venerdì 6 novembre 2020

XXXII domenica del tempo ordinario - Anno A - 8 novembre 2020




Dal libro della Sapienza 6,12-16

La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca. Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano. Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta. Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni. Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.

Salmo 62 – Solo in Dio riposa l’anima mia

Solo in Dio riposa l’anima amia

Da lui viene la mia salvezza.

Lui solo è mia roccia e mia salvezza

Mia difesa: mai potrò vacillare.

 

Fino a quando vi scaglierete contro un uomo

Per abbatterlo tutti insieme

Come un muro cadente

Come un recinto che crolla.

 

Lui solo è mia roccia e mia salvezza,

mia difesa: non potrò vacillare.

In Dio è la mia salvezza e la mia gloria,

il mio riparo sicuro, il mio rifugio.

Dalla prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi 4,13-18

Non vogliamo poi lasciarvi nell'ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza. Noi crediamo infatti che Gesù è morto e risuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui. Questo vi diciamo sulla parola del Signore: noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore, non avremo alcun vantaggio su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell'arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nuvole, per andare incontro al Signore nell'aria, e così saremo sempre con il Signore. Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.

Alleluja alleluia, alleluia

Vegliate dunque fratelli miei

perché il Regno di Dio è vicino

Alleluja alleluia, alleluia

 

Dal vangelo di Matteo 25,1-13

Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell'olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene. Ora, mentre quelle andavano per comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.

 

Commento

 

Care sorelle e cari fratelli, il Vangelo appena ascoltato ci racconta le vicende di una festa di nozze e, a ben guardare, tutto il racconto si svolge attorno ad una porta. Davanti ad essa le dieci vergini attendono l’arrivo dello sposo, egli al suo arrivo la apre e accoglie le cinque presenti, e poi la lascia chiusa per le altre cinque che erano assenti.

Questa porta è centrale, è essa che dà accesso alla festa di nozze, cioè alla vita felice alla quale tutti noi aspiriamo. Essa, se si apre, permette di stare in compagnia dello sposo, cioè del Signore Gesù, ma se resta chiusa lo rende inaccessibile per quanto ci sforziamo di raggiungerlo e ci esclude dalla gioia della festa.

Mi sembra di poter dire che questa porta rappresenta la Parola di Dio. Essa infatti è il mezzo più diretto attraverso il quale siamo messi in comunicazione con Dio che parla a noi, ci si rivela, si fa incontrare a tu per tu, personalmente. Ma, proprio come una porta, essa può avere una doppia valenza: permettere l’ingresso o precluderlo. Per comprendere meglio come la Parola di Dio “funziona” come porta d’accesso a Dio seguiamo il racconto della parabola del Vangelo di Matteo.

Innanzitutto le dieci vergini passano molto tempo davanti alla porta. È un tempo di attesa non passiva che rappresenta bene il necessario lavorìo attorno alla Scrittura. C’è bisogno di conoscerla: leggerla, ricordarla, comprenderla. Come tutti i testi scritti rispecchiano il mondo, l’epoca, la mentalità di quando sono stati composti. Per questo vanno approfonditi con un tempo di lavoro che ci permette la familiarità con essi.

Ma la parabola ci presenta un altro elemento decisivo: le lampade che illuminano il cammino. Per giungere alla porta e per restare accanto ad essa c’è bisogno di lampade e, soprattutto, di olio che le alimenti. E questo olio è la Sapienza, della quale ci parla approfonditamente la prima lettura, che è l’impegno a far diventare quella Parola, incontrata nell’ascolto e nello sforzo di comprenderla meglio, vita vissuta. Il sapiente infatti, per la Scrittura, è innanzitutto chi fa del messaggio contenuto in essa il nutrimento del suo pensare, scegliere e agire quotidiano. Sapienza è questa sintesi fra quello che la Parola vuole comunicarci e il nostro vissuto. È essa che illumina la strada, ci fa vedere il volto dei fratelli e delle sorelle con chiarezza, ci fa riconoscere il volto di Dio e ci rende da lui riconoscibili, come avviene con lo sposo della parabola.

Tutte e dieci le vergini hanno l’olio nella lampada e tutte e dieci illuminano il loro cammino nel buio della notte e giungono alla porta della festa per l’incontro con Dio. Ma ad alcune finisce presto, ad altre l’olio dura perché ne hanno una scorta sufficiente.

Questo ci dice che non basta un entusiasmo iniziale, quello che al primo approccio ci fa pensare: “Veramente questa Parola è bella, piena di fascino e ricca di significato!” C’è bisogno che questo entusiasmo e stupore iniziale continui a essere illuminato con l’impegno a viverlo, anche quando ci si fanno incontro ostacoli e dubbi, la stanchezza e la delusione. C’è bisogno di “una scorta” di impegno a vivere la Parola con Sapienza anche quando questo sembra troppo difficile o inutile o addirittura controproducente, quando le nostre forze vengono meno e siamo confusi, quando la porta tarda ad aprirsi.

È allora, con un supplemento di luce che non viene meno anche nel buio fitto che ci circonda, che la porta si spalanca e giungiamo veramente in compagnia del Signore.

Fratelli e sorelle, questo secondo tempo di pandemia è come una notte buia che ci avvolge e confonde. Anche però nel buio del tempo presente possiamo procedere senza rischiare di cadere in terreni pericolosi e scivolosi, se abbiamo una lampada che ci fa luce. Non serve maledire o inveire contro il destino o contro qualcuno, serve andare avanti con una luce che illumini per non cadere nella disperazione. Questa luce è la Sapienza, cioè lo sforzo quotidiano di mettere la Scrittura in pratica, anche quando è difficile. E in questo tempo la Parola ci indica la strada di una partecipazione alle difficoltà degli altri, di una vicinanza, di una solidarietà ed empatia con chi sta peggio che all’inizio, a marzo-aprile, avevamo imparato a vivere ma che oggi sembra essere inacidita in un rabbioso prendersela con tutti. Se perseveriamo ad illuminare il mondo e noi stessi con la luce della Sapienza la porta della parola di Dio ci farà entrare in un rapporto stretto col Signore. La sua compagnia guarisce dalle ferite di una conflittualità esasperata e inconcludente che oggi sembra prevalere nel clima delle nostre giornate, dal buio della disperazione, dal ripiegamento depresso su se stessi, dal senso di impotenza triste. La festa dell’amore di Dio ci rende capaci di vincere il buio e di diffondere attorno a noi il calore di una presenza che continua a dare senso a una vita che non sia una sterile introversione del pensare a se stessi e basta.

Cari fratelli e care sorelle conserviamo in queste giornate che ci attendono, difficili e piene di ostacoli, la luce accesa che è vivere col Signore, in compagnia della sua Parola che ci accompagna a vivere con la pace nel cuore.

 


 

Preghiere 

 

O Signore ti ringraziamo perché ogni domenica ci doni parole buone che scaldano la nostra vita. Aiutaci a conservarle con cura nel nostro cuore e a viverle perché illuminino sempre il nostro cammino,

Noi ti preghiamo

 

 

Fa’ o Padre buono che non seguiamo i maestri di questo mondo che insegnano a farsi strada con furbizia e a discapito degli altri, ma ascoltando la tua Parola apprendiamo la sapienza del Vangelo,

Noi ti preghiamo

 


Guida o Signore tutti coloro che sono disorientati. Illumina i loro passi perché giungano a conoscerti e seguirti,

Noi ti preghiamo

 

 

Concedi anche o noi o Padre misericordioso di partecipare alla festa della vita del Vangelo. Fa’ che seguendo il tuo esempio sappiamo camminare sempre sulla via della giustizia e del bene,

Noi ti preghiamo

 

 

Insegnaci o Signore Gesù a riconoscere nel volto di chi abbiamo accanto il fratello e la sorella da amare, perché tu per primo li hai amati e ce li doni,

Noi ti preghiamo

 

 

Accogli nel tuo amore, o Signore, tutti coloro che sono morti. Fa’ che riuniti nel tuo regno possiamo un giorno con loro godere della gioia della tua presenza,

Noi ti preghiamo.

 

 

Sostieni o Padre del cielo tutti coloro che in questo tempo di pandemia soffrono e sono nel bisogno. Aiutali a superare le difficoltà e a mantenere viva la speranza in un futuro migliore,

Noi ti preghiamo

 

 

Guida e sostieni o Signore chi annuncia il Vangelo in situazioni difficili, proteggili dal pericolo e benedici i loro sforzi,

Noi ti preghiamo

lunedì 2 novembre 2020

Commemorazione dei defunti - 2 novembre 2020

 


Dal libro di Giobbe 19,1.23-27a

Rispondendo Giobbe prese a dire: «Oh, se le mie parole si scrivessero, se si fissassero in un libro, fossero impresse con stilo di ferro e con piombo, per sempre s’incidessero sulla roccia! Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro».

 

Salmo 26 - Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi.

Il Signore è mia luce e mia salvezza:
di chi avrò timore?
Il Signore è difesa della mia vita:
di chi avrò paura?

Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: +
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per contemplare la bellezza del Signore
e ammirare il suo santuario.

Ascolta, Signore, la mia voce.
Io grido: abbi pietà di me, rispondimi!
Il tuo volto, Signore, io cerco.
Non nascondermi il tuo volto.

Sono certo di contemplare la bontà del Signore
nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte,
si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5,5-11

Fratelli, la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Chiunque vede il Figlio e crede in lui

avrà la vita eterna;

Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Giovanni 6,37-40

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».


Commento

Cari fratelli e care sorelle, oggi facciamo memoria dei defunti. È un’occasione che ogni anno ci viene offerta per pregare per i nostri cari che ricordiamo con affetto, ma anche tutti quelli che nessuno ricorda, che sono scomparsi nell’anonimato e che solo Dio nel suo amore fedele ricorda e accoglie con amore. Ma questa ricorrenza è anche l’occasione per soffermarci, almeno una volta l’anno, su una realtà, quella della morte e di cosa ci attende dopo di essa, che in genere rifuggiamo perché ci turba. I brani della Scrittura che oggi abbiamo ascoltato ci aiutano a orizzontarci su di un tema così importante.

Ieri, nella celebrazione della festa di tutti i santi, abbiamo celebrato quelli che hanno vissuto e vivono anche oggi ora nella compagnia di Dio, cioè in una dimensione in cui non esistono quelle mezze misure nelle quali noi siamo abituati a vivere. Noi infatti per lo più cerchiamo sempre di barcamenarsi fra le difficoltà del vivere quotidiano accontentandoci di un compromesso onorevole fra le esigenze del bene e la difficoltà a realizzarlo, fra i pericoli del male, ma il fascino che egli esercita con le sue illusioni. Ma se tutto questo in qualche modo ci è possibile qui nella nostra vita terrena, la dimensione che ci attende e nella quale già si trovano coloro che sono defunti è la realtà della chiarezza e della decisione: o bianco o nero, o bene o male, o salvezza o perdizione. Non esiste un bene che è anche un po’ male o un male che si stempera nel bene. Non a caso in tutte le grandi tradizioni religiose non c’è via di mezzo: o inferno o paradiso.

Davanti a questa radicalità siamo tentati di evitare in tutti i modi di farci interrogare da quella dimensione così diversa dalla nostra e che non permette compromessi di comodo. La scelta della Chiesa di farci fermare, almeno una volta l’anno, sulla realtà di quanti sono già entrati nella vita alla presenza di Dio ci aiuta a non fuggire, ma a farci loro vicini, non solo nella preghiera e nel ricordo affettuoso, ma anche come loro compagni nella riflessione sul senso della vita che la Scrittura ci propone.

Sì, è necessario farci illuminare oggi da una luce di chiarezza: l’assenza di compromesso fra bene e male che caratterizza la vita dopo la morte, per poter scegliere con decisione di vivere il bene, come il Vangelo ci invita.

È la scelta che fa’ il profeta Giobbe con quelle sue parole così decise: “vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro”. Questa certezza, affermata in modo deciso, è maturata da Giobbe dopo che è stato messo alla prova assai duramente, da lutti, malattie e abbandoni. Tutto questo dovrebbe logicamente spingere Giobbe a ridimensionare la sua fiducia in Dio e nella possibilità di vivere il bene, e a rassegnarsi alla forza invincibile del male con la quale bisogna scendere a patti. È la tentazione che ogni persona sperimenta. Ma Giobbe sceglie invece per la certezza della presenza di Dio nella sua vita, al cui cospetto egli si mette per fare proprio il suo giudizio e la sua logica, così diversa da quella normale, nella quale ripone una cieca fiducia.

Il primo elemento dunque che questa nostra memoria dei defunti ci pone davanti è la necessità di maturare, come Giobbe, una fiducia in Dio che non abbandona né dimentica nessuno, ma vuole preservarlo per l’incontro ultimo con sé.

San Paolo nel brano della lettera ai Romani prosegue sulla stessa strada di Giobbe, e va oltre. L’Apostolo aggiunge che la certezza con cui, assieme a Giobbe, possiamo affidarci a Dio non è tanto uno sforzo di volontà dell’uomo, ma è il risultato di un amore così grande che non si è curato che fosse da noi ricambiato o meritato, ma si è donato senza aspettarsi nulla in cambio. Egli scrive: “Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.” È questo eccesso di amore che ci trascina a confidare in lui. Un amore così gratuito non ha limiti, nemmeno quello della morte. Dio non accetta compromessi e non delude mai perché è fedele fino alla fine. Cristo con la sua vita e morte ci ha dimostrato che è possibile scegliere per il bene, fino a farne l’unico scopo della propria esistenza, anche a rischio di morirne. Questo è il secondo elemento: possiamo fidarci di Dio perché lui ci ama per primo e senza condizioni, e la sua fedeltà è senza limiti.

Infine l’evangelista Giovanni ci riporta alcune parole di Gesù dalle quali possiamo trarre, ancora una volta, il fondamento per una fiducia e una speranza serene. Gesù infatti ci spiega che non sarà la decisione dell’uomo, la sua forza di volontà, le sue capacità o la sua integrità a salvarlo, ma la volontà di Dio di restare fedele all’uomo, nonostante tutto e contro ogni evidenza, pur di salvarlo: “E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno.” Unica condizione che ci è posta è quella di non rifiutare questa volontà e lasciarci da lei attrarre verso il bene.

Tutte queste motivazioni ci rafforzano nella scelta di vivere fin da subito la compagnia del Signore, facendo nostro il suo modo di vedere la realtà e di agire: cogliendo cioè come sotto l’apparente confusione e indeterminatezza che lascia libero l’uomo nei suoi mille compromessi fra bene e male in realtà vi sia la vera dimensione del vivere come lotta perché il bene si affermi, e con esso la pienezza della vita nostra e di chi ci sta accanto.

 

  

Preghiere 

 

Ti preghiamo o Signore per tutti i nostri cari, amici e familiari i cui nomi ti presentiamo. Accoglili nella tua infinita bontà e misericordia, perché possano godere della gioia eterna,

Noi ti preghiamo

 

Ti ricordiamo, o Padre di tutte le persone defunte che non sono ricordate da nessuno. Perché la solitudine e l’abbandono sperimentato in vita vengano riempiti dal tuo amore che non dimentica nessuno,

Noi ti preghiamo

 


 

Ti preghiamo o Dio, vinci la forza del male che semina odio e divisione sulla terra. Fa’ che decidiamo di seguire sempre il tuo volere e di scegliere in ogni occasione per il bene che abbiamo la possibilità di compiere,

Noi ti preghiamo

 

 

Sostienici o Signore nel nostro cammino, fra gli ostacoli e le tentazioni del vivere quotidiano. Fa’ che la luce del Vangelo ci illumini sempre nelle nostre scelte,

Noi ti preghiamo

 


Proteggi e consola o Padre del cielo tutti i poveri che vivono con durezza la loro vita. Per chi è senza casa, senza lavoro, per chi è colpito dalla malattia, per gli anziani, per chi è vittima dell’ingiustizia,

Noi ti preghiamo

 

 

Libera, o Padre onnipotente, il mondo dalla piaga della guerra. Dona pace e salvezza a quanti oggi soffrono e muoiono per la violenza,

Noi ti preghiamo.

 

 


Proteggi o Dio la tua Chiesa da ogni male. Guidala nel suo cammino perché sia sempre e ovunque annunciatrice audace del vangelo e porto sicuro per chi cerca salvezza dal male,

Noi ti preghiamo

 

 

Accompagna, o Signore, il papa Francesco nel suo impegno di padre e pastore del tuo gregge. Fa’ che la franchezza delle sue parole e l’autenticità della sua testimonianza siano una luce che guidi i passi di tutti i credenti,

Noi ti preghiamo

 

sabato 31 ottobre 2020

Festa di Ognissanti - 1 novembre 2020

 


don Roberto Malgesini cura il piede di un povero per strada

 

Dal libro dell'Apocalisse di san Giovanni apostolo 7,2-4.9-14

Io, Giovanni, vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio». E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele. Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello». E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen». Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello».

 

Salmo 23 - Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Signore.

Del Signore è la terra e quanto contiene:
il mondo, con i suoi abitanti.
È lui che l’ha fondato sui mari
e sui fiumi l’ha stabilito.

Chi potrà salire il monte del Signore?
Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro,
chi non si rivolge agli idoli.

Egli otterrà benedizione dal Signore,
giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca,
che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo 3,1-3

Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Venite a me, voi tutti affaticati e oppressi,
e io vi darò ristoro.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Matteo 5,1-12a

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, un’antica tradizione ebraica afferma che l’esistenza del mondo è legata alla presenza sulla terra di 36 giusti in ogni generazione, i quali “accolgono la Shekhinah” cioè la Presenza Divina che si abbassa fino ad essere alla portata degli uomini (Trattato Sanhedrin 97b; Trattato Sukkah (Talmud) 45b). La loro presenza permette il fatto che l’umanità possa ancora esistere e non venga annientata, o piuttosto, non si autoannienti. Questi giusti, anonimi e sconosciuti, sostengono il peso di un mondo così carico di dolore e ingiustizia, come l’inizio della prima lettura dal libro dell’apocalisse oggi descrive bene: “un angelo, con il sigillo del Dio vivente … gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio».”

La tradizione ebraica in qualche modo rievoca quando raccontato nella Genesi, quando l’angelo del Signore, in un dialogo serrato con Abramo, contratta con lui le condizioni per accettare che la città di Sodoma scampi alla distruzione meritata per il dilagare in essa della violenza: “se vi si troverà in essa 50, poi 45, 30 e infine 10 giusti?” implora Abramo in un crescendo.

Questa è la realtà anche oggi

Tanti segni ci fanno pensare che il nostro mondo è governato da forze autodistruttive che ne pregiudicano sempre più l’esistenza. Basti pensare al degrado dell’ambiente naturale che rischia sempre più, se non lo è già, di trovarsi in una condizione di irreversibile dissolvimento. Delicati equilibri sono stati rotti ma, quello che preoccupa di più, niente sembra convincere l’umanità del fatto che o essi vengono ristabiliti al più presto o sarà seriamente compromessa l’esistenza stessa dell’umanità sulla terra.

Oppure si pensi al fatto che nel periodo della prima pandemia, nei mesi di marzo - giugno scorsi, abbiamo assistito ad un aumento della ricchezza concentrata nelle mani dei pochissimi più facoltosi della terra e ad un conseguente impoverimento della parte già in sofferenza dell’umanità.

Come potremo chiamare tutto ciò se non un processo autodistruttivo dell’umanità?

La festa di oggi viene a dirci che esiste un argine possibile a questo processo che è la presenza di persone le quali, animate da una forza di segno contrario, sono in grado di accogliere la presenza di Dio fra gli uomini, di riattualizzare la Shekinà, e di dargli un posto sulla terra. Essi sono i santi. È la loro forza di cura del mondo e dell’umanità che ci permette di resistere agli assalti della foga autodistruttiva e di scorgere una speranza possibile per il nostro futuro.

Come per i 36 giusti della tradizione ebraica, questi santi del nostro tempo sono anonimi, cioè operano senza clamore né bisogno di megafoni, eppure la loro azione è decisiva e grandiosa, di portata cosmica. Questo fatto ha significati profondi: il primo è che la santità è una via possibile per tutti, non solo per pochi eroi eccezionali: ognuno può essere un argine alla forza autodistruttiva del male riaffermando le ragioni del bene lì dove egli si trova, sfidato a farsene carico. Il secondo significato è il fatto che è il bene ad essere “normale” e non una virtuosa eccezione. L’accettazione della “normalità” del male come dimensione naturale del vivere umano porta a pensare al bene come qualcosa che esula dalle possibilità ordinarie, isolandolo, appunto, nel caso straordinario. Questo giustifica la partecipazione di ciascuno all’opera del male e lo solleva dalla responsabilità di contrastarla.

A conferma di quanto detto vorrei proporvi la testimonianza di un santo dei nostri giorni, recentemente scomparso, don Roberto Malgesini. Un uomo mite e umile, che aveva come unico scopo del suo agire la lotta contro la normalità del male che si manifestava nella vita dei poveri senza casa della sua città di Como. Egli aveva scelto la via dell’azione concreta senza clamore: portare da mangiare, coperte, calore umano, sostegno ed amicizia, aiuto a fare le pratiche burocratiche e tutto quello che poteva essere utile ad alleviale la durezza della condizione dei suoi amici di strada. Per questo era stato multato dall’amministrazione comunale: perché favoriva con la sua azione quanti dovevano scomparire dalle strade. Don Roberto agiva senza far rumore, perché il suo scopo era che del suo impegno se ne accorgesse chi beneficiava, anche se tutti potevano vederlo e riconoscerlo, essendo sempre per strada e lavorando in pubblico e non certo di nascosto. L’azione di don Roberto cercava di ritessere un tessuto umano lacerato, attraverso i cui strappi tanti cadevano nell’abisso della povertà e della disperazione. Così facendo rendeva dinuovo umano il volto di una città che rischiava di perderne i tratti, all’inseguimento di modelli di efficienza e decoro che non lasciano scampo a chi è debole e non ce la fa più a restare a galla, affondando nella vergogna dell’”indecorosità”.

Di don Roberto non esistono interviste, filmati, conferenze, scritti, solo il laborioso affaccendarsi di mani pronte a distribuire aiuti, a stringere mani, a sostenere, ad accarezzare, a difendere.

Oggi festeggiando tutti i santi ci chiediamo: può esistere ancora a lungo il mondo senza uomini come don Roberto, giusti, umani, argine al dilagare scomposto del male autodistruttivo? Quanto ancora riusciremo ad andare avanti senza sbranarci l’uno con l’altro se non ci fosse il richiamo muto ma potente di persone che non cedono al male come la normalità del proprio vivere?

Cari fratelli e care sorelle, oggi ricordando tutti i santi non ricordiamo immagini oleografiche e distanti o eroi ineguagliabili, ma la vita di chi ha deciso che è il bene ad essere la normalità e che non si può continuare a distruggere se stessi, gli altri, il mondo e la natura tollerando che tutte le energie autodistruttive, dalla più banale dell’antipatia e dell’arroganza a quella più eclatante della guerra e del terrorismo, corrodano l’umanità e la umilino fino a rendervi irriconoscibile l’immagine che Dio ha voluto imprimervi, la sua. Preghiamo allora oggi perché ciascuno accolga la presenza di Dio fra gli uomini che trova nella generosità altruistica il marchio che gli angeli imprimono a salvezza di quanti, amati dal Padre, se ne fanno portavoce e testimoni.  

Preghiere 

 

Aiutaci o Dio, Signore nostro, ad aprire gli occhi sul destino di bene che tu desideri per l’umanità intera, affinché impariamo a non sfuggire la decisione di farcene fattivi collaboratori,

Noi ti preghiamo

 

 

Sostieni i nostri passi nelle difficoltà della vita, perché, come fanno i Santi in ogni tempo, sappiamo lottare contro il male e tenere viva la speranza fiduciosa nella forza del bene che in Te prevale,

Noi ti preghiamo

 


Perdona o Dio onnipotente tutti coloro che macchiano la propria vita con i compromessi con il male e l’orgoglio del volersi salvare da sé, fa’ che sappiamo essere discepoli tuoi, o maestro di mitezza e di misericordia,

Noi ti preghiamo

 

 

Ti preghiamo o Padre per tutti coloro che con fatica e impegno lavano la propria vita nel sangue del dolore dei fratelli e delle sorelle. Benedici la loro tribolazione perché produca frutti di bene per tutta l’umanità,

Noi ti preghiamo

 


Insegnaci o Signore Gesù a riconoscerti Signore e Salvatore della nostra vita, perché anche noi, accostandoci al trono della tua croce, impariamo la beatitudine dell’amore per gli altri,

Noi ti preghiamo

 

 

Dona o Dio pace al mondo intero, guarisci le piaghe della violenza e argina la corrente di odio che sovrasta i popoli e le nazioni. Rendi ciascuno di noi un operatore di riconciliazione e un costruttore di pace vera,

Noi ti preghiamo.

 

 

Ascolta o Dio il grido del povero, in modo particolare ti invochiamo per chi è malato e senza casa, per chi è umiliato dall’ingiustizia e schiacciato dal dolore. Dona a tutti guarigione e salvezza,

Noi ti preghiamo

 

 

Benedici e proteggi o Padre misericordioso tutti coloro che annunciano e testimoniano il tuo Vangelo. Rafforza il nostro papa Francesco, perché le sue parole entrino nei cuori e guidino i passi di chi è stanco e affaticato,

Noi ti preghiamo

sabato 24 ottobre 2020

XXX domenica del tempo ordinario - Anno A - 25 ottobre 2020

 


Dal libro dell’Esodo 22,20-26

Così dice il Signore: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io darò ascolto al suo grido, la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani. Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse. Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso».

 

Salmo 17 - Ti amo, Signore, mia forza.
Ti amo, Signore, mia forza, +
Signore, mia roccia,
mia fortezza, mio liberatore.

Mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio;
mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo.
Invoco il Signore, degno di lode,
e sarò salvato dai miei nemici.

Viva il Signore e benedetta la mia roccia,
sia esaltato il Dio della mia salvezza.
Egli concede al suo re grandi vittorie,
si mostra fedele al suo consacrato. 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi 1,5c-10

Fratelli, ben sapete come ci siamo comportati in mezzo a voi per il vostro bene. E voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo, così da diventare modello per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia. Infatti per mezzo vostro la parola del Signore risuona non soltanto in Macedonia e in Acaia, ma la vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne. Sono essi infatti a raccontare come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore,
e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Matteo 22,34-40

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

 

Commento

Il Vangelo ascoltato ci presenta una scena frequente: Gesù che viene interrogato da uomini religiosi. Lo abbiamo già visto domenica scorsa, e anche questa volta l’evangelista Matteo sottolinea che vogliono “mettere alla prova” Gesù. Cioè vogliono vedere come se la cava messo davanti ad una difficoltà. Il loro atteggiamento cioè non è discepolare, non si fidano di Gesù, perché pensano di sapere già e di non aver bisogno di imparare da lui. È la grande differenza fra un uomo comune e un discepolo. Spesso anche noi crediamo di saperla lunga, abbastanza per saper vivere e pensiamo che non sarà certo Gesù a mettere in discussione i nostri pensieri. Quanta distanza ci separa da Maria che stava ai piedi di Gesù ad ascoltare, per imparare la vita. Quell’occasione era troppo importante per distrarsi con altre occupazioni, anche quelle utili e importanti, e Gesù conferma che è lei ad aver scelto la “parte migliore”, ciò che conta di più: imparare da Gesù. Interroghiamoci fratelli e sorelle se anche noi davanti a Gesù lo “mettiamo alla prova”, cioè studiamo come il vangelo sia troppo lontano dalle abitudini nostre e di tutti e pertanto non lo si può vivere integralmente, o invece mettiamo da parte quello che sappiamo già e ci disponiamo ad imparare tutto da lui.

Questa volta i farisei mettono alla prova Gesù interrogandolo su quale sia la norma più importante della Legge. Si intuisce la loro mentalità di spezzettare la Scrittura in leggi, prescrizioni, norme, tradizioni, culti, preghiere, una specie di armamentario sacro, catalogato e tenuto in buon ordine. È chiaro che così è più facile trasformare la fede in una dottrina da conoscere più che da vivere.

Gesù non si sottrae alla domanda, ma stravolge il fine per il quale era stata posta. Essa voleva limitarsi alla conoscenza delle leggi, Gesù invece pone in primo piano la necessità di viverla, per poterla comprendere e spiegare. La chiarezza della dottrina per Gesù non viene cioè dalla conoscenza teorica, dallo studio astratto, ma dall’esperienza che ne verifica la verità nella vita e la fa risplendere nella sua bellezza concreta. È quello che fa papa Francesco; tante volte lo accusano di essere “debole” teologicamente perché non è professore, non scrive libri di dottrina, ma la sua comunicazione del Vangelo fa trasparire una conoscenza diretta, personale, concreta del “modo di vedere di Dio” che è il contenuto della teologia. Non fa lezioni, ma insegna a vivere secondo il Vangelo.

Torniamo alla domanda rivolta a Gesù: “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”

Nella tradizione biblica era chiaro quale fosse il primo precetto della Legge. Nel libro del Deuteronomio lo si dice chiaramente: “Ascolta, o Israele: il Signore è nostro Dio, il Signore è solo uno. Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore” (Dt 6, 4-5). Come pure era noto il precetto di amare il prossimo, come ci ha ricordato la prima lettura dal libro dell’Esodo: “Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, ….  Non maltratterai la vedova o l'orfano” ecc… Quella domanda del fariseo allora aveva già una risposta, la dottrina era chiara.

Gesù però riesce a dare una risposta che è nuova, perché non spezzetta la Scrittura in tante norme da seguire, ma anzi la unifica facendone, appunto, un’unica esperienza vissuta. Con la sua risposta fonde l’amore dell’uomo per Dio e per i fratelli in un unico grande primato, quello del voler bene all’altro. La vita cristiana ci insegna infatti che non c’è amore per gli uomini se non si ama Dio e, allo stesso tempo, per poter amare Dio non si può non voler bene agli uomini. Ricordiamo quanto ci racconta la Scrittura circa Babele: in quella città gli uomini si erano impegnati in un gigantesco sforzo. Ma, perso il contatto con Dio a causa del loro orgoglio, ognuno ha perso anche la capacità di incontrare gli altri uomini, fino all’incomprensione totale. Babele è il luogo dell’incontro mancato, sia con Dio che con gli uomini e sembra un po’ anche il ritratto del nostro mondo attuale, dove l’egoismo e la durezza di cuore rendono difficile l’incontro sia con Dio che con gli altri.

Gesù torna a dirci che la strada per arrivare a Dio incrocia necessariamente quella che porta agli uomini. È, si può dire, il senso ultimo dell’incarnazione: non possiamo amare Dio che ci si fa vicino in Gesù, se non amiamo in lui anche l’uomo che egli fu. Ed è così frequente dimenticarlo! A volte preferiamo separare in Gesù l’uomo da Dio, come a farne un superuomo totalmente diverso da noi, tanto che si ritiene impossibile imitarlo e seguirne l’esempio.

Invece amando Gesù tutto intero, come Dio e come uomo, impariamo ad amare il fratello e la sorella e a scoprire in essi l’immagine stessa di Dio. Soprattutto chinarci sui deboli e i poveri, dei quali Gesù afferma in modo così speciale la somiglianza con lui: “tutto quello che avete fatto ad uno di questi piccoli lo avete fatto a me”.

Cari fratelli e care sorelle, accogliamo dunque l’invito di Gesù a farci suoi discepoli, ad imparare cioè da lui non la dottrina, ma a vivere come lui. Sì, perché aprire la porta del nostro cuore al fratello e amarlo ci apre la porta del cielo e ci fa incontrare in Dio quel padre misericordioso e benigno che ci ama e ci salva.

 

Preghiere 

 

O Dio che ci hai amato per primo, e ci accompagni fin dal seno di nostra madre nel cammino della vita, fa’ che ricambiamo il tuo affetto amando te e i fratelli,

Noi ti preghiamo

 

 

O Dio fa’ che impariamo a vivere il Vangelo testimoniando a tutti che è la via che porta alle felicità. Rendici discepoli attenti e pronti a mettere in pratica le tue parole,

Noi ti preghiamo

  

O Signore misericordioso, perdona la divisione che troppo spesso ci isola da tutti. Facci scoprire la bellezza di un amore che ci apre alla fraternità e ci fa incontrare in te il nostro Padre comune.

Noi ti preghiamo

 

 

O Signore Gesù salva quanti in questo tempo sono nel pericolo a causa della guerra e della violenza, dona pace ai paesi sconvolti dai conflitti,

Noi ti preghiamo

 


Proteggi o Dio quanti sono nel bisogno e insegnaci ad amarli come fratelli e sorelle, perché riconosciamo nel loro volto quello di Gesù umiliato e sofferente,

Noi ti preghiamo

 

 

 

Rafforza o Padre del cielo le mani di quanti operano per la pace fra gli uomini e vivono la solidarietà con quanti sono nel bisogno. Perché la loro opera provochi tanti a farsi operatori di bene,

Noi ti preghiamo.

 

 

Ti invochiamo o Dio, guida e proteggi papa Francesco da ogni male. Sostienilo nel compito di essere pastore e testimone del Vangelo, donagli parole che scaldino i cuori all’amore per te e per il prossimo,

Noi ti preghiamo

 

 

Proteggi o Dio la tua Chiesa ovunque diffusa nel mondo. Soprattutto dove i discepoli di Cristo sono perseguitati e dove la violenza li costringe alla fuga,

Noi ti preghiamo

sabato 17 ottobre 2020

XXIX domenica del tempo ordinario - Anno A -18 ottobre 2020



Dal libro del profeta Isaia 45,1.4-6

Dice il Signore del suo eletto, di Ciro: «Io l’ho preso per la destra, per abbattere davanti a lui le nazioni, per sciogliere le cinture ai fianchi dei re, per aprire davanti a lui i battenti delle porte e nessun portone rimarrà chiuso. Per amore di Giacobbe, mio servo, e d’Israele, mio eletto, io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca. Io sono il Signore e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è dio; ti renderò pronto all’azione, anche se tu non mi conosci, perché sappiano dall’oriente e dall’occidente che non c’è nulla fuori di me. Io sono il Signore, non ce n’è altri».

 

Salmo 95 - Grande è il Signore e degno di ogni lode.

Cantate al Signore un canto nuovo,
cantate al Signore, uomini di tutta la terra.
In mezzo alle genti narrate la sua gloria,
a tutti i popoli dite le sue meraviglie.

Grande è il Signore e degno di ogni lode,
terribile sopra tutti gli dèi.
Tutti gli dèi dei popoli sono un nulla,
il Signore invece ha fatto i cieli.

Date al Signore, o famiglie dei popoli,
date al Signore gloria e potenza,
date al Signore la gloria del suo nome.
Portate offerte ed entrate nei suoi atri.

Prostratevi al Signore nel suo atrio santo.
Tremi davanti a lui tutta la terra.
Dite tra le genti: «Il Signore regna!».
Egli giudica i popoli con rettitudine.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi 1,1-5b

Paolo e Silvano e Timoteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: a voi, grazia e pace. Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro.  Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui. Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Risplendete come astri nel mondo,
tenendo alta la parola di vita.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Matteo 22,15-21

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?» Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, il Vangelo che abbiamo appena ascoltato ci mostra Gesù che insegna a Gerusalemme, mentre le autorità religiose non nascondono il loro fastidio per quell’uomo che pretendeva di avere un modo nuovo di insegnare la fede antica di Israele, diverso dal loro.

Alcune di quelle persone colte e autorevoli contestano Gesù cercando di coglierlo in contraddizione su di un tema spinoso, quello del tributo imposto dagli odiati romani, i potenti colonizzatori di quei tempi. Ogni possibile risposta conteneva un tranello: se avesse detto che non bisognava dare il tributo si sarebbe proposto come un rivoluzionario che istigava alla ribellione contro la legge; se invece diceva che era giusto darlo avrebbe offeso il desiderio di libertà dei giudei. Dare una risposta era veramente difficile.

In fondo quante volte anche noi ci sentiamo stretti fra scelte opposte e inconciliabili? È giusto fare qualcosa per gli altri, ma ci sono le responsabilità nei confronti dei miei. È giusto essere generosi, ma bisogna anche essere prudenti e limitarsi. Sappiamo cioè che bisognerebbe agire in un certo modo, ma motivi altrettanto seri ci consigliano di non farlo. È l’eterno dilemma che conduce alla conclusione che il Vangelo non lo si può vivere a pieno, che è qualcosa di impossibile da realizzare nella vita concreta, che bisogna accontentarsi di compromessi e aggiustamenti.

Gesù davanti al dilemma che gli viene proposto risponde non con un compromesso equilibrato che non scontenti nessuno, piuttosto, parte dalla constatazione che l’immagine che è impressa sulla moneta è quella di Cesare, simbolo del potere in quel tempo, e conclude che non vale la pena competere con il potere di questo mondo in ciò che lui stesso ha inventato per rafforzare il proprio dominio. La moneta, infatti, altro non è che un dischetto di metallo, oggi addirittura un pezzo di carta, che diventa uno straordinario strumento di potere perché ha impressa un’effigie. Attraverso di essa si esercitano il dominio, il possesso, l’asservimento, lo sfruttamento delle cose e delle persone. Grazie ad essa l’uomo ha la pretesa di affermare che tutto ha un prezzo, e che la vita è un mercato nel quale tutto si può comprare o vendere per guadagnare. Perciò Gesù dice che non vale la pena mettersi in concorrenza con questo potere di compravendita e passare la vita a cercare di contenderselo: lasciate a chi crede che la felicità sia in questo potere, cioè a Cesare, la falsa soddisfazione di esercitarlo mercanteggiando.

Aggiunge poi di rendere invece “a Dio quel che è di Dio.” Ma se ci è abbastanza chiaro cosa appartiene al regno di questo mondo, al potere dei “Cesare” di ogni tempo, che cosa è di Dio?

Nel sentire moderno tutto è dell’uomo: i suoi pensieri, le sue azioni, i suoi beni, le sue doti, le sue conquiste, le sue opere, ecc… possediamo le spiegazioni, i meccanismi, i processi con cui tutto si realizza, dal pensiero ai sentimenti, ai fenomeni naturali semplici e complessi, alle funzioni organiche. Possediamo persino i processi vitali, dato che la tecnologia li sta sempre più efficacemente controllando e surrogando. Tutto è in nostro possesso perché è sotto il nostro controllo, in nostro potere! Cosa resta di Dio?

Il libro della Genesi con le sue immagini semplici e chiare pone le basi di una diversa visione del mondo e dell’uomo. Nel suo racconto l’uomo e tutto quello che ha a sua disposizione non è propria opera o possesso, ma è una creazione di Dio che gli viene gratuitamente affidata in custodia. Dio ha impresso sul creato la propria immagine, come Cesare ha fatto sul denaro. L’immagine di Dio impressa sulla natura che egli ha creato è la bellezza, l’armonia, la bontà, e, dopo averla fatta esistere, Dio ce l’ha offerta. Attraverso questo dono Dio dimostra che non vuole esercitare un possesso geloso ma il potere generoso dell’amore gratuito.

Per questo niente della nostra vita e del creato è un possesso di cui l’uomo possa vantarsi di essere padrone assoluto, nemmeno i beni acquisiti, insegna la dottrina cattolica, perché tutto ha impresso l’immagine di Dio e l’uomo ne è solo il custode e l’amministratore per il bene di tutti. La vita di nessuno si compra e si vende, neppure con la somma più grande del mondo. Su di essa esercitiamo un potere relativo, è a nostra disposizione, possiamo usarla per il nostro bene comune, ma non la possediamo.

È quello che papa Fracesco spiega bene nella sua lettera enciclica “Laudato si’” chiamando il creato e l’uomo che vi abita “la nostra casa comune” in cui abitare con rispetto per trasmetterla alle generazioni future.

L’unica cosa che possiamo fare della nostra vita è donarla. Per questo Gesù dice “rendete a Dio”, cioè restituite a lui quello che lui vi ha donato, e questo lo facciamo regalando agli altri il dono ricevuto, cioè la nostra vita: il tempo e le energie, le capacità e i talenti. Come lui l’ha donata moltiplicandola per tutto il numero degli esseri viventi, così a noi è chiesto di moltiplicare la nostra vita facendola tornare a Dio aumentata nel dono agli altri. È il messaggio della parabola dei talenti: chi li nasconde e li sotterra per paura può ridare indietro solo quanto ha ricevuto, ma chi invece l’ha messi a frutto investendoli e usandoli per gli altri, li restituisce al Signore moltiplicati.

Ecco che allora questo brano del Vangelo, semplice e scarno, racchiude una grande verità. E cioè che della nostra vita dobbiamo rendere conto (e non solo alla fine, ma ogni giorno) su come l’ho spesa, se nel modo migliore, se l’ho sprecata, se l’ho resa inutile e l’ho umiliata, o altrimenti se l’ho esaltata nella sua bellezza più profonda e autentica, cioè nel suo essere un dono ricevuto gratuitamente per l’amore che Dio ha per me, e l’ho moltiplicata donandola a mia volta gratuitamente, come una fiamma che se comunicata aumenta la sua luce e il suo calore.

Il giudizio non è solo alla fine, quando non si può più fare niente. Il giudizio è quotidiano. Non fuggiamolo nascondendolo con l’illusione del potere di comprare e vendere tutto, riconosciamoci invece forti solo dell’unico grande potere che abbiamo, quello di donare la vita e, così facendo, di salvarla rendendola duratura per il resto del tempo.


 

Preghiere 

 

O Signore nostro, Dio onnipotente, ti ringraziamo per il dono della vita e di tutto quello che abbiamo a disposizione per mantenerla. Fa’ che non la sprechiamo per ciò che ha poco valore,

Noi ti preghiamo

 

 

O Signore Gesù, insegnaci a far fruttare il dono della vita spendendola per gli altri e a moltiplicarla rendendola utile a molti,

Noi ti preghiamo

 



 

Perdonaci o Signore per la tentazione di nascondere e trattenere per noi quello che abbiamo ricevuto. Fa’ crescere in noi un animo generoso e un cuore largo,

Noi ti preghiamo

 

 

 

Ti chiediamo, o Padre onnipotente, di farci ascoltare con disponibilità il Vangelo perché facendolo entrare nei nostri cuori e mettendolo in pratica salviamo la nostra vita,

Noi ti preghiamo

 



Ascolta o Dio la preghiera di chi è nel bisogno. Libera tutti quelli che in questi giorni sono colpiti dalla violenza. Dona a tutti una prospettiva serena per il proprio futuro,

Noi ti preghiamo

 

 

Dona o Padre del cielo la pace a tutti i popoli, perché mai più la guerra semini morte e dolore,

Noi ti preghiamo.

 

 


Guida o Signore gli uomini di buona volontà perché rendano il mondo più vivibile e giusto. Fa’ che la fiamma del tuo Spirito scaldi i cuori e illumini le menti dei tuoi discepoli,

Noi ti preghiamo

 

 

Proteggi o Padre onnipotente i tuoi figli ovunque dispersi, perché riuniti nel tuo nome rendano lode a te e con gioia ti celebrino risorto e vivo in mezzo a noi,

Noi ti preghiamo