lunedì 26 settembre 2011

XXVI domenica del tempo ordinario


Dal libro del profeta Ezechiele 18, 25-28

Così dice il Signore: «Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra? Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso. E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà».



Salmo 23 - Ricòrdati, Signore, della tua misericordia.

Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, +
perché sei tu il Dio della mia salvezza;
io spero in te tutto il giorno.

Ricòrdati, Signore, della tua misericordia
e del tuo amore, che è da sempre.
I peccati della mia giovinezza
e le mie ribellioni, non li ricordare



Buono e retto è il Signore,
indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia,
insegna ai poveri la sua via.


Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi2, 1-11

Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi  obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.



Alleluia, alleluia, alleluia.
Le mie pecore ascoltano la mia voce, dice il Signore,
io le conosco ed esse mi seguono.
Alleluia, alleluia, alleluia



Dal vangelo secondo Matteo 21, 28-32

In quel tempo, disse Gesù ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, và oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Dicono: «L'ultimo». E Gesù disse loro: «In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. E` venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli».

Commento

Cari fratelli e care sorelle, i brani della Scrittura che abbiamo ascoltato oggi ci invitano in modo unanime e concorde a porci davanti alla necessità di vivere una maggiore autenticità. Il tempo moderno infatti, lo sappiamo, è caratterizzato dall’attribuire un grande valore all’esteriorità. Come appariamo e come gli altri ci giudicano spesso è ritenuto più importante di come siamo veramente. Essere apprezzati, considerati e magari anche ammirati sembra lo scopo principale del nostro agire, e lo stesso criterio applichiamo nel valutare le persone che abbiamo davanti: ci accontentiamo di come appaiono.

La Parola di Dio però oggi ci pone davanti alla necessità di dare importanza non a quello che sembra, ma a ciò che ciascuno di noi è veramente. Oggi vediamo a cosa ha portato, a livello globale, questa mentalità dell’apparire: il gonfiarsi di situazioni che, sembrando reali e anche apprezzate, hanno invece poi rivelato la loro inconsistenza provocando il proprio crollo. Questo è avvenuto a livello economico, dove le grandi ricchezze sembravano solide e sicure e si sono invece rivelate deboli davanti allo strapotere delle speculazioni; a livello politico ogni decisione è presa in base ai sondaggi, senza una direzione precisa, senza responsabilità e un obiettivo, con l’unico scopo di apparire persone di successo e spregiudicate, di avere consenso.

Il Signore oggi però ci chiede, al di là dell’apparenza e di ciò che sembra, quale è la verità della tua vita? Qual è l’autentico valore e consistenza delle tue azioni, quali gli scopi, i modelli verso cui dirigi i tuoi passi?

È la domanda profonda che è insita nell’esempio che Gesù presenta: due figli che apparentemente si dimostrano l’uno obbediente e l’altro riottoso, ma poi è il loro agire che rivela chi ciascuno è in verità.

Spesso si dice che per essere veramente se stessi bisogna esprimere con immediatezza i propri pensieri e la propria personalità. Se ciò fosse vero allora dobbiamo concludere che nessuno dei due figli è sincero. Entrambi dicono una cosa e ne fanno un’altra, a modo loro tutti e due sono parimenti falsi. Ma noi intuiamo chiaramente che il figlio che si pente e, dopo aver detto di non voler aiutare il padre nel lavoro, poi invece ci va è colui che si comporta da figlio, è il “vero” figlio. Non l’altro che pur mantenendo le forme esteriori e mostrandosi obbediente, poi, nella concretezza, si disinteressa del padre e della responsabilità che lo lega a lui. Questo ci fa capire come per noi cristiani essere “veri” non significa essere se stessi così come “ci viene” spontaneamente, è autentico chi infatti, indipendentemente dalla propria indole o istinto, accetta di assumere col suo agire il ruolo di figlio di Dio, cioè di obbedire alle richieste e ai “consigli” che egli ci  propone. È vero uomo e vera donna non chi da libero sfogo ai propri sentimenti sorgivi e naturali, ma chi invece si forza di modellarsi su un comportamento che, magari, non sente immediatamente suo, secondo i suoi desideri, ma che, alla fine, realizza in pienezza il proprio essere umano fino in fondo.

È un paradosso, ma il racconto di Gesù è convincente. Egli chiede: “Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?” e gli dicono: “L’ultimo” anche se è colui che ha fatto la figura peggiore, poiché ha risposto senza rispetto al padre: “Non ne ho voglia”.

Gesù però sottolinea anche un altro importante elemento: fra la risposta istintiva di rifiuto e la decisione poi di andare a lavorare obbedendo al padre c’è qualcosa di decisivo: “ma poi, pentitosi, ci andò.” Il Signore sottolinea come il passaggio dalla risposta istintiva alla scelta di obbedire avviene perché dentro il figlio si muove qualcosa. Sentimenti, pensieri, ricordi di esempi passati, non sappiamo cosa spinse il figlio a cambiare idea, ma se non si fosse soffermato a riflettere e a maturare una decisione diversa sarebbe rimasto un antipatico fannullone ribelle. Il primo figlio non passa attraverso questo processo di riflessione e decisione: egli sa fin dall’inizio che non andrà, e si preoccupa solo di salvare le forme.

È questo passaggio, il movimento di pensieri e riflessioni che avviene dentro il nostro cuore, e che in termini cristiani chiamiamo conversione, che amplia lo spazio interiore nel quale può maturare in ciascuno di noi la decisione di diventare (perché non lo siamo di natura) figli di Dio, cioè lavoratori della sua vigna. È quello che dobbiamo cercare ogni volta che il Signore ci parla: che le sue parole non scorrano via senza provocare nulla, ma che mettano in movimento i nostri pensieri, il cuore, i sentimenti, perché maturi la decisione migliore. Ma siamo noi a dover “avviare” questo movimento e lasciare che la parola lavori dentro di noi e ci susciti dubbi, inquietudini e, infine, pentimento. Infatti possiamo essere sicuri che “istintivamente” saremo come quel primo figlio, magari formalmente ed esteriormente corretti, ma nella realtà estranei dal Padre e figli solo di noi stessi, dei nostri umori passeggeri e della mentalità del mondo.

Lo ribadisce in modo chiaro il profeta Ezechiele: “se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà”.

Fratelli e sorelle, non fidiamoci troppo dei nostri comportamenti e decisioni istintive, ogni volta dobbiamo fermarci  davanti al Signore e riflettere, convertire il cuore dalla sicurezza arrogante alla docilità del figlio, che magari non capisce tutto, ma si fida, allontanarci dalla scontatezza con cui agiamo, giudichiamo e decidiamo il nostro futuro. A chi accetta di essere veramente se stesso, cioè un figlio fedele, il Signore infatti assicura la sua benedizione: “egli certo vivrà e non morirà”.


giovedì 22 settembre 2011

Cena di solidarietà - 1 ottobre 2011

mercoledì 21 settembre 2011

La preghiera - mercoledì 21 settembre 2011


Isaia - Capitolo 60, 1-ss.



Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce,

la gloria del Signore brilla sopra di te.

Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra,

nebbia fitta avvolge i popoli;

ma su di te risplende il Signore,

la sua gloria appare su di te.

Cammineranno le genti alla tua luce,

i re allo splendore del tuo sorgere.

Alza gli occhi intorno e guarda:

tutti costoro si sono radunati, vengono a te.

I tuoi figli vengono da lontano,

le tue figlie sono portate in braccio.

Allora guarderai e sarai raggiante,

palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,

perché l'abbondanza del mare si riverserà su di te,

verrà a te la ricchezza delle genti.


Chi sono quelle che volano come nubi

e come colombe verso le loro colombaie?

Sono le isole che sperano in me,

le navi di Tarsis sono in prima fila,

per portare i tuoi figli da lontano,

con argento e oro,

per il nome del Signore, tuo Dio,

per il Santo d'Israele, che ti onora.

Stranieri ricostruiranno le tue mura,

i loro re saranno al tuo servizio,

perché nella mia ira ti ho colpito,

ma nella mia benevolenza ho avuto pietà di te.

Le tue porte saranno sempre aperte,

non si chiuderanno né di giorno né di notte,

per lasciare entrare in te la ricchezza delle genti

e i loro re che faranno da guida.

Perché la nazione e il regno

che non vorranno servirti periranno,

e le nazioni saranno tutte sterminate.

La gloria del Libano verrà a te,

con cipressi, olmi e abeti,

per abbellire il luogo del mio santuario,

per glorificare il luogo dove poggio i miei piedi.

Verranno a te in atteggiamento umile

i figli dei tuoi oppressori;

ti si getteranno proni alle piante dei piedi

quanti ti disprezzavano.

Ti chiameranno "Città del Signore",

"Sion del Santo d'Israele".



Il Signore, per bocca del profeta Isaia, si rivolge a Gerusalemme, la città in cui Dio ha radunato il suo popolo e dove ha stabilito la sua dimora stabile.

La città è la prospettiva a cui il Signore ci richiama in questo primo appuntamento con cui riapriamo un anno di vita e di lavoro a Santa Croce. La città è lo sfondo del nostro impegno: non il piccolo orizzonte individuale, che spesso influenza così fortemente il nostro umore, troppo mutevole e instabile, e la nostra stessa disponibilità a voler bene, ma l’orizzonte ampio della città, cioè del luogo in cui gli uomini vivono insieme. Su di essa siamo chiamati da Dio a posare lo sguardo, e per farlo abbiamo bisogno di sollevarci nel luogo alto che è la nostra preghiera. Da qui l’orizzonte si apre e la vista coglie un mondo che altrimenti, nel “basso” del quotidiano e delle abitudini, non ci appare.

Da questo luogo alto in cui oggi torniamo a riunirci vediamo una città larga e complessa. Sì, il mondo è complesso, perché le vite si intrecciano, le esistenze si accavallano, le situazioni si allargano a dismisura, ma non ci fa per questo paura, perché qui la nostra visione è trasfigurata. Non vediamo solo i problemi che ci sovrastano e schiacciano, non ci accorgiamo più solo delle difficoltà e delle sfide, ma impariamo a vedere la realtà trasfigurata dall’amore di Dio, così come lui la sogna e la propone anche a noi.

Da qui possiamo guardarla con occhi nuovi e animo diverso.

“su di te risplende il Signore,

la sua gloria appare su di te.

Cammineranno le genti alla tua luce,

i re allo splendore del tuo sorgere.”

Dice Isaia: la città perde il suo aspetto caliginoso e scuro, diventa luminosa, perché Dio dimora in essa.

Allora guarderai e sarai raggiante,

palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,

La gioia della città è la nostra gioia, così come il dolore e la sofferenza di essa sono gli stessi nostri. È la libertà del figlio di Dio, non più schiavo degli umori e dell’egocentrismo concentrato su sé, ma libero di fare sua la prospettiva larga e straordinaria della città che vive con Dio.

Stranieri ricostruiranno le tue mura,

i loro re saranno al tuo servizio,

Le tue porte saranno sempre aperte,

non si chiuderanno né di giorno né di notte,

per lasciare entrare in te la ricchezza delle genti

Nessuno è straniero nella città, e tutti contribuiscono con la ricchezza della propria umanità diversa, a costruire la vita insieme. Come è diversa questa visione dalla chiusura della paura, della difesa dall’altro, dal diverso, che imprigiona le persone che vivono in una città recintata e dalle porte chiuse!

La gloria del Libano verrà a te,

con cipressi, olmi e abeti,

per abbellire il luogo del mio santuario,

per glorificare il luogo dove poggio i miei piedi.

Cos’è che rende diversa questa città? È il fatto che il Signore vive in essa, in modo stabile e concreto, come indica la bella espressione “dove poggio i miei piedi”.

La visione di Isaia si conclude con il cambio del nome della città: non più Terni, o Roma, o Milano, ma:

Ti chiameranno "Città del Signore",

"Sion del Santo d'Israele".

Cari fratelli e care sorelle, la visione di Isaia ci riempie il cuore di speranza e di gioia: è questa la città che vogliamo, e all’inizio dell’anno, come un sogno, ci si propone davanti lo spettacolo di un mondo che può cambiare e vivere una vita diversa dal buio e dalla violenza attuali.

Questa visione è anche una vocazione e una missione. Oggi la visione di Isaia chiede a ciascuno di costruire la casa del Signore nella città, perché possa abitarvi, che il nostro cuore allargato e aperto, reso accogliente e caldo. Chiede di fare spazio nelle strade troppo strette, negli angoli troppo bui. Chiede di realizzare il sogno di Dio. E non c’è chi è troppo giovane o troppo vecchio, troppo piccolo o troppo debole, troppo complicato o troppo sofferente. La vocazione a vivere la visione è offerta a tutti e a tutti chiede di fare spazio. È l’invito che riceviamo all’inizio dell’anno: salire ogni volta su questo luogo alto, lasciandoci dietro le piccole visioni individuali e le tristezze del quotidiano banale e non smettere di sognare e lavorare perché Dio poggi i suoi piedi nelle strade e le piazze di Terni, nelle vite nostre e di tutti i nostri fratelli.

Non lasciamo vincere il realismo triste che ci fa dire “è impossibile” o “è troppo difficile”, accogliamo con gioia il Signore che chiede di entrare nel nostro quotidiano facendo spazio tra tanti cumuli alle sue parole luminose e piene di speranza. È la nostra salvezza, la salvezza del mondo intorno a noi. È troppo importante e troppo alto per volgerci indietro o rinunciare.

Il Signore ci accompagni e ci sostenga perché l’altezza e la grandezza della nostra vocazione dia i frutti di pace e di vita eterna che Lui ci promette. Amen.

domenica 18 settembre 2011

Festa dell'esaltazione della Santa Croce


Dal libro dei Numeri 21, 4b-9


In quei giorni, il popolo non sopportò il viaggio. Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: «Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero». Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d’Israeliti morì. Il popolo venne da Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti». Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita». Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.


Salmo 77 - Non dimenticate le opere del Signore!
Ascolta, popolo mio, la mia legge,

porgi l’orecchio alle parole della mia bocca.
Aprirò la mia bocca con una parabola,
rievocherò gli enigmi dei tempi antichi.


Quando li uccideva, lo cercavano
e tornavano a rivolgersi a lui,
ricordavano che Dio è la loro roccia
e Dio, l’Altissimo, il loro redentore.


Lo lusingavano con la loro bocca,
ma gli mentivano con la lingua:
il loro cuore non era costante verso di lui
e non erano fedeli alla sua alleanza.


Ma lui, misericordioso, perdonava la colpa,
invece di distruggere.
Molte volte trattenne la sua ira
e non scatenò il suo furore.


Dalla lettera di San Paolo apostolo ai Filippési 2, 6-11


Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.


Alleluia, alleluia, alleluia.
Noi ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo

perché con la tua croce hai redento il mondo.
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Giovanni 3, 13-17


In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».


Commento


Cari fratelli e care sorelle festeggiamo oggi con solennità la Santa Croce del Signore Gesù, una festa antica che unisce Oriente e Occidente e affonda le sue radici nel IV secolo, quando la moglie dell’Imperatore Costantino, Elena, volle riconoscere in un legno antico trovato a Gerusalemme nei pressi del luogo che la tradizione indicava come quello della crocifissione di Gesù la “vera croce”. Da allora il giorno 14 settembre si celebra questa memoria in ogni chiesa del mondo, tanto più nella nostra Parrocchia che ne porta il titolo: “Santa Croce”.


La croce, fratelli e sorelle, è un segno contraddittorio. In antichità era un segno infamante, simbolo della condanna a morte per crimini gravissimi, ma poi venne messa in alto sugli altari e sui tetti delle chiese, come simbolo della nostra fede. Nella storia è diventata addirittura un simbolo di dominio in nome del quale si sono fatte le crociate, distruggendo interi paesi e spargendo molto sangue. La croce ancora oggi è paradossalmente allo stesso tempo un banale fregio da portare appeso al collo senza dargli troppo peso, ma anche qualcosa da togliere dalle pareti, perché disturba allo sguardo.


Ci chiediamo oggi allora in questa occasione festiva: cosa rappresenta la croce per noi?


Abbiamo ascoltato nella prima lettura come il popolo d’Israele durante il viaggio nel deserto si lamenta con Mosè perché deve affrontare le difficoltà del lungo cammino in una condizione di estrema difficoltà: nomade, senza cibo, acqua, casa, con una prospettiva assai incerta. Questa condizione assomiglia molto alla situazione in cui anche noi ci troviamo oggi. Siamo nel pieno di una crisi non solo economica, ma anche politica, etica e sociale. Le certezze e il benessere di prima sembrano destinati a scomparire per sempre, il futuro è incerto, la prospettiva buia, le persone più rappresentative e con un ruolo pubblico sono screditate e non sembrano più meritare la nostra fiducia. È tempo di disoccupazione, di consumi limitati, di sconcerto generale.


In mezzo al deserto quella gente vive come affogata nel lamento per l’oggi, tanto da dimenticare cosa c’è stato prima (la schiavitù) e qual è la prospettiva futura (la terra promessa). In questa stagnazione anche noi rischiamo di vivere pieni di recriminazioni e vittimismo. Cerchiamo di chi è la colpa: la casta, i politici, gli spreconi, il Nord, il Sud… le voci si sprecano, le piaghe si allargano, se ne creano di nuove e le vecchie si infettano di sempre nuovi motivi di insoddisfazione e tristezza, sensi di rivalsa contro qualcuno, rancori, scontentezza. Questi lamenti e accuse sono come i serpenti che mordono Israele nel deserto. E più ci lamentiamo più la piaga si allarga, fino a portare alla morte lenta della speranza in un futuro migliore.


Come se ne esce? Dio parlò a Mosè, e gli disse che il popolo doveva innalzare un serpente di bronzo e chi lo avrebbe guardato sarebbe guarito dalle proprie piaghe. Quel serpente innalzato è la croce, ci dice Gesù: “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.” Sì, la guarigione viene dall’alzare lo sguardo da sé per fissarlo sul crocifisso. Questa è anche per noi oggi la salvezza. In questo tempo di crisi non possiamo solo contemplare nostalgici un passato migliore: è un’illusione perché è proprio quel passato che ha causato tanta crisi oggi! C’è bisogno di un modello nuovo su cui puntare lo sguardo e verso cui andare. Questo modello oggi ancora una volta è la croce di cui oggi facciamo memoria. Sì, la croce può essere anche per noi il segno di un nuovo modo di vivere: non solo per se stessi, non più accaniti per il proprio vantaggio a scapito degli altri, non più all’inseguimento di un benessere a tutti i costi, tutti comportamenti cioè che ci hanno portato a trovarci nella nostra situazione, ma bensì un nuovo modo di pensare a sé e alla vita. Un nuovo modo che si fonda su un senso di solidarietà, di attenzione ad una crescita che non lasci indietro chi è più debole e miri solo all’arricchimento personale, che non pensi che bisogna saper sfruttare al massimo l’oggi disinteressandosi del domani. È il modo con cui Gesù ha vissuto fino alla croce, segno estremo di un amore altruista pronto a scarificare se stesso per il bene di tutti gli altri.


Questo nuovo modo di vita non riguarda solo chi è ricco e potente, i politici e gli economisti che controllano le borse, ma ciascuno di noi, perché solo sulla base di una nuova cultura e un nuovo modo di vivere si potrà fondare una società più giusta e umana, che prepara il futuro e condivide il benessere in modo equo.


Il nostro oggi è un momento delicato, lo dicono in molti. Per questo abbiamo tutti noi una grande responsabilità. Non volgiamoci nostalgici al passato, né ripieghiamoci su noi stessi a difendere quello che è rimasto dopo le tempeste. Se faremo così ci condanneremo a vivere senza un futuro migliore, come Israele, e dimenticando la storia di amore con cui Dio ci ha accompagnato finora.


Ma “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” dice l’evangelista Giovanni.


Sì la croce di Gesù ci salva perché ci libera dalla schiavitù dell’egocentrismo e ci rende capaci di vivere la compassione per l’altro e il desiderio di condividere e alleviarne il dolore. E’quello che Gesù fece sulla croce: amare i suoi tanto da affrontare la morte per non abbandonarli a se stessi, ed è quello che sperimentarono Francesco d’Assisi, Padre Pio e tutti quelli che fissando il loro sguardo sulla croce ne assunsero il dolore fin nella carne stessa, attraverso i segni delle stimmate. Da queste essi furono liberati dalla schiavitù dell’autocommiserazione e dell’egocentrismo e ricevettero il dono della salvezza di un amore grande e largo per tutti i crocefissi che incontravano: il lebbroso, gli umili, i poveri, i malati, i senza padre e madre, ecc...  Impararono, come Gesù, a farne proprio il dolore compatendo e sollevandoli da un peso che da soli è insopportabile. Si caricarono del giogo soave sollevando le vite abbattute dei fratelli e delle sorelle e scoprirono che alla fine è Gesù che se ne assume il peso.


Facciamoci anche noi segnare dalle stimmate del dolore dei crocefissi che incontriamo in carne e ossa in chi sta peggio è vive con più dolore il peso di questa nostra crisi. Le nostre stimmate sono lo sporco che si incrosta nelle mani di chi si dà da fare nelle situazioni difficili, di chi non si tira indietro quando c’è da impegnarsi per il bene di tutti, anche di chi non conosciamo o non è nostro parente. Le nostre stimmate fanno un po’ male, richiedono sacrificio e fatica, ma con esse ci ritroveremo non tristi e appesantiti, lamentosi e nostalgici di un passato non bello, ma liberi dall’angustia dell’orizzonte ristretto del mio io, con la prospettiva di un futuro diverso per cui lottare, con la gioia di una passione che vuol dire sì sofferenza, ma anche sentimenti caldi e profondi.


Cari fratelli e care sorelle, per questa festa abbiamo voluto adornare la croce con il verde dei rami ed il rosso dei fiori proprio per significare che il legno della croce non è segno di sconfitta, ma porta in sé il germoglio di una vita rinnovata, che chi si accosta ad esso diviene capace di far sbocciare nuovi sentimenti e nuova generosità. Dove verdeggiano le foglie si apre un futuro di speranza, dove c’è aridità l’erba dissecca e vince la morte.


Preghiere  


O Signore che hai donato tutto te stesso per la nostra salvezza, accogli dalla croce noi peccatori e bisognosi del tuo perdono, perché anche noi sappiamo legarci al giogo soave di una vita spesa per gli altri.


Noi ti preghiamo


 Signore Gesù, che sei venuto a portarci con la croce la libertà dalla schiavitù del peccato, insegnaci a non vivere nel lamento, ma a compatire i fratelli nel dolore e a lavorare per il loro bene.


Noi ti preghiamo


 O Padre buono che hai mandato il tuo unigenito per salvare il mondo, fa’ che il vangelo della morte e resurrezione del Cristo giunga presto a tutti.


Noi ti preghiamo


Accogli con amore o Dio la nostra preghiera quando ci facciamo carico del male e del dolore degli altri. Fa’ che per la forza del tuo amore la loro vita sia salvata e il nostro cuore riempito di gioia.


Noi ti preghiamo


 Guarda con bontà o Dio del cielo il mondo intero, sconvolto da calamità e guerre. Dona pace e salvezza a tutti.


Noi ti preghiamo


 Guarisci o Padre buono tutti coloro che alzano lo sguardo da sé per invocare il tuo perdono. Fa’ che come nel deserto siano anch’essi salvati dal morso velenoso del maligno che dà la morte.


Noi ti preghiamo.
 
Guida e proteggi o Dio tutti i tuoi figli ovunque dispersi, perché ispirati dal tuo amore sappiamo essere testimoni autentici del Vangelo.


Noi ti preghiamo


Soccorri o Padre buono tutti i poveri, perché possano trovare in te la consolazione ad ogni sofferenza e nei fratelli e le sorelle il sostegno che salva dal naufragio.


Noi ti preghiamo



venerdì 16 settembre 2011

Il catechismo dei ragazzi, anno 2011-12


Programma

Il catechismo quest’anno avrà come obiettivo principale aiutare i ragazzi a scoprire e vivere attivamente la ricchezza spirituale della Liturgia domenicale, divenendo più consapevoli del suo significato e divenendone protagonisti, con dei compiti precisi. In questo modo essi diverranno sempre più parte integrante del popolo di Dio che celebra il Signore, coinvolgendo se stessi e, allo stesso tempo, richiamando con il loro esempio gli altri alla necessità di una partecipazione non distratta e passiva.

Il catechismo si svolge la domenica, proprio per sottolineare la centralità di questo giorno e il fatto che esso si deve “amalgamare”, fino a confondersi, con la Liturgia che è per tutti i cristiani, ragazzi compresi, “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutto il suo vigore” (SC 10). Infatti la straordinaria ricchezza di gesti e parole, l’esperienza di comunione fra di noi e con Dio che essa realizza sono la più alta e completa scuola di vita cristiana, ineguagliabile da qualsiasi tipo di lezione o sforzo didattico.

Concretamente il catechismo accompagna i ragazzi nella celebrazione liturgica domenicale in tre momenti ben determinati.

1) Una mezz’ora prima della Messa:

E’ il tempo dedicato alla preparazione alla Messa:

si fanno le prove dei canti e del Salmo della domenica;

ci si può soffermare brevemente su una parola o una frase significativa del Salmo per imparare a pregare non distrattamente e automaticamente, ma tenendo presente cosa si dice;

ognuno scrive una preghiera su un foglietto, ogni volta su un tema proposto dalla catechista: la pace, i bambini, i malati, i poveri, i vecchi, i parenti, gli amici, chi è solo, chi non conosce Gesù, ecc… Basta anche solo un nome o una semplice invocazione, per imparare che si va a Messa con qualcosa da chiedere a Dio e portandosi nel cuore chi ha bisogno del suo aiuto. Le preghiere poi sono portate all’altare al momento dell’offertorio, assieme alle altre lasciate in chiesa durante la settimana;

si imparano a memoria alcune preghiere della Liturgia: il Gloria, il Credo, il Padre nostro, e le altre risposte, per imparare a non restare in silenzio davanti a Dio che interpella;

l’ultimo spazio rimanente si dedica alla spiegazione di un gesto o un oggetto o un elemento della Messa: l’abbraccio della pace, i colori e i tempi liturgici, una festa liturgica, le immagini della chiesa, le preghiere pronunciate, ecc… per essere più consapevoli di cosa andiamo a fare.

2) Durante la Messa:

E’ il tempo dedicato alla celebrazione della Messa:

i ragazzi entrano in chiesa in processione portando turibolo, croce e bibbia;

al momento del Salmo si radunano davanti all’altare e lo cantano assieme al popolo;

dopo la lettura del Vangelo i ragazzi in processione baciano la Bibbia e poi si recano in una sala attigua alla chiesa, dove la catechista gli spiega il Vangelo della Messa nel modo a loro più utile;

al termine dell’omelia i ragazzi rientrano in processione in chiesa cantando il Credo, a cui si unisce tutta l’assemblea, si radunano davanti all’altare (come per il Salmo) e da lì proseguono il canto;

al momento delle preghiere dei fedeli ciascuno di loro, ad ogni invocazione, accende una candela nel candelabro posto davanti alla croce astile, accanto all’altare;

al momento dell’offertorio aiutano il sacerdote collocando sull’altare i doni portati in processione.

3) Una mezz’ora, dopo la Messa

E’ il tempo dedicato alla preparazione a vivere la Messa durante la settimana:

Ci si raduna per un’altra mezz’ora facendo dei lavori concreti per i poveri a cui gli adulti portano da mangiare la sera alla stazione, come modo per unire il banchetto eucaristico con quello dell’amore fraterno;

si conclude l’incontro domenicale con la proposta da parte della catechista di un impegno settimanale (una cosa da fare o da evitare, in sintonia con il Vangelo ascoltato) e si fa una breve verifica su come è andato l’impegno della settimana precedente, affinché la Messa non resti isolata dal resto dei giorni feriali, ma si prolunghi nello sforzo di vivere ogni giorno il Vangelo appena ascoltato.

Una volta circa al mese i ragazzi sono convocati un pomeriggio per aiutare ad animare una festa con gli anziani, o per vedere un film o per aiutare in una vendita di beneficenza, o in qualche altra attività per imparare ad avere un legame con la vita “feriale” della parrocchia, oltre la domenica.

Una volta l’anno verrà proposta un’iniziativa che coinvolga i compagni di classe dei nostri ragazzi (preparandola prima con gli insegnanti), come ad esempio una raccolta di alimenti, o vestiti o giocattoli, un mercatino, un lavoro comune, una festa, ecc… per imparare ad essere missionari e testimoni del Vangelo con quelli che incontriamo tutti i giorni.

A queste attività, oltre naturalmente che alla Liturgia domenicale, si cercherà di coinvolgere i genitori o le persone che sono più vicine ai ragazzi e passano più tempo con loro (non sempre sono i genitori, potrebbe essere un fratello più grande, o i nonni, o altri), in modo da allargare la rete dei partecipanti alla vita dei cristiani nel quartiere, non necessariamente nell’edificio parrocchiale, perché imparino che la Chiesa non vive solo in chiesa, ma deve essere se stessa in tutta la città.




Considerazioni sul metodo

Una cura particolare viene posta affinché i momenti della presenza dei ragazzi in parrocchia o nelle attività ad essa collegate non siano una sorta di brutta copia della scuola del mattino. Questo si realizza a partire dai metodi (no agli appelli, ai registri, ai voti, alle pagelle, agli esami, alla minaccia di “bocciatura”, ecc…) fino al rapporto del catechista con i ragazzi. Infatti appiattirsi sul modello scolastico è una pericolosa scorciatoia: si rischia un approccio istituzionale (che è il più facile e il meno fruttuoso) piuttosto che entrare in un rapporto vivo, personale e fecondo con ciascun ragazzo, da conoscere e amare per chi è veramente.

Possiamo dire che il nostro vuole essere invece un “metodo liturgico”: imparare vivendo assieme, così come nella Liturgia si impara ad essere cristiani ascoltando, pregando, ringraziando, ripetendo gesti e parole del Vangelo, vivendo cioè l’esperienza dell’incontro con Dio tutti insieme riuniti in assemblea. A Messa infatti non conta tanto la mia devozione individuale o l’intensità del sentire di ciascuno per sé, quanto piuttosto la comunione e la sintonia nel celebrare con “un cuore solo”, come ci insegna la Chiesa apostolica (At 4,32), suscitando così in tutti una attrattiva simpatia (At 2,47). Allo stesso modo catechista e ragazzi scoprono ogni volta e vivono insieme la bellezza del rapporto con il Signore, attraverso la ricchezza dei modi e delle occasioni che sono loro offerti di stare con lui: ascoltandolo, volendogli bene, facendosi aiutare ad amare gli altri, divertendosi con lui e a causa di lui, chiedendogli aiuto nelle difficoltà, facendo festa a lui e fra di noi, accogliendoci l’un l’altro, lavorando assieme con serietà ed entusiasmo per realizzare ciò che ci chiede, ecc... Questo è molto più di una semplice scuola in cui uno già sa ed insegna e gli altri imparano (e si annoiano, non vedendo l’ora che finisca l’obbligo di andarci, come è normale che sia in tutte le scuole).

Il catechista in questo modo può facilmente valutare se il suo operato è utile ai ragazzi per essere più amici di Gesù: se lo è anche per se stesso. Se invece si annoia o quelle mezz’ore gli sono pesanti e non vede l’ora che finiscano, se prova fastidio e antipatia per i ragazzi, se li giudica troppo sciocchi e immaturi può essere sicuro che come per sé è tempo male impiegato, altrettanto sarà per essi. Questo sarebbe un grave peccato, ma non solo nei loro confronti (il Signore manderà in futuro altri capaci di comunicargli la bellezza del Vangelo e della vita con lui, ne siamo certi) ma innanzitutto per se stesso, perché ha rifiutato l’occasione di vivere con i più piccoli la vicinanza speciale che Dio assicura a chi si riunisce nel suo nome (Mt 18,20). Non dimentichiamo che proprio alla scuola dei più piccoli si apprendono i segreti del Regno dei cieli (Mt 18,3).

Nel porci davanti alla responsabilità dell’educazione alla vita cristiana dei più giovani credo che sia necessario partire da una realtà fondamentale: il Vangelo e la vita con il Signore sono un dono per tutti, grandi e piccoli, intelligenti e stupidi, colti e ignoranti. Anzi, Gesù afferma che proprio ai piccoli e ai semplici è riservata una comprensione più immediata e profonda del suo lieto annuncio: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25). Una convinzione tanto scontata quanto falsa c’induce invece a pensare che all’età più giovane siano adatti solo temi “leggeri” e poco impegnativi, immagini della vita semplificate ed edulcorate, che sia il tempo della spontaneità e dell’inconsapevolezza, che vadano evitate le domande esigenti e le proposte radicali; tutte cose che, è evidente, sono l’opposto del cuore del messaggio evangelico. In realtà i ragazzi chiedono esattamente il contrario: di essere presi sul serio, messi alla prova e giudicati capaci di cose grandi. E’ questa l’idea che Dio ha di loro, non possiamo annacquarla con la nostra modestia affettiva e tiepidezza di fede! Per far questo vanno capiti e amati nel loro contesto e nel loro livello di comprensione, certamente, ma non esclusi dalla serietà e profondità delle parole esigenti del Signore. Vediamo quotidianamente i risultati di un atteggiamento iperprotettivo, rinunciatario e sfiduciato da parte degli adulti nei confronti dei ragazzi: essi crescono fragili e indecisi, incapaci di scelte affettive decisive e di sostenerne la fatica e il costo umano, ecc…

Noi invece crediamo fermamente che il messaggio del Vangelo, nella sua ricchezza e ambizione, possa essere compreso e vissuto con consapevolezza anche da chi è piccolo, ma non per istinto innato: c’è bisogno che esso venga aiutato, come si fa con un bambino che ha sete se la fonte è troppo in alto per lui. Lo si prende in braccio e lo si avvicina, poi lui beve da sé e l’acqua lo disseta. Sarebbe una vera cattiveria dargli altro, magari una pappina dolce e profumata ma che non disseta (come certi melensi surrogati del Vangelo, pieni di sentimentalismo e infantilismi) per il motivo che l’acqua è troppo lontana da lui. Allo stesso modo il Vangelo non va’ banalizzato né reso inoffensivo perché un ragazzo possa accostarvisi, ma piuttosto bisogna aiutarlo ad avvicinarsi ad esso nella sua integrità, sollevandolo sulle gambe della nostra esperienza di fede, con la forza delle braccia amorevoli ma energiche e robuste della nostra testimonianza, aiutandolo a crescere nel desiderio di acqua vera senza accontentarsi di altro, sostenendolo con stima e affetto mentre sale verso l’unica bevanda che disseta e alla quale, una volta attinto ad essa, non rinuncerà più per tutta la vita. Il Signore farà il resto, non siamo solo noi ad agire!

Ai più giovani infatti, come anche a ciascuno di noi, è chiesto ogni giorno di scegliere fra il male e il bene; di provare la gioia vera e non solo il divertimento superficiale; di essere amici fedeli e leali, e non solo opportunisti nei rapporti; di provare pietà per quelli che sono in difficoltà ed esprimere concreta solidarietà con essi; di indignarsi per l’ingiustizia, di sdegnarsi per le cattiverie, di stare sempre dalla parte del più debole; di gioire per le vittorie del bene e di faticare perché esse si realizzino. Solo se li aiuteremo a fare tutto ciò saremo per loro adulti credibili, il nostro aiuto sarà accolto con gioia, la nostra proposta apparirà loro per quello che vuole essere: non qualcosa di noioso e triste ma ciò che dà il gusto a tutte le cose.

Questa è una grande grazia per noi adulti: nel compito impegnativo di comunicare il Vangelo ai piccoli ci è offerta l’opportunità di riscoprirne la semplicità alla portata di tutti, noi che, per sfuggire alla responsabilità di scegliere, ne abbiamo fatto qualcosa di complicato, pieno di compromessi e distinguo, lontano e, in ultima analisi, impossibile da vivere.




Conclusioni

Così concepito e così organizzato il catechismo vogliamo che sfugga dalla banalità di una corvè cui sottoporsi e dalla scontatezza di ruoli precostituiti per divenire un luogo in cui adulti e ragazzi imparino a realizzare, almeno in parte, il modello alto ma possibile che l’Apostolo ci ha lasciato della comunità dei discepoli: “detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nel fare il bene, siate invece ferventi nello spirito; servite il Signore. Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera. Condividete le necessità dei santi; siate premurosi nell'ospitalità. Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile. Non stimatevi sapienti da voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti.” (Rm 12,9-16).

Ci auguriamo così che la presenza dei più giovani alla Liturgia domenicale per tutta l’assemblea riunita non sia solo occasione di consolazione (“guarda quanti bambini in chiesa!”) ma di esempio (“guarda come vogliono bene a Gesù e come sono sicuri che lui li ama!”) per farci tutti più “piccoli” alla scuola del Vangelo (Mt 18,4).



domenica 4 settembre 2011

XXIII domenica del tempo ordinario





Dal libro del profeta Ezechiele, 33, 1.7-9


Così dice il Signore: «Figlio dell'uomo, io ti ho costituito sentinella per gli Israeliti; ascolterai una parola dalla mia bocca e tu li avvertirai da parte mia.  Se io dico all'empio: Empio tu morirai, e tu non parli per distoglier l'empio dalla sua condotta, egli, l'empio, morirà per la sua iniquità; ma della sua morte chiederò conto a te.  Ma se tu avrai ammonito l'empio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte, egli morirà per la sua iniquità, tu invece sarai salvo». 

Salmo 94 – Alzati o Signore a giudicare la terra

Alzati o Dio, giudice della terra,
Rendi ai superbi quello che si meritano
Fino a quando, Signore, i malvagi
Trionferanno sopra i giusti?

Calpestano il tuo popolo, o Signore
Opprimono la tua eredità.
Ma il Signore è il mio baluardo,
roccia del mio rifugio è Dio.

Su di loro farà ricadere la loro malizia, +
Li annienterà per la loro perfidia,
li annienterà il Signore nostro Dio.

Dalla lettera di San paolo apostolo ai Romani, 13, 8-10

Fratelli, non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: "Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare" e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: "Amerai il prossimo tuo come te stesso". L'amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l'amore. 

Alleluja, alleluia, alleluja
Il Signore ascolta ed esaudisce
I fratelli che si amano.
Alleluja, alleluia, alleluja

Dal Vangelo secondo Matteo, 18, 15-20
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commette una colpa, và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all'assemblea; e se non ascolterà neanche l'assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo. In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro». 
Commento

Care sorelle e cari fratelli, le letture che abbiamo appena ascoltato ci parlano di amore. E’ una parola bella e importante, di cui tutti sentono l’importanza centrale per la vita umana. Purtroppo però, in questo nostro mondo consumista e materialista, essa spesso viene sciupata e perde il suo senso più profondo. La Scrittura ci invita oggi a riflettere e a capire meglio che cosa è l’amore. Qualcuno potrà dire che non c’è bisogno di rifletterci troppo: l’amore è qualcosa di spontaneo, innato. E’ vero, l’amore è un sentimento che sta radicato nel profondo di ogni uomo e di ogni donna, ma non è affatto scontato che lo viviamo spontaneamente. Anzi, spesso l’idea di amore che molti hanno è l’esatto contrario di ciò che è veramente.
Innanzitutto non è vero che è qualcosa di spontaneo: per noi cristiani amore è innanzitutto un dono di Dio. Infatti lo conosciamo e ne facciamo esperienza fin dal momento della nostra nascita, quando tutto ci è dato gratuitamente, per amore appunto, senza merito né diritto: la vita, il nutrimento, il sole, l’aria, la famiglia, ecc…
C’è poi un’altra falsa idea, e cioè che in un rapporto finché tutto funziona, vuol dire che c’è amore, se poi si sfascia, vuol dire che non c’è più amore. Ma questo non è amore, ma è convenienza, opportunismo dello sfruttare un rapporto finché ha qualcosa da darmi, per appagarmi. Poi, se non ha più nulla da darmi, se il rapporto diventa sterile e freddo, ecco che diciamo che l’amore è passato. In realtà proprio questo è il segno che vero amore non c’è stato mai, né prima né tantomeno dopo.
L’apostolo Paolo scrive ai Romani che esiste un debito verso gli altri: “quello di un amore vicendevole”. Come, un debito? Anche con chi non conosco? Anche con chi non mi ha mai voluto bene? Sì c’è un debito perché, noi l’amore l’abbiamo ricevuto da Dio fin dall’inizio, come dicevo poco fa, fin da prima della nostra nascita, in modo abbondante e gratuito, sta a noi ora restituirlo. Paolo continua: “il precetto: "Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare" e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: "Amerai il prossimo tuo come te stesso"”. Non dice “amerai il prossimo che ha amato te”, o “finché lui ama te”, o “dopo che lui ha amato te”. No, dice “ama il prossimo” e basta, perché sei in debito di amore e ogni occasione che ti è offerta è buona per restituire almeno un po’ del tanto che hai ricevuto in anticipo.
Questo fa crollare tante nostre convinzioni. Prima di tutto, ci dice che non siamo mai a posto, perché ci è impossibile riuscire a pareggiare un debito così grande! Non basta il poco che siamo disposti a fare o a dare. Allo stesso tempo però, questo debito non è un peso. Non può essere un peso essere stati amati così tanto. Se non ci sentiamo in obbligo verso chi ha bisogno del nostro aiuto e del nostro amore vuol dire che non ci sentiamo debitori, cioè siamo ingrati, irriconoscenti per tutto quello che abbiamo ricevuto. Questo sì è triste e pesante.
Il vangelo di Matteo ci parla di amore e ce ne insegna un altro aspetto particolarmente importante: abbiamo una responsabilità nei confronti dei nostri fratelli e sorelle. Non esistono due categorie di persone: quelle nei confronti delle quali ho un dovere e quelle che mi possono essere indifferenti. Il fatto di essere stati adottati da Dio come suoi figli, tutti indistintamente, ci fa divenire tutti responsabili gli uni degli altri, perfino se non ci conosciamo nemmeno. Questo è alla radice dell’amore cristiano. Esso infatti non è frutto del caso o delle vicende che mi capitano; non è affidato ai miei stati d’animo né è una mia concessione, ma è una mia precisa responsabilità. Gesù infatti dice: “Se il tuo fratello commette una colpa, và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello… ecc..” Cioè il fatto che qualcuno faccia qualcosa di sbagliato, viva male, abbia un problema è una domanda personale tua, anche tu ne sei responsabile, che non vuol dire, ovviamente, esserne colpevole, ma che ne condividi il peso e che senti, di conseguenza, che c’è bisogno di scollarlo di dosso da chi ne è appesantito. E Gesù non dice che dobbiamo sentirci responsabili di qualcuno se questi ha fatto qualcosa a te, o a un parente. No, basta che qualcuno è avvinto dai legacci del male, in tutte le sue forme, che scatta la responsabilità di tutti i fratelli di sciogliere quei legacci e sostituirli con i legami dell’amore che liberano e salvano dal peccato e dall’oppressione del male. Dice infatti Gesù “tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo” come aveva detto anche a Pietro, come abbiamo ricordato poche settimane fa’.
Ci è dato dal Signore il potere di sciogliere e legare, di liberare dal male e unire nell’amore, esercitiamolo! Addirittura, abbiamo sentito Dio dire per bocca del profeta Ezechia  Se io dico all'empio: “Empio tu morirai”, e tu non parli per distoglier l'empio dalla sua condotta, egli, l'empio, morirà per la sua iniquità; ma della sua morte chiederò conto a te.” Cioè il Signore considera responsabili quelli che non fanno nulla perché gli uomini abbiano una vita migliore, non oppressa dal male e dal peccato, anche se di loro stessi è la colpa e pagano le conseguenze della propria scelta per il male. Non far nulla, anche se non siamo noi i responsabili di quel male e di quel peccato, ci rende colpevoli agli occhi di Dio.
Fratelli e sorelle, chi è l’uomo? Se lo sono chiesti in tanti, se lo chiede tanta gente oggi smarrita e confusa. La Scrittura oggi risponde: l’uomo e la donna sono, innanzitutto, i figli di una famiglia nuova, non formata dai vincoli di sangue ma da quelli ben più solidi e reali che nascono dall’amore di Dio che ci rendono per questo responsabili l’uno dell’altro. Lui per primo ci ha tratti dal nulla all’essere, ma non si è accontentato di ciò. Una volta che l’umanità ha preso la strada del male, fin dai nostri progenitori Adamo ed Eva, con la scelta di allontanarsi da Lui e scegliere la disobbedienza, ha sentito, possiamo dire, la responsabilità di non abbandonarci a noi stessi. In fondo Dio aveva già fatto molto: ha creato l’uomo a sua immagine, lo ha posto nel creato come signore di tutto e padrone, gli ha indicato la via del bene, perché occuparsene una volta che questi ha rifiutato tutto ciò? Eppure il Padre ha pensato necessario mandare il suo stesso Figlio perché riportasse l’umanità sulla via del bene e le desse la possibilità di salvarsi. Gesù per primo ha vissuto, è morto ed è risorto perché si è sentito responsabile del fratello, della sorella, di ogni uomo caduto nella trappola del peccato. Così ci ha indicato cosa vuol dire amare, e  che solo chi ama è felice.
Ecco perché allora tante idee fasulle sull’amore cadono alla prima difficoltà, ed emerge la nostra incapacità a voler bene. Proprio quando ci sono più difficoltà è allora che c’è più bisogno di amore, proprio dove abbonda il peccato, il male, l’ingiustizia, lì c’è bisogno del nostro amore. Sentiamoci responsabili dei fratelli, perché siamo in debito di amore, di attenzione, di compassione, di perdono e misericordia per gli altri e saremo veramente uomini, e felici. Sì perché la felicità non è averci ragione, essere dalla parte giusta, con la coscienza a posto ma è stare col Signore e lui ci ha detto: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. Uniamoci con i fratelli nel suo nome, cioè in nome del suo amore e staremo con Lui. Siamo responsabili e solleciti e saremo suoi amici, fratelli dei più piccoli cioè del Signore stesso.

Preghiere
O Signore nostro Gesù Cristo, aiutaci a riconoscere con gratitudine i doni che abbiamo ricevuto da te: la vita, la salute, la pace, e tutto quello che rende la nostra vita felice. Fa’ che ci dimostriamo grati a te per tutto.
Noi ti preghiamo

Insegnaci o Padre del cielo a vedere in chi ci sta davanti il fratello e la sorella per cui hai mandato il tuo Figlio e per il quale Egli è morto e risorto,
Noi ti preghiamo

Donaci o Signore Gesù di imparare l’amore vero che è sollevare dal bisogno chi ci sta accanto e sostenere chi è oppresso dal male,
Noi ti preghiamo
Sorreggi o Dio il nostro passo incerto quando perdiamo la strada che porta a te e ci inoltriamo nei sentieri dell’egoismo e dell’indifferenza,
Noi ti preghiamo

Guida o Padre del cielo tutti coloro che non ti conoscono e non ti ascoltano, perché scoprano anche con il nostro aiuto che la vita piena viene dal riconoscersi tuoi figli e fratelli di ogni uomo e donna,
Noi ti preghiamo

Accogli nella tua misericordia o Signore tutti i poveri che invocano il tuo aiuto: guarisci i malati, dona pace a chi è in guerra, proteggi chi è nel pericolo e senza protezione, consola chi soffre,
Noi ti preghiamo.

Dona o Signore alla tua Chiesa ovunque diffusa nel mondo le parole e i gesti del tuo amore, perché l’annuncio del Vangelo tocchi i cuori e li scaldi.
Noi ti preghiamo

Accompagna con la forza del tuo Spirito Santo chi cerca la pace e la porta agli uomini. Fa’ che ognuno di noi sia operatore del bene e costruttore della famiglia dei tuoi figli, 
Noi ti preghiamo