martedì 17 ottobre 2017

XXIX domenica del tempo ordinario - Anno A - 22 ottobre 2017






Dal libro del profeta Isaia 45,1.4-6
Dice il Signore del suo eletto, di Ciro: «Io l’ho preso per la destra, per abbattere davanti a lui le nazioni, per sciogliere le cinture ai fianchi dei re, per aprire davanti a lui i battenti delle porte e nessun portone rimarrà chiuso. Per amore di Giacobbe, mio servo, e d’Israele, mio eletto, io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca. Io sono il Signore e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è dio; ti renderò pronto all’azione, anche se tu non mi conosci, perché sappiano dall’oriente e dall’occidente che non c’è nulla fuori di me. Io sono il Signore, non ce n’è altri».

Salmo 95 - Grande è il Signore e degno di ogni lode.
Cantate al Signore un canto nuovo,
cantate al Signore, uomini di tutta la terra.
In mezzo alle genti narrate la sua gloria,
a tutti i popoli dite le sue meraviglie.

Grande è il Signore e degno di ogni lode,
terribile sopra tutti gli dèi.
Tutti gli dèi dei popoli sono un nulla,
il Signore invece ha fatto i cieli.

Date al Signore, o famiglie dei popoli,
date al Signore gloria e potenza,
date al Signore la gloria del suo nome.
Portate offerte ed entrate nei suoi atri.

Prostratevi al Signore nel suo atrio santo.
Tremi davanti a lui tutta la terra.
Dite tra le genti: «Il Signore regna!».
Egli giudica i popoli con rettitudine.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi 1,1-5b
Paolo e Silvano e Timoteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: a voi, grazia e pace. Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro.  Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui. Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione.

Alleluia, alleluia alleluia.
Risplendete come astri nel mondo,
tenendo alta la parola di vita.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Matteo 22,15-21
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?» Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Commento

Cari fratelli e care sorelle, il Vangelo che abbiamo appena ascoltato ci mostra Gesù che insegnava a Gerusalemme, mentre le autorità religiose gli si erano riunite attorno, non nascondendo il loro fastidio per quell’uomo che pretendeva di avere qualcosa di nuovo da insegnare.
Alcune di quelle persone colte e autorevoli contestano Gesù cercando di coglierlo in contraddizione su di un tema spinoso, quello del tributo imposto dagli odiati romani. Ogni possibile risposta conteneva un tranello: se avesse detto che non bisognava darlo si sarebbe proposto come un rivoluzionario che istigava ad andare contro la legge; se invece diceva che era giusto darlo avrebbe offeso il desiderio di libertà dei giudei. Dare una risposta era veramente difficile.
In fondo quante volte anche noi ci sentiamo stretti fra scelte opposte e inconciliabili? È giusto fare qualcosa per gli altri, ma ci sono le responsabilità nei confronti dei miei. È giusto essere generosi, ma bisogna anche essere prudenti e limitarsi. Sappiamo cioè che bisognerebbe agire in un certo modo, ma motivi altrettanto seri ci consigliano di non farlo. È l’eterno dilemma che conduce alla conclusione che il Vangelo non lo si può vivere a pieno, che è qualcosa di impossibile da realizzare nella vita concreta, che bisogna accontentarsi di compromessi e aggiustamenti.
Gesù davanti al dilemma che gli viene proposto risponde non con un compromesso equilibrato che non scontenti nessuno, piuttosto, parte dalla constatazione che l’immagine che è impressa sulla moneta è quella di Cesare, simbolo del potere di questo mondo, e conclude come non valga la pena contendere al potere di questo mondo ciò che lui stesso ha inventato per rafforzare il proprio dominio. La moneta, infatti, altro non è che un dischetto di metallo, oggi addirittura un pezzo di carta, che diventa  uno straordinario strumento di potere perché ha impressa un’effigie. Attraverso di essa si esercitano il dominio, il possesso, l’asservimento, lo sfruttamento delle cose, ma anche delle persone. Grazie a lei l’uomo ha la pretesa di affermare che tutto ha un prezzo, e che la vita è un mercato nel quale tutto si può valutare e comprare o vendere per guadagnare. Perciò Gesù dice che non vale la pena mettersi in concorrenza con questo potere di compravendita e passare la vita a cercare di esercitarlo: lasciate a chi crede che la felicità sia in questo potere, cioè a Cesare, la falsa soddisfazione di esercitarlo mercanteggiando.
Aggiunge poi di rendere invece “a Dio quel che è di Dio.” Ma se ci è abbastanza chiaro cosa appartiene al regno di questo mondo, al potere dei “Cesare” di ogni tempo, non sappiamo bene che cosa sia di Dio.
Nel sentire moderno tutto è dell’uomo: i suoi pensieri, le sue azioni, i suoi beni, le sue doti, le sue conquiste, le sue opere, ecc… possediamo le spiegazioni, i meccanismi, i processi con cui tutto si realizza, dal pensiero ai sentimenti, ai fenomeni naturali semplici e complessi. Possediamo persino i processi vitali, dato che la tecnologia li sta sempre più efficacemente controllando e surrogando. Tutto è in nostro possesso perché è sotto il nostro controllo, in nostro potere! Cosa resta di Dio?
Il libro della Genesi con le sue immagini semplici e chiare pone le basi di una diversa valutazione: nel suo racconto l’uomo e tutto quello che ha a sua disposizione non è propria opera o possesso guadagnato, ma è una creazione di Dio e un dono gratuitamente ricevuto da lui. Dio ha impresso sul creato la propria immagine, come Cesare ha fatto sul potere di questo mondo che si esprime nel denaro. L’immagine di Dio impressa sul creato è la sua bellezza, armonia, bontà, e, dopo aver fatto esistere la nostra vita, Dio non ce l’ha venduta, ma donata. Attraverso questo dono Dio non vuole esercitare un dominio geloso ma il potere generoso dell’amore gratuito.
Per questo niente della nostra vita è un possesso di cui l’uomo possa vantarsi di essere padrone assoluto, nemmeno i beni acquisiti, insegna la dottrina cattolica, perché tutto ha impresso l’immagine di Dio e l’uomo ne è solo il custode e l’amministratore per il bene di tutti. Niente della nostra vita si compra e si vende, neppure con la somma più grande del mondo. Su di essa esercitiamo un potere relativo, è a nostra disposizione, possiamo farne ciò che vogliamo, ma non la possediamo. L’unica cosa che possiamo fare della nostra vita è donarla. Per questo Gesù dice “rendete a Dio”, cioè restituite a lui quello che lui vi ha donato, e questo lo facciamo regalando agli altri il dono ricevuto, cioè la nostra vita: il tempo e le energie, le capacità e i beni. Come lui l’ha donata moltiplicandola per tutto il numero degli esseri viventi, così a noi è chiesto di moltiplicare la nostra vita facendola tornare a Dio aumentata nel dono agli altri. È il messaggio della parabola dei talenti: chi li nasconde e li sotterra per paura può ridare indietro solo quanto ha ricevuto, ma chi invece l’ha messi a frutto investendoli e usandoli per gli altri, li restituisce al Signore moltiplicati.
Ecco che allora questo brano del Vangelo, semplice e scarno, racchiude una grande verità. E cioè che della nostra vita dobbiamo rendere conto (e non solo alla fine, ma ogni giorno) su come l’ho spesa, se nel modo migliore, se l’ho sprecata, se l’ho resa inutile e l’ho umiliata, o l’ho esaltata nella sua bellezza più profonda e autentica, cioè nel suo essere un dono ricevuto gratuitamente solo per l’amore che Dio ha per me, e l’ho moltiplicata donandola, come una fiamma che se comunicata aumenta la sua luce e il suo calore.
Il giudizio non è solo alla fine, quando non si può più fare niente. Il giudizio è quotidiano. Non fuggiamolo nascondendolo con l’illusione del potere di comprare e vendere tutto, riconosciamoci invece forti solo dell’unico grande potere che abbiamo, quello di donare la vita e, così facendo, di salvarla rendendola duratura per il resto del tempo.



Preghiere


O Signore nostro, Dio onnipotente, ti ringraziamo per il dono della vita e di tutto quello che abbiamo a disposizione per mantenerla. Fa’ che non la sprechiamo per ciò che ha poco valore,
Noi ti preghiamo


O Signore Gesù, insegnaci a far fruttare il dono della vita spendendola per gli altri e a moltiplicarla rendendola utile a molti,
Noi ti preghiamo



Perdonaci o Signore per la tentazione di nascondere e trattenere per noi quello che abbiamo ricevuto. Fa’ crescere in noi un animo generoso e un cuore largo,
Noi ti preghiamo



Ti chiediamo, o Padre onnipotente, di farci ascoltare con disponibilità il Vangelo perché facendolo entrare nei nostri cuori e mettendolo in pratica salviamo la nostra vita,
Noi ti preghiamo



Ascolta o Dio la preghiera di chi è nel bisogno. Libera tutti quelli che in questi giorni sono colpiti dalla violenza della natura. Dona a tutti una prospettiva serena per il proprio futuro,
Noi ti preghiamo


Dona o Padre del cielo la pace a tutti i popoli, perché mai più la guerra semini morte e dolore,
Noi ti preghiamo


Guida o Signore gli uomini di buona volontà perché rendano il mondo più vivibile e giusto. Fa’ che la fiamma del tuo Spirito scaldi i cuori e illumini le menti dei tuoi discepoli,
Noi ti preghiamo


Proteggi o Padre onnipotente i tuoi figli ovunque dispersi, perché riuniti nel tuo nome rendano lode a te e ti celebrino con gioia risorto e vivo in mezzo a noi,

Noi ti preghiamo

venerdì 13 ottobre 2017

XXVIII domenica del Tempo ordinario - Anno A - 15 ottobre 2017



Dal libro del profeta Isaia 25,6-10
Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra, poiché il Signore ha parlato. E si dirà in quel giorno: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza, poiché la mano del Signore si poserà su questo monte». 

Salmo 22 - Abiterò per sempre nella casa del Signore.
Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare, +
ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia.

Mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési 4,12-14.19-20
Fratelli, so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza. Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni. Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù. Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Alleluia, alleluia alleluia.
Il Signore illumini gli occhi del nostro cuore
per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Matteo 22,1-14
In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nunziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nunziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Commento

Cari fratelli e care sorelle, il Vangelo che abbiamo appena ascoltato ci parla di una festa di nozze: il Re celebra con grande fasto il matrimonio di suo figlio. Non possiamo non vedere in queste nozze la figura dell’incarnazione del Figlio di Dio nel Signore nostro Gesù Cristo. Sì, il Padre ha mandato nel mondo suo Figlio perché sposasse la nostra vita, la realtà terrena, la nostra natura umana. La sua partecipazione alla vita dell’umanità non è infatti qualcosa di temporaneo e passeggero. Non riguarda solo un tempo, ma è una unione indissolubile ed eterna, come sono le nozze, per sempre. Solo la morte, lo sappiamo, scioglie il legame nunziale, ma Gesù ascendendo al cielo vivo e col suo corpo terreno ha reso questo matrimonio eterno, destinato a durare fino alla fine dei tempi.
Dio ha preso una residenza stabile nella storia dell’umanità intera e in quella di ciascuno di noi, l’ha sposata per sempre. Questa è la nostra salvezza: non siamo chiamati solo a farci discepoli di una dottrina o di una morale, non siamo alunni di una scuola che insegna, e poi ci giudica ed esamina. No, siamo chiamati piuttosto a farci partecipi di quella vita divina che Gesù ha immesso nelle vene della nostra natura umana. Dicevano i Padri della chiesa: “Egli si è fatto come noi, perché anche noi potessimo divenire come lui, condividere con lui la potenza della vita divina.
Ma come possiamo vivere questa realtà così straordinaria?
Cari fratelli e care sorelle, il Vangelo di oggi ci aiuta a comprenderlo: la festa delle nozze di Dio con gli uomini e con la loro vita si celebrano ogni domenica, qui nella santa Messa, particolarmente in alcuni suoi elementi. Qui la sua Parola ci parla e ci trasforma interiormente, se la lasciamo entrare in noi. La Parola di Dio infatti non è come le parole umane, da “imparare” come una materia scolastica. È qualcosa di vivo e vivificante, e se entra dentro agisce nella nostra vita e la trasforma. Cambia i sentimenti, la volontà, persino il nostro coraggio e la nostra forza sono aumentati e trasformati da essa. Se restiamo sempre uguali, anche dopo aver ascoltato la Parola di Dio, interroghiamoci perché essa rimane inefficace in noi. È segno che l’abbiamo tenuta fuori con la diffidenza e l’abitudine del cuore.
Ma poi alla Messa Dio rinnova ogni volta il miracolo dell’incarnazione, trasformando il pane e il vino nel corpo e sangue di Cristo, unione di vera materia e vera divinità, perché nutrendocene il nostro corpo ne venga trasfigurato.
Ogni domenica siamo invitati a partecipare a queste nozze, a gioirne, a nutrirci alla mensa, a godere della gioia grande della presenza di un Dio così buono e amico da farsi non solo compagno, ma anche partecipe della nostra vita.
La parabola che abbiamo ascoltato ci dice ancora qualcosa. Innanzitutto la resistenza di quanti non accolgono l’invito a queste nozze e restano fuori, presi ciascuno dalle proprie occupazioni. È paradossale: alla gioia della festa del banchetto nuziale si preferisce la pesantezza del lavoro o la banalità della vita ordinaria, alla prospettiva di una vita resa grande e forte dalla presenza del Signore si preferisce la piccolezza misera e debole delle occupazioni di sempre.
Ma anche chi partecipa a quel banchetto non può starci come capita: la parabola insegna che è necessario indossare l’abito di nozze. Alla festa infatti non ci si sta con un atteggiamento dimesso e senza entusiasmo. Qui alla Messa siamo partecipi di eventi grandiosi, preparati da Dio proprio per noi. Siamo fatti oggetto del dono del suo amore che si esprime in molti modi: nella convocazione alla festa, nella sua presenza attenta e accogliente, nella Parola che ci rivolge, nell’Eucarestia, corpo e sangue prezioso, che ci è donato per saziarci. La straordinarietà di questi momenti è sottolineata dalla bellezza commovente delle parole delle preghiere, dal canto festoso, dal profumo dell’incenso, dalla bellezza, anche se umile e sobria, del luogo e degli arredi.
Anche noi dobbiamo armonizzarci con il contesto. Alle nozze ci si va vestiti a nozze! Dobbiamo essere comunicativi della nostra gioia e renderla evidente nel nostro modo di essere qui. A volte non è così, lo sappiamo, ed esprimiamo piuttosto la nostra scontentezza, estraneità, noia. Lo sguardo basso, il volto cupo, il silenzio, sono tutti atteggiamenti che esprimono distanza e freddezza, un abito dimesso, non adatto alla festa di nozze.
Cari fratelli e care sorelle, a chi rifiuta l’invito o lo accetta, ma senza saper partecipare alla gioia delle nozze, la parabola assegna un destino di morte. Sì, chi rifiuta che il Signore si sposi con la propria vita, si unisca cioè indissolubilmente con essa attraverso lo Spirito e la grazia che ci sono comunicate, non può che andare incontro alla più o meno lenta consumazione della propria vita. La speranza si attenua, il coraggio e la forza viene meno, diminuiscono i motivi di gioia e di entusiasmo: che vita è quella senza il Signore? Restiamo allora vigilanti, pronti ad accogliere con gratitudine ed entusiasmo l’invito e a partecipare alle nozze, vestendo l’abito bello della gioia della compagnia del Signore.



Preghiere 


Ti ringraziamo o Signore per l’invito che ci fai a partecipare ogni domenica a Messa alla festa del Regno. Fa’ che con gioia celebriamo il banchetto del tuo amore per la nostra vita,
Noi ti preghiamo


Perdona o Dio la durezza del nostro cuore e l’indifferenza con cui disprezziamo l’invito a gioire del dono del Vangelo e dell’Eucarestia. Fa’ che siano sempre per noi motivo di grande gioia,
Noi ti preghiamo



Ti preghiamo o Dio del cielo perché non preferiamo la normalità banale della vita ordinaria alla straordinaria novità del Vangelo,
Noi ti preghiamo


Accogli o Dio nel banchetto della tua amicizia tutti noi, assieme ai poveri e a quelli che hanno bisogno di aiuto, perché in amicizia e solidarietà possiamo moltiplicare la gioia della condivisione del tuo amore,
Noi ti preghiamo


Proteggi o Padre buono tutti quelli che sono nel pericolo e nel dolore. Dona la pace ai popoli in guerra e consola chi è duramente colpito dalla forza della natura,
Noi ti preghiamo


Sostieni o Gesù in modo particolare quelli che vivono nelle strade delle nostre città, perché il freddo e la solitudine non li schiacci sotto un peso insopportabile e siano consolati dal calore dei fratelli e delle sorelle,
Noi ti preghiamo.


Guida e proteggi o Dio tutti coloro che nel mondo annunciano la novità del Vangelo e la vivono nella gioia. Fa’ che la testimonianza di una vita spesa per amore degli altri raggiunga ogni uomo e ogni donna e tocchi il loro cuore,
Noi ti preghiamo


Accompagna sempre con benevolenza o Padre gli sforzi degli operatori di pace, perché non manchi mai nel mondo chi fa’ il bene e lotta per la giustizia,
Noi ti preghiamo


sabato 7 ottobre 2017

XXVII domenica del tempo ordinario - Anno A - 8 ottobre 2017




Dal libro del profeta Isaia 5,1-7
Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate; in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, acini acerbi. E ora, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi? Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia. Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele; gli abitanti di Giuda sono la sua piantagione preferita. Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi.   

Salmo 79 - La vigna del Signore è la casa d'Israele.
Hai sradicato una vite dall’Egitto,
hai scacciato le genti e l’hai trapiantata.
Ha esteso i suoi tralci fino al mare,
arrivavano al fiume i suoi germogli.

Perché hai aperto brecce nella sua cinta
e ne fa vendemmia ogni passante?
La devasta il cinghiale del bosco
e vi pascolano le bestie della campagna.

Dio degli eserciti, ritorna!
Guarda dal cielo, vedi e visita questa vigna,
proteggi quello che la tua destra ha piantato,
il figlio dell’uomo che per te hai reso forte.

Da te mai più ci allontaneremo,
facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.
Signore, Dio degli eserciti, fa’ che ritorniamo,
fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi 4,6-9
Fratelli, non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù. In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri. Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi!

Alleluia, alleluia alleluia.
Io ho scelto voi, dice il Signore,
perché andiate e portiate frutto
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Matteo 21,33-43
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:  «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.  Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.  Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».  Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».  E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». 

Commento
Cari fratelli e care sorelle, papa Francesco ha scritto nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia.
Ho voluto leggere queste parole per spiegare il perché oggi vogliamo celebrare la festa della Parola di Dio, nella quale ci soffermiamo con atteggiamento di gioiosa venerazione e davanti a questo dono immenso che abbiamo ricevuto: la Bibbia.
Essa, ci dice il papa, libera “dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento”  e ci offre la pienezza di vita perché possiamo godere della gioia più vera, che deriva da un incontro personale col Signore, ovvero principalmente dal dialogo con lui che scaturisce da un ascolto attento e a cuore aperto della sua Parola.
Sì, come abbiamo ascoltato nella parabola del Vangelo di Matteo, Dio ci invita a recarci nella sua vigna che sono le sue Parole, perché coltivandole con cura ne ricaviamo un buon frutto. Anzi, come sottolinea il Vangelo, egli ce le affida attraverso il libro santo della Bibbia che le racchiude e custodisce perché nemmeno una ne vada sprecata. Ma spesso accade che prevalga in noi un senso scontato di abitudine che rende sordi e ciechi, incapaci a leggere e ascoltare quelle parole e a lavorarci per trarne il frutto della nostra salvezza. Come nella parabola, vogliamo essere noi i “padroni” di quelle parole, renderle cioè simili a noi stessi, scontate, vuote di quella forza di contestazione e profezia, che le rendono invece fertili come un campo da coltivare. Ma se invece scaviamo in essa, dissodiamo il terreno dalle pietre delle nostre durezze di cuore e diffidenze, se irrighiamo il testo con l’acqua buone della nostra conversione e pentimento potremo ricavarne veramente un frutto buono per noi e per gli altri.
Continua papa Francesco: “Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene.” È questo il rischio che vive chi smette di coltivare la Parola di Dio. Si resta cristiani, ma spenti, opachi, ripiegati su se stessi.
Ma cosa significa coltivare la Parola di Dio ? La Scrittura è un lettera indirizzata dal Signore a ciascuno, e, come in ogni lettera, è personale. Noi siamo abituati ad ascoltarla in pubblico, e questo ne diminuisce un po’ il tono intimo e appassionato, ci sembra quasi un trattato di filosofia o la vita di un santo: buone cose, dette bene, ma estranee. Ma prova invece a leggerla da solo, in un momento di calma e di pace, e ne gusterai il tono personale e quasi segreto. Scoprirai che sì, parla proprio di te, ti conosce, sa cogliere i dubbi, le fragilità del tuo cuore, conosce il modo per indicarti la via adatta proprio alla tua situazione. Letta in questo modo la Scrittura suscita una risposta, la esige: è la preghiera con la quale ci rivolgiamo a Dio in un dialogo personale. Non si tratta di recitare formule, ma di aprire il cuore e farne scaturire la gratitudine per l’interesse e l’affetto che quelle Parole dimostrano, il dolore per la propria umanità spesso troppo indurita e fredda, la richiesta di aiuto perché sappiamo dissodare il terreno del nostro cuore e far produrre frutti buoni di generosità, interesse per l’altro, misericordia, bontà per tutti.
Non è difficile o cosa per gente speciale. Dice sempre papa Francesco: “Invito ogni cristiano … a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta … e quando qualcuno fa un piccolo passo verso Gesù, scopre che Lui già aspettava il suo arrivo a braccia aperte.” Sì, nella Scrittura Dio ci attende a braccia aperte e ci corre incontro appena noi ci fermiamo a leggerla o ad ascoltarla.
Cari fratelli e care sorelle, questa festa è opportuna e necessaria, dobbiamo sempre ritornare alla Scrittura per venerare nelle sue parole Dio che ci si fa incontro. Ognuno di noi deve avere la sua Bibbia, conservarla e averne cura come la lettera personale di Dio indirizzata a me, leggerne di tanto in tanto un brano, meravigliarsi, farsi toccare, perché la nostra vita spirituale si riattivi e abbia nutrimento.
San Francesco, di cui abbiamo celebrato la festa pochi giorni fa, scriveva nel suo Testamento: “voglio che questi santissimi misteri (cioè la Parola di Dio) sopra tutte le altre cose siano onorati, venerati e collocati in luoghi preziosi. E dovunque troverò manoscritti con i nomi santissimi e le parole di lui in luoghi indecenti, voglio raccoglierli, e prego che siano raccolti e collocati in luogo decoroso.” Francesco cioè non voleva che la Scrittura fosse tenuta in un angolo polveroso della vita, dimenticato sotto i cumuli disordinati delle preoccupazioni e affanni per noi stessi, ma che venisse onorata e venerata, trovasse cioè l’attenzione e l’interesse di ciascuno, che avesse il primo posto. Egli prosegue: “lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo.” Per lui il Vangelo non era un messaggio lontano, ma “la forma” da dare alla propria vita, perché divenisse somigliante a quella di Gesù. Francesco si fece Vangelo vissuto.
Cari fratelli e care sorelle, Nella Liturgia noi introduciamo solennemente la Bibbia, la collochiamo al centro sull’altare, la incensiamo, con lei si benedice il popolo, è insomma il fulcro sul quale ruota lo svolgimento della Messa. Facciamo così anche nella nostra vita, conosciamo, amiamo e soprattutto leggiamo la Bibbia, perché come un terreno buono lavorato con cura produca frutti  buoni per tutti.




Preghiere 


O Signore ti ringraziamo per la cura amorevole con cui ti sei occupato di noi affinché nulla manchi alla nostra vita. Perdona l’avidità con cui non l’abbiamo condivisa e l’egoismo del pensare solo a noi stessi,
Noi ti preghiamo



Aiutaci o Dio del cielo a vivere con gratitudine il dono della Bibbia. Fa’ che ascoltandola e vivendola fedelmente sappiamo vincere il peccato, la tristezza e il vuoto,
Noi ti preghiamo


Aiuta o Signore quanti vivono con sofferenza schiacciati dal peso della povertà. Per le famiglie in difficoltà, i disoccupati, per chi è senza casa e sostegno,
Noi ti preghiamo


Soccorri o Padre del cielo i popoli che sono in guerra e sconvolti dalla violenza fratricida. Fa’ che non manchi loro il tuo sostegno nel pericolo e il dono prezioso della pace,
Noi ti preghiamo




Guida o Dio e illumina i passi di coloro che annunciano il Vangelo con le loro parole e azioni. Fa’ che l’esempio di chi è tuo discepolo indichi a tanti la via verso il Regno,
Noi ti preghiamo


Ti ringraziamo o Signore Gesù perché l’esempio di San Francesco ci incoraggi sempre di più ad assumere la forma del Santo Vangelo, facendone regola e misura del nostro agire,
Noi ti preghiamo.



Proteggi o Dio tutti i tuoi discepoli che vivono in difficoltà per la persecuzione o la durezza della vita. Fa’ che il conforto del tuo amore li incoraggi a restare fedeli al tuo nome e li sostenga nelle prove,
Noi ti preghiamo


Ti preghiamo o Signore Gesù per il nostro papa Francesco che alla guida del tuo gregge ti celebra risorto e vicino alle nostre vite. Aiutalo ad essere un padre buono e un testimone credibile del Vangelo,
Noi ti preghiamo





venerdì 29 settembre 2017

XXVI domenica del tempo ordinario -anno A - 1 ottobre 2017




Dal libro del profeta Ezechiele 18, 25-28
Così dice il Signore: «Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra? Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso. E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà».

Salmo 23 - Ricordati, Signore, della tua misericordia.
Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, +
perché sei tu il Dio della mia salvezza;
io spero in te tutto il giorno.

Ricordati, Signore, della tua misericordia
e del tuo amore, che è da sempre.
I peccati della mia giovinezza
e le mie ribellioni, non li ricordare

Buono e retto è il Signore,
indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia,
insegna ai poveri la sua via.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi 2, 1-11
Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi  obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

Alleluia, alleluia, alleluia.
Le mie pecore ascoltano la mia voce,
io le conosco ed esse mi seguono.
Alleluia, alleluia, alleluia

Dal vangelo secondo Matteo 21, 28-32
In quel tempo, disse Gesù ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, và oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Dicono: «L’ultimo». E Gesù disse loro: «In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli».

Commento

Cari fratelli e care sorelle, i brani della Scrittura che abbiamo ascoltato oggi ci invitano in modo unanime a interrogarci sulla necessità di vivere con autenticità. Oggi infatti spesso si dà un grande valore all’esteriorità, ritenendo la cosa più importante come appariamo, come gli altri ci vedono.
La Parola di Dio però oggi ci pone davanti alla necessità di dare importanza non alla prima impressione che diamo di noi o che riceviamo dagli altri, ma quello che ciascuno di noi è veramente.
Il Signore infatti nei suoi incontri descritti dal Vangelo va’ sempre alla profondità dell’animo dell’interlocutore, ne legge la realtà intima e a quella parla, mettendo a nudo la verità della nostra vita, l’autentico valore e consistenza delle azioni, gli scopi, i modelli verso cui si dirige.
È la questione centrale posta dall’esempio che Gesù presenta: due figli apparentemente, a prima vista si dimostrano l’uno obbediente e l’altro disobbediente, dato che uno dice “sì”, e l’altro “no”, ma poi è il loro agire che rivela chi ciascuno dei due è in verità.
Spesso si dice che per essere veramente se stessi bisogna esprimere con immediatezza i propri pensieri e la propria personalità. Se ciò fosse vero allora dobbiamo concludere che nessuno dei due figli è sincero. Entrambi dicono una cosa e ne fanno un’altra, a modo loro tutti e due sono parimenti falsi, cioè non esprimono apertamente cosa hanno in animo. Ma noi intuiamo chiaramente che il figlio che, dopo aver detto di non voler aiutare il padre, poi lo fa è colui che si comporta da “autentico” figlio. Non l’altro che pur mantenendo le forme esteriori e mostrandosi obbediente, poi, in pratica, si rifiuta di aiutarlo.
Questo ci fa capire come per i cristiani essere “veri” non significa essere se stessi così come viene, cioè spontanei. Per i discepoli del Signore la propria verità è assomigliare alla vera natura che Dio ha voluto donare a ciascun uomo, cioè quella di figlio suo. È autentico infatti chi, indipendentemente dalla propria indole o istinto, accetta di assumere col suo agire il ruolo di figlio di Dio, cioè di obbedire alle richieste e ai “consigli” che egli ci  propone anche se questo richiede di cambiare il nostro istinto o indole. È vero uomo e donna vera non chi da libero sfogo ai propri sentimenti sorgivi e naturali, ma chi invece si forza di modellarsi su un comportamento che, magari, non sente immediatamente suo, ma che, alla fine, realizza in pienezza il proprio essere. Sembra assurdo, ma per comprendere veramente chi siamo non dobbiamo scavare dentro di noi, ma dentro la sapienza della Scrittura che, come uno specchio, riflette la vera immagine dell’uomo così come Dio lo ha creato e desiderato.
Per questo quando Gesù chiede: “Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?” tutti dicono: “L’ultimo” anche se è colui che, se vogliamo, ha fatto la figura peggiore, poiché ha risposto senza rispetto al padre: “Non ne ho voglia”.
Gesù sottolinea come l’emergere dall’uomo della vera immagine del figlio di Dio è un processo laborioso e complesso: fra la risposta istintiva di rifiuto e la decisione successiva di obbedire al padre c’è quel: “ma poi, pentitosi, ci andò.” Il Signore sottolinea come il cambiamento avvenga perché dentro il figlio matura qualcosa di nuovo. Non sappiamo cosa spinse il figlio a cambiare idea, ma se non si fosse soffermato a riflettere e a maturare una decisione diversa sarebbe rimasto un antipatico, fannullone e ribelle, figlio dei propri istinti e non del padre. L’altro figlio invece non passa attraverso questo processo di riflessione e decisione: egli sa fin dall’inizio che non andrà, e si preoccupa solo di salvare le forme, facendo finta col dire “sì”.
È questo passaggio, il movimento di pensieri e riflessioni che avviene dentro il nostro cuore, e che in termini cristiani chiamiamo conversione, che amplia lo spazio interiore nel quale può maturare in ciascuno di noi la decisione di diventare (perché non lo siamo di natura) figli di Dio, cioè lavoratori della sua vigna, come già dicevamo domenica scorsa. È quello che dobbiamo fare ogni volta che il Signore ci parla: farci scendere dentro le sue parole, perché non scorrano via, ma mettano in movimento i nostri pensieri, il cuore, i sentimenti, e maturi in noi la decisione di assomigliare a come lui ci vuole. Ma siamo noi a dover “avviare” questo movimento e lasciare che la Parola di Dio lavori dentro di noi e ci susciti dubbi, inquietudini e, infine, il pentimento per ciò che non va nelle nostre scelte e comportamenti. Sicuramente per istinto siamo come il primo figlio, magari formalmente ed esteriormente corretti, ma nella realtà estranei al Padre e figli solo di noi stessi, dei nostri umori passeggeri e della mentalità del mondo.
Lo ribadisce in modo chiaro il profeta Ezechiele: “se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà”.
Fratelli e sorelle, non fidiamoci dei nostri comportamenti e decisioni istintive, ogni volta fermiamoci davanti al Signore e riflettiamo. Convertiamo il cuore dalla sicurezza arrogante alla docilità del figlio, che magari non capisce subito tutto, ma si fida del Padre e gli da ascolto. A chi accetta di essere veramente se stesso, cioè un figlio fedele, il Signore infatti assicura la sua benedizione: “egli certo vivrà e non morirà”.



Preghiere 


Aiutaci o Dio ad essere tuoi figli obbedienti, prendendo sul serio le parole del Vangelo e vivendole docilmente,
Noi ti preghiamo


Elimina da noi o Signore Gesù del cielo, ogni istinto arrogante e ribelle, che crede di conoscere già il proprio bene e di poterlo ottenere contro gli altri. Aiutaci ad essere sempre tuoi imitatori,
Noi ti preghiamo




Fa’ o Dio che non guardiamo all’esteriorità, ma cerchiamo di incontrare i fratelli e le sorelle nella profondità del cuore,
Noi ti preghiamo


Concedi o Dio di essere capaci di pentirci del male fatto e di cambiare strada quando questa è sbagliata. Donaci la conversione del cuore,
Noi ti preghiamo



 O Dio aiuta chi è povero e consola chi è nel dolore. Perché nessun uomo sia umiliato dall’ingiustizia e schiacciato dalla forza opprimente del male,
Noi ti preghiamo


Solleva o padre misericordioso chi è precipitato nella voragine della violenza. Dona pace vera e duratura ai popoli colpiti dalla guerra e dal terrorismo, salva chi è in pericolo di vita,
Noi ti preghiamo.



Guida la tua chiesa con la pazienza e la tenacia del padre buono. Perdona se non siamo sempre all’altezza delle necessità del Vangelo e tiepidi nel viverlo,
Noi ti preghiamo


O Dio, proteggi e benedici il nostro papa Francesco, perché sia una buona guida del tuo gregge verso i pascoli di un mondo migliore,

Noi ti preghiamo

venerdì 22 settembre 2017

XXV domenica del tempo ordinario - Anno A - 24 settembre 2017




Dal libro del profeta Isaia 55, 6-9
Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.

Salmo 144 - Il Signore è vicino a chi lo invoca
Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome in eterno e per sempre.
Grande è il Signore e degno di ogni lode;
senza fine è la sua grandezza.

Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

Giusto è il Signore in tutte le sue vie
e buono in tutte le sue opere.
Il Signore è vicino a chiunque lo invoca,
a quanti lo invocano con sincerità.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési 1,20c-24.27a
Fratelli, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno.  Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo.  Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo.

Alleluia, alleluia alleluia.
Apri, Signore, il nostro cuore
e comprenderemo le parole del tuo Figlio
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Matteo 20, 1-16
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.  Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Commento

Cari fratelli e care sorelle, le letture di questa liturgia si aprono con un invito accorato che Dio rivolge all’uomo per bocca del profeta Isaia: “Cercate il Signore”! Tante volte lo abbiamo detto, Dio è in cerca dell’uomo e della donna, gli si fa vicino, vorrebbe essergli sempre accanto. Non c’è esempio più grande di questo desiderio del fatto che si è fatto uomo per stare con noi, anche fisicamente, facendo la nostra stessa esperienza di vita umana terrena.
Eppure, la storia e la nostra stessa esperienza ce lo dimostrano: spesso siamo noi a sfuggire da questa vicinanza, a nasconderci da lui, come Adamo subito dopo aver mangiato il frutto dell’albero proibito fuggì dallo sguardo amico di Dio, suo creatore.
Per questo Dio c’invita ancora oggi a non sfuggirlo, ma anzi a cercarlo, ad accettare con gioia l’incontro con lui, fonte sempre di benedizione, pace e felicità. Allo stesso tempo Dio sottolinea come l’incontro con lui non va cercato in chissà quali eroismi o stranezze, perché è lui che ci si fa vicino, accessibile a tutti più di quanto pensiamo: “Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino.” È quello che Gesù afferma anche nella parabola che abbiamo ascoltato dal Vangelo di Matteo: un vignaiolo, che è il Signore stesso, si reca a cercare operai che vadano a lavorare nella sua vigna. Non aspetta che essi vadano a lui a chiedergli di essere presi, ma prende lui stesso l’iniziativa, e lo fa più volte nella giornata, e ogni volta si rivolge a tutti quelli che trova pronti ad esser presi a lavorare, fino a sera.
È da notare che l’invito di Gesù rivolto a tutti, dai primi agli ultimi, è a vivere una vita che dia frutto. La vicinanza del Signore cioè si esprime essenzialmente nell’invito a coltivare un campo non proprio, a dissodare il terreno, potare le viti, far sì che ci siano le condizioni per la produzione di un frutto buono per tanti. Gesù cioè non offre un pezzetto di terra per ciascuno perché ognuno ottenga il massimo per sé. Questa è la logica del mondo che ci invita a darci da fare ciascuno con i propri mezzi per il proprio vantaggio. Gesù offre a ognuno un posto in una grande opera comune che è coltivare pazientemente e con fatica qualcosa di buono per tutti. Ciascuno come sa, come può e per il tempo da vivere che ha.
In quella vigna possiamo godere della presenza del Signore. Nel lavoro per accrescere il bene per tutti sperimentiamo la sua vicinanza, la sua preoccupazione perché ciascuno sia messo in grado di essere utile alla grande causa comune. Non è lo stesso per chi, invece di aspettare che il Signore lo prenda a giornata, si è dedicato magari con fatica e onestà, a produrre per sé, a coltivare il proprio campicello. Quelli Dio non lo hanno incontrato, ma solo se stessi e la propria fatica di vivere.
Così è per ciascuno di noi. Quante volte gli affanni e le preoccupazioni per i propri impegni e responsabilità ci fanno dimenticare la chiamata di Dio a vivere con generosità lo sforzo di produrre frutti buoni non solo per noi stessi, ma per tutti? Cioè ad allargare lo spazio della solidarietà; a moltiplicare le occasioni di vivere la fraternità concreta, l’amicizia, la misericordia; a mettere a frutto con disponibilità le proprie capacità e risorse per il bene degli altri.
Questo vuol dire accogliere l’invito a lavorare a giornata per la vigna di Dio! Questo ci permette di essergli vicino e di averlo accanto, pronto a sostenerci nelle difficoltà, a confortarci nei momenti duri, a condividere con noi la sua gioia e la soddisfazione per il buon frutto prodotto
Ma se preferiremo andarcene a lavorare da soli nel nostro campicello, come potremo trovare Dio accanto a noi nei momenti di difficoltà? Come potremo sentirlo vicino e sollecito tanto nel dolore che nella gioia?
È facile accusare Dio di non preoccuparsi di noi; domandiamoci piuttosto se noi ci preoccupiamo di lui e dei fratelli, della responsabilità comune che abbiamo di produrre frutti di bene per tutti.
L’invito del Signore può sembrare fuori luogo, perché la logica del mondo ci insegna a dar valore alle cose in modo esattamente contrario a quello che dice il vignaiolo Gesù. Ma questo accade spesso nel Vangelo. Spesso quello che per l’uomo è guadagno, per Dio è perdita; e quello che per l’uomo sta al primo posto, per Dio viene all’ultimo. La Parola di Dio, il suo giudizio comportano un radicale rovesciamento di valori: i primi sono gli ultimi afferma Gesù (Mc 10,31); i beati sono quelli che piangono (Mt 5,4); i veri ricchi sono quelli che abbandonano ogni cosa (Mc 10,29-30); chi vuoi salvare la propria vita la perde... (Lc 9,24; 27,33) La legge del suo Regno, cioè la vigna, sembra essere il paradosso, l’inedito, l’inatteso. Dio sceglie le cose deboli e disprezzabili di questo mondo per confondere le forti e le stimabili (1Cor 1,27). Non sceglie il primo ma l’ultimo, non il giusto ma il peccatore (Mt 21,31), non il sano ma l’ammalato (Mc 2,17). Fa più festa per la pecorella smarrita e ritrovata che non per le novantanove al sicuro nel chiuso (Mt 18,13).
Sì, la via per incontrare il Signore ci appare spesso paradossale, inaffidabile. Ma, ci dice Isaia, “i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.” Accogliamo dunque fratelli e sorelle, l’invito di Dio a sollevare il proprio sguardo da ciò che appare consueto e scontato, dalla banalità del normale, e incontreremo la via che conduce al Signore, in modo magari inatteso e imprevedibile, ma che alla fine ci rende degni di godere di quella ricompensa comune e uguale per tutti che è lo stare in sua compagnia.


Preghiere 


O Dio, ti ringraziamo per l’invito rivolto a noi di coltivare con gioia la terra del mondo per produrre frutti di amore, pace e felicità per tutti. Fa’ che con disponibilità ci poniamo al servizio del Regno,
Noi ti preghiamo


Perdonaci o Signore se ti accusiamo di non esserci abbastanza vicino, quando invece siamo noi a scegliere strade diverse da quelle che conducono a te. Fa’ che sempre ti cerchiamo,
Noi ti preghiamo




Ti preghiamo o Dio per la pace nel mondo. Dona ai popoli sconvolti dalla violenza di trovare vie di riconciliazione, ai feriti di guarire, a chi è morto di vivere la pace nel tuo Regno,
Noi ti preghiamo


Sostieni tutti gli operatori di pace che, con fatica e rischio, affermano le ragioni dell’amore dove oggi regna l’odio. Sostienili con la tua forza e donagli di ottenere i frutti sperati,
Noi ti preghiamo


Solleva o Dio l’indigente dalla polvere e il misero dal fango. Consola chi è nel dolore, sfama gli affamati, perdona quanti col loro operato e la loro indifferenza lasciano che il male domini indisturbato sulla vita di tanti,
Noi ti preghiamo


Accogli nel tuo amore o Signore quanti sono defunti in questa settimana. Dona loro di essere accolti dal tuo amore misericordioso che perdona e riscatta ogni uomo,
Noi ti preghiamo.


Accompagna sempre o Signore il papa Francesco nel suo impegno di evangelizzazione e testimonianza di amore. Fa’ che le sue parole cambino i cuori dei tuoi discepoli e li conducano alla conversione del cuore,
Noi ti preghiamo


Proteggi o Dio e sostieni la tua chiesa ovunque diffusa, specialmente dove soffre per la povertà e la persecuzione. Fa’ che il Vangelo trovi sempre spazio nei cuori di chi lo ascolta,
Noi ti preghiamo



sabato 16 settembre 2017

Festa dell'esaltazione della Santa Croce - 17 settembre 2017




Dal libro dei Numeri 21, 4b-9
In quei giorni, il popolo non sopportò il viaggio. Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: «Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero». Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d’Israeliti morì. Il popolo venne da Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti». Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita». Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.

Salmo 77 - Non dimenticate le opere del Signore!
Ascolta, popolo mio, la mia legge,
porgi l’orecchio alle parole della mia bocca.
Aprirò la mia bocca con una parabola,
rievocherò gli enigmi dei tempi antichi.

Quando li uccideva, lo cercavano
e tornavano a rivolgersi a lui,
ricordavano che Dio è la loro roccia
e Dio, l’Altissimo, il loro redentore.

Lo lusingavano con la loro bocca,
ma gli mentivano con la lingua:
il loro cuore non era costante verso di lui
e non erano fedeli alla sua alleanza.

Ma lui, misericordioso, perdonava la colpa,
invece di distruggere.
Molte volte trattenne la sua ira
e non scatenò il suo furore.

Dalla lettera di San Paolo apostolo ai Filippési 2, 6-11
Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

Alleluia, alleluia, alleluia.
Noi ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo
perché con la tua croce hai redento il mondo.
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Giovanni 3, 13-17
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
Commento
Cari fratelli e care sorelle, oggi celebriamo la festa che la Chiesa vuole ogni anno tributare alla S. Croce. È la festa alla quale la nostra parrocchia è legata in modo speciale e per questo la celebriamo oggi solennemente. In questo siamo privilegiati, perché questa chiesa e la memoria che custodisce ci rende presente e, se vogliamo, più vicino, quel mistero di salvezza che è la Croce, segno di contraddizione e pietra d’inciampo che obbliga a fermarsi, non permette di andare oltre. Sì le parole di Gesù spesso suonano belle, piene di bontà; sono attraenti e ci affascinano perché parlano di un mondo migliore. A volte è facile accoglierle come uno dei tanti messaggi di ottimistica fiducia nella possibilità di un futuro migliore. Ma poi inciampiamo nella croce, nella sua assurdità, nella sua inopportunità.
In tutte le generazioni si è vissuta la tentazione di mettere da parte la croce. San Paolo diceva: “che non sia svuotata la croce di Cristo” (1Cor 1,17) proprio per non passare oltre questa realtà così dura e che turba. Per questo forse nella storia la croce è stata ricoperta di oro e pietre preziose, tanto da farne un gioiello che perdesse il suo valore crudo, duro da accettare.
Essa è un passaggio decisivo nella vita di Cristo, non è casuale né accidentale: Gesù ha scelto di morire passando attraverso la croce. Poteva evitare la morte, i discepoli glielo avevano suggerito, ed anche il buon senso lo consigliava. Ma se proprio doveva morire la sua poteva anche essere una morte indolore, improvvisa, rapida. Invece no. La croce di Cristo porta con sé tante altre implicazioni: essere giudicati e subire la condanna, essere scherniti e rifiutati da tutti, dimostrare la propria impotenza, sottomissione, sconfitta totale. Porta con sé inevitabilmente dolore, violenza subita, una morte lenta e per sfinimento, non è quasi un vero e proprio uccidere, ma un lasciare morire fino all’esaurimento di ogni forza.
Gesù ha scelto questa morte perché in essa si potesse riconoscere ogni sofferenza umana, perché in lui si potesse identificare ogni persona, anche il condannato, lo schernito, il rifiutato, chi è lasciato morire nell’indifferenza. Nella croce si realizza la parola di Gesù: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Egli attraverso la croce si rende “riconoscibile” e “incontrabile”, non dobbiamo fare molti sforzi di fantasia per averlo presente: “tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me” (Mt 25,40). È interessante notale che Gesù lega la possibilità di riconoscerlo nei piccoli (affamati, assetati, nudi, offesi, prigionieri, ecc…) col fatto di stare facendo o di avere fatto qualcosa per lui.
Sì, la morte in croce di Gesù ci permette di incontrarlo se abbiamo una compassione fattiva nei confronti di chi sta passando attraverso la sua stessa esperienza. Essa ci apre gli occhi, se non solo denunciamo, ci scandalizziamo, parliamo, ma se facciamo qualcosa per lui. La croce di Gesù suscitò clamore e la gente si affollava attorno ad essa, ma pochissimi fecero qualcosa: un ladrone ebbe compassione, un soldato pagano diede da bere, un anziano prese il corpo e lo seppellì, poche donne volevano ungere e comporre la salma. Tante parole, sdegno, moti di ribellione, ma pochi gesti concreti di misericordia, quelli di chi attraverso di essi ebbe la grazia di riconoscerlo Dio, Signore e salvatore della loro vita.
Ma la croce ci ricorda anche come attraverso di essa Gesù volle una salvezza veramente per tutti. Sulla croce egli assunse tutte le sofferenze del mondo e volle mostrare come esse non sono l’ultima parola di condanna e annientamento degli uomini, ma piuttosto sono la via che portano alla resurrezione alla vita che non finisce. Ma con i segni della croce egli si portò anche nelle profondità degli inferi e si presentò così a chi vi era rinchiuso. Egli non ha dimenticato i suoi persecutori, quanti lo avevano rinnegato, rifiutato, colpito e ucciso nella lunghezza della storia umana. Ad essi, come a Tommaso, ha mostrato le sue piaghe perché accettassero di seguirlo nella resurrezione, di lasciarsi trascinare fuori dall’inferno del male fatto proprio, assunto come modo di vivere, anche solo lasciato libero di agire attraverso l’indifferenza. La croce è dunque veramente il mezzo della salvezza di tutti, e da essa Gesù tutti vuole trascinare con sé nella gioia piena della resurrezione ad una vita nuova.
Cari fratelli e care sorelle, anche a noi oggi Gesù si presenta così: piagato, respinto, rifiutato e condannato. Per questo per noi oggi è possibile riconoscerlo, non perché i nostri occhi ne riconoscono le fattezze, non sappiamo che volto avesse Gesù, ma perché crediamo che in loro il Signore si manifesti, come ha detto: “beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” (Gv 20,29). Alla croce è inchiodato perché muoia quando non avrà più forze, per sfinimento. L’indifferenza di molti ancora oggi uccide non perché colpisce a morte, ma perché lascia sfinire, lascia che si esauriscano piano piano le forze fino a non averne più. A noi la croce indica la santità di una via percorribile da tutti, quella di essere con lui, di compiere gesti di misericordia, di non parlare a vuoto, ma di accettare che facendo per lui qualcosa lo riconosciamo Signore e salvatore della nostra vita. Come le donne, come il ladrone, come Giuseppe d’Arimatea compiamo gesti di aiuto e conforto per un crocefisso lasciato sfinire, e il Signore ci si rivelerà come il nostro salvatore. Come i tanti chiusi nella gabbia dell'impotenza colpevole, inferno di una vita nel quale il male comanda, anche noi lasciamoci trascinare via dal Signore che piagato e umiliato ci vuole portare con sé alla vita che non finisce.




Preghiere 

O Signore che hai donato tutto te stesso per la nostra salvezza, accogli dalla croce noi peccatori e bisognosi del tuo perdono, perché anche noi sappiamo legarci al giogo soave di una vita spesa per gli altri.
Noi ti preghiamo


Signore Gesù, che sei venuto a portarci con la croce la libertà dalla schiavitù del peccato, insegnaci a sostenere con disponibilità e sensibilità i fratelli nel dolore e a lavorare per il loro bene.
Noi ti preghiamo


O Padre buono che hai mandato il tuo unigenito per salvare il mondo, fa’ che il vangelo della morte e resurrezione del Cristo giunga presto a tutti come un messaggio di pace e riconciliazione.
Noi ti preghiamo


Accogli o Dio la nostra preghiera quando ci facciamo carico del male e del dolore degli altri. Fa’ che per la forza del tuo amore la loro vita sia salvata e il nostro cuore riempito di fiducia in te.
Noi ti preghiamo




Guarda con bontà o Dio del cielo il mondo intero, dove è piantata la croce della violenza e delle guerre. Dona a tutti la tua pace e la salvezza dal male.
Noi ti preghiamo



Guarisci o Padre buono tutti coloro che alzano lo sguardo da sé per invocare perdono e guarigione. Fa’ che come nel deserto siano anch’essi salvati dal morso velenoso del maligno che dà la morte.
Noi ti preghiamo.



Guida e proteggi o Dio tutti i tuoi figli ovunque dispersi, perché ispirati dall’esempio del tuo amore sappiamo essere testimoni autentici del Vangelo della pace.
Noi ti preghiamo



Soccorri o Padre buono tutti i poveri, perché possano trovare in te la consolazione da ogni sofferenza e nei fratelli e le sorelle il sostegno che salva dal naufragio.
Noi ti preghiamo