domenica 12 luglio 2026

XV domenica del tempo oprdinario - Anno A - 12 luglio 2026



Dal libro del profeta Isaia 55, 10-11

Così dice il Signore: Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata». 

 

Salmo 64 - Visita la terra, Signore, e benedici i suoi germogli.

Tu visiti la terra e la disseti: 
la ricolmi delle sue ricchezze. 

Il fiume di Dio è gonfio di acque; 
tu fai crescere il frumento per gli uomini. 

 

Così prepari la terra: 
ne irrighi i solchi, ne spiani le zolle, 

la bagni con le piogge 
e benedici i suoi germogli. 

                                                                                                                                              

I prati si coprono di greggi, +
di frumento si ammantano le valli; 
tutto canta e grida di gioia. 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8, 18-23

Fratelli, io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi. La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità — non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa — e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. 

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Chi osserva la parola di Gesù Cristo,
in lui l’amore di Dio è veramente perfetto.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Matteo 13,1-23

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti». 

Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.

Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice:

“Udrete, sì, ma non comprenderete,

guarderete, sì, ma non vedrete.

Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,

sono diventati duri di orecchi

e hanno chiuso gli occhi,

perché non vedano con gli occhi,

non ascoltino con gli orecchi

e non comprendano con il cuore

e non si convertano e io li guarisca!”.

Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!

Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

 

Commento

 

Cari fratelli e care sorelle, le letture della liturgia di questa domenica ci parlano del modo più immediato e comune con cui Dio ci si fa vicino, cioè attraverso la sua Parola.

Tante volte si accusa Dio di essere lontano e indifferente, principalmente perché non asseconda i nostri desideri, non fa quello che noi chiediamo. È l’atteggiamento infantile di chi crede di sapere già cosa è il proprio bene e il bene del mondo, e si stupisce che Dio non segua le proprie indicazioni.

Proprio per questo il Signore Gesù rivolgendosi agli uomini più raramente li chiama figli, piuttosto preferisce definirli “discepoli”. Sì, perché per essere suoi figli bisogna prima di tutto riconoscere di dover imparare da lui cosa è bene per noi e per il mondo, e poi decidere di agire concretamente per realizzarlo.

Ma allora, potremmo chiederci, come possiamo pregare Dio, chiedere a lui qualcosa?

A questa domanda risponde il profeta Isaia nel brano che abbiamo ascoltato. Egli parla di una parola che ha origine da Dio ma che “ritorna” a lui: “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, … così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata.” Isaia descrive un processo che ha origine da Dio. È lui che parla per primo, è lui che ci rivolge la sua Parola. Ma perché essa “abbia effetto, operi nella storia, compia ciò per cui l’ha mandata” c’è bisogno che essa ritorni a lui. Questo “ritorno” è la nostra preghiera. Essa cioè è innanzitutto risposta a Dio che ci ha parlato, è il risultato del nostro ascolto. Se siamo sordi e non lo ascoltiamo a lui non torna la sua Parola, ma i nostri inutili vaneggiamenti o pretese infantili. Per far tornare a lui la sua Parola c’è bisogno che essa operi in noi quel cambiamento di prospettiva, di giudizio, di modo di vedere e di pensare che chiamiamo “conversione”: un cambiamento di strada.

Il primo passo dunque è di Dio che ci parla, ma poi c’è bisogno che noi accogliamo la sua Parola, come fa il terreno arido e sterile con la pioggia. La nostra vita come un terreno è irrigato e reso fecondo dai semi della Parola di cui ci parla la parabola del seminatore, essa produrrà frutti buoni, perché vi sono stati piantati semi buoni ed è stata irrorata da acqua buona. Ed ecco allora il “ritorno”: quei semi produrranno a loro volta semente buona che è sparsa attorno a sé sotto forma di testimonianza di vita buona.

Ecco allora quell’effetto moltiplicatore di cui parla Gesù: “colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno.

Nel suo discorso Gesù introduce un altro elemento oltre all’ascolto, che è la “comprensione”:  colui che ascolta la Parola e la comprende.” Gesù, ci dice il Vangelo, stava parlando ad una gran folla che si era radunata attorno a lui. Come sappiamo, nel Vangelo la “folla” ha un atteggiamento sempre ambiguo con Gesù, c’è curiosità, interesse, a volte anche fede e ricerca sincera di parole diverse, ma pure diffidenza e ostilità. Gesù a quella folla parla con parabole, cioè con un linguaggio semplice e accessibile a tutti, anche da illetterati e incolti. Ma la parabola richiede lo sforzo ulteriore di non fermarsi al significato superficiale della storia, ma di cercare il messaggio che essa contiene. È quello sforzo necessario per comprendere quello che Gesù vuole comunicare, al di là del semplice racconto. Per questo Gesù, citando il profeta Isaia, aveva detto: “Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi.” Cioè smaschera l’atteggiamento di chi ascolta le sue Parole, ma non vi cerca dentro un insegnamento per sé, con occhi e cuore chiusi e insensibili, non si fa cioè suo discepolo.

Ecco dunque, fratelli e sorelle, che per essere capaci di chiedere a Dio il vero bene proprio e del mondo dobbiamo innanzitutto essere disponibili ad imparare da lui in cosa esso consiste e a metterci al servizio della sua realizzazione producendo con abbondanza frutto buono.

 


 

Preghiere 

 

O Signore Gesù che parli alla nostra vita con amore e vicinanza, fa’ che ascoltando il Vangelo diveniamo anche noi partecipi della tua volontà di bene di tutti.

Noi ti preghiamo

  

Guidaci sempre o Dio Padre del cielo perché camminiamo sulla tua strada, affrontando le difficoltà che incontriamo senza scoraggiarci ma come occasione di irrobustire la nostra fiducia in te.

Noi ti preghiamo

 

Illumina le nostre menti e apri i cuori dei tuoi discepoli, perché ogni volta che sentiamo la difficoltà di mettere in pratica il Vangelo ti invochiamo e chiediamo il tuo aiuto per esservi fedeli.

Noi ti preghiamo

  

O Dio nostro aiuto e sostegno, fa’ che non ci accontentiamo di una vita spesa con poco senso. Indicaci la via per la quale anche nella fatica e nella sofferenza possiamo far nascere i frutti buoni del Vangelo.

Noi ti preghiamo

 

Proteggi o Padre del cielo tutti coloro che hanno bisogno del tuo sostegno. Guarisci i malati, libera i prigionieri, proteggi chi è solo, consola i sofferenti a causa della guerra. Libera tutti dal male,

Noi ti preghiamo

  

Proteggi o Dio chi, nel tuo nome, annuncia e testimonia il Vangelo. Fa’ che liberi da impacci possiamo accompagnare verso di te chi ancora non ti conosce.

Noi ti preghiamo.

sabato 4 luglio 2026

XIV domenica del tempo ordinario - Anno A - 5 luglio 2026

 

 


Dal libro del profeta Zaccaria 9, 9-10.

«Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra».

 

Salmo 144 - Benedirò il tuo nome per sempre, Signore.

O Dio, mio re, voglio esaltarti
e benedire il tuo nome in eterno e per sempre.
Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome in eterno e per sempre.

Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

Ti lodino, Signore, tutte le tue opere
e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno
e parlino della tua potenza.

Fedele è il Signore in tutte le sue parole
e buono in tutte le sue opere.
Il Signore sostiene quelli che vacillano
e rialza chiunque è caduto.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8, 9. 11-13

Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi. Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Ti rendo lode o Padre,
perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Matteo 11, 25-30

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

 

Commento

 

Cari fratelli e care sorelle, il profeta Zaccaria ci ha parlato di un tempo di pace: “Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni.” È un orizzonte che anche noi sogniamo, in un tempo così duramente segnato dal demone della guerra, combattuta o minacciata.

È però quello del profeta un testo pieno di contraddizioni; afferma: “Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino”. Come fa un re vittorioso ad esser umile, tanto da entrare trionfalmente su un asino? La cavalcatura del re è il cavallo, l’asino è roba da poveri contadini. E poi afferma: “Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato”.  Come si fa a vincere rinunciando alle armi di battaglia? Come si eliminerà il nemico senza essere armati?

Sono le contraddizioni di una pace annunciata e donata da Dio che è così differente da quella che gli uomini cercano di ottenere con i propri mezzi. Infatti spesso gli uomini non cercano la pace, ma la vittoria, che è cosa diversa, perché una tale pace è concepita come l’umiliazione o l’eliminazione dell’avversario.

L’immagine del profeta prefigura quella di Gesù, re della pace, che entra a Gerusalemme acclamato come vittorioso, ma senza armi o potere, cavalcando un umile asino. Egli non rifiuta il ruolo di re, ma la sua vittoria non passa attraverso la vittoria sul nemico con la forza della violenza. Non c’è per il Signore un nemico da eliminare, ma uomini e donne da conquistare alle ragioni della pace vera, quella di cuori che amano e non odiano nessuno.

Ecco dove sta la pace vera, cioè quella che porta all’instaurarsi del Regno di Dio: il primo segno è l’assenza di nemici, a partire da dentro di me.

L’Apostolo Paolo ai Romani scrive proprio questo: “voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito”. La carne, cioè la forza del re di questo mondo che è potente attraverso le forme di dominio: militare, economico, politico, tecnologico, ecc… rappresenta proprio l’atteggiamento di chi accetta di avere nemici, rivali, qualcuno al quale contrapporsi. Chi vive così desidera individuare in qualcuno ciò che impedisce la sua felicità, che lo limita, anche fosse soltanto perché è diverso da sé. Chiunque può essere facilmente considerato un nemico, basta che non ci sia utile o sottomesso.

Paolo parla di uno Spirito che è esattamente il contrario di tutto ciò: “Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi.” Esso consiste nella capacità di vedere nell’altro, anche fosse ostile o malvagio, qualcuno da conquistare alla forza del bene, qualcuno da trasformare da rivale ad amico. Il nemico vince quando rende anche te suo nemico, perde quando non riesce ad imporre la sua logica e il suo modo di agire.

La nostra ambizione non deve essere quindi quella di “vincere la guerra”, ma di “vincere la pace”.

Gesù ha vissuto così tutta la sua vita, senza considerare nessuno un suo nemico. La sua battaglia, pacifica, è stata sempre quella di conquistare i cuori di chi aveva davanti alle ragioni del voler bene, della vera pace. Questo non è qualcosa al di sopra delle nostre forze, o di irrealistico da realizzare. Egli infatti aggiunge: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita.” C’è una “fatica” nell’odiare, la tensione dell’esercizio del dominio attraverso la  potenza che logora e appesantisce; al contrario il voler bene con mitezza e umiltà ristora la vita rendendola più semplice e felice.

È questa la domanda che oggi giunge anche a noi: sappiamo farci umili e vivere senza nemici, come Gesù, o ambiamo a sentirci “grandi” e quindi bisognosi di difenderci da nemici e rivali? Davanti a questo interrogativo il Vangelo oggi ci propone di vivere il suo Spirito e in questo di realizzare dentro e attorno a noi la vera pace.

 

Preghiere 

 

O Signore che sei mite e umile di cuore, indicaci la via per uscire dalla schiavitù dell’egoismo orgoglioso, per divenire figli dello Spirito liberi di voler bene come te.

Noi ti preghiamo

  

Ti preghiamo, o Dio nostro Padre, perché accettiamo con gioia la proposta che tu ci fai di non vivere per noi stessi e scegliamo di seguire te ogni giorno della nostra vita.

Noi ti preghiamo

 

Aiutaci, o Signore Gesù, a non dubitare del fondamento buono che è la tua Parola e il tuo esempio, ma di edificare su di esso la nostra vita, perché sia di aiuto e sostegno a molti.

Noi ti preghiamo

  

Insegnaci, o Padre buono, ad essere annunciatori del Vangelo, perché senza timore parliamo di te e con coraggio indichiamo a tutti la tua Parola come via sicura per raggiungere la vera pace.

Noi ti preghiamo

 

Ti preghiamo, o Dio del cielo, vieni in soccorso di tutti quelli che chiedono il tuo aiuto. Per i malati, i sofferenti, i prigionieri, gli anziani e gli stranieri, per tutti quelli che sono senza riparo e nel dolore, per le vittime delle guerre; giunga loro presto consolazione e salvezza,

Noi ti preghiamo

  

Ti preghiamo o Signore per il papa Leone che non teme di indicare con decisione la via evangelica dell’accoglienza e l’amore per tutti senza distinzioni. Fa’ che il suo esempio ci insegni ad essere figli dello Spirito e discepoli del Vangelo.

Noi ti preghiamo.

sabato 27 giugno 2026

XIII domenica del tempo ordinario - Anno A - 28 giugno 2026

 



Dal secondo libro del Re 4,8-11,14-16

Un giorno Eliseo passava per Sunem, ove c’era una donna facoltosa, che l’invitò con insistenza a tavola. In seguito, tutte le volte che passava, si fermava a mangiare da lei. Ella disse al marito: «Io so che è un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi. Prepariamogli una piccola camera al piano di sopra, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e una lampada, sì che, venendo da noi, vi si possa ritirare». Recatosi egli un giorno là, si ritirò nella camera e vi si coricò. Eliseo chiese a Giezi suo servo: «Che cosa si può fare per questa donna?». Il servo disse: «Purtroppo essa non ha figli e suo marito è vecchio». Eliseo disse: «Chiamala!». La chiamò; essa si fermò sulla porta. Allora disse: «L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu terrai in braccio un figlio».

 

Salmo 88 - Canterò per sempre la tua misericordia.

Canterò senza fine le grazie del Signore, 
con la mia bocca annunzierò la tua fedeltà nei secoli, 
perché hai detto: «La mia grazia rimane per sempre» ; 
la tua fedeltà è fondata nei cieli. 

Beato il popolo che ti sa acclamare 
e cammina, o Signore, alla luce del tuo volto: 
esulta tutto il giorno nel tuo nome, 
nella tua giustizia trova la sua gloria. 

Perché tu sei il vanto della sua forza 
e con il tuo favore innalzi la nostra potenza. 
Perché del Signore è il nostro scudo, 
il nostro re, del Santo d'Israele. 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 6, 3-4,8-11

Fratelli, quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte. Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.

 

Alleluia, alleluia alleluia.

Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa;

proclamate le grandezze di Dio.

Alleluia, alleluia alleluia.

 

Dal vangelo secondo Matteo 10, 37-42

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

 

Commento

Care sorelle e cari fratelli, le letture della liturgia di oggi ci offrono dei messaggi paradossali, che stridono con il buon senso comune. Nella seconda lettura l’Apostolo Paolo scrive ai romani: “siamo stati battezzati nella sua morte”. È un’immagine che contrasta con una certa nostra idea del battesimo come inizio di una vita nuova in Cristo, apertura alla sua salvezza, liberazione dal peccato originale; che senso ha parlarne come di un momento di morte?

E poi nel Vangelo Gesù dice ai suoi: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me” indicando una scelta a dir poco imbarazzante, una via che ci sembra impossibile a noi gente comune.

La Scrittura spesso sembra seguire un ragionamento paradossale e fuori dal comune, che ci spiazza, ma questo avviene perché il modo di ragionare comune è lontano dal modo di Dio di concepire il mondo e la vita.

Dio dice per bocca del profeta Isaia: “i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie” (Is 55,8) e allora dobbiamo sempre partire da questa differenza di fondo per convertire i nostri pensieri a quelli di Dio e percorrere le sue e non le nostre vie.

Infatti nel primo caso, noi siamo portati a considerare la nostra salvezza come partecipazione alla gloria della sua resurrezione, ma senza passare, come ha fatto lui, attraverso la passione e la morte. Le tre cose, passione, morte e resurrezione, sono una realtà unica e non possiamo gustare la bellezza e la forza della vita senza fine con il Signore se non facciamo nostra anche la realtà della croce che l’ha preceduta. Quest’ultima fa parte del nostro mondo, ne vediamo le tracce nello spadroneggiare del male che opprime e umilia tanta parte dell’umanità, e solo se ce ne faremo in qualche modo carico, come lui ha fatto, potremo con lui essere trascinati nella gioiosa gloria della sua resurrezione ad una vita più forte della morte.

Nel secondo caso il senso dell’affermazione di Gesù non è quello di voler sminuire il valore degli affetti umani che noi possiamo provare, quale quello che i propri familiari. Gesù però ci mette in guardia dal credere che possiamo amarli senza fare esperienza profonda dell’unico vero amore, quello di Dio e per Dio. Egli infatti è la fonte di ogni voler bene umano, ne è un riflesso che riverberiamo sui nostri simili. Solo infatti chi si rende conto e sente un amore così appassionato e gratuito come quello di Dio, immeritato e sovrabbondante come solo lui sa donare, potrà capire cosa vuol dire voler bene ad un uomo o una donna e tentare di riviverlo con essi.

Questi due esempi ci mostrano come il confronto con la Parola di Dio ci chiede innanzitutto di spogliarci dei nostri preconcetti e idee naturali, per andare alla radice del pensiero di Dio che essa vuole farci conoscere. Un ascolto superficiale o che dà per scontato di averla già capita una volta per tutte ci rende sordi al suo messaggio profondo.

Nella prima lettura abbiamo un esempio di come l’incontro con la Parola di Dio, che possiamo identificare nella persona di Eliseo uomo di Dio, significa la salvezza per quei due anziani che lo accolgono.

Tutto comincia con un occasionale “passare” di Eliseo a casa dei due: si ferma a mangiare, si ristora, trova accoglienza. Ma poi con il tempo questa accoglienza si fa sempre più profonda e articolata: i due ricavano una stanza nella loro casa, la arredano, la mettono a disposizione di Elia perché il suo passaggio e ristoro non sia fugace, ma duraturo e ripetuto. Così è di chi ascolta la Parola di Dio. Un primo fugace ascolto ci può meravigliare e dare gioia, ma poi c’è bisogno che apriamo la stanza interna del nostro intimo, che la mettiamo a disposizione perché la Parola rimanga e non passi subito via, che la arrediamo con l’attenzione e la cura necessarie. Il risultato è che la vita dei due anziani ospiti di Elia ottengono la benedizione di un figlio, la loro sterilità è vinta e le loro vite chiuse in se stesse si aprono al futuro di generazioni future.

Care sorelle e cari fratelli che anche per noi avvenga così, perché l’ascolto della Parola di Dio apra la porta del nostro cuore e la faccia diventare familiare e “padrona di casa”, perché indirizzi i nostri passi sulle vie di Dio e illumini la nostra mente ai suoi pensieri.

 

Preghiere

 

O Signore ti preghiamo, aiutaci a vincere paure e chiusure, perché sappiamo accogliere e ospitare con amore quanti ci testimoniano il tuo amore,

Noi ti preghiamo

  

Sostienici o Padre buono perché sappiamo ascoltare nel profondo la tua Parola e testimoniare la sua azione trasformatrice sulla nostra vita. Fa’ che chi incontriamo resti attratto dal dono del Vangelo che abbiamo ricevuto,

Noi ti preghiamo

 

Proteggi e salva o Dio quanti sono nella sofferenza e nel dolore. Guarisci gli ammalati e consola i sofferenti,

Noi ti preghiamo

  

Ascolta o Padre buono il grido di quanti sono vittima della guerra e della violenza. Fa’ che la pace regni presto in ogni terra,

Noi ti preghiamo

 

Aiuta o Signore le comunità cristiane ad essere testimoni di quell’amore universale che lega i figli dell’unico Padre del cielo. Rendici accoglienti e solleciti verso tutti,

Noi ti preghiamo

  

Perdona o Padre il nostro peccato che ci spinge a temere di seguire il Vangelo e di viverlo pienamente. Donaci il coraggio dell’amore e la forza della misericordia

Noi ti preghiamo.

sabato 20 giugno 2026

XII domenica del tempo ordinario - Anno A - 21 giugno 2026

 



Dal libro del profeta Geremia 20, 10-13
Sentivo la calunnia di molti:
«Terrore all’intorno!
Denunciatelo! Sì, lo denunceremo».
Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta:
«Forse si lascerà trarre in inganno,
così noi prevarremo su di lui,
ci prenderemo la nostra vendetta».
Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso,
per questo i miei persecutori vacilleranno
e non potranno prevalere;
arrossiranno perché non avranno successo,
sarà una vergogna eterna e incancellabile.
Signore degli eserciti, che provi il giusto,
che vedi il cuore e la mente,
possa io vedere la tua vendetta su di loro,
poiché a te ho affidato la mia causa!
Cantate inni al Signore,
lodate il Signore,
perché ha liberato la vita del povero
dalle mani dei malfattori. 

Salmo 68 -Nella tua grande bontà rispondimi, o Dio.

Per te io sopporto l’insulto
e la vergogna mi copre la faccia;
sono diventato un estraneo ai miei fratelli,

uno straniero per i figli di mia madre.

 

Perché mi divora lo zelo per la tua casa,
gli insulti di chi ti insulta ricadono su di me.
Ma io rivolgo a te la mia preghiera,
Signore, nel tempo della benevolenza.

 

O Dio, nella tua grande bontà, rispondimi,
nella fedeltà della tua salvezza.
Rispondimi, Signore, perché buono è il tuo amore;
volgiti a me nella tua grande tenerezza.

Vedano i poveri e si rallegrino;
voi che cercate Dio, fatevi coraggio,
perché il Signore ascolta i miseri
non disprezza i suoi che sono prigionieri.

A lui cantino lode i cieli e la terra, 
i mari e quanto brùlica in essi.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5, 12-15

Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato. Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti. 

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Lo Spirito della verità darà testimonianza di me,
e anche voi date testimonianza.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Matteo 10, 26-33

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

 

Commento

 

Cari fratelli e care sorelle, nel racconto dell’evangelista Matteo abbiamo ascoltato Gesù ripetere tre volte ai suoi discepoli: “Non abbiate paura degli uomini … E non abbiate paura di quelli … non abbiate dunque paura.”

Il Signore Gesù sa bene infatti che gli uomini e le donne agiscono sulla spinta delle proprie paure. Anche l’educazione in fondo si basa proprio sull’insegnamento di cosa bisogna temere che ci avvenga e su come evitare il pericolo che ci accada ciò che giudichiamo più da fuggire.

A questo proposito l’Apostolo nel brano della sua lettera ai Romani che abbiamo ascoltato parla ad esempio della morte come il peggiore dei mali che incombe sulla nostra vita.

L’invito di Gesù dunque coglie un punto rilevante della nostra vita. Ma quello che il Signore ci propone, ed anche Paolo, in risposta al dominio della paura sulla nostra vita non è uno spirito impavido di coraggio, quanto piuttosto di imparare a discernere ciò di cui vale veramente la pena aver timore. Infatti egli dice ai suoi: “non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo.” Gesù cioè non propone di rimuovere da noi il timore della morte, ma piuttosto di considerare morte quello che generalmente non viene considerato tale, e cioè la perdita dell’umanità. Questa è quell’ ”anima e corpo” di cui parla Gesù: anima, cioè lo spirito con il quale si vive, gli scopi che ci si prefiggono, quello che conta di più per noi; ma anche corpo, perché lo spirito con il quale si vive determina la concretezza del nostro agire, la nostra vita materiale. Anima e corpo, ci dice il Signore, vanno insieme, vivono e muoiono congiuntamente, si alimentano della Parola di Dio e crescono con lei, altrimenti deperiscono e portano alla morte della propria umanità, anche se apparentemente continuiamo a vivere.

Di questa preoccupazione si è fatto carico papa Leone nella sua enciclica “Magnifica Humanitas” nella quale, appunto, vuole rimettere al centro la necessità di preservare e far crescere quell’umanità che è la cosa più preziosa che possediamo, quella somiglianza con sé che Dio ha voluto imprimere nell’uomo fin dalla sua creazione.

Il papa si pone davanti al mondo in questo momento storico e nel leggere la situazione globale evidenzia uno dei rischi maggiori proprio nei processi che mettono in pericolo la salvezza e lo sviluppo dell’umanità, nel senso delle facoltà umane che caratterizzano il suo orientamento verso il bene personale e comune. Egli scrive: “lo sviluppo umano integrale è l’orizzonte entro cui leggere le trasformazioni del nostro tempo, incluse quelle della rivoluzione digitale. Le innovazioni tecnologiche – compresa l’intelligenza artificiale – non sono neutrali: possono accrescere partecipazione e giustizia, oppure ampliare disuguaglianze, controllo ed esclusione. Per questo vanno valutate con una domanda decisiva: contribuiscono davvero a far crescere persone e popoli in umanità e fraternità, nel rispetto della Casa comune e delle generazioni future?” (num. 85) Il papa cioè, per usare le parole del brano del Vangelo di oggi, individua una tendenza del mondo di oggi a mettere in secondo piano la vita dell’ ”anima e del corpo” di tutti per privilegiare l’accrescimento del potere tecnologico, economico, politico e militare concentrato nella mani di pochi.

L’enciclica analizza molto bene questi processi, e vale veramente la pena leggerla per orientarsi nella realtà contemporanea, e vorrei sottolinearne un elemento che mi sembra, fra i molti, significativo.

Il papa Leone scrive: “Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite.” (num. 118)

In questo concetto di “limite” il papa riassume tutto quanto ci fa più paura: morte, malattia, debolezza, fragilità, perdita delle sicurezze. La mentalità moderna, anche attraverso la tecnologia, ci propone di cercare di eliminare questi limiti, come qualcosa di dannoso e da evitare. Questo nelle nostre società occidentali si sta traducendo in una logica di potenza che vuole imporre, con ogni mezzo, anche quello bellico, la propria supremazia sul resto dell’umanità. Si indica negli altri, nel diverso da me, una minaccia e un pericolo, specie se portatore di problemi, povertà, bisogni. Pensiamo alle recenti prese di posizione europee per una legislazione più restrittiva in materia di immigrazione, o alla disinvoltura con la quale si accetta come opzione possibile l’uso dello strumento bellico per la soluzione delle questioni internazionali.

Leone, in piena sintonia con le parole del Vangelo di oggi, ci mette in guardia dal fare nostra questa mentalità, perché, direbbe Gesù, provocano la morte dell’anima e del corpo, cioè della nostra umanità. Una volta disumanizzato l’uomo continua a vivere, sì, ma distrugge la vita divina che Dio ha voluto mettergli dentro e prepara un futuro di morte per sé, la società e le generazioni future.

Accettare, anzi abbracciare il “limite” cioè la debolezza e la povertà dell’uomo, farne motivo per irrobustire i vincoli di fraternità universale, solidarietà e giustizia ci apre all’amicizia con tutti e con Dio e ci guida ad un futuro veramente umano di pace.

Impariamo con Gesù allora a temere veramente tutto ciò che vuole sfigurare la nostra umanità, impoverirla e paralizzarla nella paura dell’altro. Fuggiamo la logica della potenza che ha bisogno di nemici e rivali sui quali imporsi, evitiamo la morte che si impadronisce di chi si fa servo dei processi disumanizzanti che rifiutano chi è debole e povero, indicando in lui i motivi della nostra crisi. Coltiviamo un’umanità autentica, giusta e solidale, fraterna e aperta all’incontro, capace di riconoscere nell’altro più fragile il volto amico di Gesù che ci si fa prossimo.

 

 

Preghiere 

 

O Signore donaci lo sguardo del Vangelo che illumina il volto di ogni uomo e ce lo fa riconoscere fratello e sorella. Insegnaci ad amare ciascuno come tu ci ami.

Noi ti preghiamo

 

 

O Dio Padre buono, vinci in noi la paura che ci imprigiona nella gabbia dell’egoismo. Donaci la libertà del Vangelo che ci rende tutti fratelli e sorelle, figli di un unico padre.

Noi ti preghiamo

  

O Signore Gesù dona la pace al mondo intero, specialmente in quelle terre dove infuria la violenza e la guerra. Suscita energie di riconciliazione nei cuori oggi sopraffatti dall’odio e dall’inimicizia.

Noi ti preghiamo

  

 

Sostieni e consola o Padre buono quanti sono nel dolore. Aiuta chi è povero e suscita sentimenti di solidarietà e amicizia in quanti passano accanto a loro.

Noi ti preghiamo


 

Guida e proteggi o Dio il nostro papa Leone, perché le sue parole e il suo esempio siano di incoraggiamento per tutti quelli che cercano una vita più umana.

Noi ti preghiamo

 

 

Aiutaci o Dio nostro a temere di perdere il dono più prezioso che ci hai fatto, quell’umanità fraterna e solidale che rafforza la vita del mondo. Fa’ che fuggiamo la tentazione di scegliere per ciò che la umilia con la logica di potere e di sopraffazione.

Noi ti preghiamo

 

Guarda con amore o Signore a questa tua famiglia riunita come ogni domenica nella Santa Liturgia. Ti preghiamo per chi è malato e troppo debole per partecipare all’assemblea dei tuoi figli. Guariscili e sostienili nella prova.

Noi ti preghiamo

 

 

Ti ringraziamo o Dio Padre buono per il dono della convocazione domenicale alla Santa Messa. Fa’ che ne facciamo il centro e il fulcro della nostra settimana, fonte di vita nuova per ogni giorno della nostra vita.

Noi ti preghiamo.

 

giovedì 11 giugno 2026

XI domenica del tempo ordinario - Anno A - 14 giugno 2026

 


Dal libro dell’Esodo 19, 2-6

In quei giorni, gli Israeliti arrivarono al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte. Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: «Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa».

 

Salmo 99 - Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.

Acclamate al Signore, voi tutti della terra,
servite il Signore nella gioia,
presentatevi a lui con esultanza.

Riconoscete che il Signore è Dio;
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo.

Lodate il Signore, poiché è buono
eterna la sua misericordia,
la sua fedeltà per ogni generazione.

Dalla lettera ai Romani 5, 6-11

Fratelli, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione.

 

Alleluia, alleluia, alleluia
Il regno dei cieli è vicino:
convertitevi e credete al vangelo.
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Matteo 9, 36 - 10, 8

In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!». Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, che poi lo tradì. Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.

 

Commento

 

La scrittura che oggi abbiamo ascoltato ci rivolge un invito molto chiaro: gli uomini e le donne, noi tutti, siamo chiamati da Dio a vivere una missione. Infatti sia il libro dell’Esodo che il Vangelo ci mostrano Dio che chiama tutti a divenire qualcosa che non è solo il naturale sviluppo di ciò che già siamo.

Ognuno di noi nella sua esistenza prende un indirizzo personale, coltiva alcuni interessi e sviluppa in modo particolare alcune doti che sente di avere. Oggi la Scrittura ci dice però che oltre a coltivare questo “patrimonio naturale” Dio vuole che diamo allo scorrere della nostra esistenza un nuovo orientamento, sia a livello personale che comune: è ciò che viene detta una “vocazione”. Questo non vuol dire che il nostro “patrimonio naturale” deve andare perduto o negato, ma piuttosto che il traguardo finale della nostra vita non è più solo quello di giungere alla soddisfazione dei propri bisogni e desideri individuali, ma tiene conto di un orizzonte più largo, punta ad un bene che coinvolge molti altri. È un allargamento di orizzonte che significa anche un andare più in profondità nell’ascolto della Parola di Dio e nell’impegnarci nel quotidiano per renderla concretamente vissuta. E infatti la chiamata che Gesù rivolge ai dodici, la missione che propone loro, è da lui raffigurata come un lavoro di pastorizia e mietitura, e nasce non come risposta al bisogno dei discepoli stessi di ricoprire un “ruolo” o di sviluppare le loro doti innate, quanto piuttosto dalla visione che Gesù ha di una massa di gente disorientata, vulnerabile, in cerca di un bene che non sa dove e come trovare: “Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore.”

Quanto è vero questo anche oggi!

Faccio solo due esempi: spesso il mondo giovanile entra nella cronaca dei giornali per azioni violente o illogicamente distruttive, per non parlare del fenomeno della droga, il cosiddetto “sballo”, l’esagerazione nell’uso di alcolici. È facile liquidare tutto ciò con un generico disprezzo e condanna per un mondo che conosciamo poco, ma quanto assomiglia ad un gregge che non trova un pastore e un orientamento verso pascoli costruttivi di un futuro migliore!

Oppure pensiamo al popolo dei migranti che attraversa lunghe distanze con pericolosi viaggi per fuggire da destini impossibile. La cronaca parla spesso di terribili naufragi in cui perdono la vita innumerevoli persone nel Mediterraneo. È facile giudicarli irresponsabili o addirittura pericolosi, insensati, ma non sono forse anche loro come un gregge sperduto che non sa dove trovare un pascolo buono per una vita dignitosa e un futuro di pace?

Dall’osservazione del gregge disorientato e senza pastore nasce l’invito di Gesù a farsi operai in un lavoro collettivo, di cui Dio stesso è l’ideatore, al quale ciascuno può dare il suo contributo.

Nel libro dell’Esodo Dio affidò a Mosè alcune parole per il popolo di Israele che era in viaggio nel deserto. Il loro cammino era impegnativo, attraverso terre inospitali e ricche di ostacoli e insidie, un po’ come la vita di ognuno di noi. Per questo ciascuno doveva mettere a frutto le proprie doti personali per andare vanti nel suo cammino personale e in quello comune di tutto il popolo. Ma per Dio non basta questo impegno ad attraversare indenni il deserto e giungere al traguardo di una vita migliore per sé. Egli dice loro: “Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”. Aggiunge cioè una chiamata a un ruolo speciale che non era per loro “naturale”. Anche noi siamo coinvolti in quella chiamata che è come la radice antica da cui germoglia la vita cristiana di ogni generazione di credenti e discepoli.

La chiamata ad essere sacerdoti vuol dire l’invito ad avere un rapporto diretto e personale con Dio che possa coinvolgere anche altri in esso. Il sacerdote, in tutte le religioni, anche se con accenti diversi, è colui che fa da intermediario fra gli uomini e Dio. Dio chiede invece di essere tutti sacerdoti, cioè di avere tutti un rapporto diretto con Dio, senza altri intermediari. È quello che ricordiamo anche noi ogni domenica, quando diciamo: “Ti ringraziamo per averci ammessi a compiere il servizio sacerdotale”.

Essere chiamati a vivere come sacerdoti significa dunque aiutare tutti quelli che incontriamo ad avere un rapporto personale e diretto con Dio. Tutta la nostra vita, anche i gesti banali e le occasioni più ordinarie, possono essere il luogo adatto per esercitare il culto dell’amore di Dio, rendendolo così vicino a chi ci incontra e ci osserva.

È la stessa cosa che Gesù specifica in modo molto concreto quando manda i suoi dodici dicendo: “predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Alcune di queste cose ci possono sembrare eccessive: come possiamo guarire, resuscitare, cacciare i demoni, sanare i lebbrosi? Ma Gesù ci aiuta ad accogliere questa vocazione, per quanto alta e impegnativa possa sembrarci, dicendoci che non si tratta altro che di restituire agli altri quello che noi per primi abbiamo già ricevuto: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Cioè siamo stati noi i primi a essere stati guariti, resuscitati, sanati e liberati dai demoni, abbiamo ricevuto doni preziosi senza merito e senza esserceli guadagnati, e oggi siamo chiamati a restituirne almeno un po’ agli altri. Questo semplice ragionamento renderà possibili anche le cose che ci sembrano impossibili, basta renderci conto di quanto noi stessi abbiamo ricevuto.

Abbiamo detto vocazione di popolo, chiamata ad essere comunità di sacerdoti. Ma il Vangelo di Matteo aggiunge un particolare a questa vocazione, e cioè che nel popolo siamo tutti chiamati personalmente. Matteo infatti ci tiene a dire il nome di ciascun apostolo che Gesù ha chiamato, per dire che ognuno è chiamato per nome, per quello che è, per la sua storia.

Care sorelle e fratelli, ancora una volta siamo chiamati a renderci conto oggi del privilegio di essere qui, di poter ascoltare Dio che ci parla, di celebrare come un popolo di sacerdoti la sua divina liturgia. Non disprezziamo questo privilegio, non sciupiamolo. Proviamo invece a vivere la vocazione ad essere un popolo di sacerdoti del culto dell’amore di Dio, gente capace di donare salute e vita dove regna la morte, di realizzare quella santità di vita volendo bene sempre a tutti, come Gesù per primo ci ha testimoniato.

 

Preghiere 

 

O Signore Gesù ti ringraziamo perché a ciascuno di noi rivolgi l’invito a orientare in modo nuovo la nostra vita. Fa’ che accogliendo i tuoi insegnamenti sappiamo farci realizzatori del Regno di pace e di giustizia che tu hai inaugurato sulla terra.

Noi ti preghiamo

  

Fa’ o Padre del cielo che sappiamo impegnare i nostri sforzi e la nostra volontà sulla via del bene che tu indichi. Perché presto nel mondo si realizzi la pace,

Noi ti preghiamo

 

O Signore Gesù accogli sempre l’invocazione dei più deboli e dei poveri che cercano il tuo sostegno e conforto. Manda noi a farci loro vicini come fratelli e sorelle,

Noi ti preghiamo

  

Accogli o Dio nel tuo Regno di pace le vittime delle guerre e delle ingiustizie. Proteggi quanti ancora sono nel pericolo e fa’ che non manchino mai mani tese in soccorso di quanti sono sottoposti alle prove,

Noi ti preghiamo

  

Ti preghiamo o Signore per il nostro papa Leone, perché il suo impegno a diffondere ovunque riconciliazione e pace trovi cuori aperti e menti pronte a far proprio l’invito ad essere tutti membri dell’unica famiglia dei figli di Dio,

Noi ti preghiamo

  

O Signore Gesù rafforza sempre la scelta dei tuoi discepoli ad essere un popolo unito nel tuo amore, dove c’è posto per ognuno e la tua volontà è cercata e amata al di sopra di ogni altra cosa,

Noi ti preghiamo

sabato 6 giugno 2026

Festa del Ss.mo Corpo e Sangue di Cristo - Anno A - 7 giugno 2026

 


Dal libro del Deuteronomio 8, 2-3. 14b-16

Mosè parlò al popolo dicendo: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».

 

Salmo 147 - Loda il Signore, Gerusalemme.

Celebra il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.

Egli mette pace nei tuoi confini
e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio:
la sua parola corre veloce.

Annuncia a Giacobbe la sua parola,
i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione,
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 10, 16-17

Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?  Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo, dice il Signore,
chi ne mangia vivrà in eterno.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Giovanni 6, 51-58

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.  Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

 

Commento

 

Cari fratelli e care sorelle, nel brano del Deuteronomio abbiamo ascoltato Mosé che parla al popolo d’Israele quando sta per giungere alla meta del suo esodo nel deserto. È stato un lungo viaggio durato 40 anni, che li ha portati dall’Egitto, dal quale Dio li ha liberati dalla schiavitù, fino alle soglie della terra promessa, quella Palestina nel quale godere di benessere e prosperità. Mosè, a un passo dalla libertà, ricorda agli israeliti il cammino compiuto nel deserto. Non è stato un viaggio facile, né banale. Il popolo ha vissuto momenti difficili, di angoscia e sofferenza, ma anche di peccato e tradimento, come quando aveva abbandonato il Dio dei padri e si era fatto un idolo, il vitello d’oro. Ma soprattutto Mosè ricorda al popolo una realtà che forse, così come accade anche a noi spesso, è facile dimenticarsi: Dio non ha mai abbandonato il popolo, lo ha accompagnato e gli ha sempre offerto la sua guida e il suo aiuto.

Mosé ricorda alcuni momenti salienti di questa storia, e potremmo dire che oggi ricorda anche a ciascuno di noi come il cammino della nostra vita è stato sì fatto di momenti difficili e dolorosi, ma ha anche conosciuto una compagnia fedele che non ci ha lasciato mai senza il sostegno dell’aiuto paterno di Dio.

Noi veniamo da un cammino compiuto a partire dal mercoledì santo, inizio del tempo di Quaresima, fino alla passione morte e resurrezione del Signore Gesù, poi abbiamo vissuto la Pentecoste con il potente dono dello Spirito Santo e in qualche modo siamo giunti alle soglie di un tempo nel quale siamo mandati, come gli apostoli dopo Pentecoste, a vivere nel mondo la forza del Vangelo ricevuto, quella buona notizia che Dio è sempre con noi e non ci lascia mai soli e senza un orientamento per il nostro vivere quotidiano.

Per questo oggi celebriamo la solennità del Corpus Domini, cioè di quel modo straordinario e misterioso attraverso il quale il Signore Gesù vuole restare assieme a noi sulla terra per sempre.

Gesù nella sua vita terrena non ha stupito i suoi contemporanei per un’apparenza esteriore o straordinaria, si è fatto conoscere come un uomo qualunque, e allo stesso modo rimane oggi in mezzo a noi nell’ordinarietà di un cibo umile e comune: pane e vino. Non ha niente di straordinario, a vederlo, ma lo straordinario è in quel desiderio, nonostante tutto, di restare con noi.

Come dicevo Dio non ha scelto la via della straordinarietà esteriore per farsi conoscere dagli uomini, perché sapeva che l’unico modo per farsi accettare come padre ed amico era quello di conquistare i cuori e non di vincerli con la paura o lo stupore. È la via più difficile, lo sappiamo bene anche noi, perché lo abbiamo sperimentato nella nostra vita. Quante volte quando si incontra qualcuno l’entusiasmo o l’ammirazione o lo stupore iniziale si consuma e lascia il posto al vuoto di sentimenti. Cosa resta dell’infatuazione o dei propositi iniziali? L’unica via che lega in modo tenace e, direi, indissolubile le persone, sia nei rapporti familiari che in quelli di amicizia, è quella del cuore, quella vicinanza fatta di fedeltà, comprensione, perdono, amicizia. Dio ha scelto questa via per legarci a lui, e dobbiamo essergli grati, perché ci permette di non perdere mai la strada, di non dimenticarci di lui e di non vivere da orfani.

La compagnia di Dio, lo sappiamo, si fa presente nella nostra vita in tanti modi diversi: con la sua Parola, con il calore della presenza dei fratelli e delle sorelle, con il dono del suo Spirito che ci rinnova interiormente quando siamo più stanchi e abbattuti, e ci dà il coraggio e il desiderio di voler bene agli altri. Ma Gesù, che ha sperimentato di persona la dimensione umana, sapeva bene che abbiamo bisogno di segni tangibili e concreti, materiali, e per questo ha scelto di restarci accanto con un segno unico: il pane e vino trasformati nel suo corpo e sangue.

È un segno che evidenzia la via scelta da Dio per manifestarsi agli uomini. Cioè ha scelto, lui per primo, di sua iniziativa, di annullarsi, svuotarsi, farsi piccolo, umile, di lasciare tutto lo spazio all’uomo.

L’eucarestia che siamo chiamati a mangiare ci ricorda che Dio si preoccupa anche della nostra dimensione fisica e ci nutre con un cibo fisico. Ma ci ricorda anche che non di solo pane viviamo, come abbiamo ascoltato nell’epistola, e ci ricorda che quel cibo fisico ha un grande valore spirituale, perché ci lega a lui, al suo Vangelo, alla salvezza che ci offre. Ma poi ci ricorda anche l’umiltà e la semplicità di un amore tenace e fedele, che non ha esitato a dare tutto il suo corpo e sangue, come ha fatto in vita e sulla croce, per noi. Ci ricorda la necessità di condividere il cibo perché nessuno sia privo del necessario per vivere e del miracolo del pane che non trattenuto per sé, ma donato largamente, si è moltiplicato e ha sfamato folle di gente.

Non diamo per scontato il gesto di ricevere l’Eucarestia, viviamolo con consapevolezza e disponibilità a farci riempire, fisicamente e spiritualmente, con una energia di amore che ci fa superare non solo i momenti difficili che attraversiamo, ma anche la tentazione della chiusura e dell’egoismo che sempre ci fa cercare un cibo diverso per me e basta.

  

Preghiere 

 

O Signore Gesù che hai scelto di restare sempre con noi con il tuo Corpo e Sangue, fa’ che ti accogliamo sempre con gratitudine, facendone nutrimento e bevanda di salvezza,

Noi ti preghiamo

  

Ti ringraziamo o Gesù per il dono inestimabile dell’Eucarestia che ogni domenica ci nutre e ci sostiene. Aiutaci ad accoglierla come una forza di amore che ci permette di costruire il bene per molti,

Noi ti preghiamo

 

O Dio Padre del cielo, aiutaci a tenere gli occhi e il cuore aperto per riconoscere il deserto di vita e di amore che c’è in questo mondo. Fa’ che diveniamo tuoi alleati nel combattere il male,

Noi ti preghiamo

  

È facile o Signore, accontentarsi di poco e rinunciare a lottare perché il deserto divenga un giardino irrigato dal Vangelo. Aiutaci a divenire tuoi discepoli audaci con la forza mite dell’amore,

Noi ti preghiamo

 

Sostieni con il tuo Corpo e Sangue o Signore Gesù tutti i cristiani perseguitati e in difficoltà. Fa’ che al più presto cessino guerre e violenze e regni un tempo di pace e sicurezza per tutti,

Noi ti preghiamo

  

Accogli nell’amore o Dio tutti i poveri che invocano aiuto. Ti ricordiamo coloro che cercano riparo e futuro nei paesi ricchi fuggendo guerra e miseria. Dona loro protezione e salvezza,

Noi ti preghiamo.

  

Guida con la forza del tuo Spirito il papa Leone e la Chiesa dei discepoli diffusa in tutto il mondo. Illumina i cuori e rafforza la loro testimonianza, perché sempre più persone entrino nella famiglia dei figli di Dio,

Noi ti preghiamo

  

Proteggici o Padre buono dalla tentazione e dal peccato. Fa’ che sappiamo resistere al male e, sostenuti dal nutrimento prezioso del tuo Corpo e Sangue, operiamo sempre il bene che tu ci proponi,

Noi ti preghiamo