lunedì 24 settembre 2012

XVIII domenica del tempo ordinario - 5 agosto 2012


 

Dal libro dell'Esodo 16,2-4.12-15

In quei giorni, nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mose e contro Aronne. Gli Israeliti dissero loro: «Fossimo morti per mano del Signore nella terra d'Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine». Allora il Signore disse a Mose: «Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà à raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge. Ho inteso la mormorazione degli Israeliti. Parla loro così: "Al tramonto mangerete carne e alla mattina vi sazierete di pane; saprete che io sono il Signore, vostro Dio"». La sera le quaglie salirono e coprirono l'accampamento; al mattino c'era uno strato di rugiada intorno all'accampamento. Quando lo strato di rugiada svanì, ecco, sulla superficie del deserto c'era una cosa fine e granulosa, minuta come è la brina sulla terra. Gli Israeliti la videro e si dissero l'un l'altro: «Che cos'è?», perché non sapevano che cosa fosse. Mose disse loro: «E il pane che il Signore vi ha dato in cibo».

 

Salmo 77 - Donaci, Signore, il pane del cielo.

Ciò che abbiamo udito e conosciuto +
e i nostri padri ci hanno raccontato
non lo terremo nascosto ai nostri figli,

racconteremo alla generazione futura  +
le azioni gloriose e potenti del Signore
e le meraviglie che egli ha compiuto.

Diede ordine alle nubi dall'alto
e aprì le porte del cielo;
fece piovere su di loro la manna per cibo
e diede loro pane del cielo.

L'uomo mangiò il pane dei forti;
diede loro cibo in abbondanza.
Li fece entrare nei confini del suo santuario,
questo monte che la sua destra si è acquistato.

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini 4, 17. 20-24

Fratelli, vi dico e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani con i loro vani pensieri. Voi non così avete imparato a conoscere il Cristo, se davvero gli avete dato ascolto e se in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, ad abbandonare, con la sua condotta di prima, l'uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli, a rinnovarvi nello spirito della vostra mente e a rivestire l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità.

Alleluia, alleluia alleluia.
Non di solo pane vivrà l'uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Giovanni 6, 24-35

In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbi, quando sei venuto qua?».Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: "Diede loro da mangiare un pane dal cielo"». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mose che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

Commento

 Le Scritture parlano all’uomo e dell’uomo e la loro forza sta proprio in questo loro venirci incontro per abbracciare tutta intera la nostra esistenza. Per Gesù chi ha di fronte è importante e lo incontra in tutte le sue dimensioni e realtà: fisiche, psicologiche, spirituali, positive o negative che siano. Non si scandalizza, né disprezza l’interlocutore, anche quando questo è spinto da interessi poco nobili o superficiali. Gesù ci conosce, conosce la debolezza del nostro vivere spesso attaccati alla parte peggiore della nostra esistenza. Sa che questo atteggiamento, pur esecrabile, fa parte di noi e che per entrare in un rapporto profondo con noi deve partire da come siamo fatti. Gesù infatti non parla agli uomini perfetti o ideali, così come dovrebbero essere, ma alle persone concrete che ha davanti, con i loro difetti e le loro virtù, le loro debolezze.

Lo vediamo bene nei brani della Scrittura che abbiamo ascoltato oggi. Essi ci parlano della fame degli uomini. La prima lettura ci fa vedere il popolo d’Israele stremato dalla fame in mezzo al deserto. È veramente esausto e disperato, tanto che si rivolge a Mosè rimpiangendo quando era schiavo in Egitto e facendosi minaccioso persino contro Dio. Il Signore però non disprezza questo grido, conosce la durezza della fame e quanto può far soffrire l’uomo, e per questo cede volentieri al grido e non si sdegna, ma sfama il popolo con le quaglie e la manna. Il ricordo di questo gesto nel deserto rimarrà così impresso nella mente del popolo che nella Bibbia si fa spesso riferimento ad esso come esempio del grande amore di Dio per Israele.

Ma anche nel Vangelo si racconta come Gesù, attorniato dalla folla che lo stava ad ascoltare si preoccupa che questi hanno fame e non hanno cibo, e moltiplica per loro il poco pane e pesce che c’è, perché basti per tutti. Da quel momento, ci dice il Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato oggi, la folla lo segue e lo cerca perché, dice Gesù,: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati.” Gesù li rimprovera perché mentre prima lo seguivano per nutrirsi della sua parola, di cui erano veramente affamati, tanto da dimenticare la fame fisica e da restare con lui fino a tardi, ora invece sono sazi, cioè credono di aver capito Gesù e non cercano più la sua parola. Lo seguono solo per abitudine, o per convenienza. È spesso anche l’atteggiamento nostro, sazio delle Parole di Gesù. Cioè crediamo di conoscerle già, di sapere già quello che ci vuol dire il Signore con il suo insistente ripeterci il Vangelo, ogni domenica. E noi come quella gente se qualche volta lo abbiamo ascoltato con interesse e passione, ormai non ne sentiamo più il bisogno, ci basta il suono di quelle parole, nemmeno ci impensieriscono un po’ o ci stupiscono, sono un vecchio ritornello stonato.

Quella gente però si lascia colpire dal rimprovero di Gesù, e inizia un dialogo a botta e risposta che assomiglia un po’ a quello che Gesù ebbe con la samaritana al pozzo di Giacobbe. Incredulità, stupore, desiderio di contrapporsi spingono quella donna di Samaria, così come la folla di Galilea, a chiedere a Gesù il perché delle sue parole e non le lascia scorrere via invano. In tutti e due i casi dopo un dialogo aspro e non senza durezze gli interlocutori di Gesù terminano con un’invocazione: “dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua” (Gv 4,16) dice la samaritana; “Signore, dacci sempre questo pane” concludono i galilei. Il dialogo con il Signore, magari condotto male, con poco amore e senza rispetto per lui, fa tornare in chi lo accetta la fame e la sete del Vangelo.

Bisogna lasciarsi interrogare, farsi allacciare dal dialogo con Gesù che è la preghiera, perché noi, già sazi e sicuri di noi, pieni delle nostre certezze e risposte pronte, ricominciamo a sentire fame e sete delle Parole di Gesù di cui non ci si sazia mai. Sì, il discepolo del Signore è colui che non si stanca mai di ascoltarlo e che più ascolta e vive quelle parole e più sente che ne ha bisogno perché sono il vero nutrimento della vita. Gesù non disprezza la fame fisica di quella gente, non ci giudica male perché siamo deboli nei nostri desideri, a volte così banali e così volgari che ci accontenteremmo di poco, di un po’ di tranquillità e sicurezza. Il cibo di Dio però è molto di più, perché è il mezzo con cui noi possiamo diventare come Lui. Sì, nutrirci delle parole e dei segni del Signore ci fa crescere come uomini di Dio, suoi figli. 

Ma cosa significa aver fame della Parola e crescere nutriti da lei, come figli di Dio. Si tratta di una cosa tutta spirituale, per mistici?

Gesù spiega cos’è il pane: “Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”. È dare la vita al mondo, cioè, come ha fatto Gesù, non credere la propria vita un  possesso personale da usare a proprio vantaggio e per i propri scopi, ma qualcosa da dare al mondo, offrirla, perché altri ne godano, se ne nutrano e ne abbiano vantaggio, cioè, in un parola sola, voler bene. Dio che è l’infinitamente grande e potente si è spogliato della sua forza infinita ed è disceso dal cielo perché la sua vita fosse regalata agli uomini, a cui vuole un bene infinito, come un pane che nutre e sazia. Se lo ha fatto lui per noi, quanto più dobbiamo farlo noi! Il nostro viaggio è molto più breve: non dal cielo fino alla terra, non dobbiamo rinunciare al potere eterno e illimitato di Dio, ma molto più umilmente guardarci attorno, voler bene al fratello e alla sorella, dargli in cibo un po’ del nostro tempo, del nostro amore, delle nostre forze e risorse.

Fratelli e sorelle, Dio sa quanto siamo deboli e schiavi del cibo, e per questo non ce ne fa mancare, ma altrettanto ci chiede di restare affamati della sua Parola e del suo esempio e di nutrircene sempre, per divenire anche noi cibo buono che alimenta e sostiene i nostri fratelli.

Preghiere


Ti ringraziamo Signore perché non disprezzi la nostra debolezza e affidi a noi il dono del tuo amore. Fa’ che siamo degni di accoglierlo e di farlo nostro,

Noi ti preghiamo

 

Perdona Signore la durezza del nostro cuore che ci rende sordi alla tua parola e indifferenti al bisogno dei fratelli. Donaci di essere come te capaci di donare tutti noi stessi per gli altri,

Noi ti preghiamo

 

O Dio tu preghiamo per chi in questo tempo estivo soffre particolarmente per la durezza del clima e la solitudine. Per gli anziani, i malati, i carcerati,

Noi ti preghiamo

 

Dona o Padre del cielo a noi tuoi discepoli di essere testimoni del vangelo dove ancora non ti conoscono, perché nutrendoci della tua Parola la possiamo proclamare con tutta la nostra vita,

Noi ti preghiamo

 

Accogli con amore o Signore il grido di chi soffre per la guerra e la violenza. Per la Siria e per tutti i paesi in cui le armi seminano morte e dolore,

Noi ti preghiamo

 

Proteggi e sostieni o Dio quanti annunciano il Vangelo e lo vivono con audacia. Per il papa e tutti i tuoi figli riuniti oggi attorno alla tavola dell’Eucarestia in ogni parte del mondo,

Noi ti preghiamo.

 

XV domenica del tempo ordinario - 15 luglio 2012


 

Dal libro del profeta Amos 7, 12-15

In quei giorni, Amasìa, [sacerdote di Betel,] disse ad Amos: «Vattene, veggente, ritirati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno». Amos rispose ad Amasìa e disse: «Non ero profeta né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivavo piante di sicomoro. Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge. Il Signore mi disse: Va’, profetizza al mio popolo Israele».

 

Salmo 84 - Mostraci, Signore, la tua misericordia.
Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: +
egli annuncia la pace
per il suo popolo, per i suoi fedeli.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
perché la sua gloria abiti la nostra terra.

Amore e verità s’incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
Verità germoglierà dalla terra
e giustizia si affaccerà dal cielo.

Certo, il Signore donerà il suo bene
e la nostra terra darà il suo frutto;
giustizia camminerà davanti a lui:
i suoi passi tracceranno il cammino.


Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni 1, 3-14

[Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. In lui, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia. Egli l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto per il governo della pienezza dei tempi: ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra.] In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati – secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà – a essere lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo. In lui anche voi, dopo avere ascoltato la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza, e avere in esso creduto, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Il Padre illumini gli occhi del nostro cuore
per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati.
Alleluia, alleluia alleluia.


Dal vangelo secondo Marco 6, 7-13

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.  E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

 

Commento

 

Domenica scorsa abbiamo ascoltato nel vangelo il fallimento della predicazione di Gesù nei luoghi in cui era nato. Lì dove lo avevano visto crescere, dove ancora vivevano i suoi parenti e tutti lo conoscevano come “il falegname” la gente non è disposta ad ascoltarlo. Le sue parole, dicevamo domenica scorsa, erano troppo diverse dal sapere comune e i suoi gesti erano troppo diversi dal modo di vivere di sempre! Subito dopo, abbiamo ascoltato oggi, Gesù va in giro per i villaggi ad annunciare il vangelo a chi non lo conosceva. Cioè il Signore ci vuole dire che non bisogna restare attaccati al mondo di sempre, quello che ci è più familiare e che sentiamo più “nostro”, ma bisogna saper uscire da esso per incontrare il mondo più vasto, gli altri villaggi, perché è lì che incontriamo lui. Il Signore infatti possiamo dire che viveva letteralmente come un nomade. Lo incontriamo ovunque: senza una casa stabile, per le campagne e le città, fino ai confini della Palestina e anche oltre, a Tiro e Sidone. Egli non si fa racchiudere da un villaggio, da una famiglia, da una cultura e da un ambiente. Gesù si fa pellegrino alla ricerca degli uomini, negli angoli più nascosti ed incontra tanti. Oggi invita i sui discepoli, e noi, a fare la stessa cosa.

Ma come si fa? Bisogna lasciare tutto e incamminarsi verso l’ignoto? A volte pensiamo al missionario che annuncia il vangelo come ad un eroe isolato nella sua eccezionalità. Sì, anche questo è una strada e molti lo hanno fatto, ma non è indispensabile. Gesù invita tutti a seguirlo, ma vediamo meglio cosa significa. Innanzitutto Gesù manda i discepoli a due a due perché il loro non essere da soli sia la prima predicazione a chi li incontra: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). L’essere fratelli e non individui slegati l’uno dall’altro è infatti la prima buona notizia, un vero “vangelo”, che possiamo dare a questo nostro mondo in cui spesso la solitudine, subita per l’abbandono degli altri, ma spesso anche costruita da se stessi per il rifiuto degli altri, rende insopportabile e infelice la vita. Il cristiano anche quando si trova ad essere solo, come capita nella vita, non è mai un individuo ma un figlio, un fratello, una sorella, parte di una famiglia larga, di un “noi” plurale e largo, e come nelle famiglie, deve saper dire il nome di ciascuno di loro, chi sono, cosa fanno, come sono. Questo siamo chiamati a vivere e questa deve essere la nostra prima testimonianza. Il primo passo che Gesù fa compiere ai suoi discepoli mandandoli a due a due è l’uscita dall’ ”io” individuale, dall’abitudine così comune a pensarsi come una persona che ha la sua vita, persegue i suo scopi, compie il suo itinerario come su un binario che non ha bisogno di incrociarne altri, anzi farlo è anche pericoloso: ci vuole un semaforo che indichi le precedenze e poi ognuno continua la sua corsa per conto suo.

Poi Gesù invita a non portarsi dietro un bagaglio pesante: vestiti, cibo, ma solo un bastone. Che significa? Significa che spesso il nostro paso è goffo e pesante perché siamo ingombri di giudizi, abitudini, modi di fare e di essere, pensieri, discorsi ripetuti che come un ingombrante bagaglio ci frenano, anzi ci convincono che è meglio non partire per niente, per non rischiare di perdere qualcosa. Lasciamoci dietro tutto questo inutile ciarpame, lasciamoci stupire dall’incontro con altri, senza dover sempre per forza avere la risposta pronta per tutto. Lasciamoci toccare e magari anche ferire dal bisogno del fratello, senza doverci coprire di corazze dure e pesanti per difenderci. Lasciamoci trascinare dove non pensavamo e non sapevamo, senza dover per forza fare solo strade conosciute e sicure. Solo una cosa ci serve: il bastone. Questo era il segno dell’essere pellegrino, come era Gesù, che sicuramente ne usava uno nel suo viaggiare. Sì, il bastone su cui possiamo poggiare con sicurezza nel nostro pellegrinaggio alla sequela di Gesù è la Bibbia, sostegno solido e infallibile. Poggiamoci ad essa e non alla sapienza del mondo per prendere le nostre decisioni, per fermarci davanti a chi chiede senza tirare oltre, per alzare lo sguardo su un orizzonte più vasto del nostro piccolo mondo.

Gesù poi invita ad “entrare nelle case” cioè a non fuggire dal rapporto personale, intimo con gli altri. Questo ci fa paura, perché ci scopre vulnerabili e ci fa scoprire la vulnerabilità degli altri. Noi restiamo sempre un po’ sulla soglia della casa, da dove possiamo gettare uno sguardo, ma senza entrare dentro. C’è bisogno di entrare, sedersi accanto, parlare, restare a lungo con il fratello e la sorella, perché possiamo trasmettere la bellezza della vita con il vangelo. L’incontro fugace o magari anche prolungato, ma sempre restando in superficie, sulla porta, non comunica nulla e conferma agli altri che è meglio starsene chiusi in casa, alla larga dagli altri.

Infine Gesù raccomanda di non arrabbiarsi o deprimersi per l’insuccesso: lui ne ha conosciuti tanti! Allo stesso tempo non muore mai la speranza che in futuro qualcosa possa cambiare. Lo dimostra quell’ultimo gesto, un po’ plateale, di scuotersi la polvere dai piedi, con cui lasciarsi con chi non ha voluto accogliere il vangelo, almeno per adesso. Anche questo estremo gesto non è un segno di stizza e di definitiva rinuncia, ma è “come testimonianza per loro” quasi a lasciargli un segno, un ricordo che in futuro possa tornare a dare frutto.

Insomma essere discepoli che annunciano il vangelo non è allora un compito per gente speciale. È alla portata di tutti, anche nostra. Basta accettare di uscire da sé e farsi pellegrini, compagni dei fratelli, senza troppe sicurezze e pesanti pregiudizi, pronti a poggiarsi sulla Parola di Dio.

I discepoli non erano gente speciale, si fidarono d Gesù e lo fecero. Il vangelo si conclude con la sintetica descrizione dei frutti dell’annuncio: conversione, cioè cambiamento di vita, liberazione dal male, guarigione. Quei discepoli riuscirono perché non erano rappresentanti di sé, soli e sicuri della sapienza de mondo, ma, come dice Paolo, si sono lasciati adottare da Dio e ne hanno ricevuto in eredità la potenza di una parola forte e che cambia la realtà.

A noi, fratelli e sorelle, prendere sul serio l’invito di Gesù, uscire da sé e compiere i miracoli di bene e di misericordia di cui chi incontriamo ha un bisogno così grande.

 

Preghiere

 

O Signore Gesù, accompagnaci sulle vie della vita perché possiamo seguire te e non la sapienza di questo mondo,

Noi ti preghiamo

 

O Dio fa’ che usciamo da noi stessi per farci pellegrini come Gesù. Aiutaci ad incontrare i fratelli e  le sorelle con il desiderio di essere con loro la tua famiglia

Noi ti preghiamo

 

Aiutaci o Gesù a non disprezzare nessun uomo, per quanto umile o peccatore sia, ma ad operare perché per ognuno si realizzi l’incontro con te che cambia e salva la vita 

Noi ti preghiamo

 

Aiutaci o Dio ad essere testimoni credibili e autentici del vangelo, capaci di viverlo con semplicità e fiducia. Fa’ che vedendo come ci amiamo si comprenda che siamo tuoi discepoli.

Noi ti preghiamo

 

Aiuta o Signore chi è povero e indifeso: le vittime della guerra e della violenza, specialmente in Africa, chi è malato o anziano, chi non ha casa né protezione. Dona la tua pace a tutti,

Noi ti preghiamo

 

Proteggi i cristiani ovunque nel mondo, specialmente in Nigeria dove sono uccisi e perseguitati. Fa’ che dal seme del loro martirio nasca un futuro di pace,

Noi ti preghiamo.

XIV domenica del tempo ordinario - 8 luglio 2012


 

Dal libro del profeta Ezechiele 2, 2-5

In quei giorni, uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava. Mi disse: «Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me. Essi e i loro padri si sono sollevati contro di me fino ad oggi. Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito. Tu dirai loro: “Dice il Signore Dio”. Ascoltino o non ascoltino – dal momento che sono una genìa di ribelli –, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro».

 

Salmo 122 - -I nostri occhi sono rivolti al Signore.

A te alzo i miei occhi,
a te che siedi nei cieli.
Ecco, come gli occhi dei servi
alla mano dei loro padroni.

 

Come gli occhi di una schiava
alla mano della sua padrona,
così i nostri occhi al Signore nostro Dio,
finché abbia pietà di noi.

 

Pietà di noi, Signore, pietà di noi,
siamo già troppo sazi di disprezzo,
troppo sazi noi siamo dello scherno dei gaudenti,
del disprezzo dei superbi.


Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 12, 7-10

Fratelli, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Lo Spirito del Signore è su di me:
mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio.
Alleluia, alleluia alleluia.


Dal vangelo secondo Marco 6, 1-6

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, il brano del Vangelo che abbiamo appena ascoltato ci parla dello stupore, ma ne presenta due aspetti molto diversi. Dapprima infatti espone l’atteggiamento stupito dei familiari e compaesani di Gesù davanti alle sue parole e ai segni che compie, e poi, al termine, lo stupore di Gesù davanti alla reazione incredula e diffidente di quelle stesse persone. In entrambi i casi si tratta di stupore davanti a una realtà che non ci si aspetta, ma nel loro profondo esprimono due atteggiamenti diametralmente opposti. Infatti nel primo caso i familiari di Gesù si stupiscono dell’insegnamento che lui espone alla gente radunata nella sinagoga, che probabilmente lo ha visto fin da bambino partecipare alla preghiera, ma il loro meravigliarsi è pieno di stizza e fastidio perché il suo pensiero e agire si discosta così tanto dalla tradizione del villaggio, dal già noto, dalla scontatezza di una sapienza condivisa da tutti.

È la reazione di fastidio per la novità del Vangelo che istintivamente coglie la gente e che spesso accompagna il suo annuncio. Anche noi a volte infatti ci stupiamo di un vangelo che si discosta così paradossalmente dal buon senso e da ciò che è già noto e scontato. Il Vangelo risuona  sempre come un invito alla conversione, non è mai una benedizione acquiescente del già esistente, né tantomeno un aggiustamento di compromesso, e davanti alla realtà esso si pone sempre come un segno di contraddizione e una domanda di cambiamento. Lo stupore che diventa fastidio sono la reazione normale degli uomini che nasce dalla pigrizia e dal conservatorismo, come i familiari di Gesù, che non riconoscono più quel figlio della loro terra, parente carne della loro carne e noto fin da piccolo. Essi non si riconoscono più in quelle parole e in quei segni, ma questo è sempre vero per chi ascolta il Vangelo. Esso infatti non è lo specchio che riflette il mondo, il nostro volto, la realtà così come è, ma piuttosto è come una lente che cambia la visuale, fa mettere a fuoco tanti dettagli che nella confusione sfuggono e restituisce la visione vera della realtà non più sfocata o deformata dal nostro individualismo egocentrico.

Questa immagine del vangelo è più vera di quella che noi sappiamo avere di noi stessi, perché è come Dio ci vede e ci vuole: migliori, più misericordiosi e umani, meno aspri ed egoisti, ecc… Davanti a questa immagine di noi però, ci dice il Vangelo e ci conferma la nostra stessa esperienza, reagiamo stupiti e infastiditi, non la riconosciamo, fino a rifiutarla, preferendo la foto ingiallita o sfocata che ci siamo fatti di noi stessi: sarà un po’ artefatta, poco fedele, anche meno bella, ma è la mia!

Davanti a questo rifiuto anche Gesù si stupisce: “si meravigliava della loro incredulità.” È la meraviglia piena di tristezza davanti ad un rifiuto arrogante ed orgoglioso. È il rifiuto spocchioso di chi non sa che farsene della salvezza che Gesù è venuto a portare. Sì, quella gente crede di sapere già come è fatta e di cosa ha bisogno, come va la vita e dove arrivare. Possiede la certezza delle proprie idee e convinzioni. Perché dovrebbe accettare un vangelo nuovo, quando ne ha uno che gli si adatta a pennello? Perché cambiare, quando la realtà così come è li soddisfa? A che scopo convertirsi se si è convinti di sé?

Quella gente è forte nelle proprie convinzioni che vengono loro da una lunga esperienza acquisita fin da piccoli. Gesù è stupito davanti a tanta durezza e diffidenza, proprio da parte di coloro che per la familiarità che avevano con lui da lungo tempo avrebbero dovuto fidarsi e lasciarsi toccare dalle sue parole. Ma non basta la familiarità, dice Gesù: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua” Spesso anche per noi la familiarità con Gesù, col Vangelo e con le cose della fede ci portano a renderle come delle sicurezze che ormai non ci chiedono più di cambiare. Stravolgiamo la loro natura perché assomiglino a noi, senza sforzarci invece di essere noi ad assomigliare a loro.

L’Apostolo Paolo nella seconda lettera ai Corinzi che abbiamo ascoltato riprende questo tema e afferma come la sua debolezza sia la sua vera forza. È il paradosso della fede cristiana: Gesù fatto uomo, umiliatosi cioè fino a perdere le prerogative divine, fino a farsi uccidere in croce, è salvezza del mondo, lui che non ha saputo nemmeno salvare se stesso! E la debolezza della carne, a cui Paolo fa cenno, parlando di una “spina”, lo rende più vulnerabile al vangelo, meno sicuro di sé e forte delle proprie certezze. È l’atteggiamento del discepolo che, ascoltando il Vangelo si stupisce sì, della sua novità, ma non lo rifiuta e accetta di specchiarsi in quel volto diverso, più umano che esso riflette di se stesso. Si rende così conto del bisogno che ha di cambiare le fattezze a volte deformate e brutte di un volto arrabbiato e triste, deluso, infelice e aggressivo. Invece di essere affezionati a come siamo, perché sentiamo così nostre le reazioni e i pensieri che ci vengono spontanei, lasciamoci attrarre dal volto bello, umano e misericordioso che Dio vuol farci scoprire specchiandoci nel suo Vangelo. Sì, non abbiamo paura a scoprirci goffi e caricaturali nel nostro essere tenacemente noi stessi, non difendiamo le nostre abitudini come fossero la parte più vera di noi. Accostandoci con fiducia a Gesù, alle sue parole e ai segni che compie nella storia scopriamo la bellezza di cambiare e di divenire più simili a lui. Questo ci libera dalla paura di ammettere il nostro bisogno e la mancanza di certezze incrollabili fuori dalle parole che Dio ci rivolge. È la potenza di cui parla Paolo, frutto del riconoscerci poveri e bisognosi e riempiti per questo dalla grazia che trasforma cuori freddi e duri in persone umane, figli e fratelli della vera famiglia del Signore che non si fonda sul sangue o sulla consuetudine, ma sul desiderio di essere discepoli suoi e non di se stessi.

 

Preghiere

 

O Signore ti ringraziamo perché non guardi alla forza e alla grandezza degli uomini, ma conoscendo i nostri cuori ci inviti a farci come te: umili servitori e fratelli generosi,

Noi ti preghiamo

 

Aiutaci o Dio a non disprezzare la novità del vangelo e a non preferire ciò che già conosciamo e sappiamo della vita. Aiutaci a cercare sempre, per tutta la vita di essere discepoli che seguono te e non se stessi,

Noi ti preghiamo

 

O Padre onnipotente ti preghiamo per tutti coloro che sono nel dolore e soffrono per la durezza della vita: per chi è anziano e malato, per i prigionieri e i senza casa, per chi non ha famiglia e protezione: salva e consola tutti,

Noi ti preghiamo

 

Suscita in noi o Signore un cuore di carne, capace di compassione e misericordia, perché sappiamo restituire il tanto ricevuto con generosità e affetto,

Noi ti preghiamo

 

Proteggi e guida o Dio tutte le famiglie dei tuoi discepoli che ogni domenica si riuniscono attorno alla mensa della parola e dell’eucarestia, perché siano testimoni di un vangelo che ridà vita e speranza,

Noi ti preghiamo

 

Sostieni o Signore Gesù chi è abbattuto e senza speranza, fa che l’incontro con te risorto sia per ciascuno occasione di conversione e ritorno a Dio,

Noi ti preghiamo.

Festa di S. Giovanni Battista - domenica 24 giugno 2012


Dal libro del profeta Isaìa 49,1-6

Ascoltatemi, o isole, udite attentamente, nazioni lontane; il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome. Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all’ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra. Mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria». Io ho risposto: «Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze. Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio». Ora ha parlato il Signore, che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele – poiché ero stato onorato dal Signore e Dio era stato la mia forza – e ha detto: «È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra». 

Salmo 138 - Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda.

Signore, tu mi scruti e mi conosci, +
tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo,
intendi da lontano i miei pensieri,
osservi il mio cammino e il mio riposo,
ti sono note tutte le mie vie.

Sei tu che hai formato i miei reni
e mi hai tessuto nel grembo di mia madre.
Io ti rendo grazie:
hai fatto di me una meraviglia stupenda.

Meravigliose sono le tue opere, +
le riconosce pienamente l’anima mia.
Non ti erano nascoste le mie ossa
quando venivo formato nel segreto,
ricamato nelle profondità della terra.  

Dagli Atti degli Apostoli 13,22-26

In quei giorni, [nella sinagoga di Antiochia di Pisìdia,] Paolo diceva: «Dio suscitò per i nostri padri Davide come re, al quale rese questa testimonianza: “Ho trovato Davide, figlio di Iesse, uomo secondo il mio cuore; egli adempirà tutti i miei voleri”. Dalla discendenza di lui, secondo la promessa, Dio inviò, come salvatore per Israele, Gesù. Giovanni aveva preparato la sua venuta predicando un battesimo di conversione a tutto il popolo d’Israele. Diceva Giovanni sul finire della sua missione: “Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”. Fratelli, figli della stirpe di Abramo, e quanti fra voi siete timorati di Dio, a noi è stata mandata la parola di questa salvezza».

 
Alleluia, alleluia alleluia.
Sarai chiamato profeta dell’Altissimo
perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 1, 57-66. 80

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui. Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

 Commento

 La liturgia di oggi ci fa incontrare Giovanni battista di cui si celebra oggi la festa. Egli all’interno della narrazione del Vangelo si staglia come una persona di primissimo rilievo, tanto che Gesù dice di lui che è “il più grande fra i nati di donna”. Più grande di Abramo, che iniziò la storia di alleanza d’Israele con Dio, di Mosè che liberò il popolo dalla schiavitù in Egitto e lo guidò per quarant’anni nel deserto fino alla terra promessa. Eppure Giovanni non era un uomo appariscente, e non faceva nulla per imporsi: viveva nel deserto, lontano dai centri abitati e dai luoghi frequentati da chi contava a quel tempo. Era un tipo sobrio nel vestire e nell’agire, austero nei modi di fare e semplice nelle parole. Nonostante questo le folle, ci narrano i vangeli, andavano da lui e lo interrogavano su come dovevano vivere. C’è una forza spirituale attrattiva che sprigiona da quella figura isolata e diversa da tutti, tanto che molti pensano che sia lui il Messia che Israele attendeva da secoli. Giovanni rifiuta decisamente questa identificazione: “Io non sono quello che voi pensate!”, allo stesso tempo però definisce se stesso proprio in rapporto a Gesù, affermando: “Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”.

Ecco allora il primo degli elementi che costituiscono la grandezza di Giovanni: ha la coscienza che la sua vita ha senso perché in relazione con il Signore, in particolare come colui che prepara la strada alla sua venuta. Si può ben dire che Giovanni è colui che vive perché Gesù possa raggiungere gli uomini suoi contemporanei. E in qualche modo il Signore gli riconosce questo ruolo. Pur essendo Dio infatti non esita a presentarsi bisognoso di qualcuno che lo preceda, preparando gli uomini ad accoglierlo. Giovanni fece suo questo ruolo, se ne assunse il peso, e lo portò a compimento in un mode molto speciale. Dice l’apostolo Paolo di lui che predicava “un battesimo di conversione a tutto il popolo d’Israele”. L’annuncio della venuta del Signore che Giovanni fa è tutto concentrato sulla necessità di cambiare vita. Cioè il messaggio del battista si concentra sul fatto che per poter incontrare Dio fattosi uomo non si può essere come capita, come sempre, come viene, ma bisogna “convertirsi”, cioè uscire dalla normalità scontata della vita di ogni giorno per assumere la necessità di conformarsi ad un modello diverso, quello del Vangelo. Abbiamo ascoltato nel brano che racconta la nascita del battista come la scelta del suo nome fu il primo segno di una vita che usciva dagli schemi scontati per incamminarsi su una via di cambiamento. Il suo nome infatti era estraneo alla tradizione di famiglia, e i genitori decisero, pur essendo avversati da tutti, di cambiare gli usi tradizionali e di scegliere un nome che fosse segno di novità.

Cari fratelli e care sorelle, è questo l’invito che da Giovanni giunge fino a noi: la sua grandezza di uomo che favorisce l’incontro con Dio e indica una strada di conversione è la via di salvezza che in questa domenica la liturgia ci propone.

Scegliamo di mettere la nostra esistenza sotto il segno di un nome diverso dalla scontatezza normale, nel solco di un sentiero nuovo, quello del vangelo, senza timore della novità che ci propone. È questo il messaggio di Giovanni che lo rende grande agli occhi di Dio.

domenica 10 giugno 2012

Ss.mo Corpo e Sangue di Cristo



Dal libro dell'Èsodo 24, 3-8
In quei giorni, Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose a una sola voce dicendo: «Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!». Mosè scrisse tutte le parole del Signore. Si alzò di buon mattino ed eresse un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d'Israele. Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrifi­care giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore. Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l'altra metà sull'altare. Quindi prese il libro dell'alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto». Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell'alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!».

Salmo 115 - Alzerò il calice della salvezza  e invocherò il nome del Signore.
Che cosa renderò al Signore,
per tutti i benefici che mi ha fatto?
Alzerò il calice della salvezza
e invocherò il nome del Signore.

Agli occhi del Signore è preziosa
la morte dei suoi fedeli.
Io sono tuo servo, figlio della tua schiava:
tu hai spezzato le mie catene.

A te offrirò un sacrificio di ringraziamento
e invocherò il nome del Signore.
Adempirò i miei voti al Signore
davanti a tutto il suo popolo.

Dalla lettera degli Ebrei 9, 11-15
Fratelli, Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d'uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo - il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio - purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente? Per questo egli è mediatore di un'alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l'eredità eterna che era stata promessa.
   
Alleluia, alleluia alleluia.
Io sono il pane vivo disceso dal cielo, dice il Signore,
se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.
Alleluia. alleluia alleluia
   
Dal vangelo secondo Marco14, 12-16. 22-26
Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d'acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: "Il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». Dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

Commento

Cari fratelli e care sorelle, le letture di oggi ci fanno come rivivere il cammino che dall’antichità ha segnato l’amicizia di Dio con l’umanità. All’inizio abbiamo ascoltato come Dio abbia consegnato a Mosè la legge che sanciva un’alleanza con il popolo ebreo. È l’inizio di un cammino lungo e tortuoso in cui alla fedeltà di Dio all’alleanza corrispondeva spesso il tradimento da parte del popolo, sempre tentato di rivolgersi agli idoli, che si vedevano e si toccavano, piuttosto che fidarsi di quel Dio che non si vedeva e non si toccava. Ma poi abbiamo ascoltato anche quello che è come l’epilogo di questo lungo cammino di amicizia fra Dio e gli uomini, in cui egli non solo si allea con l’umanità, ma si unisce a lei, assumendone la carne, e invitandola a unirsi a lui, assumendone lo Spirito.
Un cammino lungo che è importante aver presente. Infatti la storia dell’interesse e dell’amicizia di Dio con noi con comincia con me, come un senso egocentrico e miope della vita a volte ci fa ritenere. Spesso giochiamo il nostro rapporto con Dio dimenticando che non solo egli sta con noi, ma ha condotto l’uomo ad essere quello che è oggi, lo ha protetto e salvato dalle sue derive autodistruttive, ha modellato la sua civiltà portandola ad assumere sempre più tratti di una umanità più addolcita e meno aspra. Ha sempre rispettato la nostra libertà, senza imporsi con arroganza, ma allo stesso tempo non ha mai cessato di seguire con partecipazione le vicende della storia, grande e piccola, animandola con il soffio del suo Spirito. Insomma ciascuno di noi è inserito in una lunga e ampia storia di amicizia di Dio con l’uomo che abbraccia i secoli e il mondo intero.
Ma poi, e questo è ancor più stupefacente, si tratta di una storia in cui è Dio a prendere l’iniziativa e a proporre un’alleanza. Egli cioè si mostra disponibile a mettersi alla pari con l’uomo e a stabile con lui un patto a cui si impegna ad essere fedele. Dio non ha bisogno di noi, eppure si offre di accompagnarci e proteggerci, egli è infinitamente grande e autosufficiente, eppure si lascia incastrare in un’alleanza, si lascia come limitare e obbligare da un patto di amicizia, rinunciando alla sua libertà assoluta.
Questo sembrava così incomprensibile agli altri popoli, perché li differenziava profondamente dalla fede negli dèi capricciosi e dispotici, indifferenti all’uomo e attenti solo al proprio interesse. Ma anche da quegli dèi delle filosofie più evolute, come quella greca, in cui dio era un concetto astratto, necessario per dimostrazione teorica, il motore dell’universo, asettico ed estraneo alla realtà umana. Dio così facendo mette in chiaro in modo definitivo ed estremo la sua essenza: Dio è amore, tanto da umiliarsi a stringere alleanza con l’uomo, a fidarsi della sua natura traditrice e volubile. Paradossalmente Dio dimostra la sua vera grandezza rinunciando ad essa stessa e lasciandosi “limitare” da un’alleanza, che lo pone quasi alla mercé dell’uomo.
Ma poi con Gesù tale rinuncia diviene piena: egli assume la vita intera dell’uomo, la carne, il dolore, i sentimenti, la morte. È il grado più pieno della sua rivelazione, cioè si fa conoscere nel suo intimo come amore, cioè bisogno dell’altro, e ci offre la via per diventare come lui, cioè di riconoscere la nostra vera natura, immagine e somiglianza di Dio: essere infinitamente bisognosi dell’altro che è Dio e che sono i fratelli e le sorelle.
Gesù dimostra questa pienezza con un gesto semplice ed evidente, lo abbiamo ascoltato nel racconto dell’ultima cena. Si offre ai discepoli come un pane buono e nutriente, sempre a disposizione, basta che lo si desideri, un vino che scalda il sangue e addolcisce la vita che si lascia bere e sgorga da una fonte che non finisce mai. È il modo con cui oggi, in questa festa del corpo e sangue di Cristo, lo vogliamo riconoscere, non come qualcosa che lo richiama vagamente alla memoria, ma come la foto più fedele che abbiamo di lui. Quel pane e quel vino infatti non solo ci rendono sempre vicino Gesù, ma ci insegnano come anche noi dobbiamo vivere. Dicevo infatti che nella disponibilità infinita di Dio a voler bene riconosciamo l’immagine di sé che ha voluto imprimere anche in noi. Ecco allora come rendere questa immagine chiaramente visibile e riconoscibile: divenendo anche noi un pane buono, nutrimento semplice e sostanzioso per i fratelli e un vino dolce, che scalda il cuore e rallegra l’amicizia.
È il modo semplice e concreto con cui Gesù ci vuole ricordare il lungo cammino di amore di Dio per l’umanità. A quella tavola i discepoli non sono arrivati per caso o per un capriccio del destino. È un appuntamento che Dio ha preso con l’uomo fin dalla sua creazione, al quale è stato fedele nei secoli della storia, che ha preparato con pazienza e tenacia fino alla nascita di Gesù, alla sua vita, alle sue parole. Oggi questo invito giunge fino a noi, ultimi di questa lunghissima catena di amicizia. Cerchiamo di essere convitati degni dell’invito, vestiamo l’abito dell’ascolto e dell’umiltà perché dio ci ponga la dito l’anello della sua grazia che rende il nostro amore simile al suo.

Preghiere

O Signore nostro ti ringraziamo perché hai accompagnato l’umanità nella lunghezza dei tempi con amore e pazienza. Continua a radunarci in un unico popolo che abbraccia tutta l’umanità,
Noi ti preghiamo

Perdona o Padre buono, il tradimento e la dimenticanza degli uomini. Fa’ che siamo sempre fedeli all’alleanza che ci lega a te come un popolo di figli e discepoli dell’unico Dio ,
Noi ti preghiamo

Fa’ o Dio che tutti gli uomini possano conoscerti e amarti, anche chi fino ad oggi è rimasto estraneo al tuo patto di amore,
Noi ti preghiamo

O Gesù che hai dato compimento all’antica alleanza unendo in te stesso Dio con l’umanità, aiutaci ad ascoltare l’annuncio del tuo vangelo come parola veramente umana e veramente divina,
Noi ti preghiamo

Sostieni o Padre del cielo gli sforzi di chi cerca la riconciliazione, perché dove oggi regna la violenza e la divisione possa presto tornare la pace,
Noi ti preghiamo

Aiuta o Padre chi è nel dolore e nel pianto, consola chi è stato colpito dal terremoto e apri per tutti un futuro sereno
Noi ti preghiamo.

Dai forza o Dio a chi ti riconosce come un pane buono e un vino che dà forza, perché alimentati dal tuo corpo e sangue possiamo annunciarti a tutti come salvezza dal male,
Noi ti preghiamo

Festa della Ss.ma Trinità



Dal libro del Deuteronòmio 4, 32-34. 39-40
Mosè parlò al popolo dicendo: «Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l'uomo sulla terra e da un'estremità all'altra dei cieli, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l'hai udita tu, e che rimanesse vivo? O ha mai tentato un dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un'altra con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso e grandi terrori, come fece per voi il Signore, vostro Dio, in Egitto, sotto i tuoi occhi? Sappi dunque oggi e medita bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra: non ve n'è altro. Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandi che oggi ti do, perché sia felice tu e i tuoi figli dopo di te e perché tu resti a lungo nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà per sempre». 

Salmo 32 - Beato il popolo scelto dal Signore.
Retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell'amore del Signore è piena la terra.

Dalla parola del Signore furono fatti i cieli,
dal soffio della sua bocca ogni loro schiera.
Perché egli parlò e tutto fu creato,
comandò e tutto fu compiuto.

Ecco, l'occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.

L'anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8, 14-17
Fratelli, tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!» Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria. 

Alleluia, alleluia alleluia.
Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo:
a Dio che è, che era e che viene.
Alleluia, alleluia alleluia.
 
Dal vangelo secondo Matteo 28, 16-20
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.  Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io so­no con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Commento

Cari fratelli e care sorelle, festeggiamo oggi la solennità della Trinità con la quale siamo invitati a contemplare il mistero dell’unità del Padre, Figlio e Spirito Santo, i quali, pur essendo tre persone diverse, vivono la perfetta unità dell’amore, e per questo sono un modello per noi. È una realtà che sfugge alla nostra comprensione razionale, ed infatti si parla di mistero, ma non è sempre un mistero l’amore e non supera esso la capacità razionale? Voler bene veramente infatti significa proprio far esperienza di qualcosa che ci fa andare oltre il normale calcolo, l’abitudine e persino il buon senso e sconfina nel mistero di un totale sbilanciamento verso l’altro senza tener conto della convenienza e del vantaggio. Per questo celebriamo questa festa proprio nel tempo dopo Pentecoste, quando cioè lo Spirito Santo, seconda persona della Trinità, è disceso su di noi e agisce nel mondo, in modo misterioso e profondo, aprendo le vie che ci conducono a vivere l’amore.
Ci chiediamo allora oggi: da cosa vediamo che la nostra vita è riempita dallo Spirito, e che posso vivere anche io l’unità di amore e felicità che riunisce il padre il Figlio e lo Spirito nella santa Trinità? risposta non è psicologica e sentimentale.  Lo Spirito non è qualcosa di intimistico, che si gioca tutto sul piano dei sentimenti. La No, è cosa di molto più seria, impegnativa e concreta: la Chiesa ci insegna che è una persona, non un sentimento o qualcosa di vago e impalpabile. Ricevere lo Spirito è qualcosa che cambia la vita, un incontro personale significativo.
Nel Vangelo vediamo che molto cambia nella vita degli apostoli dopo la Pentecoste. Dopo la morte di Gesù, i discepoli ricevono più volte l’annuncio della sua Resurrezione, ma fanno fatica a crederci fino in fondo, tant’è che Gesù risorto più volte torna a incontrare i discepoli, ma questi non lo riconoscono. L’esempio più evidente è la Maddalena che lo scambia per un giardiniere, eppure lo conosceva bene; ma anche i discepoli che vanno verso Emmaus, stanno con lui un’intera giornata di viaggio, lo ascoltano parlare lungamente, ma non lo riconoscono, e poi i discepoli sul lago di Tiberiade, lo scambiano per un fantasma, e così via. Tutti questi episodi ci dicono che non basta conoscere da tanto tempo il Signore, per riconoscere Gesù quando ci viene incontro. Non è sufficiente che Gesù sia risorto per la nostra salvezza, dobbiamo anche noi risorgere dalla nostra vita vecchia e acquistare uno sguardo nuovo per riconoscere il Signore. E’ una resurrezione nello Spirito quella che vissero i discepoli a Pentecoste, quando lo Spirito scese su di loro come lingue di fuoco. Solo allora i discepoli divennero capaci di credere alla straordinaria forza della resurrezione del Signore, che cioè l’amore di Dio può vincere il male nelle sue molteplici manifestazioni. Prima per essi la morte era l’ultima parola e il Vangelo di Gesù era come stato sepolto assieme al Maestro. Ma con la Pentecoste riconobbero che voler bene è una forza irresistibile che può superare anche le chiusure, le paure e le impossibilità da cui erano rimasti prigionieri, tanto che riuscirono a comunicare il Vangelo con efficacia alle migliaia di persone che erano presenti quel giorno di festa a Gerusalemme, addirittura a gente che nemmeno parlava la loro lingua.
Anche a noi, fratelli e sorelle, non basta aver conosciuto Gesù per riconoscerlo, e tutti noi che siamo qui lo conosciamo, ne abbiamo sentito parlare tante volte. Sappiamo bene che è risorto, ma non è sufficiente, c’è bisogno che lo Spirito Santo scenda su di noi. Cioè non basta sapere chi è Gesù, bisogna anche volergli bene, ed è lo Spirito che ci fa amare. Ma cosa vuol dire voler bene a Gesù? Provare un calore nel cuore, commuoverci davanti a una immagine o altre strane sensazioni? Gesù ha detto “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli (cioè che mi volete bene), se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). Cioè vogliamo bene a Gesù se vogliamo bene a chi ci sta accanto, specialmente quelli che ne hanno più bisogno e ai quali ci viene meno spontaneo voler bene. Infatti ci viene facile voler bene ai propri familiari, a chi a sua volta ci vuol bene, e questo è una buona cosa, ma non basta. Dice Gesù “se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?” (Mt 5,46) L’amore cristiano, l’amore che nasce dallo Spirito Santo e che unisce le tre persone della Trinità in modo profondo, significa sentire con il fratello e la sorella così che il suo dolore e la sua gioia sono anche i miei.
La trinità è un mistero, perché l’amore è sempre un mistero: è gratuito, senza motivo, per amore si fanno cose che non si spiegano e non si mette avanti a tutto il proprio interesse, ma quello delle persone amate. E’ un mistero che non possiamo capire, ma possiamo viverlo, non è al di sopra delle nostre possibilità, se accogliamo il dono dello Spirito.
Fratelli e sorelle, accogliamo l’invito a lasciarlo agire nella nostra vita imparando ad amare un po’ di più gli altri, specialmente i poveri, a non mettere sempre al primo posto se stessi, e a sentire nostri i loro dolori e la loro gioia.
Dice il Vangelo che i discepoli “Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano” Sì, anche noi dubitiamo in cuor nostro non ci fidiamo fino in fondo che le parole del Vangelo siano vere, che si possa voler bene a un altro come a se stesso. Ma Gesù a quei discepoli dubbiosi risponde con la promessa di un amore ancora più forte, che vince ogni nostra freddezza: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Il Signore non ci lascia in balia dei nostri dubbi, del nostro egoismo. Rimane con noi e continua a riempirci il cuore del suo Spirito. Accogliamolo, e quando incontreremo un povero proviamo a riconoscere nella sua sofferenza anche la nostra sofferenza, scopriremo che la consolazione e la speranza che Dio concede loro diviene anche la nostra. È quella comunicazione di amore, speranza, gioia che unisce le persone della Trinità e, come loro , tutti coloro che facendosi trasformare da dentro dallo Spirito del suo amore, vivono l’esperienza della comunione profonda con i fratelli e, di conseguenza, con Dio.

Preghiere

O Santissima Trinità, insegnaci l’amore che ci unisce tutti come una famiglia di veri fratelli e sorelle.
Noi ti preghiamo

O Padre che sei nei cieli, aiutaci a condividere con i nostri fratelli e sorelle il dolore e la gioia della vita, perché incontriamo la consolazione che tu doni a chi ti invoca,
Noi ti preghiamo

O Signore Gesù, Figlio del Padre, vieni in soccorso di tutti quelli che ti invocano, perché siamo guidati a conoscerti ed amarti con tutto il nostro cuore,
Noi ti preghiamo

O Spirito Santo, riempi la nostra vita cancellando ogni freddezza e timore. Aiutaci a vivere come figli di Dio, fratelli e sorelle di tutti gli uomini,
Noi ti preghiamo

Ti preghiamo o Dio per tutti coloro che sono stati colpiti dal terremoto e vivono nel timore e nell’insicurezza. Consola chi è ferito, sostieni chi ha perso tutto e dona loro il coraggio di ricostruire una nuova vita,
Noi ti preghiamo

O Santissima Trinità fa’ che nessun uomo soffra per la violenza e la guerra. Sostieni chi soffre e consola chi è nel dolore, perché tutti siamo una sola famiglia,
Noi ti preghiamo.

Ti preghiamo o Padre per tutti i cristiani nel mondo che tu chiami a volersi bene come un’unica famiglia. Fa’ che non vincano i limiti angusti dei vincoli di sangue, che escludono tanti, ma fa’ che vinca la larghezza di un amore che abbatte ogni frontiera,
Noi ti preghiamo

Sostieni o Padre del cielo coloro che annunciano il vangelo di un amore che vince il male e sconfigge la morte. Fa’ che ogni uomo possa ascoltare presto la lieta notizia della salvezza che il Figlio ha portato all’umanità,
Noi ti preghiamo