giovedì 26 dicembre 2013

Veglia di Natale - 24 dicembre 2013


 


Dal libro del profeta Isaia 9,1-6

Il popolo che camminava nelle tenebre  ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda. Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle sue spalle, e il bastone del suo aguzzino, come nel giorno di Màdian. Perché ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati, dati in pasto al fuoco. Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace. Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul suo regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e per sempre. Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.

 

Salmo 95 - Oggi è nato per noi il Salvatore.
 

Cantate al Signore un canto nuovo, +
cantate al Signore, uomini di tutta la terra.
Cantate al Signore, benedite il suo nome.

Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza. +
In mezzo alle genti narrate la sua gloria,
a tutti i popoli dite le sue meraviglie.

Gioiscano i cieli, esulti la terra,
risuoni il mare e quanto racchiude;
sia in festa la campagna e quanto contiene,
acclamino tutti gli alberi della foresta.

Davanti al Signore che viene:
sì, egli viene a giudicare la terra;
giudicherà il mondo con giustizia
e nella sua fedeltà i popoli.

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo a Tito 2,11-14

Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone.

 

Alleluia, alleluia, alleluia.
Vi annunzio una grande gioia:
oggi vi è nato un Salvatore: Cristo Signore.
Alleluia, alleluia, alleluia.


Dal vangelo secondo Luca 2,1-14

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, siamo venuti nel cuore di questa notte uscendo dal caldo delle nostre case per radunarci in questa che è un po’ la nostra seconda casa. Sì, sentiamo questo luogo familiare e non solo perché qui molti di noi vengono da molto tempo, alcuni fin dalla loro infanzia, ma soprattutto perché è un luogo in cui siamo accolti, ricordati, amati da qualcuno il cui amore fedele ci accompagna da sempre.

Ma allo stesso tempo è un luogo diverso da tutti gli altri della nostra vita, perché solo qui possiamo ascoltare una parola che non è figlia di questo mondo e ci invita ad alzare lo sguardo da noi stessi verso una visione che ci spiazza e proprio per questo, come tutte le novità, ci turba.

E’ quello che accadde ai pastori che vegliavano all’aperto, come al solito, vicino alle loro greggi. Anche loro, come noi in questa notte, erano avvolti dal buio, che era il loro normale ambiente. Anche noi spesso ci accorgiamo che c’è un buio che avvolge noi e il mondo intero. Buio che disorienta, buio che non fa vedere né capire cosa ci circonda, ma a cui siamo abituati, come i pastori. Per questo ad essi la luce che la nascita del Salvatore fece esplodere dal cielo fece una gran paura. Sì, paradossalmente, non è il buio della notte a spaventarli, ma la luce che si accende con l’annuncio dell’angelo!

In fondo lo stesso avviene anche a noi: siamo così abituati al buio del mondo e all’oscurità del suo modo di vivere che in esso ci sentiamo a nostro agio. Abbiamo preso le nostre misure, ci siamo accomodati in un angolo tranquillo, abbiamo imparato a non vedere oltre il nostro piccolo ristretto orizzonte, a renderci conto delle situazioni e a conoscere le persone a tentoni, con approssimazione e superficialità, come avviene al buio.

Ma in questa notte il Vangelo, come l’angelo ai pastori, ci annuncia che una luce è venuta a rischiarare il buio. Sì il Signore si fa presente nella nostra vita, scende nel mondo scuro e disorientato. Viene a portare una luce che illumini il nostro volto, troppo spesso rabbuiato da un senso pessimista e triste; illumina il volto del fratello, che siamo così disabituati a guardare con amore e interesse; porta la fiammata di calore della generosità gratuita che scalda il gelo della notte, apre una visione luminosa per un futuro che ridia speranza.

Ma a noi troppa luce disturba, l’abitudine al buio ce lo fa amare, e la luce del Vangelo ci suscita timore e diffidenza, anche perché troppa luce ci fa vedere così come siamo veramente, e non sempre questo ci fa piacere.

Ma l’angelo anche questa notte ci ripete: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore.”

Non temere perché nella notte la luce, come la stella ai magi, ci indica una strada che porta ad un bambino. Sì, seguendo l’annuncio dell’angelo nella notte vediamo come la luce per la nostra vita viene da un bambino. Ma che può fare di importante per noi qualcuno che non è nemmeno in grado di bastare a se stesso, come un lattante?

Noi confidiamo nella forza e nel potere, siamo sicuri che chi è aggressivo e arrogante si fa strada: che affidamento possiamo fare in un bambino per uscire dal buio?

E’ il mistero del Natale: Dio per manifestarsi agli uomini ha scelto la veste fragile e indifesa del bambino, ma, cosa ancora più stupefacente, anche una volta divenuto adulto, si è sempre mostrato col volto umile, mite del piccolo e del servo, mai arrogante e violento, ingenuamente pronto a fidarsi del fratello e ad aiutare chi ha bisogno, proprio come un bambino. Il Signore Gesù ha assunto come suo modo di essere l’umanità del bambino per essere un segno di contraddizione. Sì perché il nostro mondo è fatto di gente dall’umanità invecchiata perché non crede più nella possibilità di cambiare il mondo e alla novità del Vangelo che ci chiede di essere diversi, e di adulti arroganti, che fanno della loro forza fisica, economica e del loro ruolo sociale dominante la corazza con cui nascondere la propria paura. Gesù a quest’uomo e a questa donna del nostro tempo viene a portare la salvezza che consiste nel farsi intenerire dall’umanità bambina di Dio, che si fida, è ingenua, generosa, disponibile a fare il primo passo, senza malizia né rassegnazione, aperta al futuro imprevedibile che si apre innanzi a chi rischia di voler bene al prossimo. È ciò che Gesù chiederà ai suoi discepoli quando, indicandogli un bimbo che era lì con loro, disse: “se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.” (Mt 18,2)

Quel bambino, dice l’evangelista Luca riprendendo la profezia di Isaia, è un “segno” per noi, cioè qualcosa di concreto e rilevante. Sì il Signore vuole nascere non come un sentimento labile e passeggero, che oggi ci commuove, ma poi svanisce; né come una convinzione, un ideale o un valore, qualcosa di astratto che si impara con l’intelligenza; piuttosto vuole essere un segno concreto e tangibile, un seme che si pianta nel nostro cuore e cresce, come un albero, porta frutti e allarga i rami per accogliere tutti quelli che non hanno dove riposare.

In questa casa noi vogliamo che la nascita del Signore lasci un segno concreto, ci doni un’immagine reale della visione di pace e di bene di cui gli angeli parlarono quella notte. È la cena che raccoglie quanti sono soli, non hanno casa e famiglia e per i quali vogliamo noi essere casa e famiglia. Il 3 gennaio ci raccoglieremo qui in questa chiesa e anche negli altri ambienti della parrocchia per festeggiare la nascita del Signore che porta luce e calore dove c’è ancora troppo buio e freddo.

Vogliamo allora cogliere questo evento come un segno che porti luce nel mondo, perché dove si fa strada la preoccupazione per gli altri e l’accoglienza a chi ha bisogno il Signore è presente e il buio e il freddo del mondo è sconfitto.
 
 
 
 
 
Preghiere
 
O Signore Gesù che nasci povero e piccolo, non sdegnarti di nascere anche nell’umile mangiatoia della nostra vita, ma vieni e illuminaci con l’ingenuità del tuo amore senza fine.
Noi ti preghiamo
O bambino Gesù illumina e scalda la nostra vita perché troppo buio è questo mondo e oscuro il futuro. Dona a tutti il coraggio di farsi amare da te e di seguirti sulla via di una vita generosa e mite,
Noi ti preghiamo
Ti ringraziamo o Padre del cielo, perché hai mandato il tuo Figlio unigenito per ricondurre a te tutta l’umanità. Fa’ che tutti si inteneriscano davanti alla debolezza di bambino con cui nel Vangelo ti presenti a noi.
Noi ti preghiamo
Ti preghiamo o Dio per tutti coloro che sono soli e nel bisogno e che ci prepariamo ad accogliere in questa casa per festeggiare la tua nascita. Fa’ che con generosità e calore sappiamo essere per loro amici e fratelli nel tuo nome,
Noi ti preghiamo
 
Benedici o Padre misericordioso tutti i tuoi figli che nel mondo si radunano in questa santa notte attorno alla tua mensa e ascolano l’annuncio del Natale, perché in ogni luogo il Vangelo della natività del Cristo porti pace e misericordia, specialmente dove ora c’è odio e violenza.
Noi ti preghiamo
Dalla culla o Signore, guida e proteggi la famiglia dei tuoi discepoli che hai radunato nel mondo intero. Suscita annunciatori del Vangelo che, come gli angeli nella notte, facciano coraggio e indichino dove incontrarti a tutti quelli che ancora non ti conoscono.
Noi ti preghiamo.
 




 

 

IV domenica di Avvento - 22 dicembre 2013


 


Dal libro del profeta Isaia 7, 10-14

In quei giorni, il Signore parlò ad Acaz: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto». Ma Àcaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore». Allora Isaìa disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele».

 

Salmo 23 - Viene il Signore, re della gloria.

Del Signore è la terra e quanto contiene:
il mondo, con i suoi abitanti.
È lui che l’ha fondato sui mari
e sui fiumi l’ha stabilito.

Chi potrà salire il monte del Signore?
Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro,
chi non si rivolge agli idoli.

Egli otterrà benedizione dal Signore,
giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca,
che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.


Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 1, 1-7

Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio – che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore; per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli, per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome, e tra queste siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo-, a tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo!

 

Alleluia, alleluia alleluia.
La vergine darà alla luce un figlio:
sarà chiamato: «Dio con noi ».
Alleluia, alleluia alleluia.

 

Dal vangelo secondo Matteo 1, 18-24

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

Commento

Cari fratelli e care sorelle, siamo alle porte del Natale. In queste settimane ci siamo preparati a questo evento e ci siamo accorti della presenza  nella nostra vita dei segni di una certa resistenza a desiderare che nasca qualcosa di nuovo e mentre nel tempo che viviamo, attorno a noi e anche dentro di noi, tanti sono i motivi per cui invece bisogna, con ansia e con fretta, attendere la realizzazione delle visioni che i profeti, Giovanni battista e tanti altri uomini spirituali e dal cuore largo nel corso della storia hanno coltivato interpretando i segni dei tempi per il bene del mondo.

E’ quanto abbiamo ascoltato nella prima lettura. Acaz era re d’Israele e gli eserciti nemici minacciavano Gerusalemme. Dice Isaia pochi passi prima di quello ceh abbiamo ascoltato,: “Allora il suo cuore e il cuore del suo popolo si agitarono, come si agitano gli alberi della foresta per il vento.” Sì, il timore agita i cuori perché cresce attorno a noi un clima di ostilità e aggressività diffusa: la violenza esplode in modo incontrollato, e i rapporti umani sembrano sempre più sfilacciarsi in un clima di sorda ostilità e antipatia: il Nord contro il Sud, gli italiani contro gli immigrati, chi è precario contro chi si è sistemato, e così via. Basta a volte veramente poco, futili motivi, ad accendere la miccia che  scatena correnti di odio. Viviamo in un mondo agitato, come foglie per il vento.

Di fronte a questa situazione il profeta Isaia invita Acaz a chiedere a Dio un segno che indichi la strada per uscire da questa situazione di paura: il Signore parlò ad Acaz: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, …». Ma Àcaz rispose: «Non lo chiederò». Il timore infatti consiglia di fidarci solo di noi stessi, di far conto sulle proprie forze, e fa credere inutile o inopportuno chiedere aiuto persino a Dio. “Allora Isaia disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele».”

Nonostante la sfiducia degli uomini Dio manda un segno che è un segno di contraddizione, cioè esattamente il contrario di quello che ci aspetteremmo. Cosa può fare un bambino davanti all’esercito nemico? A cosa serve la debolezza per vincere le correnti di odio, l’ingenuità e la fragilità per fronteggiare l’arroganza violenta?

Anche Giuseppe, come abbiamo ascoltato dal Vangelo, visse una simile situazione. Trovandosi in un momento difficile, dopo la gravidanza fuori dal normale di Maria, cercava fra se e se la soluzione a questo suo dramma familiare. Voleva trovare quella con meno conseguenze, la più semplice per passare inosservati e non dovere subire le critiche o, peggio, la condanna di Maria come adultera. Ma in fondo la scelta di Giuseppe, pur onesta e pacata, senza scandali e clamore, era quella, di nuovo, come per Acaz, di lasciar fuori Dio, di escluderlo dall’orizzonte della propria vita, e di agire secondo le consuetudini o il buon senso comune. E non è questa la tentazione che viviamo costantemente anche noi? Davanti alle difficoltà, ai pericoli, o semplicemente alle scelte importanti della vita, l’atteggiamento più normale e che ci viene istintivo, anche agendo onestamente, non è forse quello di mettere da parte Dio e cercare di prendere le nostre decisioni escludendo lui e i segni che Egli ci mette innanzi per trovare la via giusta da intraprendere?

Chiediamoci onestamente: quante volte ci è capitato di decidere qualcosa di importante cercando da Dio, dal suo Vangelo le indicazioni per il nostro agire?

Ma l’angelo viene da Giuseppe e gli parla. È la Parola di Dio che viene rivolta anche da noi e ci suggerisce di non “non temere”, lo stesso incoraggiamento che aveva rivolto a Maria l’angelo Gabriele al momento dell’annuncio della sua gravidanza straordinaria: “Non temere” ed è lo stesso invito che gli angeli rivolgono ai pastori stupiti del coro notturno che li invitava ad andare verso la grotta di Betlemme: “Non abbiate timore!

Sì, c’è bisogno di trovare il coraggio per scelte buone, secondo la volontà di Dio, anche se sono controcorrente e ci sembrano pericolose, ma questo coraggio non ci viene dal diventare duri, sprezzanti del pericolo e forti per far fronte alle durezze della vita. L’agitazione del timore non lo vinciamo mettendoci al riparo dietro le corazze resistenti. La paura è dentro di noi, non la vinciamo difendendoci contro l’esterno. Il coraggio di Dio, quello vero, viene dall’ascolto dell’angelo che ci dice: “Non temere!” non aver paura degli altri, come fossero pericolosi. Non aver paura di incontrare e essere amico con i poveri, gli immigrati, i poveracci, come fossero una minaccia. Non aver paura di scoprirti con sentimenti di tenerezza, di misericordia, di pietà per gli altri, tutti, anche chi sbaglia e magari ci ha nuociuto, come se questo fosse una debolezza rischiosa.

Il segno che l’angelo invita Giuseppe ad accogliere per affrontare coraggiosamente la situazione difficile che gli si presenta è infatti qualcosa di piccolo e delicato: “il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo”. E’ lo stesso segno inviato ad Acaz, impaurito dagli eserciti nemici, è lo stesso segno mandato a noi, spaventati e agitati da mille preoccupazioni. Facciamo spazio dentro di noi al bambino che lo Spirito santo suscita. E’ il bambino della tenerezza per chi sta male, è il bambino che ha fiducia nel Padre buono che ci guida, è il bambino che è felice di stare con gli altri e non è diffidente e scontroso. Sì, lo Spirito vuole scendere su di noi e in questa ultima domenica di Avvento ci invita ad attendere il Natale tornando bambini, cioè a rinascere dall’alto, come Gesù esorta Nicodemo a fare, a non far vincere un senso di sé da adulto che la sa lunga, è pessimista e disilluso e che crede impossibile ogni cambiamento e bolla le grandi visioni di pace e giustizia sul mondo come delle pericolose utopie da sfatare. Se accogliamo il bambino generato dallo Spirito in noi incontreremo l’Emanuele, cioè Dio che sta con noi, è dalla nostra parte, ci guida e ci protegge. E questa è l’unica forza che ci mette al riparo da ogni paura e ci comunica il coraggio della fiducia in un futuro pieno di bene.

Preghiere
O Signore che vieni a visitare la nostra vita, ti preghiamo oggi di sconfiggere ogni nostra paura e di vincere la chiusura dei cuori. Fa’ che come bambini sappiamo stupirci di quanto amore ci dimostri venendo a vivere in mezzo a noi.
Noi ti preghiamo
O Dio Padre onnipotente, guarda con amore al nostro mondo, ancora così diviso dagli odi e segnato dalla violenza. Fa’ che la nascita del tuo Figlio unigenito porti in ogni luogo pace fra gli uomini e gloria al tuo nome.
Noi ti preghiamo
Come Giuseppe o Signore, anche noi siamo presi tante volte dal dubbio e dal timore che ci fa’ allontanare da te. Ti preghiamo, manda l’angelo della tua Parola a suggerirci la via giusta per prenderti con noi e restare sempre con te.
Noi ti preghiamo
Proteggi o Dio del cielo, tutte le vite che nascono deboli e indifese, liberale da ogni minaccia e fa’ che crescano con qualcuno accanto che si prende cura di loro con amore.
Noi ti preghiamo
Guarda con amore o Dio questa famiglia riunita nel tuo nome, perché accogliamo sempre con gioia l’invito a radunarci attorno alla tua mensa per ascoltarti e nutrirci del tuo corpo e sangue.
Noi ti preghiamo
Benedici e libera da ogni male i nostri fratelli che vivono nella guerra. Per il Centrafrica, la Siria, l’Afghanistan, e tutti i paesi nei quali infuria la violenza fratricida, manda presto o Dio la pace,
Noi ti preghiamo
Consola o Dio tutti coloro che sono nel dolore e in modo particolare proteggi la vita di chi non ha casa e soffre in questi giorni per la durezza del clima. Fa’ che trovino il calore della vicinanza dei fratelli e delle sorelle.
Noi ti preghiamo
Guida e proteggi o Signore i tuoi figli ovunque dispersi, specialmente coloro che vivono nella persecuzione e nella violenza. Fa’ che la forza del Vangelo prevalga su ogni male e susciti nei cuori sentimenti di benevolenza e pace.
Noi ti preghiamo
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 

III domenica di Avvento - 15 dicembre 2013


 
Dal libro del profeta Isaia 35,1-6a. 8a.10

Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo. Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio. Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina.  Egli viene a salvarvi». Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa. Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto.

 

Salmo 145 - Vieni, Signore, a salvarci.
Il Signore rimane fedele per sempre
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri.


Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri.


Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.  


Dalla lettera di Giacomo  5,7-10

Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge. Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina. Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco, il giudice è alle porte. Fratelli, prendete a modello di sopportazione e di costanza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Lo Spirito del Signore è sopra di me,
mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annunzio.
Alleluia, alleluia alleluia.



Dal vangelo secondo Matteo 11,2-11

In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”. In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

 

Commento

Care sorelle e cari fratelli, dopo il tempo in cui le folle cercavano Giovanni sulla riva del Giordano per ascoltarlo e ricevere il battesimo, il Vangelo di oggi ce lo fa vedere prigioniero in carcere. Quell’uomo aveva ricevuto e vissuto la Parola di Dio, vestito semplicemente, senza ricercatezza ad ammorbidirne i tratti, proprio come è la Scrittura che ascoltiamo oggi. Lì nell’ambiente difficile nel deserto della Galilea aveva predicato la venuta imminente del Regno di Dio, ma ora, in carcere, sembrava che tutto ormai fosse finito, che il suo grido fosse stato messo a tacere per sempre e che quel Regno di giustizia, di pace e di amore che aveva annunciato era stato definitivamente risucchiato dal buio del carcere. Giovanni infatti fu imprigionato per la cattiveria di una donna stanca di sentire la parola severa di Giovanni che metteva sotto accusa il suo modo di vivere dissoluto, e di lì a poco sarebbe morto per il capriccio di una ragazzina. Si trovava in una situazione lontana dalla giustizia, dalla pace e dall’amore che pure lui stesso aveva detto che stavano per realizzarsi.

Non è quello che anche noi tante volte proviamo? Davanti a questo mondo, agli abissi di violenza e di crudeltà umana, o di fronte alle montagne di indifferenza per cui migliaia di innocenti, per lo più bambini, muoiono ogni giorno per la fame, le malattie, la povertà in tanti paesi del mondo, ma anche davanti al dolore che tante volte si abbatte sulle nostre spalle improvviso e pesante come si fa a credere che un regno di pace, di giustizia e di amore si sta per realizzare? Il buio ci acceca e risucchia tante volte anche lo spiraglio di speranza che la Parola di Dio ci fa intravedere. Cosa pensare?

Eppure nell’oscurità della prigionia Giovanni non si fa vincere dalla rassegnazione per la propria situazione personale. La sua vita è condannata e chiunque direbbe che ormai non ha senso per lui aspettarsi nulla di buono, il suo futuro è bloccato, eppure proprio dal carcere sente parlare delle opere compiute da Gesù e questo fa rinascere in lui la speranza. Quella notizia, anche se non lo riguarda personalmente, né risolve la difficoltà di quel momento duro del suo presente, lo riporta alla fiducia e riapre la porta del suo futuro. Al contrario noi in genere facciamo fatica a considerare una buona notizia che non riguarda noi stessi qualcosa in grado di farci uscire dalle nostre angustie del presente. Una volta Gesù espresse tutta la sua amarezza per il fatto che nonostante  i numerosi miracoli da lui compiuti città intere erano rimaste indifferenti, chiuse in un pessimismo che ancora oggi tante volte vediamo circondare e opprimere come una cappa pesante il futuro delle nostre società: “Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsàida. Perché, se a Tiro e a Sidone fossero stati compiuti i miracoli che sono stati fatti in mezzo a voi, già da tempo avrebbero fatto penitenza, avvolte nel cilicio e nella cenere. Ebbene io ve lo dico: Tiro e Sidone nel giorno del giudizio avranno una sorte meno dura della vostra.” (Mt 11) Le sue sono parole  di condanna per quelle città  perché il loro pessimismo, indifferente al bene che vi si era realizzato, aveva come suggellato la condanna alla morte dei loro cuori. Paradossalmente, al contrario, la vita di Giovanni condannato a morte è come fatta rinascere dalla notizia dei miracoli compiuti da Gesù! E’ questa la grandezza di Giovanni cui accenna Gesù, ed anche la forza del cristiano: saper leggere con fiducia e speranza i segni di bene dell’oggi per riuscire attraverso di essi ad avere la visione di un futuro nuovo che si apre alla speranza. E’ questo lo spirito che siamo chiamati a vivere in Avvento: accogliere il vangelo che ci è annunciato come un filo che ci lega ad un futuro che ancora non vediamo chiaramente, magari lo intuiamo solo, ma che “attendiamo con perseveranza”, come dice Paolo ai Romani (Rm 8,25). L’attesa di un tempo nuovo, della visita di Dio alla nostra vita, del suo volto amico che si accosta a noi. L’attesa della fine delle guerre nel mondo, l’attesa di una buona notizia che porta luce negli angoli bui del mondo e della nostra vita.

Ma noi speriamo ancora in un futuro diverso? Non vince forse piuttosto la convinzione che ormai sappiamo come vanno le cose e niente di nuovo potrà mai realizzarsi?

Giovanni non ragiona così: nel buio del carcere sente parlare di Gesù e subito nasce in lui la speranza che il Signore sia la realizzazione dell’attesa: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro Domanda angosciata, di un uomo a un passo dalla morte, ma piena di speranza perché è la domanda di un uomo che attende, che lega la sua vita di condannato a morte, che tutti direbbero senza più valore, alla promessa di un futuro migliore, grande e bello. E’ un illuso, diremmo noi, uno che ancora non ha capito niente della vita. Eppure il Signore dice di lui che “tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista”. Proprio questa sua speranza incrollabile che lo fa attendere un futuro nuovo contro ogni realismo, contro ogni razionalità, lo rende l’esempio più alto di discepolo, anzi di uomo, come dice Gesù.

Noi siamo capaci di seguirne l’esempio? Il nostro filo di speranza è allentato, perché non attendiamo più niente di nuovo, sappiamo già tutto come va e come andrà, e per questo non siamo più nemmeno in grado di accorgerci di quello che avviene attorno a noi: di chi sta male, di chi è triste, di chi ha bisogno, come anche di chi ritrova la felicità nell’incontro col Signore, nella consolazione ricevuta dai fratelli.

Cari fratelli e care sorelle, come voi sapete in questa parrocchia vivono alcuni fratelli e sorelle che non avevano un luogo in cui abitale. Possiamo dire che nelle storie di questi nostri amici possiamo vedere come l’aprirsi di un luogo accogliente ha fatto rinascere calore e speranza proprio là dove sembrava avesse ormai vinto definitivamente l’abbandono e la tristezza. Questa realtà, come tante altre di cui talvolta veniamo a conoscenza, non dovrebbe forse vincere il nostro pessimismo, e la rassegnazione? Conta di più il nostro malessere, lo scontento, l’insoddisfazione, piuttosto che l’avverarsi miracoloso di un angolo di regno di Dio proprio qui accanto a noi, a nostra portata di mano.

Fratelli e sorelle questa è la vera condanna che noi stessi ci infliggiamo. Significa infatti uccidere lo spirito d’Avvento, non essere più capaci di aspettare il bene se non per me stesso, non saper gioire della vittoria sul male che avviene sotto i nostri occhi, accanto a noi.

Il Signore si sdegna di questa freddezza e pronuncia la sua dura condanna, perché niente riesce a smuovere i macigni dai nostri cuori. Egli ci invita ad accogliere con fiducia e gioia l’invito di  Isaia: “Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio, … Egli viene a salvarvi”, perché non rallegrarsi con Giacomo che assicura alla sua giovane e timorosa comunità: “Siate pazienti, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina… Il giudice è alle porte”. Gesù infatti non vuole che lasciamo sprecare le nostre fiacche energie, non è venuto per condannare e schiacciare la nostra debolezza. Egli sa bene come siamo fatti, ha sperimentato nella sua stessa carne la debolezza e la fatica a mantenere viva la speranza e a lavorare concretamente per un futuro migliore. Per questo risponde ai discepoli di Giovanni: “Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella”. E’ quello che anche noi possiamo vedere realizzato sotto i nostri occhi.

Ecco in poche, semplici parole cosa significa essere discepoli del Signore, cioè uomini e donne capaci di attendere la realizzazione della felicità promessa. Solo se sapremo gioire assieme a quei ciechi, storpi, lebbrosi, sordi, poveri, di cui parla il Signore, cioè solo riconoscendo noi stessi nella debolezza e bisogno di aiuto del fratello, sapremo trovare la guarigione che Gesù assicura a chi lo invoca. Infatti dice: “Ai poveri è annunciata la buona notizia” ma non perché Dio non parli ai ricchi, ma perché loro credono di saperla già la buona notizia, non gliene importa niente, perché non ne hanno bisogno. Loro di buone notizie credono di poterne fare a meno, perché hanno già tutto. Chi è povero no, le buone notizie le desidera e le aspetta, tendendo la sua speranza legata alla Parola di Dio che non delude mai chi vi si affida con fiducia.

Preghiere


O Signore Gesù ti preghiamo: compi ogni giorno i miracoli di amore per i quali i poveri e i piccoli ti invocano. Aiutaci a rendercene conto perché sappiamo gioirne e alimentare con essi la nostra speranza nel regno di pace e di giustizia che vieni  a realizzare.

Noi ti preghiamo


Ti ringraziamo o Signore per il dono di vedere attorno a noi i segni del tuo amore. Fa’ che guidàti da essi sappiamo anche noi gioire della tua benedizione che non dimentica nessuno e dona guarigione e salvezza a chi lo invoca.

Noi ti preghiamo

O Dio Padre onnipotente proteggi ogni uomo e ogni donna che vive per strada. Da’ un tetto a chi è indifeso e fratelli a chi non ha nessuno. Fa’ che il freddo del clima e dei cuori sia riscaldato dalla fiamma del tuo santo Spirito di carità.

Noi ti preghiamo

Ti ringraziamo o Signore perché con la tua nascita fra di noi vuoi colmare la distanza delle nostre vite da te e dal tuo amore. Fa’ che sappiamo aspettarti liberi dall’impaccio del nostro egoismo e dalla fissazione su noi stessi. Aiutaci ad attendere con impazienza che la tua venuta realizzi un tempo di pace e di salvezza per il mondo intero.

Noi ti preghiamo


Accogli e consola, o Dio nostro Padre, la vita di tutti coloro che soffrono nella solitudine. Ti preghiamo per i malati e per gli anziani, per le vittime della guerra e delle ingiustizie, per gli immigrati e gli i zingari, per chi assieme a loro attende un tempo nuovo e lavora per la giustizia. Benedici le loro vite e proteggili.

Noi ti preghiamo

Sostieni o Signore Gesù la mano di chi opera per il bene altrui e guida i piedi di chi cerca la pace. Fa’ che ogni tuo discepolo si leghi al giogo soave del Vangelo e sappia indicare Te come la fonte di ogni gioia e la tua Parola come benedizione e salvezza della vita di ciascuno.

Noi ti preghiamo.


In questo tempo di Avvento o Padre misericordioso, aiutaci a coltivare l’attesa impaziente per la tua venuta, perché pronti ad uscire dalle nostre case sappiamo incontrarti nel freddo delle vie del mondo, piccolo e indifeso come un bambino.

Noi ti preghiamo

Fa’ che i tuoi discepoli ovunque dispersi sappiano scrutare il cielo e riconoscervi i segni di speranza da seguire per incontrarti, come i Magi che seguendo la stella giunsero a Betlemme.

Noi ti preghiamo

 

 

 

 

sabato 7 dicembre 2013

Festa dell'Immacolatra Concezione - 8 dicembre 2013


 


Dal libro della Gènesi 3,9-15.20

[Dopo che l’uomo ebbe mangiato del frutto dell’albero,] il Signore Dio lo chiamò e gli disse: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato». Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici! Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai  per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno».  L’uomo chiamò sua moglie Eva, perché ella fu la madre di tutti i viventi.

 

Salmo 97 - Cantate al Signore un canto nuovo

Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo.

Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d’Israele.

Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni!

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini 1,3-6.11-12

Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati – secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà – a essere lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo.

 

Alleluia, alleluia, alleluia.
Rallègrati, piena di grazia,
il Signore è con te.
Alleluia, alleluia, alleluia.


Dal vangelo secondo Luca 1,26-38

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».  Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, questa seconda domenica del tempo di avvento si apre con un invito alla gioia. Il saluto dell’angelo alla vergine infatti è un annuncio di felicità: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». Generalmente si ritiene che pochi siano i motivi per rallegrarsi, e sembra sempre che siano invece più numerosi e convincenti i motivi di pessimismo e tristezza. La Parola di Dio invece ci raggiunge oggi, come  sempre, come un invito a gioire.

A volte, lo dobbiamo confessare, ci sembra proprio fuori luogo. Non capiamo perché essere felici se così tanti segni del vivere sono di segno contrario. Anche Maria condivise questo stesso sentimento di stupore e, ci dice il Vangelo, restò turbata alle parole dell’angelo che la invitavano a rallegrarsi.

Sicuramente l’annuncio che aveva appena ricevuto fu nell’animo di Maria causa di apprensione, dubbio e paura. Che ne sarebbe stato del suo futuro, dei suoi progetti, del matrimonio imminente? Come interpretare questa sconvolgente novità piovutale dal cielo senza che lei si aspettasse niente del genere?

Maria non sa, probabilmente non capisce tutto, ma si fida. Nella sua vita avverrà spesso di trovarsi davanti a fatti e parole del suo Figlio che non capisce e che la turbano.

Quando Gesù è appena dodicenne avviene un fatto che lascia Maria ancora una volta turbata e senza spiegazioni. Gesù con i genitori si trova a Gerusalemme ma il piccolo sfugge al loro controllo e li lascia, per recarsi al tempio dove conversa con i dottori della legge. Ai genitori che affannosamente e angosciati lo cercano Gesù risponde: "Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?" è una frase sorprendente e dura. L’evangelista Luca dice: “Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.” Ancora una volta Maria non comprende, ma si fida, ed infatti l’evangelista Luca poco dopo dice: “Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore.” È questo l’atteggiamento del credente, che si fida non perché capisce, ha chiaro e sotto controllo tutto quello che avviene, ma perché ha fiducia in Dio e sa che quello che egli fa e dice fa parte di un disegno di bene.

Il Vangelo è costellato di momenti in cui si manifesta tutta la difficoltà del rapporto di Maria col Figlio. A Cana Maria chiede a Gesù aiuto per quegli sposi in difficoltà, ma la prima risposta del figlio è quasi scostante, infastidita per quella richiesta: “Donna, che vuoi da me?” (Gv 2,4). Quando Maria con altri parenti vanno a cercare Gesù questi li disconosce pubblicamente dicendo: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?". Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: "Ecco mia madre e i miei fratelli!” (Mt 12,48).

Il rapporto di Maria con Gesù non è mai facile né scontato. Non segue lo schema ovvio del rapporto madre-figlio, è sempre faticoso e deve trovare una via non banale. Eppure Maria è quella che segue Gesù in tutto il suo cammino, fin sotto la croce.

Il suo rapporto con Gesù è l’esempio del rapporto di ogni vero discepolo col Cristo. Mai scontato, mai banale, mai secondo itinerari e modalità prevedibili. Sembra come se Gesù non lo troviamo mai dove e come lo cerchiamo, ma ci supera sempre, è sempre un passo oltre il previsto e ci chiede una fatica ulteriore di raggiungerlo uscendo da sé e incamminandoci verso di lui. Anche quando ci sembra di essere nel giusto, di essere arrivati e di non doverci più chiedere nulla. Per questo tante volte, come Maria, non lo capiamo. La proposta del vangelo spesso ci risulta assurda e incomprensibile, in realtà ci chiede di fare un passo oltre, di compiere una fatica in più, la fatica della fiducia.

Sì, avere fiducia in qualcuno, specie in qualcuno che non segue le vie normali di tutti, richiede la fatica di forzare la propria natura che fa temere le novità e cerca sempre di restare attaccata a ciò che è noto e già sperimentato. Questa è la fatica dell’Avvento, quella cioè di compiere un itinerario interiore che fa uscire dalla scontatezza, per compiere gesti nuovi, avere interessi mai provati, scoprire sentimenti. L’Avvento ci chiede di prepararci al compimento di una promessa di bene che non può coglierci impreparati. Chi infatti non compie il cammino dell’Avvento rischia di non accorgersi che qualcosa di nuovo sta per nascere e che il mondo può essere cambiato da una forza di bene che vuole raggiungerci là dove viviamo.

Maria intuì che la promessa di un tempo di bene si stava per realizzare nella sua vita, e non per mezzo dei suoi piani, i quali anzi andavano tutti in fumo, ma per l’irrompere inatteso e non sempre comprensibile di un nuovo modo di vivere seguendo un itinerario nuovo, quello dietro al Figlio di Dio. A questa proposta Maria ha detto di sì, con semplicità e umiltà, senza la pretesa di sapere e capire tutto, ma fidandosi. Come fece lei anche noi lasciamo aperto almeno uno spiraglio del nostro cuore all’imprevedibilità di un futuro diverso, può sembrarci strano e pericoloso, un fastidio non desiderato e non cercato, ma è la possibilità di vedere realizzarsi quell’invito alla gioia che la Scrittura ci rivolge. Gioia vera, perché frutto di un tempo di pienezza, di umanità e di felicità autentica. Compiamo allora la fatica dell’avvento e fidiamoci della promessa che Dio oggi ci rinnova.

 

 

domenica 1 dicembre 2013

I incontro di Avvento - mercoledì 27 novembre 2013


 
Gli antenati di Gesù

Iniziamo oggi queste nostre quattro tappe di riflessione sull’Avvento che vogliono essere un tentativo di comprendere più in profondità a partire dal Vangelo l’evento della nascita di Gesù che festeggiamo a Natale.

Spesso infatti diamo per scontato di “sapere” cosa accadde a Natale, e certamente, nelle linee essenziali, è vero, lo sappiamo. Abbiamo ascoltato fin da piccoli il racconto della nascita di Gesù e ne abbiamo una immagine chiara, aiutati anche da quell’invenzione straordinaria di San Francesco che è il presepe: “Questo è il mio desiderio, perché voglio vedere, almeno una volta, con i miei occhi, la nascita del Divino infante.

Però c’è bisogno di capire e conoscere meglio il valore di quell’evento, nel contesto ampio della storia nella quale Dio ha voluto portare la salvezza agli uomini.

Il primo elemento di questi nostri incontri è appunto la storia. Il Natale non è un evento astorico e atemporale, una specie di luogo spirituale e dei sentimenti, ma è un evento storico e come tale va preso in considerazione. Non a caso l’Avvento è un “tempo” cioè un pezzo della nostra storia, e il fatto che non coincida con nessuno dei “tempi” nei quali è suddivisa e scandita la vita ordinaria della società (non è un mese, né una settimana, non è all’inizio dell’anno solare o dell’anno sociale, ecc…) sottolinea proprio questa sua caratteristica di tempo di Dio che si incontra col tempo della nostra vita personale e comunitaria. È un incontro però che non avviene da sé, per natura né per abitudine, ma deve essere voluto e cercato da ciascuno.

Questi nostri incontri vogliono essere, appunto, un aiuto a scandire questo tempo perché entri nella nostra vita con più consapevolezza.

Il primo di questi nostri incontri vuole mettere a fuoco il “prima di Gesù” cioè la storia da cui è sorto il Messia. Lo facciamo provando a percorrere quello che i Vangeli ci dicono di questo.

Innanzitutto bisogna fare una prima grande distinzione fra il Vangelo di Giovanni e quelli sinottici (Matteo, Marco e Luca). 

Giovanni non racconta da dove viene Gesù, ma ne dà un’interpretazione teologica, facendo subito emergere che la sua origine è Dio. Fin dall’inizio Giovanni vuole mettere in luce la caratteristica principale della fede cristiana e cioè quella di Un Dio unico ma in tre persone. La nascita di Gesù fa scoprire questa realtà fin dall’inizio. Gesù è presentato come “il Verbo” che è sempre stato nella storia, anzi l’ha creata, ma ora si presenta a noi nella fisicità della storia attraverso una vicenda umana. Probabilmente qui Giovanni vuole suggerire che la Parola – che poi prenderà il nome di Gesù Cristo – è il “progetto” (Logos significa parola ma anche progetto) con cui tutta la realtà è stata pensata. Gesù Cristo è il progetto del mondo e della storia. Non a caso Giovanni per parlare della nascita di Gesù usa la parola “carne” che è molto forte (Gv 1,14) e non corpo, perché indica proprio il livello più basso e materiale dell’uomo, il suo elemento puramente fisico. Dio non solo di è fatto uomo, storia, vita, ma addirittura carne.

Giovanni non spiega né introduce, ma va al cuore della realtà ultima dell’incarnazione affermando che Cristo realizza in maniera definitiva e ultima l’unione fra Dio e l’uomo. Possiamo dire che faccia un percorso che parte dal più alto, la realtà Divina di Gesù, ma poi giunge fino all’estremità più bassa che c’è, la carne. In mezzo c’è tutta la storia che viene in lui ricapitolata e assunta.

I Sinottici invece agiscono in modo diverso.

Marco è essenziale. Non narra nemmeno la nascita di Gesù, non si sofferma sull’evento storico dell’incarnazione nelle sue origini, ma inserisce subito Gesù nel solco preparato per lui da Giovanni Battista e il primo fatto storico che riguarda Gesù è il suo battesimo. Anche in questo caso, come Giovanni, vediamo che il primo elemento ad essere messo in luce è la realtà di Gesù seconda persona della Trinità. Infatti nel battesimo si manifesta lo Spirito sotto forma di colomba e si ode la voce del Padre che chiama Gesù “Figlio”. Gesù viene introdotto nella storia dell’uomo da adulto, per questo c’è bisogno di uno che lo accompagni e lo preceda, Giovanni.

Matteo invece inizia con il lungo elenco della genealogia di Gesù. Anche Luca riporta la genealogia di Gesù, anche se lo fa immediatamente dopo il racconto del battesimo di Gesù. Per tutti e due ha importanza da dove arriva Gesù come uomo storico, figlio di una storia umana.

In Matteo l’elenco inizia con Abramo e conduce attraverso Davide e la serie dei re di Giuda fino a Giuseppe, “lo sposo di Maria dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.”

In Luca invece la lista procede all’inverso e risale, sempre da Giuseppe, ma va oltre Abramo fino ad arrivare ad Adamo “che traeva la sua origine da Dio”.

Un problema si pone circa la diversità di questi due elenchi di nomi. In realtà, molto probabilmente, Matteo compila l’elenco della stirpe secondo la legge, cioè prendendo la linea genealogica di Giuseppe, padre legale di Gesù, mentre Luca usa la linea di sangue, cioè di Maria, anche se anch’egli usa come punto di partenza Giuseppe, poiché il giudaismo non concepiva una genealogia per via di madre. Questa ipotesi è avvalorata dal fatto che il Vangelo di Luca è quello che ci presenta con più abbondanza di particolari la figura di Maria, tanto che la tradizione orientale raffigura Luca come un uomo intento a dipingere la prima icona della Vergine.

Nonostante queste differenze, per tutti e due gli evangelisti comunque questa lunga lista di nomi è molto importante. A noi dice poco, e anzi sembra noiosa ed inutile. Per gli antichi però la genealogia aveva grande importanza, tanto che, ad esempio, quelle delle famiglie più nobili erano custodite come memoria preziosa negli archivi del Tempio. Per questo Erode, che non poteva vantare nobili origini, le fece distruggere, per non essere messo a confronto con esse.

La prima cosa da sottolineare è un elemento che emerge subito con chiarezza da questa genealogia: essa sottolinea l’universalità della missione salvifica di Gesù, che non si limita al contesto giudaico. Questo è significato da due fatti rilevanti. In Matteo infatti, nonostante che una genealogia di solito non citava nomi di donne, sono inserite quattro donne straniere: Tamar, Racab, Rut, la moglie di Uria (cioè Bersabea), proprio per sottolineare l’universalità della salvezza per una storia che coinvolge popoli diversi (è quello che dice Gesù riguardo al centurione romano di cui ammira la fede: “molti verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli,” Mt 8,11 e il senso dell’invito “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” di Mt 28,19). L’ultimo nome è ancora un nome di donna, Maria, a sottolineare una salvezza che riguarda tutte le parti dell’umanità, anche quella considerata meno a quel tempo, come quella femminile. Luca invece esprime lo stesso concetto risalendo fino ad Adamo per rilevare non solo l’appartenenza di Cristo all’umanità, cosa più scontata, ma l’universalità della salvezza da lui portata nel mondo. È quello che Paolo capisce bene ed esprime nella sua teologia della “ricapitolazione” mettendo in stretta connessione Adamo capostipite dell’umanità nella caduta con Gesù capostipite della nuova umanità redenta.

Ai primi ascoltatori di quei vangeli le genealogie dunque erano familiari ed anche amate, perché quei nomi erano pieni di significato e riportavano ai tempi primordiali dell’umanità, alle radici della propria identità culturale ed umana: 

Adamo, avvolto dalla nostalgia per la perduta beatitudine del paradiso;

Seth che nacque dopo che Caino uccidesse Abele, il primo omicidio-fratricidio della storia;

Enoch del quale si dice che abbia avuta familiarità con Dio tanto da essere da lui rapito in cielo;

Matusalemme, il vecchissimo;

Noè, circondato nell’arca dal fragore delle acque che cancellarono l’umanità peccatrice dalla terra;

Quei nomi cioè sono pieni di immagini evocative e sono come le pietre miliari di un lungo cammino familiare a chi li udiva in successione e li portava dal Paradiso fino ad Abramo, padre nella fede, primo credente e amico di Dio.

Isacco, che stava per essere sacrificato sull’altare di quella amicizia con Dio;

Giacobbe che lotto una notte intera con Dio e ricevette alla fine la sua benedizione.

Questi nomi incarnano l’essenza della vicenda umana come è descritta nell’Antico Testamento: ben piantato nella realtà terrena, fatta di uomini, famiglie, bestie, lavoro, lotte, fatica, ecc… ma tuttavia camminando sempre al cospetto di Dio, presenza vicina. Tutte queste figure riuniscono in sé e nelle proprie vicende la più densa e concreta realtà umana e allo stesso tempo lo slancio verso Dio che è alla loro portata. È quella realtà che viene resa più vera che mai nell’incarnazione. Queste figure parlano dell’Emmanuel, cioè di “Dio con noi”.

Poi si giunge a Davide, il re. Con lui ha inizio la grande storia del popolo. È una vicenda che sta scritta nella carne di Israele: lotte senza fine e sanguinose, poi la pace, con Salomone, lo splendore di Gerusalemme con la costruzione del Tempio, ma poi di nuovo una serie infinita di vicende alterne, fatte di tradimenti, riprese, cadute, orrori, guerre, fino all’abominio della distruzione del regno e l’esilio a Babilonia. La storia di Israele conosce così il suo abbassamento, il popolo vive nell’indigenza e l’oscurità.

In questo contesto di abbassamento si inserisce Giuseppe, sposo di Maria; egli è un artigiano, così povero da poter offrire al tempio come vittima per la purificazione solo una coppia di “giovani colombe” invece dell’agnello prescritto (Lc 2,24).

L’intera storia dell’umanità, e poi del popolo, è compresa in questi nomi. Gesù viene dentro questa storia e tutto il vissuto di fatica, dolore, gioia, che essa racchiude.

Torniamo alla particolarità della presenza di figure femminili. Esse sono qualcosa di straordinario anche per le vicende delle loro vite:

Rut, nonna di Davide, per i giudei più puri rappresentava una macchia in rapporto alla stirpe regnante, perché era una straniera, moabita, e aveva così in qualche modo inquinato il sangue del re;

Tamar era la moglie del figlio maggiore di Giuda. Questi morì precocemente senza avere avuto figli, pertanto sua moglie, come era previsto dalla legge, passò al secondo figlio, Onan, il quale però la prese controvoglia, senza rispettare i suoi diritti, per questo Dio si adirò e lo fece morire. Giuda allora ebbe timore di darle il suo terzo figlio e per paura di perdere anche lui glielo negò. Allora Tamar per poter avere figli si vestì da prostituta e attese Giuda sulla strada che faceva per andare al gregge. Lì da lui concepì i due figli Fares e Zara che continuarono la genealogia di Gesù.

Racab era una pagana che ospitò a Gerico gli esploratori spie di Giosuè nella città nemica;

Rut, era un’ostessa o prostituta, parola che ha tutti e due i significati in ebraico;

Bersabea, che la genealogia ha il pudore di non citare per nome, chiamandola “quella che era stata la moglie di Uria”. Essa fu protagonista della vicenda vergognosa di Davide che, invaghitosi di lei, causò la morte del marito per prendersela. Storia disonorevole di inganno, tradimento e crudeltà omicida nei confronti di un innocente ufficiale del suo esercito. Il profeta Natan rivelò a Davide l’ira di Dio per questo fatto ed egli ebbe la forza di pentirsi, digiunando e facendo penitenza, e ottenendo così il perdono di Dio. In questa vicenda è riassunta una profonda realtà umana, e cioè come la più grande dignità e il fulgore regale, la stessa profezia e poesia ispirata, la forza di lottatore e la magnanimità si mescolano anche all’abiezione del disonore e del tradimento, ma possono trovare la loro sintesi nel perdono di Dio che ridona dignità all’uomo nonostante tutto.

In conclusione, le genealogie stanno a rendere in maniera plastica ed esplicita, per chi ne riesce a cogliere il potere evocativo, quello che avvenne con la nascita di Gesù: Dio si è fatto uno di noi. È entrato nella storia degli uomini, con i suoi alti e bassi, momenti gloriosi e abbassamenti ignominiosi, con le loro sublimità e colpe. Gesù si è preso il peso di tutta questa storia di colpe e di grandezze per portarlo davanti a Dio verso un nuovo destino di salvezza.