sabato 2 maggio 2020

Sesta lettera su questo tempo di quarantena - 30 aprile 2020






Terni, 30 aprile 2020

Cari amici,
viviamo questo tempo liturgico pasquale animati da sentimenti di speranza, ancora con il cuore pieno della gioia della resurrezione di Cristo. Come dicevamo a Pasqua: “Nel buio di quelle giornate di violenza e morte Maria Maddalena e le donne hanno conservato la capacità di essere una luce di speranza, e di preoccuparsi di un altro, Gesù morto e sepolto. Per questo esse furono le prime testimoni della resurrezione del Signore, che cioè la sua vita non era finita, ma era stata resa più forte della morte dall’amore del Padre.”
Gli sviluppi di questi ultimi giorni ci fanno ben sperare circa l’evoluzione della pandemia, anche se dobbiamo continuare ad agire ancora con molta prudenza per evitare una recrudescenza del contagio. Vorrei condividere con voi alcune riflessioni sul tempo che viviamo per provare a cogliere alcuni messaggi importanti che ci giungono da esso e, a partire da questi, interrogare la Scrittura perché illumini con la sua sapienza la nostra vita di oggi.

Tutto andrà bene!”
In queste settimane si è spesso sentito dire che niente tornerà ad essere come prima, che gli uomini hanno compreso il valore, prima dimenticato, delle relazioni umane e di una solidarietà più stretta, che il mondo che ci attende sarà migliore, come purificato dalla pandemia che starebbe svolgendo un ruolo rigeneratore degli animi.
È certamente vero che tanti esempi di sacrificio e dedizione ci hanno positivamente impressionato, ed hanno sviluppato in tanti una coscienza, prima smarrita, del fatto che eseguire coscienziosamente il proprio compito porta buoni frutti, i quali, se sono per il bene comune e non solo finalizzati esclusivamente a se stessi, aggiungono un valore superiore al proprio agire, direi religioso. È il caso, ad esempio, dell’ondata di simpatia e gratitudine per i medici, i sanitari ed altre categorie di lavoratori che si è ampiamente manifestata in questi giorni. Un motto diffuso e condiviso riassume questi e altri sentimenti ed è esposto su balconi e finestre: “Tutto andrà bene!”
È un’espressione sintetica delle nostre speranze, un augurio che incoraggia e ci aiuta ad affrontare le evidenti difficoltà dell’oggi.
Ma se questo augurio è certamente sincero e positivo, non bisogna allo stesso tempo illudersi che basti vivere una situazione di pericolo globale e forte crisi collettiva, come l’attuale, perché automaticamente l’uomo ne esca migliorato. Le esperienze passate ci hanno dimostrato come in tanti analoghi frangenti purtroppo non è stato così. Gli eventi storici di portata globale portano sì ad evoluzioni prima inimmaginabili, ma non sempre di segno positivo. Non dico questo per venare di pessimismo un panorama che sembra invece poter volgere al meglio, ma perché credo che la sapienza umana e quella della fede ci insegnano come la storia non proceda per meccanismi automatici o spontanee evoluzioni naturali, ma secondo le scelte e le decisioni degli uomini che la indirizzano. E se un tempo tali scelte erano nelle mani di poche persone influenti oggi, che siamo in un’epoca di globalizzazione e di facile e rapida diffusione delle informazioni, il comportamento dei singoli ha un’inedita rilevanza, in un senso come nell’opposto. Per questo l’azione e l’esempio anche di piccoli gruppi di persone influisce sul sentire e sui comportamenti di molti e lascia un segno notevole. Pensiamo al caso, noto a tutti, dell’appena adolescente Greta Thunberg e del processo globale di crescita della consapevolezza ambientalista che essa ha innescato. Ciò aumenta in modo considerevole la nostra responsabilità personale: cioè se “tutto andrà bene” dipende da noi, dalle nostre scelte e decisioni, dal comportamento che assumeremo da ora in poi, perché è sì una possibilità auspicabile, ma tutta da realizzare.
Direi che al motto “tutto andrà bene” bisognerebbe premettere: “Io scelgo che …” e aggiungere dopo “…, e perciò farò, questo, questo e questo.” A ognuno è affidato il compito di aggiungere il contributo concreto delle azioni e dei comportamenti che ciascuno vuole apportare.
Se eliminiamo questa premessa e la prosecuzione, quell’affermazione da sola verrebbe sconfessata da una realtà che, purtroppo, la nega a ogni piè sospinto.

La tempesta
Papa Francesco nella preghiera del 27 marzo sul sagrato deserto di San Pietro paragonava la situazione del mondo di oggi all’esperienza dei discepoli descritta nel Vangelo di Marco: “Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena.” (4,37)
Il papa, come già ricordavo, ha commentato così il brano: “Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.”
Francesco cioè ha voluto sottolineare con forza come la pandemia ha messo a nudo una realtà che facevamo finta di non vedere, e cioè che le nostre esistenze personali individuali sono correlate e interdipendenti con quelle di chi ci è accanto, ed anche, direi, di tutta l’umanità. Ciò significa che la mia salvezza non può prescindere e fare a meno della salvezza dell’altro: sulla barca o ci si salva tutti o si affonda tutti, nessuno può vantare una condizione privilegiata rispetto agli altri. Allo stesso modo gli sforzi per restare a galla non possono fare a meno dell’impegno di nessuno: nei momenti critici ognuno deve remare, o svuotale la barca dell’acqua, o gettare a mare la zavorra inutile, ecc…; ciascuno ha un compito necessario e la negligenza di uno mette in pericolo la salvezza di tutti, così come le energie ben spese da uno recano vantaggio a tutti.
Purtroppo il modo di affrontare l’attuale grave crisi sanitaria non è sempre stato secondo questo auspicio. Pensiamo al caso dell’altissimo numero di morti fra gli anziani delle case di riposo ed RSA. Le cronache dei giornali hanno evidenziato la scelta con la quale si è deciso deliberatamente di esporre proprio gli anziani, già così indifesi e fragili, al pericolo del contagio il quale, come era prevedibile, ha mietuto fra loro un numero altissimo di vittime. È nota infatti la scelta di trasferire proprio nelle RSA moltii pazienti covid-19 dimessi dagli ospedali, per liberare i letti e l’attenzione dei sanitari nelle sovraccariche strutture ospedaliere, a vantaggio dei pazienti covid-19 più giovani che vi affluivano numerosissimi.
Il fenomeno non è stata dunque una tragica fatalità: lo testimoniano i casi di strutture che hanno rifiutato questa proposta, accompagnata dalla possibilità ovviamente di fare profitto, e così facendo hanno preservato la vita dei propri anziani, mantenendoli al riparo dal contagio.
In sintesi si è pensato che una parte dei passeggeri della barca potesse essere lasciata affondare perché più debole e indifesa, a vantaggio dei restanti passeggeri. Ma con quelle schiere di anziani morti, e per aggiunta morti male, perché isolati, senza il conforto dei parenti e senza poter accedere ai Sacramenti, è andato a fondo anche il senso di umanità di una società che deliberatamente scarta e lascia morire i propri padri e madri, invece di circondarli della cura e protezione delle quali, a rigor di logica, dovrebbero godere i familiari più fragili. Una parte importante di ciascuno di noi è morto con loro: una società che non solo non sa mettere al sicuro i propri vecchi, ma anzi li espone deliberatamente al pericolo di morte in nome del profitto e della precedenza dei più giovani e forti è una società che seppellisce con loro la propria umanità.
Le cronache ci riportano di indagini in corso sulle responsabilità di quanti hanno permesso che tutto ciò avvenisse, ma forse ancor prima andrebbe messo in discussione il fatto stesso che le persone anziane invece di trovare nelle proprie famiglie il luogo in cui invecchiare e morire con dignità, circondate dagli affetti e dalla protezione che esse sanno garantire a chi è amato, vengano confinati in strutture governate dalle leggi economiche del mercato che, come abbiamo visto anche in questo caso, valutano la vita delle persone in base ai criteri del guadagno che ne può ricavare. È l’idea che le vite delle persone anziane, isolate in strutture spersonalizzanti per trascorrere gli ultimi anni della propria vita, valgono di meno, e i tanti che oggi si mostrano sdegnati per la fine che hanno fatto i propri cari si dovrebbero interrogare sulla propria scelta di non prendersene cura personalmente, certo a costo di sacrifici e rinunce, ma facendo sì che sarebbero state risparmiate le morti evitabili di tanti padri e madri.
Ecco allora che si potrebbe declinare una prima forma del motto già prima ricordato: “Io voglio che in futuro tutto vada bene, per questo non lascerò che gli anziani invecchino e muoiano nella solitudine degli istituti.”
Analogo discorso si potrebbe fare per tante altre categorie di persone fragili e isolate, le quali già prima della pandemia erano al di fuori dei circuiti della protezione sociale e comunitaria, persone che non hanno diritti da rivendicare né forme di solidarietà spontanea e diffusa a proprio sostegno. Pensiamo ai senza casa, agli immigrati, specie se irregolari, ai lavoratori in nero e occasionali, ai nomadi. Gruppi lasciati andare alla deriva, neanche considerati membri dell’equipaggio e dei quali pochi o nessuno si è preso cura.
Sì, c’è una lezione da imparare da questa pandemia: sulla stessa barca ci siamo tutti e tutti ci salviamo, sennò tutti periremo. Quando qualcuno viene scartato e lasciato morire, un pezzo di noi muore con lui, anche se non ci accorgiamo: è la parte migliore di noi che viene meno, corrosa dall’abitudine al male.

Naufrago per amore
Il breve libro del profeta Giona (vi invito a leggerlo tutto, sono appena 4 capitoli: https://www.bibbiaedu.it/CEI2008/at/Gn/1/) narra le vicende di un uomo ribelle e bizzoso. Anche in esso si racconta di una nave colta dalla tempesta. Giona vi era salito per fuggire verso “Tarsis, lontano dal Signore” il quale lo aveva chiamato ad annunciare la sua Parola alla grande città di Ninive. Ribelle all’invito, Giona cerca salvezza su una nave che lo porti lontano, al riparo da quell’impresa faticosa e rischiosa in una città straniera, ostile, dove la malvagità degli abitanti era “salita fino a Dio”.
Tutti noi all’inizio di questa pandemia abbiamo avvertito come anche le nostre città, come Ninive, fossero divenute all’improvviso straniere e ostili. Dietro le persone e i luoghi che prima ci erano familiari si annidava ora la nuova minaccia oscura del contagio. La città di cui eravamo abituati a frequentale le strade e le piazze ha così assunto un aspetto diverso, capace di incuterci timore. È stato immediato e naturale cercare riparo, porci al sicuro da questa nuova e inedita minaccia. Fuggire lontano, salire come Giona sulla nave che in un viaggio da fermi ci traghettasse al sicuro in un tempo migliore nel quale il pericolo fosse passato.
Le nostre case sono diventate queste navi e spesso al loro interno le uniche voci che giungono sono quelle di internet e della TV, piene di notizie allarmanti e ansiogene, di immagini che, alla ricerca di audience, puntano a suscitare emozioni forti e scalpore. Sì perché i media da un lato ci illudono di avvicinarci alla realtà, mostrandocene a volte con crudezza gli aspetti più scabrosi e intimi, ma allo stesso tempo rendono tutto lontano, quasi irreale, facente parte di un universo dove le nostre mani non possono giungere e per i quali sappiamo già in partenza che non possiamo fare nulla. La TV infatti non punta a suscitare sentimenti, i quali possono generare azioni concrete, ma piuttosto emozioni, che rimangono nel limbo artificiale del proprio spazio psichico, scatenando tempeste emotive che si svolgono però tutte al nostro interno. Lo schermo, per sua definizione, è un diaframma che pur mostrando separa e allontana la realtà che rappresenta.
Così è accaduto che anche le nostre navi, che dovevano metterci al sicuro, si sono trovare, al pari di quella di Giona, sbattute dalla tempesta: “il Signore scatenò sul mare un forte vento e vi fu in mare una tempesta così grande che la nave stava per sfasciarsi.
A questo punto il libro di Giona ci offre uno squarcio inaspettato dell’animo del profeta. Egli si rende conto che la causa della tempesta nella quale lui, assieme ai compagni di viaggio, si trova è nel suo tentativo di fuga. A nulla gli è valso cercare di porsi al sicuro, lontano dalla responsabilità affidatagli da Dio di combattere con le armi del Signore, cioè l’annuncio della sua Parola, la battaglia contro il male nella grande città. Il male infatti per sua natura è pervasivo, capace di minacciare ovunque le vite di tutti, non c’è luogo sicuro e libero dal suo influsso. Giona sceglie allora di assumersi la responsabilità di una lotta che sembra impari e disperata: “Egli disse loro: Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia." Che speranza ha di salvarsi da solo nel mare in tempesta? Pressoché nulla, ma ora la priorità di Giona è diventata un’altra: mettere in salvo gli altri, e non se stesso.
Proprio per questo, all’improvviso, tutto cambia: “Quegli uomini … Presero Giona e lo gettarono in mare e il mare placò la sua furia. Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti. Dal ventre del pesce Giona pregò il Signore, suo Dio.”
La scelta di Giona di porre fine alla sua fuga e di assumersi la responsabilità della lotta contro il male in favore degli altri impone una svolta alla situazione: la tempesta cessa, l’equipaggio della nave è salvo, ma anche Giona, pur restando nel mezzo delle onde, sperimenta la protezione avvolgente di Dio. Stando in alto mare, in una condizione non ancora del tutto serena, la scelta di Giona presa di slancio nell’urgenza del pericolo incalzante diventa più consapevole e matura basi solide nel dialogo con Dio fatto di preghiera. Si apre così una nuova fase della vita di Giona che diviene annunciatore della Parola di Dio e messaggero del suo perdono, capace di suscitare la conversione a vita nuova dell’intera città di Ninive, “città molto grande, larga tre giornate di cammino.” Per Giona è il gettarsi nelle acque in tempesta il punto di partenza dal quale si inaugura un tempo nuovo per sé e per un grande popolo, il quale ritrova le vie per tornare al Signore: “Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece.”
La vicenda di Giona ci offre alcune indicazioni utili per leggere anche il nostro tempo. Come accennavo la fuga è la reazione che è venuta spontanea a tutti noi quando abbiamo sentito forte la minaccia del male. Nel nostro caso la fuga non è individuabile nelle misure di sicurezza per contenere il contagio; sarebbe sciocco e irresponsabile crederlo. È doveroso da parte nostra mettere in atto tutto ciò che è utile ad impedire la diffusione del virus. Ma la nostra fuga è innanzitutto dalla responsabilità verso gli altri. Dio non aveva chiesto a Giona di compiere un’azione disperata e di mettere a repentaglio la sua vita. Gli aveva chiesto di fare qualcosa che era per lui possibile: parlare alla gente a suo nome. Ciò che la Scrittura mette in luce infatti è che Giona non si senta interrogato dal bisogno di “centoventimila persone” minacciate dalla forza distruttiva del male che le ha contagiate e che mette in pericolo la loro sopravvivenza. Il cuore di Giona non sa avere pietà di prospettive più larghe del piccolo orizzonte della propria comodità e convenienza.
Così a noi cristiani in questo tempo di pandemia non è chiesto di sfidare il pericolo del contagio con azioni irresponsabili, ma di usare la fantasia dell’amore che può esercitare solo chi si sente responsabile di un orizzonte più largo del proprio piccolo appartamento-nave in cui è imprigionato. Ci sono misure di sicurezza che permettono di continuare ad incontrare chi ha bisogno del nostro sostegno, con i mezzi che abbiamo a disposizione, mettendo le nostre forze e capacità al servizio degli altri. Un cuore che vuole bene trova mille soluzioni pratiche intelligenti per assumersi la responsabilità di chi sta male. Un cuore affettivamente pigro invece non vuole e non sa trovare risposte nuove a situazioni nuove.
Grazie a Dio ci sono persone che hanno fatto propria questa intelligenza geniale e creativa dell’amore e hanno superato barriere apparentemente invalicabili. Pensiamo ad esempio a chi ha continuato a distribuire cibo e sostegno a chi vive per strada in città desertificate, utilizzando le opportune protezioni, o a chi addirittura si è trasferito a vivere nell’istituto per anziani nel quali lavora per non rischiare di essere portatore del contagio al suo interno. Pensiamo a quanti hanno raggiunto anziani o disabili nelle loro case per portare viveri o medicine, o a quanti hanno continuato a esprimere il loro sostegno a chi era in qualche modo affidato a sé, come ad esempio i bambini del catechismo, vicini e conoscenti soli o anziani, malati psichici, detenuti, trovando nuove forme di vicinanza, anche utilizzando i mezzi che la tecnologia ci mette a disposizione. Non è stato poco, soprattutto è stato possibile, perché qualcuno ha sentito la responsabilità di chi aveva di fronte, affinché non soccombesse sotto i colpi del male che corrode, disumanizza, impoverisce nell’isolamento.
Rifiutare questa responsabilità è la fuga dei tanti Giona che ignorano la chiamata del Signore a superare se stessi, le proprie paure e pigrizie per rinascere nell’amore ad una fraternità più larga, capace di sconfiggere la forza del male.
Assumersi questa responsabilità davanti a chi sta male rende il nostro cuore più simile a quello di Dio, il quale a Giona profeta capriccioso e ribelle così descrive il proprio sentire davanti alla città che rischiava di perdersi: “io non dovrei avere pietà di Ninive, quella grande città, nella quale vi sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?
Facciamo nostro lo sdegno del Signore e sentiamo anche noi impossibile “non avere pietà di Ninive”, città desertificata dal male. Se lo facciamo il Signore ci concederà la protezione e l’intelligenza per superare il muro dell’impossibilità e per far vincere sull’istinto di fuga la pace del cuore che pone in lui la sua speranza.

     Don Roberto

IV domenica del tempo di Pasqua - Anno A - 3 maggio 2020





Dagli Atti degli Apostoli 2, 14a.36-41
 Nel giorno di Pentecoste, Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro». Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!». Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone. 

Salmo 22 - Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare, +
ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia.

Mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.

Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni. 

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 2, 20b-25
Carissimi, se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime.

Alleluia, alleluia alleluia.
Io sono il buon pastore, dice il Signore,
conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Giovanni 10, 1-10
In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
Commento

Cari fratelli e care sorelle, oggi sono tre settimane che Gesù è risorto. In quelle settimane dopo la resurrezione Gesù tornò diverse volte a trovare i suoi discepoli, ma non era sempre con loro, come invece prima. È un po’ come per noi adesso. Noi sappiamo che è vivo, che è risorto dai morti, e che non ci lascia mai soli. Eppure non lo vediamo sempre accanto a noi, come non lo vedevano sempre i discepoli. Probabilmente mentre andavano in giro, per Gerusalemme, o per la Galilea, la regione dove erano nati, speravano sempre di incontralo ancora una volta, di sentirlo parlare, di ricevere da lui il coraggio che gli mancava. Venivano da giorni difficili, movimentati, pieni di spavento ed erano ancora tutti frastornati: vedere Gesù, rincontrarlo gli dava coraggio e forza. Per questo erano tutti attenti a non farselo sfuggire, casomai lo incontrassero di nuovo, come era già avvenuto.
Anche per noi è un po’ così. Anche noi sentiamo il bisogno di rincontrarlo, perché ci dia il coraggio che ci manca per fare il bene, perché ci aiuti nei momenti difficili, quando ci sentiamo soli, e poi anche solo perché è bello stare con lui.
Eppure, lo sappiamo, non è sempre facile accorgerci di lui, ma non perché non c’è, piuttosto perché la nostra attenzione è rivolta altrove, o ci aspettiamo altro da lui. Inoltre per incontrare Gesù dobbiamo uscire dal nostro piccolo mondo fatto di poche, solite persone, pochi e abituali ambienti, perché Gesù si fa incontrare in mezzo agli altri. E in questo tempo di pandemia capiamo meglio cosa questo voglia dire; infatti se non possiamo uscire e riunirci con gli altri, ad esempio per la S. Messa, rischiamo che essi scompaiano dal nostro orizzonte. Ancora di più allora dobbiamo impegnarci perché gli altri, specialmente i più bisognosi, siano presenti e vicini a noi, nella nostra preghiera, nella nostra preoccupazione, nel nostro ricordo affettuoso. Nel Vangelo infatti Gesù risorto non appare mai a un discepolo che sta da solo, almeno devono essere in due, come a Emmaus.
Abbiamo ascoltato dal Vangelo che esiste una sola porta che ci permette di comunicare con il mondo esterno, di far entrare gli altri nella nostra vita e di raggiungerli noi. Questa porta è il Signore stesso.
È lui infatti il motivo che ci spinge ad incontrare e a restare con loro in modo autentico e sincero. Tutte le altre motivazioni, quali la convenienza, l’abitudine, gli obblighi sociali, il senso del dovere, ecc… deformano l’incontro con l’altro, lo rendono una pesante corvè cui sottostare e da limitare al massimo. Il Signore invece è la porta che rende l’incontro felice e arricchente, quando nel volto dell’altro scopriamo i tratti dell’amico, del fratello al quale siamo legati non da vincoli sociali o naturali ma dalla scelta di volerci bene compiuta da Gesù una volta per tutti e in modo pieno, che noi facciamo nostra.
Ma poi il Signore è anche il contenuto del nostro incontro con gli altri: è il perché del nostro stare insieme, del nostro interesse, poiché al fondo tutto ci riporta alla necessità di testimoniare e di ricevere quell’amore che ci scambiamo in suo nome e che dà senso e valore al nostro essere fratelli e sorelle.
Il Signore è quello che cerchiamo quando stiamo vicini a qualcuno. In lui vogliamo scorgere i tratti del volto di Gesù: nel povero, nel quale lui si è identificato; nell’amico, che con la sua vicinanza ci parla dell’amore di Dio; nello sconosciuto, con il quale siamo chiamati a scoprire come sia bello cercare, poco a poco e con fatica, i motivi che ci legano nonostante le differenze e l’estraneità naturale, che sono proprio il nostro essere fratelli in Cristo.
Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo” ci dice oggi il Signore. Uscire ed entrare dalla porta che è Gesù vuol dire in ultima analisi fare quello che ha fatto lui, pensare come ha pensato lui, andare incontro alle persone come è andato incontro lui, ecc… Fare così è la vera salvezza, perché quando ci starà accanto lo riconosceremo, il suo volto e il suo modo di volerci bene non ci sarà più sconosciuto e indecifrabile.
Cari amici, accogliamo il Signore quando ci viene vicino e ci parla, andiamogli incontro quando ci dà appuntamento nella Messa, quando tornerà ad essere celebrata regolarmente, o altrove. Gesù non smette di cercarci, come fece con i dodici dopo la resurrezione, e di invitarci a seguirlo dove lo possiamo ascoltare e dove ci nutriamo del suo Corpo e Sangue. Ritroviamo sempre la strada che ci porta a lui, anche se abbiamo fatto vie che ci hanno allontanato da lui. Il Signore è un pastore buono e paziente, conosce ciascuno di noi per nome, ci chiama, sa come siamo fatti e per questo è facile seguirlo per trovare il posto migliore in cui vivere, quel pascolo erboso e verdeggiante a cui ciascuno di noi aspira nel profondo del cuore.

Preghiere 

O Signore Gesù che sei guida e pastore della nostra vita, conduci noi tuo gregge verso il pascolo buono di una vita spesa per il bene degli altri e alla fonte inesauribile di una generosità che non conosce confini.
Noi ti preghiamo


O Dio non lasciarci prigionieri nella ristrettezza di una vita spaventata, chiusa nel limite angusto del proprio io e del piccolo mondo delle solite abitudini. Fa’ che uscendo dalla porta del tuo esempio entriamo con gioia in una vita larga e generosa.
Noi ti preghiamo



Signore che hai vissuto cercando e facendo il bene di tutti, insegnaci a rendere santa e gradita a Dio la nostra vita, non trattenendo egoisticamente tutto per noi ma donandoci con larghezza.
Noi ti preghiamo


Sostieni o Dio del cielo gli sforzi di chi annuncia e testimonia che la vita non è vana se spesa per gli altri. Fa’ che tutti i cristiani, ovunque nel mondo, siano predicatori della buona notizia che si può essere felici volendo bene e donando generosamente.
Noi ti preghiamo


Raccogli o Signore in un unico gregge tutto quelli che vagano sperduti e senza meta: gli indecisi, i timorosi, chi è nel dubbio e nell’incertezza. Dona a tutti la decisione di seguire te per trovare il senso della vita.
Noi ti preghiamo


Difendici o Dio dai falsi pastori che rubano la vita e rendono schiavi. Liberaci dall’essere servi del benessere a tutti i costi, dall’apparire e dal non fermarsi a pensare, perché non ci accontentiamo del poco ma ti seguiamo sui pascoli migliori,
Noi ti preghiamo.



Sostieni e conforta o Signore tutti coloro che sono nel dolore: i malati, i prigionieri, le vittime della guerra e della violenza, gli anziani, gli stranieri, chi è oppresso e perseguitato. Liberali dal male e dona loro la tua salvezza.
Noi ti preghiamo



Guida e sostieni i tuoi discepoli ovunque nel mondo, perché da paesi e culture differenti si radunino nell’unico gregge dei tuoi figli, diversi ma uniti nel tuo amore.
Noi ti preghiamo


sabato 25 aprile 2020

III domenica del tempo di Pasqua - Anno A - 26 aprile 2020



Dagli Atti degli Apostoli 2, 14a. 22-33

Nel giorno di Pentecoste, Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così:
«Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene –, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso. Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Dice infatti Davide a suo riguardo: “Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, e anche la mia carne riposerà nella speranza, perché tu non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza”. Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi. Ma poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: “questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione”. Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire».


Salmo 15 - Mostraci, Signore, il sentiero della vita.
Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
Ho detto al Signore: «Il mio Signore sei tu».
Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita.

Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;
anche di notte il mio animo mi istruisce.
Io pongo sempre davanti a me il Signore,
sta alla mia destra, non potrò vacillare.

Per questo gioisce il mio cuore +
ed esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro,
perché non abbandonerai la mia vita negli inferi,
né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.

Mi indicherai il sentiero della vita, +
gioia piena alla tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra. 


Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 1, 17-21

Carissimi, se chiamate Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri. Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi; e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio. 


Alleluia, alleluia alleluia.
Signore Gesù, facci comprendere le Scritture;
arde il nostro cuore mentre ci parli.
Alleluia, alleluia alleluia.


Dal vangelo secondo Luca 24, 13-35

In quello stesso giorno, il primo della settimana, due dei discepoli erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Cleopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l'hanno visto». Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l'un l'altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». E partirono senz'indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane. 


Commento

  
Cari fratelli e care sorelle, il Vangelo oggi ci mostra Gesù subito dopo la sua resurrezione. L’evangelista Luca fa vedere come egli continui ad accompagnare i discepoli, non li lascia soli neppure dopo che ha fatto tutto quello che poteva per consegnare loro per intero il messaggio che era venuto a portare. Lo aveva fatto con le parole intense e personalissime dell’ultima cena, con i gesti compiuti in quelle ultime ore di passione tutte concentrate non su di sé e sul proprio dolore ma sui discepoli, perché accogliessero il valore profondo di quei fatti, fino al dono totale di sé sulla croce. Lo aveva fatto infine mostrando come nemmeno la morte aveva potere sul suo voler bene, attraverso la sua resurrezione.
I discepoli hanno visto e udito, conoscono tutto ciò, e i due che vanno ad Emmaus raccontano al loro sconosciuto compagno di viaggio tutto per filo e per segno, fino alla resurrezione, ma questo non è bastato a cambiare la loro vita, che sta riprendendo la strada di sempre, verso i luoghi di prima di quando avevano incontrato il Signore.
Come è possibile?
Cari fratelli e care sorelle, noi siamo nella stessa loro situazione: anche a noi sono state rivolte quelle parole e siamo stati testimoni di quei gesti, li abbiamo ascoltati e rivissuti nella settimana santa e nella Pasqua da poco trascorsi, eppure come è facile, anche per noi, cercare i luoghi della nostra vita di sempre, ancorati ai modi di essere abituali!
L’evangelista Luca offre una spiegazione: “i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo.” Cioè anche incontrando Gesù in persona non sanno chi è.
È l’atteggiamento di chi pensa di conoscere già, di aver già capito e di sapere, e la scelta stessa dei due di lasciare Gerusalemme e tornarsene a casa dice che per loro ormai non c’è più niente da aspettarsi dal loro incontro con Gesù, che lui non ha più niente di nuovo da dire alla loro vita.
Gesù per questo li definisce con due aggettivi: “sciocchi e tardi di cuore”.  
Sciocchi: cioè non sanno leggere i fatti che hanno vissuto con la sapienza della Scrittura, ma li vedono con lo sguardo del mondo, superficiale e incapace di vedere nella storia il dipanarsi dei disegni di Dio, e non solo il susseguirsi di eventi casuali che non possiamo far altro che subire passivamente.
Tardi di cuore: ovvero spettatori freddi, non coinvolti affettivamente, incapaci di partecipare col cuore a quello che accade.
Questi modi di essere li rendono incapaci di riconoscere Gesù risorto che si fa loro compagno.
Per loro era stato tutto chiaro finché avevano visto Gesù come un maestro, il fine conoscitore della Scrittura capace di tener testa anche ai sapientoni Farisei e Sadducei. Avevano imparato a conoscerlo come un uomo di successo, cercato dalle folle, letteralmente rapite dai suoi discorsi, accolto a Gerusalemme come un principe. Allora sapevano bene chi era, ma nel momento in cui si era rivelato a loro fino in fondo come colui che dava la vita per loro e per la gente, che li amava di un amore così forte da non temere la morte, che chiedeva loro di farsi servi come lui, di lavare i piedi, di lasciarsi umiliare e schiacciare per amore degli altri, ecco che allora non lo riconoscono più: il Gesù della passione, morte e resurrezione non è quello che i loro occhi avevano imparato a conoscere, gli era estraneo, lontano da quello che si aspettavano e che avevano apprezzato in lui nei momenti migliori del suo peregrinare per città e campagne della Palestina, fino a Gerusalemme.
Nonostante questo Gesù non rinuncia ad un estremo tentativo di riconquistare anche quei due che se ne andavano tristi. Per lui ogni discepolo è importante, anche io, pur così sciocco e freddo da non riconoscerlo come colui che può cambiare radicalmente la mia vita con la forza della sua resurrezione che ha vinto la morte e libera dalla schiavitù del male. Anche ciascuno di noi, pur così sicuri di aver capito e di sapere da non aspettarci da Gesù più niente di nuovo in grado di spiazzarci e di stupirci, di vincere il velo triste di banalità e scontatezza del nostro vivere secondo abitudine.
Gesù con i due di Emmaus usa le sue “armi” solite: la sua parola, nutrita di Scrittura, e il suo amore totale, espresso nel paziente accompagnarli passo passo e nel rinnovare loro l’offerta di tutto se stesso col gesto semplice ed eloquente del pane e del vino.
Ad Emmaus possiamo dire che Gesù celebra la sua seconda Liturgia Eucaristica, e lo fa rivestito di tutta la forza della sua resurrezione. Ed essa compie il miracolo di aprire il cuore e gli occhi dei due discepoli e di far loro riconoscere Gesù risorto. Essi non sono più gli stessi di prima, ora non sono più sciocchi e tardi di cuore. Come loro stessi affermano, prima di tutto si scalda il loro cuore nel sentirlo parlare, anzi addirittura se lo sentono “ardere” nel petto, e poi cominciano a capire chi è veramente quel viandante, riconoscendo in lui Gesù. Il maestro sapiente, il parlatore capace di attrarre tutti ora combacia nel loro sguardo con il servo che con il suo amore li ha “inseguiti” fin sulla strada di Emmaus per trasformarli con la forza della sua resurrezione. E infatti, possiamo dire che anche loro sono risorti con lui a vita nuova e dal triste tornare indietro sotto il giogo della rassegnazione alla forza del male corrono indietro dai fratelli per annunciare l’incontro con il Signore risorto.  Un cuore che arde di amore fa aprire gli occhi e scioglie la corsa verso gli altri.
Cari fratelli e care sorelle, ogni domenica Gesù celebra per noi la Liturgia del suo amore. Egli si fa nostro compagno nel cammino della vita, ci accoglie così come siamo, sciocchi e freddi, con tanta difficoltà a riconoscere nella nostra vita e in quella del mondo la forza della sua resurrezione che cambia la storia e fa vincere il bene sul male, la vita sulla morte. Egli ci parla pazientemente con la sapienza della Scrittura che è annunciata, ci rivolge la sua parola personale nel Vangelo, rinnova il dono di tutto il suo amore donandoci il suo corpo e il suo sangue. Come non sentirci, ogni volta, ardere il cuore? Come non riprendere subito dopo il cammino cambiando la strada solita e scontata per correre dai fratelli e annunciare a tutti con le parole e i fatti che Gesù è risorto e resta per sempre con noi?

Facciamo nostra la sapienza che la Liturgia eucaristica ci dona di saper leggere negli eventi della nostra vita e di quella del mondo la domanda di Dio di divenire docili alla sua volontà, di aiutarlo cioè a realizzare i suoi disegni di bene per tutti, divenendo anche noi annunciatori e realizzatori della sua Parola che fa vincere la vita e la rende felice ed eterna. 


Preghiere




O Signore che ti fai incontro a noi risorto, fa’ che sappiamo riconoscerti vittorioso sul male e salvatore di ognuno di noi.

Noi ti preghiamo


Perdona o Signore Gesù la nostra incredulità che ci rende sciocchi e tardi di cuore. Aiutaci ad accogliere con fiducia l’annuncio che l’amore ha vinto sulla morte e tu sei risorto per sempre. 

Noi ti preghiamo


Dona, o Padre del cielo, la vita che non finisce a tutti coloro che ti invocano. Ascolta il grido dell’oppresso e del sofferente, chinati su chi è vittima dell’ingiustizia e schiacciato dal dolore. Fa’ che l’annuncio della resurrezione risuoni con forza dove oggi vince il male.

Noi ti preghiamo


Rendici o Signore testimoni convincenti della tua resurrezione. Fa’ che sappiamo annunciare con le nostre parole e le nostre azioni il vangelo del tuo amore più forte di ogni male. 

Noi ti preghiamo
 

Perdona o Dio del cielo il nostro peccato, perché liberi da ogni impaccio e animati dalla forza del tuo perdono sappiamo sempre lodare il tuo nome e annunciare le tue meraviglie.

Noi ti preghiamo


Proteggi ogni uomo dal pericolo di una vita spesa per ciò che non vale e vissuta inutilmente. Fa’ che chi ancora non ti conosce e non ti ama possa presto incontrarti come il Signore buono e che salva.

Noi ti preghiamo.




Preghiere n. 4



Proteggi o Padre del cielo tutti i tuoi discepoli ovunque dispersi, in modo particolare coloro che soffrono per la persecuzione e la violenza. Fa’ che la loro testimonianza sia inizio di un nuovo tempo di pace e di riconciliazione.

Noi ti preghiamo



O Dio, dà forza e coraggio a papa Francesco che annuncia il Vangelo e guida il popolo dei tuoi figli verso di te. Perché con la sua testimonianza sia di esempio e comunichi a tanti come cercare il dono inestimabile della pace.

Noi ti preghiamo


sabato 18 aprile 2020

II domenica del tempo di Pasqua - anno A - 19 aprile 2020


 
 
Dagli Atti degli Apostoli 2,42-47

Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati. 

 

Salmo 117 - Rendete grazie al Signore perché è buono.

Celebrate il Signore, perché è buono,
perché eterna è la sua misericordia.
Dica Israele che egli è buono:
eterna è la sua misericordia.

Dica Israele: «Il suo amore è per sempre».
Dica la casa di Aronne: «Il suo amore è per sempre».
Dicano quelli che temono il Signore:
«Il suo amore è per sempre».

Mi avevano spinto con forza per farmi cadere,
ma il Signore è stato il mio aiuto.
Mia forza e mio canto è il Signore,
egli è stato la mia salvezza.


Grida di giubilo e di vittoria +
nelle tende dei giusti:
la destra del Signore ha fatto prodezze.
La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d’angolo.


Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno che ha fatto il Signore:
rallegriamoci in esso ed esultiamo!  



Dalla prima lettera di san Pietro apostolo1, 3-9

Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell’ultimo tempo. Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco –, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Perché mi hai veduto, Tommaso, tu hai creduto;
beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!

Alleluia, alleluia alleluia.


Dal vangelo secondo Giovanni 20, 19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 

Commento

 

Cari fratelli e care sorelle, il vangelo di Giovanni ci riporta alla sera del giorno di Pasqua. Quel mattino i discepoli hanno ricevuto la notizia che la tomba di Gesù è vuota, Maria di Magdala gli ha detto di averlo visto vivo e che le ha parlato, mandandola a riferire a loro del suo incontro con lui. Eppure che cosa è cambiato per i discepoli? Sembra tutto come prima: stessa paura, stessa chiusura in se stessi, stessa incredulità. Quanto è difficile credere alla resurrezione di Gesù per quegli undici e per tutti gli uomini. Quanto questo nostro mondo sembra vivere come se Gesù non fosse mai risorto, con il male e la morte liberi di esercitare il loro dominio incontrastati. Eppure i discepoli, come anche noi, avevano condiviso tanta strada con Gesù, erano stati testimoni di eventi straordinari, avevano ascoltato le sue parole, gli insegnamenti pubblici rivolti a tanti, ma anche le parole rivolte personalmente solo a loro nell’intimità.

Sì, il male e la morte restano più forti di tutto: chiudono il cuore e gli occhi, tanto che anche chi lo incontra non lo riconosce vivo; rendono impossibile fidarsi dei fratelli, come Tommaso e gli undici stessi con le donne andate al sepolcro; spengono la speranza, facendo dimenticare che Gesù aveva preannunciato quello che gli sarebbe accaduto, ed anche la sua resurrezione.

Quella morte che Gesù ha vinto è rimasta ancora padrona dei discepoli e del mondo.

Per questo Gesù torna nel chiuso delle loro vite e degli uomini di ogni tempo, vuole aprire i loro occhi, scaldare il loro cuore, riaccendere fiducia e speranza in animi spenti. Non basta a Gesù aver vinto la battaglia con la morte che si era impossessata della sua esistenza, deve continuare a combattere contro la morte che si impossessa della vita degli uomini rendendoli sordi all’annuncio della più grande buona notizia che ci sia mai stata, il vangelo della resurrezione, vittoria sul male e sulla morte.

Ma in cosa consiste questa forza che la morte esercita sugli uomini? È la convinzione che il male sia più forte e che contro di esso non si possa fare nulla, che ci voglia realismo e accettazione per situazioni che non possono cambiare e volgere al bene. Esso consuma cioè le energie del bene impedendo agli uomini di farsene forti, di usarlo come antidoto contro il veleno che spegne la vita.

In ogni tempo Gesù torna a combattere contro questa forza della morte che imprigiona uomini e donne, popoli interi nel buio della rassegnazione, nel senso di impotenza, nella rinuncia a credere che il bene può prevalere dove esso è così umiliato e sconfitto da essere irriconoscibile.

Ogni domenica, celebrazione della Pasqua settimanale, il Signore viene a chiederci se siamo disposti a farci dominare dalla forza del male e della morte, dopo che lui li ha vinti una volta per tutte dandoci la prova che il loro potere è intaccabile e cancellabile.

Non a caso le prime parole che Gesù rivolge ai discepoli timorosi e rinchiusi è “Pace”. Perché vincere il dominio della morte è fidarci del Signore nella lotta quotidiana che il male ci solleva contro. Questo ci fa vivere la pace, nei rapporti con gli altri, nella ricerca del bene che non delude, nel riporre la nostra soddisfazione in ciò che veramente conta e vale, nel continuare a sperare, anche quando sembra impossibile.

Gesù mette subito in chiaro che la “sua” pace non deriva dallo starsene in disparte a godersi la propria tranquillità, ma dall’andare incontro all’altro, facendosi portatori di questa buona notizia: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Sì, anche noi siamo mandati come Dio ha mandato il suo Figlio, cioè pieni della forza del suo Spirito, capace di rivoluzionare il mondo dominato dalla paura e di non rassegnarsi ad un potere del male che sembra così oggettivamente prevalente. Gesù oggi torna oggi a dirci che il bene ha una forza superiore a quella del male, la sua resurrezione ce lo dimostra, e ci manda a vivere ciò nella concretezza delle nostre vite.

Non rinunciamo, sottomessi e sconfitti in partenza, a combattere con il nostro voler bene contro il male che tiene in scacco così tante vite. Non rassegniamoci al realismo pessimista e comodo, che ci fa adattare alle situazioni difficili senza il desiderio di ribaltarle. Non viviamo ossequiosi ad una cultura che mira ad imporre la forza del male come la normalità: Il dominio del male, la morte, il dolore e l’ingiustizia non sono mai “normali”, ma frutto della timidezza del discepolo a combatterli con le armi pacifiche e pacificanti che il Signore ci offre.

Queste armi sono la forza dello Spirito che il Signore dona quando incontra gli undici, come un soffio che li rivitalizza e incoraggia. L’audacia cristiana nella lotta al male infatti non è una virtù innata, ma viene dal dono dello Spirito che ci fa voler bene come Lui sapeva fare, generosamente, con mitezza e umiltà, ma anche tenacia invincibile nell’imporre le ragioni del bene. È questo amore che scardina le tante schiavitù del male che sono i peccati, complicità con esso che amplifica e conferma il suo dominio sugli uomini, e dona il perdono, cioè la via di liberazione da questa schiavitù.

Cari fratelli e care sorelle, lasciamo allora che il Signore combatta anche in noi la sua battaglia, che sconfigga la cecità dei nostri occhi e la freddezza dei cuori, accogliamo la pace e il dono dello Spirito che ci rende testimoni credibili di un amore autentico e sincero, capace di trasformare il mondo e liberarlo dalla forza del male che lo imprigiona ancora troppo.

 
Preghiere

O Signore Gesù ti ringraziamo perché torni a incontrarci nel chiuso delle nostre stanze per vincere la paura e donarci la pace. Aiutaci ad accoglierti con la fede di chi crede per la testimonianza e le parole dei fratelli.

Noi ti preghiamo

 

Ti ringraziamo o Signore per il grande dono della Pasqua, vittoria sulla morte che sconfigge per sempre il male. Sostieni la nostra fede perché sappiamo leggere la storia alla luce della tua resurrezione

Noi ti preghiamo


Aiutaci, o Padre buono, quando dubitiamo in cuor nostro che il mondo possa cambiare e che la storia possa prendere una strada diversa da quella attuale. Fa’ che sull’esempio degli apostoli vinciamo la paura e diveniamo annunciatori del Vangelo e testimoni della Resurrezione di Cristo.

Noi ti preghiamo

 

Guida i nostri passi o Signore perché una volta ricevuto l’annuncio della tua Resurrezione, come fecero le donne anche noi riferiamo la novità del vangelo di Pasqua a tanti nostri fratelli e sorelle. 

Noi ti preghiamo


Rafforza in ogni tuo discepolo o Signore la certezza che la morte non è l’ultima parola e che quando tutto sembra perduto la fiducia in te fa risorgere la speranza. Dona a tutti quelli che invocano il tuo nome il dono della pace.

Noi ti preghiamo

 

Fa’ o Signore Gesù che tutti quelli che ti sono compagni nella via dolorosa verso il Calvario siano risollevati dal loro dolore assieme a te che risorgi. Ti preghiamo per i malati, gli immigrati, gli anziani, chi è senza casa, oppresso dalla guerra e dalla violenza. Dona loro pace e salvezza. 

Noi ti preghiamo.
 
 

O Dio nostro Padre, rafforza la fede e l’amore del papa Francesco che non smette di indicarci il Signore Gesù vicino e amico. Proteggilo dal male e sostienilo sempre,

Noi ti preghiamo

 

Ti preghiamo o Dio, proteggi tutti i cristiani nel mondo, specialmente quelli che sono perseguitati e discriminati. Fa’ che l’annuncio della tua Resurrezione doni loro coraggio nella prova e la forza di resistere al male,

Noi ti preghiamo