giovedì 6 aprile 2017

“La Chiesa di papa Francesco” - IV incontro: “La dimensione sociale dell’evangelizzazione”



“La Chiesa di papa Francesco”
Itinerario di riflessioni, esperienze, preghiera
per una Quaresima nella gioia del Vangelo

La dimensione sociale dell’evangelizzazione
  
“Vorrei condividere le mie preoccupazioni a proposito della dimensione sociale dell’evangelizzazione precisamente perché, se questa dimensione non viene debitamente esplicitata, si corre sempre il rischio di sfigurare il significato autentico e integrale della missione evangelizzatrice[1] afferma papa Francesco all’inizio del IV capitolo della Evangelii Gaudium, dedicato proprio a questo argomento.
È evidente dunque l’importanza che viene data a questa dimensione. Essa è in linea con quanto dicevamo nel primo incontro, ricordando la dimensione “in uscita” della Chiesa secondo Francesco, cioè una Chiesa che ha il suo punto di interesse e di attenzione primaria al di fuori di se stessa.

La dimensione personale della fede
Noi spesso siamo portati a dare rilievo soprattutto alla dimensione “personale” della fede. Questo aspetto è importante e risponde ad una esigenza, molto sentita qualche decennio fa, di uscire da un ritualismo esteriore e senza coinvolgimento personale. La Chiesa del pre-Concilio infatti proponeva ai fedeli degli schemi e modelli che avevano portato a questa situazione. Vediamone alcuni aspetti:
1.     La impossibilità, e quindi la non necessità, di comprendere la liturgia, perché celebrata in latino.
2.     La sostituzione di questa con pratiche devozionali ripetitive e meccaniche, come la recita di giaculatorie, litanie, ecc…; il rosario ad esempio rientra in questo genere.
3.     L’assenza della Bibbia dall’orizzonte del credente, al quale era vietato leggerla.
4.     Il carattere individuale dell’itinerario ascetico proposto ai fedeli.
5.     uno schema “militante”, da esercito: da una parte ci sono i capi che hanno il ruolo di analizzare la realtà e decidere il da farsi, dall’altra la truppa alla quale è richiesto solo di obbedire ciecamente, senza porsi domande.
6.     Il forte moralismo come adesione a modelli precostituiti e scrupolosa osservanza di norme di comportamento precostituite.
7.     Una fissità a-storica della fede, concepita come un deposito immutabile e senza evoluzione storica.
Questi elementi favorivano una ripetitività esteriore, senza capire e senza sentire la necessità di un rapporto personale con Dio, diretto e nutrito di Bibbia e liturgia.
A questo stato di cose la Chiesa nel post-Concilio propose una serie di correzioni:

1.     Innanzitutto la liturgia in lingua volgare consentiva la partecipazione attiva del popolo, che anzi gli era richiesta.
2.     La diffusione di nuove forme di preghiera, meno individuali e ripetitive, comunitarie e nutrite di letture bibliche, come ad esempio la lectio divina, le ore recitate comunitariamente, ecc...
3.     L’invito rivolto a tutti a leggere e studiare la Bibbia, che apriva orizzonti inediti per un rapporto diretto e personale con Dio che cercava un dialogo con ciascuno.  
4.     Il nuovo protagonismo di tutti i fedeli, chierici e laici, con pari dignità e responsabilità, anche se con ruoli diversi, nel gestire l’azione pastorale nelle parrocchie, nei movimenti, e in generale nella Chiesa.
5.     Il nuovo modello di Chiesa come “popolo di Dio” che dava un’inedita importanza alle relazioni interpersonali, al senso comunitario, al camminare insieme e non individualmente.
6.     Lo sviluppo di un senso forte della coscienza personale che, nutrita del Vangelo, dei sacramenti e della vita di fede, deve orientare le scelte dei fedeli; questi devono pertanto maturare una forte autonomia morale difronte alle sfide complesse e multiformi che di volta in volta gli si presentano.
7.     La storicizzazione dell’evoluzione delle forme e anche di alcuni contenuti della fede e del modo di comunicarli.

Si sviluppò pertanto quello che si può definire un forte “personalismo”, cioè la crescita di un valore ricco e ampio della persona, del suo protagonismo, del coinvolgimento di tutte le sue facoltà intellettuali, di fede, morali, culturali, ecc… per lo sviluppo di una partecipazione sentita e coinvolta alla vita della Chiesa: liturgia, sacramenti, pastorale, preghiera, ecc… Fu una grande rivoluzione.
Come però in tutti i casi di reazione culturale e innovamento, essi provocarono a volte uno sbilanciamento eccessivo nella direzione opposta, sviluppando il personalismo in quello che possiamo chiamare un eccessivo intimismo di tipo sentimentale e individualistico.
Esso è particolarmente evidente, ad esempio, nella celebrazione liturgica. Mentre prima i fedeli erano spettatori passivi, l’evoluzione successiva ha enfatizzato una partecipazione sì più sentita e coinvolta, ma che a volta da valore solo al proprio sentire e al ripiegamento su di sé piuttosto che al sintonizzarsi in un’azione comunitaria, portando alla fine all’isolamento individuale. Per molti infatti conta solo quello che sento io dentro di me, perdendo così la dimensione di comunità che celebra assieme, secondo il senso originario della liturgia.
Un altro aspetto è lo sviluppo di una idea di fede che riguarda e coinvolge solo la sfera dei miei sentimenti personali, fino a ritenere che la fede sia autentica solo se mi emoziona e risponde alla ricerca di un appagamento psicologico che dia serenità e calma interiore, una sorta di “yoga cristiano”.
Lo sviluppo di simili atteggiamenti è del tutto corrispondente all’ampliarsi dell’individualismo come tratto culturale dell’uomo moderno, che perde la dimensione sociale, intesa come complesso di legami forti e durevoli con gli altri che inseriscono l’individuo in un contesto da cui non può prescindere per definire chi è. Oggi sempre più spesso, al contrario, l’uomo si presenta come avulso dal contesto, definito solo dalle proprie caratteristiche personali, esaltate nella loro unicità che isola e individua; allo stesso modo il credente fatica a trovare una sua collocazione armoniosa dentro una comunità.
Ecco che dunque, partendo da questo dato storico, comprendiamo meglio l’importanza del fatto che papa Francesco esprime la sua preoccupazione per un modo di vivere la propria fede senza una forte connessione con una comunità di fede e con la realtà sociale che ci circonda:
Lo stesso mistero della Trinità ci ricorda che siamo stati creati a immagine della comunione divina, per cui non possiamo realizzarci né salvarci da soli.[2]  … Leggendo le Scritture risulta peraltro chiaro che la proposta del Vangelo non consiste solo in una relazione personale con Dio[3].”

La ricerca del “Regno di Dio”
Per rendere pienamente questa esigenza papa Francesco usa il tema della “ricerca del Regno di Dio”  per descrivere la vita del credente.
“«Cercate anzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33). … La proposta è il Regno di Dio (Lc 4,43); si tratta di amare Dio che regna nel mondo. Nella misura in cui Egli riuscirà a regnare tra di noi, la vita sociale sarà uno spazio di fraternità, di giustizia, di pace, di dignità per tutti. Dunque, tanto l’annuncio quanto l’esperienza cristiana tendono a provocare conseguenze sociali.”[4]
Questo tema ha molte implicazioni. Questa dimensione infatti va ben oltre quella personale, anche se la coinvolge profondamente. Bisogna infatti da un lato essere ciascuno cittadino di quel Regno, cioè sudditi di una signoria che è quella di Gesù e non del mondo con le sue leggi e regole, ma questo non basta, bisogna altresì anche  operare perché anche la realtà attorno a noi si adegui a questa signoria:
Non si può più affermare che la religione deve limitarsi all’ambito privato e che esiste solo per preparare le anime per il cielo. Sappiamo che Dio desidera la felicità dei suoi figli anche su questa terra[5] … Una fede autentica – che non è mai comoda e individualista – implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra[6].
Francesco usa un’espressione felice individuando un tratto distintivo delle comunità cristiane che mostrano la loro maturità, e cioè la capacità di “generare storia”:
 “La vera speranza cristiana, che cerca il Regno escatologico, genera sempre storia.”[7]
Comunità cioè di fedeli che non si accontentano di essere protagonisti di eventi interiori, di movimenti dell’anima o di crescite personali, ma che aspira a che il proprio agire incida a livello sociale, della realtà esterna, cioè “generi storia” e che storia personale e storia sociale si mescolino e abbiano l’una incidenza sull’altra. È segno di fedeltà al principio dell’incarnazione che chiede di riverificare in ogni esperienza di fede il tratto di ingresso nella storia, di concreta partecipazione ai suoi processi per la trasformazione del mondo.
Il papa evidenzia due campi in cui è necessario sviluppare la ricerca del Regno di Dio: uno è “l’inclusione sociale dei poveri”, l’altro “la pace e il dialogo sociale.”[8]
Del primo aspetto abbiamo già parlato l’altra volta, vediamo ora il secondo.

Pace e dialogo
La pace, dice papa Francesco, non è semplice assenza di conflitto. Infatti questa può verificarsi anche nel caso in cui i potenti impongono un loro ordine per conservare il proprio privilegio impedendo ai poveri di cambiarlo. La vera pace è invece frutto della giustizia, cioè si realizza quando tutti gli uomini in una società possono svilupparsi in modo armonioso e senza diseguaglianze.
Perché questo si realizzi c’è bisogno che la società viva la dimensione del popolo:
diventare un popolo è qualcosa di più, … . È un lavoro lento e arduo che esige di volersi integrare e di imparare a farlo fino a sviluppare una cultura dell’incontro in una pluriforme armonia.”
E aggiunge:
“Per avanzare in questa costruzione di un popolo in pace, giustizia e fraternità, vi sono quattro principi relazionati a tensioni bipolari proprie di ogni realtà sociale.”[9]
Questi quattro principi sono:

Il tempo è superiore allo spazio
Il filosofo ebraico Heschel nell’esporre il significato del Sabato nella spiritualità ebraica[10] mette bene in luce questo tema, che papa Francesco riprende. Egli afferma che non è un caso che Dio chieda agli uomini di dedicargli un tempo, piuttosto che uno spazio. Lo spazio infatti nella sensibilità e prassi umana suscita un istinto di dominio: lo spazio va occupato, posseduto, conquistato. Il tempo invece non lo permette, e per questo è il luogo della presenza di Dio.
Dice papa Francesco:
Uno dei peccati che a volte si riscontrano nell’attività socio-politica consiste nel privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi. Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione. ... Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. … privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici.[11]
Occupare spazi dà risultati immediati e crea diseguaglianza, invece innescare processi vuol dire portare a cambiamenti che avranno rilevanza nel futuro e i cui frutti sono duraturi e si vedranno nella lunghezza dei tempi.
Lo spazio non “genera storia”, il tempo sì, e il cristianesimo è religione della storia, non del potere su un luogo. Ogni volta che la Chiesa si è illusa di esercitare la propria influenza “occupando” spazi di potere si è illusa di dominarli, in realtà ha creato una caricatura di sé. Quando invece si è posta come un lievito che facesse fermentare la cultura, la mentalità, il modo di agire di un popolo, nella lunghezza del tempo e con processi che non davano immediati frutti evidenti, allora sì che è stata feconda:
La parabola del grano e della zizzania (cfr Mt 13, 24-30) descrive un aspetto importante dell’evangelizzazione, che consiste nel mostrare come il nemico può occupare lo spazio del Regno e causare danno con la zizzania, ma è vinto dalla bontà del grano che si manifesta con il tempo.”[12]


L’unità prevale sul conflitto
Questo secondo principio è abbastanza evidente: bisogna spendere le proprie energie per superare i conflitti. Spesso essi sono generati dalla diversità, assunta come un elemento di incompatibilità fra le persone o i gruppi sociali. Lo vediamo nel fenomeno degli stranieri o delle persone di altra cultura e religione: istintivamente essi sono visti come antitetici o nemici.
Bisogna superare questo senso conflittuale della differenza, scoprendo che essa possa essere integrata nell’unità delle diversità.

La realtà è più importante dell’idea
Scrive il papa:
L’idea staccata dalla realtà origina idealismi e nominalismi inefficaci, che al massimo classificano o definiscono, ma non coinvolgono. Ciò che coinvolge è la realtà illuminata dal ragionamento. Bisogna passare dal nominalismo formale all’oggettività armoniosa. Diversamente si manipola la verità, così come si sostituisce la ginnastica con la cosmesi.”[13]
Spesso ci si innamora delle idee, perché chiare e mie, ma si rinuncia a confrontarle con la realtà, da essa bisogna partire per dare un fondamento al pensare e progettare.

Il tutto è superiore alla parte
In un’epoca di globalizzazione si corre il rischio, afferma papa Francesco di cadere in due pericoli opposti. Da un lato quello di “affogare” nel mare della globalità che tutto racchiude ma fa perdere identità; dall’altro quello di reagire esaltando il proprio particolare come se potesse esistere e conservarsi così come è sempre stato, come in un museo avulso dalla realtà che cambia.
Bisogna prestare attenzione alla dimensione globale per non cadere in una meschinità quotidiana. Al tempo stesso, non è opportuno perdere di vista ciò che è locale, che ci fa camminare con i piedi per terra.”[14]
Il tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma. Dunque, non si dev’essere troppo ossessionati da questioni limitate e particolari. Bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi. ... Allo stesso modo, una persona che conserva la sua personale peculiarità e non nasconde la sua identità, quando si integra cordialmente in una comunità, non si annulla ma riceve sempre nuovi stimoli per il proprio sviluppo.[15]

Il dialogo
Infine papa Francesco indica il dialogo come lo strumento privilegiato per portare avanti la costruzione della società. Questa diviene sempre più complessa: la dimensione scientifica e tecnologico, quella delle culture diverse, le religioni, gli Stati e gli organismi internazionali. Sono tutti ambiti nei quali i cristiani non possono restare estranei. Non si possono ignorare perché ci si sente superiori, come detentori di una verità che annulla l’altro, né confondersi perdendo la propria identità. Il dialogo è la via perché la propria identità si rafforza nel confronto con l’altro, il diverso.
Spesso si ha paura del dialogo, come se esso manifestasse debolezza. Al contrario esso è la vera forza, perché manifesta che non si ha paura di mettersi in questione e di rendere ragione del proprio modo di pensare e di essere. Dal dialogo la nostra identità esce rafforzata e arricchita. A volte si ha un’idea del possesso della verità come un’esclusiva cattolica, essa invece è frutto dell’azione dello Spirito, di una relazione feconda con una persona, Gesù, che la rivela tutta intera, ma in modo personale e non astratto e dottrinale. La verità va cercata e scoperta nel dialogo che fa emergere il meglio di ciascuna parte, se sincero e rispettoso della dignità altrui.

Viviamo la dimensione di “uscita” e “sociale” del nostro essere cristiani
Quanto abbiamo detto in questi nostri incontri di Quaresima ci interpellano come singoli e come comunità. Come vivere la dimensione di “uscita” e “sociale” del proprio essere cristiani?
Il tempo che ci attende deve essere caratterizzato dall’estroversione perché il messaggio della Pasqua sia un lieto annuncio da comunicare a tutti.
Cominceremo questa domenica con la distribuzione delle palme  in strada. È un’occasione significativa per vivere quanto detto sulla Chiesa di papa Francesco.






[1] EG 176.
[2] EG 178.
[3] EG 180.
[4] EG 180.
[5] EG 182.
[6] EG 183.
[7] EG 181.
[8] EG 185.
[9] EG 220-221.
[10] Cfr. A.J. Heschel, Il Sabato: suo significato per l’uomo moderno, 1951, tr. it., Milano, Rusconi, 1972
[11] EG 223.
[12] EG 225.
[13] EG 232.
[14] EG 234.
[15] EG 235.

lunedì 3 aprile 2017

V domenica del tempo di Quaresima - Anno A - 2 aprile 2017




Dal libro del profeta Ezechiele 37, 12-14
Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò». Oracolo del Signore Dio.

Salmo 129 - Il Signore è bontà e misericordia.
Dal profondo a te grido, o Signore;
Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia supplica.

Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi ti può resistere?
Ma con te è il perdono:
così avremo il tuo timore.

Io spero, Signore, Spera l’anima mia,
attendo la sua parola.
L’anima mia è rivolta al Signore
più che le sentinelle all’aurora.

Più che le sentinelle l’aurora, Israele attenda il Signore, +
perché con il Signore è la misericordia
grande è con lui la redenzione.
Egli redimerà Israele
da tutte le sue colpe.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani  8, 8-11
Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.  

Lode a te o Signore, re di eterna gloria
Io sono la risurrezione e la vita, dice il Signore,
chi crede in me non morirà in eterno.
Lode a te o Signore, re di eterna gloria

Dal vangelo secondo Giovanni 11, 1-45
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Didimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.  Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberatelo e lasciatelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Commento

Cari fratelli e care sorelle, siamo giunti quasi alla fine del nostro cammino di Quaresima. Domenica prossima entreremo con Gesù in Gerusalemme per vivere con lui gli ultimi giorni della sua Passione e morte, in attesa della sua Resurrezione.
È stato un tempo intenso, che ciascuno di noi ha vissuto fissando lo sguardo su Gesù allo scopo di renderci conto meglio del bisogno che abbiamo della sua salvezza. Ma la salvezza da che cosa?
Il Vangelo di oggi ce lo mostra con evidenza: il Vangelo proclama la salvezza dalla morte, ma in che senso? È evidente che Gesù non ci libera dalla morte fisica. Infatti da un lato la morte di Lazzaro ci ripropone la natura limitata della nostra vita: tutti siamo destinati come lui a morire un giorno. Ma non è solo di quella morte fisica che il Vangelo ci parla, e il miracolo di Gesù che resuscita Lazzaro non significa tanto la liberazione da essa. Infatti questi, pur essendo resuscitato da Gesù, non è liberato dal suo destino mortale, che più tardi lo inghiottirà nuovamente, con una seconda, e questa volta definitiva, morte.
Gesù piuttosto con le sue parole e azioni sembra volerci dire che esiste una morte più temibile di quella fisica, perché definitiva e senza scampo, che è la mancanza di fede. È questa la morte dalla quale Gesù vuole liberare Lazzaro, quelli che stanno con lui e tutta l’umanità, portandoli alla fede che Gesù afferma: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno.” La vera morte che Gesù vuole vincere è quella dell’assenza di fede che condanna a restare prigionieri della dimensione puramente materiale, che finisce e non lascia traccia dopo la morte.
Per questo Gesù accoglie la notizia della malattia di Lazzaro con una reazione che ci sorprende. Egli dice: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato.” Malattia e morte possono essere per la gloria di Dio? Non ne sono forse la negazione? Ma poi prosegue Gesù: “Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate.” Cioè inserisce ciò che è accaduto al suo amico nella prospettiva della fede, come occasione per rafforzarla e farla nascere: Gesù vuole insegnare ai suoi a leggere nella lotta fra la vita e la morte, che caratterizza in molti modi la vita dell’uomo, un’altra lotta ancora più decisiva, quella fra fede e incredulità, e il suo intervento nella vicenda di Lazzaro vuole segnare la vittoria definitiva della vita vera che viene dalla fede.
In questo episodio ci sono molti personaggi: i discepoli, Marta e Maria, i giudei venuti da Gerusalemme. Tutti sono accomunati da una sorta di rimprovero rivolto a Gesù: se lui fosse stato veramente vicino a Lazzaro, questi non sarebbe morto. È la rivolta istintiva dell’uomo contro la forza del male. Anche noi tante volte protestiamo perché Dio è lontano da noi, perché egli non cancella il male dal mondo, ci ribelliamo accusandolo di lasciare che esso sia così forte e i suoi frutti così amari, come se fosse indifferente al nostro destino. Ma la liberazione che Gesù proclama, quella buona notizia di salvezza che egli annuncia col suo Vangelo, non è la cancellazione del male dalla terra. Esso fa parte della vita, è il frutto della libertà che Dio riconosce ad ogni uomo di agire, ed è altresì frutto della limitatezza della nostra esistenza terrena e della natura in generale. Ma non è da questa che Dio ci vuole liberare, ma dal fatto che questa sia l’ultima definitiva parola su di noi, che con essa finisca tutto. Gesù invita ad aprire i nostri orizzonti ad una prospettiva di fede che, come afferma con forza a parole e con i gesti, ci mostra oltre la morte una vita che non finisce, una compagnia caldamente affettuosa che ci consegna ad un’eternità in sua compagnia: “chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno.
Tutti i dialoghi di Gesù con i personaggi del racconto esprimono un ondeggiamento fra fede e incredulità. Marta, ad esempio, afferma la sua fede in Dio, che è Signore della morte, e la esprime a Gesù chiaramente: “so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà …So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno. … Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”.
Maria, esprime a modo suo la sua fede, anche se mista ad un senso di ribellione contro la forza del male: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!
La piccola folla di giudei che sono venuti a consolare Marta e Maria sono incerti, ondeggiano fra due poli opposti, stanno a guardare sconcertati, lo rimproverano per la sua lontananza da Lazzaro nel momento cruciale: “Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?
La nostra condizione è simile a quella dei giudei: incerti, dubbiosi, in ricerca di qualcosa che possa convincerci, mai soddisfatti dei segni già visti, come la guarigione del cieco, tentennanti fra la fiducia e la sfiducia in Dio. Abbiamo paura a lasciarci andare, e spesso vince un senso di abitudine che non sente più la presenza di Dio nella vita di tutti i giorni, fa fatica a scorgerne la presenza sollecita e premurosa nei nostri confronti.
Eppure, alla fine del brano, vediamo che in tanti di loro la fede vince: “Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.
Cosa è che fa nascere la fede in quei dubbiosi? Ce lo chiediamo perché anche noi possiamo, come quei giudei, vedere rafforzata la nostra fede.
La prima cosa che colpisce tutti è quanto Gesù sia addolorato. Egli non verserà tante lacrime nemmeno su di sé, nei momenti più duri della Passione. Dio non è indifferente e lontano, anche se così ci può sembrare, ma partecipe fino al pianto ai dolori del mondo. Ma questo suo pianto non è sconforto impotente, ma forza di resurrezione: l’amore di Dio è efficace e cambia la storia, ma non per magia, per una sterile dimostrazione di forza sulla natura, ma perché fa nascere o vincere la fede sull’incredulità dubbiosa e tentennante. Ogni miracolo che Gesù compie nasce dalla fede o con essa si conclude e ad essa tende, come ciò che più conta ed ha valore, al di là del benessere temporaneo di guarigione, resurrezione o liberazione che esso comporta.
Anche la resurrezione di Lazzaro fa sì che molti acquistino la certezza che l’amore di Dio non è solo a parole e che ci si può veramente fidare di lui e credere nel Vangelo.
Cari fratelli e care sorelle, siamo alle porte della Santa Settimana di passione, morte e resurrezione di Gesù. Davanti ad essa siamo come quei giudei, tentennanti e dubbiosi. È una follia, cosa crede di dimostrare Gesù con quel suo andare a Gerusalemme sapendo quello che lo attende? vuole forse convincerci della bontà della sua dottrina con l’eroismo? Che senso ha la sua sottomissione volontaria alla passione e morte in croce? Sono domande così comuni e forse queste e anche altre sono presenti oggi nel fondo del nostro cuore.
Oggi il Vangelo viene a dirci Che Gesù andando a Gerusalemme e affrontando tutto quello che sa che deve avvenire vuole suscitare la fede in lui, come ha fatto con la resurrezione di Lazzaro. Ci fidiamo che restare con lui, pur nelle prove e nel dolore che fanno parte integrante della vita dell’uomo, è la strada per giungere alla vita eterna?
È la domanda che oggi il Vangelo ci pone, dando agli avvenimenti che ci apprestiamo a rivivere la dimensione definitiva e cruciale che essi hanno. Avere fede in Gesù, fidarsi di lui ci permette infatti di divenire eredi di quella forza di resurrezione che è la promessa di una vita eterna e felice, nella compagnia del Signore che non abbandona e non lascia nessuno in preda della forza del male. In questo confidiamo per risorgere con lui, a Pasqua.


Preghiere 

O Signore nostro Gesù Cristo, ti preghiamo: donaci la fede in te perché non ci scandalizziamo quando, entrando in Gerusalemme, ti presenterai umile e povero,
Noi ti preghiamo

O Dio Padre onnipotente, rendi umano il nostro cuore e sensibile il nostro animo, perché davanti al tuo figlio che va a morire non restiamo come spettatori estranei ma viviamo con partecipazione commossa i segni di un così grande amore per noi,
Noi ti preghiamo


Signore Gesù insegnaci a pregare, perché non siamo timidi e freddi, ma come Marta e Maria sappiamo chiedere la guarigione e la resurrezione per il fratello schiacciato dal male,
Noi ti preghiamo

O Padre nostro, fa’ che come figli sappiamo sempre chiederti ciò di cui abbiamo bisogno, fiduciosi che tu ci ascolti ed esaudisci. Aiutaci a non rinunciare ad aspettarci da te vita e salvezza,
Noi ti preghiamo


Aiuta e sostieni o Signore tutti coloro che sono nel bisogno. Ci facciamo oggi compagni dell’invocazione di chi è nel dolore e mettiamo nelle tue mani la vita di chi è debole, indifeso e povero. 
Noi ti preghiamo

Sostieni o Padre del cielo la nostra poca fiducia in te, accresci in noi la certezza che il tuo amore non finisce e la tua misericordia cancella il nostro peccato. Guarisci e perdona o Dio le nostre vite,
Noi ti preghiamo.


Aiuta o Dio quanti non sanno come invocarti e non ti conoscono ancora. Guida a te quanti sono dispersi e lontani,
Noi ti preghiamo

Benedici e proteggi o Padre del cielo il nostro papa Francesco e quanti, come lui, spendono la vita per l’annuncio e la testimonianza del Vangelo. Fa’ che i loro sforzi producano frutti buoni di pace e conversione dei cuori,
Noi ti preghiamo

II incontro con i genitori dei ragazzi del catechismo - sabato 1 aprile 2017




Incontro di Pasqua con i genitori dei bambini del catechismo

Sabato 1 aprile 2017

Cari amici mi fa molto piacere poter vivere questo momento di incontro con voi e vi ringrazio di avere accolto il nostro invito.
Ci troviamo a vivere nel tempo di Quaresima che è preparazione e attesa della Resurrezione di Gesù, a Pasqua. 
Domenica delle palme, ricorderemo Gesù entrare nella città di Gerusalemme tra due ali di folla esultante;
poi giovedì santo ricorderemo l’ultima cena, quando Gesù lavò i piedi ai discepoli e offri loro il suo corpo e sangue come nutrimento della loro vita. Alla fine della cena Gesù fu arrestato e imprigionato;
venerdì ricorderemo la condanna che Pilato e i sommi sacerdoti pronunciarono sul di lui e la sua crocifissione e sepoltura. Fino a domenica un gran silenzio scenderà sul mondo: Gesù è nella tomba e la sua voce è messa a tacere,
ma a Pasqua risuonerà forte l’annuncio della Resurrezione.
Cari amici oggi vorrei soffermarmi proprio sul contrasto così stridente fra il rumore del tumulto della folla che circonda le vicende di Gesù dall’ingresso trionfale a Gerusalemme fino alla condanna e morte, e la pace del cenacolo il giovedì santo, perché mi sembra che oggi viviamo una condizione simile.
Anche oggi infatti siamo sopraffatti da un grande trambusto di voci che urlano. 
Urlano le notizie dei telegiornali, con tutta la forza del sensazionale che viene cercato a tutti i costi. 
Urla la pubblicità, sempre più accattivante e invadente. 
Urla la politica che vuole persuaderci non tanto con il ragionamento pacato e convincente ma, appunto, con l’urlo che colpisce ed emoziona, facendo leva sulle paure e la “pancia” delle persone. 
Urliamo tante volte anche noi, nelle nostre relazioni sociali, non tanto nel senso del tono della voce, ma con quel desiderio di prevalere sull'altro che la società ci suggerisce, come vivendo in un continuo talk show nel quale per imporsi bisogna prevaricare più che ragionare. È il modo di proporsi televisivo che spesso ha così successo nel modo di fare comune.
Anche nelle vicende della Passione di Gesù c’è un grande trambusto di urla. Racconta il Vangelo di Luca: 
Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo, disse loro: "Mi avete portato quest'uomo come agitatore del popolo. Ecco, … egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo punito, lo rimetterò in libertà". Ma essi si misero a gridare tutti insieme: "Togli di mezzo costui! Rimettici in libertà Barabba!". Questi era stato messo in prigione per una rivolta, scoppiata in città, e per omicidio. Pilato parlò loro di nuovo, perché voleva rimettere in libertà Gesù. Ma essi urlavano: "Crocifiggilo! Crocifiggilo!". Ed egli, per la terza volta, disse loro: "Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte. Dunque, lo punirò e lo rimetterò in libertà". Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso, e le loro grida crescevano.” (Lc 23,13-23).
Quando Pilato compie il debole tentativo di salvare Gesù, perché si era reso conto che era innocente vittima di una congiura dovuta all'invidia dei capi del popolo, la folla grida a Pilato “Crocifiggilo!”; quando Pilato propone di liberarlo come gesto di clemenza, la folla grida “No, libera Barabba!” Il grido è il modo normale di esprimersi della folla. Sì, perché in essa ci si sente forti dell’anonimato e dell’impersonalità: si grida non con la propria voce isolata, ma si partecipa ad un grido collettivo. Per questo viene così facile preferire un delinquente a Gesù. Ci si sente forti, approvati, euforici. Eppure Gesù non ha fatto niente di male, non ha commesso reati né è un violento, è evidente a tutti e Pilato lo dice con forza. È un poveraccio innocente, eppure la folla grida contro di lui.
Quando si è nella folla è normale gridare, è normale prendersela con chi è un poveraccio, ed è altrettanto normale preferire chi si propone come un forte e un prepotente, come Barabba, piuttosto che un perdente, come Gesù. È la dinamica normale della folla. È il modo di agire normale di chi sta nella folla.
Lo vediamo oggi in tanti Paesi europei e negli Stati Uniti. Le folle gridano contro gli immigrati, i poveracci, contro chi è senza diritto di curarsi, come negli USA, e contro chi non ce la fa ad andare avanti. A me ha colpito molto, per fare esempio, sapere che in molte città, come Roma, è stato applicato il reato di “furto di immondizia” contro quelli che frugano nei cassonetti per cercare quello che possono rimediare di utile. Ai poveri è negata persino la possibilità di usare quello che i ricchi buttano via. Pochi giorni fa il Corriere della Sera, il giornale più diffuso in Italia, ha fatto un ampio reportage su questo "scandalo" dei ladri di immondizia, reclamando che venga represso questo malcostume. È il grido della folla che non sopporta nemmeno la vista dei poveri, anche quando non fanno niente di male.
Allo stesso tempo vediamo che la folla invoca a gran voce i forti: Trump negli USA, Le Pen in Francia, Orban in Ungheria, Kacinsky in Polonia, ecc… proprio come la folla di Gerusalemme grida di liberare Barabba, capopopolo violento.
Insomma la folla si esprime gridando, per zittire gli altri, per evitare la fatica di ragionare e capire, per sentirsi forti e sfogare le proprie frustrazioni, per esorcizzare le paure.
Io oggi vorrei chiedermi con voi: io dove sono? Ciascuno di noi dov’è? Non mi nascondo anche io nella folla? Non grido come lei e con lei le parole d’ordine che tutti urlano? Quando mi riferisco a urla e grida evidentemente non mi riferisco tanto al tono della voce, ma all’atteggiamento del proprio modo di vivere e giudicare.
Per smettere di urlare c’è bisogno di uscire dalla folla, ma come è possibile?
Come sappiamo la tradizione della Chiesa il giovedì santo, dopo la celebrazione della Messa in Cœna Domini spoglia gli altari e apre le chiese alla preghiera davanti a quello che si chiama impropriamente “il sepolcro”. Non lo è, perché Gesù non è ancora morto, piuttosto lo possiamo immaginare come la sala dell’ultima cena, nella quale Gesù vuole restare con i dodici per dimostrargli tutto il suo amore e prepararsi così al momento più duro della sua Passione.
Quella sera Gesù non grida la sua rabbia, eppure ne avrebbe avuto motivo. Stava per essere condannato a morte ingiustamente. Neppure urla il suo disprezzo per gli apostoli, eppure ne avrebbe avuto motivo, visto che di lì a poco due lo avrebbero tradito apertamente, Giuda e Pietro, e gli altri dieci lo avrebbero abbandonato nel momento di maggior bisogno.
No, Gesù non grida, ma tira fuori i suoi dalla folla, li chiama in disparte e parla loro con pacatezza e semplicità le parole del suo amore. Poche parole, soprattutto gesti: lava loro i piedi, offre loro il suo Corpo e Sangue, tutto se stesso.
Racconta il Vangelo di Giovanni: “Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù … si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto.” (Gv 13, 1-5)
Ebbene anche a noi Gesù rivolge lo stesso invito: uscire dalla folla che urla, che rivendica il proprio diritto a lamentarsi, che se la prende con i poveracci, che vuole prevalere sugli altri, per ascoltare le sue semplici, pacate parole che ci parlano di amore e di vita buona e per lasciarci lavare i piedi e nutrire col suo Corpo e Sangue.
Lo faremo Giovedì santo, ma lo facciamo qui ogni domenica. La Messa domenicale è sostanzialmente questo: uscire dal coro delle grida quotidiane, quelle della televisione, dei politici, delle pubblicità, degli arrivisti e dei prevaricatori. Smettere anche noi di gridare nel tentativo disperato di sovrastare il frastuono nel quale nessuno sta a sentire nessuno ma cerca solo di imporsi. Farci in disparte con Gesù che ci parla e ci ascolta, che insegna a rivolgerci agli altri con affetto e ad ascoltarli, ma anche che realizza con i suoi gesti concreti quello che dice e ci insegna a fare anche noi altrettanto: ci lava dal male che incrosta la nostra vita, ci nutre con il suo volerci bene così come siamo fatti, con i difetti e le mancanze.
Qualcuno potrebbe pensare che per uscire dalla folla basta starsene in disparte, isolarsi, farsi i fatti propri. Ma non basta questo, perché la folla è nella nostra testa e nel nostro cuore, ci pervade con il suo modo di ragionare e giudicare gli altri. Per uscire dalla folla invece c’è bisogno di farsi chiamare per nome, cioè così come siamo fatti, senza fingere di essere come non siamo e senza nasconderlo, da qualcuno che ci vuol bene proprio per come siamo fatti. Questo qualcuno non può che essere Gesù, l’unico che ha convocato in disparte i dodici, li ha chiamati per nome e li ha amati fino alla fine, senza recriminare, senza giudicarli, senza chiedere il contraccambio, ma con amore gratuito e disinteressato, che è l’unico vero amore. Chi altro farebbe altrettanto?
Questo è quello che cerchiamo di comunicare ai vostri figli e che vorremmo offrire anche a voi, a tutti.
Oggi vi chiedo di pensare bene a cosa è importante desiderare per i vostri figli, per il loro bene e per il loro futuro. Certo, giustamente penserete ad una loro sistemazione lavorativa e affettiva, ma io vi chiedo oggi, volete gettarli nella folla che urla, dove non è possibile ragionare e capire, dove non importa ascoltare e farsi conoscere, dove non conta chi sono io e come so costruire il bene per me e per chi mi è accanto? Oppure preferite aiutarli a uscire da quella folla che urla, a non sentirsi giustificati di fare come tutti solo perché lo fanno tutti, anche se è sbagliato, anche se è male?
Io vi consiglio di accompagnarli assieme a noi in quella stanza del Giovedì santo, dove Gesù ci prende in disparte, ci ascolta, ci parla e ci vuol bene, dove impariamo ad uscire dalla folla, ma non per starcene per conto nostro e disinteressarci degli altri, ma per essere veramente uomini e donne, capaci di costruire il proprio bene perché interessati al bene di tutti.