martedì 12 febbraio 2013

Mercoledì delle Ceneri, 13 febbraio 2013


Dal vangelo secondo Matteo 6,1-6.16-18

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profumati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Commento

Cari fratelli e care sorelle, Gesù parla alla cerchia dei suoi discepoli di elemosina, preghiera e digiuno. Sono le tre pratiche che tradizionalmente accompagnavano il popolo d’Israele nel loro rapporto con Dio ed esprimevano la loro sottomissione ad esso. Aiutare chi sta male con il dono generoso di qualcosa di proprio; dedicare tempo e spazio a Dio per dialogare con lui, ascoltando la sua Parola e facendo risuonare la risposta del proprio cuore; rinunciare alla sazietà di beni e cibo per riconoscere il proprio bisogno di Dio erano i modi concreti con cui gli ebrei esprimevano la fiducia in un Dio vicino ed amico.

Ma oggi queste tre pratiche ci appaiono come qualcosa di antiquato e non necessario. Viviamo infatti una vita affastellata di cose da fare, di interessi, di distrazione e sembra sempre che non ci sia bisogno di scegliere e di stabilire una priorità: basta seguire il flusso di quello che ci si presenta, delle urgenze, delle necessità. Le cose si impongono da sole e sempre più ci abituiamo a non essere noi a scegliere nella gamma delle possibilità, sentendoci portati a  seguire il flusso degli eventi che seguono un loro corso.

Ma non ci accorgiamo, fratelli e sorelle, che in una vita vissuta così non c’è posto per Dio?

Sì, perché lui non si impone con la frenesia di un altro impegno che si aggiunge ai tanti o con l’invadenza di un bisogno da soddisfare a tutti i costi o con la pressione di un dovere a cui non ci possiamo sottrarre. Egli si accosta a noi con il passo leggero e il volto sereno di un amico. E quanto è facile rifiutare l’incontro con un amico che non si lamenta, che non rivendica attenzione per sé, che non vuole imporsi con scenate o pretese di protagonismo, che non ci strattona con prepotenza per attrarre l’attenzione su di sé.

Dio invece ci si fa vicini con una parola apparentemente debole, quasi un sussurro, non gridata. Siamo noi che dobbiamo farci attenti per non perderne nemmeno una, per non rischiare di farla scorrere via sovrastata dal frastuono dei nostri pensieri e preoccupazioni.   

Il tempo che si apre oggi, la Quaresima, è il tempo in cui chinarci con grande attenzione e concentrazione su questa parola amica e forte della debolezza dell’amore di Dio. Ma come fare per imparare ad ascoltarla? Non ci viene facile né spontaneo, anzi è una fatica farle spazio. Sì la Quaresima è un tempo in cui siamo chiamati alla fatica del lavoro su di sé, per vincere la naturale distrazione e imparare l’attenzione alla Parola amica di Dio.

Come fare? L’idea di dover faticare ci spaventa, ma pensiamo a quanta fatica siamo disposti ad accettare di fare per offrici come docili e sottomessi servi ai padroni di questo mondo. Quanta fatica facciamo per apparire come si deve apparire? Quanta fatica per obbedire alle leggi sociali, per pensare come tutti, per fare quello che fanno tutti, per non allontanarci dal comportamento ritenuto da tutti normale? Perché non usare la stessa energia e la stessa fatica per ascoltare e far scendere dentro di noi la Parola di quel Dio amico che non si impone, ma ci dona tutto se stesso per convincerci che la vera felicità e salvezza è camminare con lui?

È la domanda di questa Quaresima, tempo benedetto donato da Dio per liberarci dalle nostre schiavitù che ci schiacciano e alleggerirci con la libertà del Vangelo.

Proprio per questo il Signore Gesù oggi ci ripropone i tre passi antichi e sempre veri dell’elemosina, la preghiera e il digiuno per iniziare il santo cammino con Lui che ci porta altrove dalla nostra vita di sempre. Sono i primi passi per iniziare una via nuova.

L’elemosina: significa innanzitutto non fuggire davanti alla debolezza, ma anzi fermarsi davanti a chi ne è l’immagine incarnata, il povero. Elemosina contiene nella radice del suo significato la parola compassione, cioè capacità di prendere su di sé ciò che l’altro vive e sente. Proviamo a “compatire” con chi sta male, per poter gioire con loro della forza di un amore che guarisce le ferite e consola la tristezza. Compatire permette di con-gioire, ma chi invece non riesce a pensare che a se stesso non sa trovare motivi di gioia e di consolazione, perché questi stanno sempre fuori di sé, oltre il recinto stretto dell’io. Facciamoci toccare, ascoltiamo con disponibilità e partecipazione, non disprezziamo la voce del povero, insistente, inopportuna per chi corre affannato da un impegno all’altro. Fermiamoci ad ascoltare e scopriremo un mondo.

La preghiera: è lo spazio dove io taccio e parla un Altro. Che esperienza rara! Spazio in cui il consiglio di Dio riesce a far tacere le risposte automatiche che ci vengono dalla nostra esperienza: i pregiudizi, il realismo sbrigativo, la sapienza spiccia e ruvida, il saperla lunga. Noi siamo terrorizzati dall’idea che un altro ci spiazzi, ci dica qualcosa a cui non sappiamo rispondere, ci ponga un problema di cui non abbiamo la soluzione, ci dica quello a cui noi non avevamo già pensato, ci suggerisca qualcosa di vero che non viene da noi. La preghiera è innanzitutto questo: lasciare un Altro parlare e dirci cose che non sappiamo e non possediamo già. È ascolto, disponibilità a mettersi in discussione, a lasciarsi influenzare. La preghiera ci libera dalla schiavitù dell’autosufficienza e dell’orgoglio e ci trasforma in quei piccoli  epoveri che, dice Gesù, “erediteranno l aterra”, cioè i veri padroni del proprio futuro e del mondo stesso.

Il digiuno: noi ci riempiamo di cose per nascondere il vuoto di senso. Ci riempiamo di cose da fare, di preoccupazioni, di beni, di cibo, di bisogni, tutto indispensabile. A nessuno di questi possiamo rinunciare, sennò si scopre il vuoto e la nostra incapacità a riempirlo. Ma l’unica cosa che può riempire il nostro vuoto è voler bene agli altri. Sì, è l’amore donato che colma la vita di gioia e di senso. E mentre le cose non bastano mai e vanno sempre sostituite da altre cose, il voler bene resta, riempie e sazia la fame. Per questo la domenica ci comunichiamo, per dire che quel corpo offerto da Gesù è segno del suo amore donato fino all’ultima goccia di sangue, e questo amore nutre e sazia più di qualsiasi altro cibo.

Cari fratelli e care sorelle, questi tre passi ci aprono la strada della Quaresima, compiamoli con fiducia, con fatica e con disponibilità. Lasciamo la strada levigata e comoda del vivere come tutto e come sempre, sempre affollata e piena di rumoroso traffico. Prendiamo invece la strada della sequela del Signore che ci indica la via da percorrere. Ci potrà sembrare, all’inizio, un viottolo di campagna, pieno di sassi ed erbacce, ma egli lo percorre con noi e ci parla e ci sostiene e ci fa sentire la bellezza di un cammino assieme ad un popolo che piano piano scopriamo camminare attorno a noi. Non una folla anonima e grigia, rumorosa e di cui non si distingue la voce, ma un popolo di amici assieme all’unico vero Amico, Gesù. Un popolo che si parla, si sostiene, si conosce e si vuole bene.

Il gesto di ricevere la cenere sul capo è allora il segno con cui noi diciamo la nostra disponibilità a compiere i tre passi della Quaresima, ad incamminarci su un sentiero nuovo. L’umiltà della cenere è la porta di questa via, chiniamo il capo, tendiamo l’orecchio a quella parola e il tempo che viene sarà tempo benedetto e di salvezza.

   Preghiamo

Raccogliamoci, fratelli carissimi, in umile preghiera, davanti a Dio nostro Padre, perché faccia scendere su di noi la sua benedizione e accolga l'atto penitenziale che stiamo per compiere.

O Dio, che hai pietà di chi si pente e doni la tua pace a chi si converte, accogli con paterna bontà la preghiera del tuo popolo e benedici questi tuoi figli, che riceveranno l'austero simbolo delle ceneri, perché, attraverso l'itinerario spirituale della Quaresima, giungano completamente rinnovati a celebrare la Pasqua del tuo Figlio, il Cristo nostro Signore. Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

Convertitevi, e credete al Vangelo.

giovedì 7 febbraio 2013

V domenica del tempo ordinario - 10 febbraio 2013


 

Dal libro del profeta Isaia 6,1-2a.3-8

Nell'anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. Proclamavano l'uno all'altro: «Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria».

Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo. E dissi: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti». Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall'altare. Egli mi toccò la bocca e mi disse: «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato». Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». E io risposi: «Eccomi, manda me!».

 

Salmo 137 - Cantiamo al Signore, grande è la sua gloria.

Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare,
mi prostro verso il tuo tempio santo.

Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza.

Ti renderanno grazie, Signore, tutti i re della terra,
quando ascolteranno le parole della tua bocca.
Canteranno le vie del Signore:
grande è la gloria del Signore!

La tua destra mi salva.
Il Signore farà tutto per me.
Signore, il tuo amore è per sempre:
non abbandonare l’opera delle tue mani.

 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 15,1-11

Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l'ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano! Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono l'infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.

 

Alleluia, alleluia alleluia.

Venite dietro a me, dice il Signore,
vi farò pescatori di uomini.

Alleluia, alleluia alleluia.

 

Dal vangelo secondo Luca 5,1-11

In quel tempo, mentre, levato in piedi, stava presso il lago di Genesaret e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, vide due barche ormeggiate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e calate le reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell'altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano. Al veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontanati da me che sono un peccatore». Grande stupore infatti aveva preso lui e tutti quelli che erano insieme con lui per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini». Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

 

Commento

 

L’episodio che narra Luca nel vangelo di oggi si situa agli inizi della vita pubblica di Gesù. Fin dai suoi primi passi il Signore si caratterizza come colui che parla a tanta gente, come avvenne anche nel suo paese, Nazareth. La sua vita è spesa nello sforzo di comunicare un messaggio importante a più persone possibile, superando ogni difficoltà e chiusura. Lo strumento principale che usa Gesù è, appunto, la parola. Apparentemente questo è il mezzo più debole che ci sia, difficilmente si impone e nella confusione della vita rischia di passare inosservato. La parola di Gesù però non è come tante altre, perché essa è efficace, trasforma la vita e le persone, opera miracoli, dei quali spesso però molti nemmeno si accorgono. Infatti delle tante persone che ascoltano Gesù non tutti hanno fiducia in lui. Nel brano che abbiamo ascoltato l’evangelista Luca all’inizio del lungo cammino di Gesù che parla a tanti vuole come darci una indicazione su che cosa vuol dire ascoltare Gesù, cioè su come essere suo discepolo.
Pietro era stato tutta la notte a pescare, ma senza risultato. Possiamo immaginare la sua stanchezza e delusione, il senso di fallimento e, forse, anche la preoccupazione per come avrebbe potuto sfamare la famiglia che dipendeva dal suo lavoro. In questa situazione possiamo leggere anche la preoccupazione di tanti oggi, forse anche la nostra. In questo tempo di crisi economica tanti hanno perso il lavoro e i giovani fanno fatica a trovarne uno. Le risorse sono limitate e il futuro si prospetta incerto. In una situazione così era normale che Pietro si preoccupasse soprattutto di sé e non stesse a perdere tempo con i discorsi di un giovane predicatore. Anche noi spesso siamo presi dalle nostre preoccupazioni che ci sembrano più importanti rispetto a qualunque altra cosa.
Eppure nonostante tutto Pietro si ferma ad ascoltare Gesù, ma non solo, lo fa addirittura salire sulla sua barca e lo trasporta un po’ al largo, perché potesse parlare più liberamente a tutti dal lago. E’ questa la prima indicazione che ci viene dal Vangelo su cosa voglia dire ascoltare Gesù: non basta prestare distrattamente l’orecchio, bisogna far entrare Gesù nella vita, accoglierlo nella barca della nostra esistenza perché le sue parole non restino solo astratte esortazioni ma consigli di un amico che vuole incidere nella nostra esistenza. È questo il senso di quello “scostarsi un poco da terra”, cioè dal luogo della sicurezza e del già noto, per entrare nell’instabile navigazione verso un oltre che si allontana dalla riva conosciuta.
Al termine del suo discorso Gesù rivolge personalmente a Pietro una parola. Quando si è creata una intimità amichevole con Gesù, cioè dopo averlo fatto salire sulla nostra barca, le sue parole sono sentite da ciascuno in modo personale, come rivolte proprio a sé. E’ un consiglio, apparentemente assurdo e forse anche inopportuno. Che senso ha riprendere una pesca che già si è rivelata infruttuosa e faticosa? Pietro però si fida e “sulla sua parola” obbedisce. E’ quella fiducia piccola e concreta di cui parla il Signore, quando dice che basta una fede piccola come un granello di senape per far spostare una montagna. Sì, basta una fiducia semplice e un po’ ingenua come quella di Pietro e le cose che sembravano impossibili diventano possibili. È questo l’atteggiamento che chiamiamo “fede”, che non significa credere a un concetto o un dogma, ma fidarsi di quello che il Signore ci dice.
E’ la seconda indicazione che ci dà il Vangelo: veramente ascolta Gesù chi non rimane scettico ma subito, senza opporre obiezioni anche ragionevoli, fa diventare quella parola azioni, decisioni, vita vissuta. Questo immediato vivere la parola produce frutti abbondanti e la pesca miracolosa si rivela un benedizione non solo per Pietro, ma anche per i suoi compagni pescatori. La benedizione che viene dalla decisione di ascoltare col cuore il Vangelo e di viverlo infatti si espande su chi ci è vicino, produce frutti buoni di cui tanti possono godere. La fiducia semplice infatti lo ha portato lontano, a vincere le paure e le sfiducie e ad affrontare il largo della vita fidando solo in quella parola ascoltata.
A questo punto Pietro torna da Gesù. Quasi sembra trascurare il lavoro di raccogliere i pesci, magari venderli, portarli alla famiglia, sistemare reti e barca, ecc… Non si ferma a soppesare i risultati e a trarne la meritata soddisfazione. La gioia dei frutti buoni ottenuti fa tornare Pietro da Gesù, davanti al quale egli matura una rinnovata coscienza di sé e la rivela senza paura: è debole e bisognoso di aiuto e di perdono: «Signore, allontanati da me che sono un peccatore». L’ascolto vero della Parola infatti ci rivela chi veramente siamo. Spesso facciamo tanto per mascherarlo, ammantandoci di una finta autosufficienza. Il vangelo ci fa capire che è fatica sprecata, che è meglio rivelarsi a noi stessi e al Signore così come siamo, povera gente bisognosa di aiuto e di consiglio, persone che da sole vanno facilmente incontro al fallimento e alla delusione, alla fatica vana di una vita con poco frutto. Ecco che Simone allora torna da Gesù con l’umiltà di chi ha capito di aver trovato ciò di cui ha bisogno.
Quest’uomo che il Vangelo ci mostra prostrato in ginocchio davanti a Gesù è l’immagine del credente, esempio per tutti noi. Pietro riconosce in Gesù il Signore della sua vita ed esclama: “Allontanati da me che sono un peccatore”. Ma Dio non si allontana dal peccatore, anzi gli si avvicina; non è venuto per circondarsi di giusti ma di umili che riconoscono il proprio peccato; non va incontro ai sani, va in cerca dei malati che vogliono guarire. Quella di Pietro è la preghiera più autentica, perché nasce dal cuore di chi ha bisogno di aiuto: esprime la verità di noi stessi di fronte a Dio.
Nel nostro mondo, in cui gli uomini non accettano di chinare il capo davanti a nessuno, orgogliosi della propria superiorità e indipendenza, è necessario recuperare la profondità di Pietro che riconosce che da solo è un uomo incapace di fare il bene, è sterile, senza frutto. Invoca l’aiuto di Gesù per avere una vita ricca di doni. Sconvolti come siamo spesso nella fatica e nelle delusioni della nostra vita, abbiamo tutti bisogno di ritrovare la fede di Pietro che ci fa ascoltare la sua parola, metterla in pratica per poi tornare da lui per restarci assieme sempre.
A noi, poveri uomini e povere donne, ma prostrati davanti a Dio, oggi viene detto, come a Pietro quel giorno: “Non temete, d’ora in poi sarete pescatori di uomini”. “D’ora in poi” dice il vangelo. E’ per Pietro l’inizio di una nuova vita, quella con Gesù. Ma è un nuovo inizio anche per ciascuno di noi, ogni volta che ascoltiamo la parola di Dio e su quelle parole ci fidiamo con semplice immediatezza di fondare la nostra vita.
 
Preghiere

O Signore Gesù, aiutaci a non essere ascoltatori disattenti e superficiali della tua Parola, ma fa’ che ti facciamo entrane nella nostra vita come Pietro ti fece salire sulla sua barca.

Noi ti preghiamo


Ti chiediamo o Signore di aiutarci ad avere una fiducia piccola e sincera nel Vangelo. Perché non pensiamo che i tuoi insegnamenti sono troppo alti o difficili, ma con fiducia li mettiamo in pratica scoprendo che è possibile spostare le montagne di male che sovrastano il mondo.

Noi ti preghiamo

Padre misericordioso perdonaci quando crediamo di avere già capito, di sapere come va il mondo, di essere capaci di fare da soli. Aiutaci a scoprire il bisogno che abbiamo di te, del tuo perdono, della tua amorevole vicinanza.

Noi ti preghiamo

O Dio che non dimentichi chi ha fiducia in te, fa che torniamo fedelmente per ricevere il tuo consiglio ed il sostegno di cui abbiamo così bisogno. Fa’ che qui nella tua casa cerchiamo il senso della vita che altrove non possiamo trovare.

Noi ti preghiamo


Ti invochiamo o Signore per tutti i malati ed i sofferenti. Sostieni e guarisci chi è nel dolore, fa’ che la potenza della tua resurrezione si effonda sui corpi e negli spiriti di chi ha fede in te.

Noi ti preghiamo

O Cristo Gesù che ti sei mostrato agli uomini umile e povero, fa’ che sappiamo fermarci davanti a chi chiede aiuto e ha bisogno del nostro sostegno. Ti preghiamo per chi è senza casa e famiglia, per i prigionieri, per chi è forestiero ed esule, per chi ha fame e sete, per tutti i poveri.

Noi ti preghiamo.

Sostieni o Signore le vittime della violenza e della guerra, tutti coloro che sono feriti nel corpo e nello spirito. Fa’ che presto un futuro migliore li benedica.

Noi ti preghiamo

Aiuta o Signore tutti coloro che annunciano il Vangelo e testimoniano il tuo amore nel mondo. Fa’ che anche noi sappiamo imitare il loro coraggio e suscitiamo nei cuori di molti frutti buoni di conversione e riconciliazione con te.

Noi ti preghiamo

 

 

venerdì 1 febbraio 2013

Litrurgia bizantina - 3 febbraio 2013


1Cor 8,8-9,2

Fratelli, Non sarà certo un alimento ad avvicinarci a Dio: se non ne mangiamo, non veniamo a mancare di qualcosa; se ne mangiamo, non ne abbiamo un vantaggio. Badate però che questa vostra libertà non divenga occasione di caduta per i deboli. Se uno infatti vede te, che hai la conoscenza, stare a tavola in un tempio di idoli, la coscienza di quest'uomo debole non sarà forse spinta a mangiare le carni sacrificate agli idoli? Ed ecco, per la tua conoscenza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto! Peccando così contro i fratelli e ferendo la loro coscienza debole, voi peccate contro Cristo. Per questo, se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai più carne, per non dare scandalo al mio fratello. Non sono forse libero, io? Non sono forse un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro? E non siete voi la mia opera nel Signore? Anche se non sono apostolo per altri, almeno per voi lo sono; voi siete nel Signore il sigillo del mio apostolato.

Mt 25,31-46

Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: "Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi". Allora i giusti gli risponderanno: "Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”

E il re risponderà loro: "In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me". Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: "Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato". Anch'essi allora risponderanno: "Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?". Allora egli risponderà loro: "In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me". E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna".

Commento

Cari fratelli e care sorelle, molto spesso si parla del nostro come di un tempo caratterizzato dalla mancanza di punti fermi e basi solide sulle quali edificare la propria vita.

Si parla di un mondo “liquido”, come se le nostre scelte e la forma della vita che da esse ne consegue fosse destinata ad essere eternamente cangiante e fluida, senza la necessità di raggiungere mai una forma stabile. Ne consegue, e ne abbiamo parlato più volte, che l’uomo e la donna spesso si trovano a vivere spaesati e dubbiosi, da un lato, ma anche, dall’altro, certi che vi sia sempre un domani al quale rimandare decisioni e scelte. Un senso di leggerezza imponderabile e di transitorietà continua caratterizzano un’esistenza vissuta a mezze tinte e senza contrasti forti, con un’unica certezza che resta, che al centro ci sono io e che ciò che è veramente decisivo sia come mi sento adesso.

Nel leggere la Scrittura ci colpisce la diversità profonda del suo modo di sentire rispetto a questo senso comune. Spesso, anche nel brano di Matteo che abbiamo appena letto, si parla di “supplizio eterno” e di “vita eterna” suggerendoci che esiste un destino definitivo della nostra vita, e che questo si caratterizza per essere senza vie di mezzo e compromessi: o ci si salva o ci si perde, in modo definitivo. Ad esso conducono le nostre scelte, e non sono indifferenti o sempre e comunque rettificabili, basta volerlo, senza che nulla ci possa incastrare. Il Vangelo, in questo senso, ci restituisce una grande libertà, perché afferma come l’uomo non sia in uno stato di perenne confusione senza poter scegliere né decidere, come sembrerebbe suggerirci un atteggiamento psicologico che cerca sempre le cause remote e attribuisce alle circostanze o alle influenze esterne le forme del nostro vivere. La Parola di Dio ci mostra la nostra realtà interiore e quella attorno a noi così come è, e ci restituisce la possibilità di scegliere con responsabilità dove vogliamo andare e di chi essere cooperatori: del bene o del male.

È quello che Paolo esprime ai suoi discepoli di Corinto, nel brano che abbiamo ascoltato. C’è una sapienza che ci proviene dalla Scrittura, che nel caso dei corinzi riguardava la liceità o meno di cibarsi della carne di animali provenienti dai sacrifici agli idoli. Il criterio delle nostre azioni, afferma l’apostolo, non può essere solo quello che mi sento o non mi sento di fare, ma piuttosto il bene del fratello e della sorella concreto, pur con i suoi limiti e difetti, per la sua edificazione: “Non sarà certo un alimento ad avvicinarci a Dio: se non ne mangiamo, non veniamo a mancare di qualcosa; se ne mangiamo, non ne abbiamo un vantaggio. Badate però che questa vostra libertà non divenga occasione di caduta per i deboli.” Sì, per il cristiano è il fratello il criterio del vero bene da cercare e non tanto la piena espressione di sé e di quanto so e posso fare.

Paradossalmente questa che sembra una rinuncia alla propria libertà, cioè accettare di limitare la mia scelta sulla base di ciò che giova o non danneggia al prossimo, per Paolo è invece l’espressione di una libertà interiore ancora maggiore perché antepone il bene dell’altro al senso dell’io, che se lasciato libero di crescere a dismisura diventa schiavitù ben peggiore. “Non sono forse libero, io? Non sono forse un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro?” prosegue Paolo, rivendicando come quel fondamento che oggi sembra venire meno e lasciare l’uomo come sospeso al capriccio dell’io e del come mi sento in realtà ci sia e venga dall’incontro con quel Signore che ha trasformato la sua vita, restituendole la decisività che viene da uno scopo preciso: donarsi agli altri e lottare per la salvezza di tutti dal vuoto dell’esistere solo per se stessi. Vivere questo ridona consistenza al nostro vivere, spessore ai nostri sentimenti, senso alle nostre azioni, valore alle scelte, in una parola rendono la vita “pesante” e non svolazzante al vento del capriccio dell’io.

È quello che il linguaggio della Scrittura chiama “vita eterna”, cioè proiettata su uno scenario di solidità che diviene definitiva nella prospettiva di un futuro duraturo che non passa.

Per Gesù questa vita è resa “eterna” dalla scelta dell’uomo di appartenere alla sua famiglia. Lo dice esplicitamente nel brano di Matteo che conosciamo così bene, quando afferma che la salvezza di ciascuno deriva dall’aver riconosciuto nel piccolo e povero, nudo, assetato, affamato, prigioniero, malato, il fratello di Dio e come tale di averlo soccorso e amato: “tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me".

Per Gesù voler bene al suo fratello piccolo lo fa identificare con quello stesso, e tutto quello che si fa o non si fa a lui lo avverte come rilevante per sé in modo uguale. È un amore vero, profondo, perché trova nell’altro la realizzazione del proprio bene o la mancanza di esso che crea bisogno e sofferenza. È questa la vera libertà da sé e dall’autoreferenzialità di chi sa amare solo se stesso e cercare il proprio bene come scopo della vita.

Sì, è l’amore per i poveri che ci rende partecipi di quella famiglia che salva perché legandoci ad essi e, tramite essi, al Signore stesso, raggiungiamo la libertà dalla schiavitù di sé. Per questo è il voler bene ai piccoli e farsi amare da loro che dà forza e solidità al nostro essere e ci libera dal senso di spaesamento e disorientamento che vediamo prendere tanti attorno a noi e condurli, spesso, all’impazzimento di un io ipertrofico o alla disperazione.

Come non fare tesoro di questo invito semplice e concreto di Gesù, e come non fuggire dalla tentazione di inseguire la propria libertà autosufficiente per scoprire la vera libertà che è dalla schiavitù da sé e dalla vacuità del vivere per se stessi.

Fin da giovani abbiamo avuto il privilegio di essere stati invitati e condotti a riconoscerci in questa famiglia del Signore, comunità di umili e poveri radunati dal vincolo dell’amore di Dio. Non resistiamo allora alla sua attraente bellezza, ma anzi, pieni di gratitudine per il dono che ci è fatto accompagniamo ad essa quanti vagano sperduti e cercano dove trovare la solidità e il bene a cui affidarsi. È la responsabilità, davanti al mondo, di esercitare pienamente la libertà dell’amore e di legarci al giogo soave della comunità perché sia il Signore a condurci dove non sappiamo e non vogliamo in quella famiglia di umili  e poveri che essa è.

 

IV domenica del tempo ordinario - 3 febbraio 2013


Dal libro del profeta Geremia 1,4-5.17-19

Nei giorni del re Giosìa, mi fu rivolta questa parola del Signore: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni. Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi, alzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro. Ed ecco, oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti».


Salmo 70 - La mia bocca, Signore, racconterà la tua salvezza.

In te, Signore, mi sono rifugiato,
mai sarò deluso.
Per la tua giustizia, liberami e difendimi,
tendi a me il tuo orecchio e salvami.

Sii tu la mia roccia, una dimora sempre accessibile;
hai deciso di darmi salvezza:
davvero mia rupe e mia fortezza tu sei!
Mio Dio, liberami dalle mani del malvagio.

Sei tu, mio Signore, la mia speranza,
la mia fiducia, Signore, fin dalla mia giovinezza.
Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno,
dal seno di mia madre sei tu il mio sostegno.

La mia bocca racconterà la tua giustizia,
ogni giorno la tua salvezza.
Fin dalla giovinezza, o Dio, mi hai istruito
e oggi ancora proclamo le tue meraviglie.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 12,31-13,13

Fratelli, desiderate intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via più sublime. Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo, per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe. La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino. Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!

 Alleluia, alleluia alleluia.

Il Signore mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione.

Alleluia, alleluia alleluia

 Dal vangelo secondo Luca 4,21-30

In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarèpta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naaman, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Commento

Cari fratelli e care sorelle, l’episodio che ci ha raccontato dall’evangelista Luca ci porta a Nazareth, il villaggio in cui era nato e cresciuto Gesù. In quel luogo egli era ben noto, tutti lo conoscevano fin da quando era piccolo, si può dire che sapevano tutto di lui. Ma ora egli vi tornava dopo un po’ di tempo, ci dice Luca, ed è preceduto da una grande fama. Gesù è diventato famoso, si parla di lui ovunque e con ammirazione: “la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano gloria.” Potremmo dire che Gesù entra nel suo villaggio come un uomo arrivato: ha raggiunto successo e notorietà, non gli mancheranno i mezzi per vivere una vita agiata, se sa usare bene ciò che ha ottenuto.

Questo avrà pensato la gente di Nazareth ascoltando il loro compaesano. Tutti infatti sono pieni di ammirazione per lui, magari anche con una punta di invidia. Infatti ciò a cui egli è arrivato era quello che ciascuno di loro avrebbe desiderato per sé. È quella spontanea invidia che si prova per tutti quelli che hanno raggiunto fama e successo, nonché un certo benessere: egli sicuramente è felice, perché non si deve più preoccupare di niente, può fare a meno di tutti. Non è forse quello che sogniamo anche noi, l’augurio che ci facciamo o anche la preghiera che rivolgiamo a Dio?

Gesù intuisce questi sentimenti nelle persone che ha davanti e infatti dice: “Certamente voi mi citerete questo proverbio: Medico cura te stesso”. Gesù da’ voce a un’idea molto semplice e comune: beato te che ora puoi pensare a te stesso senza doverti preoccupare degli altri. Si pensa che questa infatti sia la felicità e il traguardo della vita: essere autosufficienti, e i suoi compaesani potevano desiderare che lui si degnasse di condividere con loro un po’ del suo successo e fortuna: “Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria”. Dopo quello dell’ammirazione per chi ha successo, questo è il secondo pensiero comune che Gesù svela, e cioè il fatto che innanzitutto bisogna pensare ai propri, siano essi i parenti, i vicini, i compaesani, quelli più simili e naturalmente affini a sé.

Gesù fa emergere questi pensieri che nessuno aveva espresso, pur avendoli tutti nel proprio cuore, perché, allora come oggi, sono così scontati che ci sembrano naturali e quasi necessari.

La parola di Dio infatti, per chi la ascolta con attenzione, ha questa forza di svelarci il nostro pensiero, di porlo davanti a noi nella sua crudezza, a volte anche un po’ banale. Ma tanti pensieri che ci vengono naturali e spontanei perdono la loro ingenuità innocua se messi a confronto con la parola di Dio e rivelano la loro natura figlia del male che si fa strada dentro di noi in modo nascosto. Così è di questi due pensieri che Gesù rivela: l’ammirazione e l’invidia per il successo e il pensare innanzitutto a sé e ai suoi.

Gesù esprime chiaramente il fatto che lui non condivide questi pensieri, anzi, il suo modo di vedere è quello espresso nel brano di Isaia che aveva appena letto nella sinagoga e che, egli afferma, si compie nella sua vita. Esso è esattamente il contrario di quello della gente che ha difronte. Il profeta parla dell’inaugurazione di un tempo nuovo, tempo dello Spirito, cioè dell’amore, tempo della pienezza e della realizzazione del massimo a cui ciascuno può aspirare. Ma al contrario dell’idea di successo personale, esso si caratterizza per il fatto che centro della vita e dell’azione non sono io, ma gli altri, e non “i miei”, quelli del mio gruppo e della mia famiglia, ma quelli che hanno più bisogno di essere liberati dal giogo della povertà, di tornare a vedere un futuro per sé in una esistenza schiacciata dall’oppressione. È quel primato della carità di cui parla anche san Paolo, che viene prima di tutto perché realizza la pienezza della vita: “E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo, per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe”.

Ma quello che appare ancora più rivoluzionario, e che i compaesani di Gesù non sopportano, è la proclamazione che queste non sono solo parole, un programma bello ma irrealizzabile. Finché è così infatti nessuno si rifiuterebbe di sottoscriverlo, non costa nulla e si fa bella figura. No, Gesù sottolinea che questo tempo nuovo si è inaugurato ed è realizzato nella sua persona, cioè che si può vivere veramente così e c’è qualcuno che già lo fa. E’ questa la forza dirompente delle parole di Gesù che provocano la reazione sdegnata di quelli che lo ascoltavano.

Anche noi restiamo turbati da questa affermazione che il vangelo non è solo un’utopia bella ma troppo difficile, bensì qualcosa che è alla portata di chiunque lo voglia vivere.

Questo fastidio fa sì che il Signore Gesù se ne vada dalla nostra vita, come fece a Nazareth, vi passa in mezzo, ma è come se non ci fosse, se ne va oltre, non si piega ad una riduzione minimalista, non accetta compromessi facili. La Parola di Dio è libera, scende su di noi ma non è prigioniera, ci vuole attrarre a sé ma non a tutti i costi.

Ma chi invece accetta di vivere la priorità della carità di cui parla Paolo fa sì che il Signore non passi via dalla propria vita, ma si fermi e ci apra alla fede che, sempre secondo l’apostolo, è come il frutto della pratica dell’amore per il fratello e la sorella, specialmente i più deboli.

Accogliamo allora l’invito che ci giunge oggi dalle parole di Gesù a non lasciarci scoraggiare dalla difficoltà di vivere il Vangelo, ma a seguire con semplicità e fedeltà il suo esempio che ci dice che è possibile farlo perché lui per primo percorre la via dell’amore attirandoci a seguirlo.

 
 

Preghiere

 
O Signore che vieni e visiti la nostra vita, non ti sdegnare per la scarsa accoglienza che diamo alle tue parole, ma aiutaci ad essere discepoli fedeli del Vangelo.

Noi ti preghiamo

  

O Padre che hai mandato tuo figlio per la salvezza di tutti gli uomini, fa’ che impariamo a seguirlo senza incertezza, perché vivendo la carità con i fratelli impariamo anche a vivere la fiducia in lui.

Noi ti preghiamo

 
Signore ti preghiamo per tutti coloro per i quali tu annunci un tempo nuovo di perdono e salvezza: per i malati, i sofferenti, i poveri. Fa’ che giunga presto la guarigione e la consolazione che tanti invocano da te.

Noi ti preghiamo

  

Signore Gesù che non hai scelto di amare solo la piccola cerchia dei tuoi ma che hai allargato l’orizzonte della salvezza all’umanità intera, aiutaci a imitarti divenendo capaci di voler bene a tanti e di desiderare un futuro migliore per tutti.

Noi ti preghiamo

 

Manda il tuo Spirito o Signore perché il mondo sia liberato dall’odio e dall’egoismo ed ogni uomo e donna sappia essere fratello e sorella di chi gli sta accanto.

Noi ti preghiamo

 

Ti preghiamo o Signore di sostenere la fatica di coloro che annunciano il Vangelo. Aiutali a continuare con perseveranza e fa’ di noi testimoni credibili che è possibile vivere il vangelo e cambiare la vita.

Noi ti preghiamo.

 

Ti invochiamo o Signore, manda il dono della pace in tutti quei luoghi in cui infuria la violenza della guerra: in Siria, in Mali, e ovunque. Soccorri le vittime della mano violenta che si alza sul fratello.

Noi ti preghiamo

 
O Padre ti chiediamo di sostenere tutti coloro che ti cercano anche senza sapere come trovarti. Fa’ che l’annuncio del Vangelo e la testimonianza dei discepoli li attirino a te unico e vero amico di tutti gli uomini.

Noi ti preghiamo

 

Incontro con i genitori dei ragazzi del catechismo - 2 febbraio 2013


 

La fede

Siamo in un anno che tutta la Chiesa ha dedicato al tema della fede, cioè ad approfondire il senso e il valore del nostro essere cristiani. È una domanda che dobbiamo porci per noi stessi, innanzitutto, ma che ci coinvolge anche come genitori ed educatori, perché la fede sia trasmessa ai nostri figli. È utile pertanto riflettere su questo tema a partire da noi stessi.

Che cosa significa avere fede?

Il primo elemento da sottolineare è che affrontare Il tema della fede non significa innanzitutto riaffermare o approfondire dei contenuti (articoli di fede, dogmi, affermazioni fondamentali, ecc…).

Avere fede non significa esattamente “credere”. Anche etimologicamente la parola “fede” ha un’altra radice semantica. Si può credere anche senza avere fede. Noi tutti crediamo fermamente nell’esistenza degli atomi, anche se nessuno li ha mai visti, la scienza ce ne dimostra l’esistenza e a nessuno di noi verrebbe in mente di negarne la realtà. Ma quante volte al giorno pensiamo agli atomi? Che rilevanza hanno nel determinare le nostre scelte? Ovviamente nessuna.

Credere in Dio spesso nella nostra vita ha la stessa rilevanza del credere nell’esistenza degli atomi: una verità tanto fondamentale, innegabile, certa, quanto inutile.

Allora cosa significa fede, avere fede?

Credo che questa sia un interrogativo centrale nel tempo di oggi, quando ormai nessuno nega l’esistenza di Dio, come forse avveniva decenni fa, tempo di ateismi e di regimi totalitari anti-cristiani (nazismo, comunismo). Oggi la vera negazione di Dio non è affermare la non-esistenza di Dio, ma la sua irrilevanza. “Che Dio esista pure”, si dice e si pensa, “non vale la pena faticare a dimostrare che non c’è, basta riconoscere che non mi serve a nulla.”

Il profeta Michea ci propone una bella sintesi, a mio giudizio, di come giungere alla fede. Non è una presentazione teorica né un teorema che dimostri l’esistenza di Dio. Michea non avverte l’esigenza di convincere qualcuno che Dio esiste, ma indica una pedagogia che ci porta ad incontrare Dio. Lì, in quell’incontro avviene poi la scelta della fede, cioè di fidarsi di lui o meno.

"Con che cosa mi presenterò al Signore, mi prostrerò al Dio altissimo?

Mi presenterò a lui con olocausti, con vitelli di un anno?

Gradirà il Signore migliaia di montoni e torrenti di olio a miriadi?

Gli offrirò forse il mio primogenito per la mia colpa, il frutto delle mie viscere per il mio peccato?".

Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te:

 

praticare la giustizia,

amare la bontà,

camminare umilmente con il tuo Dio.” (Michea 6,6-8)

 

Il brano si apre con una domanda dell’uomo. Il primo passo è accettare che Dio mi ponga una domanda, sia una domanda per la mia esistenza. È questo il primo passo che conduce alla fede. Senza porsi una domanda non c’è fede.

È la domanda dell’uomo per il quale ha rilevanza una ricerca esistenziale del senso della vita, per il quale Dio ha lo spazio e la rilevanza di un interrogativo. Questo uomo si pone la domanda di come presentarsi a Dio.

La risposta immediata che gli viene è quella del culto tradizionale di Israele, che prevedeva una serie di offerte e azioni per riconoscere la propria sottomissione al Signore.

Potremmo dire che anche per noi la risposta più scontata è l’offerta del culto (vado a Messa), o dell’osservanza delle prescrizioni (osservo i comandamenti), dell’obbedienza ai precetti (non faccio niente di male). Cioè essere disposti a rinunciare a qualcosa che si ha per dimostrare quanto Dio per noi conta. Sacrificare il proprio tempo, la libertà di agire come si vuole, accettare limitazioni e rinunce.  

Il profeta controbatte a questa risposta richiamando ciò che Dio richiede all’uomo:

“praticare la giustizia,

amare la bontà,

camminare umilmente con il tuo Dio.”

Sono le priorità, cioè quello che sta particolarmente a cuore a Dio. Non basta dare “qualcosa”, dice Michea, non c’è un gesto da compiere o un obbligo da osservare, una rinuncia, ma un “come” essere: giusto, buono, umile.

La giustizia consiste nel porre il proprio interesse sullo stesso piano di quello degli altri nostri simili, e resistere alla tentazione così spontanea di far prevalere il proprio tornaconto su quello degli altri.

L’amore per il bene significa porre l’interesse degli altri nostri simili al di sopra del nostro, al di là del dovuto e dell’obbligo, come richiede, ad esempio, il rapporto fra parenti.

Infine camminare umilmente con Dio significa mettere l’interesse per Dio sopra quello nostro e degli altri.

C’è come una gradualità in salita: Dio ci richiama alla pedagogia con cui ci tratta e che non chiede più di quello che sa che siamo in grado di dare, ma  allo stesso tempo non si accontenta e non rinuncia a chiedere il massimo, accettando la gradualità e la fatica del rapporto con noi.

Questo riguarda anche i nostri ragazzi. Trasmettere la fede a chi è più piccolo infatti non significa “semplificare” qualcosa di complicato, ma utilizzare la stessa pedagogia che Dio ha usato con noi: chiedere molto, tutto, sapendo ciò che loro ci possono dare. Spesso però restiamo stupiti perché la generosità e la prontezza di risposta di un bambino supera le nostre aspettative e, magari, anche le nostre stesse misure.

L’ultimo passo proposto da Michea è “camminare con Dio umilmente”.

Dio sa che la fede può nascere solo dal camminare insieme. Cioè che si può imparare a fidarsi non di una idea o di una verità (i “contenuti” di cui parlavamo all’inizio) ma di una persona con la quale si cammina insieme.

Ma come si fa a camminare con Dio?

Dio, nessuno lo ha mai visto” ci dice l’evangelista Giovanni (Gv 1, 18), come si fa a camminare con qualcuno che non si vede e non si trova? L’apostolo continua: “il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

Noi oggi allora possiamo camminare con Dio seguendo le orme di Gesù, facendoci suoi contemporanei. Identifichiamoci in uno dei discepoli, chiamati mentre stavano a pesca sul mare di Galilea. Era gente comune: paurosi, litigiosi, testardi, orgogliosi, fragili, proprio come ciascuno di noi. L’unica cosa che li accomuna fra loro e con Dio è che accettano di camminare con lui, umilmente, cioè come discepoli, gente che sta lì per imparare.

I discepoli non capiscono tutto prima. Gesù non spiega loro per filo e per segno il suo piano. Li invita solo a fidarsi di camminare con lui: “Passando lungo il mare di Galilea, Gesù vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: "Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini". E subito lasciarono le reti e lo seguirono.” (Mc 1,15)

In questo i più piccoli ci sono di esempio. Quante volte essi infatti ci seguono e ci imitano (e lo fanno molto) non perché gli abbiamo spiegato tutto o perché sono persuasi dai nostri discorsi, ma semplicemente perché sanno che noi gli vogliamo bene, e per questo si fidano di noi. Gesù ai dodici chiede più o meno lo stesso: “seguitemi, perché io vi voglio bene!”

Fidarsi di Dio

Noi conosciamo molto di Gesù, sicuramente più dei pescatori raggiunti dalla sua predicazione in riva la lago di Galilea e più dei nostri ragazzi. Abbiamo ascoltato tante sue parole, abbiamo riflettuto sui suoi gesti, fino a quello estremo del dono della vita sulla croce e alla sua resurrezione. Abbiamo ricevuto tante volte quello stesso invito: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”. Ma abbiamo eretto come un muro nel nostro cuore che ci impedisce di credere che è ora di chiudere un tempo passato, di aprirne un altro, di cambiare radicalmente e sovvertire i nostri modi di pensare e vivere, di credere che il modo di vivere di Gesù è anche per noi la buona notizia, Vangelo, che la nostra vita non è condannata a perdersi nel nulla, ma si può salvare.

Abbattere questo muro e cominciare a fidarci di lui è la fede. È un dono perché è Dio che fa il primo passo verso di noi e  ci invita a seguirlo, ma è nostra la scelta di fidarci e  seguirlo.

Dicevo come i discepoli iniziano a seguire Gesù senza capire e senza sapere, ma solo perché si sono fidati di lui.

Dove li avrebbe portati?

Cosa avrebbe chiesto loro?

A quali rischi li avrebbe esposti?

A quali gloriose conquiste li avrebbe guidati?

Se ne sarebbero pentiti in seguito?

Non lo sanno.

La fiducia non nasce mai da una certezza o da un calcolo preventivo. La fede non è un contratto con chiare clausole o una partita doppia di dare e avere. L’unico modo per sapere come andrà a finire per i discepoli, e per ciascun discepolo, anche noi, è seguirlo e farsi trascinare da lui dove non vogliamo. Non a caso la richiesta triplice di amore di Gesù a Pietro è legata alla profezia che sarà portato dove lui non sa e dove non avrebbe mai pensato e voluto andare: “Gesù disse a Simon Pietro: "Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?". Gli rispose: "Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene". Gli disse: "Pasci i miei agnelli". Gli disse di nuovo, per la seconda volta: "Simone, figlio di Giovanni, mi ami?". Gli rispose: "Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene". Gli disse: "Pascola le mie pecore". Gli disse per la terza volta: "Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?". Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: "Mi vuoi bene?", e gli disse: "Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene". Gli rispose Gesù: "Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi".” (Gv 21,15-19)

Fede e martirio

Per concludere vorrei proporre un’ultima riflessione sulla fede. Sono convinto che tutte le cose vere e profonde della vita rivelano il loro vero volto se riflesse nello specchio di essa che è la morte. Anche nel caso della fede. Non esiste infatti vera fede senza il dono della propria vita. Non sempre questo dono ci è chiesto nell’esito tragico della morte, come nel caso dei martiri che fin dai primissimi secoli hanno come costellato il cielo dell’esistenza della Chiesa, ma nel martirio (che significa testimonianza, non dimentichiamolo) quotidiano di un amore che è dono di sé, cioè identificarsi con la vita di Gesù.

A questo infatti ci porta “camminare con lui”, a divenire, piano piano, come lui, “martiri”, cioè testimoni, del suo amore.  Ci porta ad assumerne l’andatura, i tratti somatici, le espressioni, il tono della voce, le parole, la compassione, la mitezza, lo sguardo penetrante e buono, la ribellione al male, ecc…

È questa forse la scommessa più audace della fede: proviamo a fidarci del poco, del semplice, dell’umile che ci propone il Vangelo e ci troveremo signori sopra i poteri del mondo che tengono in scacco e prigionieri gli uomini del nostro tempo: “Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città” dice Gesù (Lc 19,17).

Fidarsi di Dio è il più grande atto di amore, e il più grande atto di libertà, per questo ci rende veramente umani e veri, perché chi non ama ed è schiavo è un uomo umiliato e diminuito. Lasciamo brillare la pienezza del nostro essere uomini accettando di camminare con Dio e di farci da lui trasformare poco a poco, nella fiducia.

Questo spiega anche quanto possiamo aiutare i nostri ragazzi solo con il nostro esempio. A volte credo che sottovalutiamo il peso che hanno le nostre scelte su di loro, anche se non sono spiegate. Se noi ci fidiamo di Dio e lo seguiamo, anche loro si fideranno di lui e lo seguiranno.