lunedì 3 aprile 2017

V domenica del tempo di Quaresima - Anno A - 2 aprile 2017




Dal libro del profeta Ezechiele 37, 12-14
Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò». Oracolo del Signore Dio.

Salmo 129 - Il Signore è bontà e misericordia.
Dal profondo a te grido, o Signore;
Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia supplica.

Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi ti può resistere?
Ma con te è il perdono:
così avremo il tuo timore.

Io spero, Signore, Spera l’anima mia,
attendo la sua parola.
L’anima mia è rivolta al Signore
più che le sentinelle all’aurora.

Più che le sentinelle l’aurora, Israele attenda il Signore, +
perché con il Signore è la misericordia
grande è con lui la redenzione.
Egli redimerà Israele
da tutte le sue colpe.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani  8, 8-11
Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.  

Lode a te o Signore, re di eterna gloria
Io sono la risurrezione e la vita, dice il Signore,
chi crede in me non morirà in eterno.
Lode a te o Signore, re di eterna gloria

Dal vangelo secondo Giovanni 11, 1-45
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Didimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.  Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberatelo e lasciatelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Commento

Cari fratelli e care sorelle, siamo giunti quasi alla fine del nostro cammino di Quaresima. Domenica prossima entreremo con Gesù in Gerusalemme per vivere con lui gli ultimi giorni della sua Passione e morte, in attesa della sua Resurrezione.
È stato un tempo intenso, che ciascuno di noi ha vissuto fissando lo sguardo su Gesù allo scopo di renderci conto meglio del bisogno che abbiamo della sua salvezza. Ma la salvezza da che cosa?
Il Vangelo di oggi ce lo mostra con evidenza: il Vangelo proclama la salvezza dalla morte, ma in che senso? È evidente che Gesù non ci libera dalla morte fisica. Infatti da un lato la morte di Lazzaro ci ripropone la natura limitata della nostra vita: tutti siamo destinati come lui a morire un giorno. Ma non è solo di quella morte fisica che il Vangelo ci parla, e il miracolo di Gesù che resuscita Lazzaro non significa tanto la liberazione da essa. Infatti questi, pur essendo resuscitato da Gesù, non è liberato dal suo destino mortale, che più tardi lo inghiottirà nuovamente, con una seconda, e questa volta definitiva, morte.
Gesù piuttosto con le sue parole e azioni sembra volerci dire che esiste una morte più temibile di quella fisica, perché definitiva e senza scampo, che è la mancanza di fede. È questa la morte dalla quale Gesù vuole liberare Lazzaro, quelli che stanno con lui e tutta l’umanità, portandoli alla fede che Gesù afferma: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno.” La vera morte che Gesù vuole vincere è quella dell’assenza di fede che condanna a restare prigionieri della dimensione puramente materiale, che finisce e non lascia traccia dopo la morte.
Per questo Gesù accoglie la notizia della malattia di Lazzaro con una reazione che ci sorprende. Egli dice: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato.” Malattia e morte possono essere per la gloria di Dio? Non ne sono forse la negazione? Ma poi prosegue Gesù: “Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate.” Cioè inserisce ciò che è accaduto al suo amico nella prospettiva della fede, come occasione per rafforzarla e farla nascere: Gesù vuole insegnare ai suoi a leggere nella lotta fra la vita e la morte, che caratterizza in molti modi la vita dell’uomo, un’altra lotta ancora più decisiva, quella fra fede e incredulità, e il suo intervento nella vicenda di Lazzaro vuole segnare la vittoria definitiva della vita vera che viene dalla fede.
In questo episodio ci sono molti personaggi: i discepoli, Marta e Maria, i giudei venuti da Gerusalemme. Tutti sono accomunati da una sorta di rimprovero rivolto a Gesù: se lui fosse stato veramente vicino a Lazzaro, questi non sarebbe morto. È la rivolta istintiva dell’uomo contro la forza del male. Anche noi tante volte protestiamo perché Dio è lontano da noi, perché egli non cancella il male dal mondo, ci ribelliamo accusandolo di lasciare che esso sia così forte e i suoi frutti così amari, come se fosse indifferente al nostro destino. Ma la liberazione che Gesù proclama, quella buona notizia di salvezza che egli annuncia col suo Vangelo, non è la cancellazione del male dalla terra. Esso fa parte della vita, è il frutto della libertà che Dio riconosce ad ogni uomo di agire, ed è altresì frutto della limitatezza della nostra esistenza terrena e della natura in generale. Ma non è da questa che Dio ci vuole liberare, ma dal fatto che questa sia l’ultima definitiva parola su di noi, che con essa finisca tutto. Gesù invita ad aprire i nostri orizzonti ad una prospettiva di fede che, come afferma con forza a parole e con i gesti, ci mostra oltre la morte una vita che non finisce, una compagnia caldamente affettuosa che ci consegna ad un’eternità in sua compagnia: “chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno.
Tutti i dialoghi di Gesù con i personaggi del racconto esprimono un ondeggiamento fra fede e incredulità. Marta, ad esempio, afferma la sua fede in Dio, che è Signore della morte, e la esprime a Gesù chiaramente: “so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà …So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno. … Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”.
Maria, esprime a modo suo la sua fede, anche se mista ad un senso di ribellione contro la forza del male: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!
La piccola folla di giudei che sono venuti a consolare Marta e Maria sono incerti, ondeggiano fra due poli opposti, stanno a guardare sconcertati, lo rimproverano per la sua lontananza da Lazzaro nel momento cruciale: “Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?
La nostra condizione è simile a quella dei giudei: incerti, dubbiosi, in ricerca di qualcosa che possa convincerci, mai soddisfatti dei segni già visti, come la guarigione del cieco, tentennanti fra la fiducia e la sfiducia in Dio. Abbiamo paura a lasciarci andare, e spesso vince un senso di abitudine che non sente più la presenza di Dio nella vita di tutti i giorni, fa fatica a scorgerne la presenza sollecita e premurosa nei nostri confronti.
Eppure, alla fine del brano, vediamo che in tanti di loro la fede vince: “Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.
Cosa è che fa nascere la fede in quei dubbiosi? Ce lo chiediamo perché anche noi possiamo, come quei giudei, vedere rafforzata la nostra fede.
La prima cosa che colpisce tutti è quanto Gesù sia addolorato. Egli non verserà tante lacrime nemmeno su di sé, nei momenti più duri della Passione. Dio non è indifferente e lontano, anche se così ci può sembrare, ma partecipe fino al pianto ai dolori del mondo. Ma questo suo pianto non è sconforto impotente, ma forza di resurrezione: l’amore di Dio è efficace e cambia la storia, ma non per magia, per una sterile dimostrazione di forza sulla natura, ma perché fa nascere o vincere la fede sull’incredulità dubbiosa e tentennante. Ogni miracolo che Gesù compie nasce dalla fede o con essa si conclude e ad essa tende, come ciò che più conta ed ha valore, al di là del benessere temporaneo di guarigione, resurrezione o liberazione che esso comporta.
Anche la resurrezione di Lazzaro fa sì che molti acquistino la certezza che l’amore di Dio non è solo a parole e che ci si può veramente fidare di lui e credere nel Vangelo.
Cari fratelli e care sorelle, siamo alle porte della Santa Settimana di passione, morte e resurrezione di Gesù. Davanti ad essa siamo come quei giudei, tentennanti e dubbiosi. È una follia, cosa crede di dimostrare Gesù con quel suo andare a Gerusalemme sapendo quello che lo attende? vuole forse convincerci della bontà della sua dottrina con l’eroismo? Che senso ha la sua sottomissione volontaria alla passione e morte in croce? Sono domande così comuni e forse queste e anche altre sono presenti oggi nel fondo del nostro cuore.
Oggi il Vangelo viene a dirci Che Gesù andando a Gerusalemme e affrontando tutto quello che sa che deve avvenire vuole suscitare la fede in lui, come ha fatto con la resurrezione di Lazzaro. Ci fidiamo che restare con lui, pur nelle prove e nel dolore che fanno parte integrante della vita dell’uomo, è la strada per giungere alla vita eterna?
È la domanda che oggi il Vangelo ci pone, dando agli avvenimenti che ci apprestiamo a rivivere la dimensione definitiva e cruciale che essi hanno. Avere fede in Gesù, fidarsi di lui ci permette infatti di divenire eredi di quella forza di resurrezione che è la promessa di una vita eterna e felice, nella compagnia del Signore che non abbandona e non lascia nessuno in preda della forza del male. In questo confidiamo per risorgere con lui, a Pasqua.


Preghiere 

O Signore nostro Gesù Cristo, ti preghiamo: donaci la fede in te perché non ci scandalizziamo quando, entrando in Gerusalemme, ti presenterai umile e povero,
Noi ti preghiamo

O Dio Padre onnipotente, rendi umano il nostro cuore e sensibile il nostro animo, perché davanti al tuo figlio che va a morire non restiamo come spettatori estranei ma viviamo con partecipazione commossa i segni di un così grande amore per noi,
Noi ti preghiamo


Signore Gesù insegnaci a pregare, perché non siamo timidi e freddi, ma come Marta e Maria sappiamo chiedere la guarigione e la resurrezione per il fratello schiacciato dal male,
Noi ti preghiamo

O Padre nostro, fa’ che come figli sappiamo sempre chiederti ciò di cui abbiamo bisogno, fiduciosi che tu ci ascolti ed esaudisci. Aiutaci a non rinunciare ad aspettarci da te vita e salvezza,
Noi ti preghiamo


Aiuta e sostieni o Signore tutti coloro che sono nel bisogno. Ci facciamo oggi compagni dell’invocazione di chi è nel dolore e mettiamo nelle tue mani la vita di chi è debole, indifeso e povero. 
Noi ti preghiamo

Sostieni o Padre del cielo la nostra poca fiducia in te, accresci in noi la certezza che il tuo amore non finisce e la tua misericordia cancella il nostro peccato. Guarisci e perdona o Dio le nostre vite,
Noi ti preghiamo.


Aiuta o Dio quanti non sanno come invocarti e non ti conoscono ancora. Guida a te quanti sono dispersi e lontani,
Noi ti preghiamo

Benedici e proteggi o Padre del cielo il nostro papa Francesco e quanti, come lui, spendono la vita per l’annuncio e la testimonianza del Vangelo. Fa’ che i loro sforzi producano frutti buoni di pace e conversione dei cuori,
Noi ti preghiamo

II incontro con i genitori dei ragazzi del catechismo - sabato 1 aprile 2017




Incontro di Pasqua con i genitori dei bambini del catechismo

Sabato 1 aprile 2017

Cari amici mi fa molto piacere poter vivere questo momento di incontro con voi e vi ringrazio di avere accolto il nostro invito.
Ci troviamo a vivere nel tempo di Quaresima che è preparazione e attesa della Resurrezione di Gesù, a Pasqua. 
Domenica delle palme, ricorderemo Gesù entrare nella città di Gerusalemme tra due ali di folla esultante;
poi giovedì santo ricorderemo l’ultima cena, quando Gesù lavò i piedi ai discepoli e offri loro il suo corpo e sangue come nutrimento della loro vita. Alla fine della cena Gesù fu arrestato e imprigionato;
venerdì ricorderemo la condanna che Pilato e i sommi sacerdoti pronunciarono sul di lui e la sua crocifissione e sepoltura. Fino a domenica un gran silenzio scenderà sul mondo: Gesù è nella tomba e la sua voce è messa a tacere,
ma a Pasqua risuonerà forte l’annuncio della Resurrezione.
Cari amici oggi vorrei soffermarmi proprio sul contrasto così stridente fra il rumore del tumulto della folla che circonda le vicende di Gesù dall’ingresso trionfale a Gerusalemme fino alla condanna e morte, e la pace del cenacolo il giovedì santo, perché mi sembra che oggi viviamo una condizione simile.
Anche oggi infatti siamo sopraffatti da un grande trambusto di voci che urlano. 
Urlano le notizie dei telegiornali, con tutta la forza del sensazionale che viene cercato a tutti i costi. 
Urla la pubblicità, sempre più accattivante e invadente. 
Urla la politica che vuole persuaderci non tanto con il ragionamento pacato e convincente ma, appunto, con l’urlo che colpisce ed emoziona, facendo leva sulle paure e la “pancia” delle persone. 
Urliamo tante volte anche noi, nelle nostre relazioni sociali, non tanto nel senso del tono della voce, ma con quel desiderio di prevalere sull'altro che la società ci suggerisce, come vivendo in un continuo talk show nel quale per imporsi bisogna prevaricare più che ragionare. È il modo di proporsi televisivo che spesso ha così successo nel modo di fare comune.
Anche nelle vicende della Passione di Gesù c’è un grande trambusto di urla. Racconta il Vangelo di Luca: 
Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo, disse loro: "Mi avete portato quest'uomo come agitatore del popolo. Ecco, … egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo punito, lo rimetterò in libertà". Ma essi si misero a gridare tutti insieme: "Togli di mezzo costui! Rimettici in libertà Barabba!". Questi era stato messo in prigione per una rivolta, scoppiata in città, e per omicidio. Pilato parlò loro di nuovo, perché voleva rimettere in libertà Gesù. Ma essi urlavano: "Crocifiggilo! Crocifiggilo!". Ed egli, per la terza volta, disse loro: "Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte. Dunque, lo punirò e lo rimetterò in libertà". Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso, e le loro grida crescevano.” (Lc 23,13-23).
Quando Pilato compie il debole tentativo di salvare Gesù, perché si era reso conto che era innocente vittima di una congiura dovuta all'invidia dei capi del popolo, la folla grida a Pilato “Crocifiggilo!”; quando Pilato propone di liberarlo come gesto di clemenza, la folla grida “No, libera Barabba!” Il grido è il modo normale di esprimersi della folla. Sì, perché in essa ci si sente forti dell’anonimato e dell’impersonalità: si grida non con la propria voce isolata, ma si partecipa ad un grido collettivo. Per questo viene così facile preferire un delinquente a Gesù. Ci si sente forti, approvati, euforici. Eppure Gesù non ha fatto niente di male, non ha commesso reati né è un violento, è evidente a tutti e Pilato lo dice con forza. È un poveraccio innocente, eppure la folla grida contro di lui.
Quando si è nella folla è normale gridare, è normale prendersela con chi è un poveraccio, ed è altrettanto normale preferire chi si propone come un forte e un prepotente, come Barabba, piuttosto che un perdente, come Gesù. È la dinamica normale della folla. È il modo di agire normale di chi sta nella folla.
Lo vediamo oggi in tanti Paesi europei e negli Stati Uniti. Le folle gridano contro gli immigrati, i poveracci, contro chi è senza diritto di curarsi, come negli USA, e contro chi non ce la fa ad andare avanti. A me ha colpito molto, per fare esempio, sapere che in molte città, come Roma, è stato applicato il reato di “furto di immondizia” contro quelli che frugano nei cassonetti per cercare quello che possono rimediare di utile. Ai poveri è negata persino la possibilità di usare quello che i ricchi buttano via. Pochi giorni fa il Corriere della Sera, il giornale più diffuso in Italia, ha fatto un ampio reportage su questo "scandalo" dei ladri di immondizia, reclamando che venga represso questo malcostume. È il grido della folla che non sopporta nemmeno la vista dei poveri, anche quando non fanno niente di male.
Allo stesso tempo vediamo che la folla invoca a gran voce i forti: Trump negli USA, Le Pen in Francia, Orban in Ungheria, Kacinsky in Polonia, ecc… proprio come la folla di Gerusalemme grida di liberare Barabba, capopopolo violento.
Insomma la folla si esprime gridando, per zittire gli altri, per evitare la fatica di ragionare e capire, per sentirsi forti e sfogare le proprie frustrazioni, per esorcizzare le paure.
Io oggi vorrei chiedermi con voi: io dove sono? Ciascuno di noi dov’è? Non mi nascondo anche io nella folla? Non grido come lei e con lei le parole d’ordine che tutti urlano? Quando mi riferisco a urla e grida evidentemente non mi riferisco tanto al tono della voce, ma all’atteggiamento del proprio modo di vivere e giudicare.
Per smettere di urlare c’è bisogno di uscire dalla folla, ma come è possibile?
Come sappiamo la tradizione della Chiesa il giovedì santo, dopo la celebrazione della Messa in Cœna Domini spoglia gli altari e apre le chiese alla preghiera davanti a quello che si chiama impropriamente “il sepolcro”. Non lo è, perché Gesù non è ancora morto, piuttosto lo possiamo immaginare come la sala dell’ultima cena, nella quale Gesù vuole restare con i dodici per dimostrargli tutto il suo amore e prepararsi così al momento più duro della sua Passione.
Quella sera Gesù non grida la sua rabbia, eppure ne avrebbe avuto motivo. Stava per essere condannato a morte ingiustamente. Neppure urla il suo disprezzo per gli apostoli, eppure ne avrebbe avuto motivo, visto che di lì a poco due lo avrebbero tradito apertamente, Giuda e Pietro, e gli altri dieci lo avrebbero abbandonato nel momento di maggior bisogno.
No, Gesù non grida, ma tira fuori i suoi dalla folla, li chiama in disparte e parla loro con pacatezza e semplicità le parole del suo amore. Poche parole, soprattutto gesti: lava loro i piedi, offre loro il suo Corpo e Sangue, tutto se stesso.
Racconta il Vangelo di Giovanni: “Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù … si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto.” (Gv 13, 1-5)
Ebbene anche a noi Gesù rivolge lo stesso invito: uscire dalla folla che urla, che rivendica il proprio diritto a lamentarsi, che se la prende con i poveracci, che vuole prevalere sugli altri, per ascoltare le sue semplici, pacate parole che ci parlano di amore e di vita buona e per lasciarci lavare i piedi e nutrire col suo Corpo e Sangue.
Lo faremo Giovedì santo, ma lo facciamo qui ogni domenica. La Messa domenicale è sostanzialmente questo: uscire dal coro delle grida quotidiane, quelle della televisione, dei politici, delle pubblicità, degli arrivisti e dei prevaricatori. Smettere anche noi di gridare nel tentativo disperato di sovrastare il frastuono nel quale nessuno sta a sentire nessuno ma cerca solo di imporsi. Farci in disparte con Gesù che ci parla e ci ascolta, che insegna a rivolgerci agli altri con affetto e ad ascoltarli, ma anche che realizza con i suoi gesti concreti quello che dice e ci insegna a fare anche noi altrettanto: ci lava dal male che incrosta la nostra vita, ci nutre con il suo volerci bene così come siamo fatti, con i difetti e le mancanze.
Qualcuno potrebbe pensare che per uscire dalla folla basta starsene in disparte, isolarsi, farsi i fatti propri. Ma non basta questo, perché la folla è nella nostra testa e nel nostro cuore, ci pervade con il suo modo di ragionare e giudicare gli altri. Per uscire dalla folla invece c’è bisogno di farsi chiamare per nome, cioè così come siamo fatti, senza fingere di essere come non siamo e senza nasconderlo, da qualcuno che ci vuol bene proprio per come siamo fatti. Questo qualcuno non può che essere Gesù, l’unico che ha convocato in disparte i dodici, li ha chiamati per nome e li ha amati fino alla fine, senza recriminare, senza giudicarli, senza chiedere il contraccambio, ma con amore gratuito e disinteressato, che è l’unico vero amore. Chi altro farebbe altrettanto?
Questo è quello che cerchiamo di comunicare ai vostri figli e che vorremmo offrire anche a voi, a tutti.
Oggi vi chiedo di pensare bene a cosa è importante desiderare per i vostri figli, per il loro bene e per il loro futuro. Certo, giustamente penserete ad una loro sistemazione lavorativa e affettiva, ma io vi chiedo oggi, volete gettarli nella folla che urla, dove non è possibile ragionare e capire, dove non importa ascoltare e farsi conoscere, dove non conta chi sono io e come so costruire il bene per me e per chi mi è accanto? Oppure preferite aiutarli a uscire da quella folla che urla, a non sentirsi giustificati di fare come tutti solo perché lo fanno tutti, anche se è sbagliato, anche se è male?
Io vi consiglio di accompagnarli assieme a noi in quella stanza del Giovedì santo, dove Gesù ci prende in disparte, ci ascolta, ci parla e ci vuol bene, dove impariamo ad uscire dalla folla, ma non per starcene per conto nostro e disinteressarci degli altri, ma per essere veramente uomini e donne, capaci di costruire il proprio bene perché interessati al bene di tutti.


giovedì 16 marzo 2017

“La Chiesa di papa Francesco” - III incontro “Il posto privilegiato dei poveri nel Popolo di Dio”




“La Chiesa di papa Francesco”
Itinerario di riflessioni, esperienze, preghiera
per una Quaresima nella gioia del Vangelo

III incontro
"Il posto privilegiato dei poveri nel Popolo di Dio"
  

Compiamo oggi il terzo “passo” del nostro cammino di Quaresima, dopo il primo incontro il mercoledì delle ceneri in cui abbiamo riflettuto sulla “Chiesa in uscita” di papa Francesco e il secondo, sabato scorso, in cui abbiamo incontrato i poveri alla stazione di Terni.
Oggi ci vogliamo soffermare su quello che abbiamo vissuto sabato scorso, riflettendo sul nostro rapporto con i poveri.
Papa Francesco con quella sua famosa espressione pronunciata in uno dei suoi primissimi interventi pubblici, tre giorni dopo la sua elezione, che si può definire come programmatica del suo papato: “Come mi piacerebbe una Chiesa povera e per i poveri![1] ha voluto esprimere la necessità di ristabilire quella centralità dei poveri e della povertà che il Concilio aveva con forza evidenziato.

Bisogno di chi?
Il 18 maggio 2013 papa Francesco così diceva durante la veglia di Pentecoste in piazza San Pietro: “Quando io andavo a confessare nella diocesi precedente, venivano alcuni e sempre facevo questa domanda: «Ma, lei dà l’elemosina?» «Sì, padre!». «Ah, bene, bene». E gliene facevo due in più: «Mi dica, quando lei dà l’elemosina, guarda negli occhi quello o quella a cui dà l’elemosina?» «Ah, non so, non me ne sono accorto». Seconda domanda: «E quando lei dà l’elemosina, tocca la mano di quello al quale dà l’elemosina, o gli getta la moneta?». Questo è il problema: la carne di Cristo, toccare la carne di Cristo, prendere su di noi questo dolore per i poveri.”[2]
Con questa semplice affermazione, che sembra solo un raccontino da parroco di campagna, Francesco metteva in evidenza alcune cose significative sul tema su cui oggi ci soffermiamo.
1.     Il papa opera una inversione di prospettiva. Quando si parla di poveri nella Chiesa si pensa ad essi come ad un problema sociale di cui essa si prende cura. Il volontariato cioè darebbe una risposta alle emergenze sociali e in qualche modo supplisce alle carenze dell’assistenza pubblica italiana. Senza entrare nelle polemiche se questo sia giusto, opportuno o meno, insomma si evidenzia come il volontariato cristiano è il modo con cui alcuni volenterosi cercano di rispondere ai grandi bisogni dei poveri.
Francesco capovolge la prospettiva: il rapporto con i poveri nasce da un bisogno dei cristiani. È innanzitutto la risposta al loro bisogno di entrare in un rapporto stretto, “carnale” con Cristo. Siamo noi ad avere bisogno di un rapporto con essi per non essere estranei a Cristo.
È un po’ come se dicessimo che fare la comunione è necessario perché sennò che facciamo di tutte quelle ostie consacrate? Qualcuno dovrà pure mangiarle! In realtà sappiamo bene che siamo noi ad aver bisogno di nutrirci del corpo e del sangue di Cristo, e la nostra vita spirituale deperisce se non lo facciamo. È essenzialmente il nostro bisogno a motivare la celebrazione del sacramento dell’Eucarestia, e non il bisogno del corpo di Cristo di essere mangiato!

2.     Il nostro rapporto con i poveri è qualificante del giudizio di Dio sulla nostra vita. Non è un caso che il racconto del papa si colloca all’interno della confessione, cioè del momento delicato in cui sciogliamo il nostro peccato davanti a Dio perché lo perdoni. Francesco evidenzia che comunemente il modo con cui noi ci rapportiamo con i poveri non viene tenuto in considerazione nel fare il “bilancio” della propria vita davanti a Dio. Il papa non fa che attualizzare il testo di Mt 25: “ero affamato e non mi hai dato da mangiare, nudo e non mi hai vestito…” aggiungendo “ho un corpo, e tu non te ne sei nemmeno accorto…

3.     Il vero incontro con i poveri non può che essere un rapporto personale; graduale, come tutti i rapporti personali, che ha bisogno di essere iniziato, costruito, coltivato, goduto. Questo esprime la gradualità dei termini del racconto: prima dare una elemosina, poi guardare negli occhi, e infine toccare la carne. È il cammino del cristiano che entra in intimità con Cristo, cioè l’incontro con i poveri è una porta che dà accesso a Cristo, non l’unica, ma nemmeno una secondaria, se consideriamo che su questo saremo giudicati. Si veda Evangelii Gaudium: “Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, … ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro”.[3]

4.     Infine il papa dice: “Questo è il problema: la carne di Cristo, toccare la carne di Cristo, prendere su di noi questo dolore per i poveri.” Cioè “toccare” il corpo dei poveri, ovvero non fermarsi ad un rapporto superficiale e sbrigativo ma personale e profondo restituisce ai poveri, e ce la fa scoprire, tutta la dimensione umana dei poveri, che è fisica (toccare la carne) e spirituale (il dolore dei poveri). In qualche modo voler bene alle loro necessità fisiche è la chiave d’accesso all’universo umano e spirituale dell’uomo. In un mondo in cui o si enfatizza la dimensione materiale, per cui vale solo ciò che ha valore, si compra, è quotato in borsa, ecc.. , o si vede solo la dimensione spirituale, per cui tutto è psicologia, sentirsela, sentimento, passione, ecc… i poveri ci introducono a maturare una dimensione equilibrata e vera dell’uomo: corpo e spirito, bisogni fisici e necessità spirituali.

Il posto dei poveri nella Chiesa
Ma poi papa Francesco mette in luce anche un altro aspetto del rapporto dei cristiani con i poveri. Quanto detto infatti prima a livello personale, vale altrettanto se lo proiettiamo a livello comunitario-ecclesiale. Cioè non solo la Chiesa fa un servizio per i poveri, ma riceve da loro molto di più. In che senso?
Un altro famoso Papa santo, Giovanni XXIII, in un suo discorso a un mese dall’apertura del Concilio disse: “La Chiesa si presenta quale è, e vuol essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri.”[4] Che la Chiesa sia “di tutti”, se vogliamo, è già contenuto nel termine cattolica, cioè universale, ma proprio per questo Giovanni sente il bisogno di sottolineare che la Chiesa senza i poveri non è completa. Essi occupano un posto al suo interno indispensabile e insostituibile. La Chiesa senza i poveri è menomata, parziale, come una chiesa senza bambini, o senza anziani, o senza uomini, solo per le donne.
Francesco ha chiaro che bisogna restituire ai poveri il posto che disattenzione e dimenticanza gli hanno sottratto, relegandoli al posto di clienti, fruitori di servizi, invece che fratelli a pieno titolo, anzi privilegiati.
Per essere di tutti, la Chiesa deve comprendere i poveri, anzi essi sono la garanzia che essa non è settaria, parziale, elitaria. Se in essa i poveri si trovano a loro agio, se essi hanno un posto privilegiato, ebbene vuol dire che veramente la Chiesa è universale, sennò è un club di amici, destinata a scomparire, come dice Francesco:  “Qualsiasi comunità della Chiesa, nella misura in cui pretenda di stare tranquilla senza occuparsi creativamente e cooperare con efficacia affinché i poveri vivano con dignità e per l’inclusione di tutti, correrà anche il rischio della dissoluzione, benché parli di temi sociali o critichi i governi. Facilmente finirà per essere sommersa dalla mondanità spirituale, dissimulata con pratiche religiose, con riunioni infeconde o con discorsi vuoti.[5]
Anzi per Francesco il posto dei poveri nella Chiesa ha un fondamento cristologico: “Nel cuore di Dio c’è un posto preferenziale per i poveri, tanto che Egli stesso «si fece povero (2 Cor 8,9).”[6] Escluderli dal suo interno significa fare fuori Gesù, come dei figli che si vergognano delle umili origini del proprio padre.

Il fatto che i poveri abbiano un posto al centro e non a fianco della Chiesa significa che essi devono essere inclusi nelle dinamiche e attività ecclesiali. Anche essi cioè vanno coinvolti, evangelizzati, resi partecipi della celebrazione liturgica, catechizzati, responsabilizzati dell’annuncio, ecc…: “Desidero affermare con dolore che la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale. L’immensa maggioranza dei poveri possiede una speciale apertura alla fede; hanno bisogno di Dio e non possiamo tralasciare di offrire loro la sua amicizia, la sua benedizione, la sua Parola, la celebrazione dei Sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede. L’opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente in un’attenzione religiosa privilegiata e prioritaria.”[7] Possiamo in sintesi dire, sempre usando un’espressione cara a papa Francesco, che le periferie devono trovare un posto al centro.

Ma non è solo questo. La centralità dei poveri nella vita della Chiesa significa anche un’altra cosa, e cioè che il servizio di aiuto ai poveri non è qualcosa di meramente sociale o burocratico, ma ha un forte valore sacramentale. È servizio al corpo di Cisto, è presenza di Dio, il luogo del servizio ai poveri è terra santa nella quale vanno tolte le scarpe, come Mosè davanti al roveto ardente (Es 3,5). Per questo non possiamo applicare criteri sociologici, politici, economici, ecc.. ma solo la logica della misericordia e dell’amore di Dio, che a volte è così contraddittoria e paradossale: “Per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. Dio concede loro «la sua prima misericordia». Questa preferenza divina ha delle conseguenze nella vita di fede di tutti i cristiani, chiamati ad avere «gli stessi sentimenti di Gesù» (Fil 2,5). Ispirata da essa, la Chiesa ha fatto una opzione per i poveri intesa come una «forma speciale di primazia nell’esercizio della carità cristiana, della quale dà testimonianza tutta la tradizione della Chiesa».”[8] Possiamo dire in questo caso che avviene così un movimento di senso opposto a quello indicato prima, e cioè che è il centro che si sposta e va in periferia, sì perché il centro della Chiesa è Cristo, e Cristo è uomo di periferia, nato, vissuto e morto fuori dalla capitale, socialmente umile, estraneo ai circoli di quelli che contavano e decidevano le sorti politiche, sociali e culturali del tempo. I poveri spingono i cristiani a questo movimento di “esodo” da quelli che sono considerati i  “centri” che contano per scoprire il vero centro della vita di fede, cioè la periferia.

I poveri sono maestri, ma non nel senso di comunicazione di una sapienza mondana. In questo senso essi non sono migliori di noi, spesso imbevuti di pregiudizi e false idee. Ma sono maestri perché portatori di una sapienza spirituale che la loro stessa realtà comunica: “[I poveri] con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro. La nuova evangelizzazione è un invito a riconoscere la forza salvifica delle loro esistenze e a porle al centro del cammino della Chiesa.[9]

Il servizio ai poveri non è una professione o una specializzazione solo di alcuni, chi è portato o chi è incaricato o chi è formato a questo scopo. È piuttosto l’esercizio ordinario della pratica di fede, tanto quanto andare a messa, fare la comunione, pregare o leggere la Scrittura. Non sono cose solo per esperti, ma esercizio dell’ordinaria vita cristiana: “Nessuno dovrebbe dire che si mantiene lontano dai poveri perché le sue scelte di vita comportano di prestare più attenzione ad altre incombenze. Questa è una scusa frequente negli ambienti accademici, imprenditoriali o professionali, e persino ecclesiali. … nessuno può sentirsi esonerato dalla preoccupazione per i poveri e per la giustizia sociale.[10]

Infine il rapporto con i poveri è in qualche modo una verifica dell’autenticità evangelica della vita di una chiesa o comunità cristiana: “Quando san Paolo si recò dagli Apostoli a Gerusalemme per discernere se stava correndo o aveva corso invano (cfr. Gal 2,2: “Quattordici anni dopo, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Bàrnaba, portando con me anche Tito: vi andai però in seguito a una rivelazione. Esposi loro il Vangelo che io annuncio tra le genti, ma lo esposi privatamente alle persone più autorevoli, per non correre o aver corso invano.”), il criterio-chiave di autenticità che gli indicarono fu che non si dimenticasse dei poveri (cfr. Gal 2,10: riconoscendo la grazia a me data, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la destra in segno di comunione, perché noi andassimo tra le genti e loro tra i circoncisi. Ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri, ed è quello che mi sono preoccupato di fare.)."[11] 

I poveri sono decisivi nella missione che definisce l'essenza della Chiesa: "La bellezza stessa del Vangelo non sempre può essere adeguatamente manifestata da noi, ma c’è un segno che non deve mai mancare: l’opzione per gli ultimi, per quelli che la società scarta e getta via.”[11] In questa espressione troviamo un grande suggerimento per la missione. Infatti troppo spesso si pensa ad essa come a qualcosa per la quale bisogna fare affidamento sulle “doti attrattive” di qualcuno: la simpatia, la capacità di parlare e intrattenere, le doti di cantare, suonare strumenti, organizzare e gestire eventi, ecc… In realtà Francesco sa che non sono queste doti a contare, cioè ad essere attrattive e affascinanti, quanto piuttosto il fatto che una comunità lascia trasparire il proprio amore per i poveri,  l’umanità piena della vita cristiana che tiene conto e privilegia proprio i più deboli e fragili e se ne prende cura come fratelli e sorelle. In fondo tanto dell’affetto e della stima per papa Francesco, anche in ambienti non cristiani o non favorevoli alla Chiesa, deriva proprio da questo suo atteggiamento di amore privilegiato per i poveri. È una preziosa indicazione missionaria che richiama non un uso strumentale dei poveri ma il fatto che, come già detto prima, essi sono la prova dell’autenticità della vita evangelica di una comunità cristiana.







[2] Discorso pronunciato a San Pietro durante la veglia di Pentecoste del 18 maggio 2013.
[3] EG 198.
[4] Radiomessaggio dell'11 settembre 1962.
[5] EG 207.
[6] EG 197.
[7] EG 200.
[8] EG 198.
[9] EG 198.
[10] EG 201.
[11] EG 195.

sabato 11 marzo 2017

II domenica di Quaresima - Anno A - 12 marzo 2017




Dal libro della Genesi 12, 1-4
In quei giorni, il Signore disse ad Abram: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore.

Salmo 32 - Donaci, Signore, la tua grazia: in te speriamo.
Retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra.

Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.

L’anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo.

Dalla lettera di san Paolo apostolo a Timòteo 1, 8b-10
Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo.

Lode  a te, o Signore re di eterna gloria!
Dalla nube luminosa, si udì la voce del Padre:
«Questi è il mio Figlio amato: ascoltatelo».
Lode  a te, o Signore re di eterna gloria!

Dal vangelo secondo Matteo 17, 1-9
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».  All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Commento
Cari fratelli e care sorelle, con questa seconda domenica continuiamo il nostro cammino di Quaresima . Già due tappe sono state percorse: il mercoledì delle ceneri, quando abbiamo assunto l’umiltà di guardare con onestà alla nostra vita, e domenica scorsa, quando questo nuovo atteggiamento ci ha fatto cogliere la vera realtà del mondo in cui ci troviamo.
Infatti dicevamo, proprio una settimana fa’, che la nostra condizione è il deserto in cui Gesù è tentato: sterilità, solitudine, assenza di vita, cioè del necessario per condurre un’esistenza veramente umana. È il deserto umano delle relazioni, dell’organizzazione sociale, della condanna di tanti alla solitudine quando non alla miseria o a subire guerre e violenze. Lo abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, tanto da esserci abituati ad esso, e tante volte il deserto diventa un luogo familiare, il nostro modo di vivere abituale e normale. Per questo la prima lettura dal libro della Genesi oggi ci ripete l’invito rivolto da Dio ad Abramo: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò.” C’è bisogno di intraprendere un esodo dal deserto al quale ci siamo rassegnati, così da sentirlo ormai la nostra terra, la casa dei nostri padri. Dio ci chiede di renderci conto di come l’umanità si è ridotta a vivere, per il rifiuto di abitare il giardino rigoglioso che al momento della creazione egli aveva preparato come il luogo migliore per la nostra vita.
Il male ha messo radici nel nostro cuore suscitando l’orgoglio di voler fare con le proprie forze, di fidarsi solo di se stessi. “So da me cosa è il male e cosa è il bene, nessuno deve venire a dirmelo”, diciamo da allora orgogliosi, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: egoismi, miseria nera e ricchezze sfacciate, guerre a vantaggio di pochi con migliaia di vittime civili innocenti, chiusure degli occhi e dei cuori davanti a chi chiede aiuto in fuga da violenza e miseria. Eppure noi paradossalmente sentiamo questo mondo, così come è fatto, come la mia terra, la mia casa alla quale siamo affezionati e che vogliamo conservare.
Abramo invece accettò l’invito di Dio ad uscire dalla terra in cui era nato e invecchiato. Ma cosa lo convinse? Promesse di arricchimento e di successo? La prospettiva di divenire un potente della terra?
No,la promessa di Dio è quella di un futuro migliore per la sua discendenza: “Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra.” La prospettiva di Dio, la promessa ad Abramo, è tutta proiettata al bene di quelli che verranno dopo, alle generazioni future, ai figli e ai figli dei figli. Per il suo presente Dio ad Abramo non prospetta altro che la fatica del viaggio, di un’uscita dal luogo conosciuto e familiare per affrontare l’incertezza, forse anche pericoli. Eppure Abramo accetta, sa guardare oltre il proprio piccolo ristretto interesse, anzi con sapienza vede che il proprio interesse, quello che Dio indica con la frase: “renderò grande il tuo nome” è nell’aprire un orizzonte di vita migliore all’ultimo scorcio della propria vecchiaia, ma soprattutto nel lasciare in eredità a quelli che verranno dopo di sé un mondo migliore, la terra buona promessa da Dio.
Se ci pensiamo è quello che oggi fanno tanti migranti che fuggono dai deserti dei loro paesi, resi inadatti alla vita umana dalla violenza e dalla miseria, e affrontano un viaggio di uscita, faticoso e rischioso, ma con la prospettiva di offrire alla propria famiglia un futuro, la terra buona promessa da Dio. Sì essi hanno fame di futuro buono e sono disposti a sacrificare tutto il loro presente per trovare quella benedizione che Dio ha promesso ad Abramo in una nuova terra.
Ma noi, che in questa terra già abitiamo, invece di ricevere e accogliere la benedizione di Dio condividendola con chi non ha niente, ci rendiamo maledetti ai suoi occhi con l’egoismo e la chiusura, i muri e l’odio, il rifiuto di aprirci all’accoglienza. Così facendo la nostra generazione per conservare egoisticamente il proprio privilegio, preparato per noi dalle generazioni precedenti, sta avvelenando la nostra terra con una semina di odio che non potrà dare altro che frutti avvelenati per un lungo tempo a venire.
Dio oggi, in questo tempo di Quaresima, torna a proporci di non sentire nostra la terra dell’ingiustizia e dell’iniquità maledetta dal privilegio di pochi a danno dell’esclusione di molti, ma di compiere un viaggio che ci fa uscire dalla mentalità del deserto umano e ci fa incamminare verso il giardino rigoglioso.
Cari fratelli e care sorelle, la Quaresima è un’opportunità che ci viene offerta di cominciare a seminare semi buoni di amore, generosità, accoglienza, perché il deserto nel quale vaghiamo inquieti e scontenti piano piano si trasformi nel giardino rigoglioso che Dio vuole. Egli ha previsto che in esso ci siano frutti buoni per tutti, spazio per tutti, siamo noi ad averlo reso un deserto con la mentalità del privilegio e dell’egoismo. Incamminiamoci dietro a Gesù in questa terza tappa, e già potremo intravvedere la bellezza affascinante e inattesa della terra promessa ad Abramo e a quanti, uscendo con lui dalla terra dei padri, appartiene alla sua discendenza.


Preghiere 

Ti preghiamo o Signore nostro perché viviamo in questo tempo di Quaresima la tristezza per il nostro peccato, nella serena fiducia che se ti veniamo incontro potremo ricevere il perdono.
Noi ti preghiamo


Donaci in questo tempo o Dio di vivere nell’ascolto della tua Parola, perché vinciamo ogni paura e ci incamminiamo fiduciosi verso la gioia della Pasqua.
Noi ti preghiamo


Accogli o Padre il nostro sforzo di uscire come Abramo dal deserto umano, per metterci in cammino verso la terra promessa di una vita convertita all’amore e all’accoglienza.
Noi ti preghiamo


Guarda con amore alla tua Chiesa o Padre del cielo, perché questo tempo di Quaresima sia per tutti i tuoi discepoli un tempo di ascolto della Parola e di conversione del cuore.
Noi ti preghiamo




Sostieni con il tuo amore, o Padre misericordioso, quanti soffrono per la miseria e l’abbandono e tutti quelli che si sforzano di essergli vicini. Uniscili nella benedizione di una vita consolata e beata.
Noi ti preghiamo



Con insistenza o Dio ti preghiamo perché tu soccorra tutte le vittime di ogni conflitto e guerra nel mondo. Fa’ che chi è sopravvissuto alle violenze trovi consolazione e riparo e chi è morto riposi in pace nel tuo amore.
Noi ti preghiamo.



Benedici o Dio il papa Francesco e sostieni il suo impegno di indicare Te come unica via per la felicità dell’uomo. Rafforza quanti cercano in lui una guida e un esempio per esserti più vicini.
Noi ti preghiamo


Proteggi tutti i cristiani perseguitati per la loro fede nel tuo Nome. Fa’ che si aprano ponti di comprensione fra i popoli e le religioni, così che nessuno più soffra e sia discriminato.
Noi ti preghiamo


sabato 4 marzo 2017

I domenica di Quaresima - Anno A - 5 marzo 2017




Dal libro della Gènesi 2, 7-9; 3, 1-7
Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

Salmo 50 - Perdonaci, Signore: abbiamo peccato.
Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; +
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.

Sì, le mie iniquità io le riconosco,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato,
quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto.

Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito.

Rendimi la gioia della tua salvezza,
sostienimi con uno spirito generoso.
Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5, 12-19
Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato.... Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire.  Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti. E nel caso del dono non è come nel caso di quel solo che ha peccato: il giudizio infatti viene da uno solo, ed è per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute, ed è per la giustificazione. Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo. Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.

Lode a te, o Signore, re di eterna gloria!
Non di solo pane vive l'uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.
Lode a te, o Signore, re di eterna gloria!

Dal vangelo secondo Matteo 4, 1-11
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano. 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, abbiamo cominciato mercoledì scorso con il segno delle ceneri il tempo di Quaresima che ci conduce fino alla Pasqua. È questo un gesto con il quale abbiamo voluto indicare l’umiltà di riconoscerci bisognosi che Dio ci indichi una via per uscire dal deserto della nostra vita. Perché spesso non ce ne rendiamo conto, ma il nostro mondo si presenta sotto forma di un deserto di umanità, nel quale la vita stenta a fiorire e a fruttificare. Nel deserto la vita è ridotta al minimo, alla sopravvivenza, sterile e rinsecchita, sotto il segno della penuria. Questo lo vediamo nei rapporti umani, da cui raramente emerge la gioia della fraternità e dello scambio generoso di gesti di amore; nella vita sociale, dettata così spesso dall’indifferenza o dallo sfruttamento dell’altro per il proprio vantaggio; nei rapporti fra popoli e società, determinati dalla paura e dalla diffidenza, dalla chiusura e dall’interesse al mantenimento dei propri privilegi.
Eppure, abbiamo ascoltato nella prima lettura dal libro della Genesi, Dio aveva desiderato per l’uomo la vita nel giardino più meraviglioso possibile, lussureggiante e pieno di frutti buoni. È questo il sogno di Dio per l’uomo, ma, abbiamo ascoltato, l’uomo ha preferito escludersi da questa prospettiva e, piano piano, la sua vita si è ridotta al deserto di cui parlavo.
Anche Gesù sperimenta la vita nel deserto, anzi proprio da lì comincia il suo ministero, come a dire che da lì dobbiamo partire per riconoscere il nostro bisogno di uscirne ed esserne salvati. Perché Gesù vuole riportarci al giardino fertile, restaurare quell’amicizia con Dio che lo rende rigoglioso.
Il primo aspetto della vita nel deserto che Gesù sperimenta è l’assenza di cibo. L’umanità deperisce e infine muore per assenza di un nutrimento adeguato.
Eppure, potremmo dire, a noi il cibo corporale non manca, anzi spesso dobbiamo limitare gli eccessi con diete, ed anche il nutrimento del proprio ego ci viene fornito abbondantemente dal mondo. Tanto spesso ci abbuffiamo letteralmente di cibi che gonfiano il nostro io fino a farlo crescere a dismisura tanto che non vediamo niente altro al di fuori di sé stessi. E questi cibi sono la convinzione di esser nel giusto, di sapere come si vive, come ci si comporta, l’autoconsiderazione orgogliosa, del credersi già a posto, l’autosufficienza nei giudizi e nell’agire. Il Vangelo di oggi ci mette in guardia, perché questo cibo gonfia l’io, ma non nutre l’anima, e per questo porta alla morte interiore, senza che noi ce ne accorgiamo, perché, al contrario, ci sentiamo sazi.
Gesù nel deserto sente fame, e il diavolo per soddisfare questo bisogno così naturale  gli propone vie facili per accontentarsi del cibo a buon mercato sempre a disposizione; il Signore però le rifiuta, perché sa che quello non è un nutrimento sostanzioso, ciò di cui si avverte la mancanza nel deserto. Impariamo anche noi a sentire fame e sete di parole vere e buone, di esempi di giustizia e di amore, di insegnamenti che spengono la fame vera e fanno crescere e non solo gonfiarsi. Il Signore dice: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Ecco allora la prima indicazione preziosa. L’ascolto della Parola ci accompagni come un’amica preziosa, in questo tempo e per tutta la nostra vita, un ascolto che diventa memoria e, come ogni cibo che mangiamo, entra nelle vene e nutre la nostra vita dandogli forza, energia, calore e senso.
Ma poi, dopo la fame, Gesù sperimenta un altro aspetto della vita del deserto, e cioè che in esso, essendo poche le risorse a disposizione, tutto viene accaparrato e usato per se stessi. Persino Dio, suggerisce il diavolo, ha un senso se ci è utile, se ci può far comodo. È una condizione così comune che viviamo con naturalezza, tanto da sentirla come una sapienza condivisa e da tramandare ai nostri figli: “pensa prima di tutto a te stesso, preoccupati di quanto è necessario a te e ignora il bisogno degli altri, perché non venga a mancartene!” Sì, perché il deserto è una condizione esistenziale così radicata in noi che anche quando siamo nell’abbondanza tutto ci sembra necessario e da trattenere gelosamente per sé. Lo pensiamo dei beni materiali, ma anche delle proprie risorse umane e capacità, del tempo, delle attenzioni: tutto, ci insegna il deserto, va trattenuto per sé. A questa tentazione Gesù risponde ricordandoci che nella vita tutto ciò che abbiamo ci è dato da Dio, che il suo amore viene prima, perché egli sa di cosa abbiamo bisogno e non ci fa mancare il necessario. Per questo ci richiama a dare a lui il primo posto perché da lui impariamo la generosità che sa condividere e mettere al servizio degli altri ciò che abbiamo a disposizione.

Cari fratelli e care sorelle, le risposte di Gesù al diavolo ci fanno comprendere che il deserto è innanzitutto una mentalità, alla quale spesso ci adattiamo e alla quale ci affezioniamo, preferendola ad altri possibili modi di vivere. Ma ad essa il Signore si ribella, non accettandola come normale, non adattandosi a sopravvivervi alla meno peggio, o anche riscuotendo successo e con ruoli di rilievo, ma sempre dentro un deserto. Sì, il deserto è un modo di reagire e giudicare, con l’avarizia e la sterilità di chi accetta di vivere una vita che proprio per la sterilità del contesto è stentata e senza forza, spenta, consumata e quasi esaurita. Bisogna incamminarsi e uscire fuori da questa mentalità, uscire da essa seguendo i passi che Gesù ci indica per riscoprire una nuova vita, la vera vita, rigogliosa e piena di frutti, energica, forte, che non si chiude ma condivide, che non accumula ma dona, che non è avara ma generosa, la vita che Dio aveva pensato fin dalle origini per l’uomo. È il giardino rigoglioso, la terra promessa verso la quale Gesù in questa Quaresima vuole condurci. Ma per avere la forza e il desiderio di incamminarci con lui dobbiamo partire dalla coscienza chiara della tristezza e del vuoto del deserto. Da questo cominciamo con onestà e lucidità spirituale, per poter incontrare ed accogliere con gratitudine e gioia la salvezza del Signore, senza accontentarci di meno.

Preghiere 

O Signore ti ringraziamo perché ci doni la sapienza del Vangelo per resistere ai suggerimenti del tentatore. Fa’ che sappiamo riporre in esso la nostra fiducia.
Noi ti preghiamo


O Dio donaci la forza di resistere alla tentazione di una vita spesa senza ricordarmi di te e preoccuparmi per i fratelli. Fa’ che ciascuno di noi sappia mettere in pratica le parole del vangelo.
Noi ti preghiamo


Aiutaci o Signore in questo tempo di Quaresima a riconsiderare le scelte della nostra vita, perché sappiamo riformarla secondo il tuo esempio e insegnamenti.
Noi ti preghiamo


Guida i nostri passi o, Padre del cielo, fuori dal deserto di vita nel quale il mondo ci trattiene. Fa’ che sperimentiamo la gioia e la bellezza d’incamminarci seguendo te verso i pascoli erbosi che il Vangelo ci indica.
Noi ti preghiamo



Guarda con amore o Padre alle vittime dei conflitti che insanguinano tanti paesi della terra, perché chi è nel dolore sia consolato e chi ha perso la vita sia accolto nel tuo abbraccio amorevole.
Noi ti preghiamo


Sostieni o Dio con il tuo amore tutte le vittime delle ingiustizie, i dimenticati e i miseri. Accogli la loro invocazione di un  tempo di riconciliazione e pace, perché chi è nel dolore sia consolato,
Noi ti preghiamo.



Proteggi dal male o Signore tutti coloro che sono perseguitati per la loro fede in te, proteggi chi soffre a causa del vangelo e del suo amore per la giustizia.
Noi ti preghiamo


Guida i tuoi figli o Dio del cielo perché con il loro operato e le loro parole siano testimoni credibili del Vangelo e indichino a chi ancora non ti conosce la strada che conduce alla gioia dell’essere tuoi discepoli.
Noi ti preghiamo