venerdì 11 ottobre 2013
XXVIII domenica del tempo ordinario - 13 ottobre 2013
Dal secondo libro dei Re 5, 14-17
In quei giorni, Naamàn [, il comandante
dell’esercito del re di Aram,] scese e si immerse nel Giordano sette volte,
secondo la parola di Elisèo, uomo di Dio, e il suo corpo ridivenne come il
corpo di un ragazzo; egli era purificato [dalla sua lebbra]. Tornò con tutto il
seguito da [Elisèo,] l’uomo di Dio; entrò e stette davanti a lui dicendo:
«Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele. Adesso
accetta un dono dal tuo servo». Quello disse: «Per la vita del Signore, alla
cui presenza io sto, non lo prenderò». L’altro insisteva perché accettasse, ma
egli rifiutò. Allora Naamàn disse: «Se è no, sia permesso almeno al tuo servo
di caricare qui tanta terra quanta ne porta una coppia di muli, perché il tuo servo
non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dei, ma solo al
Signore».
Salmo 97 - Il Signore ha rivelato
ai popoli la sua giustizia.
Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo.
Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d’Israele.
Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni!
Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo.
Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d’Israele.
Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni!
Dalla seconda lettera di san
Paolo apostolo a Timoteo 2, 8-13
Figlio mio, ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente
di Davide, come io annuncio nel mio vangelo, per il quale soffro fino a portare
le catene come un malfattore. Ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò io
sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano
la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. Questa parola è degna di fede: Se moriamo con
lui, con lui anche vivremo; se
perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci
rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se
stesso.
Alleluia, alleluia alleluia.
In ogni cosa rendete grazie:
questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.
Alleluia, alleluia alleluia.
In ogni cosa rendete grazie:
questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.
Alleluia, alleluia alleluia.
Dal vangelo secondo Luca 17, 11-19
Lungo il
cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando
in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a
distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li
vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi
andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro
lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per
ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati
dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse
indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli
disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».
Commento
Cari fratelli e care sorelle, il Vangelo del Signore oggi ci si presenta
innanzitutto come un viaggio. Non a caso il brano è tutto pieno di parole che
indicano il movimento: Cammino,
attraversava, entrando, vennero incontro, andate, ecc... La vita di Gesù si
svolge per lo più sulle strade, nelle piazze, lungo le vie, e lì incontra le
tante persone con cui ha un rapporto.
Questo non è un caso, ma sta a significare che la vita
con Dio è un cammino: uscire da sé stessi e andare verso una meta che sono gli
altri e Dio stesso. Chi sta fermo non è con Dio, perché rifiuta la compagnia di
qualcuno che non sta fermo su se stesso. È la stessa esperienza fondante del
popolo di Israele: l’esodo dalla terra di schiavitù per andare verso la terra
promessa. E non a caso tre volte al giorno il pio israelita recita la preghiera
Shemà Israel, che ricorda proprio questa realtà peregrinante dell’uomo
di Dio.
A noi il viaggio fa paura: si incontrano realtà
sconosciute, persone diverse, si fa fatica, ci vuole tempo. Noi preferiamo la
sedentarietà di una situazione in cui conosciamo l’ambiente e sappiamo bene
come sono le persone con cui abbiamo a che fare. Ma il nomadismo è nel DNA
della nostra fede: Abramo, il padre dei credenti, il primo a cui Dio promise un
futuro grande e felice, promessa di cui anche noi cristiani, ultimi arrivati,
siamo eredi proprio perché innestati nella discendenza di Abramo, era un nomade
e Dio gli chiese come primo gesto di fiducia di uscire dalla sua terra e di
lasciare la casa della sua famiglia per intraprendere un viaggio.
Anche ai lebbrosi che invocano la guarigione Gesù chiede
di intraprendere un cammino: “Andate a
presentarvi ai sacerdoti.” Sembra una proposta sciocca: cosa potranno mai
sperare di ottenere?
Gesù chiede innanzitutto di uscire da una vita
centrata solo su se stessi e di andare incontro all’altro. Lì c’è la salvezza
dalla malattia, la peggiore delle malattie, come era la lebbra al tempo di
Gesù, perché non solo minava la salute fisica, ma allontanava da tutti e
rendeva intoccabili e inavvicinabili. Sembra un paradosso, ma proprio a coloro
che erano allontanati da tutti il Signore chiede di andare verso gli altri!
Anche noi tante volte abbiamo mille motivi per sentirci
in dissidio con gli altri: con tutto quello che mi hanno fatto o che non hanno
fatto per me, perché io dovrei andare incontro all’altro? E così restiamo per
conto nostro a rimuginare sui torti subiti e i diritti non riconosciuti. Gesù
ci chiede innanzitutto di uscire da questa “prigione volontaria”. Sì, è una
vera e propria prigione, di cui noi possediamo le chiavi: ci lamentiamo di
essere isolati e soli, ma siamo noi stessi che allontaniamo gli altri, che li
sentiamo come un fastidio inutile, se non pericoloso.
Il vangelo dice che “mentre essi andavano, furono purificati.” Cioè il muovere il primo
passo verso l’altro è già l’inizio della guarigione, già mentre siamo ancora in
viaggio, ancora prima di arrivare alla meta. E’ il forzare la nostra chiusura,
la diffidenza, le paure, le difese che ci apre alla felicità di far entrare la
vita degli altri nella nostra. Sembra un’assurdità, perché è l’esatto contrario
di quello che ordinariamente si crede. Dicono: pensa a te stesso, stattene per
conto tuo, e avrai meno problemi, sarai più felice. Il Signore ci indica la via
opposta e, come sempre, è lui a fare per primo quello che chiede agli altri: anche
lui infatti si avvicina ai lebbrosi, non li evita, nonostante fossero
considerati pericolosi, li incontra, li ascolta e li guarisce. E la prima
guarigione sta proprio in quel rapporto che li fa uscire dall’isolamento.
La meta del viaggio che Gesù indica a quei dieci è il
tempio, dove i lebbrosi potevano essere riaccolti nella comunità e dove
ringraziare Dio con una offerta per la guarigione ottenuta. Il Signore chiede
una fiducia piena nel suo aiuto: ancora prima di essere guariti considerarsi
già sanati e pronti a ringraziare Dio per il dono ottenuto. E’ la fede di un
bambino che sa già che otterrà quello che sta per chiedere. Ma non basta la
fede, ci vuole anche la gratitudine per il dono ricevuto. Su dieci solo uno
torna a rendere lode e ringraziare, ed è solo lui che ottiene oltre alla
guarigione anche la salvezza. Anche noi troppo spesso non siamo mai
soddisfatti, sempre lamentosi e recriminatori, perché siamo incapaci di essere
grati di quanto abbiamo ricevuto. Sembra che quello che abbiamo e che siamo
invece di essere un dono immeritato e generoso da parte di Dio è un diritto di
cui non c’è bisogno di essere grati.
Fratelli e sorelle, accogliamo questo invito ad essere
uomini e donne pronti a uscire dal chiuso di una vita che allontana gli altri, basta fare il primo
passo e la guarigione ci aprirà ad un senso grato della vita. E’ il primo passo
che porta alla salvezza, perché è il Signore che compirà gli altri e ci guiderà
alla vita che non finisce.
Preghiere
O Dio ti ringraziamo perché ci liberi dalla prigione
di una vita chiusa dal piccolo orizzonte individuale, per aprirci alla libertà
di un amore senza confini.
Noi ti preghiamo
Guidaci, o Signore Gesù, sulla via che ci conduce
all’incontro con il fratello e la sorella, perché aprendo la nostra vita ad
essi impariamo a vivere come tuoi discepoli e figli di un unico padre.
Noi ti preghiamo
Aiutaci o Signore Gesù a vincere la paura che ci
chiude all’incontro con i fratelli, specialmente i più poveri e bisognosi del
nostro aiuto. Fa’ che sappiamo vedere nel volto di chi incontriamo qualcuno da
amare e a cui tendere la mano amica.
Noi ti preghiamo
Guida o Signore tutti coloro che sono persi nei
sentieri tortuosi del male e non trovano la strada per incamminarsi verso di
te. Fa’ che, anche con il nostro esempio, la tua Parola orienti i
loro passi e illumini il loro cammino.
Noi ti preghiamo
Sostieni o Dio del cielo tutti coloro che sono colpiti
dal male e soffrono a causa della violenza degli uomini e della natura. Fa’ che
trovino presto il sostegno e la consolazione di cui hanno bisogno.
Noi ti preghiamo
Guarda con amore a noi tuoi figli e, nonostante il
nostro peccato, ti preghiamo di guidare i nostri passi sulla via del bene. Fa’
che, fidandoci del tuo amore misericordioso, affidiamo a te la nostra salvezza.
Noi ti preghiamo.
Proteggi e sostieni o Padre del cielo tutti coloro che
annunciano la tua Parola
e cercano di viverla, perché il tuo Nome porti salvezza e vita dove oggi
regnano le tenebre.
Noi ti preghiamo
Ti preghiamo o Padre Santo, di essere sempre al nostro
fianco perché anche nei momenti bui e di dimenticanza sappiamo accorgerci della
tua presenza amorevole ed essere grati per la tua grande bontà.
Noi ti preghiamo
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Gesù,
omelie anno C
mercoledì 9 ottobre 2013
Preghiera del 9 ottobre 2013
Dal libro di Giona, 1
Fu rivolta a
Giona, figlio di Amittài, questa parola del Signore: "Alzati, va' a
Ninive, la grande città, e in essa proclama che la loro malvagità è salita fino
a me".
Giona invece
si mise in cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore. Scese a Giaffa,
dove trovò una nave diretta a Tarsis. Pagato il prezzo del trasporto, s'imbarcò
con loro per Tarsis, lontano dal Signore.
Ma il
Signore scatenò sul mare un forte vento e vi fu in mare una tempesta così
grande che la nave stava per sfasciarsi. I marinai, impauriti, invocarono
ciascuno il proprio dio e gettarono in mare quanto avevano sulla nave per
alleggerirla. Intanto Giona, sceso nel luogo più in basso della nave, si era
coricato e dormiva profondamente. Gli si avvicinò il capo dell'equipaggio e gli
disse: "Che cosa fai così addormentato? Alzati, invoca il tuo Dio! Forse
Dio si darà pensiero di noi e non periremo".
Quindi dissero fra di loro: "Venite, tiriamo a
sorte per sapere chi ci abbia causato questa sciagura". Tirarono a sorte e
la sorte cadde su Giona. Gli domandarono: "Spiegaci dunque chi sia la
causa di questa sciagura. Qual è il tuo mestiere? Da dove vieni? Qual è il tuo
paese? A quale popolo appartieni?". Egli rispose: "Sono Ebreo e
venero il Signore, Dio del cielo, che ha fatto il mare e la terra". Quegli
uomini furono presi da grande timore e gli domandarono: "Che cosa hai
fatto?". Infatti erano venuti a sapere che egli fuggiva lontano dal
Signore, perché lo aveva loro raccontato.
Essi gli
dissero: "Che cosa dobbiamo fare di te perché si calmi il mare, che è
contro di noi?". Infatti il mare infuriava sempre più. Egli disse loro:
"Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di
voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia".
Quegli
uomini cercavano a forza di remi di raggiungere la spiaggia, ma non ci
riuscivano, perché il mare andava sempre più infuriandosi contro di loro. Allora
implorarono il Signore e dissero: "Signore, fa' che noi non periamo a
causa della vita di quest'uomo e non imputarci il sangue innocente, poiché tu,
Signore, agisci secondo il tuo volere". Presero Giona e lo gettarono in
mare e il mare placò la sua furia. Quegli uomini ebbero un grande timore del
Signore, offrirono sacrifici al Signore e gli fecero promesse.
Ma il
Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre
del pesce tre giorni e tre notti. Dal ventre del pesce Giona pregò il Signore,
suo Dio.
Commento
Cari
fratelli e care sorelle, riprendiamo oggi il nostro appuntamento settimanale
con la Parola di Dio e la preghiera. Esso si colloca al centro del corso delle
nostre giornate, come una sosta intermedia fra una domenica e l’altra, proprio
per sottolineare che non si può vivere senza che la Parola di Dio risuoni in
noi per un tempo troppo lungo.
Spesso la
nostra vita assomiglia alle vicende di Giona di cui abbiamo ascoltato la prima
parte della vita. Viviamo infatti la tentazione di sfuggire davanti a Dio che
si fa presente nella nostra vita. Ma come avviene tutto ciò?
Il Signore si
fa presente a Giona attraverso il bisogno della città. Come già abbiamo detto
tante volte, Dio ci parla non nei momenti di commozione intima o nelle vicende
strettamente personali, sì anche così, ma soprattutto Dio ci parla attraverso
la storia. Sono gli eventi del mondo che ci pongono con forza davanti alla
responsabilità di essere testimoni e annunciatori di un modo diverso di vivere.
Il Signore ci dona una vista capace di accorgersi dei drammi, delle difficoltà,
del vuoto che le persone vivono, e attraverso di essi Dio si fa presente a noi
come una domanda: è possibile, è giusto che si viva così?
Pensiamo al
recente naufragio di Lampedusa, con la morte di trecento persone in fuga dalla
miseria. Il papa giustamente ha detto di provare vergogna, ma chiediamoci,
perché provare vergogna per un episodio di cui nessuno di noi ha
responsabilità? In fondo Giona fa proprio questo ragionamento: perché mi
dovrebbe riguardare la sorte della città di Ninive? Dal momento che Dio prepara
la sua rovina perché i suoi abitanti sono malvagi, la cosa non mi riguarda.
Ma Dio parla
all’uomo e attraverso la storia, nel caso di Giona la storia di Ninive, nel
nostro caso la storia dei paesi da cui provengono i migranti, pone una domanda
alla sua coscienza che lo rende responsabile della sorte del fratello e della
sorella. Giona fugge questa responsabilità e cerca rifugio lontano da Dio.
Quanto è
facile, anche per noi, fuggire e cercare di non vedere la vergogna di una
ingiustizia che ci riguarda solo perché siamo cristiani e crediamo in un Dio
che ci raccoglie in un’unica famiglia di cui ogni uomo è membro.
Cari
fratelli e care sorelle, Giona per fuggire attraversa la tempesta, che è la tempesta
della vita che ciascuno di noi si trova ad attraversare, più o meno pericolosa,
ma che comunque rischia di far perdere la vita, cioè di sprecarla nell’inutilità.
Giona davanti
alle onde che lo sovrastano ritrova il senso della sua responsabilità e accetta
di assumersi il peso del naufragio imminente, dicendo: "Prendetemi e
gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so
che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia". Questa che sembrerebbe
la rovina definitiva di Giona in realtà è la sua salvezza, perché Dio salva l’uomo
che si assume la responsabilità dei propri fratelli e sorelle, assumendosene il
rischio. Giona infatti non si salva perché se ne sta al sicuro a dormire nella
stiva, ignorando tutto quello che avviene attorno a lui, come tante volte ci
viene la tentazione di fare, ma caricandosi della responsabilità degli eventi
che gli sono messi davanti.
Dio salva
Giona nel ventre di un pesce, che è il luogo della preghiera. In esso infatti
Giona ritrova la forza e l’audacia di non fuggire più Dio e accetta l’incontro
con lui, gli si mette davanti così com’è: pauroso, spaventato, debole.
Cari
fratelli e care sorelle, questo nostro incontro settimanale di preghiera è
anche per noi il luogo in cui Dio ci vuole riparare perché torniamo a imparare
a non fuggire da lui, dalla nostra responsabilità davanti alla storia del mondo
e alle mille storie degli uomini che incontriamo. È un angolo di pace, sicuro,
ma non perché possiamo dormire il sonno dell’irresponsabilità, ma perché qui
Dio ci dona la sicurezza che ci è accanto e che rende il nostro impegno con i
fratelli e le sorelle fruttuoso.
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Giona,
responsabilità
sabato 5 ottobre 2013
XXVII domenica del tempo ordinario - memoria di San Francesco - 6 ottobre 2013
Dal libro del profeta Abacuc
1,2-3; 2, 2-4
Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non
ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non salvi? Perché mi fai vedere
l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti a me rapina e
violenza e ci sono liti e si muovono contese. Il Signore rispose e mi disse: «Scrivi
la visione e incidila bene sulle tavolette, perché la si legga speditamente. È
una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mente; se
indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà. Ecco, soccombe colui che
non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede».
Salmo 94 - Ascoltate oggi la voce
del Signore.
Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia.
Entrate: prostrati, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce.
Se ascoltaste oggi la sua voce! +
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere».
Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia.
Entrate: prostrati, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce.
Se ascoltaste oggi la sua voce! +
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere».
Dalla seconda lettera di san
Paolo apostolo a Timoteo 1,6-8.13-14
Figlio mio, ti ricordo di ravvivare il dono di
Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha
dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. Non
vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono
in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo.
Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e
l’amore, che sono in Cristo Gesù. Custodisci, mediante lo Spirito Santo che
abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato.
Alleluia, alleluia alleluia.
La parola del Signore rimane in eterno:
e questa è la parola del Vangelo che vi è stato annunciato.
Alleluia, alleluia alleluia.
La parola del Signore rimane in eterno:
e questa è la parola del Vangelo che vi è stato annunciato.
Alleluia, alleluia alleluia.
Dal vangelo secondo
Luca 17, 5-10
In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore:
«Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un
granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sradicati e vai a piantarti
nel mare”, ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a
pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e
mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le
vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e
berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli
ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è
stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo
fare”».
Commento
Cari
fratelli e care sorelle, il profeta Abacuc innalza a Dio un grido di protesta: “Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non
ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non salvi? Perché mi fai vedere
l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?” È lo stesso grido che in questi giorni si è alzato dalle
acque del mare di Lampedusa che ha inghiottito 300 persone, uomini, donne e
bambini, disperati in fuga dalla miseria e dalla guerra. “Fino a quando, Signore?” Non possiamo non fare nostro questo grido
ed oggi vogliamo dedicare questa nostra liturgia domenicale alla memoria e alla
preghiera per quanto sono morti e per tutti quelli che si sono salvati da
questa immane tragedia del mare. Una tragedia che non può non farci riflettere
su un dramma che si ripete da anni sotto i nostri occhi. “Perché mi fai vedere l’iniquità e resti
spettatore dell’oppressione?” si
chiede attonito il profeta davanti alla strage e tanti si chiedono ancora oggi dov’è
Dio, perché permette tanto dolore e non impedisce la morte di tante persone?
Cari
fratelli e care sorelle, a questa domanda Dio ha dato una sola risposta, che
forse però non è quella che noi ci aspettiamo. Infatti Dio non ha cancellato
dal mondo la forza del male, e quanti uomini ancora sono in sua balìa; non ha annullato
il dolore e la morte, come vediamo in quella fila lunghissima di poveri morti
sulla banchina del porto di Lampedusa e in tanti altri luoghi della terra dove
si muore senza senso e senza consolazione. Però Dio una cosa l’ha fatta: si è
spogliato di tutta la sua potenza e si è messo dalla parte dei quei morti, di
quelle povere vittime. Lo ha fatto sulla croce, scegliendo lui di fare quella
fine. Lo ha fatto a Lampedusa, dove Dio è morto assieme agli eritrei e ai
somali che fuggivano dalla disperazione e hanno trovato la morte alle porte delle
nostre case. Questa è stata la risposta di Dio a quanti lo criticavano perché non
scendeva giù dalla croce: “Se è veramente
il Figlio di Dio, scenda dalla croce e salvi se stesso” dicevano infatti
alcuni sul Calvario. Lo stesso diciamo noi oggi, pieni di orrore per la forza
del male che abbiamo visto abbattersi con così grande crudeltà su innocenti. La
vittoria di Dio sul male, cari fratelli e care sorelle, infatti non sta nel
cancellarlo e fare come se quello non ci fosse, ma nel caricarselo sulle spalle
e farlo proprio.
È quello
che sperimentò Francesco, il santo di Assisi, la cui memoria facciamo oggi in
questo luogo che lo ha visto passare pellegrino a Terni. È noto come Francesco
si convertì e cambiò la sua vita quando incontrò i segni della croce nel corpo
del lebbroso e poi lo riconobbe nel crocifisso di S. Damiano, in quella piccola
chiesetta in rovina, ascoltando le parole che gli rivolgeva. L’incontro con la
croce impressa nel corpo dei poveri lo portò a domandarsi sul senso della sua
vita futile e tutta incentrata sulla soddisfazione delle proprie piacevolezze.
Da allora quel giovane di assisi ebbe solo un desiderio: farsi uguale al
crocifisso. Dice una sua antica biografia: “Da quel
momento si fissò nella sua anima santa la compassione del Crocifisso e, come si
può piamente ritenere, le venerande stimmate della Passione, quantunque non
ancora nella carne, gli si impressero profondamente nel cuore.” (Fonti Francescane 594). Egli cioè seguì la via
stessa del Signore Gesù che davanti al dolore del mondo non fuggì via, né voltò
il suo volto dall’altra parte, ma si caricò del dolore fino a restarne
schiacciato. La vita di Francesco, come sappiamo, lo portò a condividere le
stesse piaghe di Gesù, come vediamo nell’icona che è posta davanti a noi,
assumendo fin nella sua carne i segni della passione, dopo averli condivisi del
suo intimo.
La
vita di Francesco è allora una risposta alla domanda da cui siamo partiti. La ribellione
davanti al male non può portarci a incolpare Dio del dolore del mondo, perché
lui per primo l’ha subito. Neppure basta prendersela con le istituzioni o chi
non ha fatto quello che doveva. È facile farlo dalle nostre comode poltrone, al
caldo: chiediamoci piuttosto noi che avremmo fatto? Non saremmo fuggiti anche
noi davanti al male, spaventati dal farcene toccare? Non avremmo girato anche
noi il capo dall’altra parte, come abbiamo fatto tante volte davanti al dolore
degli altri, pensando che è sempre qualcun altro a doverci pensare? La vera
risposta sta in quello che fece Francesco, cioè nel porci in modo serio e
riflessivo la domanda su quanto spazio lasciamo ancora dentro di noi a quel
male che esplode in modo inaspettato e crudele nei grandi drammi del mondo, ma
che trova ancora troppa accoglienza dentro il nostro cuore, mascherato di
normalità. Esso cova nelle pieghe anche delle nostre vite apparentemente ordinarie
e innocue, è come un virus che viene incubato negli organismi apparentemente
sani, prima di esplodere in una infezione che porta morte e contagio. Francesco
davanti alla croce riconobbe innanzitutto dentro di sé il germe del male e se
ne spogliò, simbolicamente e anche concretamente, abbandonando tutti i segni
della vita di prima, rivestendosi della povertà del Signore, della sua
misericordia e del suo amore per ogni uomo.
Anche
a noi allora davanti alla morte di tanti innocenti e davanti al gesto di
Francesco si pone la stessa domanda: di cosa devo spogliarmi perché il male
dell’ingiustizia, del dolore, della sofferenza del mondo non trovi nella mia
vita un riparo sicure nel quale crescere?
Gesù
nelle parole che abbiamo ascoltato parla di fede, mettendo in luce come essa
costituisca una forza irresistibile che cambia il mondo: “Se
aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sradicati
e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.” È la forza della fede che può porre un argine al
dilagare del male nel mondo, alle sue manifestazioni così terribili come quella
che ricordiamo oggi di Lampedusa.
Ma
in cosa consiste la fede? Come riconoscerla e come accoglierla in sé? Gesù fa
seguire l’invito a far propria la forza della fede che abbiamo citato l’invito
a farsi servitori, umili e piccoli, senza pretese: “Così anche voi, quando avrete fatto tutto
quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto
quanto dovevamo fare.” Davanti
al dolore e al male facciamoci servi umili e svuotati dell’orgoglio che ci fa
sentire grandi, spogli dei nostri ruoli che ci pongono sempre al di sopra e al
di là delle vicende di chi sta peggio. La via della fede, ci dice questo brano
del Vangelo, passa attraverso il riconoscere dentro di sé il germe del male da
estirpare e nel farsi servitori perché esso venga annientato con sentimenti di
umana pietà e solidarietà
Allora
oggi davanti alla croce piantata nel mare di Lampedusa ascoltiamo, come
Francesco a San Damiano, il messaggio che dal essa ci viene di ricostruire un’umanità
abbrutita dal male e resa cieca dalla paura, cominciando da me, dal mio poco amore
e dalla mia paura. Spogliamoci dall’orgoglio di sentirci a posto e al sicuro,
mettiamoci ai piedi di quella croce come Maria, senza difese e senza risposte
pronte, ma disponibili a condividere e fare nostro il dolore di tutte le croci
che incontriamo sulla nostra strada, senza fuggire, senza girarci dall’altra parte,
ma assumendoci con responsabilità e vicinanza il dolore degli altri perché Dio
ci aiuti a sopportarlo e a sollevarci, come fece con Gesù, con la gloria della
sua Resurrezione.
Preghiere
Ti preghiamo o Signore Gesù per le vittime del
naufragio di pochi giorni fa a Lampedusa e per tutti coloro che muoiono nel
tentativo di fuggire dalla miseria e dalla guerra. Proteggili col tuo amore e
conducili in salvo nel porto sicuro della tua misericordia, perché conoscano
nel tuo Regno la pace che qui in terra non hanno vissuto,
Noi ti preghiamo
Proteggi o Dio Padre misericordioso tutti coloro che
in queste ore sono in balia del mare e corrono pericoli per le loro vite.
Soccorrili e fa’ sì che trovino salvezza e protezione,
Noi ti preghiamo
Aiuta e dai forza o Dio a quanti si spendono per la
salvezza dei profughi e per la consolazione di chi oggi è nel dolore. Dona la
pace della tua compagnia a chi ha perso i propri cari e ha rischiato la vita,
Noi ti preghiamo
Apri o Dio le porte dei nostri paesi ricchi d’Europa
perché non accada più che qualcuno debba morire per cercarvi rifugio e salvezza
dalla miseria. Fa’ che nei popoli europei vinca la solidarietà e l’accoglienza
sulla paura e il rifiuto,
Noi ti preghiamo
Ti preghiamo o Signore per tutti i paesi in guerra da
cui tanti uomini, donne, anziani e bambini sono costretti a fuggire con grandi sofferenze
e pericoli. Dona pace al mondo intero,
Noi ti preghiamo
Noi ti preghiamo.
Ti preghiamo o Padre del cielo per il nostro papa
Francesco che si è fatto pellegrino ad Assisi. Perché l’esempio di San Francesco
sia insegnamento per tutti noi e ci guidi all’umile vicinanza ai crocifissi del
mondo,
Noi ti preghiamo
Dona pace e salvezza alla tua Chiesa ovunque diffusa, specialmente
dove è perseguitata e nel dolore: per la Nigeria, il Pakistan, il Kenya, l’Afghanistan,
e tutti i luoghi in cui il tuo nome è combattuto e offeso nella vita di tanti
discepoli,
Noi ti preghiamo
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sabato 21 settembre 2013
XXV domenica del tempo ordinario - 22 settembre 2013
Dal libro del profeta Amo 8, 4-7
Il Signore mi
disse: «Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e sterminate gli umili
del paese, voi che dite: “Quando sarà passato il novilunio e si potrà vendere
il grano? E il sabato, perché si possa smerciare il frumento, diminuendo l’efa
e aumentando il siclo e usando bilance false, per comprare con denaro gli
indigenti e il povero per un paio di sandali? Venderemo anche lo scarto del
grano”». Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe: «Certo, non dimenticherò
mai tutte le loro opere».
Salmo 112 - Benedetto il Signore che rialza il povero.
Lodate, servi del Signore,
lodate il nome del Signore.
Sia benedetto il nome del Signore,
da ora e per sempre.
Su tutte le genti eccelso è il Signore, +
più alta dei cieli è la sua gloria.
Chi è come il Signore, nostro Dio,
che siede nell’alto e si china a guardare
sui cieli e sulla terra?
Solleva dalla polvere il debole,
dall’immondizia rialza il povero,
per farlo sedere tra i prìncipi,
tra i prìncipi del suo popolo.
Lodate, servi del Signore,
lodate il nome del Signore.
Sia benedetto il nome del Signore,
da ora e per sempre.
Su tutte le genti eccelso è il Signore, +
più alta dei cieli è la sua gloria.
Chi è come il Signore, nostro Dio,
che siede nell’alto e si china a guardare
sui cieli e sulla terra?
Solleva dalla polvere il debole,
dall’immondizia rialza il povero,
per farlo sedere tra i prìncipi,
tra i prìncipi del suo popolo.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo
a Timoteo 2, 1-8
Figlio
mio, raccomando, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere
e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno
al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e
dedicata a Dio. Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro
salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla
conoscenza della verità. Uno solo,
infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo
Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza
egli l’ha data nei tempi stabiliti, e di essa io sono stato fatto messaggero e
apostolo – dico la verità, non mentisco –, maestro dei pagani nella fede e
nella verità. Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al
cielo mani pure, senza collera e senza contese.
Alleluia, alleluia alleluia.
Gesù Cristo da ricco che era, si è fatto povero per voi,
perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà.
Alleluia, alleluia alleluia.
Gesù Cristo da ricco che era, si è fatto povero per voi,
perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà.
Alleluia, alleluia alleluia.
Dal vangelo secondo Luca 16, 1-13
In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo
ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare
i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto
della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore
disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie
l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io
che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci
sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo
padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose:
“Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e
scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento
misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il
padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza.
I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli
della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta,
perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi
è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è
disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se
dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella
vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la
vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà
l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete
servire Dio e la ricchezza».
Commento
Con il vangelo
di oggi Gesù ci propone la storia di un uomo che lavorava come amministratore
presso un ricco possidente. Il fatto di amministrare tanti beni però aveva
portato quell’amministratore a dare poca importanza alla fortuna che aveva a
disposizione, tanto che, dice il vangelo, “fu
accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi”. Sembra una storia
d’altri tempi, un po’ una favola. Ci ricorda un sistema sociale che oggi non
esiste più.
Eppure, se
andiamo in profondità, oltre le forme esteriori, troviamo in quella storia
l’immagine di ogni uomo. Sì perché in fondo ognuno di noi, nascendo, è stato
messo ad amministrare una grande fortuna: un patrimonio di vita, di
opportunità, di salute, di pace, di benessere, eccetera. Ognuno onestamente, se
fa un bilancio di quanto ha ricevuto nella vita, se ne rende conto. Sì, magari
possiamo anche fare l’elenco delle difficoltà, dei dolori, di quello che ci è
mancato e avremmo desiderato. Ma non possiamo negare di aver comunque ricevuto
molto, e non per meriti speciali. Anche noi, come quell’amministratore, siamo
stati messi a gestire un grande patrimonio.
Forse, anche
noi , come quell’amministrazione, ci siamo talmente abituati a considerare
scontato tutto quello che abbiamo che lo sperperiamo, ovvero lo utilizziamo con
superficialità e scontatezza, o solo per se stessi, quando addirittura non
contro gli altri.
Infatti il
ricco possidente di cui parla il vangelo non accusa il suo amministratore di
aver rubato o fatto cose disoneste con i beni posseduti, ma di averli usati
male, di non averli fatti fruttare, di averli fatti sciupare senza frutto.
Noi, cosa
facciamo della nostra vita? Come usiamo il nostro tempo? Che frutto traiamo
dalle energie, le risorse che la salute e la pace di cui godiamo ci mettono a
disposizione? Non è scontato avere a disposizione tante risorse, non tutti al
mondo ne godono, ci sono state date in amministrazione, senza meriti, e noi che
ne facciamo?
E’ questa la
domanda che ci pone il vangelo oggi. Noi che facciamo della nostra vita? E’ una
domanda molto seria, che raramente ci poniamo. Anche a noi il ricco possidente,
colui che ci ha affidato tanti beni perché li amministrassimo, ce ne rende
conto, ogni volta che ascoltiamo il Vangelo. Noi cosa risponderemo? Potremo
trovare molte scuse, potremo dire che abbiamo avuto tanti problemi, che non ci
hanno aiutato abbastanza, ecc… ma sappiamo che in fondo non è vero. Sappiamo
che abbiamo preferito tenerci tutto per noi, spendere il patrimonio affidatoci
solo per noi stessi, senza metterlo a frutto per altri, senza far crescere la
vita, l’amore, il benessere attorno a noi, per gli altri.
Davanti a
questa domanda ci troviamo in grande imbarazzo, tanto che evitiamo di porcerla.
Sfuggiamo le occasioni, meglio distrarci, pensare ad altro. Sì, possiamo riempirci
la vita di passatempi e distrazioni, ma la domanda resta: Tu della vita che ti
è stata donata cosa ne hai fatto?
Quell’amministratore
di cui ci parla il vangelo quando gli viene chiesto conto sa cosa fare, e per
questo ci indica una via. Non si perde d’animo, messo di fronte alla domanda cruciale
non sfugge. Non comincia a mettere scuse, a trovare giustificazioni, a dare la
colpa agli altri, al destino, al caso. Si decide, finalmente, a non sciupare,
ma a mettere a frutto il patrimonio affidatogli. E il modo migliore che trova
per farlo è usarlo per aiutare gli altri, per farsi amare, per far crescere
amicizia simpatia e gratitudine nei suoi confronti. Quell’olio, quel vino, quel
grano che prima teneva chiusi in cantina, donato a chi ne ha bisogno produce un
buon frutto per l’amministratore, perché lo rende amico di tanti. Aiutare chi
ha bisogno dell’olio, del grano, del tempo delle energie che noi abbiamo non ci
impoverisce, come tanti pensano, ma invece ci prepara un futuro più ricco,
ricco di amici e di protettori davanti a Dio. Sembra assurdo, ma
l’amministratore scopre che proprio quelli che hanno bisogno di olio e di
grano, i più poveri, costretti a mendicare da lui il cibo, sono loro la
migliore garanzia per il suo futuro se li aiuta gratuitamente e senza pretendere
un guadagno. Dice il Signore “Gratuitamente avete ricevuto,
gratuitamente date.” (Mt 10,8).
Potremmo dire
che non è giusto quello che l’amministratore fa. In fondo usa beni non suoi per
aiutare gli altri e farsi amare da tanti.
Il padrone
però lo loda. Sì, perché il padrone, che è Dio, non ragiona con la logica
dell’economia di mercato o dei ricchi del mondo. Per lui i beni danno frutto
non quando ci fanno guadagnare soldi, ma quando sono donati a chi ne ha
bisogno, così come il nostro tempo, le nostre capacità, i talenti. Lo abbiamo
sperimentato anche noi, quando regaliamo gratuitamente il nostro amore a
qualcuno, e così ce lo siamo sentiti crescere e moltiplicare nel cuore. Al
contrario se ce lo teniamo stretto, solo per noi stessi, alla fine deperisce e
muore, lasciandoci aridi di sentimenti. Per questo il proprietario non si adira
con l’amministratore perché non gli procura un guadagno e non lo fa diventare
più ricco, ma perché prima sciupava tutti quei beni, e in fine lo loda dicendo
che è stato saggio, perché ha usato i beni che amministrava per accumularsi un
tesoro di amore e di amicizia che non gli verrà tolto.
Fratelli e
sorelle, oggi il vangelo ci pone la domanda su cosa facciamo della nostra vita.
Forse possiamo far finta di non sentire, ma poi alla fine sarà posta in modo
definitivo a tutti. Non aspettiamo il momento in cui sarà troppo tardi e non si
potrà più porre rimedio. Il vangelo ci aiuta a prepararci fin da subito una
risposta convincente, come fece quell’amministratore.
Preghiere
O Signore ti ringraziamo dei doni dei quali hai voluto
che godessimo nella nostra vita: della vita, della pace, della salute, del
benessere.
Noi ti preghiamo
Ti preghiamo o Dio per quanti soffrono per l’assenza
di pace: per il popolo siriano, per la Terra Santa, il Centro Africa e tutti i
paesi dove infuria la guerra. Dona pace al mondo intero,
Noi ti preghiamo
Aiutaci o Signore a usare le nostre risorse umane e i
nostri beni per soccorrere chi è nel bisogno. Per i poveri, per chi è nel
dolore, i malati, chi è senza casa. Dona a tutti consolazione e salvezza,
Noi ti preghiamo
Proteggi o Dio quanti sono colpiti dalla violenza a
causa della loro fede, perché gli annunciatori e i testimoni del Vangelo siano
protetti dal tuo amore,
Noi ti preghiamo
Insegnaci o Dio la generosità del tuo Figlio che spese
ogni suo talento per il bene di noi uomini. Sul suo esempio fa’ che sappiamo
donare gratuitamente come gratuitamente abbiamo ricevuto,
Noi ti preghiamo
Perdona o Signore la nostra debolezza ogni volta in
cui evitiamo di compiere il bene che tu ci indichi e rifiutiamo di seguire i
tuoi insegnamenti. Aiutaci a essere sempre docili discepoli del Vangelo,
Noi ti preghiamo.
Ti preghiamo o Dio per la tua Chiesa, perché sia
testimone fedele del tuo vangelo e annunciatrice della salvezza che viene dall’essere
tuoi amici,
Noi ti preghiamo
Sostieni o Signore Gesù il nostro papa Francesco con
la forza del tuo Spirito, perché guidi tutti gli uomini di buona volontà verso
il tuo Regno di pace e di giustizia,
Noi ti preghiamo
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omelie anno C
venerdì 13 settembre 2013
XXIV domenica del tempo ordinario - festa della Santa Croce - 14-15 settembre 2013
Dal libro dell'Esodo 32, 7-11. 13-14
In quei
giorni, il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto
uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi
dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso,
poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto:
“Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto”».
Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo
dalla dura cervice. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li
divori. Di te invece farò una grande nazione». Mosè allora supplicò il Signore,
suo Dio, e disse: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo
popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano
potente? Ricordati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai
giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come
le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi
discendenti e la possederanno per sempre”». Il Signore si pentì del male che
aveva minacciato di fare al suo popolo.
Salmo 50 - Ricordati di me, Signore, nel
tuo amore.
Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; +
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.
Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito.
Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode.
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio;
un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi.
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.
Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito.
Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode.
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio;
un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi.
Dalla prima lettera di san Paolo
apostolo a Timoteo 1, 12-17
Figlio mio,
rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché
mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un
bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia,
perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro
ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù. Questa
parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel
mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per
questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo,
dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che
avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna. Al Re dei secoli,
incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli.
Amen.
Alleluia, alleluia alleluia.
Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te;
Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te;
non son più degno di essere chiamato tuo
figlio.
Alleluia, alleluia alleluia.
Alleluia, alleluia alleluia.
Dal vangelo secondo Luca 15,
1-3
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i
pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano
dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro
questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le
novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova?
Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa,
chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho
trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà
gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove
giusti i quali non hanno bisogno di conversione. Oppure, quale donna, se ha
dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca
accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le
vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo
perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo
peccatore che si converte». Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più
giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi
spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio
più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là
sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto,
sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel
bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella
regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto
saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla.
Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in
abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò:
Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere
chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da
suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli
corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre,
ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato
tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più
bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi.
Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché
questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato
ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei
campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò
uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose:
“Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo
ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre
allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da
tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato
un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo
figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai
ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con
me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché
questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato
ritrovato”».
Commento
Cari
fratelli e care sorelle, festeggiamo oggi la Santa Croce, a cui la nostra
parrocchia è dedicata. È una festa antica che lega Oriente e Occidente attorno
a questo simbolo così radicato nella nostra fede, come qualcosa da cui non si
può prescindere. Papa Francesco lo ha detto nella sua prima omelia da papa: “Pietro che ha confessato Gesù Cristo, gli
dice: Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivo. Io ti seguo, ma non parliamo di
Croce. Questo non c’entra. Ti seguo con altre possibilità, senza la Croce.
Quando camminiamo senza la Croce, quando edifichiamo senza la Croce e quando
confessiamo un Cristo senza Croce, non siamo discepoli del Signore.” Ma
cosa vuol dire camminare con la Croce? Essa rappresenta un modo di vivere che
mette avanti e prima di sé il bene dell’altro, il bene di tutti. Le letture di
oggi ce ne presentano due esempi.
Abbiamo
udito nella prima lettura dal libro dell’Esodo le parole infuriate di Dio
contro il popolo d’Israele che, dopo tutto quello che aveva fatto per lui, per
liberarlo dalla schiavitù e farlo giungere sano e salvo in una terra felice,
aveva deciso di sottomettersi ad un altro Dio fatto con le proprie mani. Davanti
a questo segno di ingratitudine e tradimento dell’amicizia Il Signore prova un
grande sdegno: come non dargli ragione? Cos’altro poteva o doveva fare per meritare
la fedeltà del popolo? Questo atteggiamento di Dio risponde ad un senso di
giustizia evidente e nessuno potrebbe dare torto alle parole che egli
pronuncia: “ecco, è un popolo dalla dura cervice.
Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori.” Eppure
all’interno di quel popolo c’è un solo uomo che non ha tradito la fiducia e l’amore
di Dio, ma gli è restato fedele: Mosè. Dio lo sa e lo vuole ricompensare e gli dice:
“Di te, invece, farò una grande nazione.”
Di nuovo un segno della grande giustizia di Dio: infatti il giusto non deve
subire le conseguenze del peccato di altri. Tutto sembra estremamente logico e
normale. Però c’è qualcosa nel seguito di questa storia che dimostra che oltre alla
giustizia c’è una forza superiore che anima la storia e cambia il suo normale
corso. Mosè infatti, invece di essere soddisfatto della sua “bella figura”
davanti a Dio e del futuro privilegiato che gli si prospetta si fa intercessore
per la salvezza di tutto il popolo. Non mette al primo posto il piacere
derivante dal riconoscimento del suo essere migliore degli altri, non si
accontenta di essere in posizione di vantaggio e privilegio rispetto a tutti,
ma invece decide che la sua salvezza è assieme a tutto il popolo. Davanti a
questo atteggiamento il cuore di Dio si intenerisce e cambia idea: “Il Signore si pentì del male che aveva
minacciato di fare al suo popolo.” Mosè fa cambiare idea a Dio! C’è una
forza del voler bene agli altri prima e più di se stesso che riesce a
sovvertire la forza “naturale” ed evidente della giustizia, persino quella di
Dio, e che immette nella storia una forza superiore che è quella della
misericordia e del perdono. Mosè non pensa prima a sé e al proprio vantaggio e
privilegio, anche se questo è meritato e frutto della sua giustizia, ma cerca
la salvezza di tutto il popolo, anche a discapito del suo personale interesse. È
questa la logica della Croce!
È quello
che non riesce a vivere il fratello maggiore della parabola di Luca. Anche lì un
condivisibile senso di giustizia dà ragione a lui: perché festeggiare con una
banchetto dispendioso un figlio disgraziato che prima ha sfidato il padre
pretendendo la metà del suo patrimonio, poi lo ha dilapidato e ora ha la
pretesa di tornare come niente fosse? Che giustizia è questa?
Fratelli
e sorelle, noi siamo come quel fratello maggiore e il nostro massimo desiderio
è quello di essere sempre dalla parte giusta, quella che ci mette in posizione
di poter rivendicare diritti e non essere mai in debito verso nessuno. Ma qual
è il frutto di questo atteggiamento? Lo immaginiamo per Mosè: ritrovarsi solo,
senza popolo, salvo, sì, ma infelice perché senza più nessuno dei suoi. Lo
vediamo concretamente nel figlio maggiore della parabola: resta fuori casa,
mentre dentro si festeggia, stanco e sporco del lavoro nei campi, mentre tutti
indossano l’abito della gioia e della festa. Ecco la situazione di tutti quelli
che cercano solo di essere giusti, senza saper voler bene agli altri con la misericordia
che va oltre la giustizia. Ecco la vita di quelli che camminano senza la Croce
Fratelli
e sorelle, in questi giorni abbiamo visto verificarsi quello che abbiamo appena
detto. Come tutti sappiamo c’è un regime dispotico e violento in Siria che sta
causando un gran numero di vittime innocenti. Non sarebbe giusto fermarlo con
ogni mezzo possibile? Non sarebbe forse giusto e anzi necessario annientare
tutti i responsabili di quel regime? Una semplice logica di giustizia darebbe
ragione alle intenzioni bellicose degli Stati Uniti che volevano, come è noto,
attaccare e bombardare la Siria. Ma un uomo, Francesco, si è alzato e ha invitato
tutti gli uomini di buona volontà a invocare la misericordia, quella forza
della Croce di Cristo ben più forte delle armi e con una logica ben più potente
della giustizia. La giornata di digiuno e di preghiera di sabato scorso ha
coinvolto tutto il mondo che ha voluto invocare Dio per mettere in moto la
forza della misericordia che supera ogni altra forza. Dio ha ascoltato la preghiera
degli uomini di buona volontà e oggi vediamo che l’attacco militare sembra
scongiurato e passi di trattative pacifiche si stanno intraprendendo.
Nella
veglia di sabato il papa Francesco ha detto: “Tutto il creato forma un insieme armonioso, buono, ma soprattutto gli
umani, fatti ad immagine e somiglianza di Dio, sono un’unica famiglia, in cui
le relazioni sono segnate da una fraternità reale non solo proclamata a parole:
l’altro e l’altra sono il fratello e la sorella da amare … Il mondo di Dio è un
mondo in cui ognuno si sente responsabile dell’altro, del bene dell’altro.
Questa sera, nella riflessione, nel digiuno, nella preghiera, ognuno di noi,
tutti pensiamo nel profondo di noi stessi: non è forse questo il mondo che io
desidero? Non è forse questo il mondo che tutti portiamo nel cuore? Il mondo
che vogliamo non è forse un mondo di armonia e di pace, in noi stessi, nei
rapporti con gli altri, nelle famiglie, nelle città, nelle e tra le
nazioni?”
Questa
è la domanda che la Scrittura ci pone in questa domenica: il mondo che vogliamo
è governato solo dalla giustizia, dal conteggio dei torti e dei meriti, dal
quale possiamo essere sicuri che, se siamo onesti, nessuno di noi esce bene, oppure
il mondo nel quale è piantata al centro al Croce, simbolo della misericordia di
Dio nella quale non conta solo la mia salvezza, anche a discapito degli altri,
ma quella di tutti noi assieme? Questa è la logica di Dio, la logica della Croce,
per la quale anche noi possiamo sperare di salvarci, non da soli, ma assieme a
tutto il popolo che è l’umanità, della quale ciascuno si senta responsabile,
come Mosè, con la forza della preghiera di intercessione e la forza della
responsabilità del nostro agire, perché Dio si volga con misericordia verso noi
tutti.
Preghiere
O Signore ti ringraziamo perché hai ascoltato la voce
del tuo popolo che invocava pace in nome della forza della Croce. Dona alla
Siria e al mondo intero un futuro di pace e riconciliazione,
Noi ti preghiamo
O Padre del cielo, perdona quando ci riteniamo giusti
e nella ragione, quando accampiamo diritti e ci sentiamo estranei al male del
mondo. Donaci di essere sempre intercessori appassionati per la salvezza di
tutti.
Noi ti preghiamo
Aiutaci o Signore a trovare sempre la via del
ravvedimento e della richiesta di perdono, perché sappiamo tornare a Te quando
ci allontaniamo orgogliosi e pieni di noi stessi.
Noi ti preghiamo
Insegna anche a noi o Padre misericordioso a fare grande
festa ogni volta che il bene vince sul male, che il perdono cancella il peccato
e che la misericordia supera il desiderio di rivalsa.
Noi ti preghiamo
Ti ringraziamo o Dio per le parole e i gesti di papa
Francesco che ci invitano a convertire il nostro cuore al Vangelo e a seguire
la via della Croce. Sostieni il suo ministero e proteggilo dal male.
Noi ti preghiamo
Guida o Dio la Chiesa perché sia sempre famiglia
feconda che genera tuoi figli. Fa’ che ciascuno di noi cresciamo in essa e
partecipiamo alla sua missione di vivere ovunque nel mondo la logica della
Croce.
Noi ti preghiamo.
Proteggi o Padre del cielo ogni popolo che è in guerra
e vittima della violenza: per la Siria, l’Afghanistan, il Libano e ovunque
vince la forza delle armi e del terrorismo.
Noi ti preghiamo
Suscita in noi, o Signore Gesù, sentimenti di pace e
gesti di riconciliazione, perché diveniamo operatori di bene capaci di
sostenere con affetto tutti quelli che hanno bisogno di aiuto e consolazione.
Noi ti preghiamo
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