venerdì 1 febbraio 2013

IV domenica del tempo ordinario - 3 febbraio 2013


Dal libro del profeta Geremia 1,4-5.17-19

Nei giorni del re Giosìa, mi fu rivolta questa parola del Signore: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni. Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi, alzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro. Ed ecco, oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti».


Salmo 70 - La mia bocca, Signore, racconterà la tua salvezza.

In te, Signore, mi sono rifugiato,
mai sarò deluso.
Per la tua giustizia, liberami e difendimi,
tendi a me il tuo orecchio e salvami.

Sii tu la mia roccia, una dimora sempre accessibile;
hai deciso di darmi salvezza:
davvero mia rupe e mia fortezza tu sei!
Mio Dio, liberami dalle mani del malvagio.

Sei tu, mio Signore, la mia speranza,
la mia fiducia, Signore, fin dalla mia giovinezza.
Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno,
dal seno di mia madre sei tu il mio sostegno.

La mia bocca racconterà la tua giustizia,
ogni giorno la tua salvezza.
Fin dalla giovinezza, o Dio, mi hai istruito
e oggi ancora proclamo le tue meraviglie.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 12,31-13,13

Fratelli, desiderate intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via più sublime. Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo, per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe. La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino. Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!

 Alleluia, alleluia alleluia.

Il Signore mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione.

Alleluia, alleluia alleluia

 Dal vangelo secondo Luca 4,21-30

In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarèpta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naaman, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Commento

Cari fratelli e care sorelle, l’episodio che ci ha raccontato dall’evangelista Luca ci porta a Nazareth, il villaggio in cui era nato e cresciuto Gesù. In quel luogo egli era ben noto, tutti lo conoscevano fin da quando era piccolo, si può dire che sapevano tutto di lui. Ma ora egli vi tornava dopo un po’ di tempo, ci dice Luca, ed è preceduto da una grande fama. Gesù è diventato famoso, si parla di lui ovunque e con ammirazione: “la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano gloria.” Potremmo dire che Gesù entra nel suo villaggio come un uomo arrivato: ha raggiunto successo e notorietà, non gli mancheranno i mezzi per vivere una vita agiata, se sa usare bene ciò che ha ottenuto.

Questo avrà pensato la gente di Nazareth ascoltando il loro compaesano. Tutti infatti sono pieni di ammirazione per lui, magari anche con una punta di invidia. Infatti ciò a cui egli è arrivato era quello che ciascuno di loro avrebbe desiderato per sé. È quella spontanea invidia che si prova per tutti quelli che hanno raggiunto fama e successo, nonché un certo benessere: egli sicuramente è felice, perché non si deve più preoccupare di niente, può fare a meno di tutti. Non è forse quello che sogniamo anche noi, l’augurio che ci facciamo o anche la preghiera che rivolgiamo a Dio?

Gesù intuisce questi sentimenti nelle persone che ha davanti e infatti dice: “Certamente voi mi citerete questo proverbio: Medico cura te stesso”. Gesù da’ voce a un’idea molto semplice e comune: beato te che ora puoi pensare a te stesso senza doverti preoccupare degli altri. Si pensa che questa infatti sia la felicità e il traguardo della vita: essere autosufficienti, e i suoi compaesani potevano desiderare che lui si degnasse di condividere con loro un po’ del suo successo e fortuna: “Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria”. Dopo quello dell’ammirazione per chi ha successo, questo è il secondo pensiero comune che Gesù svela, e cioè il fatto che innanzitutto bisogna pensare ai propri, siano essi i parenti, i vicini, i compaesani, quelli più simili e naturalmente affini a sé.

Gesù fa emergere questi pensieri che nessuno aveva espresso, pur avendoli tutti nel proprio cuore, perché, allora come oggi, sono così scontati che ci sembrano naturali e quasi necessari.

La parola di Dio infatti, per chi la ascolta con attenzione, ha questa forza di svelarci il nostro pensiero, di porlo davanti a noi nella sua crudezza, a volte anche un po’ banale. Ma tanti pensieri che ci vengono naturali e spontanei perdono la loro ingenuità innocua se messi a confronto con la parola di Dio e rivelano la loro natura figlia del male che si fa strada dentro di noi in modo nascosto. Così è di questi due pensieri che Gesù rivela: l’ammirazione e l’invidia per il successo e il pensare innanzitutto a sé e ai suoi.

Gesù esprime chiaramente il fatto che lui non condivide questi pensieri, anzi, il suo modo di vedere è quello espresso nel brano di Isaia che aveva appena letto nella sinagoga e che, egli afferma, si compie nella sua vita. Esso è esattamente il contrario di quello della gente che ha difronte. Il profeta parla dell’inaugurazione di un tempo nuovo, tempo dello Spirito, cioè dell’amore, tempo della pienezza e della realizzazione del massimo a cui ciascuno può aspirare. Ma al contrario dell’idea di successo personale, esso si caratterizza per il fatto che centro della vita e dell’azione non sono io, ma gli altri, e non “i miei”, quelli del mio gruppo e della mia famiglia, ma quelli che hanno più bisogno di essere liberati dal giogo della povertà, di tornare a vedere un futuro per sé in una esistenza schiacciata dall’oppressione. È quel primato della carità di cui parla anche san Paolo, che viene prima di tutto perché realizza la pienezza della vita: “E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo, per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe”.

Ma quello che appare ancora più rivoluzionario, e che i compaesani di Gesù non sopportano, è la proclamazione che queste non sono solo parole, un programma bello ma irrealizzabile. Finché è così infatti nessuno si rifiuterebbe di sottoscriverlo, non costa nulla e si fa bella figura. No, Gesù sottolinea che questo tempo nuovo si è inaugurato ed è realizzato nella sua persona, cioè che si può vivere veramente così e c’è qualcuno che già lo fa. E’ questa la forza dirompente delle parole di Gesù che provocano la reazione sdegnata di quelli che lo ascoltavano.

Anche noi restiamo turbati da questa affermazione che il vangelo non è solo un’utopia bella ma troppo difficile, bensì qualcosa che è alla portata di chiunque lo voglia vivere.

Questo fastidio fa sì che il Signore Gesù se ne vada dalla nostra vita, come fece a Nazareth, vi passa in mezzo, ma è come se non ci fosse, se ne va oltre, non si piega ad una riduzione minimalista, non accetta compromessi facili. La Parola di Dio è libera, scende su di noi ma non è prigioniera, ci vuole attrarre a sé ma non a tutti i costi.

Ma chi invece accetta di vivere la priorità della carità di cui parla Paolo fa sì che il Signore non passi via dalla propria vita, ma si fermi e ci apra alla fede che, sempre secondo l’apostolo, è come il frutto della pratica dell’amore per il fratello e la sorella, specialmente i più deboli.

Accogliamo allora l’invito che ci giunge oggi dalle parole di Gesù a non lasciarci scoraggiare dalla difficoltà di vivere il Vangelo, ma a seguire con semplicità e fedeltà il suo esempio che ci dice che è possibile farlo perché lui per primo percorre la via dell’amore attirandoci a seguirlo.

 
 

Preghiere

 
O Signore che vieni e visiti la nostra vita, non ti sdegnare per la scarsa accoglienza che diamo alle tue parole, ma aiutaci ad essere discepoli fedeli del Vangelo.

Noi ti preghiamo

  

O Padre che hai mandato tuo figlio per la salvezza di tutti gli uomini, fa’ che impariamo a seguirlo senza incertezza, perché vivendo la carità con i fratelli impariamo anche a vivere la fiducia in lui.

Noi ti preghiamo

 
Signore ti preghiamo per tutti coloro per i quali tu annunci un tempo nuovo di perdono e salvezza: per i malati, i sofferenti, i poveri. Fa’ che giunga presto la guarigione e la consolazione che tanti invocano da te.

Noi ti preghiamo

  

Signore Gesù che non hai scelto di amare solo la piccola cerchia dei tuoi ma che hai allargato l’orizzonte della salvezza all’umanità intera, aiutaci a imitarti divenendo capaci di voler bene a tanti e di desiderare un futuro migliore per tutti.

Noi ti preghiamo

 

Manda il tuo Spirito o Signore perché il mondo sia liberato dall’odio e dall’egoismo ed ogni uomo e donna sappia essere fratello e sorella di chi gli sta accanto.

Noi ti preghiamo

 

Ti preghiamo o Signore di sostenere la fatica di coloro che annunciano il Vangelo. Aiutali a continuare con perseveranza e fa’ di noi testimoni credibili che è possibile vivere il vangelo e cambiare la vita.

Noi ti preghiamo.

 

Ti invochiamo o Signore, manda il dono della pace in tutti quei luoghi in cui infuria la violenza della guerra: in Siria, in Mali, e ovunque. Soccorri le vittime della mano violenta che si alza sul fratello.

Noi ti preghiamo

 
O Padre ti chiediamo di sostenere tutti coloro che ti cercano anche senza sapere come trovarti. Fa’ che l’annuncio del Vangelo e la testimonianza dei discepoli li attirino a te unico e vero amico di tutti gli uomini.

Noi ti preghiamo

 

Incontro con i genitori dei ragazzi del catechismo - 2 febbraio 2013


 

La fede

Siamo in un anno che tutta la Chiesa ha dedicato al tema della fede, cioè ad approfondire il senso e il valore del nostro essere cristiani. È una domanda che dobbiamo porci per noi stessi, innanzitutto, ma che ci coinvolge anche come genitori ed educatori, perché la fede sia trasmessa ai nostri figli. È utile pertanto riflettere su questo tema a partire da noi stessi.

Che cosa significa avere fede?

Il primo elemento da sottolineare è che affrontare Il tema della fede non significa innanzitutto riaffermare o approfondire dei contenuti (articoli di fede, dogmi, affermazioni fondamentali, ecc…).

Avere fede non significa esattamente “credere”. Anche etimologicamente la parola “fede” ha un’altra radice semantica. Si può credere anche senza avere fede. Noi tutti crediamo fermamente nell’esistenza degli atomi, anche se nessuno li ha mai visti, la scienza ce ne dimostra l’esistenza e a nessuno di noi verrebbe in mente di negarne la realtà. Ma quante volte al giorno pensiamo agli atomi? Che rilevanza hanno nel determinare le nostre scelte? Ovviamente nessuna.

Credere in Dio spesso nella nostra vita ha la stessa rilevanza del credere nell’esistenza degli atomi: una verità tanto fondamentale, innegabile, certa, quanto inutile.

Allora cosa significa fede, avere fede?

Credo che questa sia un interrogativo centrale nel tempo di oggi, quando ormai nessuno nega l’esistenza di Dio, come forse avveniva decenni fa, tempo di ateismi e di regimi totalitari anti-cristiani (nazismo, comunismo). Oggi la vera negazione di Dio non è affermare la non-esistenza di Dio, ma la sua irrilevanza. “Che Dio esista pure”, si dice e si pensa, “non vale la pena faticare a dimostrare che non c’è, basta riconoscere che non mi serve a nulla.”

Il profeta Michea ci propone una bella sintesi, a mio giudizio, di come giungere alla fede. Non è una presentazione teorica né un teorema che dimostri l’esistenza di Dio. Michea non avverte l’esigenza di convincere qualcuno che Dio esiste, ma indica una pedagogia che ci porta ad incontrare Dio. Lì, in quell’incontro avviene poi la scelta della fede, cioè di fidarsi di lui o meno.

"Con che cosa mi presenterò al Signore, mi prostrerò al Dio altissimo?

Mi presenterò a lui con olocausti, con vitelli di un anno?

Gradirà il Signore migliaia di montoni e torrenti di olio a miriadi?

Gli offrirò forse il mio primogenito per la mia colpa, il frutto delle mie viscere per il mio peccato?".

Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te:

 

praticare la giustizia,

amare la bontà,

camminare umilmente con il tuo Dio.” (Michea 6,6-8)

 

Il brano si apre con una domanda dell’uomo. Il primo passo è accettare che Dio mi ponga una domanda, sia una domanda per la mia esistenza. È questo il primo passo che conduce alla fede. Senza porsi una domanda non c’è fede.

È la domanda dell’uomo per il quale ha rilevanza una ricerca esistenziale del senso della vita, per il quale Dio ha lo spazio e la rilevanza di un interrogativo. Questo uomo si pone la domanda di come presentarsi a Dio.

La risposta immediata che gli viene è quella del culto tradizionale di Israele, che prevedeva una serie di offerte e azioni per riconoscere la propria sottomissione al Signore.

Potremmo dire che anche per noi la risposta più scontata è l’offerta del culto (vado a Messa), o dell’osservanza delle prescrizioni (osservo i comandamenti), dell’obbedienza ai precetti (non faccio niente di male). Cioè essere disposti a rinunciare a qualcosa che si ha per dimostrare quanto Dio per noi conta. Sacrificare il proprio tempo, la libertà di agire come si vuole, accettare limitazioni e rinunce.  

Il profeta controbatte a questa risposta richiamando ciò che Dio richiede all’uomo:

“praticare la giustizia,

amare la bontà,

camminare umilmente con il tuo Dio.”

Sono le priorità, cioè quello che sta particolarmente a cuore a Dio. Non basta dare “qualcosa”, dice Michea, non c’è un gesto da compiere o un obbligo da osservare, una rinuncia, ma un “come” essere: giusto, buono, umile.

La giustizia consiste nel porre il proprio interesse sullo stesso piano di quello degli altri nostri simili, e resistere alla tentazione così spontanea di far prevalere il proprio tornaconto su quello degli altri.

L’amore per il bene significa porre l’interesse degli altri nostri simili al di sopra del nostro, al di là del dovuto e dell’obbligo, come richiede, ad esempio, il rapporto fra parenti.

Infine camminare umilmente con Dio significa mettere l’interesse per Dio sopra quello nostro e degli altri.

C’è come una gradualità in salita: Dio ci richiama alla pedagogia con cui ci tratta e che non chiede più di quello che sa che siamo in grado di dare, ma  allo stesso tempo non si accontenta e non rinuncia a chiedere il massimo, accettando la gradualità e la fatica del rapporto con noi.

Questo riguarda anche i nostri ragazzi. Trasmettere la fede a chi è più piccolo infatti non significa “semplificare” qualcosa di complicato, ma utilizzare la stessa pedagogia che Dio ha usato con noi: chiedere molto, tutto, sapendo ciò che loro ci possono dare. Spesso però restiamo stupiti perché la generosità e la prontezza di risposta di un bambino supera le nostre aspettative e, magari, anche le nostre stesse misure.

L’ultimo passo proposto da Michea è “camminare con Dio umilmente”.

Dio sa che la fede può nascere solo dal camminare insieme. Cioè che si può imparare a fidarsi non di una idea o di una verità (i “contenuti” di cui parlavamo all’inizio) ma di una persona con la quale si cammina insieme.

Ma come si fa a camminare con Dio?

Dio, nessuno lo ha mai visto” ci dice l’evangelista Giovanni (Gv 1, 18), come si fa a camminare con qualcuno che non si vede e non si trova? L’apostolo continua: “il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

Noi oggi allora possiamo camminare con Dio seguendo le orme di Gesù, facendoci suoi contemporanei. Identifichiamoci in uno dei discepoli, chiamati mentre stavano a pesca sul mare di Galilea. Era gente comune: paurosi, litigiosi, testardi, orgogliosi, fragili, proprio come ciascuno di noi. L’unica cosa che li accomuna fra loro e con Dio è che accettano di camminare con lui, umilmente, cioè come discepoli, gente che sta lì per imparare.

I discepoli non capiscono tutto prima. Gesù non spiega loro per filo e per segno il suo piano. Li invita solo a fidarsi di camminare con lui: “Passando lungo il mare di Galilea, Gesù vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: "Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini". E subito lasciarono le reti e lo seguirono.” (Mc 1,15)

In questo i più piccoli ci sono di esempio. Quante volte essi infatti ci seguono e ci imitano (e lo fanno molto) non perché gli abbiamo spiegato tutto o perché sono persuasi dai nostri discorsi, ma semplicemente perché sanno che noi gli vogliamo bene, e per questo si fidano di noi. Gesù ai dodici chiede più o meno lo stesso: “seguitemi, perché io vi voglio bene!”

Fidarsi di Dio

Noi conosciamo molto di Gesù, sicuramente più dei pescatori raggiunti dalla sua predicazione in riva la lago di Galilea e più dei nostri ragazzi. Abbiamo ascoltato tante sue parole, abbiamo riflettuto sui suoi gesti, fino a quello estremo del dono della vita sulla croce e alla sua resurrezione. Abbiamo ricevuto tante volte quello stesso invito: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”. Ma abbiamo eretto come un muro nel nostro cuore che ci impedisce di credere che è ora di chiudere un tempo passato, di aprirne un altro, di cambiare radicalmente e sovvertire i nostri modi di pensare e vivere, di credere che il modo di vivere di Gesù è anche per noi la buona notizia, Vangelo, che la nostra vita non è condannata a perdersi nel nulla, ma si può salvare.

Abbattere questo muro e cominciare a fidarci di lui è la fede. È un dono perché è Dio che fa il primo passo verso di noi e  ci invita a seguirlo, ma è nostra la scelta di fidarci e  seguirlo.

Dicevo come i discepoli iniziano a seguire Gesù senza capire e senza sapere, ma solo perché si sono fidati di lui.

Dove li avrebbe portati?

Cosa avrebbe chiesto loro?

A quali rischi li avrebbe esposti?

A quali gloriose conquiste li avrebbe guidati?

Se ne sarebbero pentiti in seguito?

Non lo sanno.

La fiducia non nasce mai da una certezza o da un calcolo preventivo. La fede non è un contratto con chiare clausole o una partita doppia di dare e avere. L’unico modo per sapere come andrà a finire per i discepoli, e per ciascun discepolo, anche noi, è seguirlo e farsi trascinare da lui dove non vogliamo. Non a caso la richiesta triplice di amore di Gesù a Pietro è legata alla profezia che sarà portato dove lui non sa e dove non avrebbe mai pensato e voluto andare: “Gesù disse a Simon Pietro: "Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?". Gli rispose: "Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene". Gli disse: "Pasci i miei agnelli". Gli disse di nuovo, per la seconda volta: "Simone, figlio di Giovanni, mi ami?". Gli rispose: "Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene". Gli disse: "Pascola le mie pecore". Gli disse per la terza volta: "Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?". Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: "Mi vuoi bene?", e gli disse: "Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene". Gli rispose Gesù: "Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi".” (Gv 21,15-19)

Fede e martirio

Per concludere vorrei proporre un’ultima riflessione sulla fede. Sono convinto che tutte le cose vere e profonde della vita rivelano il loro vero volto se riflesse nello specchio di essa che è la morte. Anche nel caso della fede. Non esiste infatti vera fede senza il dono della propria vita. Non sempre questo dono ci è chiesto nell’esito tragico della morte, come nel caso dei martiri che fin dai primissimi secoli hanno come costellato il cielo dell’esistenza della Chiesa, ma nel martirio (che significa testimonianza, non dimentichiamolo) quotidiano di un amore che è dono di sé, cioè identificarsi con la vita di Gesù.

A questo infatti ci porta “camminare con lui”, a divenire, piano piano, come lui, “martiri”, cioè testimoni, del suo amore.  Ci porta ad assumerne l’andatura, i tratti somatici, le espressioni, il tono della voce, le parole, la compassione, la mitezza, lo sguardo penetrante e buono, la ribellione al male, ecc…

È questa forse la scommessa più audace della fede: proviamo a fidarci del poco, del semplice, dell’umile che ci propone il Vangelo e ci troveremo signori sopra i poteri del mondo che tengono in scacco e prigionieri gli uomini del nostro tempo: “Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città” dice Gesù (Lc 19,17).

Fidarsi di Dio è il più grande atto di amore, e il più grande atto di libertà, per questo ci rende veramente umani e veri, perché chi non ama ed è schiavo è un uomo umiliato e diminuito. Lasciamo brillare la pienezza del nostro essere uomini accettando di camminare con Dio e di farci da lui trasformare poco a poco, nella fiducia.

Questo spiega anche quanto possiamo aiutare i nostri ragazzi solo con il nostro esempio. A volte credo che sottovalutiamo il peso che hanno le nostre scelte su di loro, anche se non sono spiegate. Se noi ci fidiamo di Dio e lo seguiamo, anche loro si fideranno di lui e lo seguiranno.

domenica 27 gennaio 2013

III domenica del tempo ordinario - 27 gennaio 2013


Dal libro di Neemìa 8,2-4.5-6.8-10

In quei giorni, il sacerdote Esdra portò la legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere. Lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque, dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci d’intendere; tutto il popolo tendeva l’orecchio al libro della legge. Lo scriba Esdra stava sopra una tribuna di legno, che avevano costruito per l’occorrenza. Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutti; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore, Dio grande, e tutto il popolo rispose: «Amen, amen», alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore. I levìti leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura. Neemìa, che era il governatore, Esdra, sacerdote e scriba, e i leviti che ammaestravano il popolo dissero a tutto il popolo: «Questo giorno è consacrato al Signore, vostro Dio; non fate lutto e non piangete!». Infatti tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge. Poi Neemìa disse loro: «Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza».

 

Salmo 18 - Le tue parole, Signore, sono spirito e vita.

La legge del Signore è perfetta,
rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore è stabile,
rende saggio il semplice.

I precetti del Signore sono retti,
fanno gioire il cuore;
il comando del Signore è limpido,
illumina gli occhi.

Il timore del Signore è puro,
rimane per sempre;
i giudizi del Signore sono fedeli,
sono tutti giusti.


Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 12,12-30

[ Fratelli, come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. ] Se il piede dicesse: «Poiché non sono mano, non appartengo al corpo», non per questo non farebbe parte del corpo. E se l’orecchio dicesse: «Poiché non sono occhio, non appartengo al corpo», non per questo non farebbe parte del corpo. Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l’udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l’odorato? Ora, invece, Dio ha disposto le membra del corpo in modo distinto, come egli ha voluto. Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. Non può l’occhio dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; oppure la testa ai piedi: «Non ho bisogno di voi». Anzi proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie; e le parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggiore rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggiore decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha disposto il corpo conferendo maggiore onore a ciò che non ne ha, perché nel corpo non vi sia divisione, ma anzi le varie membra abbiano cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. [ Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra. ] Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue. Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti fanno miracoli? Tutti possiedono il dono delle guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano?

 

Alleluia, alleluia alleluia.

Il Signore mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione.
Alleluia, alleluia alleluia.

 

Dal vangelo secondo Luca 1,1-4; 4,14-21

Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto. In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore». Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

Commento

Cari fratelli e care sorelle, Il libro di Neemia ci riporta al tempo in cui Israele tornò in Palestina dopo avere subito la lunga schiavitù e deportazione a Babilonia. Siamo circa nel 400 avanti Cristo e gli ebrei, tornando a Gerusalemme, trovano una città in completa rovina. Le distruzioni della guerra e l’abbandono l’hanno resa inabitabile. Per questo iniziò un lavoro di riedificazione della città, a partire dal tempio e dalle mura di cinta. Una città senza mura infatti era in balia di tutti quelli che volevano conquistarla e farne preda, ma anche senza tempio, per Israele, la città era come privata del suo centro propulsore.

Terminati questi lavori, così impegnativi, avviene una pubblica lettura della Scrittura, alla quale partecipa tutto il popolo. È un momento importante e pieno di commozione. Tutti sono toccati in profondità dall’ascolto della Parola che per tanto tempo era rimasta muta. È un evento che ristabilisce il legame forte e profondo del popolo con Dio che aveva caratterizzato le sue origini stesse e che nemmeno la distanza fisica, la deportazione e il senso di abbandono che aveva accompagnato questi eventi così duri era riuscito a rompere definitivamente.

Se pensiamo anche a noi, alla nostra società e al mondo di oggi, è facile notare un senso di estraneità di esso da Dio. Il vero problema della fede oggi, infatti, non è tanto la negazione di Dio. Difficilmente infatti oggi si trova chi affermi e predichi l’ateismo. Sono fenomeni marginali, e questo o perché si ritiene che la questione della fede sia cosa personale e di cui non sia il caso, qualsiasi sia la nostra posizione, parlarne pubblicamente. Oppure, e questo mi sembra il caso più frequente, si ritiene inutile la fatica intellettuale di affermare che Dio non esiste e di dimostrarlo in qualche modo, e fuori luogo affrontare la responsabilità di una presa di posizione così impegnativa e netta. Si preferisce non negare l’esistenza di Dio, purché questi non abbia nulla da dirci e da chiederci. È il modo comune di pensare e di credere e non credere oggi.

Questo però crea nell’uomo e nella donna un senso di insicurezza, come fluttuasse a mezz’aria, senza un appoggio sicuro e un terreno solido su cui camminare. L’esito di questa insicurezza è che si cerca disperatamente ciò che possa darcene almeno un po’: successo, soldi, ammirazione degli altri, ruoli sociali, ecc… Sono un po’ come quelle mura che si costruiscono attorno a Gerusalemme, per difendersi dagli attacchi e dall’insicurezza di una città senza risorse, ma anche come quel tempio, che ci si affretta a ricostruire, perché ridia una identità e restituisca alla religione il suo ruolo di rassicurante continuità con la tradizione.

Neemia però intuisce che non bastano mura solide e un tempio in piena efficienza per ridare vita al popolo, per restituirgli quell’anima che anni de deportazione e schiavitù hanno così umiliato. Egli sente che c’è bisogno che Dio parli al popolo, non basta che risieda nella sua sede terrena, il tempio, ma deve uscire, entrare nelle vite, rivolgersi agli ebrei come aveva fatto fin dai tempi di Abramo, dei patriarchi e dei profeti. Per questo è così toccante quella scena del popolo raccolto in silenzio, commosso dal risuonare delle parole che Dio gli ha rivolto nella storia: “Lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque, dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci d’intendere; tutto il popolo tendeva l’orecchio al libro della legge. … Infatti tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge.” Sì, quando l’uomo presta ascolto alla Parola di Dio che risuona vengono toccate le corde profonde della sua anima, e quelle che a prima vista sembrano storie antiche e racconti di un tempo che non c’è più diventano l’oggi di chi le ascolta.

È quello che avvenne anche a Gesù. L’evangelista Luca ce lo presenta mentre si reca in sinagoga e legge la Scrittura all’interno della preghiera comune. Legge le parole lasciate dal profeta Isaia, un uomo che era vissuto ben settecento anni prima di lui (e duemila settecento prima di noi). Luca sottolinea la profondità del clima meditativo che accompagna quella lettura: “Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui.” Come per Israele al tempo di Esdra, le parole risuonate nella sinagoga di Nazareth non scivolano via senza lasciare segno, ma anzi aprono un senso di attesa e di domanda. Gesù dà l’unica risposta vera a questa domanda e aspettativa, dicendo: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. Sì, Gesù afferma una verità profonda: ogni volta che la Parola di Dio risuona ed entra nei cuori essa realizza l’oggi della salvezza, ricostruendo l’integrità dell’uomo che lo ascolta e restituendogli la pienezza di vita che lo rende felice.

Lo ha ben chiaro Esdra che afferma: “Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza”. Cioè l’ascolto della Parola apre il tempo della pienezza della vita che dà gioia, e questa gioia frutto dell’ascolto e causa della reintegrazione della nostra piena umanità è la nostra unica e vera forza. Non le mura difensive, non l’edificio sacro e l’osservanza delle tradizioni rituali, ma l’ascolto della Parola difende Gerusalemme e il popolo dall’insicurezza e dai pericoli.

Noi oggi allora interroghiamoci sul nostro ascolto. Il risuonare della Parola suscita in noi quella commozione e quel turbamento del popolo riunito davanti a Esdra? Provoca la gioia di sentirsi pienamente umani e non più fluttuanti nel vuoto e sballottati dagli eventi subiti o cavalcati con la mutevolezza di un vento capriccioso, che oggi deprime e domani ci esalta?

Cari fratelli e care sorelle, uniamoci anche noi al popolo commosso degli ascoltatori della Parola di Dio, facciamo silenzio dentro di noi, facendo tacere le tante parole che rumoreggiano e che ci confondono e basta. Scopriremo che nell’oggi della nostra vita essa si realizza perché ci restituisce lo spessore di una vita fatta solo di sensazioni psicologiche e reazioni istintive; ci ridona i sentimenti forti e appassionati, al posto del gioco delle soddisfazioni e insoddisfazioni che girano come una banderuola a seconda di quanto successo riscuoto; restituisce un senso della vita autentico, che ha un peso e uno spessore più reale del senso di leggerezza e vacuità che accompagna tante nostre decisioni e scelte. Insomma, la Parola ci restituisce l’oggi perché ci collega ad una storia che non inizia e finisce con noi, ma raccoglie i tanti che ci circondano, le generazioni passate e quelle davanti alle quali abbiamo la responsabilità di trasmettere un mondo migliore.

E allora non possiamo mai uscire dalla Messa domenicale senza poter pronunciare per noi le parole di Gesù: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. Sì, oggi, e non domani, chissà quando, oggi e non quando mi va o mi sento pronto. Liberiamoci dalla schiavitù del nostro protagonismo psicologico e vago per assumerci la responsabilità di un mondo da vivere e un futuro da costruire nell’oggi delle nostre vite.

 
Preghiere

Donaci o Signore un ascolto attento e profondo della tua Parola, perché essa entri nei nostri cuori e risuoni con forza nelle nostre vite,

Noi ti preghiamo


Fa’ o Padre nostro che nessuna delle tue parole cada nel vuoto, ma rimanga in noi e ci turbi in profondità. Donaci la gioia autentica che viene dall’ascolto e che porta alla conversione della nostra vita

Noi ti preghiamo

 
Fa’ o Signore Gesù che ad ogni popolo sia proclamato il Vangelo di salvezza. Perché chiunque abbia presto la possibilità di udirne le parole e trovare in esse la speranza e il senso della propria vita,

Noi ti preghiamo

Sostieni in ogni luogo o Dio il lavoro di quanti comunicano il Vangelo e lo testimoniano come Parola efficace nell’oggi del nostro mondo,

Noi ti preghiamo
 

Perdona o Padre la durezza dei nostri cuori e la distrazione che fa scivolare via le tue Parole e le rende inutili e scontate. Manda il tuo Spirito nei nostri cuori perché siano attenti e docili,

Noi ti preghiamo

Concedi o Padre misericordioso a ciascuno di noi di giungere presto alla pienezza di vita che tu ci doni, perché senza dispersioni e vanità diveniamo discepoli della tua parola e esecutori docili dei tuoi comandi,

Noi ti preghiamo.


Salva o Dio tutti coloro che vivono nella guerra e la violenza, dona la tua pace a chi oggi è preda dell’odio, consola chi soffre per l’ingiustizia e la sopraffazione,

Noi ti preghiamo


Guarda o Padre misericordioso con amore a questo nostro mondo e suscita in esso uomini che vivano il coraggio e la fedeltà del tuo amore, perché ovunque nel mondo la Chiesa guidi a te chi è disperso e senza meta,

Noi ti preghiamo

 

II domenica del tempo ordinario - 20 gennaio 2013


 

Dal libro del profeta Isaia 62,1-5

Per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo, finché non sorga come aurora la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada. Allora le genti vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria; sarai chiamata con un nome nuovo, che la bocca del Signore indicherà. Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio. Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo. Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te.

 

Salmo 95 - Annunciate a tutti i popoli le meraviglie del Signore.

Cantate al Signore un canto nuovo,
cantate al Signore, uomini di tutta la terra.
Cantate al Signore, benedite il suo nome.
Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza.


In mezzo alle genti narrate la sua gloria,
a tutti i popoli dite le sue meraviglie.
Date al Signore, o famiglie dei popoli, +
date al Signore gloria e potenza,
date al Signore la gloria del suo nome.

Prostratevi al Signore nel suo atrio santo.
Tremi davanti a lui tutta la terra.
Dite tra le genti: «Il Signore regna!».
Egli giudica i popoli con rettitudine.

 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 12,4-11

Fratelli, vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune: a uno infatti, per mezzo dello Spirito, viene dato il linguaggio di sapienza; a un altro invece, dallo stesso Spirito, il linguaggio di conoscenza; a uno, nello stesso Spirito, la fede; a un altro, nell’unico Spirito, il dono delle guarigioni; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di discernere gli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro l’interpretazione delle lingue. Ma tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole.

 

Alleluia, alleluia alleluia.

Dio ci ha chiamati mediante il Vangelo,
per entrare in possesso della gloria del Signore.
Alleluia, alleluia alleluia.

 

Dal vangelo secondo Giovanni 2,1-12

In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, abbiamo ascoltato il racconto di Giovanni di quel giorno in cui Gesù compì il segno miracoloso del mutamento dell’acqua in vino a Cana. Nel passo subito precedente troviamo il racconto di quando Gesù chiamò i suoi primi discepoli a seguirlo, e poi, nell’episodio di Cana, è come se il Vangelo volesse indicare, con rapidi ma precisi tratti, chi è il discepolo e cosa è chiamato a fare.

La figura centrale dell’episodio infatti, quella che risalta maggiormente, non è tanto Gesù, quanto Maria. E’ lei infatti il motivo della presenza di Gesù al banchetto: “vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli” ed è lei che si accorge del bisogno sopravvenuto all’improvviso in quella festa: “Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino».

Queste due notazioni dell’evangelista ci fanno subito capire che Maria è il modello del discepolo e la sua grandezza viene subito rappresentata nel suo saper essere al fianco di Gesù con sensibilità e preoccupazione per chi si trova di fronte. E’ un po’ come nelle icone orientali in cui Maria non è mai raffigurata senza Gesù, per dire che dal suo rapporto stretto col Figlio deriva la sua grandezza.

È il discepolo infatti che Può far emergere con forza la presenza del Signore Gesù in un contesto, in una situazione ed è sempre il discepolo che si accorge di come Gesù sia l’unica risposta possibile ai bisogni che emergono.

All’inizio Gesù resiste alla richiesta di Maria di intervenire. Egli dice: “Non è ancora giunta la mia ora”, ma sua madre sembra non ascoltarlo e invita i servi a eseguire i suoi comandi. Maria non ha dubbi sul fatto che Gesù intervenga ed esaudisca la sua preghiera.

L’episodio vuol dirci che non è sempre l’ora dell’intervento del Signore, ovvero che questo non è scontato né banale, ma c’è bisogno che qualcuno prepari con la sua fede, a volte anche insistente e tenace, la realizzazione di quell’ora. E’ la fiducia cieca di Maria nell’intervento di Gesù che fa sì che l’ora giunga e il Figlio dia ascolto alla sua richiesta.

Ancora una volta si rivela un altro tratto del discepolo: la sua fiducia piena e incondizionata nel Signore è indispensabile perché si raggiunga “l’ora” in cui Gesù manifesti la sua potenza. Le parole di Maria infatti sono chiare: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”, e indicano un affidamento senza incertezze né dubbio. Il discepolo provoca l’intervento del Signore, affretta l’ora della manifestazione della sua potenza, ma anche suscita altri che si mettano al servizio della sua Parola, come i servi a cui Maria si rivolge. Quel “Qualsiasi cosa vi dica” mette in conto che il comando di Gesù possa apparire strano o illogico. Allo stesso tempo però esprime la convinzione che non si deve tanto dare importanza alla nostra impressione, quanto piuttosto eseguire fedelmente ogni sua indicazione.

Anche a noi spesso la Parola di Dio ci sembra illogica o irrealizzabile, inadatta alle situazioni e da attutire in alcuni suoi eccessi. Quel “qualsiasi cosa” ci solleva dal dover interpretare e mediare con la nostra sapienza pratica e pronta agli aggiustamenti, per essere invece strumenti disponibili e pronti ad eseguire, anche senza capire.

I servi eseguono il comando di Gesù, che veramente sembra ridicolo: manca il vino e lui ordina di travasare acqua da un contenitore all’altro, dai secchi agli orci, dagli orci alle brocche. Che senso ha tutto ciò? Cari fratelli e care sorelle, il Signore usa quello che trova nella nostra vita, e spesso non c’è molto più che semplice acqua: parole, gesti, decisioni poco saporite e che non sanno scaldare il cuore. Lui però sa trasformare la povera acqua delle nostre vite in vino, anzi nel vino migliore, più gustoso di qualunque altro noi avremmo saputo fare da noi stessi.

Quella festa continua, anzi diventa ancora più bella e felice dopo che il Signore è stato forzato dalla fede della discepola Maria a trasformare le povere cose a disposizione in qualcosa di prezioso. Ancora una volta, come a Natale, come nell’Epifania, Gesù ci si presenta non come un uomo forte e capace di operare segni portentosi che stupiscono tutti. A Cana infatti il Signore ha bisogno della fede di Maria e dell’aiuto dei servi, ha bisogno delle giare vuote e dell’acqua di una fonte. E’ questo suo mischiarsi alle cose della vita di tutti i giorni, questo suo non disprezzare la dimensione umile e banale delle piccole vite di quella famiglia di campagna a rendere gli uomini felici con il miracolo.

Il vangelo nota come pochi si accorsero di quello che era accaduto (Maria, i discepoli, i servi),e nemmeno erano le persone più importanti in quella circostanza, ma tanti godettero della bontà di quel vino e della gioia che seppe suscitare nei cuori. Noi, tante volte, cerchiamo che siano subito evidenti i risultati e che venga il riconoscimento per quel poco di buono che sappiamo fare, ma i discepoli di Gesù hanno imparato a gioire del bene non quando si riverbera su di loro stessi, ma quando sono gli altri a goderne, assieme a loro. E’ quella gratuità con la quale Gesù ha attraversato e continua a beneficare il mondo, operando miracoli di bene ovunque un discepolo con fede, senza stancarsi e tenacemente lo invita a colmare il vuoto di gioia e di vita. Impariamo a godere di miracoli dei quali noi non siamo i protagonisti o i realizzatori. Spesso se non è opera nostra non diamo importanza agli avvenimenti e nemmeno ce ne accorgiamo. Come quei sposi ignari e quegli ospiti goderono del vino buono meravigliandosi della sua qualità, così, anche noi impariamo a farci servi dell’opera salvatrice di Dio che lavora per rendere più umana e felice la vita di tutti.  siamo a conoscenza o dei quali noi non siamo che umili e inutili servitori. Probabilmente nessuno ci individuerà come cooperatori di quel miglioramento, ma non importa, impariamo a goderne e a ringraziarne il Signore. Anche noi infatti potremo gustare di quel vino buono che non si esaurisce ma disseta e rende felice la vita.

 
Preghiere

O Padre misericordioso, fa’ che come Maria sappiamo farci tuoi discepoli attenti alla mancanza di felicità dei luoghi in cui ci troviamo. Con fede insegnaci a invocare il tuo aiuto perché la potenza del tuo amore li trasformi.

Noi ti preghiamo


Signore Gesù fa’ che giunga presto la tua ora e che la vita degli uomini sia trasformata. Fa’ che l’insistenza della nostra preghiera e la fiducia in te possano trasfigurare l’acqua della nostra vita in vino buono.

Noi ti preghiamo


Ti preghiamo o Signore per tutte le vittime delle guerre e del terrorismo che insanguinano la terra. Accogli nel tuo amore coloro che muoiono e consola i feriti e chi ha perso tutto. 

Noi ti preghiamo

O Padre, Dio del cielo ti preghiamo per tutti coloro che hanno bisogno del tuo aiuto. Per i malati, i sofferenti nel corpo e nello spirito, i prigionieri, le vittime dell’odio e dell’ingiustizia. Sostienili e dona loro guarigione e salvezza.

Noi ti preghiamo


O Dio che non disprezzi le nostre povere vite ma hai mandato il tuo Figlio Unigenito a salvarle, fa’ che accogliamo con gioia le parole che egli ci dice e le mettiamo in pratica con coraggio ed umiltà.

Noi ti preghiamo

Come i discepoli furono testimoni e partecipi del miracolo di Cana, così, o Signore, fa’ che anche noi siamo attenti ai segni che tu operi nel mondo, per saperne gioire e godere con gratitudine.

Noi ti preghiamo.


In questo settimana che si apre di preghiera per l’unità di tutti i cristiani ti invochiamo o Dio perché noi tutti tuoi discepoli sappiamo essere una sola cosa, come tu ci inviti a fare.

Noi ti preghiamo

 

 

 

Fa o Signore che non manchi mai il tuo sostegno a tutti coloro che testimoniano il tuo amore e annunciano il Vangelo ovunque nel mondo. In modo particolare ti affidiamo i cristiani di tutti i Paesi in cui la vita è difficile e pericolosa.

Noi ti preghiamo

 

 

 

 

 

Preghiera del 23 gennaio 2013


Michea 6,6-8

"Con che cosa mi presenterò al Signore,

mi prostrerò al Dio altissimo?

Mi presenterò a lui con olocausti,

con vitelli di un anno?

Gradirà il Signore

migliaia di montoni

e torrenti di olio a miriadi?

Gli offrirò forse il mio primogenito

per la mia colpa,

il frutto delle mie viscere

per il mio peccato?".

8Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono

e ciò che richiede il Signore da te:

praticare la giustizia,

amare la bontà,

camminare umilmente con il tuo Dio.

 

Commento

Il brano si apre con la domanda dell’uomo: cosa mi chiede Dio?

È la domanda dell’uomo di fede, per il quale Dio ha spazio e rilevanza. L’uomo si pone la domanda del proprio debito nei confronti di Dio.

La risposta immediata che gli viene è quella del culto tradizionale di Israele, che prevedeva una serie di offerte e azioni per riconoscere la propria sottomissione al Signore. Potremmo dire che anche per noi la risposta più scontata è l’offerta del culto, o dell’osservanza delle prescrizioni.

Dio risponde a questo interrogativo con una proposta triplice:

praticare la giustizia,

amare la bontà,

camminare umilmente con il tuo Dio.

Sono le priorità, cioè quello che sta particolarmente a cuore a Dio. Non basta un “qualcosa”, dice Dio, non c’è un gesto da compiere o un obbligo da osservare, ma un “come” essere: giusto, buono, umile.

La giustizia consiste nel porre il proprio interesse sullo stesso piano di quello degli altri nostri simili, e resistere alla tentazione così spontanea di far prevalere il proprio su quello degli altri.

L’amore per il bene significa porre l’interesse degli altri nostri simili al di sopra del nostro, al di là del dovuto e dell’obbligo, come ad esempio quello fra parenti.

Infine camminare umilmente con Dio significa mettere l’interesse di Dio sopra quello nostro e degli altri.

C’è come una gradualità in salita: Dio ci richiama alla pedagogia con cui ci tratta e che non chiede più di quello che sa che siamo in grado di dare, ma  allo stesso tempo non si accontenta e non rinuncia a chiedere il massimo, accettando la gradualità e la fatica del rapporto con noi.

Oggi noi preghiamo in una settimana che in tutto il mondo è dedicata all’invocazione da Dio del dono dell’unità di tutti i cristiani. Questo dono non è qualcosa che si ottiene per via politica. Non è frutto di una trattativa per giungere ad un compromesso onorevole per tutti. L’unione viene dal farci tutti più vicini a Dio. Ed allora il triplice invito che il Signore rivolge al suo popolo attraverso il profeta Michea oggi è anche una indicazione di una via per l’unità. Iniziamo a vivere l’impegno per far nostri i tre gradini dell’amore così come ci sono presentati e ci ritroveremo sempre più vicini ai santi di tutti i tempi e di tutte le comunità cristiane che ascoltano la sua Parola e invocano il suo nome.