venerdì 16 agosto 2013

XX domenica del tempo ordinario - 18 agosto 2013


 

Dal libro del profeta Geremia 38,4-6.8-10

In quei giorni, i capi allora dissero al re: «Si metta a morte questo uomo, appunto perché egli scoraggia i guerrieri che sono rimasti in questa città e scoraggia tutto il popolo dicendo loro simili parole, poiché questo uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male ». Il re Sedecia rispose: «Ecco, egli è nelle vostre mani; il re infatti non ha poteri contro di voi». Essi allora presero Geremia e lo gettarono nella cisterna di Malchia, principe regale, la quale si trovava nell'atrio della prigione. Calarono Geremia con corde. Nella cisterna non c'era acqua ma fango, e così Geremia affondò nel fango. Ebed-Melech uscì dalla reggia e disse al re: «Re mio signore, quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta Geremia, gettandolo nella cisterna. Egli morirà di fame sul posto, perché non c'è più pane nella città». Allora il re diede quest'ordine a Ebed-Melech l'Etiope: «Prendi con te da qui tre uomini e fa’ risalire il profeta Geremia dalla cisterna prima che muoia».

 

Salmo 39 - Vieni presto, Signore, a liberarmi.

Ho sperato: ho sperato nel Signore  +
ed egli su di me si è chinato,
ha dato ascolto al mio grido.

Mi ha tratto dalla fossa della morte,
dal fango della palude;
i miei piedi ha stabilito sulla roccia,
ha reso sicuri i miei passi.

Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,
lode al nostro Dio.
Molti vedranno e avranno timore
e confideranno nel Signore.

Io sono povero e infelice;
di me ha cura il Signore.
Tu, mio aiuto e mia liberazione,
mio Dio, non tardare.


Dalla lettera agli Ebrei 12, 1-4

Fratelli, circondati da un gran numero di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci intralcia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l'ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d'animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Apri, Signore, il nostro cuore
e comprenderemo le parole del Figlio tuo.
Alleluia, alleluia alleluia.


Dal vangelo secondo Luca 12, 49-57

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera». Diceva ancora alle folle: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?».

 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, nel brano del vangelo che abbiamo appena ascoltato Luca ci riferisce alcune parole di Gesù particolarmente appassionate, direi quasi violente. Egli parla di un fuoco che è venuto a portare sulla terra, ma che sembra non volersi appiccare, e di un battesimo da ricevere che gli suscita angoscia. È evidente come Gesù parli della sua missione di diffondere nel mondo un amore bruciante e appassionato, capace di trasmettersi per la forza del suo calore, come avviene negli incendi, ma che fa fatica a far ardere nei cuori degli uomini che sembrano invece preferire il freddo o la tiepidezza di un amore così diverso da quello di Dio. È un’amara constatazione che Dio potrebbe fare davanti ad ogni generazione, in seguito alla resistenza che in tutte le epoche gli uomini hanno fatto a che l’incendio del suo amore trasformasse la faccia della terra e purificasse col calore le scorie di egoismo, indifferenza, odi e violenze che lo hanno attraversato in ogni epoca.

Anche oggi quanto poco arde l’amore di Dio nei nostri cuori! Eppure Gesù ce ne ha dato una dimostrazione concreta in ogni situazione della sua vita. Egli non si è risparmiato nel vivere quel principio che è mettere l’interesse dell’altro sempre al di sopra del proprio. Questo è l’amore di Gesù che, come dice l’Apostolo, “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall'aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce.” (Fil 2,6-8).

Ecco qual è l’incendio che Gesù vuole propagare a partire dal proprio modo di essere. È quel calore che i due discepoli che andavano ad Emmaus dissero di aver sentito davanti al Signore fattosi loro compagno “Ed essi dissero l'un l'altro: Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via” (Lc 24,32). “Ardeva” dicono i due, perché le parole di Gesù se accolte nel cuore accendono un fuoco, e per questo corrono dagli altri discepoli, per propagare loro quel fuoco di amore. Sì, perché quando si accende, l’amore di Dio non può essere trattenuto, ma suscita la necessità di comunicarlo. Ecco da cosa si riconosce l’amore vero.

Chiediamoci fratelli e sorelle, quante volte ci capita di infiammarci di un amore così forte per gli altri da non riuscire a trattenerlo e da sentire la necessità di comunicarlo a tanti? Piuttosto, spesso, quello che noi riteniamo amore si nutre di esclusività, di gelosie, di tanti meccanismi che servono a chiudere fuori gli altri. Non si dice forse che per voler veramente bene a una persona bisogna amare solo lei, o altre stupidaggini simili?

In genere per parlare di una forma di amore supremo ci si riferisce a quello di una madre per il figlio o a quello fra fratelli. Anche Gesù riporta l’esempio di una famiglia, affermando però che il suo amore è più forte degli stessi vincoli di sangue naturali. Se brucia l’amore di Dio infatti nella nostra vita scopriamo che anche quelli che normalmente sono considerati i legami più stretti sono un niente davanti ad esso, e nulla, neppure gli obblighi familiari o le normali relazioni fra parenti, possono frapporsi o ostacolarlo, anche a costo di dolorose separazioni.

Infine Gesù parla di un battesimo da ricevere, come fa anche in Mc 10,38, per parlare della sua passione. Egli sa infatti che questo amore, se vissuto fino in fondo, ha un costo molto alto, perché suscita l’invidia e l’opposizione di molti, ma Gesù non dubita ad andare incontro a questo battesimo perché è il passaggio obbligato per giungere alla vita vera, restituita piena e senza fine con la resurrezione.

Questo fratelli e sorelle è vero anche per noi! Non si giunge alla vita felice, beata e piena di senso se non facendosi ardere in petto l’amore di Gesù, per il quale essere disposti a rinunciare a tutto quello che nella nostra vita ci trattiene e ci raffredda, fosse pure quello che noi riteniamo invece irrinunciabile e indispensabile per vivere. Ce lo insegna la testimonianza di tanti martiri che hanno ritenuto più importante salvaguardare lo spazio dell’amore appassionato per i fratelli, piuttosto che salvare la loro vita stessa.

Non a caso usiamo la parola passione per indicare la sofferenza di Gesù fino alla sua morte, perché è veramente un segno di amore appassionato, che non fa risparmiare nulla a Gesù, ma gli fa offrire tutto sé stesso, fino all’ultimo, per non abbandonare e tradire la gente a cui vuole trasmettere il suo amore. E paradossalmente proprio dalla croce, nonostante il dolore e l’impotenza, non smette di scorrere questa corrente di fuoco, tanto da far ardere anche il buon ladrone e il soldato romano, due tipi di sicuro non teneri e facilmente impressionabili, che proprio da come muore riconoscono che Gesù è veramente Dio e si lasciano ardere per lui.

Cari fratelli e care sorelle, non intiepidiamo le parole del Vangelo con le mediazioni e gli addolcimenti che ci vengono così bene, non rischiamo di farci trovare come la Chiesa di Laodicea che, nell’Apocalisse, viene giudicata né calda né fredda, ma tiepida e per questo è vomitata via lontana dalla salvezza (Ap 3,15-16), accettiamo che le parole di Gesù, i suoi gesti, le prove del suo amore per gli uomini ci scaldino fino a farci ardere del suo stesso amore, perché ci purifichiamo dal peccato e diveniamo suoi cooperatori nel diffondere l’incendio a tutta la terra.

 
Preghiere  

O Signore accendi anche in noi l’incendio di un amore appassionato e fedele, perché sappiamo voler bene al fratello e alla sorella più di quanto amiamo noi stessi,

Noi ti preghiamo


Aiutaci o Signore a superare le resistenze e le paure a farci investire da un amore sincero per tutti. Donaci la disponibilità e l’audacia di andare contro abitudini e tradizioni per essere tuoi discepoli fedeli,

Noi ti preghiamo

 
Consola o Dio quanti soffrono per la mancanza di amore e restano soli nel bisogno. Fa’ che i tuoi discepoli si facciano volentieri loro compagni e sostegni,

Noi ti preghiamo

 
Dona o Padre del cielo la pace all’Egitto e alla Siria, colpiti dalla forza della violenza e della guerra, consola gli afflitti e sostieni quanti cercano vie per la riconciliazione,

Noi ti preghiamo


Aiutaci o Dio ad essere sempre tuoi discepoli fedeli, anche quando questo è difficile e costa sacrificio. Fa’ che ovunque nel mondo i cristiani siano sempre una forza di pace e di riconciliazione,

Noi ti preghiamo


Sostieni o Padre il nostro papa Francesco nel suo ministero di pastore buono del tuo gregge. Donagli la forza profetica dell’annuncio e della testimonianza,

Noi ti preghiamo.

 

 

mercoledì 14 agosto 2013

Assunzione di Maria Santissima - 15 agosto 2013


Dal libro dell'Apocalisse di san Giovanni apostolo 11, 19a; 12, 1-6a.10ab

Si aprì il tempio di Dio che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua alleanza. Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio. Allora udii una voce potente nel cielo che diceva: «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo».

 

Salmo 44 - Risplende la Regina, Signore, alla tua destra.

Figlie di re fra le tue predilette;
alla tua destra sta la regina, in ori di Ofir.
Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio:
dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre.

Il re è invaghito della tua bellezza.
È lui il tuo signore: rendigli omaggio.
Dietro a lei le vergini, sue compagne, +
condotte in gioia ed esultanza,
sono presentate nel palazzo del re.


Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 15, 20-27°

Fratelli, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza. È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Maria è assunta in cielo;
esultano le schiere degli angeli.
Alleluia, alleluia alleluia.


Dal vangelo secondo Luca 1, 39-56

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, il ricordo di Maria ci coglie in questo tempo estivo un po’ strano, segnato dalla fatica del clima e dal desiderio di evasione. Tutto, possiamo dire, in questi giorni ci spinge a concentrarci su noi stessi, sulle nostre necessità e sul desiderio di lasciarsi andare ad una maggiore attenzione e cura di sé.

È in questo clima che ci coglie la festa che celebriamo oggi che invece ci fa alzare lo sguardo su una prospettiva ampia e grandiosa. È la visione dell’Apocalisse che abbiamo ascoltato nella prima lettura e che ci immette nell’eterna lotta fra la forza del male e i segni del bene. L’Apostolo Giovanni descrive la minaccia di un drago che occupa quasi tutto il cielo, ne cancella le stelle luminose, e si appresta a distruggere quel bambino che sta per nascere. Sì, se usciamo dalla nostra prospettiva individuale vediamo che nel mondo è presente una forza del male che vuole uccidere ogni segno di una nuova speranza che nasce. Nel nostro piccolo angolo tutto sembra molto più addomesticabile e rassicurante. Certo anche lì non mancano le contrarietà e le sofferenze, ma noi le viviamo come nostre questioni private, da gestire fra sé e sé con la sapienza maturata con l’esperienza, con la capacità di compromessi e adattamenti che ci fa sfuggire dagli aspetti più drammatici del male. Eppure, fratelli e sorelle, se non alziamo lo sguardo verso la visione grandiosa della lotta cosmica fra il principe del male e Dio e se non ci inseriamo anche noi in questa battaglia come alleati del Signore non potremo nemmeno partecipare della sua vittoria, di cui ci parla l’Apostolo nella lettera ai Corinzi: “Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita.” Tutti moriamo in Adamo, cioè tutti siamo partecipi di un male che affonda le radici in quella volontà di allontanarsi da Dio che Adamo espresse fin dai primi passi dell’uomo e che trova innumerevoli espressioni, appunto, in quella lotta che il male continua in tutto il mondo a condurre contro il bene, ma grazie a Dio possiamo anche partecipare assieme all’umanità intera della forza della resurrezione che ci strappa al dominio della morte.

Eppure fratelli e sorelle, è facile sentirsi lontani da questa battaglia ed estranei al peccato del mondo. Che c’entro io con le ingiustizie, il male, le sofferenze degli altri, specie di quelli più lontani? Che responsabilità ho io per quello che accade, per le guerre, le violenze, i dolori infiniti che avvolgono l’umanità intera? Noi misuriamo il nostro male con il metro piccolo del nostro orizzonte individuale e cerchiamo i nostri compromessi per sentirci estranei alla visione dell’Apocalisse. Per questo però ci tagliamo anche fuori dal destino vittorioso che il Signore ha voluto realizzare con la sua resurrezione. Solo infatti se ci coinvolgiamo in questa lotta cosmica e sentiamo che anche il mio piccolo peccato, il mio piccolo dolore, le mie piccole sofferenze sono parte di questo disegno più grande potremo partecipare della forza di cambiamento e di redenzione che Cristo è venuto per comunicare al mondo.

Maria lo capisce. La sua vita umile e appartata all’improvviso diviene strumento di una storia grande, universale, cosmica, che coinvolge l’umanità intera e tutto il creato. Ha accettato di inserirsi in questa storia, senza rinchiudersi nella nicchia della sua vita privata, e di divenire lei, giovane e piccola ragazza di una regione periferica, la donna dell’apocalisse che soffre le doglie di un parto minacciato dal male, ma benedetto e salvato da Dio che la protegge e la scampa.

Il suo canto di gioia rivolto a Elisabetta parla di questa visione grandiosa: “D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote.” Maria si sente figlia e depositaria delle attese di una storia grande, che coinvolge tutto il mondo, di generazione in generazione, e vi sa leggere dentro il disegno di salvezza di Dio.

Cari fratelli e care sorelle, questa è la prospettiva che la Scrittura oggi, indicandoci l’esempio di Maria, propone a ciascuno di noi. Quella cioè di sentirci partecipi di una storia più larga del nostro piccolo privato, che coinvolga e assuma su di sé le speranze, le sconfitte, i dolori di un mondo grande e complesso, pieno di contraddizioni e drammi, ma nel quale il disegno di Dio si può leggere in filigrana per poterne essere così partecipi. Se guarderemo anche alle nostre piccole vicende, le piccole possibilità e i piccoli limiti del nostro vivere quotidiane nell’ottica della visione larga di Maria scopriremo che non è indifferente come agiamo e che le nostre scelte possono inserirsi in essa e divenire protagoniste di quella lotta che Dio conduce perché il bene vinca e la speranza non venga soffocata dal buio della violenza e del dolore di oggi.

Cari fratelli e care sorelle, viviamo col cuore largo di Maria e godiamo, con la sua stessa fiducia ingenua e semplice, delle prospettive di vita diversa che Dio ci suggerisce. Anche da noi, nonostante l’età, la stanchezza e la troppa rassegnazione, nascerà una nuova vita, figlia delle benevolenza di Dio e del suo desiderio di vincere la sterilità di vite spente e rinunciatarie. Di essa il Signore stesso si prenderà cura, se gliela affidiamo, perché non venga soffocata dal male. Ne ha bisogno il mondo e ne abbiamo bisogno noi stessi, perché la vittoria sul male è possibile e ci è offerta, se noi non la rifiutiamo.

 
Preghiere 

Ti ringraziamo o Padre del cielo per la umile disponibilità di Maria che seppe farsi carico della storia di tutta l’umanità e accogliere in sé la salvezza del mondo. Dona anche a noi di essere strumento della forza della resurrezione nella lotta contro il male,

Noi ti preghiamo

O Dio nostro Padre, proteggi la debolezza delle vite minacciate, come salvasti il piccolo Gesù dalla violenza di Erode. Fa’ che chi è piccolo e indifeso sia scampato da ogni male e goda della tua benedizione,

Noi ti preghiamo
 
Ti preghiamo o Signore Gesù perché non viviamo rinchiusi nel piccolo mondo delle nostre esistenze private, ma ci apriamo alla dimensione universale della lotta fra il bene e il male che si combatte nel mondo. Rendici in essa tuoi alleati fedeli e generosi,

Noi ti preghiamo
 

Scampa o Dio quanti sono minacciati dalla violenza della guerra e del terrorismo e vivono oppressi dal dolore. Liberaci tutti dalla radice di peccato che ci unisce in Adamo, per essere invece partecipi e operatori della vera pace portata da Cristo,

Noi ti preghiamo

 
Proteggi o Dio il nostro papa Francesco nel suo impegno senza sosta per la predicazione del Vangelo e per la testimonianza del tuo amore. Fa’ che ciascuno di noi sia toccato dalle sue parole e dal suo esempio per vivere una maggiore autenticità evangelica,

Noi ti preghiamo
 

Guida e proteggi o Padre del cielo tutti  i tuoi figli che oggi nel mondo intero venerano e invocano la tua Madre come protettrice e guida. Fa’ che con la sua stessa umiltà e umanità sappiamo tutti fare spazio a Cristo nelle nostre vite,

Noi ti preghiamo.

 

venerdì 9 agosto 2013

XIX domenica del tempo ordinario - 11 agosto 2013


Dal libro della Sapienza 18, 6-9                                              

La notte [della liberazione] fu preannunciata ai nostri padri, perché avessero coraggio, sapendo bene a quali giuramenti avevano prestato fedeltà. Il tuo popolo infatti era in attesa della salvezza dei giusti, della rovina dei nemici. Difatti come punisti gli avversari, così glorificasti noi, chiamandoci a te. I figli santi dei giusti offrivano sacrifici in segreto e si imposero, concordi, questa legge divina: di condividere allo stesso modo successi e pericoli, intonando subito le sacre lodi dei padri.

 

Salmo 32 - Beato il popolo scelto dal Signore.

Esultate, o giusti, nel Signore;
per gli uomini retti è bella la lode.
Beata la nazione che ha il Signore come Dio,
il popolo che egli ha scelto come sua eredità.

Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.

L’anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo.


Dalla lettera agli Ebrei 11, 1-2.8-19

Fratelli, la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio. Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso. Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare. Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città. Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: «Mediante Isacco avrai una tua discendenza». Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Vegliate e tenetevi pronti,
perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.
Alleluia, alleluia alleluia.


Dal vangelo secondo Luca 12, 32-48

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:  «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».  Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».

 Commento

Cari fratelli e care sorelle, abbiamo ascoltato l’evangelista Luca riferire le parole di Gesù che rassicura così i discepoli che lo stanno ascoltando: “Non temere, piccolo gregge.  Ma cosa avevano da temere i discepoli? Subito prima Gesù li aveva esortati a non affidarsi a ciò che il mondo ci presenta come le sicurezze della nostra vita: “non state a domandarvi che cosa mangerete e berrete, e non state in ansia”. Anche noi siamo legati a dei punti fermi che ci danno sicurezza: le nostre abitudini, il nostro carattere, la psicologia, il benessere economico, la salute fisica, gli ambiti sociali, ecc… La sola idea di poter cambiare anche solo un po’ queste cose ci mette in ansia. Ma soprattutto ciò che ci sembra la garanzia più sicura per non trovarci in difficoltà nella vita è il fatto di non discostarci dal modo di fare di tutti. Essere con la maggioranza e comportarsi come tutti è per tutti noi il modo migliore per sentirci al sicuro da errori e critiche. Un vero e proprio spavento ci prende se ci rendiamo conto che ci stiamo discostando dal sentire comune oppure, il più delle volte, riteniamo la sola ipotesi così inconcepibile che nemmeno ci viene in mente la possibilità di discostarci da come abbiamo fatto sempre o da come fanno tutti.

Forse proprio per questo Gesù, rivolgendosi ai suoi per rincuorarli, li definisce “piccolo gregge”, e cioè minoranza, e proprio a questo piccolo gruppo dice di “non avere paura”, perché per lui la sicurezza dell’uomo non viene dall’essere con la maggioranza ma dall’essere con Dio, e infatti aggiunge: “perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno”. Sì, Dio offre il suo Regno non alla maggioranza, ma lo assegna ad un piccolo gregge. E’ assurdo, perché è perdente: da che mondo è mondo sono le folle quelle che si devono cercare di conquistare. Gesù non ha mai inseguito le folle, non ha usato ciò che di solito ne conquista il consenso, come azioni straordinarie, sensazionalismo, promesse, le ha accolte e istruite quando venivano a lui, ma spesso queste se ne sono andate via deluse, spesso le ha fuggite. Dio non si illude, sa che le folle sono mutevoli e ondivaghe: oggi acclamano Gesù Messia e Re d’Israele, “Osanna al Figlio di Davide”, e l’indomani gridano a Pilato “crocifiggilo”: è quello che ascoltiamo la domenica delle palme nella Passione. Dio sa che quelli che si fidano di lui sono una minoranza, anche se molti sono quelli che, a parole, usano il suo nome, per vantarsi o per sentirsi a posto. Ad un piccolo gregge, e non alle folle, Dio affida il Regno e invita i suoi discepoli, e oggi ciascuno di noi, a farne parte. 

I cristiani spesso non hanno creduto a queste parole, cercando invece soprattutto il consenso e la sicurezza di far parte di una maggioranza. E’ nella folla che ci si sente forti, anche se si è spersonalizzati e deresponsabilizzati. Ed infatti, così facendo, si è esclusi dall’eredità del Regno. Il discepolo sarà sempre in minoranza, se autenticamente fedele al vangelo, rispetto alla grande maggioranza, anche se essa si dicesse cristiana.

Ma cosa vuol dire essere minoranza? Non è una condanna all’irrilevanza, e alla rassegnazione, non è un tradimento del comando di Gesù di andare ed annunciare il vangelo a tutte le genti (Mt 10,7) ? E’ un po’ la domanda di Pietro: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?» cioè: “Il cristianesimo è per pochi o per molti?”.

La risposta a questo dubbio può essere duplice. Certamente il cristianesimo è per tutti, e la condizione di minoranza non è una condanna a cui rassegnarsi, ma una situazione contingente dei nostri tempi, che sarà rovesciata nella prospettiva escatologica, che sta a noi affrettare col nostro operato e la conversione del cuore. La Scrittura ci offre motivi per credere che la salvezza è possibile per tutti, ma non si realizza solo per il nostro sforzo, perché richiede un intervento di Dio.

In secondo luogo l’esortazione di Gesù è a far parte di quel “piccolo gregge”, e non certo della folla, ma sta a ciascuno accogliere questo invito. Sicuramente, e la storia delle comunità cristiane ce lo dimostra in ogni epoca, quando qualcuno vive il vangelo in modo radicale e sincero esercita una grande forza attrattiva e fa allargare il piccolo gregge di cui egli fa parte, se si nasconde nella folla, anche la più devota e pia, difficilmente la sua testimonianza sarà significativa per qualcuno.

In fondo anche noi oggi qui abbiamo più l’aspetto di un piccolo gregge, rispetto alla grande maggioranza di quelli che sono presi dal turbine del clima vacanziero in cui ci si concentra con tutte le forze a dedicarsi solo a se stessi. Ma non per questo ci sentiamo sconfitti o rassegnati. Siamo una minoranza, certamente, ma felici di essere qui. Sentiamo che stare con Dio per rendere culto al Signore e non con la maggioranza che sta rendendo culto a se stessa e al proprio benessere, ci fa felici, perché già pregustiamo la bellezza di quel Regno in cui non c’è lutto né lamento, né affanno. Il Signore viene a incoraggiarci: “Non temete di essere diversi, non temete di aderire ad un Vangelo che appare così diverso dalla logica comune e dal buon senso”. Solo così potremo essere parte di quella minoranza che da’ sapore e luce alla massa inquieta e disorientata della maggioranza, potremo essere qual lievito, poco ma vivo, che fa crescere la pasta ben più grande di essa.

Preghiere  

Ti ringraziamo o Signore perché ci raduni nel tuo piccolo gregge a cui prometti in eredità il Regno dei cieli. Fa’ che restiamo uniti a te ed ai fratelli per non perdere il privilegio di far parte della tua famiglia.

Noi ti preghiamo

Ti preghiamo anche, o Signore Gesù, per tutti coloro che non ti conoscono e non ti amano. Fa’ che il nostro esempio li attragga verso di te e faccia loro scoprire la bellezza della vita evangelica.

Noi ti preghiamo

 O Padre misericordioso, aiuta in questo tempo difficile tutti coloro che sono messi a dura prova dal clima e dalla dimenticanza: gli anziani, i malati, i prigionieri, i soli, coloro che sono senza casa. Sostienili e proteggili da ogni male.

Noi ti preghiamo

 
Non far mancare il tuo aiuto, o Dio del cielo, a tutti coloro che in questi giorni sono stati colpiti dai disastri naturali, dalla violenza, dalla guerra e dal terrorismo. Dona al mondo intero pace e salvezza.

Noi ti preghiamo

 
Guarda con amore, o Padre Misericordioso, tutti i tuoi discepoli ovunque dispersi. Fa’ che ogni comunità riunita nel tuo nome sia un segno di pace e riconciliazione, un piccolo gregge che anticipa il Regno di amore che erediteranno.

Noi ti preghiamo

 
Proteggi o Dio coloro che sono in pericolo a causa della loro fede cristiana o per l’amore per la giustizia. Fa’ che sia fermata la mano violenta che vuole colpire chi ti ama.

Noi ti preghiamo.

 

 

 

sabato 3 agosto 2013

XVIII domenica del tempo ordinario - 4 agosto 2013


Dal libro del Qoèlet 1,2; 2,21-23
Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è vanità. Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male. Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!
 
Salmo 89 - Signore, sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione. Tu fai ritornare l’uomo in polvere,
quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».
Mille anni, ai tuoi occhi, +
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.

Tu li sommergi: sono come un sogno al mattino,
come l’erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia,
alla sera è falciata e secca.

Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi!

Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio: +
rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rendi salda.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Calossesi 3,1-5. 9-11
Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria. Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria. Non dite menzogne gli uni agli altri: vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato. Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti.
 
Alleluia, alleluia alleluia. Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli..
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 12,13-21
In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?” Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».
 
Commento
Cari fratelli e care sorelle, papa Francesco poche settimane fa, in occasione del suo viaggio a Lampedusa per commemorare gli immigrati morti nei viaggi in mare, ha detto: “La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza.”
Sono parole severe, pronunciate davanti al dramma di troppi morti davanti ai quali facciamo fatica a trovare l’atteggiamento giusto, un senso di responsabilità collettiva che coinvolge tutto il mondo di noi privilegiati ma che, facilmente, ci scrolliamo di dosso: che colpa ne ho io?
Questo senso di leggerezza esistenziale di chi con facilità si alleggerisce di ciò che pesa sulla coscienza o sui cuori, rimuovendo tutto ciò che dà fastidio o sembra opprimere per il peso della responsabilità, mi sembra descriva bene ciò che in modo sintetico ed emblematico la Scrittura chiama “vanità delle vanità”, come abbiamo sentito nella prima lettura dal libro di Qoelet.
Come dice il papa, la cultura del benessere fa vivere con la leggerezza dell’indifferenza che ci solleva dal peso della responsabilità. Ma la cultura del benessere, cari fratelli e sorelle, non riguarda solo i ricchi, quelli che, potremmo dire, “se lo possono permettere”, ma coinvolge tutti in atteggiamenti diffusi e spontanei, che vengono senza nemmeno accorgersene.
Il papa descrive questo vivere vano con l’immagine delle bolle di sapone, belle e iridescenti, leggere, che seguono il vento e i capricci del caso, ma che sono vuote ed effimere. Così è il modo di vivere di chi non sente la responsabilità del fratello e della sorella con cui condivide l’essere figlio di Dio, l’essere cittadino dello stesso mondo e, spesso, degli stessi spazi quotidiani. È comune infatti vivere senza sentire la responsabilità delle conseguenze delle mie scelte, azioni, modi di essere sugli altri, perché tutto inizia e finisce con me stesso. Se una cosa a me fa piacere, se mi soddisfa, se ne avverto la necessità, allora automaticamente è giudicata positiva e anzi una lecita aspirazione da soddisfare a tutti i costi. Le conseguenze, il peso che potrebbe causare sugli altri o, anche, l’inutilità e futilità, non sono mai prese in considerazione. È quell’atteggiamento “primordiale” che Caino espresse davanti a Dio dicendo: “Sono io il custode di mio fratello?”
Lo vediamo anche nell’attuale grave crisi della politica: l’interesse dei politici e dei partiti sempre meno si focalizza sulla costruzione di qualcosa di buono, di giusto e migliore per tutti ma sempre più sull’ottenere il proprio successo e i propri scopi personali, i giochi di potere fra gruppi, senza curarsi di ciò che è il bene di tutti.
Ma tutto ciò, cari fratelli e care sorelle, non è senza conseguenze. Si potrebbe dire: che male c’è se ognuno fonda la vita su quello che gli piace, basta che questo lo faccia contento. Purtroppo però non è così, perché la bolla quando poi scoppia e rivela il vuoto che contiene lascia uomini e donne senza senso e senza sapere più essere felici. Inseguire le bolle del vuoto di responsabilità e della soddisfazione di sé è una forma di idolatria, come dice l’Apostolo ai Colossesi: “Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra … e quella cupidigia che è idolatria.” Il culto all’idolo  vuoto crea infelicità e lascia, appunto, vuoti e senza senso. A quell’idolo si dedicano fatiche e sforzi che affannano la vita, senza valutare se esso sia qualcosa di consistente per cui valga la pena faticare e lavorare, oppure se non è una bolla vuota. È la domanda che è risuonata con tutta la sua tragicità poco fa, nella prima lettura: “quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? … Anche questo è vanità.
Gesù riprende questa questione e lancia un monito, quasi un grido: “fate attenzione”, lo abbiamo sentito. Sì, bisogna fare molta attenzione per cosa spendiamo la vita, le risorse e le energie. “Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede” mette in guardia Gesù, e non lo fa con l’intento di minacciare punizioni o lanciare maledizioni, ma per svelare che l’agire dell’uomo ha un peso, e non è senza valore. Non è indifferente per cosa si sceglie di spendersi, perché poi a soffrirne le conseguenze siamo noi stessi.
Gesù immagina un uomo benestante che pensa: “Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!” Egli ragiona, come accennavo prima, tenendo in considerazione solo se stesso, quello che può fare per sé e ottenere per sé, anestetizzando l’idea che esistono anche altri, verso i quali abbiamo una responsabilità. Avere risorse, fosse anche solo quella di essere capaci di fare qualcosa, ci assegna di per sé una responsabilità e costituisce un debito nei confronti di chi non ha quelle stesse possibilità: chi ha cultura è in debito nei confronti di chi non ne ha; chi ha beni nei confronti di chi non ne ha; chi è sano nei confronti di chi è malato; chi è sazio nei confronti di chi è affamato, ecc… Per questo Gesù accoglie nel suo regno, nella famosa parabola del giudizio, chi ha dato da bere, da mangiare, da vestire a chi non ne aveva, perché il fatto di possedere qualcosa pone di per sé in una situazione di debito verso chi non l’ha, e sanare questo debito è responsabilità di ciascuno a cui non si può eludere.  
Ecco allora per cosa vale la pena darsi da fare: riempire il vuoto di responsabilità con il pieno di generosità, condivisione e solidarietà che rendono quello che abbiamo e sappiamo e possiamo fare qualcosa di utile e buono per tanti.
È questo quell’ ”arricchimento presso Dio” di cui parla il vangelo ascoltato. Dare arricchisce chi riceve, ma ancor di più chi offre, perché rende quel bene voluto qualcosa di eterno e incorruttibile, conservato nel tesoro di Dio come qualcosa di prezioso. Nulla del bene fatto viene sprecato e non si consuma né si perde, ma si accumula e ce lo ritroviamo per la lunghezza della nostra vita ed anche oltre come un capitale accumulato e sempre pronto a ripagare i nostri sforzi e sacrifici. Per questo chi dona è più felice di chi accumula per sé e chi regala è più sazio di vita e di gioia vera di chi rifiuta. Infatti tutto quello che rimane di un uomo che lascia la vita è ciò che ha depositato dentro gli altri: l’affetto, la generosità, la disponibilità ad aiutare. Tutto il resto invece passa, perché è “vanità di vanità”.
   
Preghiere
 
 
Aiutaci o Signore a fondare la nostra vita sulla roccia del Vangelo, perché il nostro non sia un vano faticare per ciò che non conta ma la costruzione solida di una vita spesa per il bene di tutti,
Noi ti preghiamo
 
 
Guida o Padre buono tutti quelli che sono disorientati e incerti, perché trovino in te la guida sicura e nel Vangelo il cammino per indirizzare i propri passi verso il bene,
Noi ti preghiamo
 
 
Ti preghiamo o Signore Gesù per tutti i giovani che hanno seguito papa Francesco nel pellegrinaggio in Brasile. Dona ad essi di spendere la forza dei loro anni per ciò che conta e che dà vita,
Noi ti preghiamo
 
 
Proteggi o Dio in questo tempo di caldo tutti quelli che sono affaticati per l’età e la malattia. Solleva le sofferenze di chi è nel dolore, consola i prigionieri e chi non ha casa,
Noi ti preghiamo
 
 
Suscita sempre in noi, o Padre buono, sentimenti di amore per chi è povero e di generosità per chi è nel bisogno, perché vinca la cultura della solidarietà e dell’amore su quella che scarta la debolezza,
Noi ti preghiamo
 
 
Guida o Padre del cielo la tua Chiesa sui sentieri del vangelo, perché la testimonianza dei cristiani susciti in tutti decisioni di pace e azioni di bene,
Noi ti preghiamo.

mercoledì 24 luglio 2013

XVI domenica del tempo ordinario - 21 luglio 2013


 
Dal libro della Genesi 18, 1-10

In quei giorni, il Signore apparve ad Abramo alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi; dopo potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo». Quelli dissero: «Fa’ pure come hai detto». Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, tre sea di fior di farina, impastala e fanne focacce». All’armento corse lui stesso, Abramo; prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese panna e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse loro. Così, mentre egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono. Poi gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie?». Rispose: «È là nella tenda». Riprese: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio».

 

Salmo 14 - Chi teme il Signore, abiterà nella sua tenda.
Colui che cammina senza colpa,
pratica la giustizia
e dice la verità che ha nel cuore,
non sparge calunnie con la sua lingua.

Non fa danno al suo prossimo
e non lancia insulti al suo vicino.
Ai suoi occhi è spregevole il malvagio,
ma onora chi teme il Signore.

Non presta il suo denaro a usura
e non accetta doni contro l’innocente.
Colui che agisce in questo modo
resterà saldo per sempre.


Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Calossesi 1, 24-28

Fratelli, sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa. Di essa sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio verso di voi di portare a compimento la parola di Dio, il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi. A loro Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo alle genti: Cristo in voi, speranza della gloria. È lui infatti che noi annunciamo, ammonendo ogni uomo e istruendo ciascuno con ogni sapienza, per rendere ogni uomo perfetto in Cristo.

 

Alleluia, alleluia alleluia
Beati coloro che custodiscono la parola di Dio
e producono frutto con abbondanza
Alleluia, alleluia alleluia


Dal vangelo secondo Luca 10, 38-42

In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, il libro della Genesi ci presenta Abramo che è intento a celebrare una vera e propria “liturgia dell’accoglienza” nei confronti di alcuni sconosciuti che gli si sono fatti innanzi in mezzo al deserto. Sono estranei, anonimi stranieri, ma Abramo, al contrario di quanto spontaneamente e comunemente viene fatto, non trova in questo un motivo per ignorarli o, peggio, per chiudere loro le porte della sua casa. Abramo non si difende, non li identifica come una minaccia, come tanto spesso avviene oggi nei confronti di chi è sconosciuto, diverso da noi, estraneo alla nostra terra e cultura. No, Abramo compie gesti, dice parole che hanno come scopo evidente quello di farsi umile e piccolo e di lasciare spazio all’altro che viene da lui. È la via che Gesù ha scelto per incontrare l’uomo: l’abbassamento, l’annullamento di sé, la kènosi, l’unica che permette e realizza l’incontro.

Non c’è infatti incontro quando tutto il mio orizzonte è ingombro di sé. Non c’è posto per l’altro quando le preoccupazioni, le paure, le ambizioni, gli sforzi sono tutti concentrati su se stessi. Il volto dell’altro rimane nascosto, oppure deformato in una maschera aggressiva e fastidiosa. Nel nostro mondo troppo spesso è questo quello che avviene. Non c’è tempo, attenzione, pietà, interesse perché l’altro si affacci nel nostro orizzonte.

Abramo invece si fa piccolo e umile, dice: “Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo.  Sì, quell’estraneo diventa “signore”, cioè protagonista del momento in cui si realizza l’incontro, e Abramo diventa mendicante di un rapporto con lui. Da padrone a servo, da estraneo a ospite, da nemico ad amico. È questo l’itinerario che Abramo compie perché sa che l’incontro con l’altro è una benedizione per la sua vita. L’autore della lettera agli Ebrei ce lo ricorda: “Non dimenticate l'ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli. (Eb 13,2) riferendosi proprio alla storia di Abramo.

Nel deserto l’incontro con l’altro è sempre una benedizione, mentre la solitudine è condanna. Ancora una volta Abramo contraddice la mentalità comune del nostro tempo che vede nell’isolamento individualistico un modo per sentirsi forti e protetti, difesi dal pericolo che l’altro costituisce nell’immaginario collettivo. Al contrario, ci dice la Scrittura, l’incontro con l’altro è sempre una benedizione perché ci libera dalla schiavitù di una vita prigioniera di sé stessi, dei propri umori, paure e convinzioni, e ci apre a quel tesoro di umanità di cui gli altri sono portatori. Attraverso di essi incontriamo mondi, esperienze, sapienze frutto di itinerari umani diversi dal nostro. L’incontro con l’altro completa quello che mi manca, abitua all’ascolto, educa alla disponibilità, mi fa scoprire risorse umane e spirituali prima sconosciute. Nessuno è mai così umile e trascurabile da non essere portatore di un valore grande per chi sa guardarlo con gli occhi di Dio.

È quello che accadde a Marta e a Maria. La prima ha lo sguardo e le mani piene di cose, non ha spazio per soffermarsi sul volto di chi gli viene davanti, Maria invece, come Abramo, si fa piccola, infatti siede ai piedi di quello straniero entrato in casa sua, e non ha sguardo e interesse che per la persona che gli sta davanti. Marta ha solo parole di rimprovero: “Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire?” e di comando: “Dille dunque che mi aiuti”, invece Maria tace e ascolta, lascia che sia Gesù a riempire il suo vuoto di parole.

Anche noi il più delle volte abbiamo nei confronti degli altri un istintivo senso di fastidio, che ci suscita un atteggiamento di asprezza e arroganza. L’altro ingombra, dà fastidio, ostacola, quanto ci sembra più facile farne a meno, evitarlo! L’unico caso in cui diventa accettabile è quando è umiliato a spettatore, del lamento o dell’esaltazione di sé, dell’esibizione delle nostre capacità e conoscenza della vita. All’altro sappiamo solo insegnare oppure comandare. Ma se questo è ridicolo nel caso dei nostri fratelli e sorelle, diviene tragico quando nello stesso modo, l’unico che conosciamo per rapportarci agli altri, trattiamo Dio.

Gesù ha una reazione piuttosto sconsolata: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta”. Marta soffoca l’altro sotto il peso ingombrante del proprio io, usando addirittura l’ospitalità come scusa per imporre la propria arroganza ruvida e sorda. Gesù la invita a scegliere la parte migliore, cioè l’incontro con l’altro, che è sempre una benedizione, perché apre le porte del Vangelo. 

Sì, se non siamo capaci di ascoltare, accogliere e incontrare l’altro che vediamo e tocchiamo, tanto meno saremo in grado di ascoltare, accogliere, incontrare Dio, che nemmeno vediamo!

È la tragica condanna cui si sottopongono quanti preferiscono chiudere le porte all’incontro con l’altro.

Impariamo da Abramo la liturgia umile e solenne dell’incontro: abbassamento di sé, accoglienza nella propria casa, soccorso ai bisogni concreti, ascolto e interesse per chi si ha difronte. Fermiamoci dalla fretta, riconosciamoci bisognosi degli altri, non crediamo che sia sempre e solo io ad essere interessante per gli altri, chiediamoci cosa serve loro e non cosa io posso riversargli addosso.

Dopo la sosta nella tenda di Abramo i tre stranieri si rivelano per quello che sono realmente, la presenza del Signore stesso e stringono con lui un’amicizia che lo rende intercessore e capace di ricevere la salvezza e di donarla agli altri.

Sia questa anche per noi la benedizione che viene dall’incontro col fratello e con la sorella, con il povero e con il molesto, con chi ci sembra inutile e ininteressante. In ogni uomo infatti si nasconde la scintilla divina e il volto del Signore risplende a chi si pone con umiltà ai piedi, ad ascoltare.

 

Preghiere

Ti ringraziamo o Signore perché ci sei venuto incontro e ci hai accolto come un umile amico e compagno della nostra vita. Fa’ che sappiamo imitarti accogliendo ogni fratello e ogni sorella che incontriamo,

Noi ti preghiamo

 Insegnaci O Gesù l’umiltà di lasciare spazio agli altri, di farci servitori del loro bisogno e ascoltatori sensibili della loro vita, perché nell’incontro sappiamo riconoscere in ciascuno un fratello e una sorella,

Noi ti preghiamo
 
Perdona o Signore la frettolosità e superficialità del nostro incontro con gli altri. Aiutaci a voler bene sempre a tutti e a desiderare l’amicizia e la concordia con ciascuno,

Noi ti preghiamo

O Gesù vero amico dell’uomo, aiutami a sedermi con disponibilità ai tuoi piedi, per non perdere nemmeno una tua parola,

Noi ti preghiamo
 

Proteggi o Dio i tuoi discepoli ovunque nel mondo ti invochino. Aiutaci ad essere testimoni del Vangelo e fedeli servitori degli uomini,

Noi ti preghiamo

 
Salva o Dio il mondo dalla guerra e dal dolore. Spegni i conflitti che armano l’uomo contro l’uomo e consola il dolore della morte e delle ferite di chi è vittima della violenza,

Noi ti preghiamo.

 
Insegnaci o Padre misericordioso le vie del perdono e della pace come vittoria sull’odio e la sopraffazione che tanto dolore causano nel mondo. Rendici imitatori del Signore che è mite e umile di cuore,

Noi ti preghiamo


Proteggi e sostieni o Dio i tanti giovani riuniti in questi giorni in Brasile per far crescere nella gioia e nell’ascolto la loro fede. Proteggi papa Francesco nel suo ministero di pastore umile e buono di tutti gli uomini,

Noi ti preghiamo