venerdì 11 febbraio 2011

Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la giornata del malato 2011


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
PER LA XIX GIORNATA MONDIALE DEL MALATO


11 FEBBRAIO 2011



Dalle sue piaghe siete stati guariti” (1Pt 2,24)

Cari fratelli e sorelle!


Ogni anno, nella ricorrenza della memoria della Beata Vergine di Lourdes, che si celebra l’11 febbraio, la Chiesa propone la Giornata Mondiale del Malato. Tale circostanza, come ha voluto il venerabile Giovanni Paolo II, diventa occasione propizia per riflettere sul mistero della sofferenza e, soprattutto, per rendere più sensibili le nostre comunità e la società civile verso i fratelli e le sorelle malati. Se ogni uomo è nostro fratello, tanto più il debole, il sofferente e il bisognoso di cura devono essere al centro della nostra attenzione, perché nessuno di loro si senta dimenticato o emarginato; infatti "la misura dell'umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la compassione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana" (Lett. enc. Spe salvi, 38). Le iniziative che saranno promosse nelle singole Diocesi in occasione di questa Giornata, siano di stimolo a rendere sempre più efficace la cura verso i sofferenti, nella prospettiva anche della celebrazione in modo solenne, che avrà luogo, nel 2013, al Santuario mariano di Altötting, in Germania.

1. Ho ancora nel cuore il momento in cui, nel corso della visita pastorale a Torino, ho potuto sostare in riflessione e preghiera davanti alla Sacra Sindone, davanti a quel volto sofferente, che ci invita a meditare su Colui che ha portato su di sé la passione dell'uomo di ogni tempo e di ogni luogo, anche le nostre sofferenze, le nostre difficoltà, i nostri peccati. Quanti fedeli, nel corso della storia, sono passati davanti a quel telo sepolcrale, che ha avvolto il corpo di un uomo crocifisso, che in tutto corrisponde a ciò che i Vangeli ci trasmettono sulla passione e morte di Gesù! Contemplarlo è un invito a riflettere su quanto scrive san Pietro: "dalle sue piaghe siete stati guariti" (1Pt 2,24). Il Figlio di Dio ha sofferto, è morto, ma è risorto, e proprio per questo quelle piaghe diventano il segno della nostra redenzione, del perdono e della riconciliazione con il Padre; diventano, però, anche un banco di prova per la fede dei discepoli e per la nostra fede: ogni volta che il Signore parla della sua passione e morte, essi non comprendono, rifiutano, si oppongono. Per loro, come per noi, la sofferenza rimane sempre carica di mistero, difficile da accettare e da portare. I due discepoli di Emmaus camminano tristi per gli avvenimenti accaduti in quei giorni a Gerusalemme, e solo quando il Risorto percorre la strada con loro, si aprono ad una visione nuova (cfr Lc 24,13-31). Anche l’apostolo Tommaso mostra la fatica di credere alla via della passione redentrice: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo" (Gv 20,25). Ma di fronte a Cristo che mostra le sue piaghe, la sua risposta si trasforma in una commovente professione di fede: "Mio Signore e mio Dio!" (Gv 20,28). Ciò che prima era un ostacolo insormontabile, perché segno dell'apparente fallimento di Gesù, diventa, nell'incontro con il Risorto, la prova di un amore vittorioso: "Solo un Dio che ci ama fino a prendere su di sé le nostre ferite e il nostro dolore, soprattutto quello innocente, è degno di fede" (Messaggio Urbi et Orbi, Pasqua 2007).

2. Cari ammalati e sofferenti, è proprio attraverso le piaghe del Cristo che noi possiamo vedere, con occhi di speranza, tutti i mali che affliggono l'umanità. Risorgendo, il Signore non ha tolto la sofferenza e il male dal mondo, ma li ha vinti alla radice. Alla prepotenza del Male ha opposto l'onnipotenza del suo Amore. Ci ha indicato, allora, che la via della pace e della gioia è l'Amore: "Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri" (Gv 13,34). Cristo, vincitore della morte, è vivo in mezzo a noi. E mentre con san Tommaso diciamo anche noi: "Mio Signore e mio Dio!", seguiamo il nostro Maestro nella disponibilità a spendere la vita per i nostri fratelli (cfr 1 Gv 3,16), diventando messaggeri di una gioia che non teme il dolore, la gioia della Risurrezione.

San Bernardo afferma: "Dio non può patire, ma può compatire". Dio, la Verità e l'Amore in persona, ha voluto soffrire per noi e con noi; si è fatto uomo per poter com-patire con l'uomo, in modo reale, in carne e sangue. In ogni sofferenza umana, allora, è entrato Uno che condivide la sofferenza e la sopportazione; in ogni sofferenza si diffonde la con-solatio, la consolazione dell'amore partecipe di Dio per far sorgere la stella della speranza (cfr Lett. enc. Spe salvi, 39).

A voi, cari fratelli e sorelle, ripeto questo messaggio, perché ne siate testimoni attraverso la vostra sofferenza, la vostra vita e la vostra fede.

3. Guardando all’appuntamento di Madrid, nel prossimo agosto 2011, per la Giornata Mondiale della Gioventù, vorrei rivolgere anche un particolare pensiero ai giovani, specialmente a coloro che vivono l’esperienza della malattia. Spesso la Passione, la Croce di Gesù fanno paura, perché sembrano essere la negazione della vita. In realtà, è esattamente il contrario! La Croce è il "sì" di Dio all'uomo, l’espressione più alta e più intensa del suo amore e la sorgente da cui sgorga la vita eterna. Dal cuore trafitto di Gesù è sgorgata questa vita divina. Solo Lui è capace di liberare il mondo dal male e di far crescere il suo Regno di giustizia, di pace e di amore al quale tutti aspiriamo (cfr Messaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù 2011, 3). Cari giovani, imparate a "vedere" e a "incontrare" Gesù nell'Eucaristia, dove è presente in modo reale per noi, fino a farsi cibo per il cammino, ma sappiatelo riconoscere e servire anche nei poveri, nei malati, nei fratelli sofferenti e in difficoltà, che hanno bisogno del vostro aiuto (cfr ibid., 4). A tutti voi giovani, malati e sani, ripeto l'invito a creare ponti di amore e solidarietà, perché nessuno si senta solo, ma vicino a Dio e parte della grande famiglia dei suoi figli (cfr Udienza generale, 15 novembre 2006).

4. Contemplando le piaghe di Gesù il nostro sguardo si rivolge al suo Cuore sacratissimo, in cui si manifesta in sommo grado l'amore di Dio. Il Sacro Cuore è Cristo crocifisso, con il costato aperto dalla lancia dal quale scaturiscono sangue ed acqua (cfr Gv 19,34), "simbolo dei sacramenti della Chiesa, perché tutti gli uomini, attirati al Cuore del Salvatore, attingano con gioia alla fonte perenne della salvezza" (Messale Romano, Prefazio della Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù). Specialmente voi, cari malati, sentite la vicinanza di questo Cuore carico di amore e attingete con fede e con gioia a tale fonte, pregando: "Acqua del costato di Cristo, lavami. Passione di Cristo, fortificami. Oh buon Gesù, esaudiscimi. Nelle tue piaghe, nascondimi" (Preghiera di S. Ignazio di Loyola).

5. Al termine di questo mio Messaggio per la prossima Giornata Mondiale del Malato, desidero esprimere il mio affetto a tutti e a ciascuno, sentendomi partecipe delle sofferenze e delle speranze che vivete quotidianamente in unione a Cristo crocifisso e risorto, perché vi doni la pace e la guarigione del cuore. Insieme a Lui vegli accanto a voi la Vergine Maria, che invochiamo con fiducia Salute degli infermi e Consolatrice dei sofferenti. Ai piedi della Croce si realizza per lei la profezia di Simeone: il suo cuore di Madre è trafitto (cfr Lc 2,35). Dall'abisso del suo dolore, partecipazione a quello del Figlio, Maria è resa capace di accogliere la nuova missione: diventare la Madre di Cristo nelle sue membra. Nell’ora della Croce, Gesù le presenta ciascuno dei suoi discepoli dicendole: "Ecco tuo figlio" (cfr Gv 19,26-27). La compassione materna verso il Figlio, diventa compassione materna verso ciascuno di noi nelle nostre quotidiane sofferenze (cfr Omelia a Lourdes, 15 settembre 2008).

Cari fratelli e sorelle, in questa Giornata Mondiale del malato, invito anche le Autorità affinché investano sempre più energie in strutture sanitarie che siano di aiuto e di sostegno ai sofferenti, soprattutto i più poveri e bisognosi, e, rivolgendo il mio pensiero a tutte le Diocesi, invio un affettuoso saluto ai Vescovi, ai sacerdoti, alle persone consacrate, ai seminaristi, agli operatori sanitari, ai volontari e a tutti coloro che si dedicano con amore a curare e alleviare le piaghe di ogni fratello o sorella ammalati, negli ospedali o Case di Cura, nelle famiglie: nei volti dei malati sappiate vedere sempre il Volto dei volti: quello di Cristo.

A tutti assicuro il mio ricordo nella preghiera, mentre imparto a ciascuno una speciale Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 21 Novembre 2010, Festa di Cristo Re dell'Universo.

BENEDICTUS PP XVI

giovedì 10 febbraio 2011

Scuola del Vangelo 2010/11 - XIII incontro: Gesù e le folle




Dopo i discepoli, di cui abbiamo già parlato all’inizio dei questi nostri incontri, la presenza più rilevante accanto a Gesù, nei vangeli, è quella delle folle. Queste sono come la prospettiva nella quale si inserisce l’operato di Gesù, lo sfondo di tutti i Vangeli: Gesù vive, parla, opera per le folle, davanti alle folle. È l’ambito naturale della predicazione e dell’azione di Gesù.
Questo elemento è significativo perché indica come Gesù abbia come scopo preciso raggiungere le folle, ma è altrettanto vero che sono le folle a cercare Gesù. Lo vedremo meglio in seguito. Per ora vorrei proporre un po’ di dati che ci aiutano a capire.
La folla è presentata assieme a Gesù circa 125 volte nei Vangeli (contro le circa 180-190 volte dei discepoli). Matteo è l’evangelista che lo sottolinea con maggior frequenza (40 volte), poi Marco (35) e Luca (34). Giovanni, pur essendo il Vangelo più esteso, presenta Gesù assieme alle folle solo in 16 passi.
Il tipo di rapporto di Gesù con le folle è descritto dai Vangeli in 8 modi diversi: quattro sono atteggiamenti e azioni della folla verso Gesù, e quattro descrivono l’attitudine di Gesù verso la folla.


1. La folla cerca Gesù (cioè segue, interroga, chiede guarigione, ecc…)
2. La folla reagisce positivamente alle parole e alle opere di Gesù (loda, dà testimonianza, esulta , si stupisce, ecc…)
3. La folla è ostile a Gesù (critica, minaccia, ecc…)
4. La folla rende difficile l’incontro con Gesù

5. Gesù ha compassione della folla
6. Gesù insegna alla folla
7. Gesù fa miracoli alla folla (sfama, guarisce)
8. Gesù congeda la folla


Vediamo ora questi punti uno per uno, cercando di trarne alcune indicazioni utili per la nostra vita.

La folla cerca Gesù


Il dato che emerge di frequente dai vangeli è che tanta gente va incontro a Gesù, lo segue, lo cerca. Di conseguenza incontriamo Gesù quasi sempre attorniato dalla folla. Tanto che a volte deve fare fatica per avere un momento di solitudine per pregare
(Lc 4,42: “Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e tentarono di trattenerlo perché non se ne andasse via.”,

Lc 9, 10-11: “Al loro ritorno, gli apostoli raccontarono a Gesù tutto quello che avevano fatto. Allora li prese con sé e si ritirò in disparte, verso una città chiamata Betsàida. Ma le folle vennero a saperlo e lo seguirono.” ecc…)

o per stare con i discepoli in disparte

(cfr. Gv 6,24: “Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù.”

Mc 3,7 : ”Gesù, intanto, con i suoi discepoli si ritirò presso il mare e lo seguì molta folla dalla Galilea.” ecc…).
Eppure anche in questi momenti in cui è circondato, come assediato dalla moltitudine, Gesù non si nega e la incontra volentieri

(Lc 9,11: “Ma le folle vennero a saperlo e lo seguirono. Egli le accolse e prese a parlare loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure” ecc…).
Emerge una domanda irrefrenabile della folla, che è disposta a camminare molto, a restare a lungo fuori casa (Mc 8,2: “ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare.”), ad affrontare innumerevoli difficoltà pur di incontrarlo e stare con lui. Questo bisogno è riassunto efficacemente nella frase di Luca: “Gesù fu accolto dalla folla, perché tutti erano in attesa di lui.” (Lc 8,40). Questa espressione va al di sopra del fatto contingente di una volta o dell’altra, ma sta ad indicare una attesa di tutta l’umanità, il bisogno di qualcosa che le manca e che solo lui può darle.
Cosa attendono, cosa cercano? Si può riassumere la domanda della folla in tre cose: parole, guarigione, (Lc 5,15: “folle numerose venivano per ascoltarlo e farsi guarire dalle loro malattie”; a cui corrisponde Lc 9,11: “le folle vennero a saperlo e lo seguirono. Egli le accolse e prese a parlare loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure”; Lc 6,19: “Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti”),
vedere i segni compiuti (Gv 12,18: “Anche per questo la folla gli era andata incontro, perché aveva udito che egli aveva compiuto questo segno [cioè la resurrezione di Lazzaro]”; Gv 6,2: “lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi.”;; Lc 8,35: “La gente uscì per vedere l'accaduto e, quando arrivarono da Gesù, trovarono l'uomo dal quale erano usciti i demòni”).
Forse anche noi dovremmo imparare a vivere come Gesù con le folle sullo sfondo della nostra vita. Cioè accorgersi ed essere sensibili alla realtà di tanta gente che ha bisogno e cerca. Noi già facciamo fatica ad accorgerci dei singoli che sono davanti a noi e a dargli importanza, figuriamoci delle folle, che nella loro sfocata presenza non si impongono, anzi. A noi ciò che è largo fa paura e suscita subito il desiderio di fuggire dietro la giustificazione che i problemi troppo larghi ci superano e non ci riguardano.
Dovremmo imparare a confrontarci con la domanda larga che viene da un popolo, con una prospettiva ampia, anche perché come dice il Vangelo “tutti siamo in attesa di lui”.
Dovremmo imparare a riflettere sulla nostra città, ad averla sullo sfondo della nostra vita e preoccupazioni, ad avvertirne l’inquietudine, a sentirne le domande profonde, a soffrire dei suoi dolori e gioire delle sue gioie. Dovremmo fare nostre le parole del Concilio: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo” (Gaudium et Spes, 1). Non è facile, anche perché la folla non si esprime sempre in modo chiaro, spesso lo fa in modo scomposto e contraddittorio. Vediamo la follia di certi fenomeni, purtroppo largamente presenti anche a Terni, come la droga, lo sballo del sabato sera, lo struscio serale di tanti giovani, il bullismo nelle scuole, ecc… Ma anche tanta solitudine, la fragilità del legami familiari e di amicizia, ecc… Dovremmo sentire con dolore l’assurdità di queste che sono espressioni patologiche di una ricerca di una vita diversa, di emozioni non grigie e banali, del desiderio di stare con gli altri, desideri buoni ma che non trovano la via per essere soddisfatti.
Pensiamo ad esempio al caso della protesta giovanile che a dicembre ha infuocato il centro di Roma: sono espressioni di rabbia per un futuro incerto in una vita dal cielo chiuso, che si esprime anche nella vita quotidiana nella piccola violenza o in una spietatezza esibita di fronte a chi è più debole.
Ci sono poi anche le folle nascoste che non riescono ad uscire di casa, come ad esempio gli anziani, specialmente quelli in istituto, una vera folla di disperati di solitudine in attesa della morte.
Ma poi l’orizzonte potrebbe essere ancora più largo e contenere anche le folle di tutto il mondo, che in qualche modo la globalizzazione ci porta a conoscere e incontrare. Pensiamo agli immigrati: sono rappresentanti del dolore di mondi ontani, della solitudine delle famiglie lasciate dalle badanti, o portano con sé l’eco delle guerre e delle miserie di Africa e Asia, ecc…
Gesù così viveva: sempre con la folla attorno, presente, viva, piena di domande, e non la fuggì, né si nascose dietro l’impotenza.
Dicevo all’inizio che Gesù vive per la folla e con la folla, è come proteso verso di essa, ma anche che è la folla che lo cerca, perché sente che da lui può aspettarsi una risposta alle sue domande e problemi. E’ il bisogno dell’uomo che cerca e si incontra con la salvezza che è il Signore: è questo il lieto annuncio, il Vangelo che Gesù è venuto a portare.
Chiediamoci allora: come mai le folle non cercano noi cristiani, ma si buttano a capofitto su risposte fasulle alle loro domande e problemi? Forse perché noi nascondiamo il Vangelo che ci è stato comunicato, oppure perché nemmeno noi ci crediamo tanto e, di conseguenza, non lo viviamo. Infatti la folla cerca, allora come ancora oggi, parole e segni di salvezza-guarigione. Non ascoltandone di vere e non vedendone di autentici si accontenta di quello che gli assomiglia di più: la moda, lo sballo, la salvezza individuale, il successo, il benessere, ecc…
C’è bisogno che noi impariamo a parlare come faceva Gesù: non con slogan, o frasi fatte; non in modo paternalista, come chi sa già tutto e insegna le soluzioni; non facendosi ripetitori dei maestri della sapienza del mondo, la televisione, i giornali, la saggezza comune, ecc… Per poterlo fare bisogna avere familiarità col Vangelo e imparare a parlare come Gesù: più si sta in sua compagnia, più si legge e si medita il Vangelo e più il nostro parlare si conformerà ad esso. Bisogna imparare ad avere parole di speranza che aprono prospettive nuovo e ridanno il futuro a chi lo vede chiuso.
Bisogna imparare a parlare con le parole della propria vita, perché le parole traggono forza e credibilità se accompagnate dal viverle in prima persona, come dice Giovanni: “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità. Da questo conosceremo che siamo nati dalla verità” (1Gv 3,18-19).
Chi è disorientato non ha bisogno di consigli, ma di qualcuno che sia disposto a camminare con lui nella direzione giusta: “E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due.” (Mt 5,41).
C’è bisogno che noi compiamo i segni di Gesù: le guarigioni, la liberazione dai demoni, le resurrezioni …
La folla accorre da Gesù per vedere Lazzaro tornato in vita (Gv 12,9): chiamare col suo nome chi è morto per tutti è restituirgli la vita: “Lazzaro, vieni fuori”. Pensiamo ai poveri o agli anziani che sono soli e nessuno li chiama per nome.
La gente accorre per vedere l’indemoniato guarito: “La gente uscì per vedere l’accaduto e, quando arrivarono da Gesù, trovarono l’uomo dal quale erano usciti i demòni, vestito e sano di mente, che sedeva ai piedi di Gesù” (Lc 8,35). Quanta gente è come posseduta dal demone dell’agitazione per sé e fa cose assurde per obbedire al padrone del mondo che li sconvolge. L’amore guarisce e ridona la pace e la veste. Chi lo vede resta colpito, e si fa lui compagno del malato verso Gesù: “La gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione; gli portarono tutti i malati” (Mt 14,35). La guarigione spesso è già nel farsi compagni di Gesù: “Molta gente lo seguì e là egli li guarì” (Mt 19,2).
Dice l’evangelista Luca che “Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti” (Lc 6,19). C’è una forza che il cristiano può comunicare, la forza del Vangelo vissuto con fiducia in Gesù: “Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d'infermità.” (Mt 10,1); “A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome” (Gv 1,12).

mercoledì 2 febbraio 2011

V domenica del tempo ordinario


Dal libro del profeta Isaìa 58, 7-10
Così dice il Signore: «Non consiste forse [il digiuno che voglio] nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà. Allora invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”. Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio».

Salmo 111 - Il giusto risplende come luce.
Spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti:
misericordioso, pietoso e giusto.
Felice l’uomo pietoso che dà in prestito,
amministra i suoi beni con giustizia.

Egli non vacillerà in eterno:
eterno sarà il ricordo del giusto.
Cattive notizie non avrà da temere,
saldo è il suo cuore, confida nel Signore.

Sicuro è il suo cuore, non teme,
egli dona largamente ai poveri,
la sua giustizia rimane per sempre,
la sua fronte s’innalza nella gloria.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 2, 1-5
Io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.

Alleluia, alleluia alleluia.
Io sono la luce del mondo, dice il Signore;
chi segue me, avrà la luce della vita.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 5, 13-16
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Commento

Cari fratelli e care sorelle, il mondo moderno è sempre più complesso e regolato da meccanismi che sfuggono alla nostra comprensione. La politica, l’economia, la società globale sembrano obbedire a leggi che sovrastano l’individuo e lo rendono il più delle volte un piccolo ingranaggio trascinato da un sistema più vasto e imperscrutabile. Pensiamo solo alla crisi economica che ha così pesantemente influito sulla vita di migliaia di famiglie italiane, di cui molte anche a noi vicine, causando la perdita di lavoro e l’impoverimento di tante di esse. Essa è stata originata per l’eccessivo indebitamento di molte famiglie americane per l’acquisto della casa e la speculazione di alcune agenzie della finanza mondiale. Per una serie di oscure reazioni a catena quel danno è giunto fino a noi. O basti pensare ai conflitti che insanguinano tanti angoli del mondo e dei quali ci sfuggono i motivi, anche quando ci coinvolgono direttamente, come ad esempio in Afghanistan. Insomma tutto ci porta a dire che io non conto niente e a malapena riesco a seguire gli eventi che mi riguardano più da vicino; neanche più riusciamo a controllare la vita dei nostri figli che con internet e i social network vivono collegati ad una rete di rapporti di cui è impossibile riuscire ad avere una visione chiara, figuriamoci tirarne le fila.
Eppure abbiamo ascoltato poco fa le parole di Gesù che sembrano affermare l’esatto contrario: “Voi siete il sale della terra … Voi siete la luce del mondo.” Gesù sembra sopravvalutare i suoi interlocutori, infatti non parlava a gente speciale, ma a degli umili ex-pescatori di una regione periferica come la Galilea, ed oggi a noi, gente comune senza un grande potere. Sì, Gesù afferma che ogni uomo, per quanto semplice e ordinario, può avere un grande potere capace di dare sapore e luce al mondo intero. E’ il potere di realizzare il bene che Dio ha preparato: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.” C’è una forza nello spendere la vita per il bene che va ben al di là della singola azione o dell’ambito limitato della singola scelta. Il vangelo ci dice che orientare la propria vita al bene la rende una forza trasformatrice della storia: una luce che rivela al mondo il vero valore per cui vale la pena vivere e un sale che restituisce senso all’esistenza umana altrimenti sballottata dagli eventi e trascinata alla deriva dalle correnti del mondo.
A questo grande potere il mondo contrappone l’azione corrosiva dello scetticismo e del realismo pessimista, due elementi che cercano di sminuire la forza invincibile dell’uomo che vive il vangelo. E purtroppo spesso i cristiani stessi accettano questa logica e circoscrivono la forza trasformatrice del bene vissuto in un angolo secondario, credendo invece che le vere battaglie sono su altri scenari.
Il Signore per bocca del profeta Isaia esprime con forza l’invito a mettere al primo posto l’impegno a praticare il bene verso gli altri, a partire dai più deboli, perché ai suoi occhi esso viene ancor prima di tutte le altre espressioni religiose, come ad esempio il digiuno: “Così dice il Signore: «Non consiste forse [il digiuno che voglio] nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora” e prosegue mettendo ancora più in evidenza come da questo deriva la possibilità per l’uomo di fede di divenire “luce del mondo”, come dice il vangelo: “Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio.” Sì, l’amore compassionevole per il debole viene prima, come dice l’Apostolo, anche della fede: “Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!” (1Cor 13,13).
Eppure a noi il semplice aiutare i poveri, dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, ecc … sembra qualcosa di secondario, se non addirittura una perdita di tempo e di risorse da dedicare a scopi che diano maggiori risultati: si sa, con i poveracci non ci si guadagna, anzi ci si infila in un ginepraio di problemi.
Non sarebbe più importante battersi per un maggior ruolo, politico e sociale, del cristianesimo nella società, per il riconoscimento del ruolo della Chiesa, per una maggior visibilità dei simboli e della presenza? Pensiamo alla questione del riferimento alle radici cristiane nello Statuto dell’Europa o all’esposizione dei crocefissi: tutte cose buone, ma troppo spesso ci sembrano queste le battaglie per dare forza al cristianesimo, mentre fanno mettere da parte la vera forza che nessun potere del mondo può vincere che è quella del bene vissuto e messo in pratica. Eppure l’Apostolo nel brano della lettera ai Corinzi che abbiamo ascoltato sottolinea come lui si sia presentato non con i mezzi di persuasione di questo mondo, ma con la debolezza della fede vissuta: “La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.” Sì l’amore vissuto per gli altri, a partire dai più piccoli, manifesta la potenza dello Spirito e offre un fondamento solido che fa nascere e crescere la fede in chi lo incontra. E’ la storia delle Chiese nate e cresciute sulla predicazione di Paolo, e non sugli statuti o i simboli appesi al muro, e l’esperienza che ancora oggi facciamo ogni volta che il vangelo è annunciato insieme alla testimonianza di un amore profondo per i poveri. Lo hanno fatto molti santi, come S. Francesco, S. Vincenzo de’ Paoli, Madre Teresa, ecc… che hanno imposto una svolta alla storia e nutrito la fede dei cristiani del loro tempo partendo dall’amore per i poveri e sono universalmente riconosciuti, anche da chi non è cristiano o non credente, come esempi luminosi di umanità, persone che hanno saputo dare un sapore forte alla vita.
Qualcuno potrebbe dire che questa ambizione di rivestirsi della forza del Vangelo per cambiare la storia non è una via per tutti, ma solo per pochi che la trovano confacente alla propria indole. Non tutti ne sono capaci o sono tenuti a viverla. In fondo ognuno ha talenti e predisposizioni diverse e può trovare più consoni altri modi più umili di vivere la fede nella piccolezza della propria vita privata e familiare. In realtà il vangelo di Matteo pone un’alternativa molto radicale: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.” Se non si ambisce ad essere luce e sale del mondo la propria vita non serve a niente, è inutile e sprecata, cioè si perde.
Cari fratelli e care sorelle, assumiamo con coraggio e responsabilità l’ambizione che il vangelo ci chiede: essere protagonisti della storia e capaci di immettere in essa il bene che la trasforma secondo il piano di Dio. Si tratta di porsi umilmente al servizio del Vangelo, di prenderlo sul serio e di viverlo, come dicevamo la settimana scorsa parlando delle beatitudini, di compiere con passione il bene che ci indica. Se ci incammineremo su questa strada l’aiuto di Dio ci si farà incontro, perché, come dice Isaia,: “Allora invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!” Sì il Signore soccorre coloro che non sprecano la vita che hanno ricevuto in dono, ma la mettono a frutto per affrettare la realizzazione del fine della storia umana, quel compimento del Regno di pace e di giustizia che il Signore è venuto a inaugurare.
Preghiere

O Signore ti ringraziamo perché ci inviti a vivere con ambizione e coraggio e a non accontentarci di ciò che già sappiamo fare. Donaci la forza di essere all’altezza della nostra vocazione.
Noi ti preghiamo
Aiutaci o Padre del cielo ad assaporare con gioia il sale del vangelo perché anche la nostra vita sia ricca di sapore e piena di significato,
Noi ti preghiamo
O Cristo che sei la vera luce, fa’ che sappiamo anche noi illuminare il cammino perché gli uomini orientino i loro passi verso di te.
Noi ti preghiamo
Con insistenza ti preghiamo o Signore misericordioso, perché non vinca in noi la rassegnazione e il realismo, ma con audacia guardiamo a te per conoscere la misura da raggiungere.
Noi ti preghiamo
Guarda con amore o Dio a noi tuoi figli, perché sia cancellato il nostro peccato e la nostra vita possa essere pura e buona come tu vuoi.
Noi ti preghiamo
Aiutaci o Signore a fuggire le occasioni di peccare e aiutaci a compiere con decisione le opere buone che tu hai preparato per noi.
Noi ti preghiamo.
Ti preghiamo o Dio per tutti coloro che sono nel bisogno: per i prigionieri, i malati, gli anziani, chi è senza casa e famiglia. Dona loro guarigione e salvezza dal male.
Noi ti preghiamo
Proteggi i tuoi discepoli o Dio, ovunque essi siano dispersi. Dona loro coraggio e proteggili perché il vangelo sia annunciato ovunque e il tuo nome benedetto in ogni Paese.
Noi ti preghiamo

martedì 1 febbraio 2011

IV domenica del Tempo Ordinario

Dal libro del profeta Sofonia 2,3; 3, 12-13
Cercate il Signore voi tutti, poveri della terra, che eseguite i suoi ordini; cercate la giustizia, cercate l'umiltà, per trovarvi al riparo nel giorno dell’ira del Signore. Farò restare in mezzo a te, Israele, un popolo umile e povero; confiderà nel nome del Signore il resto d'Israele. Non commetteranno più iniquità e non proferiranno menzogna; non si troverà più nella loro bocca una lingua fraudolenta. Potranno pascolare e riposare senza che alcuno li molesti.

Salmo 145 - Sono beati i poveri in spirito.
Il Signore è fedele per sempre,
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Egli libera i prigionieri.

Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge lo straniero.

Egli sostiene l'orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie degli empi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, per ogni generazione.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 1, 26-31
Considerate la vostra vocazione, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto: "Chi si vanta si vanti nel Signore".

Alleluia, alleluia, alleluia
Rallegratevi ed esultate,
grande è la vostra ricompensa nei cieli.
Alleluia, alleluia, alleluia

Dal vangelo secondo Matteo 5,1-12
In quel tempo: vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Commento

Cari fratelli e care sorelle, questi tempi sono segnati da una grande confusione. Lo vediamo attorno a noi, è come se le cose che dovessero darci sicurezza e rappresentare la solidità a cui aggrapparsi si stiano sgretolando.
A livello politico assistiamo ad una zuffa di tutti contro tutti, e non per un ideale o un progetto politico di società, ma per strappare un pezzetto di potere in più, un posto, e alla fin fine, un po’ di soldi, senza tenere conto se questo poi causa danni alla gente.
A livello sociale emerge e diventa famoso chi sgomita di più, chi sa farsi strada dado calci: conta chi guadagna molto, chi ostenta più benessere, chi può fare a meno di tutti e magari chi sfruttando gli altri arricchisce.
A livello internazionale vediamo come poche nazioni più ricche possono imporre il loro potere su tutti, mascherando i propri interessi con nobili ideali mentre si disinteressano delle situazioni in cui c’è guerra o miseria se da esse non c’è niente da guadagnaci.
Sono cose che tutti noi vediamo e sappiamo, e davanti a questa situazione la nostra tentazione è quella di diventare nostalgici del passato, come se un tempo tutto andasse bene. Fratelli e sorelle, le difficoltà del tempo presente non si risolvono volgendosi al passato, ma guardando al futuro con lo sguardo del Vangelo. Sì, troppe volte noi ci lamentiamo del presente in modo vittimistico, coltivando un senso pessimista di impotenza che, in realtà, è la scusa per dire che, come fanno tutti, è meglio che anche noi ci facciamo i fatti nostri perché tutto va a rotoli. Davanti alle difficoltà del tempo presente, al disorientamento, all’egoismo diffuso vince anche in noi cristiani il desiderio di approfittare, di seguire la corrente che trascina verso un destino che sembra ormai inevitabile: la legge della giungla in cui tutti sono contro tutti e ciascuno cerca di approfittare degli altri per trarne il maggior guadagno.
Ma chiediamoci, è questo il futuro che desideriamo per noi e per i nostri figli? È questa l’eredità che vogliamo lasciare alle generazioni future? Vogliamo essere ricordati come quelli che dimenticando cosa vuol dire essere uomini si sono azzannati gli uni con gli altri come belve ?
Come sempre la Scrittura è uno scrigno prezioso dal quale ogni domenica possiamo estrarre il tesoro della sapienza di Dio. Sì la Parola illumina il cammino, facendocela vedere con occhi diversi, occhi appassionati e buoni, non nostalgici del passato e pessimisti, ma pieni di speranza.
La liturgia oggi ci fa ascoltare la voce antica del profeta Sofonia che ci mostra una visione grandiosa e ci indica una via per la nostra salvezza: “confiderà nel nome del Signore il resto d'Israele. Non commetteranno più iniquità e non proferiranno menzogna; non si troverà più nella loro bocca una lingua fraudolenta. Potranno pascolare e riposare senza che alcuno li molesti”. Sofonia mostra come il riposo del popolo, la nostra sicurezza, non sta nel trasformarci in un branco di lupi rapaci che si azzannano ma nel vivere con semplicità e concretezza la fiducia nel Signore, smettendo di vivere all’insegna del profitto a tutti i costi (Non commetteranno più iniquità ), evitando la falsità dell’apparire e dell’ipocrisia (non proferiranno menzogna), dando alla parola il suo ruolo vero di modo per legarsi agli altri e non per approfittare e sfruttare (non si troverà più nella loro bocca una lingua fraudolenta). Sono cose così semplici che ci possono sembrare troppo ingenue, inutili davanti a un mondo difficile eppure sono l’unico modo per restituire a ciascuno la un volto umano, tante volte sfigurato dalla nevrosi dalle invidie e dagli odi. E’ quello che dice l’Apostolo: troviamo la nostra vera dimensione che è di gente umile e poveraccia senza voler apparire chissà cosa e senza voler essere arroganti e imporci sugli altri e saremo felici: “Considerate la vostra vocazione, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti”. Sì perché la vera beatitudine non è nel sentirsi forti del benessere o del ruolo sociale, di tutte quelle cose che ci fanno credere di poter fare a meno degli altri, ma piuttosto troviamo il nostro vanto nel vivere secondo la Parola del Signore, che è l’unica che ci garantisce la sicurezza vera, quella della protezione benevola di DIo: “Chi si vanta si vanti nel Signore”, dice infatti l’Apostolo.
Ci chiediamo: vivere in questo modo non ci getta in balia della tempesta che sconvolge il mondo? Non rischiamo così di restare travolti dalla vita, senza difese e risorse?
E’ il dubbio che forse Gesù lesse negli occhi della folla che lo stava ad ascoltare un giorno sulla montagna. Era gente semplice, non ricchi o potenti, e nella loro debolezza cercavano qualcosa a cui aggrapparsi, ma dove trovarlo? Nella violenza, nel benessere, nel mostrarsi e credersi forti e autosufficienti? A questa domanda che è anche la nostra in questo tempo difficile Gesù rispose indicando la vera beatitudine.
Conosciamo bene quelle parole e ogni volta che le ascoltiamo non possiamo non restare sconcertati perché ci propongono di trovare la vera felicità proprio nel contrario di quello che normalmente viene indicato come beatitudine.
C’è un segreto in queste parole che non trovano una spiegazione razionale. E’ inutile moltiplicare le parole e cercare spiegazioni. Come tutto il Vangelo, l’unico modo per capire queste parole è viverle. Sì, se proverai a metterti dalla parte dei poveri di spirito e degli afflitti, se vivrai la mitezza, cercherai la pace, userai misericordia con gli altri, vivrai la giustizia ti troverai a fare una vita beata, e capirai perché il Signore disse quelle parole. Se ti fiderai di lui capirai. Se lo vivrai scoprirai perché è vero. E’ questo il senso della fede che anche se piccola come un granello di senape smuove le montagne e spiana la strada della felicità vera, della beatitudine piena. Quelle beatitudini, se ci pensiamo bene, sono il ritratto di Gesù, lui per primo ha vissuto così e imitarlo ci consente la felicità più piena.
Fratelli e sorelle, non viviamo questo nostro tempo confuso trascinati dalla corrente del “così fan tutti”, reagiamo all’arroganza, all’egoismo, al pensare solo al proprio tornaconto volgendo lo sguardo al futuro per trovare in esso la realizzazione della vera felicità. Solo così sapremo preparare per noi e per tutti un futuro migliore vantandoci che sì, abbiamo seguito l’esempio e gli insegnamenti del Signore e veramente il mondo è la nostra vita non è più la stessa.


Preghiere

O Dio padre nostro che continui a convocarci perché come un popolo solo ci incamminiamo tutti assieme verso il futuro che ci prepari, fa’ che non vincano le nostre divisioni e rivalità, ma come figli di una sola famiglia ci amiamo gli uni gli altri con affetto sincero.
Noi ti preghiamo
O Signore che sei nato nel buio della notte, rischiara anche le tenebre di questo nostro tempo, perché dove sembra vincere il male e la durezza di cuore, sappiamo far spazio al Vangelo che illumina e scalda la vita.
Noi ti preghiamo

O Signore che sei nato povero e piccolo, fa’ che non ci spaventiamo della nostra umile dimensione, ma ne facciamo la forza che ci spinge a cercare in te, e non altrove, la forza e la grandezza.
Noi ti preghiamo
Riempi o Padre santo i nostri occhi delle visioni e dei sogni del vangelo. Fa’ che non vinca in noi il realismo triste e rassegnato che accetta il mondo così come è, ma con ambizione e perseveranza fa’ che viviamo a partire da noi stessi la forza trasformatrice del Vangelo
Noi ti preghiamo
O Signore Gesù fa’ che non manchi mai il sostegno necessario ai poveri e ai bisognosi. Ascolta il grido di chi invoca da te l’aiuto che non trova dai fratelli e dalle sorelle.
Noi ti preghiamo
Ti preghiamo o Padre misericordioso per tutti coloro che soffrono: i malati, gli anziani, i deboli, chi è senza casa, i prigionieri, le vittime della guerra e della violenza. Dona a tutti loro pace e salvezza.
Noi ti preghiamo.
Guarda con amore o Dio di ogni bontà a tutti quelli che ci hanno lasciato per raggiungerti in cielo. Non guardare al loro peccato, ma alla fede di quanti ti invocano perché splenda su tutti loro la luce perpetua della tua misericordia.
Noi ti preghiamo
Guida o Signore Gesù i passi di coloro che annunciano il vangelo. Fa’ che con la loro testimonianza piena di amore e di bontà rivelino a chi non ti conosce il vero volto di Dio.
Noi ti preghiamo

mercoledì 26 gennaio 2011

Scuola del Vangelo 2010/11 - XII incontro La Liturgia "anima" della fede delle Chiese orientali


Dopo aver percorso la volta scorsa la storia e la realtà attuale delle Chiese cristiane ci vogliamo soffermare questa volta per entrare in modo più profondo nello spirito delle Chiese Orientali, e in modo particolare della Chiesa bizantina, cioè quella di lingua greca che si sviluppò attorno al suo centro principale che era Costantinopoli o Bisanzio, e che oggi si prolunga fino a comprendere tutte le Chiese Ortodosse slave ecc… nel mondo intero.


La tradizione orientale attribuisce una centralità particolare alla Liturgia che è definita Divina, è cioè un atto comune degli uomini e di Dio. In fondo basti pensare al fatto che per oltre 60 anni di persecuzione e impedimento di ogni attività pastorale in Unione Sovietica la fede si è mantenuta e tramandata esclusivamente attraverso la Liturgia, unica “attività” consentita alla Chiesa Ortodossa Russa. Le chiese (poche) in cui si è continuato a celebrare hanno trasmesso la fede cristiana tutta intera che poi con rapidità straordinaria è rifiorita e si è sviluppata appena la caduta del regime comunista ha consentito la vita ordinaria della Chiesa. Se non si fosse preservata la radice profonda della fede questa rinascita non sarebbe stata possibile, e l’unico modo in cui essa è rimasta profondamente infissa nel terreno della vita del popolo russo è stata appunto la celebrazione della divina Liturgia.


In essa possiamo dire che si riassume tutto l’essenziale della fede cristiana.


I due fondamenti su cui si basa la liturgia sono il mistero dell’incarnazione e la Resurrezione di cristo.


La Liturgia è infatti il contesto in cui avviene la redenzione della nostra realtà terrena: essa con le sue miserie e limiti è stata assunta e trasfigurata da Dio che nell’incarnazione di Cristo ha rivestito la nostra natura umana per renderci in grado di innalzarci noi fino a quella divina: si è fatto come noi perché noi divenissimo come lui.


La liturgia è il contesto più alto e pieno in cui si può realizzare per ciascuno una vera e propria “trasfigurazione” della natura umana che è portata a divenire simile a quella divina. Tutto nella liturgia è trasformato e assunto in una dimensione di bellezza che richiama la gloria divina del cielo: dal canto, al profumo dell’incenso, alla bellezza delle icone, l’oro degli arredi sacri, la bellezza sfolgorante degli abiti liturgici, ecc… . La liturgia è infatti un angolo di cielo che si realizza in terra, la gloria di Dio che diviene accessibile, come nel roveto ardente che purifica incenerendo il peccato e illumina e scalda. Chi partecipa alla divina Liturgia è pertanto innalzato fino all’altezza del cielo, pur mantenendo i piedi sulla terra: è il mistero dell’incarnazione di Cristo, vero uomo e vero Dio.


La chiesa è orientata verso Oriente, luogo del sorgere del sole, simbolo della resurrezione e della venuta di Cristo sulla terra. È l’orientamento della comunità che prega scrutando da dove è venuto e tornerà il Salvatore. È l’orientamento di tutta la vita, protesa verso la venuta di Cristo e in attesa del suo ritorno.

La chiesa è divisa in due dall’iconostasi che separa il santuario dalla navata. Dall’ingresso progressivamente l’ambiente diviene sempre più spirituale fino a raggiungere il massimo nel santuario, dimora di Dio. I santi che assistono al rito dalle icone sono il segno della partecipazione della Chiesa spirituale all’interno del rito, sono lo specchio nel quale il fedele può riflettere la propria immagine cercando di assumerne i tratti spirituali e lontani dalla carnalità pesante e volgare della vita di tutti i giorni. L’icona è detta infatti finestra verso l’invisibile, alla quale possiamo affacciarci, che ci mette in comunicazione con la realtà spirituale umano-divina. L’iconostasi non è dunque una separazione, quanto un punto di congiunzione fra la realtà terrena e quella divina, immagine di quello che siamo chiamati a divenire anche noi umani ma divinizzati dallo Spirito.

Il sacerdote e il diacono vestono gli abiti liturgici che, nel loro splendore, indicano la separazione che in quel momento li deve caratterizzare da ogni attività ordinaria, per immergersi invece nella straordinarietà dell’azione liturgica. La tunica bianca rappresenta l’abito degli angeli che celebrano la liturgia celeste davanti a Dio in cielo e la purezza d’animo con cui il celebrante deve rivestirsi. La stola del diacono rappresenta le ali degli angeli e viene usata per invitare il popolo e il celebrante ad intraprendere le azioni nei vari momenti della liturgia. La stola sulle spalle del sacerdote simboleggia il giogo soave del vangelo e l’unzione che discente su tutto il corpo, come ad Aronne nel Salmo 132, 2. Si stringe con la cintura che simboleggia la potenza di Dio di cui è rivestito.


L’atto della vestizione del diacono e del sacerdote sono già un primo passo verso la trasfigurazione della comunità intera: non sono più gli uomini di prima, ma strumenti dello Spirito per la realizzazione dell’atti liturgico. Non conta più l’indegnità e piccolezza personale, ma il ruolo che si riveste.


Rito della preparazione o proscodimìa
La prima parte della liturgia è la preparazione dei doni in vista della loro consacrazione. Il pane offerto dai fedeli (pròsfora) rappresenta il corpo di Cristo e con una lancia viene inciso, come Gesù sulla croce e sezionato nelle particole che verranno distribuite al popolo. Questa parte avviene segretamente e rappresenta la vita nascosta di Gesù. Viene stratta la parte centrale del pane, con le iniziali divine, per indicare la carne che è venuta dalla carne, cioè il corpo di Gesù nato dalla Vergine Maria.


Nel compiere questi Gesti il sacerdote ripete le parole del profeta Isaia circa la venuta dell’agnello sacrificale “come agnello condotto al macello” , “come pecora muta davanti al tosatore” , “con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo”, ecc…


Poi vengono preparate altre particole in memoria di Maria, del battista, gli apostoli e i santi: Cristo è così circondato da quelli che gli sono più vicini. Cristo si mostra vicino a quelli che si sono fatti più vicini e simili a lui. Poi seguono le particole che ricordano i vivi che si vogliono ricordare e infine i defunti. Cristo e la Chiesa (terrestre e celeste) sono uniti.


A questo punto il luogo in cui si prepara l’offerta diviene la grotta di Betlemme che racchiude Gesù che nasce e la stella è posta sul pane, il disco è la mangiatoia e i veli i panni che lo coprirono. Si incensa come i Magi che offrirono incenso, mirra e oro.


Si incensa tutto il popolo: segno di benvenuto che ricorda il lavaggio dei piedi agli ospiti del banchetto che Gesù stesso compì nell’ultima cena. Anche le icone sono incensate perché i santi sono ospiti e patecipano con noi al banchetto liturgico.


Liturgia dei catecumeni
Questa parte della liturgia simboleggi al’inizio della vita pubblica di Gesù. Tutte le azioni liturgiche sono poste sotto la luce della Trinità con l’invocazione “sia benedetto il regno del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, perché è l’incarnazione che ha manifestato pienamente Dio agli uomini. In questa luce il popolo si accinge a celebrale la divina Liturgia.

Litanie di pace
Il diacono invita il popolo alla preghiera con la stola alzata come l’ala di un angelo e il popolo si accinge alla risposta corale che fa propria la preghiera offerta dal diacono. In conclusione si ricorda l’inefficacia della preghiera di gente indegna come noi e la si affida a Maria e ai santi che lo fecero meglio di noi. Vengono quindi cantate le profezie della venuta del Salvatore, tratte dai Salmi e si conclude con l’amen di assenso di tutto il popolo.


Canto delle beatitudini
Segue il canto delle Beatitudini, intercalate con l’invocazione del buon ladrone “Ricordati di noi Signore quando entrerai nel tuo Regno”. Le parole del Vangelo ricordano all’assemblea chi sono quelli a cui è indirizzata la rivelazione della salvezza e ai quali è riservato il Regno concesso al ladrone: “i miti, i perseguitati, gli operatori di pace, i puri di cuore, ecc…”

Ingresso del Vangelo
A questo punto si aprono le porte del Regno (le porte dell’iconostasi) che è il luogo in cui il Signore si farà presente col suo corpo e sangue, e il Vangelo cioè Cristo stesso si fa presente e attraversa tutta l’assemblea. Esce dal buio del luogo della vita nascosta di Gesù e si manifesta a tutto il popolo che lo acclama con l’alleluja: è la predicazione del Vangelo.


Canto del Trisaghion
Dopo aver cantato i tropari che ricordano i santi e la festa del giorno, cioè coloro che hanno ascoltato e vissuta il Vangelo entrato nella nostra vita, si invoca la potenza della Trinità stessa: Dio Padre, la sua Forza, cioè il Figlio, l’Immortale, cioè lo Spirito che è il pensiero e la volontà sempre presente di Dio. Il canto è fatto tre volte per dire che Dio è stato, è e sarà sempre presente. L’invocazione alla Trinità coinvolge tutta l’assemblea perché sia rivestita dalla forza e la presenza di Dio nell’avviarsi a celebrare il sacramento della sua presenza fisica. Il celebrante col Vangelo sale verso il santuario e indica con questo atto l’Ascensione di Cristo nel seno paterno, invitando anche noi a seguirlo nell’elevarci verso Dio padre, depone il Vangelo sul trono che è l’altare e si pone in atteggiamento di ascolto, come i discepoli attorno a Gesù che predica.

Lettura dell’Epistola
È il primo gradino che si sale nella scala dell’elevazione verso Dio. Il diaconi prepara la chiesa e il popolo con l’incenso alla venuta del Signore Gesù nella sua Parola proclamata nel Vangelo. È il profumo dello Spirito che ci deve pervadere per ascoltare e comprendere la Parola divina e purificare perché essa rimanga in noi. La luce dei ceri simboleggia la luce della Parola che viene e il diacono invita all’attenzione e concentrazione piena all’ascolto della Parola.


Lettura del Vangelo
Il popolo ascolta il vangelo proclamato e poi rende Gloria a Dio per l’annuncio di salvezza ricevuto. Il diacono restituisce il Vangelo al sacerdote, come il Verbo uscito dal Padre a Lui ritorna. Si richiudono le porte del santuario-Regno celeste, per dire che non vi è altro modo di intravedere il Regno se non attraverso le Parole della Sacra Scrittura, che è l’unico ingresso: “Io sono la porta”.


Seconde litanie o ektenìa
Il diacono di nuovo invita il popolo a rivolgersi in preghiera a Dio con sempre maggior forza. SI ricordano i vivi e i defunti, per i catecumeni, ma anche per chi pur avendo ricevuto il battesimo si discosta dal cammino della fede. A questo punto i catecumeni sono fatti uscire dalla Liturgia. Anche coloro che restano sono però invitati ad essere cosciente della propria indegnità e a temere di essere scacciato dal santuario come fece Gesù dal tempio. Ciascuno è invitato a bandire dalla propria anima il “catecumeno” che vi è albergato e a scacciarlo dal tempio perché rinasca in sé il fedele degno di partecipare ai divini misteri.


Liturgia dei fedeli
Il celebrante apre sul tavolo l’antimension, cioè un telo con disegnata la deposizione di Cirsto sul quale saranno posti il pane e il vino. Esso simboleggia i tempi in cui la Chiesa non aveva un luogo stabile per l celebrazione, perché perseguitata, e nell’antimension sono conservate anche delle reliquie. Ricorda oggi che non è il mondo la patria definitiva della Chiesa. Il sacerdote e il popolo si preparano alla parte centrale della liturgia: la consacrazione.


Inno cherubicon e grande ingresso
Rappresenta l’inno degli angeli che accolgono l’imperatore, secondo il rito che prevedeva l’ingresso fra la folla dell’imperatore sollevato in alto dai soldati e acclamato. I doni vengono portati in mezzo all’assemblea con una processione che simboleggia l’ingresso a Gerusalemme subito prima della passione. I doni vengono deposti sull’altare che rappresenta la tomba e la porta è richiusa, come il sepolcro, e coperti col velo che rappresenta il sudario.

Grande litania e supplica, abbraccio di pace e credo
Il diacono d nuovo invita a pregare sulle offerte e a scambiarsi la pace, come ricorda il vangelo di Matteo 5, 24, per offrire il sacrificio con animo riconciliato con tutti: questo rende possibile la professione di fede avviene che è nello spirito della Trinità, cioè per un amore che viene da Dio e non dagli uomini. Lo si ricorda quando si scambia il bacio di pace dicendo: “Cristo è in mezzo a noi, lo è e lo sarà”. Si conferma quanto fatto professando la fede nel credo. Il velo è agitato sui doni, simboleggiando la discesa dello Spirito su di essi.


Offerta eucaristica
Il santuario diviene ora il cenacolo e l’altare è la mensa del banchetto eucaristico, si alzano i cuori a DIo, come fece Gesù alzando gli occhi al cielo. Tutti partecipano alzando il cuore a Dio, cioè concentrando l’attenzione e i sentimenti come alla sua presenza. Il canto del Santo richiama l’inno trionfale dei serafini che fu udito dai profeti durante le visioni divine. Tutti sono trasportati in alto e partecipano al coro degli angeli che circondano la gloria di Dio. A questo canto è stato accodato il grido degli ebrei all’ingresso di Gerusalemme, Osanna, proprio per significare che all’innalzamento dei fedeli corrisponde la discesa di Dio verso la terra


Il sacerdote recita la preghiera di consacrazione con la memoria delle parole di Gesù nell’ultima cena. La mensa diviene altare, luogo del sacrificio dell’Agnello che dona la vita per la nostra salvezza. È il Golgota. Il sacerdote come Abramo sale sul monte del sacrificio lasciandosi dietro ogni preoccupazione e cura mondana ed è tutto rivolto verso Dio, porta su di sé il peso del legno che è l’amarezza per i propri peccati e la confessione delle proprie colpe, da far ardere al fuoco della penitenza spirituale


Si invoca lo Spirito Santo che opera la trasformazione del pane e vino in corpo e sangue di Cristo. Il diacono indica prima il pane e poi il vino e il sacerdote benedicendolo lo consacra. Il sacrificio è avvenuto attraverso la parola pronunciata, più tagliente ed efficacie della spada, come il Verbo proferito al momento della creazione.


Il sacerdote convoca tutta la chiesa, sia quella presente sulla terra che quella del cielo, Maria, i profeti, i patriarchi, i martiri e i santi perché intercedano per il popolo e ciascuno si unisce alla preghiera con le proprie intenzioni personali davanti al Signore che si è fatto presente al nostro cospetto.


Litania di supplica
Segue la grande litania in cui si supplica perché la presenza del Signore non sia causa di giudizio e di condanna. SI invoca chiedendo salvezza e perdono, misericordia nel giudizio di Dio e sostegno della sua grazia fino al momento della morte. Non si chiede più il sostegno e l’intercessione dei santi, ma si invoca direttamente il Signore che è presente, e tutti dicono “A te Signore” e ripetono la preghiera che lui ha insegnato, il Padre nostro.


Il popolo ora non è più come servi timorosi, ma siamo tutti come bambini davanti al loro padre e lo invochiamo fiduciosi e certi della sua benevolenza. Si arriva dunque ora, dopo un lungo processo di progressivo innalzamento e purificazione a quel livello supremo di intimità con Dio che permette di rivolgersi direttamente a lui chiamandolo “Papà”. E’ la preghiera che chiede tutto quello di cui si può avere bisogno nelle sue domande semplici e concrete. Si diviene così pronti a comunicare con il Signore stesso.

L’altare è ancora nascosto ai fedeli, durante la comunione dei celebranti. Si canta ora il tropario dei santi, per dire che anche l’uomo può aspirare alla santità cioè essere degno di Lui. Infatti non è il merito dell’uomo che rende santi, ma è la presenza di Cristo in lui che santifica l’uomo, come Lui è Santo.


Le specie sono distribuite col cucchiaino che simboleggia le molle con cui il Serafino prese il tizzone dall’altare per toccare le labbra di Isaia.


Le porte si aprono e il sacerdote porta il calice verso il popolo. La comunione è distribuita vicino ai santi e chi si accosta ad essa è più simile a loro. Come il tizzone preso dal Serafino, la comunione brucia ogni nostra impurità e ci trasforma dal di dentro. Le porte restano aperte per simboleggiare che il Regno è ora accessibile agli uomini, finché il Signore è fra di loro.

La comunione viene riportata dentro, incensata e il canto sottolinea che il Signore resta per sempre nel luogo della sua gloria che si celebra col canto dell’alleluja.

La liturgia si conclude con le preghiere di ringraziamento e di nuovo per tutti gli uomini che si desidera ricordare alla presenza del Signore. Si termina col congedo che richiama le parole di Simeone e Anna. “Ora lascia Signore che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola…”.

lunedì 24 gennaio 2011

III domenica del tempo ordinario


Dal libro del profeta Isaia 8,23b - 9,3
In passato il Signore umiliò la terra di Zabulon e la terra di Neftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano e il territorio dei Gentili.
Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si gioisce quando si spartisce la preda. Poiché tu, come al tempo di Madian, hai spezzato il giogo che l'opprimeva, la sbarra che gravava le sue spalle e il bastone del suo aguzzino.

Salmo 26 - Il Signore è mia luce e mia salvezza.
Il Signore è mia luce e mia salvezza:
di chi avrò timore?
Il Signore è difesa della mia vita:
di chi avrò paura?

Una cosa ho chiesto al Signore,
questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per contemplare la bellezza del Signore
e ammirare il suo santuario.

Sono certo di contemplare la bontà del Signore
nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte,
si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.

Dalla prima lettera di Paolo Apostolo ai Corinzi 1,10-13. 17
Vi esorto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d'intenti. Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo, fratelli, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie tra voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «E io di Cefa», «E io di Cristo!». Cristo è stato forse diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati? Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo.

Alleluia, alleluia alleluia.
Gesù predicava il vangelo del Regno
e guariva ogni sorta di infermità nel popolo
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal Vangelo secondo Matteo 4, 12-23
Gesù, avendo saputo che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea e, lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafarnao, presso il mare, nel territorio di Zabulon e di Neftali, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: "Il paese di Zabulon e il paese di Neftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti; il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata". Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedeo, loro padre, rassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono. Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del Regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

Commento


Cari fratelli e care sorelle, come già dicevamo la settimana scorsa, passato il tempo della festa del Natale riprende la vita ordinaria con i suoi ritmi e la normalità della fretta e degli impegni di ciascuno. Per questo ci possono apparire fuori luogo le parole della Scrittura che la Liturgia oggi ci propone: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia.” Di quale luce si parla in questo tempo buio, e di che gioia si tratta in una vita tornata alla banalità e alle difficoltà ordinarie? Sono le domande che si fa l’uomo comune davanti alla crisi economica, alle notizie del telegiornale, ad un clima politico così degradato.
Ma, io mi chiedo, non è forse proprio a causa di questo clima e delle difficoltà in cui ci troviamo che l’annuncio di una grande luce e di una gioia moltiplicata dovrebbe attrarci e riempirci di stupore.
In verità noi spesso preferiamo coltivare un senso di tristezza e di insoddisfazione, perché ci pone al riparo dalla necessità di confrontarci con la novità del vangelo. Chi è felice e chi sta bene ha la possibilità di aiutare gli altri, di interessarsi di loro, ma chi invece sta male non è tenuto. Noi preferiamo coltivarci il malessere, il lamento, l’insoddisfazione perché mette gli altri nella situazione di doversi interessare di noi, almeno quanto basta per compatirci, e noi al riparo da ogni obbligo. Certo, non stiamo ogni momento a pensare a questo, perché col tempo diventa un’abitudine e un modo di essere spontaneo. Anche perché chi si mostra troppo felice o soddisfatto sembra un po’ sciocco e superficiale, chi non si lamenta almeno un po’ appare persona di poco conto. Ma c’è da chiedersi: vale la pena vivere così? Vale la pena rifiutare la proposta di vivere nella gioia e con una luce che rischiari il cammino, piuttosto che nel grigiore di penombra di una vita sempre insoddisfatta?
Ma da dove viene questa gioia? Il profeta Isaia parla di una gioia che viene dalla mietitura e dalla spartizione di un bottino di guerra: “Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si gioisce quando si spartisce la preda.” E’ cioè una felicità che viene dall’aver seminato, con pazienza e tenacia, dall’aver coltivato, dissodato la terra ed estirpato le erbacce e dal poter ora finalmente godere dei frutti del lavoro compiuto. E’ la gioia che viene dall’aver combattuto per una buona battaglia contro la forza del male che schiaccia i più deboli, contro la rassegnazione che condanna tutto a restare sempre uguale, contro la tentazione dell’egoismo e della chiusura e finalmente di poter condividere il bottino di una vita liberata dal male e resa più buona.
Ma coltivare costa fatica e combattere è rischioso e gioire è allora qualcosa di troppo impegnativo, meglio restare nel limbo della tristezza insoddisfatta, senza coltivare nulla e senza dover lottare.
Il seme, ci dice il Vangelo, è la parola di Dio, che a Natale si è fatta carne, cioè è divenuta qualcosa che può essere incontrata, ascoltata e vissuta da tutti. E’ stata seminata nel terreno, anche noi l’abbiamo vista nell’umiltà della mangiatoia offrirsi a noi come una buona notizia: prima Dio era lontano e inconoscibile, ora è alla nostra portata, vicino e disponibile. Così lo incontrarono gli apostoli sulle rive del lago di Galilea, come una parole rivolta a loro, diretta e esigente: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini.” Senza mezze misure né preamboli rassicuranti, Gesù parla e chiede di seguire lui, non restare più fermi a riva ma prendere il largo. Lì ci sono i pesci, lì si può fare la pesca abbondante che sfama tanti e dona gioia. E’ vero, a riva è più sicuro e meno faticoso, ma vale la pena passare la vita a rassettare reti a stare curvi sulle proprie piccole cose, ad aggiustare i propri affarucci, senza mai prendere il largo e buttarsi negli orizzonti larghi della vita oltre me stesso?
Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni si fidarono di quella parola e il vangelo ci racconta come la conservarono come un seme prezioso gettato nella loro vita. Dissodarono il loro terreno dai sassi della durezza e dell’orgoglio, lo irrigarono con l’acqua buona della misericordia e del perdono, fino a giungere al tempo della mietitura in cui poterono godere della gioia dei frutti buoni. La loro fu una vita faticosa, sempre in viaggio e disponibile a venire incontro al bisogno dei fratelli e delle sorelle, ma fu una vita piena e felice, non lamentosa né triste. Seppero combattere la buona battaglia contro l’istinto egoista e il carattere difficile di ciascuno e alla fine ottennero come bottino di guerra una vita benedetta da Dio.
Perché non fare nostra questa prospettiva? La lamentela e l’insoddisfazione sono come una prigione: ci chiudiamo dentro per sentirci più riparati e sicuri, ma poi diventa una gabbia che ci toglie la libertà di essere felici. Accogliamo con gioia la liberazione che il Signore Gesù è venuto a portarci: possiamo sfuggire al destino triste e coltivare giorno per giorno una vita nuova: germogli di pace, semi di generosità, piante che diventano alberi capaci di dare ristoro e riparo a tanti. Facciamo nostra l’esultanza di Isaia: “hai spezzato il giogo che l'opprimeva, la sbarra che gravava le sue spalle e il bastone del suo aguzzino.” Sì, Dio ci libera dal giogo e la sbarra, dai colpi del bastone se noi con disponibilità ci innamoriamo di lui e della sua parola, più che di noi stessi e della nostra tristezza.
Preghiere
O Signore Gesù vieni e visita la nostra vita. Fa’ che ascoltando il tuo invito ti seguiamo docilmente come discepoli e figli obbedienti.
Noi ti preghiamo

O Signore che ci vieni incontro e ci rivolgi la tua parola fa’ che l’accogliamo come liberazione dal giogo pesante del nostro egoismo e orgoglio. Rendici capaci di conservarla e meditarla nel cuore come fece Maria.
Noi ti preghiamo

O Dio del cielo, tu che hai seminato con pazienza il seme buono della Parola nel terreno accidentato della nostra vita, aiutaci a dissodarlo dai sentimenti di ostilità e durezza per poter godere della gioia di una mietitura abbondante.
Noi ti preghiamo

Fa’ o Dio che non fuggiamo la fatica paziente dell’agricoltore e l’audacia del combattente per restare fermi e indifferenti al tuo invito. Sostieni il nostro impegno perché la nostra gioia sia moltiplicata e l’allegria pervada ogni momento della nostra vita.
Noi ti preghiamo
Proteggi o Padre buono ogni uomo e ogni donna che è fragile e indifeso: i poveri, i malati, gli anziani, i bambini, chi è senza casa e senza protezione. Tu che li conosci uno ad uno, ascolta il loro grido e rispondi alla loro invocazione.
Noi ti preghiamo

Ti invochiamo o Dio della pace per tutti i popoli in guerra. Per le nazioni sconvolte dalla violenza: la Tunisia, l’Albania, l’Afghanistan, l’Irak, la Terra Santa. Dona a tutti pace e salvezza.
Noi ti preghiamo.
Guida o Signore Gesù i passi di chi ti cerca e fa’ loro incontrare i discepoli del Vangelo. Aiuta il mondo intero a confidare in te e ad invocare il tuo Nome.
Noi ti preghiamo

Perdona o Padre buono le nostre colpe e cancella il nostro peccato, perché anche per nostra colpa il regno tarda a realizzarsi sulla terra. Fa’ che con fiducia e umiltà lavoriamo perché la nostra vita sia un terreno fertile per la pianta del Vangelo.
Noi ti preghiamo

giovedì 20 gennaio 2011

Scuola del Vangelo 2010/11 - XI incontro: La preghiera per l'unità dei cristiani


La settimana che va dal 18 al 24 gennaio è dedicata dalle chiese cristiane alla preghiera per l’unità.


E’ questo un risultato di un movimento che ha sempre più preso piede nelle Chiese cristiane in questo ultimo secolo e che viene chiamato “movimento ecumenico” perché ha come scopo quello di favorire il processo di riconciliazione e di unione fra Le Chiese e le comunità cristiane che attualmente vivono separate.

Le religioni nel mondo: un po’ di dati
I cristiani nel mondo sono complessivamente circa 2,1 miliardi, cioè il 33 % degli abitanti del globo, e sono così divisi: cattolici 1 miliardo circa (17,5% della popolazione mondiale); protestanti, e riformati circa 900 milioni (il 15,6% del totale); ortodossi delle varie chiese circa 250 milioni (3,6%); 275 milioni (6%) fra anglicani, antiche chiese orientali, battisti e pentecostali.
La religione cristiana è la più diffusa nel mondo, seguita dall'Islam, tra 900 milioni ed 1,4 miliardi, e all'Induismo, tra 850 milioni e 1 miliardo.

La storia
Fin dai primissimi passi delle comunità cristiane apostoliche (per intenderci ai tempi di Paolo e di Pietro) si profilano delle divisioni fra i cristiani: negli Atti si parla di divergenze di visione fra Paolo e la comunità di Gerusalemme, ma poi anche all’interno delle singole comunità alcuni discepoli vogliono imporre una loro dottrina ecc… Attorno ai principali centri in cui si sviluppa il cristianesimo (i cosiddetti 5 patriarcati di fondazione apostolica: Roma, Costantinopoli attuale Istanbul, Gerusalemme, Antiochia, Alessandria) si cominciano a creare delle tradizioni locali con il loro modo di pregare (i riti liturgici), dei caratteri differenziati di pensiero teologico e spirituale, in una parola un modo di essere cristiani vissuto in modo diverso, pur mantenendo l’unicità della fede in Dio, in Gesù e della Scrittura.
I problemi principali cominciano a sorgere attorno al IV secolo, quando si creano delle divergenze significative sul dogma cristologico, cioè su chi è Gesù, il suo ruolo e, soprattutto sul rapporto fra divinità e umanità nella persona di Gesù. Sorgono visioni sempre più divergenti e si riuniscono alcuni Concili in cui i vescovi, in rappresentanza di tutte le Chiese del tempo, discutono animatamente e giungono a produrre delle formule alle quali i cristiani devono aderire (il cosiddetto “Credo” che recitiamo ancora oggi). Chi non lo fa viene considerato eretico, che significa “separato”, e pertanto non più considerato come facente parte della comunità dei credenti.
Il processo storico ella definizione dei dogmi è pieno di conflitti, anche per le implicazioni politiche: basti pensare che i primi concili erano convocati, presieduti e controllati dall’Imperatore che vi partecipava di persona o tramite suoi delegati.
Nel 431 si svolge un importante concilio a Efeso, il terzo, vi parteciparono approssimativamente 200 vescovi e si occupò principalmente del nestorianesimo. L'unità della Chiesa era minacciata da un aspro dibattito che riguardava la persona e la divinità di Gesù Cristo. Si confrontavano due scuole: quella antiochena, capeggiata da Nestorio (Patriarca di Costantinopoli) e quella alessandrina, che vedeva alla testa il principale oppositore delle tesi di Nestorio, Cirillo di Alessandria. Connessa alla disputa su Gesù Cristo, vi era quella legata all'appellativo Theotòkos relativo alla Madonna: i nestoriani affermavano infatti che Maria era solamente Christotòkos, Madre di Gesù-persona e non Madre di Dio.
Le vicende tumultuose del Concilio portarono alla condanna di Nestorio, che fu deposto e dichiarato eretico, e la vittoria della posizione di Cirillo, che venne dichiarata l’unica “ortodossa”, cioè valida.
Questo concilio portò alla prima grande divisione di un ramo della Chiesa che è giunta fino ad oggi con il nome di “Chiesa Assira, o Nestoriana” che conta circa 400.000 fedeli. Essa riconosce la validità solo dei primi due concili Ecumenici (Nicea 325, Costantinopoli 381).
Nel 451 si celebrò il Concilio di Calcedonia che si occupò del problema del monofisismo, cioè del rapporto fra le due nature (umana e divina) di Cristo. Nel Concilio prevalse la posizione appoggiata dal vescovo di Roma Leone Magno, contro quella del vescovo di Alessandria. Sostanzialmente vi fu una incomprensione di natura terminologica: entrambi sostenevano la realtà delle due nature umana e divina in una unica persona, Gesù, ma mentre il primo sottolineava la coesistenza delle due nature, il secondo l’unicità della persona di Gesù, e per questo fu condannato come monofisita, erroneamente.
Si provocò così la seconda grande divisione e una importante fetta del Cristianesimo si separò definitivamente: i Cristiani Copti (egiziani), Etiopici ed Eritrei (“figli” dell’evangelizzazione alessandrina), Armeni, Siri.
Poi nel 1054 avvenne la grande divisione fra Occidente (Roma, mondo latino) e Oriente (Costantinopoli, mondo greco) con la reciproca scomunica e la grande divisione fra Cattolici e Ortodossi. Per motivi storici erano due mondi ormai non comunicanti: differenze di cultura, lingua (basti pensare che il greco era ormai pressoché sconosciuto in Occidente), sensibilità e politica avevano portato alla divisione di fatto dell’universo cristiano in due diversi mondi che da ora seguono due strade separate di sviluppo.
Infine nel XVI secolo avvenne l’ultima grande separazione: i Protestanti nel mondo tedesco e gli Anglicani in Inghilterra.

Cosa vuol dire “separati”
Di fatto tutte queste Chiese hanno continuato a camminare su “strade parallele” per tutti questi secoli, ignorandosi a vicenda o, più spesso, combattendosi, anche in modo cruento. Pensiamo ad esempio alle Crociate, durante le quali i cristiani orientali-ortodossi sono stati sterminati dagli eserciti occidentali-cattolici come nemici della fede. Per esempio Costantinopoli, sede del più importante Patriarcato orientale ortodosso, fu assediata, conquistata e saccheggiata nel 1204 con stragi fra la popolazione, per gran parte cristiana.
Nell’ultimo secolo l’atteggiamento è via via cambiato. Per la Chiesa Cattolica bisogna aspettare il Concilio Vaticano II per vedere sancito in modo ufficiale e solenne un nuovo atteggiamento nei confronti delle altre Chiese cristiane. Esso è caratterizzato da rispetto e amore (i non cattolici non sono più gli eretici da combattere come nemici, ma fratelli) e dall’esigenza di creare legami sempre più stretti di conoscenza reciproca e collaborazione per avviare un processo di avvicinamento in vista dell’unità.
Per avere un’idea del cambiamento di atteggiamento basti pensare che fino a prima del Concilio il principio cattolico che ispirava i rapporti con gli altri cristiani era quello dell’ “unione”. Cioè i cristiani non cattolici dovevano “tornare a Roma”, riconoscendo il loro errore e sottomettendosi all’autorità del papa, rinunciando definitivamente e pienamente ad ogni loro tradizione. Questo era stato il processo che nel XV e XVI secolo aveva portato alcune frange delle Chiese Ortodosse a unirsi con Roma, con il fenomeno del cosiddetto “uniatismo”. Un atteggiamento di sostanziale disprezzo e rifiuto dell’identità delle altre Chiese.
Dopo il Concilio si afferma invece il principio della ricerca dell’ ”unità”, cioè lo sforzo comune di avvicinamento in vista di una unità futura che si realizzerà nei modi che Dio indicherà. In questa prospettiva cammina il movimento Ecumenico di cui anche la Chiesa Cattolica fa parte attivamente, come testimonia questa settimana di preghiera.


La divisione fra le Chiese ha come ricadute pratiche:
• non comunione (impossibilità di ricevere i sacramenti, tranne il battesimo, per i non appartenenti alla Chiesa che lo impartisce);
• alcune differenze teologiche (ad es. con gli ortodossi la questione del Filioque);
• il ruolo del papa come pastore supremo della Chiesa (le Chiese ortodosse sono autocefale, quelle protestanti hanno una gerarchia di tipo democratico, con elezioni a tempo, ecc..):
Ma soprattutto vi sono le diffidenze e i pregiudizi che secoli di lontananza e lotta reciproca hanno generato e che sono degli ostacoli psicologici a volte ancora più grandi di quelli concreti.
Ad esempio gli ortodossi giudicano la Chiesa cattolica troppo immischiata nelle questioni temporali e lontana dall’essere spirituale ma tutta impegnata in una sorta di imperialismo e i protestanti come rivoluzionari nemici della tradizione; i protestanti giudicano gli ortodossi come pezzi da museo e i cattolici come conservatori maschilisti (per l’ordinazione ammessa solo per gli uomini) e antidemocratici; i cattolici giudicano gli ortodossi come presuntuosi e arretrati e i protestanti come libertari immorali e schiacciati sulle posizioni dei movimenti politici sinistresi ; ecc…
La realtà è che bisogna accettale la sfida di una complessità e varietà delle espressioni della fede cristiana che, anche se alcune sono magari meno positive, sono comunque nelle sue espressioni più genuine frutto di un cammino storico diverso e tentativi, più o meno riusciti, di incarnare la fede in contesti e culture diverse.

Che bisogno c’è dell’ecumenismo?
Il bisogno di unità fra i cristiani viene innanzitutto dall’invito di Gesù contenuto nel cap. 17 del Vangelo di Giovanni: “Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi. … Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.” (vv. 11; 20-21)
L’esigenza di unità è quindi innanzitutto richiesta per l’efficacia della testimonianza cristiana e della credibilità del Vangelo che noi annunciamo.
Nella storia più volte la divisione dei cristiani ha causato un indebolimento nei confronti del male: pensiamo al regime Nazista che in Europa ha potuto prendere il potere in modo così repentino e virulento anche perché i cristiani non hanno saputo fare fronte comune, pur essendo coscienti della sua pericolosità. Strategie politiche e logiche di convenienza hanno fatto prevalere una prudenza dei cristiani che non hanno saputo porre argine al dilagare del male nazifascista.
Ma pensiamo anche alla persecuzione dei cristiani operata dal regime comunista in Unione Sovietica: nel 1949 il regime sovietico iniziò una persecuzione contro la chiesa greco-cattolica abolendola di fatto e costringendola ad una forzata unione nell'ambito della Chiesa ortodossa. Solo nel 1980 la Chiesa cattolica recuperò la sua libertà di culto. La divisione fra le due Chiese lasciò più libertà al regime di perseguitare i cattolici, che ebbero mano più libera approfittando delle rivalità esistenti.
Ancora oggi davanti alle grandi sfide che il mondo moderno pone davanti ai cristiani la loro divisione indebolisce la forza dell’annuncio della salvezza di Cristo. Pensiamo ad esempio alla confusione generata dal fatto che in alcuni paesi le diverse Chiese celebrano la Pasqua in date differenti, causando lo scherno dei non cristiani che chiedono se Gesù è morto più volte e risorto più volte. Ma poi quante forze sono sprecate a diffidare, difendersi e magari rinchiudersi invece di essere usate per annunciare il Vangelo.
Davanti ad un mondo frammentato e individualista la testimonianza di cristiani divisi e in conflitto fra loro è spettacolo veramente deleterio, il contrario di quello di cui ci sarebbe bisogno.

Come vivere uno spirito ecumenico
Per tutti questi motivi è necessario coltivare un sentimento di amicizia e vicinanza con i nostri fratelli e sorelle cristiani di altre Chiese. In questi ultimi tempi poi il fenomeno dell’immigrazione ci ha portato in contatto con molti non cattolici provenienti soprattutto dall’est Europa, Etiopia Eritrea, Paesi a forte maggioranza ortodossa. Come fare?
Innanzitutto bisogna imparare a conoscere e rispettare i cristiani non cattolici: vincere l’ignoranza e i giudizi grossolani o infondati. Crescere nella stima e nell’apprezzamento per le tradizioni e i tesori di spiritualità di cui sono portatrici le altre Chiese.
Accogliere e sostenere quelli in difficoltà: pensiamo all’episodio in cui siamo stati accanto ai romeni qualche anno fa, durante il periodo di forte razzismo nei loro confronti.
Ma l’opera principale che possiamo e dobbiamo compiere è pregare perché siano superate divisioni e ristabilita l’unione a cui Gesù ci invita.

sabato 15 gennaio 2011

II domenica del tempo ordinario - Anno A 16 gennaio 2011




Dal libro del profeta Isaia 49, 3. 5-6
Il Signore mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria». Ora ha parlato il Signore, che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele – poiché ero stato onorato dal Signore e Dio era stato la mia forza – e ha detto: «È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra».

Salmo 39 - Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.
Ho sperato, ho sperato nel Signore, +
ed egli su di me si è chinato,
ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,
una lode al nostro Dio.

Sacrificio e offerta non gradisci,
gli orecchi mi hai aperto,
non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: «Ecco, io vengo».

«Nel rotolo del libro su di me è scritto
di fare la tua volontà:
mio Dio, questo io desidero;
la tua legge è nel mio intimo».

Ho annunciato la tua giustizia
nella grande assemblea;
vedi: non tengo chiuse le labbra,
Signore, tu lo sai.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 1, 1-3
Paolo, chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, alla Chiesa di Dio che è a Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!

Alleluia, alleluia, alleluia.
Il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Giovanni 1, 29-34
In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».


Commento


Con la domenica di oggi la liturgia riprende, dopo il Natale e la festa del battesimo di Gesù, il cammino del tempo ordinario che si apre al ritmo abituale della vita di tutti i giorni. Eppure questo tempo non è un tempo banale e abitudinario, perché dopo Natale niente è più come prima: con la nascita del Signore il mondo non è più lo stesso, e come il mondo ha cominciato a contare gli anni a partire da quel giorno di 2011 anni fa, proprio per sottolineare che un nuovo capitolo si è aperto nella storia dell’umanità, così anche nella vita personale di ognuno di noi questo tempo apre un capitolo nuovo segnato dalla novità della presenza di Dio che si è fatto uomo per essere assieme di noi e dentro la nostra vita.
A questo proposito la liturgia di oggi ci propone la lettura del vangelo di Giovanni che, a differenza degli altri tre vangeli sinottici, segue un corso piuttosto originale nel riportare gli eventi dell’esistenza di Gesù. Anche per il Natale Giovanni non riporta la cronaca dei fatti che si svolsero a Betlemme ma piuttosto preferisce raccontare la venuta di Gesù nel mondo attraverso l’esperienza di Giovanni il battista che lo ha incontrato, riconosciuto e accolto sulle rive del Giordano.
In qualche modo l’evangelista ci insegna che ciascuno deve “far nascere” Gesù nel mondo accogliendolo e riconoscendolo nella sua vita. Gesù infatti viene ancora, e lo fa attraverso le vite di quanti lo ricevono e ne mostrano la presenza che rinnova tutte le cose.
Ma come si fa a riconoscere la presenza di Dio che viene? Sul Giordano infatti in tanti erano venuti a farsi battezzare da Giovanni, ma solo lui avverte in quell’uomo che china il capo la presenza di Dio. E’ una domanda fondamentale che apre questo tempo dopo il Natale, interrogativo che dobbiamo porci proprio perché la sua nascita non sia un evento relegato solo ad un lontano passato.
In qualche modo l’evangelista Giovanni ci indica alcuni tratti del Battista che ne fanno un uomo grande, perché capace di riconoscere la vicinanza di Dio alla sua vita.
Innanzitutto Giovanni è un uomo che non vive solo per se stesso, ma per preparare la strada all’altro, per questo può riconoscere e far spazio a Gesù. Sì, conoscere Gesù non è scontato né ovvio, per il battista stesso è stata “una conquista”, il risultato di un impegno, poiché ammette sinceramente che “Io non lo conoscevo”, ma aggiunge “sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele”. Il suo impegno a predicare e invitare tanti a intraprendere, come lui per primo ha fatto, un modo di vivere rinnovato, a partire dal segno del battesimo con l’acqua, simbolo di purificazione e rinascita interiore, lo ha messo in grado di riconoscere la presenza di Dio che è il principio stesso del rinnovamento di ciascuno.
In secondo luogo Giovanni è umile e non fa fatica ad ammettere che colui che gli è di fronte è venuto prima di lui e sta avanti a lui, perché è il Figlio stesso di Dio. Per questo vede la colomba e la riconosce come un segno della presenza dell’amore di Dio e del suo Spirito santo. Per incontrare il Signore c’è bisogno di essere abbastanza umili da saper riconoscere attorno a sé la presenza di un amore più grande del nostro, gratuito e generoso, non essendo egocentricamente attenti solo a se stessi.
Cari fratelli e care sorelle, la Scrittura oggi ci invita a seguire l’esempio del battista perché anche noi diveniamo capaci di riconoscere Dio che si fa presente nella nostra vita. Iniziamo con lui il rinnovamento di una vita “pulita” da tante cose inutili e ingombranti, accogliamo il battesimo di pentimento sincero per tutto quello che non va nel nostro modo di essere e di fare. Se così faremo, come Giovanni, ci troveremo davanti a Gesù stesso che viene per incontrarci e sommergerci in un battesimo di Spirito, a farci cioè inondare da un amore più forte che supera anche la prospettiva di onestà e pulizia per entrare nella dimensione del dono di tutto se stessi per voler bene agli altri.
Il temo ordinario che si apre oggi è il terreno su cui vivere questa sfida, quella cioè che niente sia come prima e che un nuovo capitolo della nostra storia personale si apre in compagnia di Gesù appena nato in noi.


Preghiere


O Signore Gesù ti preghiamo di rinascere ogni giorno nella nostra vita, perché la tua presenza sia fonte di rinnovamento e di salvezza per ciascuno di noi.
Noi ti preghiamo


O Padre del cielo, manda il tuo Spirito a rinnovarci. Fa’ che ci pentiamo del male compiuto e sappiamo tornare a te per ricevere il battesimo di un amore che non finisce mai.
Noi ti preghiamo.



Come Giovanni sul Giordano dona anche a noi o Padre il privilegio di incontrarti umile e mite per riconoscerti Signore e Maestro della nostra vita
Noi ti preghiamo.


Nella confusione del mondo fa’ o Dio che sappiamo ascoltare la tuo voce che con potenza ci indica Gesù come il Figlio tuo amato, la via per giungere a te e la garanzia di una vita senza fine.
Noi ti preghiamo.


Fa’ che seguiamo o Dio l’esempio di Giovanni battista e anche noi viviamo per servire gli altri e aprire loro la strada per andare verso di te. Aiutaci a non inorgoglirci ma ad essere umili fratelli e sorelle di tutti.
Noi ti preghiamo.


Ti preghiamo o Padre buono di accogliere tutti coloro che affidano a te la loro vita. In particolare ti ricordiamo coloro che hanno lasciato questa vita terrena: i nostri cari, gli amici e tutti quelli che nessuno ricorda.
Noi ti preghiamo.


Ti raccomandiamo o Signore Gesù tutti coloro che soffrono: i poveri, i malati, i prigionieri e gli afflitti. Dona loro guarigione e salvezza.
Noi ti preghiamo.


Guida sempre o Dio i passi di coloro che annunciano il tuo nome e predicano il Vangelo. Fa’ che la loro vita sia protetta dal tuo amore e porti in chi li incontra i frutti buoni della conversione.
Noi ti preghiamo.