venerdì 25 ottobre 2013

XXX domenica del tempo ordinario - 27 ottobre 2013


Dal libro del Siràcide 35, 15-17.20-22

Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone. Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento. Chi la soccorre è accolto con benevolenza, la sua preghiera arriva fino alle nubi. La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità.

Salmo 33 - Il povero grida e il Signore lo ascolta.
Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino.

Il volto del Signore contro i malfattori,
per eliminarne dalla terra il ricordo.
Gridano e il Signore li ascolta,
li libera da tutte le loro angosce.

Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato,
egli salva gli spiriti affranti.
Il Signore riscatta la vita dei suoi servi;
non sarà condannato chi in lui si rifugia.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo 4,6-8.16-18

Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione. Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Alleluia, alleluia alleluia.
Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo,
affidando a noi la parola della riconciliazione.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 18, 9-14

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

 
Commento

Cari fratelli e care sorelle, Paolo scrive a Timoteo nel periodo finale della sua vita. L’apostolo confida al suo amico e collaboratore che si sente vicino alla fine della sua vita. Sono parole serie, ma non tristi, né tantomeno angosciate. Guarda indietro alla sua vita e la definisce come “una battaglia”. Anche a noi tante volte la vita sembra una lunga guerra. Bisogna farsi strada lottando e raramente si può evitare di difendersi dalle aggressioni altrui o di tenere alta la guardia per non soccombere. Oggi molti affermano che è inevitabile essere aggressivi, che bisogna abituarsi a vivere nella conflittualità e pronti a restituire i colpi che la vita ci fa subire in un’esistenza “tutti contro tutti”.

Ma Paolo parla di una battaglia diversa. Il suo scopo infatti non è farsi strada o prevalere, né assicurarsi le risorse che, specialmente in questo tempo di crisi, sono scarse e non bastano per tutti, ma è “conservare la fede”: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. Sì, la battaglia di Paolo è innanzitutto contro sé stesso e l’istinto innato in ogni uomo a perdere quella disponibilità alla fiducia e quell’apertura all’altro che è il cuore profondo della fede. La battaglia ingaggiata dall’apostolo è quindi l’esatto contrario di quella che il mondo ci propone fin da piccoli: lotta contro l’indurimento del cuore, per restare vulnerabili; lotta contro l’arroganza, per conservarsi miti; lotta all’orgoglio per essere umili; lotta contro ogni forma di violenza e prevaricazione per essere sempre pronti ad aprire per primi le mani e il cuore al fratello e a Dio. L’aver vinto questa battaglia ha come conseguenza aver conservato la fede negli uomini e in Dio, e questo permette a Paolo di parlare della sua morte senza quell’amarezza e disperazione, come sarebbe normale.

Noi, in genere, sfuggiamo anche il solo pensiero della morte e nessuno ne vuole parlare, perché chi si è abituato a mostrare un volto duro e a combattere per tutta la vita teme ogni forma di debolezza e nega che essa fa parte della vita, e la morte è il massimo della debolezza dell’uomo. Paolo non ne ha paura perché sa che lo attende il Signore giusto: confidando in lui è vissuto, ed ora a lui si affida nel momento di maggior debolezza: “Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno”. Chi infatti ha vissuto fidando solo nelle proprie forze su cosa potrà fare affidamento quando queste vengono meno e la debolezza si fa strada?

E’ necessario che fin da subito decidiamo di intraprendere la buona battaglia contro l’istinto a diffidare e a contrapporci, e potremo vincerla, come Paolo, e mantenere fino alla fine la fiducia nei fratelli e in Dio. Le due cose infatti vanno insieme, non si può dire di avere fede in Dio se non siamo pronti a confidare nel prossimo. Lo testimonia sempre l’apostolo, il quale afferma che pur essendo stato abbandonato nel momento della difficoltà, non solo non desidera il male di chi non lo ha aiutato, ma questo non è divenuto nemmeno motivo per decidere di pensare solo a se stesso. Anzi anche nella difficoltà, con l’aiuto del Signore, ha continuato a portare l’annuncio del Vangelo a tutti, preoccupandosi più della loro salvezza che della propria. Amore per il prossimo e amore per Dio, fiducia nel fratello e affidamento a Dio sono le due facce di un’unica medaglia.

A questo proposito l’evangelista Luca ci riporta una parabola che Gesù ha raccontato a chi rifiutava di vivere un atteggiamento di amore e disponibilità al fratello: “Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri.” Gesù sa che chi si sente superiore e disprezza gli altri non si pensa nemmeno figlio di Dio e gli si rivolge con arroganza e durezza, come fa appunto il fariseo della parabola. Per poter essere amici di Dio infatti bisogna partire dalla propria piccolezza di figli che da soli non possono fare nulla senza l’aiuto del padre. E’ la coscienza che esprime il pubblicano che, a differenza dell’orgoglioso fariseo, si avvicina con umiltà a Dio, riconosce il proprio peccato e invoca il suo aiuto con la fiducia del bambino.

Cari fratelli e care sorelle, il vangelo oggi ci indica come la via della nostra salvezza passi attraverso l’umiltà di riconoscere il proprio bisogno degli altri e la ricerca fiduciosa di essere amico con loro. Solo chi vive questo atteggiamento avrà la capacità di riconoscere la vicinanza di Dio e di invocare il suo aiuto. Ma chi al contrario coltiva in sé un senso orgogliosamente autosufficiente e diffidente non saprà riconoscersi figlio di Dio e bisognoso della sua salvezza.

Con animo umile dunque prepariamoci a vivere la dura battaglia contro noi stessi, coscienti che non solo il Signore starà al nostro fianco, ma che troveremo la salvezza di chi, riconciliato con tutti, vive una vita non spaventata e aggressiva ma fin da subito piena di gioia.


Preghiere

O Padre misericordioso, accoglici umili e peccatori. Perdonaci del male commesso e donaci la salvezza che viene dall’imitare te.

Noi ti preghiamo


O Dio fa’ che non viviamo orgogliosamente soddisfatti di noi stessi e convinti della superiorità sugli altri. Insegnaci a non temere la debolezza e a riconoscerci bisognosi dell’amore dei fratelli e del tuo perdono.

Noi ti preghiamo

O Signore Gesù che ti sei fatto umile servitore degli uomini, insegnaci a non difenderci dal tuo amore e a non allontanare i fratelli e le sorelle per paura di scoprirci bisognosi del loro affetto. Aiutaci ad essere sempre pronti a voler bene.

Noi ti preghiamo


Ti raccomandiamo o Padre misericordioso tutti coloro che camminano sulla via del male e perdono la vita propria e quella degli altri. Fa’ che con il nostro esempio comprendano la gioia che viene dalla lotta perché il bene vinca.

Noi ti preghiamo


O Signore del cielo aiutaci a combattere fin da ora la buona battaglia contro l’istinto ad allontanarci da te e a diffidare del prossimo. Fa’ che vittoriosi sul male conserviamo la fede.

Noi ti preghiamo


O Dio rendi il nostro cuore puro e umile, perché la nostra preghiera ti raggiunga oltre le nubi. Dona guarigione e salvezza a tutti coloro che ci sono a cuore, da’ pace e gioia a chi è nel dolore.

Noi ti preghiamo.


O Dio che sei il re della pace, fa’ cessare ogni guerra e ogni violenza perché con cuore riconciliato ognuno sappia costruire un destino comune in cui c’è posto per tutti.

Noi ti preghiamo


Proteggi o Signore tutti i tuoi discepoli ovunque dispersi. Fa’ che chi annuncia il tuo nome e vive come tu hai insegnato possa toccare il cuore di chi ancora non ti conosce.

Noi ti preghiamo

 

mercoledì 23 ottobre 2013

Preghiera del 23 ottobre 2013


 
Giona 2-3


Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti. Dal ventre del pesce Giona pregò il Signore, suo Dio, e disse:

"Nella mia angoscia ho invocato il Signore
ed egli mi ha risposto;
dal profondo degli inferi ho gridato
e tu hai ascoltato la mia voce.
Mi hai gettato nell'abisso, nel cuore del mare,
e le correnti mi hanno circondato;
tutti i tuoi flutti e le tue onde
sopra di me sono passati.
Io dicevo: "Sono scacciato
lontano dai tuoi occhi;
eppure tornerò a guardare il tuo santo tempio".
Le acque mi hanno sommerso fino alla gola,
l'abisso mi ha avvolto,
l'alga si è avvinta al mio capo.
Sono sceso alle radici dei monti,
la terra ha chiuso le sue spranghe
dietro a me per sempre.
Ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita,
Signore, mio Dio.
Quando in me sentivo venir meno la vita,
ho ricordato il Signore.
La mia preghiera è giunta fino a te,
fino al tuo santo tempio.
Quelli che servono idoli falsi
abbandonano il loro amore.
Ma io con voce di lode
offrirò a te un sacrificio
e adempirò il voto che ho fatto;
la salvezza viene dal Signore".

E il Signore parlò al pesce ed esso rigettò Giona sulla spiaggia.

Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore: "Àlzati, va' a Ninive, la grande città, e annuncia loro quanto ti dico". Giona si alzò e andò a Ninive secondo la parola del Signore.

Ninive era una città molto grande, larga tre giornate di cammino. Giona cominciò a percorrere la città per un giorno di cammino e predicava: "Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta".

I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli. Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere. Per ordine del re e dei suoi grandi fu poi proclamato a Ninive questo decreto: "Uomini e animali, armenti e greggi non gustino nulla, non pascolino, non bevano acqua. Uomini e animali si coprano di sacco, e Dio sia invocato con tutte le forze; ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani. Chi sa che Dio non cambi, si ravveda, deponga il suo ardente sdegno e noi non abbiamo a perire!".

Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece.

 Commento

 La scorsa volta abbiamo ascoltato il racconto della fuga di Giona quando Dio gli parla del male che c’è nella grande città di Ninive.

Alla fine però Giona accetta di ammettere che quel male non può fuggirlo perché non è solo fuori di sé, ma anche dentro di sé. È quando ammette a tutti i suoi compagni di sventura che stavano per sua colpa subendo il naufragio, e a non nascondersi dalla tempesta della vita.

Dicevamo come il Signore nella tempesta si fa compagno di Giona e lo protegge accogliendolo nel pesce che lo salva dai flutti.

Lì nel pesce Giona conosce un momento di intimità con Dio, cioè si ferma a parlare con lui e ad ascoltarlo, in amicizia, leggendo la sua vita alla luce di quello che Dio ha da dirgli.

È quello che facciamo anche qui, in questa “pancia di balena” che è questo luogo: protetti da Dio, avvolti dalla sua misericordia, troviamo l’intimità con lui per aprire il nostro cuore e rileggere la nostra settimana alla luce della sua Parola.

La preghiera di Giona mette in luce innanzitutto la sua piccolezza, il suo essere in balia della vita che lo trascina, lo percuote e lo inabissa mettendo in pericolo la sua stessa vita. La sua descrizione ci ricorda il triste fatto di Lampedusa di quasi un mese fa, quando tanta gente è stata inghiottita dal mare. Noi non siamo diversi da quei poveri profughi. Anche noi siamo in balia di forze che ci illudiamo di controllare. Per questo la gente, credendosi forte, prende distanza da quelle persone anzi a volte le disprezza e le giudica. Noi però con la preghiera di mercoledì scorso abbiamo voluto proprio dire questo: anche noi siamo deboli e fragili e il fatto che siamo stati privilegiati da una vita agiata e senza pericoli non è un merito, ma un dono si Dio che ci rende creditori nei loro confronti. Abbiamo un debito nei confronti dei più poveri, ma facciamo così fatica ad ammetterlo e ad accorgerci. Ma proprio nel momento in cui ci rendiamo conto della nostra fragilità apprezziamo pure la protezione che Dio ci accorda e nasce il desiderio di ringraziarlo e stare con lui, cioè la preghiera.

Per la seconda volta Dio parla a Giona e ripete le stesse parole dell’inizio. Questa volta però Giona è cambiato e non fugge più. Ha capito che la tempesta del male travolge tutti e che c’è bisogno di far conoscere a chi si fa trascinare lontano da Dio che solo in lui troviamo la salvezza dal male.

Ma la città è grande, e anche noi fa paura: cosa penseranno? Cosa diremo? Cosa possiamo fare?

Ninive era città larga tre giorni di cammino, cioè assolutamente sproporzionata alle forze di un uomo solo. Ma Giona non è solo, con lui c’è Dio che lo ha mandato.

Anche a noi è proposta una sfida impari: parlare e testimoniare Dio a tanti, gente difficile, magari dura di cuore e diffidente. Come fare? Non sono le nostre forze a contare, ma Dio che agisce in noi. Lasciamo trasparire la sua parola dai nostri gesti e atteggiamenti e tutto sarà facile.

Un uomo solo riesce a cambiare il destino di una città. È il potere che viene dato a ogni discepolo di Cristo. Che ne facciamo di questo potere? Anche a noi è chiesto di essere profeti, di annunciare con tutta la nostra vita che la vera salvezza viene da Dio e non dalla forza di cui ci sentiamo dotati quando riusciamo a sovrastare gli altri. Giova vince su Ninive non con la forza delle armi o della ricchezza, ma con la debolezza della parola e della sua testimonianza personale: da uomo mezzo affogato a uomo salvato da Dio e salvatore di tanti.

È questo che anche a noi Dio propone anche oggi, sta a noi smettere di fuggire e prenderci la responsabilità di vivere per gli altri, per la salvezza della città grande.

 

sabato 19 ottobre 2013

Incontro con i genitori dei ragazzi del catechismo - domenica 20 ottobre 2013


Incontro con i genitori dei ragazzi del catechismo

Parrocchia di Santa Croce 20 ottobre 2013

 

Ci incontriamo oggi per provare ad interrogarci su un tema di grande importanza e cioè come aiutare i nostri ragazzi a crescere nel modo migliore.

So che questa è una preoccupazione che abbiamo particolarmente a cuore. Infatti ci preoccupiamo della loro salute, della loro istruzione, dell’educazione e, qui a Santa Croce, della loro crescita spirituale. Sono tutti elementi importanti e nessuno di essi va trascurato per il loro bene.

La Scrittura in questo nostro compito così serio ci può essere di grande aiuto. In essa infatti è racchiusa una sapienza profonda che viene direttamente da Dio, il quale ci vuole comunicare proprio attraverso le sue parole il senso ultimo della vita e come raggiungere la felicità che viene da esso.

Proviamo allora oggi insieme a interrogare la Scrittura per cogliere alcuni aspetti di come aiutare i nostri ragazzi a crescere bene.  

Vorrei oggi introdurvi ad una figura un po’ particolare, il profeta Giona. È un profeta un po’ bizzoso e così restio a prendersi la responsabilità del bene comune.

Leggiamo la prima parte della sua storia:

 

Fu rivolta a Giona, figlio di Amittài, questa parola del Signore: "Alzati, va' a Ninive, la grande città, e in essa proclama che la loro malvagità è salita fino a me".

Giona invece si mise in cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore. Scese a Giaffa, dove trovò una nave diretta a Tarsis. Pagato il prezzo del trasporto, s'imbarcò con loro per Tarsis, lontano dal Signore.

Ma il Signore scatenò sul mare un forte vento e vi fu in mare una tempesta così grande che la nave stava per sfasciarsi. I marinai, impauriti, invocarono ciascuno il proprio dio e gettarono in mare quanto avevano sulla nave per alleggerirla. Intanto Giona, sceso nel luogo più in basso della nave, si era coricato e dormiva profondamente. Gli si avvicinò il capo dell'equipaggio e gli disse: "Che cosa fai così addormentato? Alzati, invoca il tuo Dio! Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo".

Quindi dissero fra di loro: "Venite, tiriamo a sorte per sapere chi ci abbia causato questa sciagura". Tirarono a sorte e la sorte cadde su Giona. Gli domandarono: "Spiegaci dunque chi sia la causa di questa sciagura. Qual è il tuo mestiere? Da dove vieni? Qual è il tuo paese? A quale popolo appartieni?". Egli rispose: "Sono Ebreo e venero il Signore, Dio del cielo, che ha fatto il mare e la terra". Quegli uomini furono presi da grande timore e gli domandarono: "Che cosa hai fatto?". Infatti erano venuti a sapere che egli fuggiva lontano dal Signore, perché lo aveva loro raccontato.

Essi gli dissero: "Che cosa dobbiamo fare di te perché si calmi il mare, che è contro di noi?". Infatti il mare infuriava sempre più. Egli disse loro: "Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia".

Quegli uomini cercavano a forza di remi di raggiungere la spiaggia, ma non ci riuscivano, perché il mare andava sempre più infuriandosi contro di loro. Allora implorarono il Signore e dissero: "Signore, fa' che noi non periamo a causa della vita di quest'uomo e non imputarci il sangue innocente, poiché tu, Signore, agisci secondo il tuo volere". Presero Giona e lo gettarono in mare e il mare placò la sua furia. Quegli uomini ebbero un grande timore del Signore, offrirono sacrifici al Signore e gli fecero promesse.

Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti. Dal ventre del pesce Giona pregò il Signore, suo Dio.

 

Il racconta inizia con Dio che si rivolge a Giona e gli indica quanto male c’è nella città di Ninive.

Dio si manifesta a lui non tanto per giudicarlo o per dirgli cosa deve fare e non deve fare. Il suo intervento è aprirgli gli occhi sul male della città. Dio fa questo perché a lui interessa che gli uomini siano felici e non facciano una brutta fine, cioè non siano né operatori di violenza e di male, né vittime. Infatti il male ha questa capacità distruttiva di rovinare la vita sia di chi lo fa che di chi lo subisce, anche se a volte non ci sembra, e abbiamo come l’impressione che si possa accettare il male come una dimensione normale della vita, nostra e degli altri.

Non per Dio, che vede nel male che entra nella vita degli uomini, e la città è il luogo dove gli uomini stanno insieme, il problema più grande e il dramma più urgente.

Per questo ne parla a Giona, come per fare una confidenza all’amico.

Giona però per tutta risposta scappa via da lui.

Non vuole vedere il male, preferisce ignorarlo.

Dio sperava che Giona si sentisse interrogato dal male che imperversava nella città, ma invece il profeta scappa la domanda e cerca rifugio lontano, dove non può sentire Dio che gli mette questo tarlo fastidioso in testa.

Il modo che sceglie Giona per fuggire non è molto originale: si butta a capofitto nel viaggio. Il viaggio nella Scrittura è spesso una immagine della vita. Giona pensa che il viaggio riesca a nasconderlo a Dio e a non fargli più sentire quelle parole sul male della città così fastidiose. Anche noi spesso cerchiamo nell’affanno di una vita piena di cose il modo per ignorare Dio e il male.  Certo, la vita di oggi ci impone tante cose da fare e spesso gli impegni si accavallano con un ritmo incessante: lavoro, faccende domestiche, burocrazia, responsabilità familiari, ecc… a volte sembra che una giornata non abbia sufficienti ore per farci entrare tutto quello che si ha da fare.

Ma se facciamo un piccolo esame di coscienza, è vero che non c’è un angoletto libero? È vero che non c’è un tempo vuoto che noi ci affanniamo di riempire con qualcosa da fare, perché sennò ci sentiamo male?  Io credo che noi usiamo anche tanto tempo in sciocchezze, proprio per riempirci la vita di cose perché non vi sia un vuoto per pensare e per lasciarsi raggiungere dalla voce di Dio.

E nel viaggio incontriamo anche la tempesta. Difficile che si possa sfuggire dalla tempesta, ciascuno di noi lo sa. Davanti ad essa siamo presi dal panico e cominciamo a fare fuori tutto quello che ci sembra possa essere la sua causa, come facevano i marinai. Togliamo quello, chiudiamo quello, smettiamo l’altro, ecc… nella speranza di riuscire a eliminare la causa della tempesta.

Ma siamo sicuri che essa sia fuori di noi?

Giova sceglie invece l’altra via possibile, si estranea e si mette a dormire in un angoletto tranquillo aspettando che passi, ma quella non passa.

Questi dei atteggiamenti descrivono anche noi, come ci muoviamo davanti alle difficoltà e ai problemi della vita.

Giona però viene svegliato dagli altri e ammette che la causa della tempesta sta dentro di lui, in quel suo essersi fatto complice del male della città, chiudendo le orecchie alla parola di Dio che glielo indicava chiedendogli di provare a fare qualcosa.

Finalmente Giona si assume la responsabilità del male, e tutto cambia. La nave trova la salvezza, i marinai sono pieni di felicità. Certo per fare questo Giona deve andare fino infondo e affrontare la fatica di nuotare in mezzo ad acque difficili. Prima se ne stava tranquillo a dormire, ma la tempesta lo stava facendo finire a fondo, ora si deve dare da fare, le cose fi fanno più complicate, ma si intravede una via di uscita.

Soprattutto Dio non lascia solo Giona ad affrontare le onde del mare. Finalmente le ha affrontate senza fuggirle come se non lo riguardassero, e per questo Dio lo aiuta e lo avvolge nella sua protezione, il ventre di quel pesce. Finalmente in questo momento. Giona riscopre la paternità buona di Dio e impara a pregare, cioè gusta la bellezza di starsene un po’ a tu per tu con Dio, senza fuggirlo, senza distrarsi in mille cose da fare, senza fare finta che non ci sia.

La messa della domenica è un po’ questo momento in cui gustiamo la protezione avvolgente di Dio che ci prende in disparte, ci risolleva dalle onde fra le quali ci affatichiamo a navigare durante tutta la settimana, e ci fa riscoprire la bellezza di non fuggire da lui.

Però per gustare tutto questo dobbiamo fuggire dalle due tentazioni che dicevo: quella di pensare che il male sta solo fuori di noi e quella di cercare di sfuggirlo standosene in un angoletto tranquillo, a dormire il sonno del pensare a se stessi.

La liturgia domenicale ci tuffa nel mare del mondo, ma non per farci morire affogati, ma per farci trovare la protezione di Dio dai pericoli. Finché ce ne stiamo in disparte senza sentirci interrogati dal male del mondo, siamo agitati dalle tempeste senza riuscire a capire come uscirne, ma se ascoltiamo Dio senza scappare via la tempesta si placa perché non siamo più soli ad affrontarla.

 Che cosa c’entra tutto questo con i nostri ragazzi?

Noi rischiamo di comunicare loro questo nostro modo di vivere, senza aiutarli a maturare invece un senso di responsabilità verso gli altri, cioè la Ninive della Bibbia. Tante volte, con l’intento di proteggerli dal male, noi gli comunichiamo che per essere felici bisogna trovarsi un angoletto dove mettersi al riparo, come Giona, dormendo al coperto mentre fuori c’è la tempesta, oppure a dare la colpa a gli altri, pensando che il male sta sempre fuori di noi.

Purtroppo però facendo così non li aiutiamo a crescere bene, anzi, si troveranno impreparati ad affrontare la tempesta e navigare solo per scappare non fa arrivare da nessuna parte.

Per questo io vi consiglio, di cuore e spassionatamente, di assomigliare al Giona della fine del brano, che si assume la responsabilità del male che si abbatte su lui e i suoi compagni e ne affronta la fatica personale di farsene carico, scoprendo così anche la bellezza della compagnia di Dio. Così facendo darete l’esempio migliore di come vivere felici, e questo è veramente il regalo più bello e importante che possiamo fare loro.

venerdì 18 ottobre 2013

XXIX domenica del tempo ordinario - 20 ottobre 2013

 
Dal libro dell'Èsodo 17, 8-13
In quei giorni, Amalèk venne a combattere contro Israele a Refidìm. Mosè disse a Giosuè: «Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalèk. Domani io starò ritto sulla cima del colle, con in mano il bastone di Dio». Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalèk, mentre Mosè, Aronne e Cur salirono sulla cima del colle. Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalèk. Poiché Mosè sentiva pesare le mani, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi si sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. Giosuè sconfisse Amalèk e il suo popolo, passandoli poi a fil di spada.
Salmo 120 - Il mio aiuto viene dal Signore.
Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l’aiuto?
Il mio aiuto viene dal Signore:
egli ha fatto cielo e terra.

Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.
Non si addormenterà, non prenderà sonno
il custode d’Israele.

Il Signore è il tuo custode, +
il Signore è la tua ombra
e sta alla tua destra.
Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte.

Il Signore ti custodirà da ogni male:
egli custodirà la tua vita.
Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri,
da ora e per sempre.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo 3, 14-4, 2
Figlio mio, tu rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente. Conosci coloro da cui lo hai appreso e conosci le sacre Scritture fin dall’infanzia: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene mediante la fede in Cristo Gesù. Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona. Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento.
Alleluia, alleluia alleluia.
La parola di Dio è viva ed efficace,
discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.

Alleluia, alleluia alleluia.
Dal vangelo secondo Luca 18, 1-8
In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.  Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».  E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».
 
Commento
Oggi è un giorno speciale, come sempre è eccezionale e straordinaria la domenica, perché ci prende e ci porta lontano dall’abituale scorrere del tempo, fatto di lavoro, di studio (per chi è più giovane) di tante occupazioni che ci riempiono le giornate. La messa ci tira fuori dal groviglio dei mille affanni e ci accompagna su un monte, come fece Mosé in quella giornata di lotta fra il popolo d’Israele e Amalek, come abbiamo ascoltato nella prima lettura.
Sì, questo luogo dove ci troviamo oggi è un luogo alto, come un monte, perché è reso santo dalla presenza del Signore che ci parla. E’ vero è una piccola chiesa, eppure ogni domenica il Signore ci convoca a salire sull’alto colle di questa casa perché ci vuole parlare. Ecco che allora anche da un luogo piccolo, come la chiesa di Santa Croce, quasi nascosta nel centro di Terni, possiamo oggi abbracciare con lo sguardo del nostro cuore tutto il nostro quartiere, ma anche di più, la città e il mondo intero.
Mosé quella mattina dal colle sul quale era salito poteva vedere ai piedi dell’altura la lotta che si svolgeva fra i due eserciti in combattimento. Anche noi qui dall’alto possiamo vedere le tante guerre, piccole e grandi che dividono gli uomini e le donne attorno a noi. E questo è un dono del Signore, perché quando ci stiamo in mezzo neanche ce ne accorgiamo e troppo spesso diventiamo anche noi bellicosi combattenti. Anche noi infatti viviamo le nostre battaglie per far prevalere il nostro modo di vedere, per farci valere, per avere ragione, e così via. E’ così facile vivere infatti una cultura del nemico secondo la quale per sentirsi forti e contare qualcosa bisogna essere contro qualcuno. Per questo la Messa della domenica è un dono prezioso, perché ci fa salire in alto, ci fa smettere di sgomitare, e ci porta nel luogo santo dove possiamo incontrare il Signore che è la vera pace.
Mosè osservava quella battaglia non come chi vede le cose con distacco. E’ preoccupato perché vede gente soffrire, lottare gli uni contro gli altri, odiarsi, farsi del male. Da questa battaglia dipende il futuro del suo popolo. Per questo alza le braccia verso il Signore e invoca la sua protezione.
Anche noi, come Mosè, possiamo alzare le nostre braccia ed invocare la fine delle tante lotte che ci mettono gli uni contro gli altri. La fine della condanna che pesa sugli anziani, lasciati tante volte da soli. La fine della tristezza dei più giovani che non riescono più a credere nell’amicizia, delusi da noi adulti che non sappiamo voler bene con fedeltà. La fine della sofferenza dei tanti che sono colpiti dalla crisi, che non sanno come andare avanti, che hanno perso il lavoro o che non lo trovano. La fine delle lotte sanguinose che provocano la fuga di tanti attraverso il mare, con gli esiti tragici che tutti noi conosciamo. Ogni domenica, dall’alto del monte della messa domenicale, vediamo tutta questa sofferenza attorno a noi e come Mosè abbiamo il potere di alzare le nostre braccia e pregare il Signore che non è sordo alla nostra invocazione e combatte dalla parte di chi rischia di soccombere sotto il peso del male.
Tante volte noi invece preferiamo non fare la fatica di salire su questo monte, e nella confusione della vita quotidiana cerchiamo un angolo riparato e tranquillo in cui nasconderci nell’indifferenza. Un angolo nel quale ci illudiamo di sfuggire al male e di trovare la pace perché non vediamo quello che avviane attorno a noi e così non ce ne sentiamo coinvolti. Ma, fratelli e sorelle, questa è una falsa salvezza dal male, perché esso non viene solo da fuori, ma, anzi, il più delle volte sgorga proprio da dentro di noi. Per questo gli diamo meno peso e lo tolleriamo quasi con tenerezza, perché fa parte di noi. Eppure le sue conseguenze non sono meno sanguinose e terribili della violenza che ci circonda.
Restando avvolti dell’indifferenza e dell’egoismo sanciamo la nostra condanna ad essere per sempre imprigionati alla schiavitù del male. L’unico modo infatti per vincere il male non è ignorarlo, ma combatterlo, in sé e negli altri. Estirpare le radici della rivalità, dell’egoismo, del menefreghismo e della sopraffazione è infatti, paradossalmente, l’unico modo per vivere la pace, che è proprio la vittoria sul male. Lo abbiamo recentemente visto per quanto riguarda la realtà dell’emigrazione: i tragici risultati di morte in mezzo al mare sono il frutto di una mentalità di chiusura e paura che non ci è estranea. Non basta sentirsi a posto perché non si hanno responsabilità dirette in quei fatti, bisogna invece piuttosto assumersi il peso del male e combatterlo, come abbiamo fatto mercoledì scorso pregando in questa chiesa assieme a tanti nostri fratelli eritrei e nigeriani che quel dramma lo hanno vissuto sulla loro pelle. E’ il ruolo che Mosè assume sul monte della preghiera. Partecipa con fatica e sofferenza alla guerra che avviene e, proprio per questo, alzando le braccia e invocando l’aiuto di Dio, riesce a vincerla. Non confida infatti solo nelle sue forze, ma anzi ha bisogno di Aronne e Cur che sorreggano le sue mani. Mosè non è un eroe isolato e invincibile: è debole e bisognoso come noi, ma la sua forza è proprio nel farsi aiutare e nel coinvolgere altri nella sua battaglia contro il male.
Abbiamo bisogno del fratello e della sorella per vincere il male: la pace e la felicità a cui tutti giustamente aspiriamo non viene dall’isolamento nell’indifferenza, ma dall’alleanza con tanti che sorreggano le nostre mani nello sforzo di voler più bene fino a farci intercessori davanti a Dio.
Questa è l’eredità più preziosa che potremo lasciare ai nostri figli. Comunicargli l’umiltà di non credersi autosufficienti e bastanti a se stessi, la tenacia di non arrendersi davanti al male e la fiducia di rivolgersi a Dio per ricevere da lui l’aiuto necessario a vincerlo dentro di sé e attorno a sé.
Questa casa allora ogni domenica dilata le sue mura: non è più un luogo piccolo e insignificante, confuso nel caos della città, ma diventa un monte altro sul quale osservare il mondo, partecipare dei suoi dolori, avvertire con passione il suo bisogno di bene, e dove assieme ci sosteniamo per alzare le mani e chiedere a Dio la forza di fare nostra la battaglia contro il male del mondo.
 Care sorelle e cari fratelli con questo sogno negli occhi invochiamo l’aiuto del Signore e la nostra vita cambierà, il mondo attorno a noi sarà migliore, più umano e caldo di amore.
Preghiere
 
Ti ringraziamo o Dio misericordioso perché ci convochi sul monte santo della liturgia. Fa’ che usciamo dalla confusione della vita ordinaria per imparare a guardare al mondo con gli stessi tuoi occhi misericordiosi e buoni.
Noi ti preghiamo
Guida o Padre buono i nostri passi perché non ci disperdiamo su strade che ci allontanano da te e dai fratelli, ma, come una famiglia, ci incamminiamo assieme verso la domenica, luogo dell’incontro con te.
Noi ti preghiamo
O Signore Gesù, aiutaci a vincere le rivalità e le contrapposizioni che ci dividono dagli altri. Tu che sei mite e umile di cuore mostraci la via dell’amore che conduce alla gioia vera.
Noi ti preghiamo
Fa’ o Signore che tutti quelli che cercano un senso alla loro vita possano incontrarlo nell’amore che tu ci insegni. Guida i passi degli incerti perché incontrino fratelli e sorelle testimoni del vangelo e operatori di bene.    
Noi ti preghiamo
 
Dona o Signore la tua pace ai popoli in guerra, fa’ tacere le armi e aiuta tutti gli uomini a vivere con animo riconciliato, perché nessuno più muoia e soffra per mano del fratello.
Noi ti preghiamo
Sostieni o Padre misericordioso tutti coloro che sono nel bisogno: chi è senza casa, chi è solo e nel dolore, i malati e i sofferenti. Dona al mondo intero guarigione e salvezza.
Noi ti preghiamo.
Guida e proteggi o Dio i tuoi discepoli ovunque essi vivano. Fa’ che le loro parole e le loro azioni parlino di te a chi ancora non ti conosce.
Noi ti preghiamo
Ti preghiamo o Signore Gesù per tutti quelli che sono in pericolo per i viaggi alla ricerca della libertà e della pace. Proteggi il loro cammino e salvali dalla morte.
Noi ti preghiamo
 

venerdì 11 ottobre 2013

Preghiera ecumenica "Morire di Speranza"


XXVIII domenica del tempo ordinario - 13 ottobre 2013


 

Dal secondo libro dei Re 5, 14-17

In quei giorni, Naamàn [, il comandante dell’esercito del re di Aram,] scese e si immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola di Elisèo, uomo di Dio, e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato [dalla sua lebbra]. Tornò con tutto il seguito da [Elisèo,] l’uomo di Dio; entrò e stette davanti a lui dicendo: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele. Adesso accetta un dono dal tuo servo». Quello disse: «Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò». L’altro insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò. Allora Naamàn disse: «Se è no, sia permesso almeno al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne porta una coppia di muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dei, ma solo al Signore».

 

Salmo 97 - Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia.
Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo.

Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d’Israele.

Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni!


Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo 2, 8-13

Figlio mio,  ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide, come io annuncio nel mio vangelo, per il quale soffro fino a portare le catene come un malfattore. Ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna.  Questa parola è degna di fede: Se moriamo con lui, con lui anche vivremo;  se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
In ogni cosa rendete grazie:
questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.

Alleluia, alleluia alleluia.


Dal vangelo secondo Luca 17, 11-19

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

 

Commento

 

Cari fratelli e care sorelle, il  Vangelo del Signore oggi ci si presenta innanzitutto come un viaggio. Non a caso il brano è tutto pieno di parole che indicano il movimento: Cammino, attraversava, entrando, vennero incontro, andate, ecc... La vita di Gesù si svolge per lo più sulle strade, nelle piazze, lungo le vie, e lì incontra le tante persone con cui ha un rapporto.

Questo non è un caso, ma sta a significare che la vita con Dio è un cammino: uscire da sé stessi e andare verso una meta che sono gli altri e Dio stesso. Chi sta fermo non è con Dio, perché rifiuta la compagnia di qualcuno che non sta fermo su se stesso. È la stessa esperienza fondante del popolo di Israele: l’esodo dalla terra di schiavitù per andare verso la terra promessa. E non a caso tre volte al giorno il pio israelita recita la preghiera Shemà Israel, che ricorda proprio questa realtà peregrinante dell’uomo di Dio.

A noi il viaggio fa paura: si incontrano realtà sconosciute, persone diverse, si fa fatica, ci vuole tempo. Noi preferiamo la sedentarietà di una situazione in cui conosciamo l’ambiente e sappiamo bene come sono le persone con cui abbiamo a che fare. Ma il nomadismo è nel DNA della nostra fede: Abramo, il padre dei credenti, il primo a cui Dio promise un futuro grande e felice, promessa di cui anche noi cristiani, ultimi arrivati, siamo eredi proprio perché innestati nella discendenza di Abramo, era un nomade e Dio gli chiese come primo gesto di fiducia di uscire dalla sua terra e di lasciare la casa della sua famiglia per intraprendere un viaggio.

Anche ai lebbrosi che invocano la guarigione Gesù chiede di intraprendere un cammino: “Andate a presentarvi ai sacerdoti.” Sembra una proposta sciocca: cosa potranno mai sperare di ottenere?

Gesù chiede innanzitutto di uscire da una vita centrata solo su se stessi e di andare incontro all’altro. Lì c’è la salvezza dalla malattia, la peggiore delle malattie, come era la lebbra al tempo di Gesù, perché non solo minava la salute fisica, ma allontanava da tutti e rendeva intoccabili e inavvicinabili. Sembra un paradosso, ma proprio a coloro che erano allontanati da tutti il Signore chiede di andare verso gli altri!

Anche noi tante volte abbiamo mille motivi per sentirci in dissidio con gli altri: con tutto quello che mi hanno fatto o che non hanno fatto per me, perché io dovrei andare incontro all’altro? E così restiamo per conto nostro a rimuginare sui torti subiti e i diritti non riconosciuti. Gesù ci chiede innanzitutto di uscire da questa “prigione volontaria”. Sì, è una vera e propria prigione, di cui noi possediamo le chiavi: ci lamentiamo di essere isolati e soli, ma siamo noi stessi che allontaniamo gli altri, che li sentiamo come un fastidio inutile, se non pericoloso.

Il vangelo dice che “mentre essi andavano, furono purificati.” Cioè il muovere il primo passo verso l’altro è già l’inizio della guarigione, già mentre siamo ancora in viaggio, ancora prima di arrivare alla meta. E’ il forzare la nostra chiusura, la diffidenza, le paure, le difese che ci apre alla felicità di far entrare la vita degli altri nella nostra. Sembra un’assurdità, perché è l’esatto contrario di quello che ordinariamente si crede. Dicono: pensa a te stesso, stattene per conto tuo, e avrai meno problemi, sarai più felice. Il Signore ci indica la via opposta e, come sempre, è lui a fare per primo quello che chiede agli altri: anche lui infatti si avvicina ai lebbrosi, non li evita, nonostante fossero considerati pericolosi, li incontra, li ascolta e li guarisce. E la prima guarigione sta proprio in quel rapporto che li fa uscire dall’isolamento.

La meta del viaggio che Gesù indica a quei dieci è il tempio, dove i lebbrosi potevano essere riaccolti nella comunità e dove ringraziare Dio con una offerta per la guarigione ottenuta. Il Signore chiede una fiducia piena nel suo aiuto: ancora prima di essere guariti considerarsi già sanati e pronti a ringraziare Dio per il dono ottenuto. E’ la fede di un bambino che sa già che otterrà quello che sta per chiedere. Ma non basta la fede, ci vuole anche la gratitudine per il dono ricevuto. Su dieci solo uno torna a rendere lode e ringraziare, ed è solo lui che ottiene oltre alla guarigione anche la salvezza. Anche noi troppo spesso non siamo mai soddisfatti, sempre lamentosi e recriminatori, perché siamo incapaci di essere grati di quanto abbiamo ricevuto. Sembra che quello che abbiamo e che siamo invece di essere un dono immeritato e generoso da parte di Dio è un diritto di cui non c’è bisogno di essere grati.

Fratelli e sorelle, accogliamo questo invito ad essere uomini e donne pronti a uscire dal chiuso di una vita  che allontana gli altri, basta fare il primo passo e la guarigione ci aprirà ad un senso grato della vita. E’ il primo passo che porta alla salvezza, perché è il Signore che compirà gli altri e ci guiderà alla vita che non finisce.

  

Preghiere

 

O Dio ti ringraziamo perché ci liberi dalla prigione di una vita chiusa dal piccolo orizzonte individuale, per aprirci alla libertà di un amore senza confini.

Noi ti preghiamo


Guidaci, o Signore Gesù, sulla via che ci conduce all’incontro con il fratello e la sorella, perché aprendo la nostra vita ad essi impariamo a vivere come tuoi discepoli e figli di un unico padre.

Noi ti preghiamo


Aiutaci o Signore Gesù a vincere la paura che ci chiude all’incontro con i fratelli, specialmente i più poveri e bisognosi del nostro aiuto. Fa’ che sappiamo vedere nel volto di chi incontriamo qualcuno da amare e a cui tendere la mano amica.

Noi ti preghiamo


Guida o Signore tutti coloro che sono persi nei sentieri tortuosi del male e non trovano la strada per incamminarsi verso di te. Fa’ che, anche con il nostro esempio, la tua Parola orienti i loro passi e illumini il loro cammino.

Noi ti preghiamo


Sostieni o Dio del cielo tutti coloro che sono colpiti dal male e soffrono a causa della violenza degli uomini e della natura. Fa’ che trovino presto il sostegno e la consolazione di cui hanno bisogno.

Noi ti preghiamo

Guarda con amore a noi tuoi figli e, nonostante il nostro peccato, ti preghiamo di guidare i nostri passi sulla via del bene. Fa’ che, fidandoci del tuo amore misericordioso, affidiamo a te la nostra salvezza.

Noi ti preghiamo.

Proteggi e sostieni o Padre del cielo tutti coloro che annunciano la tua Parola e cercano di viverla, perché il tuo Nome porti salvezza e vita dove oggi regnano le tenebre.

Noi ti preghiamo


Ti preghiamo o Padre Santo, di essere sempre al nostro fianco perché anche nei momenti bui e di dimenticanza sappiamo accorgerci della tua presenza amorevole ed essere grati per la tua grande bontà.

Noi ti preghiamo