venerdì 9 dicembre 2011

Festa dell'Immacolata Concezione




Dal libro della Gènesi 3,9-15.20

[Dopo che l’uomo ebbe mangiato del frutto dell’albero,] il Signore Dio lo chiamò e gli disse: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato». Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici! Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai  per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno».  L’uomo chiamò sua moglie Eva, perché ella fu la madre di tutti i viventi.



Salmo 97 - Cantate al Signore un canto nuovo

Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo.

Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d’Israele.

Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni!



Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini 1,3-6.11-12

Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati – secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà – a essere lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo.



Alleluia, alleluia, alleluia.
Rallègrati, piena di grazia,
il Signore è con te.

Alleluia, alleluia, alleluia.


Dal vangelo secondo Luca 1,26-38

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».  Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

 Commento


La Festa dell’Immacolata Concezione che celebriamo oggi ci coglie nel cuore del nostro cammino di Avvento. E’ una sosta opportuna, nella quale sentiamo risuonare rivolta da Dio la domanda: “Dove sei?” L’abbiamo udita pronunciare nella prima lettura da Dio verso Adamo, non a caso poco dopo che egli ha deciso di disobbedire al Padre che lo aveva appena stabilito signore della creazione. Dio, ovviamente, sa bene dove si trovano Adamo ed Eva, e il senso di quella domanda è quello di un grido di dolore, perché vede che essi hanno cominciato ad allontanarsi e a nascondersi da lui.

Il peccato, fin da quel primo peccato originale, è sempre la scelta di allontanarsi da Dio, di sfuggirlo per paura, di lasciarlo da parte, di dimenticarselo e dargli poca importanza. Come i due primi uomini infatti anche noi pensiamo di sapere già cosa è male e cosa bene, e non abbiamo bisogno di qualcuno che ce lo insegni. Adamo ed Eva avvicinandosi all’albero del bene e del male, dopo averne mangiato il frutto, si sentono adulti, hanno imparato cosa è la vita, e possono decidere da soli la strada da prendere. È l’atteggiamento dell’uomo adulto, autonomo che, forte delle sue conoscenze, prende con decisione la strada che lo allontana da Dio. Sì, anche noi ci sentiamo così, capaci di decidere e scegliere da noi stessi e prendiamo la strada che ci allontana da Dio, perché non sentiamo più il bisogno della sua compagnia. Anzi, come succede anche a quei due, ne abbiamo paura e lo sfuggiamo, perché la compagnia di Dio mette a nudo la pochezza della nostra sapienza e l’infondatezza della nostra sicurezza, ci scopre davanti alla vita nudi delle difese artificiose con cui avevamo pensato di difenderci.

Ma Dio, nonostante tutto, il peccato e la fuga da sé, cerca Adamo ed Eva, e non certo perché ne ha bisogno, ma perché  sa che da soli non sanno dove andare e cosa fare della vita che ha loro donato.

E ancora oggi Dio torna a cercare l’uomo, nascendo, a Natale, facendosi uomo perché tutti noi lo possiamo incontrare, se non ci nascondiamo spaventati dietro le mille corazze e maschere di quello che già sappiamo, facciamo e con cui abbiamo consuetudine.

Dove sei?” dice Dio oggi anche a noi. Su che strada cammini? Quella tortuosa e avvitata attorno a te stesso, che non porta a niente se non alla fissazione egocentrica su se stesso, o su quella diritta che conduce ad uscire da sé per incontrare Dio e i fratelli e le sorelle?

In quale terreno accidentato ti sei cacciato, dove rischi di sprofondare negli avvallamenti delle illusioni di un successo e soddisfazioni facili, ma ai quali corrispondono le montagne che ci isolano da tutti e incombono pesanti e minacciose, come ostacoli insormontabili nella nostra strada?

Dove sei?” ci chiede Dio oggi, perché sa che è facile che anche noi, come Adamo ed Eva ci perdiamo su strade che non portano a niente.

Fratelli e sorelle, a questa domanda rispondiamo con franchezza, senza nasconderci per paura e fuggire con mille scuse. Adamo ed Eva infatti davanti a Dio che li interroga non sanno nemmeno prendersi la responsabilità della loro scelta di nutrirsi dell’albero vietato e cominciano a giustificarsi e a darsi la colpa l’un l’altro. Che scena penosa: loro che si erano sentiti grandi e forti, cresciuti abbastanza da poter fare la loro strada, eccoli a scaricarsi la colpa e litigare come bambini.

Quei due non riescono ad uscire dal pantano di peccato in cui si sono immersi, perché non accettano di ammettere ciascuno la propria colpa. Sì, per potersi liberare dal peccato bisogna ammettere di averlo commesso e pentirsi, chiedendo perdono. È il cammino che l’Avvento ci propone: riscoprirci nudi e indifesi, spaventati di riconoscerci davanti a Dio così come siamo.

Oggi, ancora una volta, la liturgia ci offre una grande opportunità. Rispondiamo alla domanda di Dio confessando la nostra distanza da lui: la paura che ci fa allontanare, l’arroganza del nostro sentirci grandi e capaci di badare a noi stessi, l’orgoglio del voler fare la strada che decidiamo da noi sulla base delle nostre esperienze o di quello che insegna il mondo. Confessiamo la forza delle abitudini che ci fanno sentire questo tempo di Avvento come qualcosa di scontato e inutile.

Se noi ammettiamo la nostra distanza da lui, il Signore la colmerà, venendo lui stesso, di sua iniziativa, a Natale verso di noi.

Fare ciò non è impossibile: Maria l’ha fatto prima di noi. In modo opportuno l’Avvento ce la presenta oggi, a metà del suo cammino, come un esempio e una guida. Lei non si è tirata indietro, non ha cambiato strada e non si è giustificata con la sua giovane età o fragilità femminile. Ha accolto con forza che fosse Dio attraverso l’angelo a descriverle il suo futuro: “concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine … Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio.” Maria accetta il futuro che Dio vuole per lei e risponde alla domanda di Dio “Dove sei?” rispondendo: “Sono qui, pronta a vivere il futuro che mi hai preparato.

Facciamo nostre queste parole, in questo tempo d’Avvento di preparazione e di attesa della realizzazione del futuro che anche per noi Dio ha preparato. E oggi vogliamo farlo in compagnia di Maria. Immaginiamocela in questi giorni vicini al parto, assieme a Giuseppe. Non fu facile per loro perché, come sappiamo, la vita li pose di fronte a difficoltà enormi, eppure erano sicuri che il futuro di Dio per loro si sarebbe realizzato ed egli stesso in persona si sarebbe fatto presente nella loro vita.

Con questa fiducia di Maria anche noi incamminiamoci verso il Natale confessando oggi a Dio la nostra distanza e chiedendo a Lui la misericordia di colmarla  perché noi e il mondo intero ne abbiamo un grande bisogno.
 
Preghiere
Ti ringraziamo o Dio del cielo perché hai mandato il tuo Spirito su Maria, rendendola degna di divenire madre del tuo Figlio. Aiuta anche noi a preservare la nostra vita dal peccato e dal male.
Noi ti preghiamo

O Dio che stai per venire nel mondo, fa’ che confessiamo umilmente il nostro peccato e il bisogno che abbiamo d’incontrarti povero e piccolo accanto a Maria, nella mangiatoia di Betlemme.
Noi ti preghiamo

Ti supplichiamo Signore Gesù di preservarci dall’orgoglio e dall’autosufficienza ma, sull’esempio di Maria, fa’ che sappiamo accogliere la tua volontà per compierla.
Noi ti preghiamo
Proteggi e accompagna o Padre misericordioso tutti quelli che nel mondo sono in pericolo a causa della loro fede in te. Fa’ che coloro che oggi nutrono sentimenti di odio e avversione possano scoprire la vera natura del Vangelo che è annuncio di pace e salvezza per tutti. 
Noi ti preghiamo

Custodisci o Signore Dio questo nostro Paese, così disorientato e attraversato da correnti di violenza. Fa’ che i tuoi discepoli sappiano mostrare con la loro vita che l’unico fondamento certo di ogni società è l’amore e la solidarietà che nascono dal Vangelo.
Noi ti preghiamo

Guida la tua Chiesa, o Pastore buono, su pascoli erbosi, perché nutriti dalla tua Parola sappiamo annunciare a tutti la salvezza del Natale.
Noi ti preghiamo.

Dona guarigione e salvezza, o Dio, a tutti i poveri, specialmente quelli che in questa stagione soffrono a causa del freddo del clima e dei cuori. Dona a ciascuno di essere accolto e amato come un fratello.
Noi ti preghiamo

O Medico buono delle anime e dei corpi, ti imploriamo di dare la guarigione a tutti coloro che sono malati e nel dolore. Addolcisci i cuori di chi è loro accanto e ungi con olio di misericordia la vita di chi li cura.
Noi ti preghiamo

martedì 6 dicembre 2011

Preghiera del 7 dicembre 2011 (II di Avvento)


Dal Vangelo secondo Matteo 20, 1-16

Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: "Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò". Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: "Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?". Gli risposero: "Perché nessuno ci ha presi a giornata". Ed egli disse loro: "Andate anche voi nella vigna".

Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: "Chiama i lavoratori e da' loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi". Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: "Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo". Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: "Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi”.

Commento
Gesù nella parabola ci parla di gente che lavora e gente che attende di essere presa a giornata. Per l’uomo il lavoro è una dimensione decisiva della vita. Attraverso di esso si acquista dignità e si diventa liberi di costruire la propria vita. Pensiamo all’umiliazione di chi è senza lavoro, come i disoccupati, ma anche alla scarsa importanza che si assegna agli anziani, ormai parte inattiva e improduttiva della società. Chi è senza lavoro è visto come un peso, qualcuno inutile, e la sua condizione è molto triste e umiliante.

Per questo Gesù nella parabola si identifica in un uomo che dà lavoro a tutti. Non importa cosa sanno fare, infatti non fa nessuna selezione, e non importa nemmeno quanto tempo hanno da offrire, chiama a tutte le ore: per lui è importante che tutti abbiano la possibilità concreta di lavorare.  Il Signore Gesù affida a ogni uomo il lavoro di essere suo discepolo e di lavorare per il suo Regno. È un lavoro possibile per tutti, anzi, possiamo ben dire che è “il” lavoro migliore a cui tutti sono chiamati. A ogni ora del giorno, cioè a ogni età della vita e in ogni situazione. Non è infatti qualcosa di legato ad un contesto particolare. Ad ogni ora del giorno e della notte siamo chiamati a lavorare. Ma cosa è la vigna del Signore? In Lc 8 Gesù espone un’altra parabola in cui si parla di un seminatore che getta seme ma trova terreni diversi che producono una quantità di frutto diversa. Questa parabola ci suggerisce che il terreno da coltivare è la nostra vita. C’è un lavoro da compiere perché il nostro terreno sia produttivo, non basta seminare. Bisogna faticare perché il terreno, pur pieno di semi, dia frutto.

È il lavoro di dissodamento, irrigazione e mietitura che permette al seme di portare frutto. È il lavoro che questo tempo di Avvento ci chiama a svolgere. Siamo chiamati a giornata perché non ci troviamo impreparati al Signore che viene a seminare, perché la sua non sia fatica sprecata. Non basta che ci sia il terreno (cioè la nostra presenza) se questo non è pronto ad accogliere il seme, a dargli nutrimento, cioè ascolto, e la giusta umidità, cioè l’attenzione che metta radici nella nostra vita. Bisogna lavorare perché le pietre non facciano seccare il seme o le spine lo soffochino. Le pietre che sono le nostre abitudini che fanno scivolare via il seme sul duro del cuore, attento solo a fare quello che si è sempre fatto e  a essere come si è sempre stati.  A volte troppe pietre le une accanto all’altra non lasciano nemmeno lo spazio perché il seme incontri la terra. A volte invece è l’aridità che fa seccare il seme, cioè la mancanza di pietà e incapacità a fermarsi con sensibilità e tenerezza sulla vita degli altri. Oppure le spine soffocano il seme, quando le preoccupazioni per sé coprono e soffocano ogni altra preoccupazione che viene nascosta dall’egocentrismo e dall’invadenza del sé. L’Avvento è il tempo opportuno a lavorare perché tutto ciò non faccia morire il seme che sta per essere gettato in noi.

Al termine del lavoro infatti ci sarà la ricompensa del Signore. È il frutto buono che il seme della sua Parola produce in una vita che l’ha accolto e fatto crescere con attenzione. È il frutto di quella felicità piena che non è facile scalfire, di quella pace interiore che ci fa resistere anche alle difficoltà o alle avversità. È il frutto buono di una vita mite e senza aggressività, perché non vuole prevalere e schiacciare l’altro, e di una capacità di ascoltare prima di voler a tutti i costi insegnare. Questi frutti buoni nascono e maturano se lavoriamo il terreno che ne accoglie i semi, altrimenti restiamo aridi e senza vita.

Al termine della giornata di lavoro gli operai della prima ora protestano perché si aspettano di essere privilegiati. Non dobbiamo mai dimenticare che il frutto non è merito della nostra bravura e capacità. Chi infatti potrebbe far nascere qualcosa se non viene messo un seme nel nostro terreno? È quello che non capiscono gli uomini presi a giornata: pensano che la ricompensa sia un loro diritto commisurato allo sforzo fatto. Ma non capiscono che se il loro terreno ha molte pietre da togliere o è molto arido, non è un merito dover lavorare molto per renderlo coltivabile. La ricompensa è in quel dono prezioso, uguale per tutti, di semi buoni che producono frutti maturi che nutrono e addolciscono la nostra vita. E quel seme non è nostro diritto riceverlo, né un nostro possesso privato, ma un dono che riceviamo alla fine dell’Avvento con la nascita di Gesù. E il dono è anche essere chiamati a lavorare, che ci venga cioè segnalata la necessità di prepararci alla semina perché questa non sia inutile per noi.

Il Signore chiama tutti a dissodare il terreno, al lavoro quotidiano per essere pronti alla semina, promettendoci la ricompensa di una messe abbondante che è per tutti, di quel regno di pace e di felicità di cui noi a il mondo intero ha così bisogno.

II domenica di Avvento (Liturgia con la Comunità di Sant'Egidio a Kigali, Rwanda)


Dal libro del profeta Isaia 40, 1-5.9-11 «Consolate, consolate il mio popolo
– dice il vostro Dio –.
Parlate al cuore di Gerusalemme
e gridatele che la sua tribolazione è compiuta,
la sua colpa è scontata,
perché ha ricevuto dalla mano del Signore
il doppio per tutti i suoi peccati».
Una voce grida:
«Nel deserto preparate la via al Signore,
spianate nella steppa la strada per il nostro Dio.
Ogni valle sia innalzata,
ogni monte e ogni colle siano abbassati;
il terreno accidentato si trasformi in piano
e quello scosceso in vallata.
Allora si rivelerà la gloria del Signore
e tutti gli uomini insieme la vedranno,
perché la bocca del Signore ha parlato».
Sali su un alto monte,
tu che annunci liete notizie a Sion!
Alza la tua voce con forza,
tu che annunci liete notizie a Gerusalemme.
Alza la voce, non temere;
annuncia alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio!
Ecco, il Signore Dio viene con potenza,
il suo braccio esercita il dominio.
Ecco, egli ha con sé il premio
e la sua ricompensa lo precede.
Come un pastore egli fa pascolare il gregge
e con il suo braccio lo raduna;
porta gli agnellini sul petto
e conduce dolcemente le pecore madri».

Salmo 84 - Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza.

Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:
egli annuncia la pace
per il suo popolo, per i suoi fedeli.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
perché la sua gloria abiti la nostra terra.

Amore e verità s’incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
Verità germoglierà dalla terra
e giustizia si affaccerà dal cielo.

Certo, il Signore donerà il suo bene
e la nostra terra darà il suo frutto;
giustizia camminerà davanti a lui:
i suoi passi tracceranno il cammino.


Dalla seconda lettera di san Pietro apostolo 3, 8-14 Una cosa non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno. Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi.
Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli spariranno in un grande boato, gli elementi, consumati dal calore, si dissolveranno e la terra, con tutte le sue opere, sarà distrutta.
Dato che tutte queste cose dovranno finire in questo modo, quale deve essere la vostra vita nella santità della condotta e nelle preghiere, mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli in fiamme si dissolveranno e gli elementi incendiati fonderanno! Noi infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia.
Perciò, carissimi, nell’attesa di questi eventi, fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia.

Alleluia, alleluia, alleluia. Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!
Alleluia.alleluia, alleluia.


Dal vangelo secondo Marco 1, 1-8Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Come sta scritto nel profeta Isaìa:
«Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero:
egli preparerà la tua via.
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri»,
vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.
Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».


Commento

Cari fratelli e care sorelle è una grande gioia per noi essere riuniti attorno alla Parola di Dio in questo inizio del tempo di Avvento. È un tempo speciale, che apre un nuovo anno in compagnia con il Signore e con i fratelli. Il tempo è un dono prezioso e non va sprecato, per questo noi accogliamo il dono del tempo di Avvento come un’opportunità preziosa che Dio ci dona per avvicinarci ancora di più a Lui.
Abbiamo ascoltato nella seconda lettera di Pietro la descrizione della visione grandiosa del destino dell’uomo. Egli scrive: “Noi infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia.” L’Apostolo Pietro scrive questa lettera al termine della sua vita, avrebbe tutti i motivi per chiudere il cuore e gli occhi a visioni troppo ambiziose. Cosa gli resta da sperare per la sua povera esistenza? In fondo ha fatto molto per il Vangelo nella sua vita e cosa ne ha ricavato? È sofferente, sembra sconfitto e va verso il martirio che porrà fine in modo tragico alla sua vita.

Ma il Vangelo ha trasformato la vita di Pietro, e pur nella sua condizione difficile, egli non smette di sperare e apre gli occhi su una visione grandiosa e ambiziosa: il destino dell’umanità benedetto dalla compagnia di Dio, un cielo e una terra rinnovati dalla giustizia che il Signore viene a portare. Per questo Pietro non sente la sua vita sconfitta e la sua situazione attuale un fallimento. Possiamo ben dire che il suo è l’atteggiamento dell’uomo dell’Avvento, cioè di chi non è rassegnato al presente della sua vita e di quella del mondo in cui vive, è aperto alla speranza e alla visione, attende l’incontro personale con Dio che viene e per questo lavora per un futuro diverso. Sono gli atteggiamenti che in questo tempo di Avvento il Vangelo ci suggerisce nelle tappe della Liturgia, nell’invito a invocare con impazienza la venuta del Signore, come fa l’Apostolo Paolo scrivendo ai Corinzi: “Maràna tha” cioè “Vieni Signore!

Le esperienze personali, gli anni che passano, la situazione del nostro mondo non ci spingono forse ad abbassare lo sguardo con realismo e a chiuderci in una cupa rassegnazione? Già ci sembra molto riuscire a conservare quello che abbiamo e a rimanere ciò che siamo, figuriamoci se è possibile sperare nel futuro e confidare nella trasformazione del mondo! 

Eppure il Vangelo in questo tempo di Avvento ci chiede di essere uomini e donne in operosa attesa del futuro nuovo che il Signore Gesù viene a portarci.

Ma come possiamo imparare ad essere uomini e donne dell’Avvento e non uomini di questo mondo?

Come possiamo riconoscere e aspettare la novità che Gesù che sta per venire porta con sé?
L’Apostolo Pietro ci indica una via: “Perciò, carissimi, nell’attesa di questi eventi, fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia.” È la via della pace, cioè di quell’amore attento ai fratelli e che si preoccupa dei poveri che ci dona la serenità e la forza di guardare oltre noi stessi, di non essere prigionieri della paura e del realismo rassegnato. È il rifiuto di fare strada a se stessi a danno degli altri, a ignorare chi è più debole e rimane indietro, schiacciato dal peso della povertà e dalla solitudine, come tanti anziani.
Però, guardandoci intorno, vediamo che questa strada che ci conduce verso il Signore è troppo piena di ostacoli. Sono le montagne del nostro egoismo, che ci fanno preoccupare solo del nostro interesse; sono le vallate della paura di cambiare la nostra vita in un nuovo modo di essere; sono le curve che ci riportano sempre indietro perché siamo preoccupati di non essere e di non fare come tutti gli altri. Quanti ostacoli sulla via che porta a incontrare il cielo e la terra nuova che Dio vuole inaugurare! Il Signore però non ci lascia soli ad affrontare tutti questi ostacoli, ma manda qualcuno ad aprirci questa strada, perché noi possiamo percorrerla: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri». Questo messaggero è la comunità che ci accompagna e ci incoraggia. Ci fa vedere nella confusione della vita quotidiana che c’è una strada possibile per tutti. Ci guida verso i poveri che tutti scansano perché fanno paura e sembrano portare solo tristezza e farci rimettere. Ci fa incontrare tanti fratelli e sorelle che accanto a noi e in tante parti del mondo vogliono fare insieme a noi questa strada. Non siamo più soli, non siamo più disorientati e senza una direzione verso cui andare

Cari fratelli e care sorelle, Giovanni battista in mezzo al deserto del suo tempo prese sul serio queste parole del profeta Isaia e cominciò a percorre questa strada e a indicarla a tanti. E le folle, ci dice il Vangelo, andavano da lui per cercare assieme a lui questa strada che passa attraverso il cambiamento della propria vita. La Comunità ha preso sul serio le parole del profeta Isaia e ci ha indicato una strada in mezzo al deserto senza vita delle nostre città e paesi. E noi abbiamo cominciato a percorrerla assieme a lei, trovandoci vicini tanti fratelli e felici di aiutare tanti poveri che ci vogliono bene e sono come nostri figli.
In questo tempo di Avvento allora noi siamo grati al Signore perché una strada noi l’abbiamo trovata, anche se ancora tanto resta da percorrere. Sentiamo la responsabilità di indicare la strada della comunità a tanti che ancora sono in mezzo al deserto, senza sapere dove andare per trovare la propria felicità. Noi abbiamo chinato umilmente il nostro capo davanti a Giovanni battista e abbiamo ricevuto il battesimo che ci ha lavato da tanta tristezza e tante paure, dall’orgoglio e dalla solitudine. Ma Giovanni ci indica una strada che continua: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Sì, dobbiamo aspettare chi ci battezzerà con lo Spirito di un amore più forte, dobbiamo cercare con ancora più impegno il Signore Gesù che ci aspetta nelle periferie del mondo e ci invita a cercare il suo Spirito. Pieni di fiducia e incoraggiati dai fratelli ci prepariamo allora a vivere questo Avvento seguendo Giovanni battista che come la comunità ci invita a lavarci dal nostro modo di vivere di sempre per immergerci in quello Spirito di pace e di amore che il Signore Gesù è venuto a portare sulla terra.


martedì 29 novembre 2011

Preghiera del 29 novembre 2011 (I Avvento)


Dal Libro dell’Apocalisse 3, 14-22

"Così parla l'Amen, il Testimone degno di fede e veritiero, il Principio della creazione di Dio. Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, e abiti bianchi per vestirti e perché non appaia la tua vergognosa nudità, e collirio per ungerti gli occhi e recuperare la vista. Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo. Sii dunque zelante e convèrtiti. Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere con me, sul mio trono, come anche io ho vinto e siedo con il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese".

Commento

L’Apostolo Giovanni nel libro dell’Apocalisse ci riporta, al termine della sua vita, la visione grandiosa che Dio gli concesse circa i destini dell’umanità. Giovanni soffre in esilio, è prigioniero, al termine della sua vita, ha tutti i motivi per chiudere il cuore e gli occhi a visioni troppo ambiziose. Cosa gli resta da sperare per la sua povera esistenza? In fondo ha fatto molto per il Vangelo nella sua vita e cosa ne ha ricavato? È solo, sofferente, sconfitto.

Ma il Vangelo ha trasformato la vita di Giovanni, e pur nella sua condizione infelice, egli non smette di sperare e apre gli occhi su una visione grandiosa e ambiziosa: il destino dell’umanità con Dio. Il Vangelo ci insegna che il bilancio della vita non può essere solo la pesa dei risultati ottenuti, che c’è un oltre spirituale che ad una logica materiale dei risultati e dei guadagni sfugge. Nel modo di Dio di pesare la vita degli uomini conta ciò che per noi uomini non vale nulla, perché non si vende e non si compra, non ha consistenza e spessore fisico: per Dio conta quanto si vuol bene, quanto si sogna e si spera per il futuro, quanto ci si preoccupa degli altri, quanto si sa leggere dentro le pieghe della storia e delle umanità per scorgervi in trasparenza la bellezza di Dio. Per questo Giovanni non sente la sua vita sconfitta e la sua situazione attuale un fallimento. Possiamo ben dire che il suo è l’atteggiamento dell’uomo dell’Avvento, cioè di chi non è rassegnato al presente della sua vita e di quella del mondo in cui vive, è aperto alla speranza e alla visione, attende l’incontro personale con Dio che viene e per questo lavora per un futuro diverso. Sono gli atteggiamenti che in questo tempo di Avvento il Vangelo ci suggerisce nelle tappe della Liturgia, nell’invito a invocare con impazienza la venuta del Signore, come fa l’Apostolo Paolo scrivendo ai Corinzi: “Maràna tha” cioè “Vieni Signore! (1Cor 16,22).

Le esperienze personali, gli anni che passano, la situazione del nostro mondo non ci spingono forse ad abbassare lo sguardo con realismo e a chiuderci in una cupa rassegnazione? Già ci sembra molto riuscire a conservare quello che abbiamo e a rimanere ciò che siamo, figuriamoci se è possibile sperare nel futuro e confidare nella trasformazione del mondo! 

Eppure anche a noi il Vangelo in questo tempo di Avvento chiede di essere uomini e donne in operosa attesa del futuro nuovo che il Signore Gesù viene a portarci.

Ma come possiamo imparare ad essere uomini dell’Avvento e non uomini di questo mondo?

Come possiamo riconoscere e aspettare la novità che Gesù porta con sé?

Ce lo chiediamo perché siamo disabituati a specchiare dentro la Scrittura il volto trasfigurato che Dio ci vuole donare, e preferiamo invece guardarlo riflesso nello specchio della pretesa oggettività del buon senso comune e della sapienza del mondo che ci rassicura con la sua pretesa di essere vera perché condivisa da tutti. Oggi allora vogliamo specchiarci nelle parole di Giovanni, con l’ingenuità del fanciullo, per contemplare il volto che Dio vede e quello che vuole regalarci.

Innanzitutto il nostro è un volto di povera gente: “Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo.” Facciamo di tutto per nasconderlo, ma non ci rendiamo conto che così facendo leghiamo indissolubilmente la nostra vita alle false ricchezze di questo mondo che illudono e poi tradiscono: il benessere materiale, la salute, il successo, un senso spensierato e leggero di giocare con la vita. Dio ci invita a riconoscerci poveracci e bisognosi, per poter cercare e chiedere la vera ricchezza che solo Dio e il Vangelo ci possono dare: “Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, e abiti bianchi per vestirti e perché non appaia la tua vergognosa nudità, e collirio per ungerti gli occhi e recuperare la vista.

 Rivestiti dall’oro della Parola di Dio e dalla purezza dell’ingenua fiducia in essa siamo invitati a fermarci a mangiare con Dio stesso. Sì, chi si adorna della bellezza della vita del Vangelo e chi si umilia con l’abito semplice e ingenuo del fidarci di esso vive la compagnia del Signore che volentieri si ferma con lui e lo nutre con cibo buono, che non deperisce e non viene meno, che nutre, fa crescere e fortifica.

Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.” Dio ancora una volta torna a bussare alla nostra vita. Lo fa con questa povera e umile preghiera. Lo fa ogni domenica con la Parola proclamata e col dono di tutto se stesso nell’Eucarestia. Lo fa ogni volta che incontriamo un fratello da amare e un povero da servire. Non si è stancato di bussare alla nostra vita, ma noi apriremo? O non resteremo sordi e insensibili, come sempre?

Ecco il programma per divenire uomini e donne dell’Avvento: aprire uno spiraglio di porta del nostro cuore, far entrare la sua Parola semplice e paradossale, che spiazza e stupisce, che rinnova i cuori e far sì che essa modelli i nostri sentimenti e le nostre azioni sulla forma del Vangelo. Ci troveremo così pronti a riconoscerlo povero e piccolo quando nascerà a Betlemme, nella mangiatoia della vita umile e semplice, riconosciuto e cercato dalla gente umile e semplice, i pastori.

Sia questo il programma di queste settimane che ci preparano al Natale, sia questa la nostra ambizione, perché liberati dal pessimismo realista e rassegnato impariamo con Giovanni a sollevare lo sguardo sulla visione ambiziosa del destino che Dio vuole  prepara per l’umanità intera: lui che vive con noi, l’Emanuele, il Dio con noi, la nuova città splendente della sua presenza nelle nostre vie, nelle nostre case, nelle vite di tutti.

domenica 27 novembre 2011

I domenica di Avvento




Dal libro del profeta Isaia 63, 16b-17.19b; 64, 2-7

Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, cosi che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità. Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti. Quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, tu scendesti e davanti a te sussultarono i monti. Mai si udì parlare da tempi lontani, orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui. Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli. Siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci avevi messo in balia della nostra iniquità. Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani.

Salmo 79 - Signore, fa' splendere il tuo volto e noi saremo salvati.

Tu, pastore d’Israele, ascolta,
seduto sui cherubini, risplendi.
Risveglia la tua potenza
e vieni a salvarci.

Dio degli eserciti, ritorna!
Guarda dal cielo, vedi e visita questa vigna,
proteggi quello che la tua destra ha piantato,
il figlio dell’uomo che per te hai reso forte.

Sia la tua mano sull’uomo della tua destra,
sul figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
Da te mai più ci allontaneremo,
facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 1 Cor 1, 3-9

Fratelli, grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo! Rendo grazie continuamente al mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza. La testimonianza di Cristo si è stabilita tra voi così saldamente che non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Egli vi renderà saldi sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!

Alleluia, alleluia, alleluia

Mostraci, Signore, la tua misericordia
e donaci la tua salvezza.
Alleluia, alleluia, alleluia

Dal vangelo secondo Marco 13, 33-37

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

Commento

Cari fratelli e care sorelle, si apre oggi il tempo di Avvento che inaugura un nuovo anno della nostra vita in compagnia del Signore, lungo le tappe che la Liturgia segna per incamminarci all’incontro con Lui. Il tempo di Avvento, come sappiamo e come le letture ci esortano a fare, ci invita a porci in attesa della venuta del Signore Gesù. Il profeta Isaia, nella prima lettura, esprime un sentimento che tante volte anche noi condividiamo, e cioè la lamentela perché Dio è troppo lontano da noi e non si cura delle nostre vicende. Egli dice: “Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, cosi che non ti tema?”. Queste parole suonano come un vero e proprio rimprovero a Dio perché lascia che l’uomo si allontani da sé e non si preoccupa del suo destino. Questo sentimento non ci è estraneo, ed a volte si esprime nella delusione, anche rabbiosa, perché le nostre richieste non sono esaudite, oppure nell’abitudine a vivere come se Dio non esistesse, pur professando il contrario, trovando nella mancata reazione di Dio la conferma di ciò che siamo noi ad affermare.

Ma di fronte a questi e a tanti altri atteggiamenti scettici, delusi, scontenti, arrabbiati, lamentosi su Dio e il suo presunto rifiuto a farsi conoscere credo che sia necessario fare chiarezza. Prima di porci cioè la domanda sul perché Dio non cercherebbe l’uomo dovremmo, almeno per onestà, chiederci se noi lo cerchiamo. Infatti è normale che chi non è interessato a conoscere qualcuno, non lo cerca, non fa niente per entrarci in rapporto poi, concretamente, non lo incontri. Banalmente non sa nemmeno riconoscerlo anche se avesse occasione di incontrarlo. Con Dio è la stessa cosa. Noi a volte viviamo un rapporto con Dio come dei bambini viziati, abituati a ricevere senza dover chiedere e a vedersi sempre circondati dalle attenzioni di chi, non si sa perché, sarebbe tenuto a prendersi cura di noi senza che noi facciamo nulla. Deve essere sempre lui a fare il primo passo, a venirci incontro, a non far caso se siamo occupati in altre cose, ad aspettare il momento giusto, quando siamo disponibili e pronti a concedere la nostra attenzione.

Ma è chiaro che se questo è il nostro atteggiamento Dio non lo incontreremo mai, perché siamo noi che non desideriamo incontrarlo.

In realtà infatti Dio ha fatto già molto per realizzare l’incontro personale con noi: come afferma Isaia, egli ha squarciato i cieli, ha oltrepassato le nubi, la sconquassato i monti. Ovvero, egli di sua iniziativa ha eliminato quella distanza inseparabile che gli uomini hanno frapposto fra se stessi e Dio, relegandolo nel mondo dell’astratto, dell’invisibile, dell’inconoscibile, e si è fatto uomo come noi, visibile e tangibile, parlando la nostra lingua e, ancor di più, la lingua universale e da tutti comprensibile, che è la lingua dell’amore. La sua presenza ha tolto le fondamenta alle montagne di diffidenza, di orgoglio, di presuntuosa autosufficienza che nei secoli gli uomini hanno costruito idolatrando le proprie capacità e le conquiste del proprio genio, ponendo i presupposti perché crollino al primo debole colpo. Insomma Dio ha già fatto tantissimo, ma nulla può davanti al nostro rifiuto. Prosegue Isaia: “Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie. Ma, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli. … le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te.” A fronte del lungo tratto di strada compiuto da Dio per venirci incontro, l’uomo ha voltato le spalle.

Il Vangelo ci parla di un sonno della mente e del cuore che rende impossibile all’uomo riconoscere il re che ci viene incontro. Egli ha provveduto a tutto, perché nulla ci mancasse: “È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.” Ma invece è il sonno a vincere, come chi si accoccola al suo posto comodo, sazio e soddisfatto di sé, e non sente il bisogno di aspettare più niente e nessuno. Il Signore torna ma nessuno lo aspetta, nessuno lo desidera, nessuno si prepara per accoglierlo.

Ma che vuol dire attendere il Signore, cioè vivere lo spirito dell’Avvento che oggi si apre?

Il profeta Isaia ne dà una immagine molto suggestiva e concreta: “Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani.”Vivere lo spirito di Avvento cioè significa cercare il Signore come fa il figlio col padre, e cioè con colui che dà la forma alla sua vita, con la sua amorevole presenza e l’affetto concreto, l’abbraccio e il rimprovero, l’incoraggiamento e la messa in guardia. E noi, come argilla non saremo più costretti a prendere la forma casuale, a modellarci sul posto sul quale siamo casualmente andati a finire, ma invece diveniamo vasi nelle mani sapienti di Dio, capaci di raccogliere la sua sapienza preziosa e non lasciarla disperdere. L’avvento allora sia tempo in cui rinnovare la nostra disponibilità a farci modellare dalle parole del Vangelo, ad attendere con impazienza e desiderio che torni il Padre a darci la forma giusta perché la nostra vita, troppo preziosa per essere sprecata, prenda la forma buona che Dio nella sua bontà paziente ha pensato per noi.
 
Preghiere

O Signore Gesù che squarci i cieli e oltrepassi ogni ostacolo per venirci incontro, aiutaci ad aspettarti con impazienza in questo tempo di Avvento perché ti riconosciamo vicino e amico in tutti i giorni della nostra vita,

Noi ti preghiamo

Aiutaci o Dio a non vivere ripiegati su noi stessi e addormentati nel nostro benessere, ma fa’ che sappiamo aspettarti come il re che viene a liberare e a riempire di amore le nostre vite,

Noi ti preghiamo

Aiutaci o Signore nostro ad essere docili come creta nelle tue mani, perché non rifiutiamo che la nostra vita prenda la forma del Vangelo,

Noi ti preghiamo

Soccorri o Padre misericordioso noi tuoi figli ribelli e resistenti. Fa’ che scoprendoti Padre buono e affettuoso ci stringiamo a te senza sfuggirti,

Noi ti preghiamo

Aiuta o Dio onnipotente tutti coloro che sono nel bisogno: gli anziani, gli stranieri, i malati, coloro che sono senza casa e senza famiglia, perché tu venga nella loro vita come liberatore dalla povertà e Signore potente,

Noi ti preghiamo

Fa’ cessare o Padre del cielo ogni guerra e violenza. Aiuta i popoli a trovare il modo per convivere nella pace e per costruire il loro futuro nell’armonia e nella libertà,

Noi ti preghiamo.

Soccorri o Signore tutti i nostri fratelli che sono perseguitati per la fede in Pachistan. Sostienili nel dolore e fa’ cessare ogni minaccia,

Noi ti preghiamo

Guida e proteggi o Padre del cielo coloro che annunciano il vangelo e lo testimoniano con la loro vita. Fa’ che l’annuncio della tua venuta converta i cuori di chi non ti conosce e li apra all’attesa di incontrarti,

Noi ti preghiamo




martedì 22 novembre 2011

Preghiera del 23 novembre 2011


Dal libro del profeta Isaia 11, 1-9

Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,
un virgulto germoglierà dalle sue radici.
Su di lui si poserà lo spirito del Signore,
spirito di sapienza e d'intelligenza,
spirito di consiglio e di fortezza,
spirito di conoscenza e di timore del Signore.
Si compiacerà del timore del Signore.
Non giudicherà secondo le apparenze
e non prenderà decisioni per sentito dire;
ma giudicherà con giustizia i miseri
e prenderà decisioni eque per gli umili della terra.
Percuoterà il violento con la verga della sua bocca,
con il soffio delle sue labbra ucciderà l'empio.
La giustizia sarà fascia dei suoi lombi
e la fedeltà cintura dei suoi fianchi.
Il lupo dimorerà insieme con l'agnello;
il leopardo si sdraierà accanto al capretto;
il vitello e il leoncello pascoleranno insieme
e un piccolo fanciullo li guiderà.
La mucca e l'orsa pascoleranno insieme;
i loro piccoli si sdraieranno insieme.
Il leone si ciberà di paglia, come il bue.
Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera;
il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso.
Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno
in tutto il mio santo monte,
perché la conoscenza del Signore riempirà la terra
come le acque ricoprono il mare.


Commento

Cari fratelli e care sorelle, siamo alle soglie di un tempo nuovo che sta per aprirsi: l’Avvento.

Non è scontato né banale, vogliamo che anzi anche per noi sia un nuovo inizio da attendere con impazienza. Noi siamo poco abituati ad aspettare qualcosa di nuovo, per diversi motivi. Vuoi per l’età non più giovanissima: cosa di nuovo possiamo aspettarci, ne abbiamo già viste molte e conosciamo la vita. Vuoi per il momento di crisi economica e sociale: siamo portati a ripiegarci su di noi stessi, ad assumere atteggiamenti conservatori e spaventati verso il futuro, cosa di buono possiamo aspettarci?

Insomma tutto sembra negare la possibilità dell’aprirsi di un tempo nuovo. Siamo in clima di stasi e di timore del futuro.

Eppure la liturgia domenica prossima ci proporrà ancora una volta di metterci in attesa di una novità grande ed importante. Il tempo del Signore infatti viene a scardinare le rigidità e freddezze delle nostre vite e ci propone di attendere. “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici”: Isaia profetizza ad un popolo insecchito come un vecchio tronco e dalle radici contorte e stanche di cercare nutrimento in un terreno arido. Eppure qualcosa di nuovo può nascere, anche dalla mia vita indurita come un legno secco, anche in questo mondo invecchiato e stanco.

La Scrittura stasera ci invita a cogliere i segni di questo germoglio che spunta. Non possiamo trascurarli! Sì è vero, non sono ancora rami forti, fiori rigogliosi né frutti maturi. Sono solo germogli, deboli e facili da stroncare. Basta una gelata, o la siccità e il germoglio secca. Chi se ne accorge? Eppure tutto comincia con un germoglio, la vita comincia con un piccolo germoglio. Non disprezziamo i segni semplici e forse ingenui di novità che nascono nella nostra vita. Non stronchiamo col gelo della freddezza o la siccità di un cuore arido lo spuntare di un piccolo sogno, di una speranza fragile, di un sentimento di tenerezza e di commozione che sentiamo nascere a volte nelle nostre vite o che cogliamo in chi ci è accanto. Stiamo attenti: basta poco e tutto muore, la vita continua come prima, la novità che cercava di venire alla luce viene ricacciata indietro e chissà quando avrà la possibilità di spuntare di nuovo.

Eppure da quel piccolo germoglio soffia un vento nuovo: lo spirito di una visone nuova si fa strada così, in modo stentato e quasi invisibile. Proviamo a dare credito a quel germoglio, proteggiamolo dal freddo della vita e dalla ripetitività che tutto appiattisce. Da quello spirito può nascere il miracolo di un mondo risanato, senza violenza né prevaricazione, più giusto e meno duro con i poveri. Un mondo di convivenza pacifica, di amicizia fra diversi, un mondo senza nemici.

Impariamo a riconoscere quei segni piccoli e che non si impongono all’evidenza di un mondo nuovo che vuole spuntare dal tronco antico della vita. Non stronchiamoli con la ruvidezza del nostro agire grossolano e volgare o con la scontatezza di chi la sa lunga e vuole riaffermare le proprie ragioni che niente può cambiare.

Impariamo una sapienza nuova che ci insegna ad accorgerci e a dare importanza ai germogli, anzi a cercarli con ansia e preoccupazione in noi, negli altri, nella vita del mondo per proteggerli e farli fortificare. All’inizio ci sembrerà forse una strana ingenuità, ma pian piano questa sapienza crescerà e si fortificherà, fino a diventare goccia a goccia un mare di misericordia e consolazione per i tanti che stanno ad aspettare che il mondo cambi, perché non ce la fanno più a sopportarne il peso e la durezza. Sì, “la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare” profetizza Isaia e a noi in questa vigilia dell’Avvento ci piace sognare il tempo che verrà quando tutti conosceranno il Signore e la sua pianta in mezzo agli uomini sarà divenuta un albero forte e rigoglioso. Albero che fa ombra sui tanti che hanno bisogno di protezione. Albero dai frutti dolci dell’amore e dell’amicizia. Albero dai fiori variopinti che rendono la vita bella e piena di gioia. Sia questo il nostro sogno di Avvento. Sia questo il traguardo della nostra vita, e cominciamo subito a viverlo cercando i germogli teneri e fragili, senza disprezzarli né trascurarli, perché da essi nasce il futuro grande che Dio prepara per noi e per il mondo intero.


domenica 20 novembre 2011

Festa di Cristo re


Dal libro del profeta Ezechièle 34,11-12.15-17



Così dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine. Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia. A te, mio gregge, così dice il Signore Dio: Ecco, io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capri.


Salmo 22 - Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla


Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare.
Ad acque tranquille mi conduce.

Rinfranca l’anima mia, +
mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.


Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 15,20-26a.28


Fratelli, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza. È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.

Alleluia, alleluia alleluia
Benedetto colui che viene nel nome del Signore!
Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide!
Alleluia, alleluia alleluia

Dal vangelo secondo Matteo 25,31-46


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

Commento

La domenica odierna conclude un anno liturgico e ci avvia alla porta di un nuovo anno che inizia con l’Avvento. Con questo chiudersi dell’anno la Liturgia ci invita a fermarci un po’ e a considerare il tempo trascorso. Infatti il tempo non passa invano. Non è un susseguirsi di momenti sempre uguali e senza valore. Nell’idea pagana del trascorrere del tempo esso è come un girare attorno all’individuo: fatti, persone, cose hanno il loro significato nel loro appartenere al mio giro e la loro evoluzione avviene come in una spirale che ai avvolge attorno a me. Per questo il trascorrere del tempo spaventa l’uomo che non conosce Dio, perché, girando attorno a se stesso, la sua fine rompe la spirale che si avvolge senza portare a nulla.


Dio però ha insegnato agli uomini un’idea diversa del tempo. Lo ha fatto fin dall’antichità, quando si è rivelato a Israele chiamandolo a uscire dalla condizione di schiavitù per incamminarsi in un itinerario che porta a lui. È l’esodo che ha condotto Israele dalla condizione servile dell’Egitto fino a giungere alla terra promessa. Anche noi partiamo dalla nostra condizione naturale, dalla sottomissione al potere di un mondo in cui il male esercita il suo dominio, e siamo invitati dal Signore a incamminarci verso la libertà dai condizionamenti e dal modo abituale di essere per seguirlo come discepoli. Ecco che allora il tempo della nostra vita è segnato dalle tappe di questo cammino di avvicinamento al Signore per arrivare fino al momento in cui egli eserciti dal sua signoria sul mondo intero e sulla nostra vita come unico e incontrastato re. Anno dopo anno avanziamo verso di lui e pregustiamo in modo sempre più pieno la vicinanza a lui. Per questo il passare del tempo non deve farci paura: perché vediamo l’avanzamento verso la meta della pienezza della signoria di Dio nella nostra vita che giorno dopo giorno si realizza se noi, ascoltando la sua Parola, ci incamminiamo verso di lui.


Ma poi come Israele, anche noi non siamo chiamati ad un cammino individuale. Il battesimo infatti ci inserisce nel cammino comune di un popolo largo, tutti i discepoli del Signore, e nella lunghezza di un tempo che non parte da noi e non finisce con noi.


La festa di oggi dunque ci aiuta a mettere meglio a fuoco il traguardo verso il quale siamo in cammino per affrettarci verso di esso: la signoria di Cristo sul mondo.


Nella prima lettura Dio si presenta come un pastore che raduna il gregge disperso, e per questo divenuto preda dei lupi, ferito, malato, senza un buon pascolo dove nutrirsi e acqua pulita da bere. È la condizione in cui Dio ci trova, spesso smarriti, senza una strada chiara, e lui stesso si fa nostro compagno perché la sua guida affettuosa ci faccia percorrere la strada giusta: “Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia.” Il Signore fa lo stesso con noi: ci cerca lì dove ci siamo incamminati, spesso in strade che non portano a un pascolo buono o sottomessi ai padroni cattivi che ci tiranneggiano: le idee false di felicità, l’egoismo, l’orgoglio. Sta a noi però riconoscere la bontà del pastore che ci viene incontro. Spesso siamo poco propensi a metterci a seguire un altro, a farci condurre e consigliare. Preferiamo decidere da soli la nostra strada e al servizio di chi metterci. Per questo le parole del profeta Ezechiele si concludono con la promessa di un giudizio: “Ecco, io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capri.” Proprio per dire che una scelta non è come l’altra e le strade non sono tutte uguali. Il giudizio mette a nudo le differenze fra il tipo di vita che ciascuno ha condotto.


Spesso infatti un modo comune di pensare fa credere che non valga la pena di darsi troppa preoccupazione, che in fondo che male c’è ad essere come ci capita e ad assecondare il primo pastore che ci viene spontaneo seguire. Il giudizio viene ad affermare che invece c’è una grande differenza e bisogna stare molto attenti a non sprecare la vita dietro ai pastori che non conducono a pascoli buoni e abbandonano la pecora che cade nella malattia o è troppo debole e non sta al passo delle altre. È quello che vediamo accadere abitualmente.

Il giudizio c’è perché la vita vale molto. Non vale la pena di giudicare quello che è trascurabile e ci è indifferente. Ma la vita no, vale troppo per trattarla come cosa senza valore. E il giudizio, ci dice Gesù nel vangelo di Matteo, è sulla capacità di voler bene, concretamente, sul nostro atteggiamento nei confronti degli altri: “ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto…” E coloro che hanno speso male la loro vita restano stupiti: “quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?” Sono sinceramente stupiti, non si sono mai accorti di come si sono comportati e delle conseguenze del loro agire. Ma proprio questo è il problema. Non hanno capito perché hanno seguito, senza riflettere, il loro istinto egoista. Non si sono resi conto perché hanno obbedito, senza reagire, alla naturalezza dell’agire individuale che non tiene conto di chi è accanto. Ma, come dicevo, la vita è cosa troppo preziosa per sprecarla senza capire e senza chiedersi perché. Impariamo a farla giudicare ogni domenica dalla parola di Dio, perché diveniamo suoi discepoli docili, senza paura di dover cambiare strada e di doverci mettere al servizio di un Signore buono e attento a quello che ci è necessario.


Accogliamo allora con gioia l’immagine che la liturgia oggi ci propone: Gesù come Signore e re della nostra vita e dell’universo intero. Egli giudica dal trono della sua croce, cioè del bene che ha voluto fino in fondo e fino alle estreme conseguenze a noi uomini. Giudica assiso sulla croce dalla quale ha perdonato quelli stessi che lo stavano uccidendo. È il trono di un Signore che ci cerca, ci accompagna, ci indica la strada del nostro bene. Il suo giudizio è prezioso, perché è carico della forza di salvezza, non lo sfuggiamo. Le sue parole sono vere, e per questo a volte le sentiamo taglienti nella carne della nostra vita, ma ci permettono di camminare verso di lui sulla strada del bene, senza rischiare di perderci nei vicoli bui, aridi e senza vita del male.

Preghiere

O Signore Gesù guidaci come un pastore buono sulle strade del bene e nutrici nei pascoli in cui nulla ci manca. Fa’ che affidandoci a te impariamo il modo migliore di vivere,


Noi ti preghiamo

O Signore Gesù ti chiediamo perdono perché abbiamo accettato troppo facilmente la signorìa dei padroni malvagi di questo mondo: l’egoismo, la paura, l’arroganza e l’orgoglio. Fa’ che seguendo il tuo esempio diveniamo miti e umili come te,


Noi ti preghiamo

Ti ringraziamo o Dio del cielo perché sei un Signore che perdona e aiuta, pronto a sostenerci nei momenti di difficoltà e attento alla nostra debolezza. Divieni re e Signore della nostra vita perché essa sia salvata dal male,


Noi ti preghiamo

Ti invochiamo o Padre misericordioso, libera il mondo dai padroni violenti che seminano odio e divisione. Fa’ cessare ogni guerra e placa l’istinto di dominio e aggressività, dona la pace a tutti i popoli,


Noi ti preghiamo


Sostieni o Signore quelli che lavorano per il bene degli altri e non cercano il proprio interesse individuale. Suscita servitori della giustizia e operatori di pace perché in tutti i popoli regni la concordia,


Noi ti preghiamo


Ascolta o Signore il grido del povero che ti invoca ed esaudisci la sua preghiera. Perché tutti àbbiano il minimo indispensabile per vivere bene,


Noi ti preghiamo.


Guida e proteggi o Padre misericordioso, tutti coloro che annunciano la tua Parola e la vivono, perché il loro esempio sia di modello per tanti,

Noi ti preghiamo


Proteggi o padre il papa in viaggio in Africa. Fa’ che la sua presenza in quel continente sia un segno dell’amore di tutti i cristiani per i popoli che soffrono per la fame, la miseria e la guerra,


Noi ti preghiamo