sabato 23 febbraio 2013

Incontro su Benedetto XVI in occasione delle sue dimissioni - 20 febbraio 2013


Benedetto XVI, un papa da amare, un uomo da comprendere

 Con questo titolo vorrei, un po’ provocatoriamente, rispondere a tante generalizzazioni a cui abbiamo assistito in questi giorni sui giornali. Nell’aprire questo nostro incontro infatti è utile premettere innanzitutto che Benedetto XVI è sì il papa della Chiesa cattolica, e in quanto tale riveste un ruolo istituzionale importante, ma anche un uomo con una sua storia e un suo profilo umano originale e ricco e una dimensione spirituale importante per quello che ha detto, fatto e compiuto nella sua lunga vita.

Insomma innanzitutto credo bisogna sgombrare la mente dalle facili generalizzazioni di tipo giornalistico che tendono ad appiattire la personalità di un uomo complesso come Benedetto nel suo ruolo o, all’opposto, ne mostrano il lato umano come fosse un manager qualunque di una multinazionale. C’è da fuggire le semplificazioni e i sensazionalismi, così come le battute da bar. La mia impressione è che in questi giorni spesso si presentasse più una caricatura che un profilo del papa. Ma questo non perché ci sia malanimo nei suoi confronti o intenzioni persecutorie per la Chiesa, non mi sembra che ci troviamo in tempo di persecuzioni in Italia, come tanti vogliono far credere, quanto piuttosto per una innata spinta alla semplificazione da parte dei media che giudicano e sono portati a definire sbrigativamente con uno slogan persone e temi così importanti e complessi.

Basti pensare ad un fatto secondo me sconcertante. Per anni alcuni opinionisti dei media (Ezio Mauro, Vito Mancuso, ec…) hanno presentato Benedetto XVI come papa oscurantista e tradizionalista, disegnandone una caricatura a tinte fosche e senza sfumature. Oggi quegli stessi sono lì a farne gli elogi come modernizzatore e progressista, colui che ha saputo dare una svolta di novità ad una Chiesa chiusa e conservatrice. Mi sembra che qualcosa non vada sia nel primo caso che nel secondo, ed evidenzi una superficialità di giudizio tutto ideologico e sbrigativo, senza spessore di comprensione storica e spirituale.

La parola d’ordine che vorrei assumere questo pomeriggio è proprio questa: complessità e non semplificazione.

Né d’altro canto mi sembra sufficiente dare sfogo istintivo ai sentimenti di amarezza, stupore, soddisfazione, smarrimento, ecc… Certo, è la nostra reazione istintiva, ma bisogna saper dare spessore al nostro pensare e sentire.

Vorremmo allora qui partire da un profilo storico di Benedetto XVI per capirne lo spessore umano.

L'infanzia e la gioventù

Il padre, Joseph Ratzinger, era un gendarme e proveniva da una modesta famiglia di agricoltori della Bassa Baviera; la madre, Maria Rieger, era figlia di artigiani e, prima di sposarsi, aveva lavorato come cuoca in diversi alberghi. Joseph Ratzinger è nato il 16 aprile 1927.

Dopo i primi studi in seminario, all'età di 16 anni il giovane Joseph venne assegnato al programma Luftwaffenhelfer ("personale di supporto alla Luftwaffe") a Monaco e fu assegnato in un reparto di artiglieria contraerea esterno alla Wehrmacht che difendeva gli stabilimenti della BMW. Come egli stesso ricorda, nell'aprile del 1944 durante una marcia disertò, e riuscì ad evitare la fucilazione, prevista per i disertori, grazie ad un sergente che lo fece scappare. Durante tutto questo periodo non ebbe mai necessità di sparare un colpo e infatti non si trovò mai a partecipare a scontri armati.

Gli studi filosofici e teologici

Ha compiuto inizialmente i suoi studi in filosofia all'università di Monaco di Baviera e successivamente alla scuola superiore di filosofia e teologia di Frisinga. Il 29 ottobre 1950 fu ordinato diacono e il 29 giugno 1951 all'età di 24 anni, assieme a suo fratello maggiore Georg, fu ordinato presbitero dal cardinale arcivescovo di Monaco e Frisinga.

Nel 1953 discusse a Frisinga la tesi di teologia su sant'Agostino. Nel 1955 presentò la tesi di abilitazione all'insegnamento su san Bonaventura per la cattedra di teologia dogmatica e fondamentale a Frisinga.

La carriera accademica

Ratzinger divenne professore all'Università di Bonn nel 1959 e nel 1963 si trasferì all'Università di Münster.

Per il giovane professore fu un'esperienza fondamentale la partecipazione, dal 1962, al concilio Vaticano II dove acquisì notorietà internazionale. Inizialmente partecipò come consulente teologico dell'arcivescovo di Colonia cardinale Josef Frings, e poi come perito del Concilio fin dalla fine della prima sessione. Fu un periodo in cui arricchì molto le proprie conoscenze teologiche, avendo infatti avuto modo di incontrare molti teologi come Henri De Lubac, Jean Daniélou, Yves Congar, oltre a cardinali e vescovi di tutto il mondo. Durante il tempo del Concilio, per la collaborazione con teologi come Hans Küng e Edward Schillebeeckx, Ratzinger fu visto come un riformatore.

Nel 1966 fu nominato alla cattedra di teologia dogmatica presso l'Università di Tubinga.

Nel 1969 tornò in Baviera, chiamato all'Università di Ratisbona. Nel 1972 fondò la rivista teologica Communio insieme con Hans Urs von Balthasar, Henri de Lubac, Walter Kasper e altri. Communio, ora pubblicata in diciassette lingue, divenne un giornale di spicco del pensiero teologico cattolico nell'orizzonte contemporaneo. Fino alla sua elezione a papa rimase uno dei più prolifici collaboratori della rivista.

Arcivescovo di Monaco e Frisinga, Cardinale di Santa Romana Chiesa e Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede

Il 24 marzo 1977 venne nominato arcivescovo di Monaco e Frisinga da papa Paolo VI ed il 28 maggio dello stesso anno ricevette la consacrazione episcopale.

Pochi mesi dopo la nomina ad arcivescovo, il 27 giugno 1977 lo stesso papa Paolo VI lo creò cardinale.

L'anno successivo prese parte al conclave dell'agosto 1978 e dell'ottobre 1978 che elessero al soglio pontificio rispettivamente Albino Luciani e Karol Józef Wojtyła. Il 25 novembre 1981 papa Giovanni Paolo II lo nominò prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, presidente della Pontificia Commissione Biblica e della Commissione Teologica Internazionale. Dal 1986 al 1992 fu inoltre chiamato a presiedere la Commissione per la preparazione del Catechismo per la Chiesa universale.

Decano del Collegio Cardinalizio

Il 27 novembre 2002 venne eletto decano del Collegio cardinalizio. Nonostante avesse avanzato più volte le richieste di congedo, mantenne il suo incarico in curia e divenne uno dei più stretti collaboratori del pontefice, soprattutto con l'aggravarsi delle sue condizioni di salute.

Come decano del Sacro Collegio, venerdì 8 aprile 2005, presiedette la cerimonia funebre per Giovanni Paolo II; durante la Messa, pronunciò un'omelia in cui denunciò il pericolo di una «dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e lascia come ultima misura solo il proprio io e le proprie voglie», opponendo ad essa «un'altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo», «misura del vero umanesimo», «criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità»; disse quindi che: «questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo» anche se «avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo».

L’elezione a Pontefice

Ratzinger fu eletto 265° papa durante il secondo giorno del conclave del 2005, al quarto scrutinio, nel pomeriggio del 19 aprile 2005. Nel suo primo discorso da papa, seguito dalla benedizione Urbi et Orbi, riservò un ricordo al suo amico e predecessore Giovanni Paolo II:

« Cari fratelli e sorelle, dopo il grande papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno eletto me, un semplice ed umile lavoratore nella vigna del Signore. Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare ed agire anche con strumenti insufficienti e soprattutto mi affido alle vostre preghiere. Nella gioia del Signore risorto, fiduciosi nel suo aiuto permanente, andiamo avanti. Il Signore ci aiuterà e Maria sua Santissima Madre, starà dalla nostra parte. Grazie. »

Domenica 24 aprile 2005 si tenne in piazza San Pietro la messa per l'inizio del ministero petrino di Benedetto XVI, il quale pronunciò un'omelia:

« Ed ora, in questo momento, io debole servitore di Dio devo assumere questo compito inaudito, che realmente supera ogni capacità umana. Come posso fare questo? Come sarò in grado di farlo? Voi tutti, cari amici, avete appena invocato l'intera schiera dei santi, rappresentata da alcuni dei grandi nomi della storia di Dio con gli uomini. In tal modo, anche in me si ravviva questa consapevolezza: non sono solo. Non devo portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo. La schiera dei santi di Dio mi protegge, mi sostiene e mi porta. E la Vostra preghiera, cari amici, la Vostra indulgenza, il Vostro amore, la Vostra fede e la Vostra speranza mi accompagnano»

Il 7 maggio 2005 nella basilica di San Giovanni in Laterano si tenne la messa di insediamento sulla cattedra romana del vescovo di Roma. Durante l'omelia il Papa riprese il concetto di "debole servitore di Dio": «Colui che è il titolare del ministero petrino deve avere la consapevolezza di essere un uomo fragile e debole - come sono fragili e deboli le sue proprie forze - costantemente bisognoso di purificazione e di conversione».

I principali temi di riflessione

La dittatura del relativismo

« Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare "qua e là da qualsiasi vento di dottrina", appare come l'unico atteggiamento all'altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. »

Papa Benedetto XVI ha spesso definito il relativismo l'odierno problema centrale della fede; il 6 giugno 2005, in un discorso alla Diocesi di Roma presso la Basilica di San Giovanni in Laterano, ha osservato:

« Oggi un ostacolo particolarmente insidioso all'opera educativa è costituito dalla massiccia presenza, nella nostra società e cultura, di quel relativismo che, non riconoscendo nulla come definitivo, lascia come ultima misura solo il proprio io con le sue voglie, e sotto l'apparenza della libertà diventa per ciascuno una prigione, perché separa l'uno dall'altro, riducendo ciascuno a ritrovarsi chiuso dentro il proprio "io". »

(Papa Benedetto XVI, Messaggio per la celebrazione della XLV Giornata Mondiale della Pace)

Fede e ragione

Il 26 settembre 2005 in un colloquio concesso ad Hans Küng, il Papa teologo ha «apprezzato» lo «sforzo» di Küng di «contribuire ad un rinnovato riconoscimento degli essenziali valori morali dell'umanità attraverso il dialogo delle religioni e nell'incontro con la ragione secolare», ha sottolineato che «l'impegno per una rinnovata consapevolezza dei valori che sostengono la vita umana è un obiettivo importante del suo Pontificato» e ha anche affermato di condividere il tentativo di Küng di «ravvivare il dialogo tra fede e scienze naturali e di far valere, nei confronti del pensiero scientifico, la ragionevolezza e la necessità della Gottesfrage».

 

Da questo rapido excursus biografico emerge innanzitutto il profilo di un uomo di grande cultura e di fine spiritualità. La realtà contemporanea è da lui analizzata nelle sue strutture di pensiero profonde, evidenziandone i punti più problematici e indicando le risposte della fede a livello delle radici del pensiero e delle mentalità. Questa attitudine ne ha prodotto spesso un’immagine fredda e distaccata, schiva e quasi timida nell’incontro umano, più portata alla speculazione che all’azione.

Anche se in parte c’è del vero in questo profilo della personalità di papa Ratzinger, probabilmente quello che più ha determinato questa impressione è stato il confronto con Giovanni Paolo II. Un confronto che viene spontaneo. Un pontificato così prolungato (25 anni) e così carismatico ha impresso un’impronta molto profonda sull’idea di papa nella generazione di chi l’ha avuto difronte per un tempo così lungo.

Questo è naturale e inevitabile, ma credo che dobbiamo con onestà assumerci la responsabilità di un giudizio meno emotivo. Non si possono paragonare le persone come fossero cose. Ciascuno ha la sua storia, umanità e indole. Woytila non è Ratzinger: mi sembra una banalità. Ognuno è se stesso, e anche il tempo, il mondo, le sfide di Woytila non sono quelle che ha dovuto affrontare Ratzinger, è naturale.

Giovanni Paolo II è stato eletto nel 1978 all’età di 58 anni ed ha fin da subito incarnato un’immagine di forte vitalità ed energia. Certo erano una vitalità ed un’energia che avevano il loro  fondamento non solo nella fisicità ma soprattutto in una spiritualità e fede profonda, tuttavia esse hanno segnato il suo passaggio fra gli uomini. Un gusto innato per l’incontro, un prorompente ottimismo (pensiamo alla Polonia del ’78 e al suo lavoro per l’Est Europa), l’estroversione, il valore dato al gesto e alla presenza, oltre che alle parole. Questo non vuol dire che Woytila non fosse un intellettuale colto e raffinato. Le biografie ci presentano un curriculum di studio e un impegno di riflessione filosofica e teologica non indifferente. Ma la storia e il contesto umano e sociale di provenienza lo hanno spinto in questa direzione. Non è un caso però che Woytila abbia voluto accanto a sé come valido aiuto e fidato collaboratore in un posto chiave della Chiesa proprio Joseph Ratzinger, nominato alla Congregazione per la Dottrina della fede tre nani dopo la sua elezione al soglio pontificio (nel 1981), mantenendolo in quel suo ruolo ben oltre l’età della pensione, fino alla sua morte. Woytila non era uno sciocco e la presenza di Ratzinger gli offriva il sostegno intellettuale e la garanzia di un’attenzione alle correnti del pensiero contemporaneo di cui sentiva il bisogno. Sono ridicole infatti le caricature che venivano diffuse allora delineando un papa progressista e sbilanciato verso il mondo e un Prefetto del Sant’Uffizio retrivo e conservatore. I due si capivano e agivano in piena sintonia.

L’elezione di Ratzinger al soglio pontificio ha dimostrato casomai esattamente il contrario: papa Benedetto ha sempre ritenuto di dover continuare l’impostazione del pontificato di Giovanni Paolo II, specialmente per quanto riguarda l’attuazione del Concilio, ma certo non ha mai avuto intenzione di scimmiottare un papa così diverso da sé.

Una scelta coraggiosa

La scelta di dimettersi è stata senza dubbio una scelta coraggiosa. In questo papa Benedetto ha confermato un atteggiamento che è stato costantemente suo: il coraggio di dire sempre apertamente e senza aggiustamenti ciò che riteneva giusto e vero. Le sue prese di posizione contro il relativismo o verso atteggiamento di cedimento al secolarismo sono sempre state nette e decise, senza mediazioni e compromessi. In questo senso la scelta fatta è perfettamente in linea col suo atteggiamento di ricerca intellettuale rigorosa della verità e, una volta maturato un pensiero convinto, sua affermazione senza incertezze. Questo ha scontentato molti, che avrebbero preferito uno spirito definito più “pastorale”, nel senso di disposto a tenere in contro la situazione difficile della vita di molti per guidarli con gradualità pedagogica verso la verità, ma il papa sentiva evidentemente una responsabilità grande derivante dal suo ruolo, lasciando ad altre istanze con compiti più specificamente pastorali trovare le mediazioni e le forme di attuazione dei principi da lui proclamati.

In questo ambito va collocata anche la scelta delle dimissioni: scelta meditata (per un anno circa), ponderata (come ha detto lui stesso nel famoso discorso al Concistoro dell’11 febbraio 2013), non emotiva né d’impulso, presa prima che potesse divenire impossibile maturarla e spiegarla con il necessario rigore intellettuale, come sarebbe avvenuto in caso di aggravamento dello stato di salute. Infatti il papa ha parlato sempre e solo di debolezza fisica, non di malattia, né di scoraggiamento morale.

 

Il precedente: Celestino V

Si è parlato in questi giorni del famoso precedente, le dimissioni del papa Celestino V, anche perché Ratzinger mostro, durante la visita all’Aquila del 12 febbraio 2012, una particolare venerazione per quel  papa Santo per la Chiesa.

Mi sembra utile accennare brevemente a qual papa, anche perché con il gesto di offrire il suo pallio alla tomba del santo, Benedetto ha mostrato di sentire particolarmente vicina a sé quella figura di papa.

Celestino V nacque fra il 1209 ed il 1215, fu il 192° Papa della Chiesa cattolica dal 29 agosto al 13 dicembre 1294.

Eletto il 5 luglio 1294, fu incoronato all’Aquila il 29 agosto nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio, dove è sepolto. Celestino V fu il primo Papa che volle esercitare il proprio ministero al di fuori dei confini dello Stato Pontificio e il sesto, dopo San Clemente I, Papa Ponziano, Papa Silverio, Benedetto IX e Gregorio VI ad abdicare.

Di origini contadine, penultimo di dodici figli, da giovane, per un breve periodo, soggiornò presso il monastero benedettino di Santa Maria in Faifoli, ritirandosi nel 1239 in una caverna isolata sul Monte Morrone, sopra Sulmona. Qualche anno dopo si trasferì a Roma, presumibilmente presso il Laterano, ove studiò fino a prendere i voti sacerdotali.

Lasciata Roma, nel 1241 ritornò sul monte Morrone , in un'altra grotta, presso la piccola chiesa di Santa Maria di Segezzano. Cinque anni dopo abbandonò anche questa grotta per rifugiarsi in un luogo ancora più inaccessibile sui monti della Maiella, negli Abruzzi, dove visse nella maniera più semplice che gli fosse possibile.

Si allontanò temporaneamente dal suo eremitaggio del Morrone nel 1244 per costituire una Congregazione ecclesiastica riconosciuta da papa Gregorio X come ramo dei benedettini, denominata "dei frati di Pietro da Morrone", che ebbe la sua povera culla nell'Eremo di Sant'Onofrio al Morrone, il rifugio preferito di Pietro, e che soltanto in seguito avrebbe preso il nome di Celestini. I successivi vent'anni videro la radicalizzazione della sua vocazione ascetica e il suo distaccarsi sempre più da tutti i contatti con il mondo esterno, fino a quando non fu convinto che stesse sul punto di lasciare la vita terrena per ritornare a Dio.

Papa Niccolò IV morì il 4 aprile 1292; nello stesso mese si riunì il conclave, che in quel momento era composto da soli dodici porporati. Numerose furono le riunioni dei cardinali ma non riuscivano a far convergere i voti necessari su nessun candidato. Sopravvenne un'epidemia di peste che indusse allo scioglimento del Conclave. Passò più di un anno prima che il Conclave potesse nuovamente riunirsi, nella città di Perugia il 18 ottobre 1293.

I porporati però, nonostante le laboriose trattative, non riuscivano ad eleggere il nuovo Papa, soprattutto per la frattura che si era creata tra i sostenitori dei Colonna e gli altri cardinali. I mesi si susseguivano inutilmente e il permanere della sede vacante aumentava il malcontento popolare che si manifestava attraverso disordini e proteste, anche negli stessi ambienti ecclesiastici.

Nel frattempo, Pietro del Morrone aveva predetto "gravi castighi" alla Chiesa se questa non avesse provveduto a scegliere subito il proprio pastore. La profezia fu inviata al Cardinale Decano, Latino Malabranca, il quale la presentò all'attenzione degli altri cardinali, proponendo il monaco eremita come Pontefice; la sua figura ascetica, mistica e religiosissima, era assai nota e tutti ne parlavano con venerazione. Alla fine, dopo ben 27 mesi di sede vacante, emerse dal Conclave, all'unanimità, il nome di Pietro Angelerio del Morrone; era il 5 luglio 1294.

L'elezione unanime da parte del Sacro Collegio di un semplice monaco eremita, completamente privo di esperienza di governo e totalmente estraneo alle problematiche della Santa Sede, può forse essere spiegato dal proposito attendista di tacitare l'opinione pubblica e le monarchie più potenti d'Europa, vista l'impossibilità di eleggere un porporato su cui tutti fossero d'accordo.

Dietro consiglio di Carlo d'Angiò, trasferì la sede della Curia da L'Aquila a Napoli. Di fatto il Papa era così protetto da Carlo, ma anche suo ostaggio, in quanto molte delle decisioni pontificie erano direttamente influenzate dal re angioino.

Dopo pochi mesi giunse, poco a poco, alla decisione di abbandonare il suo incarico. In ciò sostenuto forse anche dal parere del cardinal Caetani, esperto di diritto canonico, il quale riteneva pienamente legittima una rinuncia al pontificato.

Circa quattro mesi dopo la sua incoronazione, il 13 dicembre 1294 Celestino V, nel corso di un concistoro, diede lettura di una bolla nella quale si contemplava la possibilità di una rinuncia all'ufficio di romano pontefice per gravi motivi. L'esistenza di questo documento, il cui originale ad oggi non ci è pervenuto, è ancora controversa nella storiografia.

« Ego Caelestinus Papa Quintus motus ex legittimis causis, idest causa humilitatis, et melioris vitae, et coscientiae illesae, debilitate corporis, defectu scientiae, et malignitate Plebis, infirmitate personae, et ut praeteritae consolationis possim reparare quietem; sponte, ac libere cedo Papatui, et expresse renuncio loco, et Dignitati, oneri, et honori, et do plenam, et liberam ex nunc sacro caetui Cardinalium facultatem eligendi, et providendi duntaxat Canonice universali Ecclesiae de Pastore. »
« Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della plebe [di questa plebe], al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all'onere e all'onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore la Chiesa Universale. »

Undici giorni dopo le sue dimissioni il Conclave, riunito a Napoli in Castel Nuovo, elesse il nuovo papa nella persona del cardinal Benedetto Caetani, famiglia di Anagni rivale dei Colonna. Aveva 64 anni ed assunse il nome di Bonifacio VIII.

Celestino V fu in seguito rinchiuso da Bonifacio nella rocca di Fumone, in Ciociaria, castello nei territori dei Caetani; qui Pietro morì il 19 maggio 1296. Il 5 maggio 1313, fu canonizzato da papa Clemente V, non quale martire, come avrebbe voluto Filippo il Bello, ma come confessore.

La vicenda di Pietro da Morrone – Celestino V si inserisce però in un clima culturale e spirituale dell’Italia del 1200 in cui alcune dottrine pauperistiche e mistiche (es. Gioacchino da Fiore) proclamavano con fervore profetico l’attesa di una “renovatio temporis”, auspicio (che fu anche di Francesco di Assisi) di una riforma della Chiesa nel senso di un ritorno alla purezza e alla povertà dei tempi apostolici. Negli ultimi decenni del secolo XIII, cioè proprio quelli di Celestino, vivacissima era l’attesa di un “pastor angelicus” ceh avrebbe dovuto rinnovare profondamente la vita della Chiesa, colpita da una profonda decadenza morale e spirituale, di cui le vicende del conclave di Celestino sono un chiaro esempio. A questa attesa fa riferimento anche Dante nell’inferno che nell’allegoria del Veltro ripropone proprio quest’ansia mistica e attesa profetica del pastor angelicus che sarà un riformatore religioso e non politico.[1]

Celestino probabilmente accettando la nomina papale aveva questo intento e molti videro in lui il pastor angelicus tanto desiderato.  Ma l’impossibilità di realizzare il progetto spinse Celestino a rinunciare.

Benedetto in qualche modo si è proposto al nostro mondo, in modo analogo, come guida spirituale in un tempo di forte materialismo e secolarizzazione, cercando di essere il pastor angelicus del XXI secolo. Da ciò il forte accento sul carisma spirituale e veritativo che Benedetto ha voluto incarnare in contrapposizione netta con un tempo avvertito come foriero di pericolose deviazioni. A questo fanno riferimento i frequenti cenni a tinte fosche ad un mondo in decadenza e pericolosamente allontanatosi da Dio e a una Chiesa stessa definita senza mezze misure come traditrice dell’ideale evangelico, fin dai noti cenni alla barca di Pietro nella via crucis del 25 marzo 2005, quando, ancora cardinale disse:

Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano. La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Ma siamo noi stessi a sporcarli! Siamo noi stessi a tradirti ogni volta, dopo tutte le nostre grandi parole, i nostri grandi gesti. Abbi pietà della tua Chiesa!”,

o quando poco prima di essere eletto papa a Subiaco nell’ambito di una conferenza dal titolo «L'Europa nella crisi delle culture», tracciò uno scenario della Chiesa in Europa e criticò fortemente «la forma attuale della cultura illuminista» che costituisce «la contraddizione in assoluto più radicale non solo del cristianesimo, ma delle tradizioni religiose e morali dell'intera umanità»,

fino ai più recenti interventi come in occasione del 50 anniversario dell’apertura del Concilio:

“In questi cinquant’anni abbiamo imparato ed esperito che il peccato originale esiste e si traduce, sempre di nuovo, in peccati personali, che possono anche divenire strutture del peccato. Abbiamo visto che nel campo del Signore c’è sempre anche la zizzania. Abbiamo visto che nella rete di Pietro si trovano anche pesci cattivi. Abbiamo visto che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario, con tempeste che minacciano la nave e qualche volta abbiamo pensato: «il Signore dorme e ci ha dimenticato»”.

Sono toni fortemente allarmati che danno idea dell’inquietudine del papa per la situazione della realtà ecclesiale e sociale nel mondo di oggi.

Quanto detto finora può aiutarci a comprendere meglio il travaglio interiore e il contesto spirituale nel quale è stata maturata la scelta di Benedetto XVI.

Strane idee sui media

Come accennavo all’inizio i media hanno fatto eco a questo avvenimento moltiplicando commenti e giudizi molteplici e non sempre sufficientemente approfonditi. Fra di essi vorrei affrontarne alcuni:

“Una scelta che fa entrare la modernità nella Chiesa” così titolava il 12 febbraio La Repubblica. Ezio Mauro esaltava il gesto del papa come segno di un riconoscimento che finalmente il papa avrebbe fatto dell’inevitabile necessità per la Chiesa di conformarsi alle realtà secolari, rappresentate in questo caso dal naturale ciclo lavorativo  che vede il susseguirsi delle generazioni con il pensionamento degli anziani.

In realtà non è stata questa l’intenzione di Benedetto, il quale non si è sognato di introdurre una modifica dell’ordinamento canonico stabilendo il pensionamento dei papi. E poi per il cristianesimo la vera modernità della fede non si manifesta nel quanto è all’avanguardia secondo i parametri dell’organizzazione delle società, della loro mentalità, morale, ecc… , piuttosto quanto si identifica con i modelli mondani, presi come parametro e modello di modernità, ma nell’attualità sempre vera del Vangelo come specchio più autentico della vera umanità. La Chiesa è al massimo della modernità quando è autenticamente evangelica, e non quando è pienamente mondana.

“Una scelta di libertà” Analogamente al caso precedente la decisione del papa è stata descritta come espressione esemplare di libertà. Come dicevo, certamente la decisione è stata coraggiosa, ma la vera libertà cristiana non emerge tanto dal fatto dal fare qualcosa di anticonformista o controcorrente rispetto a una tradizione (così mi sembra era inteso dai giornali il concetto di “libertà”). Anche in questo caso piuttosto la vera libertà consiste nel vivere pienamente l’amore del Signore con scelte sì anticonformiste e controcorrente, ma rispetto al male e alle sue espressioni che a volte assumono sembianze molto ragionevoli e normali. Non si è liberi perché si è senza vincoli, ma anzi, perché ci si lega alla responsabilità di voler bene a qualcuno, rinunciando al proprio interesse (compresa la libertà) per il bene altrui. L’esempio di Gesù è chiaro: la prova più grande del suo amore, la sua crocefissione, nasce dalla rinuncia a liberarsi di una condanna immeritata per non abbandonare i suoi e poterli accompagnare fino alla loro trasfigurazione con la sua resurrezione.

“Una scelta imposta da poteri occulti” (teoria del complotto) Anche questa immagine ha avuto molto spazio. Il papa sarebbe stato costretto a dimettersi sotto ricatto di chissà quali rivelazioni da parte di poteri occulti. Non serve confutare questa teoria, lo ha fatto il papa stesso con le sue parole: “Scelgo liberamente”. D’altronde se uno vuole pensare a tutti i costi male senza avere nessuna prova…

“Una scelta di rinuncia ad affrontare problemi interni alla Chiesa, essendosi accorto di non essere in grado di risolverli” Analoga alla motivazione precedente, anche se più attenuata, mi sembra che Benedetto abbia affrontato le battaglie più dure senza timore: vedi il caso della pedofilia. Egli stesso ha dichiarato di aver scelto un momento di relativa calma per la Chiesa, per non lasciarla nel momento della difficoltà. Che poi vi siano ancora problemi aperti, questo è vero, ma fa parte delle dinamiche purtroppo inevitabili di una istituzione così grande.

“Le dimissioni come simbolo millenarista dell’imminenza della fine del mondo” (vedi profezie e predizioni varie) Mi sembra una ipotesi del tutto superstiziosa che ha la stessa fondatezza della famosa predizione dei Maya sulla fine del mondo, e si è visto come è andata a finire.

“La Chiesa e il papato ne escono rafforzati / indeboliti” Io non credo che questa scelta abbia una influenza al di là del caso singolo della decisione di papa Benedetto. Come accennavo non è stata introdotta una riforma né ipotecata la libertà dei prossimi papi di fare scelte diverse, come è avvenuto sempre fino ad oggi. La scelta di Benedetto costituisce una eccezione, non una nuova norma, e come tale non influisce sulla qualità del papato e sulla vita della Chiesa, che dipende invece sull’autenticità della fede dei cristiani, elemento molto più decisivo in questo terreno.

Non siamo autorizzati

Riportare questa vicenda al suo giusto alveo, che è quello di una vicenda molto personale, frutto di un itinerario e una storia individuali che non hanno la pretesa di dettare delle linee-guida universalmente valide, ci aiuta ad affermare con forza che nessuno è autorizzato a ricavarne messaggi impliciti non voluti nemmeno da Benedetto. Non si tratta di stabilire se il papato debba essere a tempo oppure no, questo è già regolato dal diritto canonico che ammette le dimissioni del papa (Can. 332 §2. Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti.)

Il rischio vero infatti è che questo fatto divenga un messaggio implicito, di validità universale, quale non vuole essere. È allora lasciato alla nostra responsabilità non avallare questo tipo di ragionamento, in chiave rinunciatario di cedimento davanti a logiche mondane. Facevo gli esempi delle reazioni dei giornali, ma quanti hanno creduto di pensare che le dimissioni del papa fossero un incentivo ad ammettere il diritto a farsi da parte nei momenti di difficoltà, o a pensare l’impegno cristiano come qualcosa di temporaneo, o legato solo a situazioni particolari da cui ci si può volontariamente esimere. Oppure quanti pensano che sia un segno positivo la funzionalizzazione del ministero di papa o vescovo (ma in fondo anche di cristiano) rendendolo legato solo ad alcune incombenze, terminate la quali o non potendo espletare le quali è naturale  cessare di essere tali. Per non dire poi l’idea che la carica di pontefice si limita ad essere una realtà umana, politica e sociale, perdendo la forza spirituale di una carica voluta e sorretta costantemente dallo spirito, invocato da tutta la Chiesa perché assista e sostenga il papa. Ma poi non siamo nemmeno autorizzati a dare diritto di cittadinanza a una idea vitalistica e attivistica dell’uomo che, una volta invecchiato, non è più buono a niente. C’è poi l’idea che essere moderni o non fuori dal mondo voglia dire essere uguali al mondo. C’è una tensione costante fra la vita della fede e il mondo, come due realtà inconciliabili e in eterna dialettica, se non lotta, fino allo stabilimento del Regno nel quale la prima avrà definitivamente fagocitato il secondo, cioè il Regno di Dio.

Una ultima considerazione vorrei farla. Mi riferisco al senso di smarrimento e di “orfananza” che ha colpito tanta gente, magari anche persone tiepide nel loro credere e senza particolari legami con la Chiesa. Anche chi spesso polemizza e ci tiene a distinguersi, davanti a questa notizia ha sentito un po’ di vuoto. Questo fatto mi fa pensare che al di là di tutto, critiche, prese di distanze, condanne, ecc…, nel sentire comune la Chiesa è una riserva di umanità e di speranza senza la quale si avverte con più forza il freddo del mondo. Le dimissioni del papa hanno come fatto emergere questa coscienza profonda, anche, come dicevo in chi apertamente dice di non credere, è come se ci fossimo sentiti tutti cedere un po’ il terreno da sotto i piedi e venire a mancare un punto di riferimento certo e solido a cui ricorrere con fiducia. Come dicevo questo sentimento è fuori luogo, perché le dimissioni di Benedetto XVI non mettono in discussione la solidità del fondamento evangelico su cui poggia e opera la Chiesa, eppure rivela molto chiaramente un bisogno molto più largo di quanto all’apparenza si manifesti di un punto di riferimento umano e spirituale certo. Questo ci interroga in questo tempo di Quaresima: tutti noi dobbiamo ancor di più manifestare e incarnare questo punto di riferimento di umanità e speranza che altrove, nel mondo, non si trova. È la domanda di Gesù ai dodici “Volete andarvene anche voi?” alla quale Pietro risponde a nome di tutti, senza alcuna incertezza: “Signore, da chi andremo, tu solo hai parole di vita eterna” (Gv 6,68). Tante volte noi cristiani siamo come presi dalla sindrome adolescenziale con cui i quindicenni smaniano di manifestare la loro autonomia e indipendenza, come se avere un Padre buono e una casa accogliente e umana desse loro fastidio. Preferiamo coltivare un senso di noi stessi ribelle e anticonformista, ma poi quando la casa sembra vacillare e il padre venire meno sentiamo il vuoto. Meglio allora crescere un po’ e, più maturamente, riconoscere il bisogno che abbiamo di paternità e sentirci figli di questa casa in cui siamo cresciuti e voluti bene, e come figli adulti prendiamoci anche il carico delle nostre responsabilità e diamoci da fare per tirare avanti la baracca..

Ecco allora che la conclusione che mi sembra di dover trarre da questo avvenimento è che la decisione del papa va rispettata e lui continuato ad essere amato per il tanto che ha fatto e che, ne siamo certi, continuerà a fare per il bene del mondo, con la preghiera. Allo stesso tempo il papa ha detto che ci vogliono forze nuove per combattere la lotta a cui nessuno può sentirsi escluso. È la nostra responsabilità di spendere anche le nostre di forze e di non rinunciare al cambiamento del mondo, dinamica che fonda la fede e gli dà forza e autenticità, come e dove possiamo e dobbiamo farlo.



[1] Cfr. A. Marchese, Letture critiche, inferno, Torino 1979.

domenica 17 febbraio 2013

I domenica di Quaresima - 17 febbraio 2013




Dal libro del Deuteronòmio 26,4-10

Mosè parlò al popolo e disse: «Il sacerdote prenderà la cesta dalle tue mani e la deporrà davanti all’altare del Signore, tuo Dio, e tu pronuncerai queste parole davanti al Signore, tuo Dio: “Mio padre era un Aramèo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa. Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione; il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi. Ci condusse in questo luogo e ci diede questa terra, dove scorrono latte e miele. Ora, ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato”. Le deporrai davanti al Signore, tuo Dio, e ti prostrerai davanti al Signore, tuo Dio».

 

Salmo 90 - Resta con noi, Signore, nell'ora della prova.

Chi abita al riparo dell’Altissimo
passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente.
Io dico al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza,
mio Dio in cui confido».

Non ti potrà colpire la sventura,
nessun colpo cadrà sulla tua tenda.
Egli per te darà ordine ai suoi angeli
di custodirti in tutte le tue vie.

Sulle mani essi ti porteranno,
perché il tuo piede non inciampi nella pietra.
Calpesterai leoni e vipere,
schiaccerai leoncelli e draghi.

«Lo libererò, perché a me si è legato, +
lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome.
Mi invocherà e io gli darò risposta;
nell’angoscia io sarò con lui,
lo libererò e lo renderò glorioso».


Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 10,8-13

Fratelli, che cosa dice [Mosè]? «Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore», cioè la parola della fede che noi predichiamo. Perché se con la tua bocca proclamerai: «Gesù è il Signore!», e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia, e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza. Dice infatti la Scrittura: «Chiunque crede in lui non sarà deluso». Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato».

 

Lode a te, o Signore, re di eterna gloria!
Non di solo pane vivrà l’uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.
Lode a te, o Signore, re di eterna gloria!


Dal vangelo secondo Luca 4,1-13

In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”». Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

Commento

Cari fratelli e care sorelle, si è aperto mercoledì scorso con il rito austero e solenne delle ceneri il tempo santo di Quaresima, occasione per avviarci in un cammino di rinnovamento della nostra vita. Infatti nella tradizione antica, fin dal libro degli Atti, la fede cristiana vene chiamata “la via” per indicare che si tratta di un itinerario nel quale incamminarsi. Non si può restare fermi, sempre uguali a se stessi, il Signore ci invita a muoverci dal nostro modo di essere di oggi per raggiungerlo risorto, nel giorno di pasqua. La Quaresima è questa via per trasfigurarci con il Signore, per essere da lui resi nuovi, e in questo cammino ci è compagna la Scrittura, come un sentiero segnato che indica i passi e la direzione da prendere. Mercoledì scorso dicevamo come i primi tre passi da fare sono quelli che la tradizione antica di Israele già indicava come il cammino da fare per giungere a Dio: elemosina, preghiera e digiuno. 

L’elemosina: significa non fuggire davanti alla debolezza, ma anzi fermarsi con chi ne è l’immagine incarnata, il povero. Elemosina contiene nella radice della parola greca il termine compassione, cioè capacità di prendere su di sé ciò che l’altro vive e sente. Proviamo a “compatire”, cioè patire con chi sta male, per poter gioire con loro della forza dell’ amore di Dio che guarisce le ferite e consola la tristezza. Chi invece non riesce a pensare che ai propri motivi di lamento non sa nemmeno trovare motivi di gioia e di consolazione, perché questi vengono sempre da fuori di sé, oltre il recinto stretto dell’io.

Poi, la preghiera: è lo spazio dove io taccio e parla un Altro. Che esperienza rara! Noi siamo abituati ad ascoltare solo noi stessi, le risposte automatiche che ci vengono dalla nostra esperienza: i pregiudizi, il realismo sbrigativo, la sapienza spiccia, il saperla lunga. Siamo letteralmente terrorizzati dall’idea che un altro ci dica qualcosa a cui non sappiamo rispondere, ci ponga un problema di cui non abbiamo la soluzione, ci dica quello a cui noi non avevamo già pensato, ci suggerisca qualcosa di vero che non viene da noi stessi. La preghiera è innanzitutto questo: lasciare un Altro parlare e dirci cose che non sappiamo e non possediamo già. È ascolto della Parola di Dio, disponibilità a mettersi in discussione, a lasciarsi influenzare dalla essa.

Infine il digiuno: noi ci riempiamo di cose per nascondere il vuoto di senso. Ci riempiamo di cose da fare, di preoccupazioni, di beni, di cibo, di bisogni: tutto indispensabile. A nessuno di questo possiamo rinunciare, sennò si scopre il vuoto e la nostra incapacità a riempirlo. Ma l’unica cosa che può riempirlo è voler bene agli altri. Sì, è l’amore donato che colma la vita di gioia e di senso. E mentre le cose non bastano mai e vanno sempre sostituite da altre nuove cose, il voler bene resta, riempie e sazia la fame. In Quaresima impariamo a riempire il nostro vuoto con il voler bene agli altri, digiunando dalla massa di cose vuote che ci inzeppiamo dentro per nascondere il vuoto.

La via cristiana non è una via facile, perché non ci viene istintiva e naturale. Bisogna fare la fatica di scegliere e decidere di intraprenderla. Ma non è che le altre strade possibili siano meno faticose. Infatti noi compiamo molti sforzi per assecondare le nostre voglie e fatichiamo per ottenere quello che ci manca per essere soddisfatti: benessere, forma fisica, apparire, sicurezza di sé, successo, fama, stima, ecc… Quanto duro lavoro ci costa, eppure faticare per essere più liberi e per il vero nostro bene ci sembra uno sforzo esagerato.

Gesù anche si sottopose alla fatica di non accettare con scontatezza che i bisogni che si presentano alla mente dell’uomo vadano comunque soddisfatti, e il prima possibile. Il Vangelo ci parla del Signore guidato dallo Spirito nel deserto, perché potesse affrontare queste tentazioni. Sì, lo Spirito, che è l’amore di Dio, ci permette di riconoscere il deserto di umanità nel quale ci troviamo: deserto di rapporti, di affetto, di incontri sinceri. È la realtà che noi a volte cerchiamo di nasconderci, non pensandoci o mascherandolo con giustificazioni che pretendono di dire che è normale che la vita sia così. No, ci dice il Vangelo oggi, non è normale che la vita sia un deserto, non dobbiamo accontentarci del finto amore a poco prezzo che il mondo ci offre a piene mani che è l’amore per se stesso. Esso è contrabbandato nel mercato della vita come felicità, ma non ha consistenza, è fasullo, e lascia il vuoto interiore ancora più vuoto di prima.

Lì nel deserto infatti il diavolo ha buon gioco e tenta Gesù: vuole convincerlo che è giusto e naturale soddisfare i propri bisogni con quello che è più facilmente ottenibile, pur di possedere subito e a poco prezzo quello che c’è. Il diavolo ci vuole convincere che è giusto accontentarsi di un cibo indigesto, di un piccolo potere che sovrasta gli altri, una padronanza di sé che ci fa credere forti e senza bisogno di niente e nessuno.

Questo è ciò che il diavolo propone anche a noi, nel deserto di umanità nel quale viviamo: pensa a te, arraffa quello che puoi subito e senza scrupoli, rispondi ai tuoi bisogni senza preoccuparti di altro, a che vale fare fatica e scegliere se puoi essere facilmente felice?

Gesù però non si accontenta, ma vuole invece che qual deserto sia solo un passaggio momentaneo, e si incammina verso un luogo non più arido e senza vita, quella terra promessa in cui scorre latte e miele di cui ci parla la prima lettura dal libro del Deuteronomio. Sì, esiste una terra diversa da quella in cui ci troviamo, cioè una vita scaldata dall’amore e irrigata dalla vicinanza fra gli uomini, feconda di frutti buoni e non solo di pane duro come pietra, in cui ci si può amare e rispettare e non solo sgomitare per emergere l’uno sopra l’altro, in cui si è felici di aiutare e di farsi aiutare e non c’è bisogno di mostrarsi autosufficienti e invulnerabili a tutti i costi.

Per far questo però bisogna compiere un esodo, cioè incamminarsi e uscire dal deserto. È la via della vita cristiana cui accennavo all’inizio, e la Quaresima è una porta spalancata su quella via. Si apre oggi anche a noi, perché indugiare sulla soglia? Il problema è che siamo così abituati a sopravvivere nel deserto che uscirne ci fa paura. Ci sembra molto più naturale accettare la tentazione di afferrare subito il poco che è a disposizione, l’effimero, il fasullo, mentre uscire per cercare il molto che Dio promette ci appare pericoloso.

Fratelli e sorelle, la Quaresima è un’opportunità preziosa, donata come una via privilegiata di liberazione. Il Signore ci precede e oggi ci mostra come sia possibile resistere alle tentazione di accontentarsi di poco facendoci ispirare dalle parole della Scrittura che sono sulla sua bocca. Impariamo in questi giorni santi a far nostre le parole del Signore, i suoi atteggiamenti e sentimenti e a seguirlo nel cammino di esodo dal deserto. All’inizio ci potrà sembrare un sentiero impervio, ma poi vedremo che la compagnia del Signore e dei fratelli ci sostiene e ci guida senza pericolo, è il miracolo della Quaresima, tempo benedetto e tempo di cammino, che Dio oggi ci dona.


Preghiere

O Dio padre onnipotente, ti ringraziamo per il dono del santo tempo della Quaresima, occasione opportuna per incamminarci sulla via del Vangelo. Guidaci attraverso di essa in queste settimane perché giungiamo a incontrarti risorto,

Noi ti preghiamo


O Signore Gesù che hai accettato di sottoporti alle tentazioni del diavolo per mostrarci la forza della Parola di Dio che ispira le risposte vere, aiutaci ad essere ascoltatori attenti della Parola e discepoli docili del tuo volere,

Noi ti preghiamo

Ti preghiamo o Dio perché possiamo presto uscire dal deserto di umanità e vita in cui ci troviamo. Guida i nostri passi nel cammino di Quaresima, perché seguendo il tuo esempio giungiamo alla liberazione nella terra promessa,

Noi ti preghiamo

Sostieni il passo di chi è incerto e chi è sospettoso, di chi è pigro e chi è orgoglioso. Fa’ che insieme possiamo tutti seguirti con passo veloce e animo sereno,

Noi ti preghiamo

Ti preghiamo o Signore per il nostro papa Benedetto, accompagnalo nel difficile momento che attraversa e donagli serena fiducia in te, perché affronti il tempo che viene con la pace nel cuore,

Noi ti preghiamo


Guida e sostieni o Dio la tua Chiesa nel momento di grave passaggio che sta attraversando. Consola il dolore e rassicura lo smarrimento di tanti, dona a noi tutti piena fiducia nella forza dello Spirito di Cristo, vero capo del corpo della Chiesa,

Noi ti preghiamo.

 
Consola o Signore misericordioso chi è nel dolore: le vittime della guerra e della violenza, i poveri, i malati, gli anziani e i soli. Guidali alla gioia della vita con te,

Noi ti preghiamo

Rafforza o Signore Gesù i nostri propositi per una Quaresima santa e benedetta, aiutaci ad essere fedeli all’impegno di elemosina, preghiera e digiuno che ci accompagna alla tua Pasqua di resurrezione,

Noi ti preghiamo

 

 

martedì 12 febbraio 2013

Mercoledì delle Ceneri, 13 febbraio 2013


Dal vangelo secondo Matteo 6,1-6.16-18

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profumati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Commento

Cari fratelli e care sorelle, Gesù parla alla cerchia dei suoi discepoli di elemosina, preghiera e digiuno. Sono le tre pratiche che tradizionalmente accompagnavano il popolo d’Israele nel loro rapporto con Dio ed esprimevano la loro sottomissione ad esso. Aiutare chi sta male con il dono generoso di qualcosa di proprio; dedicare tempo e spazio a Dio per dialogare con lui, ascoltando la sua Parola e facendo risuonare la risposta del proprio cuore; rinunciare alla sazietà di beni e cibo per riconoscere il proprio bisogno di Dio erano i modi concreti con cui gli ebrei esprimevano la fiducia in un Dio vicino ed amico.

Ma oggi queste tre pratiche ci appaiono come qualcosa di antiquato e non necessario. Viviamo infatti una vita affastellata di cose da fare, di interessi, di distrazione e sembra sempre che non ci sia bisogno di scegliere e di stabilire una priorità: basta seguire il flusso di quello che ci si presenta, delle urgenze, delle necessità. Le cose si impongono da sole e sempre più ci abituiamo a non essere noi a scegliere nella gamma delle possibilità, sentendoci portati a  seguire il flusso degli eventi che seguono un loro corso.

Ma non ci accorgiamo, fratelli e sorelle, che in una vita vissuta così non c’è posto per Dio?

Sì, perché lui non si impone con la frenesia di un altro impegno che si aggiunge ai tanti o con l’invadenza di un bisogno da soddisfare a tutti i costi o con la pressione di un dovere a cui non ci possiamo sottrarre. Egli si accosta a noi con il passo leggero e il volto sereno di un amico. E quanto è facile rifiutare l’incontro con un amico che non si lamenta, che non rivendica attenzione per sé, che non vuole imporsi con scenate o pretese di protagonismo, che non ci strattona con prepotenza per attrarre l’attenzione su di sé.

Dio invece ci si fa vicini con una parola apparentemente debole, quasi un sussurro, non gridata. Siamo noi che dobbiamo farci attenti per non perderne nemmeno una, per non rischiare di farla scorrere via sovrastata dal frastuono dei nostri pensieri e preoccupazioni.   

Il tempo che si apre oggi, la Quaresima, è il tempo in cui chinarci con grande attenzione e concentrazione su questa parola amica e forte della debolezza dell’amore di Dio. Ma come fare per imparare ad ascoltarla? Non ci viene facile né spontaneo, anzi è una fatica farle spazio. Sì la Quaresima è un tempo in cui siamo chiamati alla fatica del lavoro su di sé, per vincere la naturale distrazione e imparare l’attenzione alla Parola amica di Dio.

Come fare? L’idea di dover faticare ci spaventa, ma pensiamo a quanta fatica siamo disposti ad accettare di fare per offrici come docili e sottomessi servi ai padroni di questo mondo. Quanta fatica facciamo per apparire come si deve apparire? Quanta fatica per obbedire alle leggi sociali, per pensare come tutti, per fare quello che fanno tutti, per non allontanarci dal comportamento ritenuto da tutti normale? Perché non usare la stessa energia e la stessa fatica per ascoltare e far scendere dentro di noi la Parola di quel Dio amico che non si impone, ma ci dona tutto se stesso per convincerci che la vera felicità e salvezza è camminare con lui?

È la domanda di questa Quaresima, tempo benedetto donato da Dio per liberarci dalle nostre schiavitù che ci schiacciano e alleggerirci con la libertà del Vangelo.

Proprio per questo il Signore Gesù oggi ci ripropone i tre passi antichi e sempre veri dell’elemosina, la preghiera e il digiuno per iniziare il santo cammino con Lui che ci porta altrove dalla nostra vita di sempre. Sono i primi passi per iniziare una via nuova.

L’elemosina: significa innanzitutto non fuggire davanti alla debolezza, ma anzi fermarsi davanti a chi ne è l’immagine incarnata, il povero. Elemosina contiene nella radice del suo significato la parola compassione, cioè capacità di prendere su di sé ciò che l’altro vive e sente. Proviamo a “compatire” con chi sta male, per poter gioire con loro della forza di un amore che guarisce le ferite e consola la tristezza. Compatire permette di con-gioire, ma chi invece non riesce a pensare che a se stesso non sa trovare motivi di gioia e di consolazione, perché questi stanno sempre fuori di sé, oltre il recinto stretto dell’io. Facciamoci toccare, ascoltiamo con disponibilità e partecipazione, non disprezziamo la voce del povero, insistente, inopportuna per chi corre affannato da un impegno all’altro. Fermiamoci ad ascoltare e scopriremo un mondo.

La preghiera: è lo spazio dove io taccio e parla un Altro. Che esperienza rara! Spazio in cui il consiglio di Dio riesce a far tacere le risposte automatiche che ci vengono dalla nostra esperienza: i pregiudizi, il realismo sbrigativo, la sapienza spiccia e ruvida, il saperla lunga. Noi siamo terrorizzati dall’idea che un altro ci spiazzi, ci dica qualcosa a cui non sappiamo rispondere, ci ponga un problema di cui non abbiamo la soluzione, ci dica quello a cui noi non avevamo già pensato, ci suggerisca qualcosa di vero che non viene da noi. La preghiera è innanzitutto questo: lasciare un Altro parlare e dirci cose che non sappiamo e non possediamo già. È ascolto, disponibilità a mettersi in discussione, a lasciarsi influenzare. La preghiera ci libera dalla schiavitù dell’autosufficienza e dell’orgoglio e ci trasforma in quei piccoli  epoveri che, dice Gesù, “erediteranno l aterra”, cioè i veri padroni del proprio futuro e del mondo stesso.

Il digiuno: noi ci riempiamo di cose per nascondere il vuoto di senso. Ci riempiamo di cose da fare, di preoccupazioni, di beni, di cibo, di bisogni, tutto indispensabile. A nessuno di questi possiamo rinunciare, sennò si scopre il vuoto e la nostra incapacità a riempirlo. Ma l’unica cosa che può riempire il nostro vuoto è voler bene agli altri. Sì, è l’amore donato che colma la vita di gioia e di senso. E mentre le cose non bastano mai e vanno sempre sostituite da altre cose, il voler bene resta, riempie e sazia la fame. Per questo la domenica ci comunichiamo, per dire che quel corpo offerto da Gesù è segno del suo amore donato fino all’ultima goccia di sangue, e questo amore nutre e sazia più di qualsiasi altro cibo.

Cari fratelli e care sorelle, questi tre passi ci aprono la strada della Quaresima, compiamoli con fiducia, con fatica e con disponibilità. Lasciamo la strada levigata e comoda del vivere come tutto e come sempre, sempre affollata e piena di rumoroso traffico. Prendiamo invece la strada della sequela del Signore che ci indica la via da percorrere. Ci potrà sembrare, all’inizio, un viottolo di campagna, pieno di sassi ed erbacce, ma egli lo percorre con noi e ci parla e ci sostiene e ci fa sentire la bellezza di un cammino assieme ad un popolo che piano piano scopriamo camminare attorno a noi. Non una folla anonima e grigia, rumorosa e di cui non si distingue la voce, ma un popolo di amici assieme all’unico vero Amico, Gesù. Un popolo che si parla, si sostiene, si conosce e si vuole bene.

Il gesto di ricevere la cenere sul capo è allora il segno con cui noi diciamo la nostra disponibilità a compiere i tre passi della Quaresima, ad incamminarci su un sentiero nuovo. L’umiltà della cenere è la porta di questa via, chiniamo il capo, tendiamo l’orecchio a quella parola e il tempo che viene sarà tempo benedetto e di salvezza.

   Preghiamo

Raccogliamoci, fratelli carissimi, in umile preghiera, davanti a Dio nostro Padre, perché faccia scendere su di noi la sua benedizione e accolga l'atto penitenziale che stiamo per compiere.

O Dio, che hai pietà di chi si pente e doni la tua pace a chi si converte, accogli con paterna bontà la preghiera del tuo popolo e benedici questi tuoi figli, che riceveranno l'austero simbolo delle ceneri, perché, attraverso l'itinerario spirituale della Quaresima, giungano completamente rinnovati a celebrare la Pasqua del tuo Figlio, il Cristo nostro Signore. Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

Convertitevi, e credete al Vangelo.

giovedì 7 febbraio 2013

V domenica del tempo ordinario - 10 febbraio 2013


 

Dal libro del profeta Isaia 6,1-2a.3-8

Nell'anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. Proclamavano l'uno all'altro: «Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria».

Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo. E dissi: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti». Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall'altare. Egli mi toccò la bocca e mi disse: «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato». Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». E io risposi: «Eccomi, manda me!».

 

Salmo 137 - Cantiamo al Signore, grande è la sua gloria.

Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare,
mi prostro verso il tuo tempio santo.

Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza.

Ti renderanno grazie, Signore, tutti i re della terra,
quando ascolteranno le parole della tua bocca.
Canteranno le vie del Signore:
grande è la gloria del Signore!

La tua destra mi salva.
Il Signore farà tutto per me.
Signore, il tuo amore è per sempre:
non abbandonare l’opera delle tue mani.

 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 15,1-11

Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l'ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano! Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono l'infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.

 

Alleluia, alleluia alleluia.

Venite dietro a me, dice il Signore,
vi farò pescatori di uomini.

Alleluia, alleluia alleluia.

 

Dal vangelo secondo Luca 5,1-11

In quel tempo, mentre, levato in piedi, stava presso il lago di Genesaret e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, vide due barche ormeggiate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e calate le reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell'altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano. Al veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontanati da me che sono un peccatore». Grande stupore infatti aveva preso lui e tutti quelli che erano insieme con lui per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini». Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

 

Commento

 

L’episodio che narra Luca nel vangelo di oggi si situa agli inizi della vita pubblica di Gesù. Fin dai suoi primi passi il Signore si caratterizza come colui che parla a tanta gente, come avvenne anche nel suo paese, Nazareth. La sua vita è spesa nello sforzo di comunicare un messaggio importante a più persone possibile, superando ogni difficoltà e chiusura. Lo strumento principale che usa Gesù è, appunto, la parola. Apparentemente questo è il mezzo più debole che ci sia, difficilmente si impone e nella confusione della vita rischia di passare inosservato. La parola di Gesù però non è come tante altre, perché essa è efficace, trasforma la vita e le persone, opera miracoli, dei quali spesso però molti nemmeno si accorgono. Infatti delle tante persone che ascoltano Gesù non tutti hanno fiducia in lui. Nel brano che abbiamo ascoltato l’evangelista Luca all’inizio del lungo cammino di Gesù che parla a tanti vuole come darci una indicazione su che cosa vuol dire ascoltare Gesù, cioè su come essere suo discepolo.
Pietro era stato tutta la notte a pescare, ma senza risultato. Possiamo immaginare la sua stanchezza e delusione, il senso di fallimento e, forse, anche la preoccupazione per come avrebbe potuto sfamare la famiglia che dipendeva dal suo lavoro. In questa situazione possiamo leggere anche la preoccupazione di tanti oggi, forse anche la nostra. In questo tempo di crisi economica tanti hanno perso il lavoro e i giovani fanno fatica a trovarne uno. Le risorse sono limitate e il futuro si prospetta incerto. In una situazione così era normale che Pietro si preoccupasse soprattutto di sé e non stesse a perdere tempo con i discorsi di un giovane predicatore. Anche noi spesso siamo presi dalle nostre preoccupazioni che ci sembrano più importanti rispetto a qualunque altra cosa.
Eppure nonostante tutto Pietro si ferma ad ascoltare Gesù, ma non solo, lo fa addirittura salire sulla sua barca e lo trasporta un po’ al largo, perché potesse parlare più liberamente a tutti dal lago. E’ questa la prima indicazione che ci viene dal Vangelo su cosa voglia dire ascoltare Gesù: non basta prestare distrattamente l’orecchio, bisogna far entrare Gesù nella vita, accoglierlo nella barca della nostra esistenza perché le sue parole non restino solo astratte esortazioni ma consigli di un amico che vuole incidere nella nostra esistenza. È questo il senso di quello “scostarsi un poco da terra”, cioè dal luogo della sicurezza e del già noto, per entrare nell’instabile navigazione verso un oltre che si allontana dalla riva conosciuta.
Al termine del suo discorso Gesù rivolge personalmente a Pietro una parola. Quando si è creata una intimità amichevole con Gesù, cioè dopo averlo fatto salire sulla nostra barca, le sue parole sono sentite da ciascuno in modo personale, come rivolte proprio a sé. E’ un consiglio, apparentemente assurdo e forse anche inopportuno. Che senso ha riprendere una pesca che già si è rivelata infruttuosa e faticosa? Pietro però si fida e “sulla sua parola” obbedisce. E’ quella fiducia piccola e concreta di cui parla il Signore, quando dice che basta una fede piccola come un granello di senape per far spostare una montagna. Sì, basta una fiducia semplice e un po’ ingenua come quella di Pietro e le cose che sembravano impossibili diventano possibili. È questo l’atteggiamento che chiamiamo “fede”, che non significa credere a un concetto o un dogma, ma fidarsi di quello che il Signore ci dice.
E’ la seconda indicazione che ci dà il Vangelo: veramente ascolta Gesù chi non rimane scettico ma subito, senza opporre obiezioni anche ragionevoli, fa diventare quella parola azioni, decisioni, vita vissuta. Questo immediato vivere la parola produce frutti abbondanti e la pesca miracolosa si rivela un benedizione non solo per Pietro, ma anche per i suoi compagni pescatori. La benedizione che viene dalla decisione di ascoltare col cuore il Vangelo e di viverlo infatti si espande su chi ci è vicino, produce frutti buoni di cui tanti possono godere. La fiducia semplice infatti lo ha portato lontano, a vincere le paure e le sfiducie e ad affrontare il largo della vita fidando solo in quella parola ascoltata.
A questo punto Pietro torna da Gesù. Quasi sembra trascurare il lavoro di raccogliere i pesci, magari venderli, portarli alla famiglia, sistemare reti e barca, ecc… Non si ferma a soppesare i risultati e a trarne la meritata soddisfazione. La gioia dei frutti buoni ottenuti fa tornare Pietro da Gesù, davanti al quale egli matura una rinnovata coscienza di sé e la rivela senza paura: è debole e bisognoso di aiuto e di perdono: «Signore, allontanati da me che sono un peccatore». L’ascolto vero della Parola infatti ci rivela chi veramente siamo. Spesso facciamo tanto per mascherarlo, ammantandoci di una finta autosufficienza. Il vangelo ci fa capire che è fatica sprecata, che è meglio rivelarsi a noi stessi e al Signore così come siamo, povera gente bisognosa di aiuto e di consiglio, persone che da sole vanno facilmente incontro al fallimento e alla delusione, alla fatica vana di una vita con poco frutto. Ecco che Simone allora torna da Gesù con l’umiltà di chi ha capito di aver trovato ciò di cui ha bisogno.
Quest’uomo che il Vangelo ci mostra prostrato in ginocchio davanti a Gesù è l’immagine del credente, esempio per tutti noi. Pietro riconosce in Gesù il Signore della sua vita ed esclama: “Allontanati da me che sono un peccatore”. Ma Dio non si allontana dal peccatore, anzi gli si avvicina; non è venuto per circondarsi di giusti ma di umili che riconoscono il proprio peccato; non va incontro ai sani, va in cerca dei malati che vogliono guarire. Quella di Pietro è la preghiera più autentica, perché nasce dal cuore di chi ha bisogno di aiuto: esprime la verità di noi stessi di fronte a Dio.
Nel nostro mondo, in cui gli uomini non accettano di chinare il capo davanti a nessuno, orgogliosi della propria superiorità e indipendenza, è necessario recuperare la profondità di Pietro che riconosce che da solo è un uomo incapace di fare il bene, è sterile, senza frutto. Invoca l’aiuto di Gesù per avere una vita ricca di doni. Sconvolti come siamo spesso nella fatica e nelle delusioni della nostra vita, abbiamo tutti bisogno di ritrovare la fede di Pietro che ci fa ascoltare la sua parola, metterla in pratica per poi tornare da lui per restarci assieme sempre.
A noi, poveri uomini e povere donne, ma prostrati davanti a Dio, oggi viene detto, come a Pietro quel giorno: “Non temete, d’ora in poi sarete pescatori di uomini”. “D’ora in poi” dice il vangelo. E’ per Pietro l’inizio di una nuova vita, quella con Gesù. Ma è un nuovo inizio anche per ciascuno di noi, ogni volta che ascoltiamo la parola di Dio e su quelle parole ci fidiamo con semplice immediatezza di fondare la nostra vita.
 
Preghiere

O Signore Gesù, aiutaci a non essere ascoltatori disattenti e superficiali della tua Parola, ma fa’ che ti facciamo entrane nella nostra vita come Pietro ti fece salire sulla sua barca.

Noi ti preghiamo


Ti chiediamo o Signore di aiutarci ad avere una fiducia piccola e sincera nel Vangelo. Perché non pensiamo che i tuoi insegnamenti sono troppo alti o difficili, ma con fiducia li mettiamo in pratica scoprendo che è possibile spostare le montagne di male che sovrastano il mondo.

Noi ti preghiamo

Padre misericordioso perdonaci quando crediamo di avere già capito, di sapere come va il mondo, di essere capaci di fare da soli. Aiutaci a scoprire il bisogno che abbiamo di te, del tuo perdono, della tua amorevole vicinanza.

Noi ti preghiamo

O Dio che non dimentichi chi ha fiducia in te, fa che torniamo fedelmente per ricevere il tuo consiglio ed il sostegno di cui abbiamo così bisogno. Fa’ che qui nella tua casa cerchiamo il senso della vita che altrove non possiamo trovare.

Noi ti preghiamo


Ti invochiamo o Signore per tutti i malati ed i sofferenti. Sostieni e guarisci chi è nel dolore, fa’ che la potenza della tua resurrezione si effonda sui corpi e negli spiriti di chi ha fede in te.

Noi ti preghiamo

O Cristo Gesù che ti sei mostrato agli uomini umile e povero, fa’ che sappiamo fermarci davanti a chi chiede aiuto e ha bisogno del nostro sostegno. Ti preghiamo per chi è senza casa e famiglia, per i prigionieri, per chi è forestiero ed esule, per chi ha fame e sete, per tutti i poveri.

Noi ti preghiamo.

Sostieni o Signore le vittime della violenza e della guerra, tutti coloro che sono feriti nel corpo e nello spirito. Fa’ che presto un futuro migliore li benedica.

Noi ti preghiamo

Aiuta o Signore tutti coloro che annunciano il Vangelo e testimoniano il tuo amore nel mondo. Fa’ che anche noi sappiamo imitare il loro coraggio e suscitiamo nei cuori di molti frutti buoni di conversione e riconciliazione con te.

Noi ti preghiamo

 

 

venerdì 1 febbraio 2013

Litrurgia bizantina - 3 febbraio 2013


1Cor 8,8-9,2

Fratelli, Non sarà certo un alimento ad avvicinarci a Dio: se non ne mangiamo, non veniamo a mancare di qualcosa; se ne mangiamo, non ne abbiamo un vantaggio. Badate però che questa vostra libertà non divenga occasione di caduta per i deboli. Se uno infatti vede te, che hai la conoscenza, stare a tavola in un tempio di idoli, la coscienza di quest'uomo debole non sarà forse spinta a mangiare le carni sacrificate agli idoli? Ed ecco, per la tua conoscenza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto! Peccando così contro i fratelli e ferendo la loro coscienza debole, voi peccate contro Cristo. Per questo, se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai più carne, per non dare scandalo al mio fratello. Non sono forse libero, io? Non sono forse un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro? E non siete voi la mia opera nel Signore? Anche se non sono apostolo per altri, almeno per voi lo sono; voi siete nel Signore il sigillo del mio apostolato.

Mt 25,31-46

Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: "Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi". Allora i giusti gli risponderanno: "Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”

E il re risponderà loro: "In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me". Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: "Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato". Anch'essi allora risponderanno: "Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?". Allora egli risponderà loro: "In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me". E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna".

Commento

Cari fratelli e care sorelle, molto spesso si parla del nostro come di un tempo caratterizzato dalla mancanza di punti fermi e basi solide sulle quali edificare la propria vita.

Si parla di un mondo “liquido”, come se le nostre scelte e la forma della vita che da esse ne consegue fosse destinata ad essere eternamente cangiante e fluida, senza la necessità di raggiungere mai una forma stabile. Ne consegue, e ne abbiamo parlato più volte, che l’uomo e la donna spesso si trovano a vivere spaesati e dubbiosi, da un lato, ma anche, dall’altro, certi che vi sia sempre un domani al quale rimandare decisioni e scelte. Un senso di leggerezza imponderabile e di transitorietà continua caratterizzano un’esistenza vissuta a mezze tinte e senza contrasti forti, con un’unica certezza che resta, che al centro ci sono io e che ciò che è veramente decisivo sia come mi sento adesso.

Nel leggere la Scrittura ci colpisce la diversità profonda del suo modo di sentire rispetto a questo senso comune. Spesso, anche nel brano di Matteo che abbiamo appena letto, si parla di “supplizio eterno” e di “vita eterna” suggerendoci che esiste un destino definitivo della nostra vita, e che questo si caratterizza per essere senza vie di mezzo e compromessi: o ci si salva o ci si perde, in modo definitivo. Ad esso conducono le nostre scelte, e non sono indifferenti o sempre e comunque rettificabili, basta volerlo, senza che nulla ci possa incastrare. Il Vangelo, in questo senso, ci restituisce una grande libertà, perché afferma come l’uomo non sia in uno stato di perenne confusione senza poter scegliere né decidere, come sembrerebbe suggerirci un atteggiamento psicologico che cerca sempre le cause remote e attribuisce alle circostanze o alle influenze esterne le forme del nostro vivere. La Parola di Dio ci mostra la nostra realtà interiore e quella attorno a noi così come è, e ci restituisce la possibilità di scegliere con responsabilità dove vogliamo andare e di chi essere cooperatori: del bene o del male.

È quello che Paolo esprime ai suoi discepoli di Corinto, nel brano che abbiamo ascoltato. C’è una sapienza che ci proviene dalla Scrittura, che nel caso dei corinzi riguardava la liceità o meno di cibarsi della carne di animali provenienti dai sacrifici agli idoli. Il criterio delle nostre azioni, afferma l’apostolo, non può essere solo quello che mi sento o non mi sento di fare, ma piuttosto il bene del fratello e della sorella concreto, pur con i suoi limiti e difetti, per la sua edificazione: “Non sarà certo un alimento ad avvicinarci a Dio: se non ne mangiamo, non veniamo a mancare di qualcosa; se ne mangiamo, non ne abbiamo un vantaggio. Badate però che questa vostra libertà non divenga occasione di caduta per i deboli.” Sì, per il cristiano è il fratello il criterio del vero bene da cercare e non tanto la piena espressione di sé e di quanto so e posso fare.

Paradossalmente questa che sembra una rinuncia alla propria libertà, cioè accettare di limitare la mia scelta sulla base di ciò che giova o non danneggia al prossimo, per Paolo è invece l’espressione di una libertà interiore ancora maggiore perché antepone il bene dell’altro al senso dell’io, che se lasciato libero di crescere a dismisura diventa schiavitù ben peggiore. “Non sono forse libero, io? Non sono forse un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro?” prosegue Paolo, rivendicando come quel fondamento che oggi sembra venire meno e lasciare l’uomo come sospeso al capriccio dell’io e del come mi sento in realtà ci sia e venga dall’incontro con quel Signore che ha trasformato la sua vita, restituendole la decisività che viene da uno scopo preciso: donarsi agli altri e lottare per la salvezza di tutti dal vuoto dell’esistere solo per se stessi. Vivere questo ridona consistenza al nostro vivere, spessore ai nostri sentimenti, senso alle nostre azioni, valore alle scelte, in una parola rendono la vita “pesante” e non svolazzante al vento del capriccio dell’io.

È quello che il linguaggio della Scrittura chiama “vita eterna”, cioè proiettata su uno scenario di solidità che diviene definitiva nella prospettiva di un futuro duraturo che non passa.

Per Gesù questa vita è resa “eterna” dalla scelta dell’uomo di appartenere alla sua famiglia. Lo dice esplicitamente nel brano di Matteo che conosciamo così bene, quando afferma che la salvezza di ciascuno deriva dall’aver riconosciuto nel piccolo e povero, nudo, assetato, affamato, prigioniero, malato, il fratello di Dio e come tale di averlo soccorso e amato: “tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me".

Per Gesù voler bene al suo fratello piccolo lo fa identificare con quello stesso, e tutto quello che si fa o non si fa a lui lo avverte come rilevante per sé in modo uguale. È un amore vero, profondo, perché trova nell’altro la realizzazione del proprio bene o la mancanza di esso che crea bisogno e sofferenza. È questa la vera libertà da sé e dall’autoreferenzialità di chi sa amare solo se stesso e cercare il proprio bene come scopo della vita.

Sì, è l’amore per i poveri che ci rende partecipi di quella famiglia che salva perché legandoci ad essi e, tramite essi, al Signore stesso, raggiungiamo la libertà dalla schiavitù di sé. Per questo è il voler bene ai piccoli e farsi amare da loro che dà forza e solidità al nostro essere e ci libera dal senso di spaesamento e disorientamento che vediamo prendere tanti attorno a noi e condurli, spesso, all’impazzimento di un io ipertrofico o alla disperazione.

Come non fare tesoro di questo invito semplice e concreto di Gesù, e come non fuggire dalla tentazione di inseguire la propria libertà autosufficiente per scoprire la vera libertà che è dalla schiavitù da sé e dalla vacuità del vivere per se stessi.

Fin da giovani abbiamo avuto il privilegio di essere stati invitati e condotti a riconoscerci in questa famiglia del Signore, comunità di umili e poveri radunati dal vincolo dell’amore di Dio. Non resistiamo allora alla sua attraente bellezza, ma anzi, pieni di gratitudine per il dono che ci è fatto accompagniamo ad essa quanti vagano sperduti e cercano dove trovare la solidità e il bene a cui affidarsi. È la responsabilità, davanti al mondo, di esercitare pienamente la libertà dell’amore e di legarci al giogo soave della comunità perché sia il Signore a condurci dove non sappiamo e non vogliamo in quella famiglia di umili  e poveri che essa è.