Gesù non si risolvono: i discepoli restano paralizzati dalla paura, i capi del popolo restano giudici impietosi e sprezzanti, Pilato e i soldati romani nonostante la loro politica sanguinaria vedranno passare il tempo dello splendore imperiale, la folla torna alla quotidianità insoddisfatta e scontenta che la caratterizza in ogni tempo. La spietatezza e l’indifferenza al dolore altrui non mette al riparo dai propri problemi, anzi, in qualche modo, annulla l’unica via di uscita che Gesù propone a tutti: maturare una umanità vera e attenta all’altro, sensibile al dolore altrui.

In questi giorni restiamo vicini a lui, seguiamone i passi, ascoltiamone le parole e impariamo la sua mitezza e bontà, perché anche la nostra umanità assuma i tratti di quella di Gesù e divenga capace di non abituarsi al male altrui. Gesù infatti non viene annientato e sconfitto dalla morte ma risorge, e con lui risorgono quanti fanno propria la sua umanità.

  

Preghiere 

 

O Signore Gesù, ti abbiamo accolto festosi come il re della nostra vita agitando i rami di ulivo che abbiamo fra le mani. Aiutaci a non restare indifferenti al tuo amore fatto di parole e gesti buoni, perché sappiamo restarti vicino anche nei momenti difficili.

Noi ti preghiamo

  

O Padre che hai mandato il tuo figlio unigenito per salvare l’umanità intera, fa’ che in questi giorni sappiamo accogliere la sua richiesta di vegliare con lui e non lo abbandoniamo presi dal sonno di una vita banale e abitudinaria.

Noi ti preghiamo

 

O Padre del cielo ti preghiamo per tutti coloro che bussano alla porta del nostro cuore per cercare consolazione e sostegno. Per i poveri, per coloro che sono nel dolore, per chi è malato e ferito, per le vittime della guerra e della violenza

Noi ti preghiamo

 

O Signore Gesù che dalla croce hai perdonato coloro che ti stavano mettendo a morte, non guardare al nostro peccato, ma cancellalo con la grazia della tua misericordia infinita.

Noi ti preghiamo