giovedì 7 giugno 2018

X domenica del tempo ordinario - Anno B - 10 giugno 2018




Dal libro della Genesi 3, 9-15
Dopo che Adamo ebbe mangiato dell’albero, il Signore Dio lo chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato». Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché tu hai fatto questo, sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno».
 
Salmo 129 - Il Signore è bontà e misericordia.
 
Dal profondo a te grido, o Signore;
Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia preghiera.

Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi potrà sussistere?
Ma presso di te è il perdono:
e avremo il tuo timore.

Io spero nel Signore,
l’anima mia spera nella sua parola.
L’anima mia attende il Signore
più che le sentinelle l’aurora.

Israele attenda il Signore,
perché presso il Signore è la misericordia
e grande presso di lui la redenzione.
Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe. 

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 4, 13 -5,1
Fratelli, animati da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: "Ho creduto, perciò ho parlato", anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi. Tutto infatti è per voi, perché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero, moltiplichi l’inno di lode alla gloria di Dio. Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne. Sappiamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un’abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli.
 
Alleluia, alleluia alleluia.
tutto ciò che ho udito dal Padre, dice il Signore,
io ve l’ho fatto conoscere.

Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Marco 3, 20-35
In quel tempo, Gesù venne con i suoi discepoli in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: «È fuori di sé». Gli scribi, che erano discesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebul e scaccia i demoni per mezzo del principe dei demoni». Ma egli, chiamatili, diceva loro in parabole: «Come può satana scacciare satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi. Alla stessa maniera, se satana si ribella contro se stesso ed è diviso, non può resistere, ma sta per finire. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose se prima non avrà legato l’uomo forte; allora ne saccheggerà la casa. In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna». Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito immondo». Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre».
 
Commento
 
«È fuori di sé», «È posseduto da uno spirito immondo». Così definiscono Gesù quelli che lo vedono attorniato da una folla incontenibile, impegnato a insegnare e guarire tanto da non avere nemmeno tempo e modo di mangiare. Sì, il Signore è giudicato esagerato nel suo concedersi totalmente al bisogno di chi lo cerca e si accalca attorno a lui.
Chi sono questi che lo giudicano in tale modo? Il Vangelo ci parla di due gruppi di persone: i “suoi”, parenti, gente della famiglia, e gli scribi. Apparentemente sono le persone che dovrebbero capire meglio di tutte il comportamento di Gesù: i primi perché lo conoscono da sempre, gli altri perché hanno gli strumenti per interpretare il significato religioso del comportamento di Gesù. Eppure entrambi i gruppi non solo non lo comprendono, ma nemmeno si sforzano di farlo, e infatti l’evangelista Marco sottolinea come mentre Gesù con la folla erano in casa, gli altri restano fuori. Non lo vedono, non lo sentono, non si rendono conto del bisogno di chi si accalca attorno a lui, ma si sentono ugualmente in grado di giudicarlo.
È l’atteggiamento di chi pensa già di sapere, di aver capito, di “possedere” un quadro già completo senza bisogno di interrogarsi su quello che Gesù dice e fa. Quante volte anche noi davanti al suo Vangelo crediamo di sapere già, di aver già capito, e non ci sforziamo di chiederci il perché del suo comportamento, sempre così diverso dal prevedibile. È facile così sentirsi superiori, estranei alla “casa” del Signore, quella cerchia che si affolla attorno a lui. Essi sono gli unici che lo cercano, lo ascoltano e ricevono da lui salvezza e guarigione.
È questo, possiamo dire, il terzo gruppo che il Vangelo ci presenta e che è composto da discepoli e bisognosi. In esso i primi, che lo seguono da tanto, non si distinguono dai secondi che magari non lo hanno mai nemmeno visto, ne hanno solo vagamente sentito parlare, o si trovano per caso e si fanno trascinare dall’interesse per quel nuovo maestro così diverso da tutti. Discepoli e bisognosi, nonostante queste sostanziali differenze, sono un unico “popolo”, quello composto da coloro che, a differenza dei primi due gruppi, sentono il bisogno di stare a stretto contatto con lui, di non perderne una parola, un gesto, un segno, sperando che, magari, sia quello che mi salva, che guarisce la mia malattia, che risponde al mio bisogno più profondo.
Discepoli e bisognosi sono una sola cosa. Non conta da quanto tempo si segua Gesù, se lo si è cercato lungamente e faticosamente, conta che ci si sente così bisognosi di lui da non poter fare a meno di accalcarsi attorno a lui e di non perderne una parola e un gesto. Essi non giudicano con distacco e senso di superiorità, piuttosto cercano il contatto personale, di vedere, di toccare Gesù.
È lo stesso paradosso che tante volte si vede ancora oggi. Chi è più familiare di Gesù, chi è religioso e potrebbe comprenderlo meglio, così spesso si rivela estraneo a lui, pronto a giudicare con superiorità. Ma chi è umile, povero, bisognoso, ha una comprensione profonda del Vangelo di Gesù, che non viene dalla conoscenza intellettuale, ma affettiva, spirituale. E chi lo conosce così non si stacca da lui, gli rimane accanto e rimane in quella casa che è la chiesa di quanti si fanno discepoli e cercatori di Dio. È il paradosso che evidenzia Gesù: si è suoi parenti non per nascita o per diritto di status, ma per scelta. La sua famiglia è composta da quanti sono “nella casa” e non cercano di farlo uscire fuori, per venire loro incontro, adattarsi alle loro esigenze, scendere a patti col loro giudizio sprezzante: «È fuori di sé».
Non è un caso che al centro dell’episodio che abbiamo ascoltato Gesù pronuncia quelle parole così dure sul peccato che non potrà mai essere perdonato. Sì, perché quel peccato è l’estraneità voluta e costruita con lo Spirito di amore che permette a chi se ne lascia contagiare di entrare nella famiglia di Gesù, di restare con lui nella sua casa. È un peccato che non trova perdono perché corrode la fiducia e la speranza nella sua misericordia, ne fa volentieri a meno perché crede di non averne bisogno.
Cari fratelli e care sorelle, lasciamoci toccare da quel soffio delicato e potente dell’amore di Dio che ci fa desiderare di ascoltare da vicino Gesù, cioè con un cuore attento e docile. Dentro la sua casa, che è la Chiesa, accanto a lui troviamo il perdono e la via per la nostra salvezza.
 
 
Preghiere
 
O Signore che ti sei abbassato fino alla nostra condizione umana per guidarci verso il Padre, fa’ che ascoltando il Vangelo e osservando i tuoi insegnamenti possiamo riconoscerti compagno fedele e amico della nostra vita,
Noi ti preghiamo
 
O Padre onnipotente sostieni la nostra poca fede che ci fa restare lontani, sicuri di noi stessi e appagati. Aiutaci a confonderci col popolo di quanti non possono fare a meno dei tuoi insegnamenti e cercano la guarigione della loro vita.
Noi ti preghiamo
 
 
 
O Gesù, ti preghiamo manda il dono della riconciliazione dove oggi c’è conflitto, suscita comprensione dove oggi c’è odio e inimicizia. Dona la pace a quanti sono in guerra.
Noi ti preghiamo
 
Dio Padre di eterna bontà, aiuta quanti sono nel dolore e soffrono per la miseria, l’ingiustizia, la persecuzione. Libera chi è prigioniero del male e se ne fa strumento.
Noi ti preghiamo
 
 
 
Accogli o Signore quanti affidano a te la propria vita. Ti preghiamo per chi è morto nella speranza della resurrezione e per chi non ti ha conosciuto in vita e gode ora della tua amicizia senza limiti.
Noi ti preghiamo.
 
 
Guida o Santo Spirito i passi del papa Francesco perché conducano a Dio quanti sono disorientati e sfiduciati. Fa’ che con la testimonianza e le parole sappia vincere ogni resistenza dei nostri cuori,
Noi ti preghiamo.

sabato 26 maggio 2018

Festa della Ss.ma Trinità - Anno B - 27 maggio 2018





Dal libro del Deuteronomio 4, 32-34. 39-40
Mosè parlò al popolo dicendo: «Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità all’altra dei cieli, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo? O ha mai tentato un dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un’altra con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso e grandi terrori, come fece per voi il Signore, vostro Dio, in Egitto, sotto i tuoi occhi? Sappi dunque oggi e medita bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra: non ve n’è altro. Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandi che oggi ti do, perché sia felice tu e i tuoi figli dopo di te e perché tu resti a lungo nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà per sempre». 

Salmo 32 - Beato il popolo scelto dal Signore.
Retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra.

Dalla
parola del Signore furono fatti i cieli,
dal soffio della sua bocca ogni loro schiera.
Perché egli parlò e tutto fu creato,
comandò e tutto fu compiuto.

Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.

L’anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8, 14-17
Fratelli, tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!» Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria. 

Alleluia, alleluia alleluia.
Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo:
a Dio che è, che era e che viene.
Alleluia, alleluia alleluia.
 
Dal vangelo secondo Matteo 28, 16-20
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.  Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io so­no con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Commento

Cari fratelli e care sorelle, abbiamo ascoltato nella prima lettura dal libro del Deuteronomio queste parole che Mosè riferisce al popolo da parte di Dio: “Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandi che oggi ti do, perché sia felice tu e i tuoi figli dopo di te e perché tu resti a lungo nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà per sempre.” Nel Vangelo invece abbiamo ascoltato queste parole di Gesù ai discepoli: “ecco, io so­no con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.” In entrambe i casi Dio fa cenno alla dimensione senza limiti del suo rapporto con noi: per sempre, senza fine.
È una dimensione che noi facciamo fatica a fare nostra, e non solo perché la nostra esistenza è per natura finita, ma perché i nostri sentimenti e i nostri rapporti sono temporanei e volubili.
Per Dio però invece non è così. La sua scelta per noi è definitiva, come tutte le scelte che si fondano sull’amore vero. Non c’è spazio per rinunce e ripensamenti, perché per Dio il bene una volta offerto è come un ponte gettato e continuamente rafforzato e reso più solido.
Con ciascuno di noi, dal momento del battesimo, Dio ha gettato un ponte, dalle fondamenta solide e durature, resistente all’attacco del tempo e delle forze naturali. Il ponte c’è, ma dobbiamo chiederci, Noi lo attraversiamo? A volte lo diamo così per scontato che non ci preoccupiamo di usarlo per il motivo per il quale è stato gettato, e cioè perché andiamo verso di Lui e Lo incontriamo.
Nel brano del Deuteronomio Mosè esprime tutto lo stupore per l’interesse di Dio per l’uomo: “vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo? O ha mai tentato un dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un’altra con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso e grandi terrori, come fece per voi il Signore, vostro Dio, in Egitto, sotto i tuoi occhi?” Sono innumerevoli i segni di questo desiderio di Dio di comunicare colla sua gente, con noi espressi fin dall’inizio della storia. Addirittura è nato fra noi, gettando quel ponte mai visto prima che è la sua incarnazione. Ma poi, lo abbiamo visto domenica scorsa, a Pentecoste torna da noi con la forza potente del suo Spirito, si fa presente, ne possiamo avere esperienza diretta e concreta, come i discepoli riuniti nel cenacolo.
Ma se questo è lo sforzo di Dio per creare ponti di comunicazione con noi, che ne è di noi? Lo vediamo nella notazione del Vangelo. Gli apostoli, dopo aver saputo della resurrezione del Signore si recano al luogo che lui aveva loro indicato per rincontrarlo, ma, dice Matteo: “Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.” Ancora dubitano! Non basta che sia morto in croce e che sia pure tornato vivo dalla morte perché venga vinta la loro durezza di cuore e compiano quel passo ulteriore che è la fede. Sì, è vero si prostrano, ma non si fidano di lui.
Cari fratelli e care sorelle, anche noi troppo spesso stiamo davanti al ponte che Dio ha gettato sulla nostra vita incerti sul da farsi. Troppi calcoli: fidarsi o non fidarsi? lasciarsi andare o resistere? Andare verso l’altra sponda o restare fermi sulla nostra? Troppe paure ci bloccano, il ponte sembra farci allontanare eccessivamente da noi stessi, farci uscire dal conosciuto verso l’ignoto. Questo blocco è ciò che impedisce di godere fino in fondo dell’amore di Dio e di gioirne a pieno. Ci fa intravedere un tempo diverso, una realtà nuova, senza però sperimentarla, ci fa restare sulla soglia come estranei, senza entrare nella festa che Dio prepara per i suoi figli.
È tempo di compiere il passo, e, come dice l’Apostolo: “voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!»” non più paurosi e timidi, ma felicemente adottati a figli dal Padre, coeredi del suo amore assieme a Cristo, animati dalla forza dello Spirito che dona l’audacia della fiducia in lui.
Oggi in questa festa della Ss.ma Trinità vediamo come Dio Padre, Gesù e il suo Spirito agiscano incessantemente nella nostra vita per far sì che attraversiamo quel ponte per stare con lui. Come possiamo concretamente farlo?
Innanzitutto vincendo la paura che ci fa pensare che dei consigli del Vangelo ci si può fidare fino a un certo punto e che bisogna sempre fare la tara, smussare, depotenziare. “Ama il prossimo tuo come te stesso” significa “ama il prossimo tuo come te stesso”, e non “sii un po’ più gentile”. “Non uccidere” significa “non uccidere”, e non “vediamo caso per caso, l’autodifesa, la pena di morte, ecc…”. “Ero straniero e mi avete ospitato” significa “ero straniero e mi avete ospitato”, e non “se se lo merita, se non sono troppi, aiutiamoli a casa loro, ecc…” Attraversiamo quel ponte ogni volta che prendiamo una parola del Vangelo e la viviamo integralmente, cioè ci fidiamo che ci è stata detta per il nostro bene e che viverla ci rende felici.
Poi attraversiamo quel ponte ogni volta che partecipiamo con gioioso coinvolgimento alla Santa Liturgia, una sintesi dei gesti e delle parole che il Signore ci chiede di rivivere assieme. Essi sono un ponte gettato che noi possiamo ripercorrere fino a lui, rafforzati nelle nostre scelte dai sacramenti che ci donano la grazia, cioè l’entusiasmo di stare non lui.
Avanziamo senza indugio e utilizziamo quel ponte che ci è stato donato con generosità e misericordia, scopriremo che veramente il Padre, suo Figlio Gesù e lo Spirito desiderano ardentemente restare con noi e che in ciò è la nostra gioia piena.
  
Preghiere 

O Santissima Trinità, insegnaci l’amore che ci unisce tutti come una famiglia di veri fratelli e sorelle.
Noi ti preghiamo


O Padre che sei nei cieli, aiutaci a condividere con i nostri fratelli e sorelle il dolore e la gioia della vita, perché incontriamo la consolazione che tu doni a chi ti cerca,
Noi ti preghiamo


O Signore Gesù, Figlio del Padre, vieni in soccorso di tutti quelli che ti invocano, perché siamo guidati a conoscerti ed amarti con tutto il nostro cuore,
Noi ti preghiamo


O Spirito Santo, riempi la nostra vita cancellando ogni freddezza e timore. Aiutaci a vivere come figli di Dio, fratelli e sorelle di tutti gli uomini,
Noi ti preghiamo


Ti preghiamo o Dio per tutti coloro che sono colpiti dalla guerra e dalla violenza e vivono nel timore e nell’insicurezza. Consola chi è ferito, sostieni chi ha perso tutto e dona loro la possibilità di vivere nella pace,
Noi ti preghiamo


O Santissima Trinità fa’ che nessun uomo soffra per la povertà e l’abbandono. Sostieni chi soffre e consola chi è nel dolore, perché tutti siamo una sola famiglia,
Noi ti preghiamo.


Ti preghiamo o Padre per tutti i cristiani nel mondo che tu chiami ad annunciare il Vangelo di liberazione e salvezza.  Fa’ che non vincano i propri limiti angusti vinca la larghezza di un amore che abbatte ogni frontiera,
Noi ti preghiamo


Sostieni o Padre del cielo coloro che testimoniano con le loro azioni un amore che vince il male e sconfigge la morte. Fa’ che ogni uomo possa ascoltare presto la lieta notizia della salvezza che il Figlio ha portato all’umanità,
Noi ti preghiamo

venerdì 18 maggio 2018

Pentecoste - 20 maggio 2018


 
 
 
Dal libro della Genesi 11,1-9

Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole. Emigrando dall’oriente, gli uomini capitarono in una pianura nella regione di Sinar e vi si stabilirono.  Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da malta. Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo, e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che i figli degli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: «Ecco, essi sono un unico popolo e hanno tutti un’unica lingua; questo è l’inizio della loro opera, e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.

 

Salmo 32 - Su tutti i popoli regna il Signore.
Il Signore annulla i disegni delle nazioni,
rende vani i progetti dei popoli.
Ma il disegno del Signore sussiste per sempre,
i progetti del suo cuore per tutte le generazioni.

Beata la nazione che ha il Signore come Dio,
il popolo che egli ha scelto come sua eredità.
Il Signore guarda dal cielo:
egli vede tutti gli uomini.

Dal trono dove siede
scruta tutti gli abitanti della terra,
lui, che di ognuno ha plasmato il cuore
e ne comprende tutte le opere.  


Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,22-27

Fratelli, sappiamo che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza. Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Vieni, Santo Spirito,
riempi i cuori dei tuoi fedeli,
e accendi in essi il fuoco del tuo amore.

Alleluia, alleluia alleluia.


Dal vangelo secondo Giovanni 7,37-39

Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva». Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato.  

 
Commento

Cari fratelli e care sorelle, domenica scorsa abbiamo ricordato che Gesù disse ai discepoli: “riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra.” (At 1,8) Detto questo egli ascese al cielo e affidò agli uomini stessi la missione per la quale era stato mandato nel mondo dal Padre: “Come il Padre ha mandato me, così anche io mando voi” (Gv 20,21). È un passaggio decisivo di cui dobbiamo essere ben coscienti. Infatti spesso siamo tentati di mettere la vicenda terrena di Gesù, le sue parole così profonde, i suoi gesti così straordinari, le sue guarigioni e i miracoli narrati dai Vangeli fra due grandi parentesi, come una storia che si è aperta e si è conclusa con la sua ascensione al cielo.



In realtà Gesù ci affida il Vangelo tutto intero, e non una versione depotenziata o resa vana dai compromessi. Gesù non chiede ai discepoli solo di fare il loro meglio, di essere “quasi come lui”, ma di farsi animare dallo Spirito e divenire presenza e azione di Dio stesso fra gli uomini. Il racconto contenuto nei Vangeli inaugura un tempo nuovo, ma non lo conclude! L’irrompere sulla terra dello Spirito determina la continuazione di quella storia e qualifica il nuovo modo di essere di tutti gli uomini che lo accolgono.

Anche i discepoli, come noi, facevano fatica a rendersi conto di cosa poteva voler dire continuare la missione del Signore, e all’inizio restarono con il naso all’insù, aspettandosi dal cielo quello che erano abituati a ricevere da Gesù, ma obbedirono al suo invito a restare a Gerusalemme in attesa dello Spirito Santo, il quale li rese capaci di parole e gesti straordinari, tali da raggiungere il cuore di tanti, gente diversa, estranei, anche ostili. Proprio come faceva Gesù! D’altronde il Signore gliel’aveva detto: “In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre.” (Gv 14,12)

La stessa missione riceviamo anche noi oggi, lo stesso invito è rivolto a noi, lo stesso Spirito Santo ci è offerto, ma noi ce ne rendiamo conto?

Papa Francesco recentemente ha scritto un’esortazione apostolica che si intitola “Gioite ed esultate” sul tema della santità nel mondo attuale, cioè come ciascun uomo e ciascuna donna, normale e semplice, può farsi riempire dallo Spirito Santo per far sua la vita stessa di Gesù.

Egli ha scritto: “Lascia che la grazia del tuo Battesimo fruttifichi in un cammino di santità. … Non ti scoraggiare, perché hai la forza dello Spirito Santo affinché sia possibile, e la santità, in fondo, è il frutto dello Spirito Santo nella tua vita (cfr Gal 5,22-23). … Non avere paura di puntare più in alto, di lasciarti amare e liberare da Dio. Non avere paura di lasciarti guidare dallo Spirito Santo. La santità non ti rende meno umano, perché è l’incontro della tua debolezza con la forza della grazia.

Il papa descrive bene come il dono della santità che lo Spirito ci offre non è un di più per gente speciale, ma la vita nuova alla quale Gesù chiama ogni cristiano battezzato. Davanti a questo è facile restare scettici: proprio io, così fragile, poco convinto, distratto, senza talenti speciali?

Quanto orgoglio nasconde questa falsa umiltà!

Abbiamo ascoltato nella prima lettura come gli uomini avevano orgogliosamente deciso di costruire una torre che li portasse allo stesso livello di Dio. Anche oggi tante volte le straordinarie capacità tecnologiche raggiunte ci fanno sentire padroni della vita e del nostro destino. È facile sentirci in grado di divenire finalmente il Dio di noi stessi. Ma paradossalmente, allo stesso tempo, davanti alla complessità tumultuosa del mondo siamo portati a sentirci piccoli, ininfluenti difronte a eventi e situazioni che ci sovrastano: davanti alla forza divisiva del male, al potere che esercita su di noi mettendoci gli uni contro gli altri, isolati, spaesati, cosa possiamo fare? come possiamo intervenire? cosa conta il nostro volere? E ciò avviene non solo davanti ai grandi drammi del mondo, ma anche nei conflitti di vicinato o in famiglia, davanti alla povertà di chi ci sta accanto, ai fatti che ci accadono quotidianamente e per i quali viviamo lo stesso identico senso di impotenza. Idea di avere possibilità illimitate e senso di impotenza: entrambi questi atteggiamenti, apparentemente così contraddittori, sono figli dello stesso orgoglio, quello di contare solo sulle proprie capacità.

Ma oggi ci viene offerta una risorsa che va oltre noi stessi e permette anche a chi è piccolo e semplice di valere molto e di cambiare la realtà, perché non conta solo su se stesso: la forza dello Spirito che scende su di noi. È forza degli umili, di quelli cioè che non contano sulle proprie capacità, ma su Dio, che non ci lascia impotenti davanti alla forza del male.

Cari fratelli e care sorelle, proviamo ad operare in noi quella rivoluzione dello Spirito che i dodici vissero a Pentecoste, lasciamolo agire dentro di noi, senza opporgli resistenza, senza sfuggire intimoriti, senza mettere davanti le nostre ragioni e interessi. Teniamo il cuore aperto e sensibile alle domande degli altri, quelli vicini e quelli più lontani; facciamoci colpire dolorosamente dai loro drammi; soffriamo con essi; speriamo con essi in un domani migliore; fatichiamo con essi per costruirlo. Sarà lo Spirito a donarci la forza necessaria per ottenere ciò che speriamo, per compiere parole e gesti straordinari. Apriamo spazi accoglienti, rendiamoci vulnerabili, incontriamo con cuore aperto e sensibile i volti e le storie degli altri e scopriremo che realizzare il bene è possibile, che siamo capaci di quello che non pensavamo di saper fare, non per nostro merito, ma per la forza dello Spirito che ci illumina, scalda e rafforza. Ciascuno di noi può scriverne nell’oggi nuove pagine di Vangelo se si lascia forzare dallo Spirito a divenire suo testimone “a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra.


Preghiere

O Signore manda il tuo Spirito a scaldare i cuori e ad illuminare le menti, perché ci renda capaci di comunicare al mondo il tuo amore,

Noi ti preghiamo
 

O Dio dona a tutti di lasciarsi ispirare da uno Spirito diverso da quello del mondo: spirito di amore e di pace, di perdono e di generosità, di condivisione e solidarietà,

Noi ti preghiamo

 
O Spirito di Dio riempi ogni luogo, anche quelli dimenticati da tutti, dove oggi c’è sofferenza, violenza e ingiustizia, perché ovunque regni il bene,

Noi ti preghiamo


Dona il tuo Spirito o Padre a tutti i tuoi discepoli, perché ovunque sono riuniti nel tuo nome siano testimoni audaci del Vangelo,

Noi ti preghiamo
 
 

Sostieni o Dio quanti sono colpiti dalla violenza della guerra e del terrorismo, proteggili dal male e scampali dalla morte. Fa che l’odio sia vinto dalla forza del perdono e della riconciliazione,

Noi ti preghiamo
 


Sostieni o Padre del cielo il nostro papa Francesco e quanti con lui annunciano il Vangelo nel mondo, specialmente coloro che sono perseguitati e ostacolati. Dai loro il coraggio e la forza dello Spirito santo,

Noi ti preghiamo

 

sabato 12 maggio 2018

Ascensione del Signore - Anno B - 13 maggio 2018





Dagli atti degli apostoli 1,1-11
Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo. Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo». Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra». Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».

Salmo 46 - Ascende il Signore tra canti di gioia.
Popoli tutti, battete le mani!
Acclamate Dio con grida di gioia,
perché terribile è il Signore, l’Altissimo,
grande re su tutta la terra.

Ascende Dio
tra le acclamazioni,
il Signore al suono di tromba.
Cantate inni a Dio, cantate inni,
cantate inni al nostro re, cantate inni.

Perché Dio è re di tutta la terra,
cantate inni con arte.
Dio regna sulle genti,
Dio siede sul suo trono santo.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini. 4, 1-13
Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell'amore, avendo a cuore di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti. A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo è detto: «Asceso in alto, ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini». Ma cosa significa che ascese, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose. Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all'uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo.

Alleluia, alleluia alleluia.
Ecco, io sono con voi tutti i giorni,
fino alla fine del mondo.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Marco 16, 15-20
In quel tempo, Gesù apparve agli Undici e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Commento
Cari fratelli e care sorelle, il brano del Vangelo di Marco che abbiamo appena ascoltato conclude il libro con il quale l’evangelista narra le vicende terrene di Gesù. Questo ultimo capitolo, il 16 del Vangelo di Marco, ha un andamento un po’ paradossale. Inizia con il racconto della venuta delle donne al sepolcro il giorno dopo la sepoltura per ungere di oli aromatici il corpo del Signore. Mentre andavano si dicevano: “Chi ci rotolerà la pietra pesante” ma poi divengono testimoni dell’evento straordinario della resurrezione, ma per paura non dicono niente a nessuno. Poi Gesù appare a Maria di Magdala, la quale lo dice agli undici, ma questi “udito che era vivo e che era stato visto da lei, non credettero.” (Mc 16,11). Di nuovo Gesù appare ai due discepoli che andavano vero Emmaus, i quali riportano l’accaduto, “ma non credettero neppure a loro.” Finalmente Gesù appare agli undici e “li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto.” Ma subito dopo questo rimprovero disse loro: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato.” 
Non è un po’ strano che Gesù affidi addirittura la salvezza dell’umanità proprio a quelli che fino a poco prima si erano rifiutati di credere alla sua resurrezione, nonostante le numerose testimonianze che accreditavano la realizzazione di quanto Gesù stesso aveva già in precedenza detto loro? Attraverso gente incredula come i discepoli potrà mai passare l’annuncio del Vangelo e il battesimo che dona salvezza?
Subito dopo queste parole Gesù ascende al cielo, come abbiamo ascoltato, e lascia agli undici con Maria la grande responsabilità della missione dell’annuncio della sua salvezza al mondo intero, non era meglio restare ancora un po’, istruirli meglio, renderli più capaci di farlo?
Questo paradosso evangelico, come capita spesso nelle pagine della Scrittura, ci comunica delle verità profonde e decisive: primo, che l’annuncio del Vangelo non è un compito adatto solo ai perfetti, ma per tutti, anche chi ha una fede incerta; secondo, che il cristiano è sempre un uomo dalla fede imperfetta e la sua vita è un cammino che non giunge mai al traguardo, ma proseguirà sempre; terzo, l’imperfezione della fede degli undici al momento del loro invio al mondo da parte di Gesù ci dice che il Vangelo che dobbiamo e possiamo comunicare non si avvale solo delle nostre capacità personali, ma anche e soprattutto della forza dello Spirito, che Gesù invita gli undici ad attendere per riceverne il potente aiuto, a Pentecoste.
Ecco che dunque quella scelta di Gesù, apparentemente arrischiata, si rivela una dimostrazione ulteriore della forza invincibile di un Vangelo che, sì, è comunicato dagli uomini, ma non esclusivamente con mezzi umani.
Riprendiamo con ordine quanto detto.
Primo, la missione compito di tutti e non solo dei perfetti. Esiste un’idea scontata: solo un esperto può parlare di fede, convincere con la forza del ragionamento, resistere ad ogni obiezione e risultare vincente. Diceva un parroco del Nord Italia negli anni ’30, don Primo Mazzolari: “La Chiesa non è solo una meravigliosa organizzazione: essa porta Cristo al mondo soprattutto nella misura in cui Cristo vive nei suoi membri. Volere una Chiesa che si imponga  … per l’equilibrio della sua organizzazione o del suo governo, è voler scristianizzare la Chiesa, rinnegare la redenzione, favorire in definitiva l’opera della laicizzazione moderna.” (La Parola che non passa, p. 276). Cioè, la forza evangelizzatrice e comunicativa di un cristiano non viene dalle sue abilità umane, fossero culturali od organizzative, ma dallo spazio che lascia nella sua vita a Cristo stesso, e chi ne lascerà di più di chi è cosciente della piccolezza della propria fede? Chi è convinto di saperne già abbastanza chiude il cuore e Cristo non vi può più entrare.
Questo introduce al secondo punto: la fede è sempre imperfetta. Sempre don Mazzolari diceva a proposito: “nessun uomo, nemmeno il più illuminato e purificato dalla fede, può sentirsi un arrivato. ‘Credo Signore, ma tu aiuta la mia incredulità’ (cfr. Mc 9,25)” (Della fede, p. 78). Il vero credente cioè non è colui che ha raggiunto la perfezione che gli da l’autosufficienza, ma chi riconosce, proprio perché limitato, la propria totale dipendenza da Dio e la necessità di progredire nella fiducia in lui. Se prendiamo la parabola del padre misericordioso, il giovane che se ne va via non ha problemi ad essere accolto e amato dal padre, anche se il suo abito è logoro e sporco, perché quando torna il padre lo riveste e lo introduce alla festa della fede. Il più grande invece, pur credendosi rimasto sempre in casa è un estraneo, e il suo abito, apparentemente irreprensibile, non è adatto alla festa, anzi è fatto di amara recriminazione e distanza dal Padre.
Infine, terzo, proprio questa realtà imperfetta della fede dei discepoli rivela come il Vangelo che essi annunceranno non è sapienza di questo mondo che convince con argomenti di questo mondo, cioè convenienza, risultati, vantaggio, sicurezza e confortevolezza, ma con quelli paradossali e rivoluzionari dello Spirito, cioè le ragioni dell’amore, spesso assurde per il ragionamento umano. Sempre Mazzolari diceva: “si crede perché si ama (credere senza amare sarebbe l’inferno) e il nostro amore, che fa da sostegno alla fede, non è che una risposta: la risposta ad un appello, a un’iniziativa di Dio che, sotto il dolce e misterioso nome di grazia, dispone l’uomo alla “novità” (Della fede, p. 44-45). Annunciare il Vangelo allora non è esibire la propria capacità di fede, ma far presente a tutti l’iniziativa dell’amore di Dio alla quale per primi noi ci stiamo dando da fare per rispondere con altrettanto amore.
È quanto dimostra la conclusione del Vangelo di oggi: “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.” I discepoli, pur ancora così imperfetti nella loro fede, come Gesù li ha appena rimproverati, accettano l’invito e divengono annunciatori del suo Vangelo, e il “Signore agiva insieme con loro” rendendo le loro parole efficaci e trasformatrici della realtà, così come solo l’amore di Dio, il suo Spirito Santo può e sa fare.
 
Preghiere 


O Signore Gesù vieni in mezzo a noi, affinché il tuo amore vissuto ci unisca in un unico corpo, fratelli e sorelle figli di un unico Padre,
Noi ti preghiamo


Aiutaci o Dio a colmare quella distanza che troppo spesso ci separa da te vivendo con fiducia e fedeltà il vangelo,
Noi ti preghiamo



Manda o Dio il tuo Spirito a illuminare e scaldare i cuori, perché tu sia sempre compagno della nostra vita,
Noi ti preghiamo


Fa’ o Signore che ti riconosciamo ogni giorno vivo e presente nel mondo, dove il tuo nome è amato e invocato, dove l’amore dei fratelli li unisce e il tuo aiuto è concesso con abbondanza,
Noi ti preghiamo



Ti invochiamo o Dio, fa’ che presto tutti gli uomini ascoltino l’annuncio del Vangelo, perché nessuno sia escluso dalla possibilità di conoscerti e amarti,
Noi ti preghiamo



Sostieni, o Padre buono, tutti coloro che sono in difficoltà: i malati, i sofferenti, i prigionieri, chi è senza casa e sostegno. Fa’ che il tuo amore li raggiunga presto,
Noi ti preghiamo.



Ti preghiamo o Dio, fa’ cessare la violenza che uccide e semina terrore. Ti preghiamo per le vittime delle guerre e del terrorismo, per i loro cari, per chi è vinto dal dolore,
Noi ti preghiamo


Donaci o Dio la tua pace, perché dove oggi vince l’odio e la violenza torni a regnare umanità e concordia,
Noi ti preghiamo





mercoledì 9 maggio 2018

Incontro con i genitori del catechismo - 5 maggio 2018




Incontro con i genitori del catechismo

Sabato 28 aprile 2018


Ci incontriamo oggi per interrogarci su un tema di grande importanza e cioè come aiutare i nostri ragazzi a crescere nel modo migliore.

So che questa è una preoccupazione che abbiamo particolarmente a cuore. Infatti ci preoccupiamo della loro salute, della loro istruzione, dell’educazione e, qui a Santa Croce, della loro crescita spirituale. Sono tutti elementi importanti e nessuno di essi va trascurato per il loro bene.

In modo particolare oggi vorrei riflettere con voi su un aspetto di questo impegno, e cioè come accompagnare i nostri ragazzi alla consapevolezza della forza che il male esercita nel mondo in tante forme: la guerra, la violenza, la miseria dei popoli, l’ingiustizia, la malattia, fino all’estrema sua conseguenza che è la morte.

Istintivamente ci viene da dire che è meglio che non ne sappiano molto, che proteggerli significa innanzitutto evitare che vedano, che sappiano. Ma oggi questo è praticamente impossibile, ammesso che sia la soluzione giusta.

La Scrittura in questo nostro compito così serio ci può essere di grande aiuto. In essa infatti è racchiusa una sapienza profonda che viene direttamente da Dio, il quale ci vuole comunicare proprio attraverso le sue parole il senso ultimo della vita e come raggiungere la felicità che viene da esso.

Per riflettere su questo tema vorrei oggi introdurre una figura particolare, il profeta Giona. È un profeta un po’ bizzoso e restio a prendersi responsabilità.

Leggiamo la prima parte della sua storia:

 

Fu rivolta a Giona, figlio di Amittài, questa parola del Signore: "Alzati, va' a Ninive, la grande città, e in essa proclama che la loro malvagità è salita fino a me".

Giona invece si mise in cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore. Scese a Giaffa, dove trovò una nave diretta a Tarsis. Pagato il prezzo del trasporto, s'imbarcò con loro per Tarsis, lontano dal Signore.

Ma il Signore scatenò sul mare un forte vento e vi fu in mare una tempesta così grande che la nave stava per sfasciarsi. I marinai, impauriti, invocarono ciascuno il proprio dio e gettarono in mare quanto avevano sulla nave per alleggerirla. Intanto Giona, sceso nel luogo più in basso della nave, si era coricato e dormiva profondamente. Gli si avvicinò il capo dell'equipaggio e gli disse: "Che cosa fai così addormentato? Alzati, invoca il tuo Dio! Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo".

Quindi dissero fra di loro: "Venite, tiriamo a sorte per sapere chi ci abbia causato questa sciagura". Tirarono a sorte e la sorte cadde su Giona. Gli domandarono: "Spiegaci dunque chi sia la causa di questa sciagura. Qual è il tuo mestiere? Da dove vieni? Qual è il tuo paese? A quale popolo appartieni?". Egli rispose: "Sono Ebreo e venero il Signore, Dio del cielo, che ha fatto il mare e la terra". Quegli uomini furono presi da grande timore e gli domandarono: "Che cosa hai fatto?". Infatti erano venuti a sapere che egli fuggiva lontano dal Signore, perché lo aveva loro raccontato.

Essi gli dissero: "Che cosa dobbiamo fare di te perché si calmi il mare, che è contro di noi?". Infatti il mare infuriava sempre più. Egli disse loro: "Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia".

Quegli uomini cercavano a forza di remi di raggiungere la spiaggia, ma non ci riuscivano, perché il mare andava sempre più infuriandosi contro di loro. Allora implorarono il Signore e dissero: "Signore, fa' che noi non periamo a causa della vita di quest'uomo e non imputarci il sangue innocente, poiché tu, Signore, agisci secondo il tuo volere". Presero Giona e lo gettarono in mare e il mare placò la sua furia. Quegli uomini ebbero un grande timore del Signore, offrirono sacrifici al Signore e gli fecero promesse.

Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti. Dal ventre del pesce Giona pregò il Signore, suo Dio.

 

Il racconta inizia con Dio che si rivolge a Giona e gli indica quanto male c’è nella città di Ninive.

Dio non gli chiede di manifestare agli abitanti di Ninive il suo giudizio, né tantomeno la sua condanna e minaccia di castighi. Il suo intervento è essenzialmente limitato ad aprire gli occhi dei cittadini della grande città sul male che c’è in essa. Cioè la prima preoccupazione di Dio sembra che le persone non se ne rendano nemmeno più conto e rischino piuttosto di vivere questa situazione con un senso di normalità. A Dio però interessa che gli uomini siano felici e non facciano una brutta fine, cioè non siano né operatori di violenza e di male, né vittime. Infatti il male ha questa capacità distruttiva di rovinare la vita sia di chi lo fa che di chi lo subisce, anche se a volte non ci sembra, e abbiamo come l’impressione che si possa accettare il male come una dimensione normale della vita, nostra e degli altri. Non per Dio, che vede nel male che entra dentro la vita degli uomini, e la città è il luogo dove gli uomini stanno insieme, il problema più grande e il dramma più urgente.

Dio ne parla a Giona, come per fare una confidenza all’amico, ma questi per tutta risposta scappa via da lui. Giona condivide con gli abitanti della città il giudizio sulla normalità del male, non vuole vederlo, preferisce ignorarlo.

Dio sperava che Giona se ne sentisse interrogato, ma invece il profeta scappa la domanda e cerca rifugio lontano, dove non può sentire Dio che gli mette questo tarlo fastidioso in testa. Il modo che sceglie Giona per fuggire non è molto originale: si butta a capofitto in un viaggio, vuole mettere la massima distanza fra sé e Dio. Il viaggio nella Scrittura è spesso un’immagine della vita. Giona pensa che il viaggio riesca a nasconderlo a Dio e a non fargli più sentire quelle parole sul male della città così fastidiose.

Anche noi spesso cerchiamo nell’affanno di una vita piena di cose il modo per ignorare Dio e il male.  Certo, la vita di oggi ci impone di stare dietro a numerosi impegni e spesso essi si accavallano con un ritmo incessante: lavoro, faccende domestiche, burocrazia, responsabilità familiari, ecc… a volte sembra che una giornata non abbia sufficienti ore per farci entrare tutto quello che si ha da fare.

Ma se facciamo un piccolo esame di coscienza, è vero che non c’è un angoletto libero? È vero che non c’è un tempo vuoto che noi ci affanniamo di riempire con qualcosa da fare, perché sennò ci sentiamo male?  Io credo che noi usiamo tutto il tempo che abbiamo a disposizione, proprio perché non vi sia spazio per pensare e per lasciarsi raggiungere dalla voce di Dio.

E nel viaggio si incontra anche la tempesta. Difficile che si possa sfuggire dalla tempesta, ciascuno di noi lo sa. Davanti ad essa siamo presi dal panico e cominciamo a fare fuori tutto quello che ci sembra possa essere la sua causa, come facevano i marinai. Togliamo quello, chiudiamo quello, smettiamo l’altro, ecc… nella speranza di riuscire a eliminare la causa della tempesta.

Ma siamo sicuri che la tempesta venga da fuori di noi?

Giona sceglie invece un’altra via possibile, si estranea e si mette a dormire in un angoletto tranquillo aspettando che passi, ma quella non passa.

Questi dei atteggiamenti descrivono anche noi, come ci muoviamo davanti alle difficoltà e ai problemi della vita.

Giona però viene svegliato dagli altri e ammette che la causa della tempesta sta dentro di lui, in quel suo essersi fatto complice del male della città, chiudendo le orecchie alla parola di Dio che glielo indicava chiedendogli di provare a fare qualcosa.

Finalmente Giona si assume la responsabilità del male, e tutto cambia. La nave trova la salvezza, i marinai sono pieni di felicità. Certo per fare questo Giona deve andare fino infondo e affrontare la fatica di nuotare in mezzo ad acque difficili. Prima se ne stava tranquillo a dormire, ma la tempesta lo stava facendo finire a fondo, ora si deve dare da fare, le cose si fanno più complicate, ma si intravede una via di uscita.

Soprattutto Dio non lascia solo Giona ad affrontare le onde del mare quando egli finalmente decide di assumersi la propria responsabilità davanti al male. Finalmente le ha affrontate senza fuggirle come se non lo riguardassero, e per questo Dio lo aiuta e lo avvolge nella sua protezione, il ventre di quel pesce. In questo momento. Giona riscopre la paternità buona di Dio e impara a pregare, cioè gusta la bellezza di starsene a tu per tu con Dio, senza fuggire, senza riempirsi di mille cose da fare, senza fare finta che non ci sia.

La messa della domenica è un po’ questo momento in cui gustiamo la protezione avvolgente di Dio che ci prende in disparte, ci risolleva dalle onde fra le quali ci affatichiamo a navigare durante tutta la settimana, e ci fa riscoprire la bellezza di non fuggire da lui e dagli altri.

Però per gustare tutto questo dobbiamo respingere le due tentazioni che dicevo: quella di pensare che il male sta solo fuori di noi e quella di cercare di sfuggirlo standosene in un angoletto tranquillo, a dormire il sonno del pensare a se stessi.

La liturgia domenicale ci tuffa nel mare del mondo, ma non per farci morire affogati, ma per farci trovare la vera protezione di Dio dai pericoli. Finché ce ne stiamo in disparte senza sentirci interrogati dal male del mondo, siamo agitati dalle tempeste senza riuscire a capire come uscirne, ma se ascoltiamo Dio senza scappare via la tempesta si placa perché non siamo più soli ad affrontarla.

Che cosa c’entra tutto questo con i nostri ragazzi?

Noi rischiamo di comunicare loro questo nostro modo di vivere, senza aiutarli a maturare invece un senso di responsabilità verso gli altri, cioè verso la Ninive della Bibbia. Tante volte, con l’intento di proteggerli dal male, noi gli comunichiamo che per essere felici bisogna trovarsi un angoletto dove mettersi al riparo, come Giona, dormendo al coperto mentre fuori c’è la tempesta, oppure a dare la colpa agli altri, pensando che il male sta sempre fuori di noi.

Purtroppo però facendo così non li aiutiamo a crescere bene, anzi, si troveranno impreparati ad affrontare la tempesta e navigare solo per scappare non fa arrivare da nessuna parte.

Per questo io vi consiglio, di cuore e spassionatamente, di assomigliare al Giona della fine del brano, che si assume la responsabilità del male che si abbatte su lui e i suoi compagni e ne affronta la fatica personale di farsene carico, scoprendo così anche la bellezza della compagnia di Dio. Così facendo darete l’esempio migliore di come vivere felici, e questo è veramente il regalo più bello e importante che possiamo fare loro.

Noi abbiamo cercato di comunicare ai vostri figli questo senso di responsabilità davanti al mondo accompagnandoli davanti ai suoi drammi: le iniziative di incontro con i poveri, come il pranzo con le persone senza dimora o la messa nell’istituto degli anziani. Proteggere i nostri ragazzi dal male non significa nasconderglielo, ma fargli vedere che esiste e che si può combatterlo con la forza del voler bene.

Allo stesso tempo vogliamo che i ragazzi si facciano portavoce di questo portandone il messaggio all’esterno. È quello che faremo nei giorni di ritiro per le prime comunioni e per le cresime, fra pochi giorni.