sabato 14 marzo 2020

III domenica del Tempo di Quaresima - Anno A - 15 marzo 2020


 
 
Dal libro dell’Esodo 17, 3-7

In quei giorni, il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatti uscire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?» Allora Mosè invocò l’aiuto del Signore, dicendo: «Che farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!» Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani di Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e và! Ecco, io starò davanti a te sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà». Mosè così fece sotto gli occhi degli anziani d’Israele. Si chiamò quel luogo Massa e Meriba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?»

 

Salmo 94 – Alzati o Dio giudice della terra

Fino a quando i malvagi o Signore
Fino a quando i malvagi trionferanno?
Sparleranno, diranno insolenze
Si vanteranno tutti i malfattori?
 
Calpestano il tuo popolo Signore
Opprimono la tua eredità.
Uccidono la vedova e il forestiero
Massacrano gli orfani.

 Ma il Signore è il mio baluardo
Roccia del mio rifugio è il mio Dio.


Su di loro farà ricadere la loro malizia +
Li annienterà per la loro perfidia,
li annienterà il Signore nostro Dio.
 
Dalla Lettera di Paolo Apostolo ai Romani 5, 1-2. 5-8

Fratelli, giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.


Lode a te o Signore, re di eterna gloria
Io ti darò acqua viva, dice il Signore
Che ti disseterà in eterno.
Lode a te o Signore, re di eterna gloria
 

Dal Vangelo secondo Luca Gv 4, 5-42

In quel tempo, Gesù giunse ad una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?». Rispose Gesù: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore, gli disse la donna, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le disse: «Và a chiamare tuo marito e poi ritorna qui». Rispose la donna: «Non ho marito». Le disse Gesù: «Hai detto bene “non ho marito”; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replicò la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa». Le disse Gesù: «Sono io, che ti parlo». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna. Nessuno tuttavia gli disse: «Che desideri?», o: «Perché parli con lei?».  La donna intanto lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?». Uscirono allora dalla città e andavano da lui. Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose: «Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno forse gli ha portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Non dite voi: Ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. E chi miete riceve salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché ne goda insieme chi semina e chi miete. Qui infatti si realizza il detto: uno semina e uno miete. Io vi ho mandati a mietere ciò che voi non avete lavorato; altri hanno lavorato e voi siete subentrati nel loro lavoro». Molti Samaritani di quella città credettero in lui per le parole della donna che dichiarava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregarono di fermarsi con loro ed egli vi rimase due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e dicevano alla donna: «Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

 
Commento


Cari fratelli e care sorelle, le letture di oggi ci narrano episodi della storia di Mosè e di Gesù che traggono avvio dalla necessità vitale dell’uomo di avere acqua per soddisfare la propria sete. Senza di essa, infatti, la vita è impossibile. Lo sa bene il popolo d’Israele che in mezzo al deserto, in fuga dall’Egitto, si ritrova senza acqua. Lo sa bene la donna samaritana che quotidianamente si deve recare al pozzo fuori città per attingere. Lo sappiamo bene anche noi che in questi giorni sentiamo che la vita si inaridisce per la mancanza di tante cose che sono necessarie a vincere la nostra sete: mancanza della S. Messa e dei Sacramenti, mancanza dell’incontro con i fratelli e le sorelle, mancanza della libertà di muoversi, mancanza della sicurezza davanti alla forza del male che si fa minaccioso sotto forma di una malattia subdola e pericolosa.

Sì, anche noi facciamo esperienza del deserto, e, forse per la prima volta, ci rendiamo conto di quanto preziose sono le fonti di acqua che, normalmente, ci dissetano.

La reazione degli israeliti in quel frangente è agitata e scomposta, essi se la prendono con Dio perché non ha evitato loro quest’esperienza: era meglio restare in Egitto, dove erano schiavi, ma almeno potevano bere.

Anche la donna samaritana reagisce scorbutica e polemica: Gesù gli chiede il favore di dargli acqua del pozzo, ma non sa quanto lei deve faticare e che vita le tocca fare?

Così come accade anche ai discepoli che si trovano sulla barca con Gesù in mezzo alla tempesta: subito lo rimproverano: “Maestro, non t’importa che siamo perduti!” (Mc 4,38). Eppure lui è lì, sulla loro stessa barca, non è distante, bastava chiedere il suo aiuto. Ed infatti, pur senza chiederlo, lo ottengono. Allo stesso modo quando Mosè lo invoca, Dio non esita a rispondere, facendo sgorgare una fonte di acqua.

Forse anche noi reagiamo nello stesso modo davanti al tempo che stiamo vivendo, come anche di fronte alle altre difficoltà della vita: ce la prendiamo con Dio perché non ce le evita, ma non facciamo la fatica di chiedere a lui l’aiuto di cui abbiamo bisogno per trovare una via di uscita. Sì, perché per chiedere aiuto bisogna farsi piccoli e umili, confidare nella vicinanza di Dio più che nelle nostre forze, bisogna avere fiducia e interrogare, come fanno i bambini piccoli col loro padre.

Questo tempo ci presenta allora la necessità innanzitutto per assumere, con il realismo della fede, la nostra vera misura: fragile, vulnerabile, piccola, e di maturare, di conseguenza, un’attitudine umile, senza sufficienza arrogante. È il cammino che la Quaresima ci propone ogni anno aprendosi con il segno della cenere. Ma allo stesso tempo siamo invitati a renderci conto che non siamo abbandonati in balia della forza del male. Anzi, Gesù alla samaritana che si lamenta e inveisce propone di ricevere un’acqua viva che non finisce, che la libera dalla schiavitù di tornare ogni giorno con fatica a quel pozzo. Così ai discepoli che hanno la tempesta nei loro cuori, oltre che attorno a sé, dona non solo un po’ di tregua temporanea, ma la calma più assoluta dei venti contrari, la bonaccia.

Cioè Dio sa ciò di cui abbiamo bisogno ed è pronto ad offrircelo in misura traboccante, ma siamo noi che da un lato non ci abbassiamo a chiederlo e dall’altro non lo apprezziamo, perché pensiamo che sia ben altro ciò di cui abbiamo sete.

Davanti alla forza del male infatti Dio non ci offre di estraniarci, ma ci dà le armi per combatterlo e resistere alla tentazione di farcene complici. E queste armi sono i frutti di un amore che lui per primo ci dimostra e dona gratuitamente, chiedendoci allo stesso tempo di viverlo.

Ed allora oggi che ci scopriamo fragili e vulnerabili davanti alla forza della malattia e spaventati dal contagio il Signore risponde al nostro bisogno offrendoci di spendere quei talenti che lui stesso ci ha donato da tempo, ma che noi abbiamo sotterrato sotto cumuli di abitudine e pigrizia, ritenendoli superflui e facendo come se non li avessimo mai avuti.

Il primo talento è la preghiera, fatta di ascolto della sua Parola, di umile riconoscimento dei propri limiti e bisogni, di richiesta di aiuto, di gratitudine per quanto riceviamo, di ricordo per tutti quelli che sono nel bisogno.

Il secondo talento è l’amicizia con quanti abbiamo accanto, di cui spesso abbiamo pensato di poter orgogliosamente fare a meno. Spendiamo la nostra umanità offrendo la nostra vicinanza calorosa, l’ascolto paziente, l’audacia nell’offrire aiuto e sostegno, la fedeltà nel ricordo affettuoso.

Il terzo talento è la preoccupazione per i più deboli e poveri, i quali soffrono con più durezza le conseguenze di questo tempo di crisi sanitaria. Non lasciamoli soli a sostenere un peso reso insopportabile dall’isolamento e la solitudine. Proviamo a trovare, senza correre rischi, modi concreti per farci loro vicini e solidali.

Cari fratelli e care sorelle, il servo della parabola che spese i talenti ricevuti, senza nasconderli, si trovò non solo più ricco di capacità e doti, scoprendone in sé tante che nemmeno immaginava, ma fu anche reso partecipe della festa del Signore, rivestito dell’abito elegante e adornato dei gioielli preziosi del suo amore.

Accogliamo allora l’invito di questa Quaresima, forse unica nella nostra esistenza per le condizioni nelle quali ci troviamo a viverla, di lasciarci dietro il peso inutile dei nostri orgogli e arroganze, delle paure e degli egoismi che ci rendono ancor più fragili davanti alla forza del male. Assumiamo il dono di quell’amore unico e sovrabbondante con il quale Dio ci vuole rivestire, perché sia per noi difesa dal male e arma per lottare contro il suo dominio sulla vita di molti attorno a noi.


Preghiere

O Signore ti preghiamo perché anche noi tante volte ci accontentiamo di un’acqua che non disseta. Fa’ che attingiamo alla fonte inesauribile del tuo amore che libera dal male.

Noi ti preghiamo


In questo tempo di Quaresima o Signore Gesù, donaci di invocare il tuo aiuto, riconoscendoci umili e piccoli, bisognosi di essere accolti e aiutati da te come da un padre buono.

Noi ti preghiamo

 

Ti invochiamo o Dio, dona pace e salvezza al mondo intero, specialmente ai popoli che sono sconvolti dalla guerra e dalla violenza. Fa’ che ovunque cessi il rumore sinistro delle armi.

Noi ti preghiamo

 

Accompagna o Signore quanti ti cercano e fatti trovare come compagno benevolo della loro vita. In modo particolare ti preghiamo per tutti i malati, perché trovino da te guarigione nel corpo e consolazione nello spirito.

Noi ti preghiamo

 
 

Guarda con misericordia o Dio il nostro impegno in questa Quaresima per prepararci un cuore capace di restare accanto a te fin sotto la croce. Perdona le nostre colpe e guarisci ogni nostra infermità.

Noi ti preghiamo

 

Stai accanto o Signore a tutti coloro che soffrono per la povertà in questo tempo reso ancora più duro dall’isolamento. Ad essi dona di ricevere la consolazione e l’aiuto dei fratelli.

Noi ti preghiamo.

 

Accompagna sempre o Padre del cielo il papa Francesco. Fa’ che le sue parole restino impresse nei nostri cuori e siano di aiuto per venirti incontro.

Noi ti preghiamo

 Sostieni o Padre tutti i cristiani che in questo tempo si preparano alla Pasqua. Fa’ che anche dove la fede è combattuta e perseguitata tutti i tuoi discepoli possano celebrarti nella pace e attenderti risorto.

Noi ti preghiamo



 

 

 

 

sabato 7 marzo 2020

II domenica del tempo di Quaresima - Anno A - 8 marzo 2020


 
 
Dal libro della Genesi 12, 1-4

In quei giorni, il Signore disse ad Abram: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore.

 

Salmo 32 - Donaci, Signore, la tua grazia: in te speriamo.

Retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra.


Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.


L’anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo.



Dalla lettera di san Paolo apostolo a Timoteo 1, 8b-10

Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo.

 

Lode a te, lode a te, o Signore nostro re!

Dalla nube luminosa, si udì la voce del Padre:
«Questi è il mio Figlio amato: ascoltatelo».
Lode a te, lode a te, o Signore nostro re!

 

Dal vangelo secondo Matteo 17, 1-9

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».  All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, con questa seconda domenica continuiamo il nostro cammino di Quaresima. Già due tappe sono state percorse: il mercoledì delle ceneri, quando siamo stati invitati a considerare la fragilità della nostra vita nel segno austero della cenere e polvere, e domenica scorsa, quando il Signore Gesù ci ha indicato da dove possiamo ricavare la forza per riempire la nostra debolezza, e cioè la Sapienza di Dio contenuta nella Scrittura.

Questo messaggio ci giunge in un tempo fortemente caratterizzato dall’insicurezza che la crisi sanitaria in corso comunica a tutti. I cambiamenti dello stile di vita imposti suscitano una grande incertezza: non sappiamo ancora per quanto tempo questa minaccia incomberà su di noi, si temono gli effetti della malattia, della crisi economica, ci si incontra di meno, ci si guarda con sospetto l’un l’altro, ecc… .

Il rischio che ci si presenta è trasformare la paura in isolamento, e la conseguente condanna di tanti alla solitudine. Pensiamo agli anziani, o alle persone ricoverate in ospedale e in strutture già di per sé isolate, come ad esempio i cronicari, i carceri, gli istituti. E se oggi noi avvertiamo questo deserto come una spiacevole novità, è facile abituarsi e farne il nostro normale stile di vita.

A tutto questo dobbiamo reagire. Certo non con azioni contrarie all’opportuna prudenza sanitaria, ma dobbiamo trovare vie per sconfiggere il deserto umano e l’isolamento che colpisce specialmente i più deboli. Non dobbiamo rassegnarci al diradamento delle relazioni, ma trovare nuove forme che rafforzino invece i legami di solidarietà e attenzione. Ripeto: questo specialmente nei confronti dei più fragili, come gli anziani soli, i disabili, quanti hanno già una rete fragile a sostenerli. Dobbiamo tenere viva questa preoccupazione e applicarla a quanti sappiamo essere in questa condizione: vicini, parenti, conoscenti, persone fragili e sole da sostenere magari con una visita, una telefonata, l’offerta di aiuto per le incombenze quotidiane (spesa, pulizie, piccole faccende, ecc…).

Oggi la Liturgia si è aperta con l’invito rivolto da Dio ad Abramo: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò.” Abramo è una figura rappresentativa dell’uomo di fede, e Dio prosegue con una promessa: “Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra”. Ecco dunque la preoccupazione da fare nostra: in un tempo in cui si allarga la desertificazione umana e l’inaridimento dei rapporti dobbiamo saper essere una benedizione per gli altri, cioè capaci di dire parole e compiere azioni che comunicano il bene. E per essere capaci di dire il bene dobbiamo averlo nel cuore, viverlo e sentirlo come un’urgenza dentro di noi. Non perdiamo occasione per spendere parole capaci di diffondere attorno a noi benevolenza, serenità, pace, comprensione umana e solidarietà concreta.

Ma se, al contrario, il nostro cuore è pieno di malevolenza, diffidenza e paura, le nostre parole non sapranno che comunicare la maledizione di una vita vissuta male. Gesù ha detto infatti: “come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? Poiché la bocca parla dalla pienezza del cuore. L’uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone, mentre l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae cose cattive.” (Mt 12,34-35) Ecco allora la necessità di “uscire dalla nostra terra” per usare le parole rivolte ad Abramo, cioè dal dire male, così naturale e diffuso, che è il lamento egoistico, il giudizio malevolo, l’avarizia di segni di generosità e accoglienza.

In questi giorni mi ha colpito molto un paradosso che stiamo vivendo: mentre noi sentiamo la nostra terra come avvelenata dal virus e maledetta dalla paura, alle porte dell’Europa si ammassano masse di persone che aspirano ad entrarvi e la sentono, una terra benedetta dalla pace, dalla sicurezza, dalle opportunità di costruire un futuro migliore. Abbiamo visto le immagini drammatiche del respingimento di famiglie con tanti bambini, di giovani disperati e soli al confine fra Turchia e Grecia. Vengono da una terra, la Siria, dove dal lontano 2011, otto anni fa, le uniche parole che si sentono sono di morte, disperazione e odio, una vera maledizione. Le mani protese di quei migranti benedicono le nostre terre in cui si può vivere, studiare, essere curati, crescere i propri figli senza timore di essere uccisi, di dover fuggire e perdere tutto.

Eppure l’Europa rifiuta questa benedizione e risponde con la maledizione del rifiuto violento ed egoista, con parole e gesti duri d’inaccoglienza. Essi rivelano cosa riempie il cuore del nostro continente, e manifestano quale eredità essa lascia ai suoi figli.

Cari fratelli e care sorelle, forse noi non riusciamo a cogliere con chiarezza i frutti avvelenati di questa maledizione che l’Europa sta pronunciando su se stessa. Essa svuota di umanità le nostre terre e i nostri popoli, già così duramente provati dalla predicazione dell’odio che vi si pratica diffusamente. Chiediamoci con le parole della Scrittura ascoltate: quale eredità vogliamo lasciare ai nostri figli? Una terra avvelenata dalla paura che si fa egoismo, chiusura, indifferenza al dolore altrui, o la benedizione che ci giunge da chi vede in noi una terra in cui c’è un futuro migliore e un approdo di pace? Perché l’eredità che lasciamo ai nostri figli non è solo il PIL o la crescita delle borse, cose a cui si è attentissimi, ma, come abbiamo ascoltato dal Vangelo, un patrimonio di umanità da cui poter trarre cose buone. Pensiamo a quanto hanno dovuto faticare le generazioni del dopoguerra a purificarsi dall’eredità di male lasciata da quelle che ci hanno preceduto, segnata dell’odio razziale, i genocidi e la violenza fratricida di ben due guerre mondiali. E ancora oggi vediamo rigurgitare qui e là rivoli maleodoranti di quell’eredità. Vogliamo che le generazioni future guardino alla nostra come a quella che ha rifiutato la benedizione gettando sulla nostra Europa l’ombra sinistra della maledizione degli egoismi e della xenofobia? Riempiamo invece questo tesoro da lasciare in eredità con i frutti duratori delle parole e azioni buone, frutti di solidarietà, vicinanza e accoglienza. Sia questa Quaresima un tempo di uscita dal ripiegamento egoistico su se stessi per andare incontro a quanti chiedono aiuto.


Preghiere

Ti preghiamo o Signore nostro perché viviamo in questo tempo di Quaresima la tristezza per il nostro peccato, nella serena fiducia che dall’incontro con te potremo ricevere il perdono.

Noi ti preghiamo


Ti invochiamo o Dio per quanti sono malati o vivono sotto la minaccia del contagio. Per chi è loro accanto e li cura, per quanti subiscono la durezza dell’isolamento. Dona o Padre a tutti  guarigione e salvezza.

Noi ti preghiamo

 

Accogli o Padre il nostro sforzo di uscire come Abramo dal deserto umano, per metterci in cammino verso la terra promessa di una vita convertita all’amore e all’accoglienza.

Noi ti preghiamo


Guarda con amore alla tua Chiesa o Padre del cielo, perché questo tempo di Quaresima sia per tutti i tuoi discepoli un tempo di ascolto della Parola e di conversione del cuore.

Noi ti preghiamo

 

Sostieni con il tuo amore, o Padre misericordioso, quanti soffrono per la miseria e l’abbandono e tutti quelli che si sforzano di essergli vicini. Uniscili nella benedizione di una vita consolata e beata.

Noi ti preghiamo

 

Con insistenza o Dio ti preghiamo perché tu soccorra quanti fuggono dai conflitti nel mondo. Fa’ che chi è sopravvissuto alle violenze trovi consolazione e riparo e chi è morto riposi in pace nel tuo amore.

Noi ti preghiamo.

 

Benedici o Dio il papa Francesco e sostieni il suo impegno di indicare Te come unica via per la felicità dell’uomo. Rafforza quanti cercano in lui una guida e un esempio per esserti più vicini.

Noi ti preghiamo


Proteggi tutti i cristiani perseguitati per la loro fede nel tuo Nome. Fa’ che si aprano ponti di comprensione fra i popoli e le religioni, così che nessuno più soffra e sia discriminato.

Noi ti preghiamo

sabato 29 febbraio 2020

I domenica del tempo di Quaresima - Anno A - 1 marzo 2020


 

Dal libro della Genesi 2, 7-9; 3, 1-7

Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

 

Salmo 50 - Perdonaci, Signore: abbiamo peccato.

Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; +
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.

Sì, le mie iniquità io le riconosco,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato,
quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto.

Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito.

Rendimi la gioia della tua salvezza,
sostienimi con uno spirito generoso.
Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode.



Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5, 12-19

Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato.... Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire.  Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti. E nel caso del dono non è come nel caso di quel solo che ha peccato: il giudizio infatti viene da uno solo, ed è per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute, ed è per la giustificazione. Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo. Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.

 

Lode a te, lode a te, o Signore nostro re,

tu che sei di eterna gloria! Lode a te, lode a te.
Non di solo pane vive, l’uomo ma di ogni parola,
che esce dalla tua bocca, o Signore nostro Dio.

Lode a te, lode a te, …..


Dal vangelo secondo Matteo 4, 1-11

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano. 

 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, abbiamo cominciato mercoledì scorso con il segno delle ceneri il tempo di Quaresima che ci conduce verso la Pasqua. La cenere è un segno austero e semplice che ci ricorda la nostra fragilità. La cenere ricorda la “polvere del suolo” con il quale Dio impastò l’uomo, come abbiamo ascoltato dal racconto della creazione della Genesi. In questa apertura del tempo di Quaresima cenere, polvere, terra ci richiamano la realtà della nostra fragilità proprio mentre le notizie inquietanti sulla diffusione del corona-virus agitano gli uomini e le donne un po’ in tutto il mondo e in Italia in modo particolare. Possiamo dire che all’improvviso, in modo inaspettato e imprevedibile, le persone si sono scoperte vulnerabili, attaccabili in maniera subdola e invisibile da qualcosa da cui è difficile difendersi proprio perché non si vede e non si sa dove sia. Persino una potenza economica e politica come la Cina è stata messa in ginocchio da questa minaccia, ed ha dovuto mettere in atto misure drastiche che hanno cambiato la vita a diversi milioni di persone. Sì, veramente in questo tempo riscopriamo con forza che l’uomo è fatto di quella “polvere del suolo”, come ogni anno il mercoledì delle ceneri ci viene a ricordare.

Davanti a questa realtà noi possono reagire in modi diversi. Molto spesso la coscienza della propria fragilità ci spinge a negarla rafforzando le difese nei confronti degli altri, aumentando le distanze, allargando quel fossato che fa vedere in ogni altra persona un potenziale nemico, un pericolo da isolare. Ma proprio qui è il paradosso, perché la nostra fragilità che ci fa così tanta paura è dentro di noi e non possiamo tenerla fuori.

Oppure la fragilità diviene il motivo per giustificare i compromessi e l’accontentarsi di poco: come posso, io che sono polvere, confrontarmi con i grandi problemi del mondo, assumermi la responsabilità di sostenere gli altri nel dolore e nelle prove della vita. Essere piccoli e deboli ci spinge ad accontentarci delle piccole soddisfazioni private e limitate, a circoscrivere il proprio orizzonte a un mondo piccolo e alla nostra misura, senza ambizioni, senza passioni, senza slanci.

Eppure, se vediamo bene, la cenere deposta sul nostro capo è accompagnata dall’invito: “Convertiti e credi al vangelo!” Cioè il ricordo della nostra debolezza è proposto come la base per cambiare visione e fondare una nuova fiducia nell’unica cosa che allo stesso tempo ci protegge e ci rende forti, il Vangelo, quell’annuncio di salvezza che Gesù è venuto ad annunciarci. E quella cenere, a ben vedere, viene dagli ulivi dell’ingresso a Gerusalemme con i quali abbiamo accolto il Signore la domenica delle palme. Esse ci collegano cioè in modo diretto e forte a quella Signoria umile e forte che il Signore vuole esercitare su noi, suo popolo, entrando, acclamato da tutti, nella città, il luogo della vita del popolo.

Anche Gesù, abbiamo ascoltato oggi dal Vangelo, è posto dal diavolo davanti alla tentazione di cercare nella forza di questo mondo la protezione alla debolezza di cui si è voluto rivestire con la nostra stessa carne. Il maligno gli propone di nutrirsi di un cibo che si trova facilmente, ma che non soddisfa la fame vera. Esso illude con la falsa sazietà che è il successo, il benessere, le sicurezze, che nascondono, ma non sfamano il bisogno di trovare il senso profondo e vero della propria vita.

Il maligno poi gli offre di mettersi al sicuro dalla responsabilità del proprio agire, dando la colpa al destino, alla forza del male, o addirittura all’indifferenza di un Dio lontano.

Infine il diavolo propone a Gesù di esercitare il proprio dominio sugli uomini per evitare di essere sopraffatti dalle loro domande e bisogni.

Per resistere alle lusinghe del maligno Gesù non usa la propria forza, ma l’arma potente che c’è, la Parola di Dio e gli risponde facendo sua la sapienza della Scrittura.

Anche a noi la Quaresima offre di farci forti di quest’arma potente per rispondere alla tentazione dell’indurimento del cuore e del compromesso giustificatorio, come espedienti per porre al sicuro la nostra debolezza.

Sì, facciamoci forti della sapienza del Vangelo e gli angeli del cielo, come fecero con Gesù, soccorreranno la debolezza della nostra cenere e polvere, debolezza umana e fragilità fisica, dandoci il vero nutrimento che è il modo di voler bene di Dio, sostenendoci nell’assumerci la responsabilità del bene dei nostri fratelli e sorelle, fornendoci quel potere, debole ma più forte del male, che è rispondere col bene al male.

Allora sì, fratelli e sorelle, che impareremo ad essere audaci nei nostri sogni e aspirazioni, a realizzare quell’argine al male che è voler bene senza paura di rimetterci, a desiderare con tutta la nostra forza che non vincano le logiche malvage e perverse del mondo che isolano chi sta male, lo indeboliscono col pregiudizio, scartano chi non ce la fa sotto il peso della povertà, della malattia, del dolore, delle guerre.

Cari fratelli e care sorelle, ricevendo la cenere sul capo abbiamo varcato la soglia della Quaresima che è la soglia della casa del Padre nella quale è accolto sia il figlio minore, che se ne era fuggito lontano, quanto il figlio maggiore, che era rimasto in casa, ma aveva raffreddato il proprio cuore fino a non riconoscere più la bontà del suo padre misericordioso. Facciamoci attrarre da quel Padre buono, paziente, che ci attende nonostante tutto, che non rinuncia a imbandire la mensa perché sia celebrata la festa del nostro ritorno. Accogliamo allora con severità ma anche con gioia l’annuncio della Quaresima, perché la coscienza rinnovata della nostra debolezza ci spinga a rivestirci della forza del Signore, e a corrergli incontro come al padre buono e misericordioso della nostra vita.  


Preghiere
 
O Signore ti ringraziamo perché ci doni la sapienza del Vangelo per resistere ai suggerimenti del tentatore. Fa’ che sappiamo riporre in essa la nostra fiducia.

Noi ti preghiamo


O Dio donaci la forza di resistere alla tentazione di una vita spesa senza ricordarmi di te e preoccuparmi per i fratelli. Fa’ che ciascuno di noi sappia mettere in pratica le parole del vangelo.

Noi ti preghiamo
 
 

Aiutaci o Signore in questo tempo di Quaresima a riconsiderare le scelte della nostra vita, perché sappiamo riformarla secondo il tuo esempio e insegnamenti.

Noi ti preghiamo

 

Guida i nostri passi o, Padre del cielo, fuori dal deserto di vita nel quale il mondo ci trattiene. Fa’ che sperimentiamo la gioia e la bellezza d’incamminarci seguendo te verso i pascoli erbosi che il Vangelo ci indica.

Noi ti preghiamo
 
 

Guarda con amore o Padre alle vittime dei conflitti che insanguinano tanti paesi della terra, perché chi è nel dolore sia consolato e chi ha perso la vita sia accolto nel tuo abbraccio amorevole.

Noi ti preghiamo


Sostieni o Dio con il tuo amore tutte le vittime delle ingiustizie, i dimenticati e i miseri. Accogli la loro invocazione di un tempo di riconciliazione e pace, perché chi è nel dolore sia consolato,

Noi ti preghiamo.


Proteggi dal male o Signore tutti coloro che sono perseguitati per la loro fede in te, proteggi chi soffre a causa del vangelo e del suo amore per la giustizia.

Noi ti preghiamo

 Guida i tuoi figli o Dio del cielo perché con il loro operato e le loro parole siano testimoni credibili del Vangelo e indichino a chi ancora non ti conosce la strada che conduce alla gioia dell’essere tuoi discepoli.




Noi ti preghiamo

mercoledì 26 febbraio 2020

Mercoledì delle Ceneri - Anno A - 26 febbraio 2020





Dal libro del profeta Gioele 2,12-18
Così dice il Signore:
«Ritornate a me con tutto il cuore,
con digiuni, con pianti e lamenti.
Laceratevi il cuore e non le vesti,
ritornate al Signore, vostro Dio,
perché egli è misericordioso e pietoso,
lento all’ira, di grande amore,
pronto a ravvedersi riguardo al male».
Chi sa che non cambi e si ravveda
e lasci dietro a sé una benedizione?
Offerta e libagione per il Signore, vostro Dio.
Suonate il corno in Sion,
proclamate un solenne digiuno,
convocate una riunione sacra.
Radunate il popolo,
indite un’assemblea solenne,
chiamate i vecchi,
riunite i fanciulli, i bambini lattanti;
esca lo sposo dalla sua camera
e la sposa dal suo talamo.
Tra il vestibolo e l’altare piangano
i sacerdoti, ministri del Signore, e dicano:
«Perdona, Signore, al tuo popolo
e non esporre la tua eredità al ludibrio
e alla derisione delle genti».
Perché si dovrebbe dire fra i popoli:
«Dov’è il loro Dio?».
Il Signore si mostra geloso per la sua terra
e si muove a compassione del suo popolo. 

Salmo 50 - Perdonaci, Signore: abbiamo peccato.

Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.

Sì, le mie iniquità io le riconosco,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato,
quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto.

Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito.

Rendimi la gioia della tua salvezza,
sostienimi con uno spirito generoso.
Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode. 

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 5,20-6,2
Fratelli, noi, in nome di Cristo, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio. Poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti: «Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso». Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!

Lode a te, o Signore, re di eterna gloria!
Oggi non indurite il vostro cuore,
ma ascoltate la voce del Signore.
Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria! 

Dal vangelo secondo Matteo 6,1-6.16-18
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profumati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».


Commento

Cari fratelli e care sorelle, la celebrazione di oggi si è aperta con le parole dal libro del profeta Gioele: «Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore, vostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male». Con queste parole oggi il Signore invita anche noi a tornare da lui. Tornare, sì, perché noi lo abbiamo già conosciuto, si è fatto vicino a noi, ci è venuto incontro, ha compiuto l’esodo dal cielo per farsi nostro prossimo, a Natale. Ed ora lui è cresciuto, è adulto, e ci si rivolge con l’autorevolezza dell’adulto. Ma anche noi siamo adulti, e se davanti ad un bambino è facile intenerirsi, davanti ad un altro adulto è diverso. Nella coscienza dell’adulto è insita l’idea dell’autosufficienza. Infatti se da bambini si ha sempre bisogno dei genitori per tutto, e poi da giovani cominciamo ad assaporare il gusto dell’indipendenza, senza però poterla sperimentare fino in fondo, ecco che da adulti, finalmente, possiamo dire a noi stessi e agli altri che siamo capaci di decidere la nostra vita secondo i nostri desideri e gusti, senza doverne rendere conto a nessuno. Sì, l’adulto è nell’età del potere e chi è prima di lui, i bambini e i giovani, e dopo di lui, gli anziani, non possono godere del senso di indipendenza e del potere che lui ha il diritto di rivendicare per sé. È il gusto che dovette provare quel figlio più giovane della parabola nel dire a suo padre: ora posso decidere io, ora posso andare dove voglio e godere delle mie risorse secondo i miei gusti e desideri. Ed è quello che fece, ed è quello che facciamo, ciascuno di noi: adulti ci godiamo l’età adulta che sa di poter fare a meno di un padre.
Per questo Dio oggi dice a ciascuno di noi: “ritornate a me con tutto il cuore!” Sì Dio è quel padre misericordioso che scruta l’orizzonte e non perché aspetta che arrivi uno qualsiasi, ma proprio quel figlio che se ne è andato, aspetta che torni il figlio “con tutto il suo cuore” di figlio.
La Quaresima è questo tempo di attesa del Padre.
Noi, egocentrici, la pensiamo sempre dalla nostra parte: pensiamo a quello che noi dobbiamo fare, alla Quaresima come ad un tempo austero, di sacrificio, di fatica, di penitenza, ed è vero, ma pensiamolo oggi invece come il tempo in cui Dio fa qualcosa: ci aspetta. E lo fa come un padre. Possiamo intuire i sentimenti di quel padre dal fatto che, ci dice il vangelo, scruta l’orizzonte e vede il figlio tornare quando quello è ancora lontano. Dio ci aspetta, ma non come un re che aspetta i sudditi che lo riveriscano, ma come un padre trepidante, pieno di preoccupazione: forse si è pentito di averci lasciato andare via, ma cosa poteva fare? Eravamo così baldanzosi, convinti di noi, sicuri che il nostro futuro era in nostro pugno. Doveva forse dirci di no, imprigionarci, ricattarci, negarci il futuro felice di cui ci sentivamo padroni? No, non lo avrebbe fatto mai, perché voleva dire far diventare quel figlio un perdente, lamentoso e recriminatorio per non aver potuto fare quello che aveva in mente, per non esser potuto diventare l’adulto che si sentiva. Forse per un attimo quel padre avrà pensato di mandare i suoi servi a riprenderlo, a riportarlo a lui con le buone o le cattive, ma no, lui vuole riavere un figlio, non un servo in catene. Ci rispetta, ci ama troppo per fare questo.
In questo tempo di Quaresima Dio ripensa a tutto ciò, e aspetta, e spera di rivederci spuntare dietro la collina: chissà che non abbiamo capito che lontani dal suo amore si vive peggio? Chissà che non abbiamo sperimentato l’amarezza di non essere più figli amati in casa del padre, ma servi dei potenti di questo mondo che schiavizzano, sfruttano e lasciano con la fame?
Questo tempo di Quaresima pensiamolo così, come il tempo di Dio che aspetta, preoccupato, speranzoso, inquieto, il suo figlio.
Come non tornare da lui? È vero abbiamo fatto tanta fatica a costruirci indipendenti e autonomi, a dirci che finalmente avevamo quello che volevamo, a goderci i risultati delle nostre fatiche, ma a che costo: come orfani, senza più un padre e senza più fratelli e sorelle, senza una casa di famiglia.
Ma forse noi potremmo dire: questo discorso non fa per me, io non mi sono allontanato, non ho rinnegato il Signore come Padre, tant’è che sono qui nella sua casa a pregare! E infatti quel padre aveva anche un altro figlio: questi non si era allontanato da casa. Era fedele e obbediente: faceva tutto quello che il padre comandava. Eppure anche lui era molto lontano da suo padre, forse ancora più dell’altro fratello: lo giudica ingiusto, non gli ha mai detto grazie per tutto quello che fa! È aspro e amareggiato contro di lui, non ha un cuore da figlio. Questo secondo fratello è vero, non si è mai mosso di casa, ma resta fuori dalla porta: vede, sente quello che avviene dentro, la festa dei figli a mensa col padre, ma non vi partecipa. Eppure sa cosa avviene, sa come si sono vestiti e cosa è servito a tavola, e questo lo allontana ancora di più dal padre, non gli viene proprio voglia di entrare!
Tante volte anche noi siamo così. È vero siamo rimasti a casa, ma fuori dalla porta, non varchiamo la soglia della casa del padre, restiamo estranei, pronti e recriminare, cioè a sentirci nel giusto, non godiamo della festa gioiosa dei figli che stanno col padre nell’abbondanza. Anche questo secondo figlio deve tornare al Padre e forse, paradossalmente, il viaggio che deve compiere è ancora più lungo, tortuoso e faticoso, perché è tutto interiore: dall’orgoglio all’umiltà, dal lamento alla gratitudine, dalla rivendicazione per sé al gioire del bene altrui, dalla freddezza al calore umano, dall’estraneità all’essere figlio e fratello.
Cari amici oggi questo mercoledì delle ceneri è quella soglia che il fratello giovane si è lasciato alle spalle e che quello grande non vuole varcare, essa c’introduce al tempo benedetto della Quaresima nel quale riscoprire la gioia di essere figli di un padre buono, di essere messi a parte della gioia dell’amore fraterno, di godere di una mensa in cui non mancano i frutti buoni della generosità di Dio: il suo perdono, la preoccupazione per ciascuno, la sovrabbondanza del suo amore per ogni uomo.
  
Preghiere 

O Signore, accoglici umili e pentiti, perché lasciando te ci siamo allontanati dalla fonte del bene e della felicità. Perdona il nostro orgoglio,
Noi ti preghiamo


Ti ringraziamo o Padre del cielo perché attendi ciascuno di noi e scruti i cuori per cogliere i segni del nostro ritorno a casa. Fa’ che presto ci incamminiamo verso di te,
Noi ti preghiamo



Accogli o Signore quanti oggi rivolgono il pensiero a te, ascoltano la tua Parola e ricevono il segno della cenere. Riunisci tutti gli uomini nella famiglia dei tuoi figli,
Noi ti preghiamo


Per quanti sono ancora legati alle schiavitù dell’orgoglio degli adulti. Per quanti rifuggono dall’umiltà e affermano la propria autosufficienza. Fa’ che presto scoprano la bellezza dell’essere figli,
Noi ti preghiamo


Ti invochiamo o Dio per i nostri fratelli poveri. Per quanti soffrono per la durezza del male e ti invocano come salvatore. Consola e sostieni chi è nel dolore e guidaci incontro a loro come fratelli e sorelle pieni di amore,
Noi ti preghiamo


Fa’ o Padre che la tua famiglia sia senza divisioni e rivalità, unita dal vincolo dell’amore reciproco e della carità fraterna, sotto la guida amorevole del nostro papa Francesco,
Noi ti preghiamo.