venerdì 3 aprile 2026

IV domencia di Quaresima - anno A - 15 marzo 2026

 

 


Dal primo libro di Samuele 16, 1b.4a. 6-7. 10-13

In quei giorni, il Signore disse a Samuele: «Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato. Quando fu entrato, egli vide Eliàb e disse: «Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!». Il Signore replicò a Samuele: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore». Iesse fece passare davanti a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripeté a Iesse: «Il Signore non ha scelto nessuno di questi». Samuele chiese a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Rispose Iesse: «Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge». Samuele disse a Iesse: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui». Lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto. Disse il Signore: «Alzati e ungilo: è lui!». Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.

 

Salmo 22 - Il Signore mi guida su pascoli erbosi
Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.

Mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini 5, 8-14

Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente. Di quanto viene fatto in segreto da [coloro che disobbediscono a Dio] è vergognoso perfino parlare, mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce. Per questo è detto: «Svégliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà».

 

Gloria a te, o Signore, re di eterna gloria

Io sono la luce del mondo, dice il Signore,
chi segue me, non sarà nelle tenebre
Gloria a te, o Signore, re di eterna gloria

 

Dal vangelo secondo Giovanni 9, 1-41

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Siloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Siloe e lavati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane». 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, il vangelo di Giovanni ci trasporta oggi per le strade di Gerusalemme. Sono affollate e caotiche, piene di gente che va ognuna per i fatti propri. È il modo di vivere nelle città di ogni tempo, in cui i cammini degli uomini si sfiorano, ma difficilmente si incontrano.

Proprio in questa situazione l’episodio evangelico ci pone all’attenzione la questione su che cosa noi vediamo di quello che ci accade attorno.

Un cieco lungo la strada chiede l’elemosina. Tutti possono vederlo, ed infatti nel corso del racconto emerge come tanti sanno chi è: lo conoscono, sanno cosa faceva tutto il giorno, cioè chiedeva l’elemosina, sanno che è nato senza poter vedere, probabilmente lo hanno visto crescere elemosinando al bordo della strada, addirittura alcuni conoscono i suoi genitori e li coinvolgono. Anche Gesù e i discepoli passando lo vedono, e questi si pongono un interrogativo di tipo teorico: “chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” Cioè al loro sguardo egli si presenta solo come un “caso” che suscita la loro discussione, non lo vedono come una persona e la sua dura condizione di menomazione e mendicità non li interroga personalmente.

La stessa cosa avviene a tutti quelli che intervengono subito dopo: I farisei scandalizzati da Gesù che guarisce di sabato contravvenendo alla legge, la gente intorno che non lo riconosce più, i genitori contrariati da tanta notorietà e dai rischi che ne conseguono. Tutti discutono, ognuno assume una posizione, ma il cieco rimane sullo sfondo, senza importanza, è solo un oggetto di cui parlare, un motivo per polemizzare, tanto che, paradossalmente a nessuno sembra interessare più di tanto l’unica cosa che conta: quell’uomo nato cieco ora ci vede!

Eppure il profeta Isaia, che sicuramente quei farisei conoscono bene, aveva affermato: “Ecco il vostro Dio, ... Egli viene a salvarvi. Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto” (Is 35,4-6) cioè quello che è avvenuto pubblicamente davanti a tutti è un segno messianico, uno squarcio di Regno di Dio che si è aperto, la benevolenza di Dio che si è manifestata, la natura che è stata ribaltata dalla forza di un amore più forte del male. Eppure non c’è nessuno dei presenti che gioisca del fatto che il cieco ha riacquistato la vista, nemmeno i suoi genitori si mostrano grati a Gesù per il miracolo compiuto!

Avviene quello che abbiamo appena ascoltato Dio dire a Samuele che va ad ungere il re d’Israele: “l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore.

Solo Gesù vedendo il mendicante cieco si lascia toccare dalla sua condizione, ne ha compassione e agisce di conseguenza. Il vangelo racconta che Gesù compie un gesto semplice: copre con del fango gli occhi che non vedono e gli dice di lavarsi alla fontana pubblica, per dire che non conta tanto la complessità e straordinarietà dell’intervento, Gesù fa un gesto che chiunque poteva fare, ma il suo sguardo che vede il cuore. Lo stesso abbiamo ascoltato domenica scorsa, Gesù fermandosi a parlare con la samaritana presso il pozzo di Giacobbe non compie miracoli portentosi per dissetarla, ma “vede il suo cuore” comprende che non trova risposta alla sua sete di vita buona, la capisce senza giudicarla. Tutti invece facciamo spontaneamente il contrario: giudichiamo senza cercare di vedere e capire il cuore di chi abbiamo difronte. Infatti anche i discepoli cercano “di chi è la colpa”, cioè vogliono giudicare.

Colpisce nel brano come nessuno dei presenti gioisca dell’avvenuta guarigione. Anche questo sfugge al loro sguardo, di nuovo il miracolo è solo motivo di discussione e non si immedesimano nella condizione di chi ha avuto la vita trasformata dall’amore del Signore. Di nuovo non “vedono il cuore” di chi hanno difronte.

Cari fratelli e care sorelle, chiediamoci noi cosa vediamo. Vediamo “casi” e “situazioni” di cui disquisire o persone il cui cuore chiede di essere voluto bene, di essere dissetato, di essere lavato dallo sporco del fango, di vedere ed essere visto? “Vedere il cuore” è il primo passo per poter iniziare a voler bene, e anche con poco, come Gesù che usò del fango, possiamo fare molto per lenirne le situazioni pesanti che gravano sui poveri. Gesù lo dice esplicitamente: “Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato.” Sì, dobbiamo manifestare le opere di Dio. Gesù dicendo “Bisogna” ci pone di fronte una responsabilità impellente, non una semplice opzione facoltativa, e l’opera di Dio è non darsi riposo finché non prevalga il bene, senza lasciare spazio al male di agire indisturbato.

È quello che Gesù fa: non sta lì a discutere, a valutare i pro e i contro, a saggiare cosa pensano gli altri, ma davanti alla sofferenza di un uomo lo ama fino in fondo, e questo impone una svolta decisiva al corso normale degli eventi: il cieco riacquista la vista

Queste domeniche di Quaresima ci accompagnano verso Gerusalemme dove Gesù va a morire. Con quali occhi vedremo quel nazareno imprigionato, trascinato nelle strade, deriso e oltraggiato? Ci metteremo a discutere su chi ha torto e ragione, a giudicare le colpe, l’opportunità di certe scelte di Gesù?

Con quali occhi lo vedremo caricato di una croce e infine appeso ad essa in mezzo al trambusto delle strade piene di calca per la festa imminente? Riusciremo a “Vedere il cuore” di Gesù amarci fino alla fine?

Questa Quaresima è il tempo per guarire dalla nostra cecità all’umano. Altrimenti con quali occhi vedremo Gesù morire e ci accorgeremo che la tomba è vuota, che Gesù è risorto e il male assoluto, la morte, è vinta dalla forza del suo amore?

Questa domenica viene come un avvertimento importante: facciamoci aprire gli occhi da Dio per poter vedere l’umanità di chi abbiamo di fronte.

 

Preghiere 

 

O Signore noi ti preghiamo, guarisci la nostra cecità al bisogno del povero e lava i nostri occhi dal velo dell’egoismo. Aiutaci ad essere come te misericordiosi e pronti ad aiutare chi è nel dolore.

Noi ti preghiamo

  

Fa’ o Padre del cielo che sappiamo gioire della liberazione del prigioniero e della guarigione del malato, perché ogni buona notizia è segno dell’avvicinarsi del tuo regno di pace e di giustizia.

Noi ti preghiamo

 

O Gesù che ti avvii verso Gerusalemme per essere condannato a morte, salva quanti sono colpiti dalla violenza del male, accogli nel tuo regno di amore quanti sono morti.

Noi ti preghiamo

  

Donaci o Padre la grazia di seguire il nostro Signore fin sotto la croce per accoglierne l’eredità di amore. Fa’ che non fuggiamo spaventati ma restiamo fedeli a lui.

Noi ti preghiamo

 

Guarda con amore o Dio del cielo tutti coloro che sono oppressi dalla a guerra in questi giorni difficili. Allontana presto ogni violenza e conduci i tuoi figli alla salvezza.

Noi ti preghiamo

  

O Signore fa’ che tutti i tuoi figli si radunino ai piedi della croce per contemplare il mistero di un amore così grande. Mostraci il tuo cuore aperto alla misericordia e al perdono persino per chi ti stava inchiodando alla croce.

Noi ti preghiamo.

 

Guarisci o Padre chi è malato e nel dolore, consola chi è disperato, proteggi chi è solo, senza casa e famiglia. Fa’ che il grido del povero sia ascoltato e consolato da fratelli pronti a soccorrerlo.

Noi ti preghiamo

  

Proteggi o Signore Gesù tutti i tuoi figli che ovunque nel mondo invocano il tuo nome e si affidano alla tua misericordia. Fa’ che la loro testimonianza evangelica disarmi i cuori e susciti benevolenza in tutti.

Noi ti preghiamo

 

Venerdì Santo - 3 aprile 2026

 


Dal libro del profeta Isaia 52, 13 - 53, 12

Ecco, il mio servo avrà successo,
sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente.
Come molti si stupirono di lui
– tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto
e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo –,
così si meraviglieranno di lui molte nazioni;
i re davanti a lui si chiuderanno la bocca,
poiché vedranno un fatto mai a essi raccontato
e comprenderanno ciò che mai avevano udito.
Chi avrebbe creduto al nostro annuncio?
A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?

È cresciuto come un virgulto davanti a lui
e come una radice in terra arida.
Non ha apparenza né bellezza
per attirare i nostri sguardi,
non splendore per poterci piacere.
Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia;
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.

Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori;
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per le nostre colpe,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.

Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l’iniquità di noi tutti.
Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.

Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
chi si affligge per la sua posterità?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
per la colpa del mio popolo fu percosso a morte.
Gli si diede sepoltura con gli empi,
con il ricco fu il suo tumulo,
sebbene non avesse commesso violenza
né vi fosse inganno nella sua bocca.

Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione,
vedrà una discendenza, vivrà a lungo,
si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
e si sazierà della sua conoscenza;
il giusto mio servo giustificherà molti,
egli si addosserà le loro iniquità.

Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
dei potenti egli farà bottino,
perché ha spogliato se stesso fino alla morte
ed è stato annoverato fra gli empi,
mentre egli portava il peccato di molti
e intercedeva per i colpevoli.

Salmo 30 - Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito.
In te, Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso;
difendimi per la tua giustizia.
Alle tue mani affido il mio spirito;
tu mi hai riscattato, Signore, Dio fedele.

Sono il rifiuto dei miei nemici
e persino dei miei vicini,
il terrore dei miei conoscenti;
chi mi vede per strada mi sfugge.
Sono come un morto, lontano dal cuore;
sono come un coccio da gettare.

Ma io confido in te, Signore; +
dico: «Tu sei il mio Dio,
i miei giorni sono nelle tue mani».
Liberami dalla mano dei miei nemici
e dai miei persecutori.

Sul tuo servo fa’ splendere il tuo volto,
salvami per la tua misericordia.
Siate forti, rendete saldo il vostro cuore,
voi tutti che sperate nel Signore.

Dalla lettera agli Ebrei 4, 14-16; 5, 7-9

Fratelli, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno. [ Cristo, infatti, ] nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.

 

Lode a te, o Signore, re di eterna gloria!
Per noi Cristo si è fatto obbediente fino alla morte
Per questo Dio lo ha esaltato
Lode a te, o Signore, re di eterna gloria!

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Giovanni

Gv 18,1 - 19,42

 

Commento

 

Cari fratelli e care sorelle, Dicevamo giovedì come Gesù sceglie di voler bene ai suoi e al popolo di Gerusalemme fino in fondo. È una sua scelta ferma di legarsi a quelle persone, nonostante tutto e fino in fondo. Sembra proprio che Gesù, come anche il Padre, non sappia voler bene in altro modo che questo. Infatti nell’Antico Testamento vediamo spesso come Dio rivendica di aver scelto lui quel popolo e di amarlo in modo pieno, anche se questo non sempre sa essergli fedele. Dio offre sempre al suo popolo una possibilità di tornare e non smette di offrire prove per convincerlo che il suo amore è per sempre.

Gesù fa lo stesso con i suoi, con le folle, con la città di Gerusalemme sulla quale piange lacrime di compassione, pur sapendo che sta per crocifiggerlo.

Ma soprattutto l’amore di Gesù ha una caratteristica unica: è un amore rivolto a ciascuno personalmente. Il Vangelo descrive l’incontro del Signore con i tanti che andavano da lui: malati, indemoniati, peccatori, uomini in ricerca. Con ciascuno Gesù ha un incontro personale.

Sembra paradossale, ma Dio sceglie come via per portare la salvezza all’umanità l’incontro con ciascuno. Gesù è venuto per cambiare il mondo, ma non attraverso una rivoluzione di massa o, tanto meno, attraverso l’uso della forza per modificare le strutture. Egli sceglie l’incontro con ciascuno, si ferma difronte alla domanda di ogni persona e ne comprende il bisogno, ognuno diverso dall’altro, e offre una risposta di salvezza.

A noi tutto ciò sembra incomprensibile. Come si fa a cambiare il mondo fermandosi davanti a un uomo e volendogli bene personalmente? Ci sembra impossibile: che rilevanza potrà mai avere? Per questo il più delle volte passiamo avanti o sopra il bisogno di quanti incontriamo, perché se non si può risolvere la situazione è inutile fermarsi, parlare, incontrare.

Se non posso far cessare la guerra, meglio farsene una ragione e abituarsi.

Se non posso risolvere i grandi drammi globali della miseria e delle diseguaglianze, a che vale preoccuparsi del singolo?

Il modo di pensare degli uomini conduce necessariamente all’impotenza e, quindi, all’indifferenza.

Gesù ci indica invece una via diversa: egli pensa che la salvezza del mondo inizia con l’incontro con un singolo malato, con un indemoniato, un peccatore, un uomo in ricerca, e dedica tempo, cura e attenzione a quell’uno che ha difronte. Egli sa che quando amiamo personalmente qualcuno trasformiamo il suo cuore e si mette in atto un processo a catena che suscita altro amore e provoca una ridondanza di amore attorno a lui.

Nel momento della passione e morte di Gesù nessuno si ferma davanti a lui. Dalla cattura al giudizio davanti a Pilato e al sinedrio, fino alla condanna e alla crocifissione i discepoli pensano che è inutile rischiare, tanto non c’è più niente da fare. Per la folla e le autorità invece Gesù è uno dei tanti, in un tempo nel quale le ribellioni erano frequenti e altrettanto le repressioni sanguinose, le condanne a morte, come è il caso di Barabba. Nessuno ha voglia di fermarsi davanti ad un condannato, tanto non serve.

Ma dalla croce di Gesù qualcosa di nuovo sembra germogliare.

Due uomini importanti, Giuseppe D’Arimatea e Nicodemo vanno da Pilato per prendersi cura del corpo di Gesù. Non temono di compromettersi per un cadavere, si fermano davanti al suo corpo martoriato e ne hanno compassione, si espongono personalmente, mettono a disposizione i loro beni e la tomba, comprano gli unguenti e il sudario, e danno una degna sepoltura al Cristo morto. È da questo gesto, apparentemente inutile e tardivo, che nasce il contesto nel quale avverrà il primo annuncio degli angeli alle donne della resurrezione del Signore. Lì dentro la tomba, estremo simbolo della sconfitta, risuoneranno le parole: “è risorto, … non è più tra i morti, … vi attende in Galilea.” È la proclamazione della possibilità di un nuovo inizio.

Care sorelle e cari fratelli ogni gesto di pietà e di cura rivolto ad una persona che ne ha bisogno ha un valore rivoluzionario, perché proclama la possibilità di un nuovo inizio, di una nuova speranza, di un futuro diverso, cioè ha il valore di un annuncio di resurrezione. Non è necessario poter risolvere tutti i problemi, basta un gesto di pietà, di vicinanza, di affetto per avviare il processo che conduce alla resurrezione.

Perché questo si realizzi però bisogna assumere l’atteggiamento di Gesù: incontrare ogni singola persona, averne compassione, cercare di capirne il bisogno, parlargli e offrirgli aiuto, e non è mai troppo tardi, mai inutile, mai insufficiente.

Qui sulle pareti della chiesa come ogni anno abbiamo voluto affiggere i nomi e la descrizione del contesto nel quale sono morte le persone che hanno tentato di giungere in Europa dai Paesi in cui la vita è resa impossibile da guerre, miseria, ingiustizie. Abbiamo preparato così il “sepolcro” nel quale il corpo di Gesù potesse trovare una degna sepoltura.

Si potrebbe dire: “A che serve? Ormai sono morti, fanno parte di processi sociali inarrestabili, sono fenomeni a cui non si hanno i mezzi per rispondere.” Ma ogni riga è un nome e una storia, è una persona in carne e ossa, porta un carico di speranza assieme a tanta fatica e dolore. Attraverso di esse possiamo mettere i nostri occhi negli occhi di ciascuno di loro e leggerne le attese e il dramma personale. Così li guarderebbe Gesù, incontrandoli. Non sono un numero, una massa anonima, un fenomeno globale.

Davanti al racconto della passione e morte di Gesù impariamo a mettere i nostri occhi negli occhi di Gesù perché possiamo riconoscere in lui il bisognoso. Bisognoso di cura e di attenzione, di parole di consolazione, di gesti di pietà, di compagnia, di commozione e di turbamento, di amore. Bisogno di qualcuno che si prenda cura del suo corpo morto, dopo che lui si è preso cura di così tanti corpi sofferenti.

Impareremo così a vedere in ogni persona che incontriamo l’uomo e la donna che ha bisogno di attenzione e cura. Il cambiamento del mondo inizia del singolo gesto di compassione e solidarietà, come la piena vittoria della vita sulla morte inizia dalla pietà per il corpo morto di Gesù.

Domenica delle palme - 29 marzo 2026

 

 


Dal libro del profeta Isaia 50,4-7

Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso.

 

Salmo 21 - Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?

 

Si fanno beffe di me quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
«Si rivolga al Signore; lui lo liberi,
lo porti in salvo, se davvero lo ama!».

Un branco di cani mi circonda,
mi accerchia una banda di malfattori;
hanno scavato le mie mani e i miei piedi.
Posso contare tutte le mie ossa.

Si dividono le mie vesti,
sulla mia tunica gettano la sorte.
Ma tu, Signore, non stare lontano,
mia forza, vieni presto in mio aiuto.

Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all’assemblea.
Lodate il Signore, voi suoi fedeli,
gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe,
lo tema tutta la discendenza d’Israele.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi 2,6-11

Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

 

Lode a te o Signore, re di eterna gloria!

Per noi Cristo si è fatto obbediente fino alla morte di croce.

Per questo Dio lo ha esaltato

Lode a te o Signore, re di eterna gloria!

 

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo

 

Mt 26,14 – 27,66

 

Commento

 

Cari fratelli e care sorelle, abbiamo ascoltato dalle parole dell’evangelista Matteo il racconto degli ultimi giorni di vita di Gesù, da quando il Signore entrò trionfalmente a Gerusalemme fino a quando, pochi giorni dopo, lo crocefissero e seppellirono dopo un sommario processo e un’ingiusta condanna.

Nel racconto della Passione e morte del Signore molto esiguo è lo spazio dedicato a quello che disse e fece Gesù. La descrizione è tutta concentrata nella descrizione del comportamento di quelli che lo circondarono in quelle ultime tragiche ore.

I discepoli, il governatore Pilato, i capi degli israeliti, i soldati romani, la folla. Tutti costoro esprimono interessi diversi, hanno preoccupazioni diverse e si comportano diversamente, ma c’è un tratto che li accomuna: tutti sono concentrati su di sé e sulle proprie difficoltà.

Gli apostoli sono sopraffatti dallo spavento. Hanno visto crescere l’ostilità attorno al loro Maestro da parte delle autorità politiche e religiose ed hanno assistito riluttanti alla determinazione con la quale Gesù ha voluto recarsi nonostante tutto a Gerusalemme. Sono sfiduciati, e uno di loro, Giuda, crede che non c’è più niente da fare e cerca di mettersi in salvo passando dalla parte dei più forti. Nel momento drammatico dell’angoscia di Gesù nell’orto degli ulivi la paura degli apostoli li spinge a fuggire da quell’ora piena di tensione estraniandosi e mettendosi a dormire. Infine, quando ormai tutto è perduto, si danno alla fuga e ognuno pensa a mettere in salvo se stesso fuggendo dal Signore.

Pilato è preoccupato per l’ordine pubblico, deve barcamenarsi in un caso in cui l’innocenza dell’accusato è evidente, ma si agitano troppe forze e ha paura che la situazione gli sfugga di mano. Cerca di trovare una mediazione, ma non ci riesce e alla fine cede alla folla e ai rappresentanti del potere religioso ebraico e cede alla loro volontà di annientare Gesù.

I capi del popolo devono difendere la loro autorità, messa in discussione dal potere politico dell’Impero romano. Avvertono in Gesù un avversario pericoloso, anche se lui non si propone come un capopopolo rivoluzionario, ma i suoi insegnamenti e comportamenti mettono in discussione dalle fondamenta il loro sistema di potere, e alla fine decidono di giocarsi tutta la loro autorità forzando la mano di Pilato per la condanna di Gesù.

I soldati romani anche loro temono i disordini. Sono gente abituata all’uso della violenza, sono professionisti della forza bruta e agiscono con determinazione senza un attimo di titubanza.

La folla, infine, segue le vicende di Gesù davanti a Pilato e poi lungo la strada, fino al Golgota come assistendo ad uno spettacolo macabro. È gente annoiata che coglie l’occasione del diversivo, si fa forte dell’anonimato per lasciarsi andare agli istinti peggiori: l’ingratitudine per colui che l’aveva beneficata in tanti modi diversi; la spietatezza di preferire un criminale conclamato, Barabba, piuttosto che un uomo inerme e buono; il desiderio di assistere allo spettacolo macabro dell’esecuzione, gridando a Pilato “crocifiggilo, crocifiggilo!”; il gusto di deridere chi è in difficoltà e non può nemmeno difendersi, di ridicolizzare il dolore di chi è sconfitto, di prendersi la rivalsa di dimostrare con l’insulto che alla fine la ragione è sempre del più forte e di chi sta dalla sua parte.

Tutti insomma sono presi dai loro calcoli, interessi, istinti, bisogni, e davanti a questi il dolore di un uomo che soffre non ha nessuna importanza.

Gesù è solo uno dei tanti condannati, uno che se l’era cercata, un provinciale marginale della Galilea, uno dei tanti rivoluzionari che si erano illusi di scalzare il potere.

Tutti presi dai propri problemi restano indifferenti al dolore di Gesù. D’altronde al dolore degli altri si fa l’abitudine e alla fine ci si stanca.

Cari fratelli e care sorelle, quante volte anche noi facciamo l’abitudine al dolore degli altri. Ai drammi del mondo, le guerre, la miseria, le ingiustizie. Ai drammi di chi abbiamo vicino e magari incontriamo nella nostra quotidianità. Sono troppe le cose della nostra vita che ci preoccupano e ci spaventano, e al dolore degli altri ci si fa l’abitudine, ci si stanca, ma questo vuol dire rinunciare alla propria umanità.

Ma in mezzo alla grande scena della passione c’è uno che rimane umano, poiché non rinuncia a prendere in considerazione il dolore di chi gli è difronte: Gesù. Lui, nonostante tutto, ha compassione del ladro crocefisso accanto a sé e lo consola e rassicura, perdonando tutte le sue colpe; ha compassione di Maria e Giovanni ai piedi della croce, e li affida l’uno all’altra, perché non restino soli col proprio dolore; ha compassione di quelli che lo stanno uccidendo, chiedendo a Dio pietà perché non sanno quello che fanno.

Gesù in croce ci si presenta come l’uomo che non mette se stesso al centro delle sue preoccupazioni, anche quando queste sembrano così soverchianti. Egli incarna l’umanità che non cede al ricatto del male che spinge ciascuno di noi a farsi bastare i propri di problemi, piuttosto che prendere in considerazione quelli degli altri. Questa umanità vera viene crocifissa e seppellita perché ci propone di non abituarci al male altrui, di non farlo sparire dietro ai cumuli del proprio ego vittimista e preoccupato di sé.

Eppure le preoccupazioni di tutti quelli che ruotano attorno a Gesù non si risolvono: i discepoli restano paralizzati dalla paura, i capi del popolo restano giudici impietosi e sprezzanti, Pilato e i soldati romani nonostante la loro politica sanguinaria vedranno passare il tempo dello splendore imperiale, la folla torna alla quotidianità insoddisfatta e scontenta che la caratterizza in ogni tempo. La spietatezza e l’indifferenza al dolore altrui non mette al riparo dai propri problemi, anzi, in qualche modo, annulla l’unica via di uscita che Gesù propone a tutti: maturare una umanità vera e attenta all’altro, sensibile al dolore altrui.

In questi giorni restiamo vicini a lui, seguiamone i passi, ascoltiamone le parole e impariamo la sua mitezza e bontà, perché anche la nostra umanità assuma i tratti di quella di Gesù e divenga capace di non abituarsi al male altrui. Gesù infatti non viene annientato e sconfitto dalla morte ma risorge, e con lui risorgono quanti fanno propria la sua umanità.

  

Preghiere 

 

O Signore Gesù, ti abbiamo accolto festosi come il re della nostra vita agitando i rami di ulivo che abbiamo fra le mani. Aiutaci a non restare indifferenti al tuo amore fatto di parole e gesti buoni, perché sappiamo restarti vicino anche nei momenti difficili.

Noi ti preghiamo

  

O Padre che hai mandato il tuo figlio unigenito per salvare l’umanità intera, fa’ che in questi giorni sappiamo accogliere la sua richiesta di vegliare con lui e non lo abbandoniamo presi dal sonno di una vita banale e abitudinaria.

Noi ti preghiamo

 

O Padre del cielo ti preghiamo per tutti coloro che bussano alla porta del nostro cuore per cercare consolazione e sostegno. Per i poveri, per coloro che sono nel dolore, per chi è malato e ferito, per le vittime della guerra e della violenza

Noi ti preghiamo

 

O Signore Gesù che dalla croce hai perdonato coloro che ti stavano mettendo a morte, non guardare al nostro peccato, ma cancellalo con la grazia della tua misericordia infinita.

Noi ti preghiamo

 

Giovedì santo - Messa in Coena Domini - 2 aprile 2026

 

 


Dal libro dell’Esodo 12, 1-8. 11-14

«Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno. Parlate a tutta la comunità d’Israele e dite: “Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. Se la famiglia fosse troppo piccola per un agnello, si unirà al vicino, il più prossimo alla sua casa, secondo il numero delle persone; calcolerete come dovrà essere l’agnello secondo quanto ciascuno può mangiarne. Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell’anno; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre e lo conserverete fino al quattordici di questo mese: allora tutta l’assemblea della comunità d’Israele lo immolerà al tramonto. Preso un po’ del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case nelle quali lo mangeranno. In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con azzimi e con erbe amare. Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la Pasqua del Signore! In quella notte io passerò per la terra d’Egitto e colpirò ogni primogenito nella terra d’Egitto, uomo o animale; così farò giustizia di tutti gli dèi dell’Egitto. Io sono il Signore! Il sangue sulle case dove vi troverete servirà da segno in vostro favore: io vedrò il sangue e passerò oltre; non vi sarà tra voi flagello di sterminio quando io colpirò la terra d’Egitto. Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne”».

 

Salmo  - Il tuo calice, Signore, è dono di salvezza.
Che cosa renderò al Signore,
per tutti i benefici che mi ha fatto?
Alzerò il calice della salvezza
e invocherò il nome del Signore.

Agli occhi del Signore è preziosa
la morte dei suoi fedeli.
Io sono tuo servo, figlio della tua schiava:
tu hai spezzato le mie catene.

A te offrirò un sacrificio di ringraziamento
e invocherò il nome del Signore.
Adempirò i miei voti al Signore
davanti a tutto il suo popolo.

Dalla prima lettera di S. Paolo apostolo ai Corinzi 1 Cor 11, 23-26

Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.

 

Gloria e lode a te, o Signore, re di eterna gloria!
Vi do un comandamento nuovo, dice il Signore:
amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi.
Gloria e lode a te, o Signore, re di eterna gloria!

Dal vangelo secondo Giovanni 13, 1-15

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri». Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».  

 

Commento

 

Cari fratelli e care sorelle, il vangelo di Giovanni che narra l’ultima cena di Gesù con i discepoli inizia con una notazione importante: “Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine.” Possiamo dire che questo è il “titolo” di tutto il racconto della passione, morte e resurrezione di Gesù: il Signore va incontro alla sua morte perché ha voluto bene a quelli che aveva scelto di amare ed ora è il momento di mostrare loro cosa vuol dire voler bene fino alla fine, fino in fondo.

Per questo compie dei “gesti” che sembrano ai dodici strani, forse persino assurdi: lava loro i piedi, offre loro da mangiare il suo corpo e sangue. Due cose mai viste prima che lasciano i discepoli spiazzati e stupiti.

Che significa tutto ciò?

Gesù vuole far provare ai dodici cosa vuol dire essere amati “fino alla fine” e la differenza che c’è con l’amore umano che non va mai oltre un certo limite, che questo sia vicino o lontano, ma sempre un limite è. E infatti tanta parte del nostro ragionare nei nostri rapporti con gli altri e con le situazioni vicine o lontane del mondo verte proprio su dove bisogna posizionare questo “limite” del voler bene, oltre il quale non andare. A volte questo limite è angusto: ci sono casi nei quali nemmeno si prende in considerazione la necessità di voler bene, perché l’altro è un estraneo, o non merita attenzione e cura. Altre volte siamo disposti ad andare un po’ oltre, a prendere in considerazione la possibilità di voler bene all’altro, ma poi ci ritiriamo subito, delusi o contrariati, al primo ostacolo o contrarietà. Infine in alcuni casi siamo anche disposti ad allargare il confine dell’amore possibile, ma sempre fino a un certo punto.

Gesù invece propone ai suoi un “amore fino alla fine”, cioè senza limite.

Oggi allora siamo messi difronte all’amore di Dio per ciascuno di noi che non conosce limiti logici e di opportunità. Dio ci ama per primo, non si stanca, è insistente e tenace, cerca strade sempre nuove per raggiungere il nostro cuore, usa tutti i mezzi e le espressioni dell’amore, ci sussurra all’orecchio, ci scuote, ci grida in faccia, si allontana per un po’ per farci provare la mancanza di lui. C’è una strategia di amore di Dio diversa per ciascuno di noi, uguale per tutti sono in una cosa, nel non avere mai fine.

Purtroppo noi tante volte siamo impermeabili a questi segni di amore. Per questo oggi Gesù ripete anche a noi, come fece ai dodici quella sera: “Capite quello che ho fatto a voi?” Gesù vuol essere capito dai suoi, da noi, vuole che quel suo “amore fino alla fine” non cada nel vuoto, ma sia compreso e apprezzato con gratitudine.

E la sua spiegazione è molto semplice. Come sempre non è una spiegazione razionale, non dice il perché e il come, ma indica una strada percorrendo la quale capiremo. Come i lebbrosi guariti da Gesù, mandati a presentarsi al tempio ad offrire un sacrificio di ringraziamento per la guarigione quando ancora erano ammalati, e nell’andare guariscono. In modo analogo Gesù dice ai dodici che per capire il suo amore anche loro devono amare gli altri senza porre limiti: “Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo ... Se dunque io … ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi” e poi, poco dopo, dopo aver offerto il suo corpo e sangue per la loro vita dice loro: “Fate questo in memoria di me”.

Ecco allora il segreto dell’amore di Dio. Lo si capisce se lo si vive con gli altri uomini e donne. E allora oggi cerchiamo ci “capire”, come ci chiede Gesù, quanto lui ci vuole bene, quante volte ci ha lavato i piedi, quante volte ci ha nutrito e sostenuto con la sua sollecitudine e cura, quante occasioni ci ha dato per sentirci amati, preferiti, aiutati, accompagnati e guidati.

Potremo capirlo se anche noi, con tutti i nostri limiti e difetti, proveremo a eliminare ogni limite al nostro voler bene agli altri, allargheremo l’orizzonte del nostro interesse e preoccupazione e ci mostreremo veramente fratelli e sorelle di ciascuno.

 

Preghiere 

 

O Signore Gesù che ti chini sui piedi dei tuoi discepoli, insegnaci la tua umiltà nel servizio affettuoso ai fratelli e alle sorelle,

Noi ti preghiamo

  

O Cristo che ami i tuoi fino alla fine, aiutaci a scegliere per gli altri e a voler bene a tutti in modo gratuito e senza condizioni,

Noi ti preghiamo

 

Ti ringraziamo o Signore perché ci inviti a nutrirci del tuo corpo e sangue per ottenere la salvezza, fa’ che ci accostiamo al tuo altare con animo generoso e grato,

Noi ti preghiamo

  

Sostienici nella nostra debolezza o Dio , fa’ che ti restiamo accanto come discepoli desiderosi di imparare da te ad amare fino alla fine senza porre limiti,

Noi ti preghiamo

 

Ti preghiamo o Dio del cielo per tutti noi, le nostre sorelle e i nostri fratelli, perché in questi giorni della tua passione e morte attendiamo tutti con perseveranza e fiducia la tua resurrezione

Noi ti preghiamo

  

Guarisci o Signore chi è malato, sostieni chi è debole, salva l’oppresso, difendi chi è vittima della guerra e della violenza, accompagna con il tuo amore senza fine quanti sono nel dolore,

Noi ti preghiamo.

 

Proteggi o Dio del cielo tutti i tuoi figli ovunque dispersi, raccoglici in un’unica famiglia senza divisioni di lingua, cultura razza, perché radunati attorno alla mensa della tua Parola e dell’Eucarestia diveniamo tutti fratelli e sorelle, figli del tuo grande amore.

Noi ti preghiamo

  

Donaci o Signore il tuo amore, perché come figli ti restiamo vicini fin sotto la croce e non fuggiamo impauriti,

Noi ti preghiamo

 

 

sabato 21 marzo 2026

V domenica di Quaresima - Anno A - 22 marz0 2026

 


Dal libro del profeta Ezechiele 37, 12-14

Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò». Oracolo del Signore Dio.

 

Salmo 129 - Il Signore è bontà e misericordia.

Dal profondo a te grido, o Signore;
Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia supplica.

Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi ti può resistere?
Ma con te è il perdono:
così avremo il tuo timore.

Io spero, Signore, Spera l’anima mia,
attendo la sua parola.
L’anima mia è rivolta al Signore
più che le sentinelle all’aurora.

Più che le sentinelle l’aurora, Israele attenda il Signore, +
perché con il Signore è la misericordia
grande è con lui la redenzione.
Egli redimerà Israele
da tutte le sue colpe.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8, 8-11

Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.  

 

Lode a te o Signore, re di eterna gloria

Io sono la risurrezione e la vita, dice il Signore,

chi crede in me non morirà in eterno.

Lode a te o Signore, re di eterna gloria

 

Dal vangelo secondo Giovanni 11, 1-45

In quel tempo, un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbi, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Didimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betania distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.  Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberatelo e lasciatelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

 

Commento

 

Cari fratelli e care sorelle, questa domenica ci prepara al tempo che da domenica prossima vivremo assieme a Gesù, quello della settimana santa della sua passione e morte, fino alla Pasqua.

In questo senso è particolarmente significativo come le letture di oggi mettano in rilievo come la vita dell’uomo abbia come traguardo finale la resurrezione, e non la morte.

Il profeta Ezechiele nella prima lettura dà voce al Signore che così si rivolge al popolo abbattuto dalle persecuzione dei popoli più potenti ed è sfiduciato: “vi faccio uscire dalle vostre tombe, … Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete.” È una promessa forte e decisa che si conclude con l’affermazione inequivocabile: “Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò.

Ma poi anche l’Apostolo  rassicura i Romani dicendo: “colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.”

Infine il racconto evangelico del miracolo della resurrezione di Lazzaro conferma come la potenza del Signore si manifesta in modo pieno proprio nel ridare la vita a chi era morto, contro ogni speranza persino di chi lo amava, come le sue sorelle.

Anche per noi, care sorelle e cari fratelli, non è facile credere con piena fiducia in Dio che il destino dell’uomo non sia la morte, ed uno dei mezzi più potenti attraverso i quali il maligno indebolisce questa nostra fiducia è il realismo.

Esso si manifesta agli occhi dell’uomo come qualcosa di molto ragionevole e anche conveniente: meglio non illudersi e accontentarsi solo di quello che è, appunto, realisticamente possibile.

Gesù si trova a dover combattere contro il realismo di diverse persone per poter portare a compimento la sua missione di riportare in vita il suo amico Lazzaro.

Prima di tutto il realismo dei discepoli. Essi, come anche Gesù, sanno che è pericoloso recarsi nelle vicinanze di Gerusalemme, e per questo cercano di convincere il Signore che non ne vale la pena, che è meglio evitare rischi. Ma poi cercano anche di convincerlo di accontentarsi: in fondo se Lazzaro sta riposando non starà poi così tanto male. Si fanno forti della mentalità che ci fa dire che che bisogna sapersi accontentare, rendere accettabile anche il male, mascherandone la forza distruttiva e letale.

Ma poi il realismo si manifesta anche nella rassegnazione delle sorelle, le quali dapprima dicono a Gesù: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”, cioè ormai non c’è più niente da fare, siamo state sfortunate, e poi gi contrappongono i segni evidenti della morte ormai conclamata: “Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni.

Il Signore Gesù però non si lascia intimorire da queste montagne di realismo, esse sembrano inamovibili, non scalabili né aggirabili, un vero e proprio muro di impossibilità. Egli sconfigge tutto ciò con la grande forza della sua commozione: “Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!».” La partecipazione al dolore di Lazzaro e a quello delle sorelle lo spinge a rivestirsi della forza di resurrezione che Dio ha manifestato agli uomini fin dall’antichità, come ricordavamo nelle parole di Ezechiele.

Il nostro è il tempo della forza: arroganza, prepotenza, la forza militare, politica ed economica vengono esibite come fonte del diritto a fare qualunque cosa si desideri e convenga. Davanti alle tante manifestazioni di questa forza prepotente noi ne avvertiamo la grande ingiustizia e l’orrore per le conseguenze di morte e dolore. In genere non ci sentiamo attratti da questa logica e non ne condividiamo la grande ingiustizia. Ma stiamo attenti: il maligno usa strumenti subdoli per renderci complici della logica della forza, ed uno di questi strumenti, come dicevo, è proprio il realismo. Ci sembra buon senso accettare che le cose vadano in un certo modo, perché sono sempre andate così, perché non abbiamo la forza per impedirlo, perché in fondo un filo di ragione la si trova in tutte le parti in gioco, sia nei carnefici che nelle vittime.

Il realismo è la tentazione da cui dobbiamo guardarci con grande attenzione.

Gesù non è mai stato realista: non si è mai accontentato di poco, non è sceso a patti, non ha fatto compromessi, non si è rassegnato alla vittoria del male. Ma non perché era “fatto così” di carattere, ma perché amava fino in fondo. Infatti il realismo è innanzitutto segno di poco amore, di un cuore duro e freddo.

Ed allora facciamo nostro il messaggio che la Scrittura ci propone oggi alle soglie della settimana di passione e morte del Signore: non ci rassegniamo ma volgiamo sempre i nostri passi decisamente verso il traguardo della vittoria della vita sulla morte e del bene sul male. Ciascuno di noi può rivestirsi della forza di resurrezione che viene dallo Spirito di Dio. “Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete” dice Ezechiele, e lo Spirito di Dio è il suo modo invincibile ed estremo di voler bene a ciascuno, sempre e a ogni costo. È quello che contempleremo nelle tappe della Settimana Santa, tempo benedetto e opportuno per imparare ad amare come Gesù, senza realismo e fino in fondo.

  

 

Preghiere 

 

O Signore nostro Gesù Cristo, ti preghiamo: donaci la fede che ci renda capaci di vivere come te , amando gli altri fino in fondo.

Noi ti preghiamo

 

O Dio Padre onnipotente, rendi umano il nostro cuore e sensibile il nostro animo, perché davanti al tuo figlio che va a morire non restiamo come spettatori estranei ma viviamo con partecipazione commossa i segni di un così grande amore per tutti,

Noi ti preghiamo

 


Signore Gesù insegnaci a pregare, perché non siamo timidi e freddi, ma come Marta e Maria sappiamo chiedere la guarigione e la resurrezione per il nostro fratello oppresso dalla forza del male,

Noi ti preghiamo

 

O Padre nostro, fa’ che come figli sappiamo sempre chiederti ciò di cui abbiamo bisogno, fiduciosi che tu ci ascolti ed esaudisci. Aiutaci a non rinunciare ad aspettarci da te vita e salvezza,

Noi ti preghiamo

 


Aiuta e sostieni o Signore tutti coloro che sono nel dolore in questo tempo e in modo particolare per quanti sono colpiti dalla violenza delle guerre. Ascolta l’invocazione di chi è nel dolore e prendi nelle tue mani la vita di chi è oppresso dal male. 

Noi ti preghiamo

 

 

Sostieni o Padre del cielo la nostra poca fiducia in te, accresci in noi la certezza che il tuo amore non finisce e che la tua misericordia cancella il nostro peccato. Guarisci le nostre vite e perdona, o Dio, il nostro peccato.

Noi ti preghiamo.

 

 

Aiuta o Dio quanti in questi giorni ci prepariamo ad incontrarti sulla via dolorosa della tua passione. Concedi a ciascuno di noi di non restare freddi e indifferenti ma di vivere accanto a te che doni tutto te stesso per la salvezza degli uomini,

Noi ti preghiamo

 

Benedici e proteggi o Padre del cielo il nostro papa Leone e quanti, come lui, spendono la vita per l’annuncio e la testimonianza del Vangelo. Fa’ che i loro sforzi producano frutti buoni di pace e conversione dei cuori,

Noi ti preghiamo