domenica 3 novembre 2019

XXXI domenica del tempo ordinario - Anno C - 3 novembre 2019



 
 
Dal libro della Sapienza 11,22-12,2

Signore, tutto il mondo davanti a te è come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra. Hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento. Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta? Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza? Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita. Poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose. Per questo tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato, perché, messa da parte ogni malizia, credano in te, Signore.

 

Salmo 144 - Benedirò il tuo nome per sempre, Signore.

O Dio, mio re, voglio esaltarti
e benedire il tuo nome in eterno e per sempre.
Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome in eterno e per sempre.

Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

Ti lodino, Signore, tutte le tue opere
e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno
e parlino della tua potenza.

Fedele è il Signore in tutte le sue parole
e buono in tutte le sue opere.
Il Signore sostiene quelli che vacillano
e rialza chiunque è caduto. 

 

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi 1,11 - 2,2

Fratelli, preghiamo continuamente per voi, perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata e, con la sua potenza, porti a compimento ogni proposito di bene e l’opera della vostra fede, perché sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi, e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo. Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente. 

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Dio ha tanto amato il mondo

da dare il Figlio unigenito
Alleluia, alleluia alleluia.
  

Dal vangelo secondo Luca 19, 1-10

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, l’evangelista Luca ci propone oggi il racconto di un episodio della vita di Gesù in cui si vede in modo esemplare il valore salvifico della visita del Signore. Sì, Gesù passa, attraversa molti luoghi e vicende umane, ma il suo scopo ultimo è sempre visitare ciascuno, fermarsi a parlare faccia a faccia, conoscerci entrando nelle pieghe, anche quelle più nascoste, delle nostre vite. Nel libro dell’Apocalisse il Signore dice al discepolo: “Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.” Questa frase sottolinea il gusto reciproco dell’incontro col Signore: cenerò con lui ed egli con me. Dio e l’uomo godono tutti e due della gioia dell’incontro, se si apre la porta e si accoglie la sua visita.

Il racconto della visita di Gesù a Zaccheo ci si presenta dunque come il paradigma dell’incontro di Dio con l’uomo e ci aiuta a comprendere meglio come far sì che esso si realizzi anche nella nostra vita.

Tutto inizia con la curiosità di un pubblicano basso di statura. Il vangelo non specifica le vere motivazioni di quell’uomo dalla fama molto discutibile. Egli è un poco di buono, un trafficante disprezzato da tutti, però è attratto da Gesù e non si risparmia per “vedere chi era Gesù”. Egli non solo vuole “vedere” Gesù, ma con lo sguardo capire “chi era Gesù”. Zaccheo sa che quella molto probabilmente è l’unica occasione che ha di vederlo e non vuole in nessun modo perderla. Cioè ha coscienza che ogni momento di incontro è unico e che le situazioni non si ripeteranno uguali, e non vuole che quel momento per lui unico passi invano.

Ma in fondo non è così per ogni momento della nostra vita? Ogni occasione d’incontro è irripetibile e ogni persona unica, ma tante volte noi banalizziamo tutto perché siamo concentrati solo su noi stessi, che siamo sempre uguali, e per questo nemmeno ci accorgiamo quando Gesù ci passa vicino.

Per questo Zaccheo non esita a compiere quel gesto ridicolo di salire sull’albero, lui uomo adulto e di rango, pur di incrociare il proprio sguardo con quello di Gesù: nemmeno ambisce a toccarlo, né a parlargli, gli basta vederlo. Si gioca il tutto per tutto: ora o mai più.

Gesù è attratto da quell’atteggiamento e intuisce cosa vuol dire in profondità: è un segno del desiderio di incontrarlo, anche solo nello sguardo. Per questo prende lui l’iniziativa: si ferma e si rivolge proprio a lui dicendo: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». L’incontro si è realizzato e Gesù dicendo “subito” sottolinea come quella sia l’ora giusta e non ce n’è un’altra, possibile, non c’è un “dopo”.

Per il pubblicano c’è stato bisogno di salire in alto per vedere Gesù: lo dicevamo anche domenica scorsa, il luogo della preghiera e dell’incontro con Dio è elevato, al di sopra della confusione brulicante del quotidiano, e bisogna uscire dal clima della ferialità scontata e caotica per guardare a sé e al mondo con uno sguardo non distratto né concitato. È quello che siamo chiamati a fare ogni domenica alla Liturgia, sul monte santo della casa di Dio. Però allo stesso tempo Gesù invita Zaccheo a scendere subito da lassù, per entrare nel luogo più intimo della sua vita, a casa sua. Sì, perché l’incontro con Dio inizia sul luogo elevato, ma ha bisogno poi di reimmergersi nella concretezza della vita ordinaria per orientarla e trasfigurarla, così come avvenne per Zaccheo.

All’udire l’autoinvito di Gesù il pubblicano è felice: tutto è cominciato con una semplice curiosità, ma Gesù sa rendere decisivo e profondo anche lo sfiorarsi casuale delle nostre vite fra noi e a renderlo il luogo santo della visita divina: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.” (Mt 18,20) Potremmo dire che in ogni rapporto, in ogni “vedere qualcuno” si cela un’occasione d’incontro col Signore, se noi sappiamo viverlo con quell’interesse che fece salire Zaccheo sul sicomoro, se non lo lasciamo passare invano, con scontatezza, con lo sguardo chino solo su se stesso.

Quella folla si chiedeva perché Gesù vuole andare proprio in casa di un peccatore, con tanta gente perbene a disposizione. Credono forse che sia un ingenuo che si lascia ingannare dalle apparenze, in realtà è il contrario, sono loro a giudicare con superficialità. Non capiscono che Gesù non è venuto per chi è a posto, ma è irresistibilmente attratto dalla necessità di colmare il vuoto di amore dove esso è più grande, e Zaccheo non fa nulla per nasconderlo, anzi lo mette così bene in vista, fra i rami più alti del sicomoro: “Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto.” È la legge della misericordia che fa sovrabbondare l’amore di Dio proprio nei confronti di chi è vinto dalla forza del male.

Ma in cosa consiste la salvezza che la misericordia di Gesù realizza in Zaccheo?

Lo vediamo nelle sue parole: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Per il pubblicano gli altri avevano valore per quanto possedevano, perché più erano ricchi e più da essi poteva esigere tasse e guadagno per sé, ed ecco che ora il suo interesse si rivolge ai poveri; il suo scopo era trarre guadagno dal rapporto con gli altri, ora si fa generoso con chi non ha niente da dargli, i più poveri; la sua prassi era cercare il proprio vantaggio, traendone guadagno, ma ora prevale la logica del debito nei confronti degli altri e del restituire in modo sovrabbondante. Insomma, la salvezza che il Signore porta è la conversione, un capovolgimento a 180 gradi del modo di vedere gli altri e di agire nei loro confronti.

Cari fratelli e care sorelle, Dio è alla ricerca di ciascuno di noi: “Ecco sto alla porta e busso”, ci passa accanto e vuole cenare con noi. Quanto è difficile però per noi volgerci a lui, sollevarci dal basso del nostro trafficare e lasciarlo entrare in casa nostra. Sì, forse noi abbiamo paura che egli trasformi radicalmente il nostro modo di vivere, che vi porti dentro il suo modo di essere e di agire. Preferiamo conservare i nostri spazi di autonomia e lasciare che le logiche di guadagno e convenienza esercitino il loro perverso potere su noi e chi incontriamo. Zaccheo uscì trasformato radicalmente da un incontro solo apparentemente casuale, ma che invece fu cercato e voluto da Gesù. Apriamo anche noi la porta a cui il Signore insistentemente bussa perché porti la salvezza frutto della sua misericordia.


Preghiere
 
O Signore Gesù, ti ringraziamo perché entri nelle nostre vite e non ti scandalizzi della loro pochezza. Fa’ che ti accogliamo sempre con gioia e disponibilità a cambiare,

Noi ti preghiamo

 

Aiutaci o Signore a salire sul luogo alto della S. Messa per conoscere chi sei veramente. Liberaci il cuore e la mente da ogni idea banale e scontata che ci allontana da te,

Noi ti preghiamo

 

Posa il tuo sguardo o Signore Gesù sulle nostre vite e cambiale dal di dentro, perché siamo purificati da ogni peccato e lavati da ogni colpa, e possiamo così seguirti come discepoli fedeli,

Noi ti preghiamo

 

Insegnaci o Padre misericordioso a guardare senza malizia al fratello e alla sorella, perché scopriamo il debito di amore che ci lega ad essi e la necessità di restituire con generosità il molto che abbiamo ricevuto,

Noi ti preghiamo


 

Proteggi o Padre del cielo i tuoi figli più piccoli, i poveri, i soli, i disperati, chi è senza consolazione. Aiutali a incontrarti come il vero liberatore dal male,

Noi ti preghiamo


Sostieni o Dio tutti quelli che hanno subito i colpi del recente terremoto, per chi è provato nello spirito e nel corpo. Aiutali a mantenere lo sguardo fisso su di te che doni consolazione e aiuto a quanti lo invocano,

Noi ti preghiamo.

 

Fa’ o Signore che la tua Chiesa nel mondo sia ovunque segno di riconciliazione fra gli uomini e invito a vivere la pace vera. Dona a ciascuno dei tuoi discepoli il coraggio dell’amore e l’audacia del perdono,

Noi ti preghiamo

 

Sostieni o Dio il papa Francesco che guida gli uomini di buona volontà sulla via della pace. Donagli salute e forza per condurre il tuo gregge nel pascolo del Vangelo,

Noi ti preghiamo

 

 

venerdì 1 novembre 2019

Commemorazione dei defunti - Anno C - 2 novembre 2019


 
 
Dal libro di Giobbe 19,1.23-27a

Rispondendo Giobbe prese a dire: «Oh, se le mie parole si scrivessero, se si fissassero in un libro, fossero impresse con stilo di ferro e con piombo, per sempre s’incidessero sulla roccia! Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro».

 

Salmo 26 - Contempleremo il Signore nella terra dei viventi

Il Signore è mia luce e mia salvezza:
di chi avrò timore?
Il Signore è difesa della mia vita:
di chi avrò paura?


Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: +
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per contemplare la bellezza del Signore
e ammirare il suo santuario.


Ascolta, Signore, la mia voce.
Io grido: abbi pietà di me, rispondimi!
Il tuo volto, Signore, io cerco.
Non nascondermi il tuo volto.


Sono certo di contemplare la bontà del Signore
nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte,
si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.


Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5,5-11
 
Fratelli, la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione.
 
Alleluia, alleluia alleluia.
Chiunque vede il Figlio e crede in lui
avrà la vita eterna;
Alleluia, alleluia alleluia.



Dal vangelo secondo Giovanni 6,37-40

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, oggi facciamo memoria dei defunti. È un’occasione che ogni anno ci viene offerta per pregare per i nostri cari che ricordiamo con affetto, ma anche per tutti quelli che nessuno ricorda, che sono scomparsi nell’anonimato e che solo Dio nel suo amore fedele ricorda e accoglie con amore. Ma questa ricorrenza è anche l’occasione per soffermarci, almeno una volta l’anno, sulla della morte e di cosa ci attende dopo di essa, che in genere rifuggiamo perché ci turba. I brani della Scrittura che oggi abbiamo ascoltato ci aiutano a orizzontarci su di un tema così spinoso.

Ieri, nella celebrazione della festa di tutti i santi, ricordavamo chi ci ha preceduto e vive ora nella compagnia di Dio, cioè in una dimensione in cui non esistono quelle mezze misure nelle quali noi siamo abituati a vivere. Noi infatti per lo più cerchiamo sempre di barcamenarci fra le difficoltà del vivere quotidiano accontentandoci di un compromesso onorevole fra le esigenze del bene e la difficoltà a realizzarlo, fra i pericoli del male e il fascino che egli esercita con le sue illusioni. Ma se tutto questo in qualche modo ci è possibile qui nella nostra vita terrena, la dimensione che ci attende e nella quale già si trovano coloro che sono defunti è la realtà della chiarezza e della decisione: o salvezza o perdizione, o bene o male. Non esiste un bene che è anche un po’ male o un male che si stempera nel bene. Non a caso in tutte le grandi tradizioni religiose non c’è via di mezzo: inferno o paradiso.

Davanti a questa radicalità della realtà dopo la morte si può essere tentati di fuggire in due modi: uno è negare che esista un oltre dopo l’esistenza terrena; l’altro è evitare in tutti i modi di farsi interrogare da quella dimensione così diversa dalla nostra e che non lascia compromessi di comodo. La scelta della Chiesa di farci fermare, almeno una volta l’anno, sulla realtà di quanti sono già entrati nella presenza di Dio ci aiuta a non fuggire, ma a farci loro vicini, non solo nella preghiera e nel ricordo affettuoso, ma anche nel farci loro compagni nella riflessione sul senso della vita che la Scrittura ci propone.

Sì, è necessario farci illuminare fin da subito dalla luce dell’eternità che è l’assenza di compromesso fra bene e male che caratterizza la vita dopo la morte, per poter scegliere con decisione fin da subito di vivere il bene, come il Vangelo ci invita a fare.

È la scelta che fa’ il profeta Giobbe con quelle sue parole così decise: “vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro”. Questa certezza, affermata in modo così deciso, è maturata da Giobbe dopo che è stato messo alla prova assai duramente, da lutti, malattie e abbandoni. Tutto questo dovrebbe spingere Giobbe a ridimensionare la sua fiducia in Dio e nella possibilità di vivere il bene, e a rassegnarsi alla forza invincibile del male con la quale bisogna scendere a patti. È la tentazione che viviamo anche noi. Ma Giobbe sceglie invece per la certezza della presenza di Dio nella sua vita, al cui cospetto egli si mette per farne suo il giudizio e la logica, così diversi da quelli normali.

Il primo elemento dunque che questa nostra memoria dei defunti ci pone davanti è la necessità di maturare, come Giobbe, una fiducia in Dio che va al di là delle difficoltà presenti. Ben modesto sarebbe infatti un rapporto che regge solo nella buona sorte e si rompe invece nei momenti di difficoltà.

San Paolo nel brano della lettera ai Romani fa sua la scelta di fiducia di Giobbe, e va oltre. L’Apostolo aggiunge che la certezza con cui, assieme a Giobbe, possiamo affidarci a Dio non è tanto frutto di uno sforzo di volontà dell’uomo, ma è il risultato della constatazione di un amore così grande che non si è curato che fosse da noi ricambiato o meritato, ma si è donato senza aspettarsi nulla in cambio. Egli scrive: “Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.” È questa misura larga di amore che ci spinge a confidare in lui. Un amore così gratuito non ha limiti, nemmeno quelli della morte. Non accetta compromessi e non delude mai perché è fedele fino alla fine. Questo è il secondo elemento: possiamo fidarci di Dio perché lui si è fidato e ci ha amati per primo e senza condizioni e la sua fedeltà è senza limiti.

Infine l’evangelista Giovanni ci riporta alcune parole di Gesù dalle quali possiamo trarre, ancora una volta, il fondamento sul quale basare la nostra fiducia nella fedeltà di Dio. Gesù infatti ci spiega che non sarà la decisione dell’uomo, la sua forza di volontà, le sue capacità o la sua integrità a salvarlo, ma la fedeltà di Dio, nonostante tutto e contro ogni evidenza, pur di salvarlo: “E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno.” Unica condizione che ci è posta è quella di non rifiutare questa volontà e lasciarci da lei determinare per il bene.

Tutte queste ragioni ci rafforzano nella scelta di fidarci del Signore e di trovare in lui motivi di speranza per un futuro che non è destinato al nulla o abbandonato a se stesso. Questa stessa speranza ci spinge a credere che anche i nostri cari e tutti coloro che, passando da questa vita, si sono affidati a lui non hanno creduto invano, ma hanno continuato a trovare in Dio il Padre sollecito e amorevole che sempre li ha accompagnati.

 

Preghiere  


Ti preghiamo o Signore per tutti i nostri cari, amici e parenti i cui nomi ti presentiamo. Accoglili nella tua infinita bontà e misericordia, perché possano godere in eterno della vita che non finisce,

Noi ti preghiamo

 

Ti ricordiamo, o Padre tutte le persone defunte che non sono ricordate da nessuno. Perché la solitudine e l’abbandono in vita vengano riempite dal tuo amore in cielo,

Noi ti preghiamo

 

Ti preghiamo o Dio, vinci la forza del male che semina odio e divisione sulla terra. Fa’ che noi decidiamo di seguire sempre il tuo volere e scegliamo in ogni occasione per il bene che abbiamo la possibilità di compiere,

Noi ti preghiamo


 

Sostienici o Signore nel nostro cammino, fra gli ostacoli e le tentazioni del vivere quotidiano. Fa’ che la luce del Vangelo ci illumini sempre nelle nostre scelte,

Noi ti preghiamo

 
Proteggi e consola o Padre del cielo tutti i poveri che vivono con durezza la loro vita. Per chi è senza casa, senza lavoro, per chi è colpito dalla malattia, per gli anziani, per chi è vittima dell’ingiustizia,

Noi ti preghiamo

 

Libera, o Padre onnipotente, il mondo dalla piaga della guerra. Dona pace e salvezza a quanti oggi soffrono e muoiono per la violenza,

Noi ti preghiamo.


Proteggi o Dio la tua Chiesa da ogni male. Guidala nel suo cammino perché sia sempre e ovunque annunciatrice audace del vangelo e porto sicuro per chi cerca salvezza dal male,

Noi ti preghiamo

 

Accompagna, o Signore, il papa Francesco nel suo impegno di padre e pastore del tuo gregge. Fa’ che la franchezza delle sue parole e l’autenticità della sua testimonianza siano una luce che guida i passi di tutti i credenti,

Noi ti preghiamo

giovedì 31 ottobre 2019

Festa di Tutti i Santi - 1 novembre 2019





Dal libro dell'Apocalisse di san Giovanni apostolo 7,2-4.9-14
Io, Giovanni, vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio». E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele. Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello». E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen». Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello».

Salmo 23 - Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Signore.
Del Signore è la terra e quanto contiene:
il mondo, con i suoi abitanti.
È lui che l’ha fondato sui mari
e sui fiumi l’ha stabilito.

Chi potrà salire il monte del Signore?
Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro,
chi non si rivolge agli idoli.

Egli otterrà benedizione dal Signore,
giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca,
che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.

Dalla lettera prima lettera di san Giovanni apostolo Gv 3,1-3
Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.

Alleluia, alleluia alleluia.
Venite a me,
voi tutti che siete affaticati e oppressi,
e io vi darò ristoro.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Matteo 5,1-12a
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Commento


Cari fratelli e care sorelle, oggi la liturgia ci fa soffermare sulla realtà della santità di tanti nostri fratelli e sorelle che ci hanno preceduto nella via del Vangelo. Sono persone che hanno affrontato anche difficoltà e ostacoli per mantenere la propria fedeltà al comandamento dell’amore che il Signore Gesù ci ha lasciato, specialmente nei confronti dei più poveri e piccoli. A volte proprio per questo abbiamo una immagine dei santi come eroi che hanno vissuto una vita così al di sopra delle nostre possibilità, tanto da sentirli esempi inavvicinabili da noi persone comuni.

In realtà le esistenze dei santi ci comunicano un messaggio ben diverso. Esso non erano eroi che proprio perché eccezionali hanno saputo voler bene anche in mezzo a tante difficoltà, piuttosto, al contrario, sono persone che hanno cominciato volendo bene a qualcuno, in obbedienza al vangelo, e l’amore di Dio si è fatto strada in loro che lo hanno lasciato entrare, fino a invaderli letteralmente con la forza di un voler bene così grande che li ha portati a vivere un amore sì eroico, perché vittorioso sulla forza del male e senza limiti. Sì perché l’amore è una forza che travolge: se lo lasciamo entrare, magari solo attraverso uno spiraglio del nostro cuore, esso prende possesso di esso, lo fornisce di una forza inaspettata e fa compiere cose di cui prima nessuno si sarebbe ritenuto capace. È l’esperienza dei santi, molti dei quali noi conosciamo, che non sapevano all’inizio dove la docilità al Vangelo li avrebbe portati e che si sono ritrovati a vivere una misura così larga dell’amore di Dio che li ha travolti.

Infatti, attraverso il suo amore Dio ci rende suoi figli: abbiamo ascoltato l’apostolo Giovanni erompere in un grido di gioia: “vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio”. È una esclamazione che sottolinea come la forza di una amore sovrabbondante ci immette nella condizione di essere figli di Dio, cioè legati a lui da un vincolo che non ha termine ed è per sempre. Nel nostro animo però prevale spesso un senso di scontentezza, perché dimentichiamo i motivi di gratitudine e di gioia, ed anzi amiamo coltivarci lo scontento, come bambini capricciosi e viziati da genitori troppo generosi. Come quei bambini ci sentiamo vittima di ingiustizia ogni volta che la vita osa dirci un no, o quando incontriamo anche un semplice ostacolo.

La cosa più grave è che chi vive questa ingratitudine rifiuta di essere figlio perché è quell’amore che ci rende tali. Chiudendoci ad esso, ci impediamo da soli di avere un Padre da amare, a cui fare riferimento e da cui ricevere aiuto. Preferiamo invece piuttosto rivendicare la nostra solitudine di orfani, che porta spesso alla mancanza di ogni speranza e prospettiva.

Davanti a questa realtà così comune Giovanni rivendica che figli “lo siamo realmente!”, basta ammettere la nostra fragilità e impotenza davanti alla vita, la nostra incapacità di voler bene con generosa disponibilità, il nostro spontaneo sfuggire dal fare il bene che pure è alla nostra portata, per ammettere che senza un padre siamo senza prospettive.

Eppure è così normale sentirsi appagati dal fatto di ritenersi figli solo di se stessi, artefici autonomi e indipendenti del nostro destino. Chi rinuncerebbe mai alla propria autonomia e desidererebbe sottomettersi ad un padre? C’è un grande fascino nel proclamarsi orfani, perché crediamo che questo ci offra l’opportunità di dimostrare quanto valiamo. Ci sembra riduttivo inserirci in una storia che ci precede e che continuerà dopo di noi, cioè quella di un figlio in una famiglia larga. Ci sembra che questo offuschi la nostra originalità.

Anche noi siamo invitati a far parte di una storia che va oltre noi stessi come individui, ma è fatta, come nell’immagine dell’Apocalisse, di un popolo di persone che hanno accolto la vocazione ad essere figli. Abbiamo ascoltato che quel popolo di persone vestite di bianco hanno “lavato i loro vestiti nel sangue dell’Agnello.”  La tradizione della Chiesa ha visto in queste parole l’imitazione di Cristo martire per amore degli uomini, ma lavare gli abiti nel sangue dell’Angello significa anche rinnovare e rendere splendente l’abito della nostra vita accettando di farselo trasformare dall’amore di Gesù che si è manifestato fino a donare tutto se stesso, fino al sangue.

Dice Giovanni: “Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato.” Cioè, l’essere figli di Dio non significa essere ingabbiati in un destino preconfezionato, anzi, significa essere veramente liberi da tutte quelle schiavitù che l’orfano, per poter vivere, deve accettare dai suoi padroni. Chi rivendica di essere senza padre e afferma la sua libertà assoluta in realtà si lega mani e piedi alle idee di riuscita che il mondo ci offre, e spesso non certo per la nostra convenienza. 

Ma chi invece sa di essere figlio e sa che dal Padre può attendersi tutto il bene, se chiede con cuore puro e accetta serenamente la sua guida, diventa libero di essere un figlio forte di una storia lunga che lo precede e artefice di un futuro buono che verrà dopo di lui e che è in suo potere costruire. Tutto è possibile al figlio che si fa forte dell’amore del padre, anche vincere il male e sconfiggere la paura che sembrano avere un potere assoluto sugli uomini.

Cari fratelli e care sorelle, è questo il messaggio delle beatitudini che Gesù proclamò ai suoi discepoli e ripete alle folle di ogni tempo. Il figlio non è schiavo della paura delle contrarietà della vita, è libero perché è forte dell’amore del Padre su cui sa di poter contare. Per questo non lo vince il pianto, la persecuzione e l’insulto, perché confida in una forza che niente può abbattere, quella dell’amore. Chi può impedire di amare se io lo voglio? E chi ci separerà dall’amore di Dio, si chiede l’Apostolo Paolo, se non siamo noi a volercene allontanare (Rm 8,35)? Questo vogliono descrivere le beatitudini, cioè la condizione di quanti hanno vissuto, e vivono oggi, la santità: è il ritratto di chi è libero e forte della forza della propria figliolanza con Dio, e non con le illusorie immagini vincenti di questo mondo.

Cari fratelli e care sorelle, questo hanno vissuto i santi, e per questo li ricordiamo oggi. Le loro storie ci dimostrano che non è impossibile vivere la libertà di essere figli di Dio, di accogliere con umiltà il suo amore e di non rivendicare con orgoglio e ingratitudine la nostra autonomia. È questo il messaggio che ci viene da una storia lunga alla quale siamo chiamati di entrare a far parte, perché dentro il popolo dei figli di Dio ci salviamo e possiamo far nostra la salvezza che viene da Dio.
 



Preghiere 

O Dio nostro padre, aiutaci a non rinnegare mai di essere tuoi figli, ma di tornare a te con umiltà, per riempire il nostro vuoto col tuo amore,
Noi ti preghiamo


Guida o Dio chi si allontana da te e cerca con orgoglio l’illusione della forza dell’orfano. Aiuta ciascuno a trovare la via del figlio che sa di essere amato e sostenuto da te, Padre buono e misericordioso,
Noi ti preghiamo


Sostieni o Dio quanti annunciano e testimoniano il Vangelo, unica via che rende liberi di amare e capaci di operare il bene,
Noi ti preghiamo


Sostieni o Signore quanti ti cercano nella via umile del servizio ai fratelli e alle sorelle poveri e piccoli. Fa’ che ti incontrino come Signore della consolazione e Padre della speranza,
Noi ti preghiamo




Proteggi o Dio le comunità dei discepoli che si riuniscono nel tuo nome. Perché nessuno sia più perseguitato a causa del Vangelo e si realizzi l’incontro e il rispetto fra i popoli e le fedi diverse,
Noi ti preghiamo


Consola o Padre misericordioso chi oggi è nel dolore: i profughi, i migranti, gli anziani, i malati, i senza casa e senza famiglia. Dona a tutti consolazione e salvezza,
Noi ti preghiamo.



Dona o Dio sicurezza e serenità a quanti sono colpiti dalla violenza della guerra. Perché cessino i colpi che essa infligge a chi ha perso tutto e fa fatica a ricostruire il proprio futuro,
Noi ti preghiamo


O Dio, Proteggi e accompagna papa Francesco nel suo cammino di testimone del Vangelo. Fa’ che dai suoi gesti e dalle sue parole aprano nuove vie di unità nell’amore,
Noi ti preghiamo



sabato 26 ottobre 2019

XXX domenica del tempo ordinario - Anno C - 27 ottobre 2019


 
 
Dal libro del Siracide 35, 15-17.20-22

Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone. Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento. Chi la soccorre è accolto con benevolenza, la sua preghiera arriva fino alle nubi. La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità.

 

Salmo 33 - Il povero grida e il Signore lo ascolta.
Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino.

Il volto del Signore contro i malfattori,
per eliminarne dalla terra il ricordo.
Gridano e il Signore li ascolta,
li libera da tutte le loro angosce.

Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato,
egli salva gli spiriti affranti.
Il Signore riscatta la vita dei suoi servi;
non sarà condannato chi in lui si rifugia.



Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo 4,6-8.16-18

Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione. Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.
 
Alleluia, alleluia alleluia.
Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo,
affidando a noi la parola della riconciliazione.
Alleluia, alleluia alleluia.

 Dal vangelo secondo Luca 18, 9-14
In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».



 
Commento

Cari fratelli e care sorelle, le letture della liturgia di oggi ci propongono di soffermarci a riflettere sulla preghiera. Essa è qualcosa di essenziale e necessario per la vita del discepolo, direi che è come per un bambino rivolgersi ai genitori o a chi si prende cura di lui. Ogni bambino ha bisogno di chiedere ciò di cui necessita, dal cibo all’acqua da bere, o un vestito caldo quando ha freddo, ecc…; ne ha bisogno per chiedergli aiuto se si sente male, se è spaventato o stanco; ne ha bisogno per chiedere i tanti “perché?” che i bambini hanno, per farsi spiegare come sono fatte le cose, come funzionano, perché esistono, ecc…; infine ne ha bisogno anche solo per gioire della loro compagnia, per attirare la loro attenzione e sentirseli vicini. Sono tutti bisogni che capiamo bene e che anche noi abbiamo sperimentato da piccoli.

Poi però si cresce, e questo tante volte significa imparare a fare come se non avessimo più bisogno di qualcuno accanto che ci aiuti, ci spieghi, ci faccia compagnia, ci guidi, come fanno la mamma e il papà col loro bambino. Questa potremmo dire è la condizione dell’adulto: autonomia, autosufficienza, indipendenza, ecc...

Lo stesso avviene anche nel nostro rapporto con Dio. 

Anche come cristiani si crede di diventare adulti, ed allora ci sembra inutile pregare: non abbiamo più nulla da chiedere, abbiamo già le risposte e le risorse per fare da soli a guidare noi stessi, altrimenti ci sentiremmo infantili e ridicoli. Diveniamo cioè come quel fariseo di cui parla Gesù, che sta in piedi nel tempio, tutto soddisfatto di sé. Il suo rivolgersi a Dio non è una preghiera, non chiede e non si attende una risposta, solo esibisce con orgoglio i propri meriti rivendicando il diritto davanti a Dio di essere apprezzato e, in fondo, lasciato in pace. Di due cose si sente soprattutto forte: della sua onestà davanti agli uomini (“ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano”) e della sua onestà davanti a Dio (“Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”). Cioè è convinto di fare già tutto quello che è tenuto a fare, non è in debito né con gli uomini né con Dio. Per questo non ha bisogno né degli uni né dell’altro.

Il racconto di Gesù ci mostra accanto a lui un’altra persona. Fin da subito si capisce che è un poco di buono, e non può nascondere di esserlo. Come potrebbe, tutti sanno che è un pubblicano, cioè un traditore e un ladro, uno che guadagna sulle disgrazie altrui perché si mette al servizio degli sfruttatori del proprio popolo. Egli però ha coscienza del proprio peccato, e lo dimostra col modo di fare (“fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto”) e con le parole (“O Dio, abbi pietà di me peccatore”). Il pubblicano, al contrario del fariseo, sa di non essere a posto, che la sua condizione è di chi è in debito con gli uomini e con Dio. Sa di aver bisogno del perdono degli uni e dell’altro, e si rivolge a loro con umiltà, confidando nella loro misericordia.

Gesù sottolinea la differenza agli occhi di Dio fra questi due: il secondo, il peccatore, è giustificato, cioè torna a casa rivestito da Dio dell’abito magnifico della sua giustizia, mentre il primo no, non lo ha chiesto, perché già da solo si è cucito indosso l’abito dell’onestà umana.

Ci sembra paradossale: chi ha fatto del male è trattato con amicizia da Dio, mentre chi è onesto è guardato da Lui con freddezza? Il secondo andrebbe punito per il male fatto, invece è premiato con la benevolenza di Dio.

Cari fratelli e care sorelle, come già abbiamo detto altre volte, la giustizia di Dio è diversa dall’onestà degli uomini, perché essa si esprime soprattutto come misericordia, cioè il desiderio irrefrenabile di Dio di colmare il vuoto di amore di chi glielo chiede. Sì, il modo di fare giustizia di Dio è far vincere il bene in chi ammette di averne bisogno, e Dio lo fa con una dose sovrabbondante di amore che spiazza l’uomo e lo spinge dalla sua parte, perché gli fa sentire che egli lo ama come un figlio.

Per questo chi ha sperimentato la misericordia di Dio, o chi la invoca, non può rivolgersi a lui come un adulto, sicuro di sé, onesto e che nega il proprio vuoto di amore. Egli invece sa di essere un figlio davanti a Dio, un bambino accanto al padre da cui si aspetta tutto ciò di cui ha bisogno, e la sua attesa non resta mai delusa, perché Dio è un padre attento e sollecito con i suoi figli. 

Fratelli e sorelle, pregare non è tanto una pratica, ma una condizione, un modo di essere e di pensarsi. La nostra preghiera non si limita al tempo, poco o molto che sia, che passiamo a recitare suppliche o lodi. Pregare significa innanzitutto coltivare in ogni momento della nostra vita la coscienza di essere figli, senza temere di mostrarsi come si è veramente in profondità, cioè deboli e peccatori, e per questo bisognosi di cura, guida, comprensione e misericordia. La nostra preghiera è vivere come figli che guardano al Padre per imparare a somigliargli in ogni momento della loro giornata.  I poveri ce lo insegnano, perché, come fa il pubblicano, non possono nascondere il loro bisogno che li rende dipendenti in tutto dagli altri. Per vivere devono chiedere e sperare che qualcuno misericordioso si muova a compassione. Torniamo bambini davanti a Dio, poveri, bisognosi, senza vergogna né paura di chiedere aiuto, lasciamoci guidare, o anche solo stiamo con lui, come fanno spesso i bambini, per il piacere di essere rassicurati e protetti. Perché l’adulto onesto è solo e disperato, mentre il bambino amato da Dio è forte davanti alla vita, pieno di fiducia e ricco di speranza, invincibile contro il male per la forza del suo amore.
 

Preghiere

O Padre misericordioso, accoglici umili e peccatori. Perdonaci del male commesso e donaci la salvezza che viene dall’essere tuoi figli.

Noi ti preghiamo
 

O Dio fa’ che non viviamo orgogliosamente soddisfatti di noi stessi e convinti della superiorità sugli altri. Insegnaci a non temere la debolezza e a riconoscerci bisognosi dell’amore dei fratelli e del tuo perdono.

Noi ti preghiamo

 

O Signore Gesù che ti sei fatto umile servitore degli uomini, insegnaci a guardare a te come un esempio e un modello da imitare. Aiutaci ad essere sempre pronti a voler bene.

Noi ti preghiamo

 

Ti raccomandiamo o Padre misericordioso tutti coloro che camminano sulla via del male e perdono la vita propria e quella degli altri. Fa’ che anche con il nostro esempio comprendano la gioia che viene dal vivere per il bene.

Noi ti preghiamo

 

O Signore del cielo aiutaci a combattere fin da ora la buona battaglia e a conservare la fede in te che sei Padre buono. Sostienici nei momenti di dubbio e incertezza perché vinca sempre il desiderio di restarti vicino.

Noi ti preghiamo

 
O Dio rendi il nostro cuore puro e umile, perché la nostra preghiera ti raggiunga oltre le nubi. Dona guarigione e salvezza a tutti coloro che ci sono a cuore, da’ pace e gioia a chi è nel dolore. Accogli nel tuo Regno i nostri fratelli e sorelle defunti.

Noi ti preghiamo.

 
O Dio che sei il re della pace, fa’ cessare ogni guerra e ogni violenza perché con cuore riconciliato ognuno sappia costruire un destino comune nella concordia.

Noi ti preghiamo


Proteggi o Signore il nostro papa Francesco e tutti i tuoi discepoli ovunque dispersi. Fa’ che chi annuncia il tuo nome e vive secondo il Vangelo possa toccare il cuore di chi ancora non ti conosce.

Noi ti preghiamo