giovedì 15 agosto 2019

Festa dell'Assunzione di Maria - Anno C - 15 agostro 2019


 
 
Dal libro dell'Apocalisse di san Giovanni 11, 19a; 12, 1-6a.10ab

Si aprì il tempio di Dio che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua alleanza. Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio. Allora udii una voce potente nel cielo che diceva: «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo».

 

Salmo 44 - Risplende la Regina, Signore, alla tua destra.

Figlie di re fra le tue predilette;
alla tua destra sta la regina, in ori di Ofir.
Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio:
dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre.

Il re è invaghito della tua bellezza.
È lui il tuo signore: rendigli omaggio.
Dietro a lei le vergini, sue compagne, +
condotte in gioia ed esultanza,
sono presentate nel palazzo del re.


Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 15, 20-27°

Fratelli, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza. È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Maria è assunta in cielo;
esultano le schiere degli angeli.

Alleluia, alleluia alleluia.


Dal vangelo secondo Luca 1, 39-56

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

 
Commento
 

Cari fratelli e care sorelle, il ricordo di Maria in questa festa che oggi celebriamo ci fa alzare lo sguardo su una prospettiva ampia e grandiosa. È la visione dell’Apocalisse che abbiamo ascoltato nella prima lettura e che ci immette nell’eterna lotta fra la forza del male e i segni del bene. L’Apostolo Giovanni descrive la minaccia di un drago che occupa quasi tutto il cielo, ne cancella le stelle luminose, e si appresta a distruggere quel bambino che sta per nascere. Se usciamo dalla nostra prospettiva individuale vediamo che nel mondo è presente una forza del male che vuole uccidere ogni segno di una nuova speranza che nasce. Nel nostro piccolo angolo tutto sembra molto più tranquillo e rassicurante. Certo anche lì non mancano le contrarietà e le sofferenze, ma noi le viviamo come nostre questioni private, da gestire fra sé e sé con la sapienza maturata con l’esperienza, con la capacità di compromessi e adattamenti che ci fa sfuggire dagli aspetti più drammatici del male. Eppure, fratelli e sorelle, se non alziamo lo sguardo verso la visione grandiosa della lotta cosmica fra il principe del male e Dio e se non ci inseriamo anche noi in questa battaglia come alleati del Signore non potremo nemmeno partecipare della sua vittoria, di cui ci parla l’Apostolo nella lettera ai Corinzi: “Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita.” Tutti moriamo in Adamo, cioè tutti siamo partecipi di un male che affonda le radici in quella volontà di allontanarsi da Dio che Adamo espresse fin dai primi passi dell’uomo e che trova innumerevoli espressioni, appunto, in quella lotta che il male continua in tutto il mondo a condurre contro il bene, ma possiamo anche partecipare assieme all’umanità intera della forza della resurrezione che ci strappa al dominio della morte grazie alla forza di amore che è la resurrezione del Signore Gesù.

Eppure fratelli e sorelle, è facile sentirsi lontani da questa battaglia ed estranei al peccato del mondo. Che c’entro io con le ingiustizie, il male, le sofferenze degli altri, specie di quelli più lontani? Che responsabilità ho io per quello che accade, per le guerre, le violenze, i dolori infiniti che avvolgono l’umanità intera? Noi misuriamo il nostro male con il metro piccolo del nostro orizzonte individuale e cerchiamo i nostri compromessi per sentirci estranei alla visione dell’Apocalisse. Per questo però ci tagliamo anche fuori dal destino vittorioso che il Signore ha voluto realizzare con la sua resurrezione. Solo infatti se ci coinvolgiamo in questa lotta cosmica e sentiamo che anche il mio peccato, il mio dolore, le mie battaglie contro la forza del male sono parte di questo disegno più grande potremo partecipare della forza di cambiamento e di redenzione che Cristo è venuto per comunicare al mondo.

Maria lo capisce. La sua vita umile e appartata all’improvviso diviene strumento di una storia grande, universale, cosmica, che coinvolge l’umanità intera e tutto il creato. Ha accettato di inserirsi in questa storia, senza rinchiudersi nella nicchia della sua vita privata, e di divenire lei, giovane ragazza di una regione periferica, la donna dell’apocalisse che soffre le doglie di un parto minacciato dal male, ma benedetto e salvato da Dio che la protegge e la scampa.

Il suo canto di gioia rivolto a Elisabetta parla di questa visione grandiosa: “D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote.” Maria si sente figlia e depositaria delle attese di una storia grande, che coinvolge tutto il mondo, di generazione in generazione, e vi sa leggere dentro il disegno di salvezza di Dio.

Cari fratelli e care sorelle, questa è la prospettiva che la Scrittura oggi, indicandoci l’esempio di Maria, propone a ciascuno di noi. Quella cioè di sentirci partecipi di una storia più larga del nostro piccolo privato, che coinvolga e assuma su di sé le speranze, le sconfitte, i dolori di un mondo grande e complesso, pieno di contraddizioni e drammi, ma nel quale il disegno di Dio si può leggere in filigrana per poterne essere così partecipi. Se guarderemo anche alle nostre vicende personali nell’ottica della visione larga di Maria scopriremo che non è indifferente come agiamo e che le nostre scelte possono inserirsi in essa e divenire protagoniste di quella lotta che Dio conduce perché il bene vinca e la speranza non venga soffocata dal buio della violenza e del dolore di oggi.

Cari fratelli e care sorelle, viviamo col cuore largo di Maria e godiamo, con la sua stessa fiducia ingenua e semplice, delle prospettive di vita diversa che Dio ci suggerisce. Anche da noi, nonostante tutto, nascerà una nuova vita, figlia delle benevolenza di Dio e del suo desiderio di vincere la sterilità di vite spente e rinunciatarie. Di essa il Signore stesso si prenderà cura, se gliela affidiamo, perché non venga soffocata dal male. Ne ha bisogno il mondo e ne abbiamo bisogno noi stessi, perché la vittoria sul male è possibile e ci è offerta, se noi non la rifiutiamo.

 

Preghiere

Ti ringraziamo o Padre del cielo per la umile disponibilità di Maria che seppe farsi carico della storia di tutta l’umanità e accogliere in sé la salvezza del mondo. Dona anche a noi di essere strumento della forza della resurrezione nella lotta contro il male,

Noi ti preghiamo

 

O Dio nostro, proteggi la debolezza delle vite minacciate, come salvasti il piccolo Gesù dalla violenza di Erode. Fa’ che chi è piccolo e indifeso sia scampato da ogni male e goda della tua benedizione,

Noi ti preghiamo


Ti preghiamo o Signore Gesù perché non viviamo rinchiusi nel piccolo mondo delle nostre esistenze private, ma ci apriamo alla dimensione universale della lotta fra il bene e il male che si combatte nel mondo. Rendici in essa tuoi alleati fedeli e generosi,

Noi ti preghiamo

 

Scampa o Dio quanti sono minacciati dalla violenza, la guerra e il terrorismo e vivono nel dolore. Liberaci tutti dalla radice di peccato che ci unisce in Adamo, per essere invece partecipi della vera pace portata da Cristo,

Noi ti preghiamo


Proteggi o Dio il nostro papa Francesco nel suo impegno senza sosta per la predicazione del Vangelo e per la testimonianza del tuo amore. Fa’ che ciascuno di noi sia toccato dalle sue parole e dal suo esempio per vivere una maggiore autenticità evangelica,

Noi ti preghiamo

Guida e proteggi o Signore Gesù tutti i tuoi figli che oggi nel mondo invocano la tua Madre come protettrice e guida. Fa’ che con la sua stessa umiltà e umanità sappiamo tutti fare spazio a Cristo nelle nostre vite,

Noi ti preghiamo.

sabato 10 agosto 2019

XIX domenica del tempo ordinario - Anno C - 11 agostro 2019




Dal libro della Sapienza 18, 6-9                                                                     

La notte [della liberazione] fu preannunciata ai nostri padri, perché avessero coraggio, sapendo bene a quali giuramenti avevano prestato fedeltà. Il tuo popolo infatti era in attesa della salvezza dei giusti, della rovina dei nemici. Difatti come punisti gli avversari, così glorificasti noi, chiamandoci a te. I figli santi dei giusti offrivano sacrifici in segreto e si imposero, concordi, questa legge divina: di condividere allo stesso modo successi e pericoli, intonando subito le sacre lodi dei padri.

 

Salmo 32 - Beato il popolo scelto dal Signore.

Esultate, o giusti, nel Signore;
per gli uomini retti è bella la lode.
Beata la nazione che ha il Signore come Dio,
il popolo che egli ha scelto come sua eredità.

Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.

L’anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo.



Dalla lettera agli Ebrei 11, 1-2.8-19

Fratelli, la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio. Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso. Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare. Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città. Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: «Mediante Isacco avrai una tua discendenza». Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Vegliate e tenetevi pronti,
perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.

Alleluia, alleluia alleluia.


Dal vangelo secondo Luca 12, 32-48

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».  Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».

 

Commento

 

Cari fratelli e care sorelle, l’autore della lettera agli Ebrei ci propone oggi alcune persone della storia di Israele come esempi di fede vissuta.

Innanzitutto Abramo. Egli, ci dice questo testo, “partì senza sapere dove andava” abbandonando un luogo e una vita già costruita, era infatti anziano e benestante, anche se senza figli, per inseguire la promessa ricevuta da Dio di una discendenza numerosa come le stelle del cielo e una terra felice in cui essa potesse vivere.

Poi sua moglie Sara, “ricevette la possibilità di diventare madre” e l’accolse, dice il testo, “sebbene fuori dell’età” cioè in una situazione che lo avrebbe sconsigliato, per molti motivi, sempre perché “ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso”, cioè Dio.

Di nuovo “Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio” in quel sacrificio che proprio oggi i nostri fratelli musulmani ricordano e celebrano solennemente nella festa dell’Aid-al-Adha.

Da quanto detto sembra che l’autore della lettera voglia dirci che la fede consiste nel compiere azioni assurde, rischiose e fuori dalla logica. Ma non è questa l’essenza del messaggio, questa ne è la percezione superficiale che noi, paurosi e attaccati al nostro presente, avvertiamo davanti a simili esempi. In realtà le scelte di Abramo e sua moglie Sara non furono decisioni avventate e prese per un capriccio eccentrico, ma la docilità al disegno di Dio, del quale hanno avvertito l’attrazione, anche se, allo stesso tempo, si rendevano conto della sua incomprensibilità secondo le logiche umane. Ma sulla paura e sull’attaccamento al loro presente prevalse la fiducia in un Dio che credevano buono e capace di realizzare quello che prometteva e di aprire, attraverso di loro, un futuro diverso per un popolo imprevedibilmente largo.

Spesso anche noi siamo messi davanti a scelte difficili, nelle quali tutto sembra consigliarci di seguire la logica del metterci al sicuro, di allontanare ogni rischio, di seguire l’esempio della maggioranza e fare come tutti, di obbedire alle abitudini, alle consuetudini del “si è sempre fatto così”. Quante volte, forse, così facendo abbiamo rifiutato la proposta di Dio di divenire anche noi benedizione per un popolo grande e padri e madri di un futuro diverso, come furono Abramo e Sara?

Spesso le nostre scelte danno ragione alle nostre paure perché si fondano sullo sguardo miope che cerca nell’immediato i frutti e i risultati del proprio agire. La lettera agli Ebrei infatti sottolinea come Abramo e Sara “Nella fede morirono … senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio.” Essi infatti, ci narra il libro della Genesi, non videro realizzata pienamente la promessa, ma poterono solo scorgerla da lontano. Eppure per quella promessa essi avevano speso la loro esistenza, ma, dice la Scrittura, morirono “sazi di giorni” cioè felici e soddisfatti di aver aperto una via nuova attraverso la quale le generazioni future poterono abitare quella terra, fino ai giorni nostri, come terra della promessa di Dio di un futuro con lui. Preferirono questo a veder magari realizzati i loro piccoli sogni personali di un po’ di soddisfazione personale, la “patria” di sempre, conosciuta e senza pericoli, ma anche senza futuro e spenta di vita. Essi rischiarono, faticarono e gioirono perché videro che era possibile raggiungere la terra della promessa di Dio di un futuro con lui.

Per questo, conclude l’autore della lettera, “Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio.” Questo possa essere vero anche per noi: che Dio non debba provare vergogna per uomini e donne tiepidi, dallo sguardo ripiegato solo sulla propria convenienza e sulla realizzazione immediata dei propri progetti, lamentosi per ciò che non li soddisfa, incapaci a farsi canali attraverso i quali si apre un futuro nuovo per le generazioni a venire, ascoltatori delle promesse di Dio e docili a realizzarle nella propria vita, audaci apritori di nuove strade che conducono alla terra della promessa di Dio di un futuro con lui.

 

Preghiere

Ti ringraziamo o Signore perché ci raduni nel tuo piccolo gregge a cui prometti in eredità il Regno dei cieli, vera patria di ogni uomo. Fa’ che restiamo uniti a te ed ai fratelli per non perdere il privilegio di far parte di essa.

Noi ti preghiamo

 Ti preghiamo anche, o Signore Gesù, per tutti coloro che non ti conoscono e non ti amano. Fa’ che il nostro esempio li attragga verso di te e faccia loro scoprire la bellezza della vita evangelica.




Noi ti preghiamo


O Padre misericordioso, aiuta in questo tempo difficile tutti coloro che sono messi a dura prova dal clima e dalla dimenticanza: gli anziani, i malati, i prigionieri, i soli, coloro che sono senza casa. Sostienili e proteggili da ogni male.

Noi ti preghiamo

 

Non far mancare il tuo aiuto, o Dio del cielo, a tutti coloro che in questi giorni sono stati colpiti dalla violenza, dalla guerra e dal terrorismo. Dona al mondo intero pace e salvezza.

Noi ti preghiamo

 

Guarda con amore, o Padre Misericordioso, tutti i tuoi discepoli ovunque dispersi. Fa’ che ogni comunità riunita nel tuo nome sia un segno di pace e riconciliazione, un piccolo gregge che anticipa il Regno di amore che erediteranno.

Noi ti preghiamo

 

 

 

Benedici o Dio i nostri fratelli e sorelle di fede musulmana che celebrano oggi la festa del sacrificio di Abramo. Fa’ che tutti noi, ebrei cristiani e musulmani, che siamo uniti nella discendenza da Abramo nella fede sappiamo costruire assieme un futuro di pace e amore reciproco.

Noi ti preghiamo.

sabato 3 agosto 2019

XVIII domenica del tempo ordinario - Anno C - 4 agosto 2019




Dal libro del Qoèlet 1,2; 2,21-23

Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è vanità. Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male. Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità! 
Salmo 89 - Signore, sei stato un rifugio per tutti noi

Tu fai ritornare l’uomo in polvere,
quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».
Mille anni, ai tuoi occhi, +
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.

Tu li sommergi: sono come un sogno al mattino,
come l’erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia,
alla sera è falciata e secca.

Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi!

Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio: +
rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rendi salda.


Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Calossesi 3,1-5. 9-11

Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria. Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria. Non dite menzogne gli uni agli altri: vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato. Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti.
 

Alleluia, alleluia alleluia.
Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.

Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 12,13-21

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?” Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».
 

Commento

 
Cari fratelli e care sorelle, la prima lettura che abbiamo ascoltato oggi ci parla della vanità di una vita inconsistente: “vanità delle vanità: tutto è vanità.” È come un ritornello che ci richiama la leggerezza delle esistenze di tanti che rincorrono una felicità superficiale ed effimera, la soddisfazione dei desideri passeggeri, che seguono le mode e si appassionano alle espressioni più insignificanti ed esteriori. Ne vediamo tanti attorno a noi.

Sì, certo anche questa è la vanità di cui ci parla il Qoelèt, ma se andiamo oltre leggiamo anche: “quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!” Cioè anche una vita piena di affanni e preoccupazioni, spesa con fatica e impegno, cioè una vita che assomiglia a quella di tanti di noi, può essere vana, cioè “leggera” e “inconsistente”. Che cosa è allora che rende la vita dell’uomo “pesante”, cioè piena di significato?

Il Vangelo di Luca ci parla di un uomo che fa progetti fra sé e sé: “non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così …: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni.” Che c’è di male?, potremmo pensare, ha la responsabilità della conduzione di un’azienda agricola, deve provvedere con attenzione alle sue necessità se non vuole andare in rovina. Ma il Signore conclude la parabola dicendo che tutti questi progetti sono anch’essi “vani” perché non costruiscono nulla di duraturo in una prospettiva futura, il Vangelo usa l’espressione: “presso Dio”, cioè “in eterno”.

Ma non è forse questa la sensazione che talvolta anche noi, nel profondo del cuore avvertiamo: come un’insoddisfazione davanti a quanto abbiamo realizzato o desiderato costruire nella nostra vita? O, altrimenti, non pensiamo che la nostra è una vita consistente perché piena di preoccupazioni e indaffarata?

Il Vangelo spiega anche il perché di questa inconsistenza, quando conclude il pensiero di quel ricco contadino: “Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti!” Cioè l’inconsistenza della sua vita non sta nell’essere senza pensieri, ma piuttosto nel vivere solo per soddisfare se stesso, nel cercare il benessere e la sicurezza che provengono dal cercare solo il proprio bene.

Il Vangelo ci indica una via per rendere una vita “vana” “pesante” agli occhi di Dio, cioè nella prospettiva della vita eterna che lui ci chiama a vivere. Essa consiste nel sentire la responsabilità nei confronti degli altri, non perché ne siamo giuridicamente o socialmente obbligati, ma per puro e semplice voler bene. Assumere questa diversa prospettiva rende tutto diverso. Le necessità, i bisogni, ma anche le cose belle e positive che possiamo scoprire in chi ci sta accanto diventano così una domanda rivolta a ciascuno di sentirci personalmente responsabili del bene vissuto o non vissuto dal nostro prossimo. Allora sì che i nostri gesti, le parole, le preoccupazioni diventano “pesanti”, perché si riempiono di quel voler bene che Dio per primo ha vissuto nei nostri confronti. Anche i granai pieni e ampliati per custodire un raccolto abbondante possono assumere il valore di un’opera bella e positiva agli occhi di Dio, se costruiti non per dire a sé stessi: “riposati, mangia, bevi e divertiti!” ma dona, sfama, disseta, gioisci assieme a chi è affaticato, affamato, assetato e triste.

Quello che la Scrittura ci chiede allora è essenzialmente un cambiamento di prospettiva nel considerare sé e chi ci è accanto. Non come due individui che non hanno nulla in comune, anzi da cui difendersi o da giudicare, ma come fratelli e sorelle che sentono l’uno la responsabilità di cercare il bene dell’altro. Per fare questo non c’è bisogno di essere persone speciali, ricche o eroiche o sante, basta pensare che quello che siamo e quello che abbiamo può assumere un peso diverso, direi un grandissimo peso, un peso decisivo e talvolta capace di togliere o ridare vita, se usato per costruire il bene anche per gli altri e non solo per se stessi.


Preghiere


Aiutaci o Signore a fondare la nostra vita sulla roccia del Vangelo, perché il nostro non sia un vano faticare per ciò che non conta ma la costruzione solida di una vita spesa per il bene di tutti,

Noi ti preghiamo

Guida o Padre buono tutti quelli che sono disorientati e incerti, perché trovino in te la guida sicura e nel Vangelo il cammino per indirizzare i propri passi verso il vero bene,

Noi ti preghiamo


Ti preghiamo o Signore Gesù per tutti i giovani che cercano ciò per cui vale spendere la vita. Dona ad essi di scoprire nel Vangelo come usare la forza dei loro anni per ciò che conta e che dà vita,

Noi ti preghiamo


Proteggi o Dio in questo tempo di caldo tutti quelli che sono affaticati per l’età e la malattia. Solleva le sofferenze di chi è nel dolore, consola i prigionieri e chi non ha casa,

Noi ti preghiamo


Suscita sempre in noi, o Padre buono, sentimenti di amore per chi è povero e di generosità per chi è nel bisogno, perché vinca la cultura della solidarietà e dell’amore su quella che scarta la debolezza,

Noi ti preghiamo


Guida o Padre del cielo la tua Chiesa sui sentieri del vangelo, perché la testimonianza dei cristiani susciti in tutti decisioni di pace e azioni di bene,

Noi ti preghiamo.

sabato 13 luglio 2019

XV domenica del tempo ordinario - Anno C - 14 luglio 2019



 

Dal libro del Deuteronomio 30, 10-14

Mosè parlò al popolo dicendo: «Obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della legge, e ti convertirai al Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima. Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: “Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”. Non è di là dal mare, perché tu dica: “Chi attraverserà per noi il mare, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”. Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica».

 Salmo 18 - I precetti del Signore fanno gioire il cuore.
La legge del Signore è perfetta,
rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore è stabile,
rende saggio il semplice.

I precetti del Signore sono retti,
fanno gioire il cuore;
il comando del Signore è limpido,
illumina gli occhi.

Il timore del Signore è puro,
rimane per sempre;
i giudizi del Signore sono fedeli,
sono tutti giusti.

Più preziosi dell’oro,
di molto oro fino,
più dolci del miele
e di un favo stillante.


Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi 1, 15-20
 
Cristo Gesù è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono. Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose. È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli.




 

Alleluia, alleluia alleluia.
Le tue parole, Signore, sono spirito e vita;
tu hai parole di vita eterna.

Alleluia, alleluia alleluia.


Dal vangelo secondo Luca 10, 25-37

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Commento

Cari fratelli e care sorelle, abbiamo sentito Mosè, l’amico di Dio, rivolgere al popolo un invito solenne: “Obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della legge.” Egli nella storia del popolo d’Israele riveste un ruolo decisivo: è colui che trasmette al popolo la legge di Dio. È “il legislatore”. Sappiamo che Gesù, e Paolo lo sottolinea bene, si propone un superamento della mera applicazione della legge, anche se afferma di non voler modificare nemmeno un trattino della Scrittura che lo ha preceduto, quindi anche delle leggi contenute nella Torah. Non è una contraddizione?

Sì, lo è, se non teniamo conto che alla legge si possono attribuire diversi valori. Essa infatti può apparire ai nostri “occhi cristiani” un arido steccato che indicava agli ebrei il perimetro entro cui ci si potevano muovere, prescrizioni che ingabbiavano la libertà dell’uomo e lo rendevano quasi un mero esecutore di una volontà esterna a sé. Non gli era chiesto di far sua questa volontà del legislatore, ma solo di osservarla, e molto scrupolosamente, poiché ciò era tutto quello che l’uomo doveva e poteva fare. È quello a cui avevano ridotto la legge i farisei, osservanti scrupolosi ma senza anima, e i dottori della legge, abili interpreti delle norme secondo il proprio interesse, i quali infatti in Gesù vedono un maestro rivoluzionario e pericoloso, sovvertitore di un ordine così ben costituito.

Ma Mosè non è a questo senso della legge che fa riferimento, ascoltiamo come continuano le sue parole: “…e ti convertirai al Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima.” La legge cioè per Mosè è, sì, un sentiero tracciato da Dio per aiutare gli uomini ad andare verso di lui, ma sul quale poi è ciascuno a doversi incamminare, e questo cammino è tutto interiore, coinvolge “tutto il cuore e … tutta l’anima” cioè la totalità del proprio sé: volontà, sentimento, amore, misericordia e perdono, amicizia, ecc… Per Mosè cioè la legge anche dopo essere stata scritta e codificata non cessa di essere una parola viva rivolta da Dio a ciascuno personalmente e che pretende da ciascuno una risposta personale. Gli altri ne faranno invece, poi, un arido esercizio formale, esteriore e un po’ furbesco.

Mosè infatti si affretta a sottolineare quanto la legge che lui trasmette al popolo non sia qualcosa di estraneo e lontano dall’umanità di ciascuno: non è oltre la propria esperienza umana, in cielo e oltre il mare, cioè al di là dei confini dell’universo conoscibile e sperimentabile dagli esseri umani, fuori dalla propria portata di uomini limitati. Cioè la perfezione alla quale legge mira non è sovraumana, anzi, aggiunge Mosè: “questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica.

Questa espressione: “nella tua bocca e nel tuo cuore” ha un significato profondo. Da un lato sta a dire che la legge come Dio l’ha trasmessa al suo popolo è espressione di ciò che già la bocca e il cuore dell’uomo esprimono, quando essi non sono stravolti dalla forza del male, piegati ai suoi fini malvagi. Ma esprimono anche la necessità di conservare questa parola non come un codice morto e sepolto, ma fargli acquistare sempre nuova vita perché lo pronunciamo e lo interiorizziamo. Solo così la legge diventa vita vissuta e non lettera morta: “…perché tu la metta in pratica.

Cari fratelli e care sorelle, quanto Mosè dice agli israeliti di migliaia di anni fa è così vero e valido anche per noi oggi! Quanto è facile per la nostra abitudine al Vangelo considerarlo una lettera morta, sepolta sotto una coltre di giustificazioni che la collocano sopra il cielo e al di là del mare, cioè lontana da noi e lontana dalla realtà attuale nella quale ci troviamo a vivere. Proviamo allora a far riemergere sulla nostra bocca queste parole che ascoltiamo ogni domenica. Sì, ridiciamocele nelle situazioni che viviamo, e ridiciamole agli altri, come un consiglio buono che Dio ci dà, torniamo a farle vivere come parole che hanno a che fare con le vicende attuali, la storia grande e piccola che ciascuno di noi scrive oggi. In genere davanti alle situazioni quotidiane ci vengono in bocca altre parole: quelle apprese dalla televisione, gli slogan dei politici, la sapienza di questo mondo che riemerge spontanea. Proviamo invece a far emergere sulle labbra le parole della Scrittura e tutto ci apparirà diverso. Solo così quella parola ci entrerà dentro nel cuore e lo trasformerà, assieme alla realtà attorno a noi. Sì, cuore e realtà cambiano insieme, non può essere diversamente. Non crediamo che il mondo cambi se non trasformiamo il nostro cuore, e non pensiamo possibile che il nostro cuore si converta a Dio se non ci impegniamo personalmente a trasformare la realtà attorno a noi.

È quello che accade nella parabola che Gesù racconta al dottore della legge: in quel samaritano che si ferma davanti all’uomo mezzo morto riemerge dal profondo della sua coscienza religiosa la prescrizione biblica dell’accoglienza e del soccorso a chi è nel pericolo, ma allo stesso tempo esso diviene compassione, cioè un cuore trasformato. Dalle due cose insieme scocca la novità di una fede vissuta che salva la vita.

 
Preghiere


O Signore Gesù, buon samaritano delle nostre vite, soccorrici quando lasciamo morire il nostro cuore dietro i muri dell’indifferenza e della freddezza. Insegnaci la compassione che tu per primo hai provato per noi e che abbatte ogni muro di divisione,

Noi ti preghiamo


O Dio del cielo, ti ringraziamo perché hai attraversato i cieli per farci giungere la tua Parola e per renderla familiare alla nostra vita. Perdona la nostra durezza di cuore che l’allontana e la rende estranea.

 Noi ti preghiamo
  
Salva o Padre buono le nostre vite, spesso incapaci di compassione per chi sta male. Insegnaci a vivere con sensibilità e disponibilità e a fermarci accanto a chi sta male.



Noi ti preghiamo

 Ti preghiamo o Signore per quanti in questo tempo soffrono per la guerra e del terrorismo. Per le vittime della violenza, per quanti sono rapiti, torturati, e feriti,

Noi ti preghiamo




Guida e proteggi il nostro papa Francesco, perché il suo annuncio di pace e riconciliazione raggiunga i cuori divisi e li convinca alla pace,

Noi ti preghiamo

 Ti preghiamo o Signore per ciascuno di noi, perché in questo tempo di dispersione e distrazione non siamo concentrati su noi stessi, ma restiamo aperti e disponibili alla tua voce,
 

 




Noi ti preghiamo.

sabato 6 luglio 2019

XIV domenica del tempo ordinario - Anno C - 7 luglio 2019





Dal libro del profeta Isaia 66, 10-14
Rallegratevi con Gerusalemme,
esultate per essa tutti voi che l’amate.
Sfavillate con essa di gioia 
tutti voi che per essa eravate in lutto.
Così sarete allattati e vi sazierete
al seno delle sue consolazioni;
succhierete e vi delizierete
al petto della sua gloria.
Perché così dice il Signore:
«Ecco, io farò scorrere verso di essa,
come un fiume, la pace;
come un torrente in piena, la gloria delle genti.
Voi sarete allattati e portati in braccio,
e sulle ginocchia sarete accarezzati.
Come una madre consola un figlio,
così io vi consolerò;
a Gerusalemme sarete consolati.
Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore,
le vostre ossa saranno rigogliose come l’erba.
La mano del Signore si farà conoscere ai suoi servi»

Salmo 65 - Acclamate Dio, voi tutti della terra. 
Acclamate Dio, voi tutti della terra,
cantate la gloria del suo nome,
dategli gloria con la lode.
Dite a Dio: «Terribili sono le tue opere!».

«A te si prostri tutta la terra,
a te canti inni, canti al tuo nome».
Venite e vedete le opere di Dio,
terribile nel suo agire sugli uomini.

Egli cambiò il mare in terraferma;
passarono a piedi il fiume:
per questo in lui esultiamo di gioia.
Con la sua forza domina in eterno.

Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio,
e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio che non ha respinto la mia preghiera,
non mi ha negato la sua misericordia.



Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Galati 6, 14-18

Fratelli, quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo.  Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio. D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo. La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.


Alleluia, alleluia, alleluia.
La pace di Cristo regni nei vostri cuori;
la parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza.

Alleluia, alleluia, alleluia.
  

Dal vangelo secondo Luca 10, 1-12. 17-20

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.  In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sodoma sarà trattata meno duramente di quella città». I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli». 

Commento


Domenica scorsa, il Vangelo di Luca ci ha coinvolti nel viaggio di Gesù verso Gerusalemme. Ognuno di noi, mentre segue i suoi ritmi di vita, magari già segnati da questo tempo estivo, è coinvolto dal Signore nel suo viaggio, perché, come dicevamo, essere cristiani vuol dire essere discepoli di un Signore che non si ferma, non “arriva”, ma cammina. È un viaggio che ci porta, sulle sue orme, a incontrare sempre nuove persone, ma anche ad entrare sempre più in profondità dentro il suo messaggio e dentro il nostro cuore.
In questa domenica l’evangelista ci associa ai settantadue discepoli inviati da Gesù: “Il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi”. Il numero settantadue non è casuale. Settantadue erano le nazioni della terra, secondo la tradizione ebraica. È come dire che questo invio dei discepoli apre l’orizzonte evangelico a tutti i popoli, a tutte le nazioni, a tutte le culture. Per Gesù nessuno deve restare escluso dall’annuncio del Vangelo. La Pentecoste, quando tutte le nazioni che sono sotto il cielo “udirono annunziare nelle loro lingue le grandi opere di Dio” (At 2,11), inizia già qui, proprio mentre Gesù muove i suoi passi con il gruppo dei discepoli.
Proprio perché il suo sguardo è rivolto ai confini della terra, Gesù dice ai discepoli: “La messe è molta”. Nessuno è escluso dal suo sguardo e dalla sua preoccupazione e, di fronte a questa moltitudine immensa, con un accento di tristezza, aggiunge: “ma gli operai sono pochi”. Sì, c’è una sproporzione tra l’enorme attesa e il piccolo numero di discepoli.
Questa notazione del Signore deve farci innanzitutto pensare quanto ciascuno sia indispensabile: nessuno è esentato dalla responsabilità della missione, non c’è qualche specialista o qualcuno più adatto e capace di me al quale lasciare il compito, e nessuno può ritenere di poter declinare l’invito di Gesù a lavorare perché ciascuno possa finalmente incontrare il Signore. Inoltre non si tratta di una semplice sproporzione numerica. Il problema sta più a fondo, è anche nella qualità dell’annuncio. Anche questa è una sfida che dobbiamo raccogliere. Per far fermentare la pasta, è indispensabile il lievito, ma ne basta una piccola quantità, se è un buon lievito. Ebbene, il problema sta tutto qui, nella qualità del lievito. In altra parte del Vangelo si legge: “Se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato?” (Mt 5, 13).
Settantadue discepoli erano per altrettanti popoli. Noi forse siamo pochi e certamente dobbiamo crescere anche nel numero. Ma anche se fossimo numerosissimi, senza vivere un’esistenza evangelica non basteremmo a compiere tutto quello di cui c’è bisogno. Insomma, il problema è che siamo un lievito poco vivace, un sale poco saporito, una luce poco vivida. Ecco perché attorno a noi si fa fatica spesso a percepire la presenza operante di Dio.
Questa è la preoccupazione che il Signore vuole comunicarci. Ma cosa vuol dire essere bravi operai? Il Signore lo suggerisce ai 72 inviati con brevi ma densi cenni.
Innanzitutto, Gesù, di fronte a una messe così grande, manda i discepoli due a due. Non era più logico mandarli uno a uno e raddoppiare così i luoghi di annuncio? Gregorio Magno scrive che Gesù mandò i discepoli due a due perché la prima predicazione fosse innanzitutto il loro amore vicendevole, e il Vangelo fosse annunciato innanzitutto dalla loro vita. Questo vuol dire essere lievito, sale e luce. “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 35). La comunione tra i fratelli è la prima grande predicazione.
Poi dobbiamo notare che Gesù guardando al mondo non dice: “Vi mando nel deserto arido e incolto”, ma “la messe è abbondante”. Cioè lo sguardo di Dio sa cogliere innanzitutto il bene che già è germogliato nelle persone e chiede ai suoi discepoli di valorizzarne il frutto, di raccoglierlo perché non vada perduto, calpestato e sprecato. Cioè attorno a noi dobbiamo saper cogliere i segni di un bene che Dio stesso ha seminato e coltivato, anche attraverso le generazioni che ci hanno preceduto, ma che ha bisogno di essere amato e preservato.
L’azione dei missionari poi si riassume in tre azioni che Gesù indica chiaramente: portare la pace, guarire i malati, annunciare che il Regno di Dio è vicino, cioè raggiungibile. Sì, i primi due passi contrastano con l’azione del male che divide e metter gli uni contro gli altri e fa andare in malora la vita, il terzo dona una prospettiva, una speranza e un traguardo verso cui incamminarsi, quel regno di Dio che non è un’utopia, ma qualcosa di realizzabile e alla portata di ciascuno.
Allora, la Gerusalemme che il Signore ci indica come meta del nostro cammino terreno, è la città ove tutti gli uomini, tutte le nazioni, tutti i popoli si ritroveranno raccolti come in una sola famiglia, quella che l’Apocalisse vede scendere dal cielo e abitata dagli uomini con Dio, ove il bene non è disprezzato o lasciato deperire. Per questo ci deve preoccupare la tendenza della nostra cultura ad enfatizzare l’identità individualista, personale o di gruppo, di nazione, di razza, che suscita sentimenti e atteggiamenti di contrapposizione e rivalità fino alla guerra, ma anche il dileggio per la generosità di qualcuno, accusato di ingenuità o di temerarietà, la volgarità con cui il bene è disprezzato.
Fratelli e sorelle, non è facile camminare come discepoli, tentati come siamo di fermarci in un angolo confortevole, ma abbiamo la forza che è la pace donata dal Signore e l’amore vicendevole che la manifesta. Sì, è vero, la nostra fede si manifesta come una “forza debole”, che sembra così vulnerabile e pronta a soccombere; è debole perché non ha né armi, né arroganza; eppure è a tal punto forte da spostare i cuori degli uomini pesanti a volte come montagne.

La conclusione del brano evangelico ce lo conferma: “I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: Signore anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome”. E Gesù risponde: “lo vedevo satana cadere dal cielo come la folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare”. C’è dunque un potere dato ai discepoli: quello di voler bene a Dio e agli uomini a ogni costo e sopra ogni cosa. Questa è l’unico grande e fortissimo potere del cristiano. Non esiste supremazia politica o culturale, non esiste potere economico o delle armi che possa incidere sulla vita del mondo tanto quanto il granellino di senape di fede che il Signore ci dona. 
 

Preghiere

O Signore Dio nostro, ti ringraziamo perché vieni nelle nostre vite a portare la novità del vangelo. Fa’ che sappiamo accoglierla con gratitudine, come la salvezza che il mondo attende,

Noi ti preghiamo


Aiutaci o Signore a non aver paura della novità del vangelo, a non preferire ciò che già conosciamo e che il mondo ci propone. Insegnaci ad avere fiducia in te che ci guidi verso un nuovo modo di vivere,

Noi ti preghiamo



Ti invochiamo o Dio del cielo, vieni e visita la nostra vita, perché ogni nostra azione sia guidata dal tuo Spirito e animata dal desiderio di realizzare il bene che tu hai preparato per le nostre vite.

Noi ti preghiamo


Ti preghiamo, o Signore, per tutti coloro che sono nel dolore: per i poveri, i malati, gli anziani, tutti coloro che sono vittima della guerra, della violenza e del disprezzo. Fa’ che i tuoi discepoli siano operatori di pace e costruttori di giustizia dove ce n’è più bisogno.

Noi ti preghiamo.


O Dio, aiutaci a vivere sempre il bene che ci proponi. Fa’ che incontrando ogni uomo e ogni donna sappiamo riconoscervi il fratello e la sorella che ci doni e per i quali continui a dare la vita come un Padre buono e pieno di misericordia. 

Noi ti preghiamo


Sostieni o Signore Gesù quanti lodano il tuo nome e invocano il tuo aiuto. Mostrati in ogni momento pastore buono delle nostre vite, maestro mite ed umile dei tuoi discepoli nel mondo.

Noi ti preghiamo