sabato 14 luglio 2018

XV domenica del tempo ordinario - Anno B - 15 luglio 2018





Dal libro del profeta Amos 7, 12-15
In quei giorni, Amasìa, [sacerdote di Betel,] disse ad Amos: «Vattene, veggente, ritirati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno». Amos rispose ad Amasìa e disse: «Non ero profeta né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivavo piante di sicomoro. Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge. Il Signore mi disse: Va’, profetizza al mio popolo Israele».

Salmo 84 - Mostraci, Signore, la tua misericordia.
Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: +
egli annuncia la pace
per il suo popolo, per i suoi fedeli.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
perché la sua gloria abiti la nostra terra.

Amore e verità s’incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
Verità germoglierà dalla terra
e giustizia si affaccerà dal cielo.

Certo, il Signore donerà il suo bene
e la nostra terra darà il suo frutto;
giustizia camminerà davanti a lui:
i suoi passi tracceranno il cammino.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini 1, 3-14
Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. In lui, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia. Egli l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto per il governo della pienezza dei tempi: ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra. In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati – secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà – a essere lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo. In lui anche voi, dopo avere ascoltato la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza, e avere in esso creduto, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria.

Alleluia, alleluia alleluia.
Il Padre illumini gli occhi del nostro cuore
per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Marco 6, 7-13
In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.  E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

Commento

Domenica scorsa abbiamo ascoltato nel vangelo il fallimento della predicazione di Gesù nei luoghi in cui era nato. Lì dove lo avevano visto crescere la gente non è disposta ad ascoltarlo. Le sue parole infatti erano troppo diverse dal sapere comune e i suoi gesti erano troppo diversi dal modo di vivere di sempre! Subito dopo, abbiamo ascoltato oggi, Gesù va in giro per i villaggi ad annunciare il vangelo a chi non lo conosceva. Cioè il Signore non resta attaccato al mondo già conosciuto, quello che gli è più familiare”, ma esce da esso per incontrare il mondo più vasto, gli altri villaggi: è  lì che lo incontriamo anche noi! Il Signore visse un’esistenza nomade. Lo incontriamo ovunque: è senza una casa stabile, va per le campagne e le città, fino ai confini della Palestina e anche oltre, a Tiro e Sidone. Egli non si fa imprigionare da un luogo, da una famiglia, da una cultura e da un ambiente. Gesù si fa pellegrino alla ricerca degli uomini, negli angoli più nascosti ed incontra tanti. Oggi abbiamo ascoltato il suo invito, rivolto ai sui discepoli e a noi, a fare la stessa cosa: “Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli”.
Ma che significa? Che bisogna lasciare tutto e incamminarsi verso l’ignoto? A volte pensiamo al missionario che annuncia il vangelo come ad un eroe isolato nella sua eccezionalità. Sì, anche questa è un modo e molti lo hanno fatto, ma non è l’unico.
Vediamo meglio cosa significa. Innanzitutto Gesù manda i discepoli a due a due perché il loro non essere da soli sia la prima predicazione a chi li incontra: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). L’essere fratelli e non individui slegati l’uno dall’altro è infatti la prima buona notizia, un vero “vangelo”, che possiamo offrire a questo nostro mondo in cui spesso la vita è resa triste dalla solitudine, subita, ma spesso anche costruita da se stessi per il rifiuto degli altri. Il cristiano anche quando è da solo, come nella vita capita, non è mai un individuo isolato ma è sempre un figlio, un fratello, una sorella, parte di una famiglia larga, di un “noi” plurale, e come nelle famiglie, deve saper dire il nome di ciascuno dei membri della famiglia, chi sono, cosa fanno, come vivono. Questa deve essere la nostra prima testimonianza. Il primo passo che Gesù fa compiere ai suoi discepoli è l’uscita dall’ ”io” individuale, dall’abitudine a pensarsi come una persona che persegue i suo scopi, compie il suo itinerario come su un binario che non ne incrocia altri.
Poi, come secondo elemento, Gesù invita a non portarsi dietro un bagaglio pesante: vestiti, cibo, proprietà, suppellettili, ma solo un bastone, sandali e tunica. Ciò significa che spesso il nostro passo è lento e pesante perché siamo ingombri di giudizi, abitudini, modi di fare e di essere, pensieri che sono un pesante bagaglio che ci frena. Anzi, avere un bagaglio così ingombrante ci convince che è meglio non partire per niente, per non rischiare di perdere qualcosa nel viaggio, per la paura di sentire la mancanza di qualcosa durante il cammino. Lasciamoci dietro tutto questo inutile ciarpame, lasciamoci stupire dall’incontro con altri, senza credere sempre si sapere già chi è colui che abbiamo difronte. Lasciamoci toccare e magari anche ferire dal bisogno del fratello, senza doverci coprire di corazze dure e pesanti per difenderci, di avere già spiegazioni e soluzioni pronte. Lasciamoci trascinare dove non pensavamo e non sapevamo, senza dover per forza fare solo strade conosciute e scontate. Solo una cosa ci serve, dice Gesù: un bastone. Questo era il segno dell’essere pellegrino, come era Gesù, che sicuramente ne usava uno nel suo viaggiare. Sì, il bastone su cui possiamo poggiare con sicurezza nel nostro pellegrinaggio alla sequela di Gesù è la Bibbia, appoggio solido e infallibile. Poggiamoci ad essa e non alla sapienza del mondo per prendere le nostre decisioni, per fermarci davanti a chi chiede, per alzare lo sguardo su un orizzonte più vasto del nostro piccolo mondo. Esso ci sostiene nei momenti difficili e ci evita di inciampare.
Gesù poi invita ad entrare nelle case, cioè a non sfuggire dal rapporto personale, intimo con gli altri. Questo ci fa paura, perché ci scopre vulnerabili e ci fa scoprire la vulnerabilità degli altri. Noi restiamo sempre un po’ sulla soglia della casa, da dove possiamo gettare uno sguardo, ma senza entrare dentro. C’è bisogno di sedersi accanto, parlare, restare a lungo con il fratello e la sorella, nel luogo della propria e della loro vita ordinaria, cioè la casa di ciascuno, perché possiamo trasmettere la bellezza della vita con il Vangelo. L’incontro fugace e superficiale, sulla porta, non comunica nulla e conferma agli altri che vogliamo stare alla larga da loro.
Infine Gesù raccomanda di non arrabbiarsi e non deprimersi per l’insuccesso: lui ne ha conosciuti tanti! Allo stesso tempo non ha perso mai la speranza che in futuro qualcosa potesse cambiare. Lo dimostra quell’ultimo gesto di scuotersi la polvere dai piedi, con cui lasciarsi con chi non ha voluto accogliere il Vangelo, almeno per adesso. Anche questo estremo gesto non è un segno di rabbia e di definitiva rinuncia, ma è “come testimonianza per loro” per lanciare un segnale, un ricordo che possa lasciare comunque un segno.
Insomma essere discepoli che annunciano il Vangelo non è un compito per gente speciale. È alla portata di tutti, anche nostra. Basta accettare di uscire da sé e farsi pellegrini, compagni dei fratelli, senza troppe sicurezze e pesanti pregiudizi, pronti a poggiarsi sulla Parola di Dio. Quante volte, chiediamoci ad esempio, parliamo del Vangelo con altre persone, o raccontiamo del nostro incontro col Signore? Siamo avari e timorosi di farlo, come fosse scortese e inopportuno, ma se siamo convinti che questo è veramente il cuore e il bello della nostra vita, come evitare di dirlo nelle situazioni “opportune e inopportune”, come ci invita a fare l’Apostolo.
Il racconto evangelico di oggi si conclude con la descrizione dei frutti dell’annuncio: cambiamento di vita, liberazione dal male, guarigione. Quei discepoli riuscirono a compiere genti straordinari perché erano portatori non di sé stessi, ma, come dice Paolo, si sono lasciati adottare da Dio e ne hanno ricevuto in eredità la potenza di una parola forte che cambia la realtà.
A noi, fratelli e sorelle, prendere sul serio l’invito di Gesù, uscire da noi stessi e compiere i miracoli di bene e di misericordia di cui quelli che incontriamo hanno spesso un bisogno grande.


Preghiere 


O Signore Gesù, accompagnaci sulle vie della vita perché possiamo seguire te e non la sapienza di questo mondo,
Noi ti preghiamo


O Dio fa’ che usciamo da noi stessi per farci pellegrini come Gesù. Aiutaci ad incontrare i fratelli e  le sorelle con il desiderio di essere assieme a loro la tua famiglia,
Noi ti preghiamo



Aiutaci o Gesù a non disprezzare nessuna persona, per quanto umile o peccatore sia, ma ad operare perché per ognuno si realizzi l’incontro con te che cambia e salva la vita, 
Noi ti preghiamo


Aiutaci o Dio ad essere testimoni credibili e autentici del vangelo, capaci di viverlo con semplicità e fiducia. Fa’ che vedendo come ci amiamo tutti comprendano che siamo tuoi discepoli,
Noi ti preghiamo

Aiuta o Signore chi è povero e indifeso: le vittime della guerra e della violenza, specialmente in Africa, Medio Oriente, Europa Orientale, chi è malato o anziano, chi è senza casa, prigioniero debole. Dona a tutti la tua pace,
Noi ti preghiamo


Proteggi i cristiani ovunque nel mondo, specialmente in Nigeria, Pakistan, Iraq, Siria, e ovunque sono perseguitati e uccisi. Fa’ che il loro martirio sia come un seme da cui nasca un futuro di pace per tutti,
Noi ti preghiamo.



sabato 7 luglio 2018

XIV domenica del tempo ordinario - Anno B - 8 luglio 2018





Dal libro del profeta Ezechiele 2, 2-5
In quei giorni, uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava. Mi disse: «Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me. Essi e i loro padri si sono sollevati contro di me fino ad oggi. Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito. Tu dirai loro: “Dice il Signore Dio”. Ascoltino o non ascoltino – dal momento che sono una genìa di ribelli –, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro».

Salmo 122 - -I nostri occhi sono rivolti al Signore.
A te alzo i miei occhi,
a te che siedi nei cieli.
Ecco, come gli occhi dei servi
alla mano dei loro padroni.

Come gli occhi di una schiava
alla mano della sua padrona,
così i nostri occhi al Signore nostro Dio,
finché abbia pietà di noi.

Pietà di noi, Signore, pietà di noi,
siamo già troppo sazi di disprezzo,
troppo sazi noi siamo dello scherno dei gaudenti,
del disprezzo dei superbi.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 12, 7-10
Fratelli, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte.

Alleluia, alleluia alleluia.
Lo Spirito del Signore è su di me:
mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Marco 6, 1-6
In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Commento

Cari fratelli e care sorelle, il brano del Vangelo che abbiamo appena ascoltato ci parla dello stupore, e ne presenta due aspetti diversi. Dapprima infatti espone l’atteggiamento stupito dei familiari e compaesani di Gesù davanti alle sue parole e ai segni che compie, e poi, al termine, lo stupore di Gesù davanti alla reazione incredula e diffidente di quelle stesse persone.
I compaesani di Gesù si stupiscono dell’insegnamento che lui espone alla gente radunata nella sinagoga, che probabilmente lo ha visto fin da bambino partecipare alla preghiera, ma il loro meravigliarsi è pieno di fastidio perché il suo pensiero e agire si discosta dalla tradizione del villaggio, dalla sapienza condivisa da tutti.
È la reazione di fastidio per la novità del Vangelo che istintivamente coglie la gente e che spesso accompagna il suo annuncio. Anche noi a volte infatti ci stupiamo di un vangelo che si discosta così paradossalmente dal buon senso e da ciò che è scontato. Il Vangelo infatti non è mai una benedizione acquiescente del già esistente, né tantomeno un aggiustamento di compromesso, e davanti alla realtà esso si pone sempre come un segno di contraddizione e una domanda di cambiamento, e questo suscita stupore.
Ma poi quello stupore diventa fastidio per la pigrizia spirituale del conservatorismo; i compaesano di Gesù non riconoscono più quel figlio della loro terra, e non si riconoscono più nelle sue parole e segni, ma questo è sempre vero per chi ascolta il Vangelo. Esso infatti non è lo specchio che riflette il mondo, la realtà così come è, ma piuttosto è come una lente che cambia la visuale, fa mettere a fuoco tanti dettagli che nella confusione sfuggono e restituisce la visione vera della realtà non più sfocata o deformata dal nostro individualismo egocentrico.
Questa immagine del mondo osservato attraverso la lente del vangelo è più vera di quella che noi sappiamo avere da noi stessi, perché è come Dio lo vede e lo vuole: migliore, abitato da gente più misericordiosa e umana, meno aspra ed egoista, ecc… Davanti a questa immagine però che il Vangelo ci offre del mondo reagiamo stupiti e infastiditi, non la riconosciamo, fino a rifiutarla.
Davanti a questo rifiuto anche Gesù si stupisce: “si meravigliava della loro incredulità.” È la meraviglia piena di tristezza davanti al rifiuto orgoglioso di chi non sa che farsene della salvezza che Gesù è venuto a portare. Sì, quella gente crede di sapere già di cosa ha bisogno, come va la vita e cosa desidera. Possiede la certezza delle proprie idee e convinzioni. Perché dovrebbe accettare un vangelo nuovo, quando ne ha uno che gli si adatta a pennello? Perché cambiare, quando la realtà così come è li soddisfa? A che scopo cambiare idea se si è convinti di sé?
Gesù è stupito davanti a tanta durezza e diffidenza, proprio da parte di coloro che per la familiarità che avevano con lui da lungo tempo avrebbero dovuto fidarsi e lasciarsi toccare dalle sue parole. Ma non basta la familiarità, dice Gesù: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua” Spesso anche per noi la familiarità con Gesù, col Vangelo e con le cose della fede ci portano a renderle come delle conoscenze scontate che ormai non ci chiedono più di cambiare. Stravolgiamo la loro natura perché assomiglino a noi, senza sforzarci invece di essere noi ad assomigliare a loro.
L’Apostolo Paolo nella seconda lettera ai Corinzi che abbiamo ascoltato riprende questo tema e fa un’affermazione che risuona paradossale: la debolezza è la sua vera forza. È il paradosso della fede cristiana: Gesù fatto uomo, umiliatosi cioè fino a perdere le prerogative divine, fino a farsi uccidere in croce, è salvezza del mondo, lui che non ha saputo nemmeno salvare se stesso! E la debolezza della carne, a cui Paolo fa cenno, lo rende più vulnerabile al vangelo, meno sicuro di sé e forte delle proprie certezze. È l’atteggiamento del discepolo che, ascoltando il Vangelo si stupisce sì, della sua novità, ma non lo rifiuta e accetta di specchiarsi in quel volto diverso, più umano che esso ci offre di noi stessi.
Invece di essere affezionati a come siamo, lasciamoci attrarre dal volto bello, umano e misericordioso che Dio vuol farci scoprire specchiandoci nel suo Vangelo. Accostandoci con fiducia a Gesù, alle sue parole e ai segni che compie nella storia, scopriamo la bellezza di cambiare e di divenire più simili a lui. Paolo parla di una forza, frutto del riconoscerci poveri e bisognosi e riempiti per questo dalla grazia del Signore che non si fonda sul sangue o sulla consuetudine, ma sul desiderio di essere discepoli suoi e non di se stessi.

 Preghiere 

O Signore ti ringraziamo perché non guardi alla forza e alla grandezza degli uomini, ma conoscendo i nostri cuori ci inviti a farci come te: umili servitori e fratelli generosi,
Noi ti preghiamo
  

Aiutaci o Dio a non disprezzare la novità del vangelo e a non preferire ciò che già conosciamo e sappiamo della vita. Aiutaci a cercare sempre, per tutta la vita di essere discepoli che seguono te, e non noi stessi,
Noi ti preghiamo



O Padre onnipotente ti preghiamo per tutti coloro che sono nel dolore e soffrono per la durezza della vita: per chi è anziano e malato, per i prigionieri e i senza casa, per chi è profugo in terra straniera: salva e consola tutti,
Noi ti preghiamo


Suscita in noi o Signore un cuore di carne, capace di compassione e misericordia, perché sappiamo restituire il tanto ricevuto con generosità e affetto,
Noi ti preghiamo



Proteggi e guida o Dio tutte le famiglie dei tuoi discepoli che ogni domenica si riuniscono attorno alla mensa della parola e dell’eucarestia, perché siano testimoni di un vangelo che dà vita e speranza,
Noi ti preghiamo


Sostieni o Signore Gesù chi è abbattuto e senza speranza, fa che l’incontro con te risorto sia per ciascuno occasione di conversione e ritorno a Dio,
Noi ti preghiamo.




sabato 30 giugno 2018

XIII domenica del tempo ordinario - Anno B - 1 luglio 2018





Dal libro della Sapienza 1,13-15; 2,23-24
Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte, né il regno dei morti è sulla terra. La giustizia infatti è immortale. Sì, Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto immagine della propria natura. Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono.

Salmo 29 - Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato.
Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato,
non hai permesso ai miei nemici di gioire su di me.
Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi,
mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa.

Cantate inni al Signore, o suoi fedeli,
della sua santità celebrate il ricordo,
perché la sua collera dura un istante,
la sua bontà per tutta la vita.
Alla sera ospite è il pianto
e al mattino la gioia.

Ascolta, Signore, abbi pietà di me,
Signore, vieni in mio aiuto!
Hai mutato il mio lamento in danza,
Signore, mio Dio, ti renderò grazie per sempre.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 8,7.9.13-15
Fratelli, come siete ricchi in ogni cosa, nella fede, nella parola, nella conoscenza, in ogni zelo e nella carità che vi abbiamo insegnato, così siate larghi anche in quest’opera generosa.  Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà.  Non si tratta di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza. Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza, come sta scritto: «Colui che raccolse molto non abbondò e colui che raccolse poco non ebbe di meno».

Alleluia, alleluia alleluia.
Cristo Gesù ha vinto la morte
e ha fatto risplendere la vita
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Marco 5, 21-43
In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male». Stava ancora parlando, quando [dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: alzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

Commento

Cari fratelli e care sorelle, abbiamo ascoltato dal vangelo di Marco un episodio della vita di Gesù che racchiude due grandi miracoli: la guarigione della donna emorroissa e la resurrezione della giovane figlia di Giairo. Sono due situazioni molto diverse da tanti punti di vista, ma all’origine di tutti e due gli episodi c’è la fiducia ingenua di due persone. Nel primo caso si tratta di un padre, una persona importante che rivestiva il ruolo prestigioso di capo della sinagoga, il quale non ha vergogna di gettarsi ai piedi di Gesù, di farsi piccolo e umile per implorare il suo aiuto per la figlia gravemente malata. Nel secondo caso invece una donna malata cerca di toccare il lembo del mantello di Gesù, nemmeno spera di potergli parlare, ma è convinta che questo la farà guarire. Tutte e due queste persone rivelano una grande umiltà: non pretendono di essere ascoltate per la loro importanza, o perché ne hanno diritto ma implorano come mendicanti l’attenzione di Gesù. Il vangelo ci propone il loro atteggiamento come quello del vero credente e discepolo. San Paolo nella lettera ai Corinzi che abbiamo ascoltato dice come Gesù lui per primo è stato umile: “da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà.” Con queste parole l’apostolo ci aiuta a capire il vero significato dell’umiltà di Gesù. Il suo non è l’atteggiamento di chi si fa piccolo davanti a chi è importante o potente per ricavarne un vantaggio. L’umiltà del Signore è frutto dell’amore per gli uomini, è un chinarsi verso di noi per farsi vicino a noi. Il capo della sinagoga e la donna malata si chinano davanti a Gesù non per paura di un Signore potente ma anzi, proprio perché hanno fiducia in lui non hanno vergogna di mostrare il loro bisogno, la loro piccolezza e miseria. Essi ci insegnano l’atteggiamento con il quale stare davanti al Signore. Tante volte noi, al contrario, nascondiamo agli altri il nostro bisogno, ci mostriamo forti e indipendenti da tuti. Non ci piace essere umili perché ci sembra di perdere di autorevolezza e di esporci al rischio di essere prevaricati. Nei nostri rapporti con la gente stiamo attenti a non fare più di quanto siamo tenuti a fare e a non mostrarci remissivi. Ma il Signore ha detto “siate come me che sono mite e umile di cuore”. L’umiltà ci rende simili a Gesù, è segno di vicinanza a lui che è modello di umanità perfetta.
A questo loro atteggiamento fa riscontro l’irrisione e lo scetticismo di chi sta loro  attorno. Il vangelo la definisce col nome di “folla”, cioè massa confusa, senza nome né volto. Dentro la folla non si sa essere umile, perché si è attenti a non lasciarsi superare dall’altro, ci si fa strada sgomitando e si resta a galla come in un mare agitato. Per questo irridono il capo della sinagoga e gli dicono impietosamente: ormai tua figlia è morta, che stai ad agitarti tanto, ci perdi anche di dignità. A Gesù che cerca la donna che lo ha toccato i discepoli rispondono ironici dicendo che è inutile cercare perché nella calca vincono sempre l’anonimato e la confusione. Ma né Gesù, né Giairo e neppure la donna malata si lasciano assorbire dalla confusione anonima della folla, ma si incontrano e parlano, si guardano, vivono un rapporto di amicizia e interesse reciproco sincero.
È quello che succede anche a noi ogniqualvolta usciamo dalla confusione anonima della folla per incontrare Gesù personalmente, faccia a faccia, e questo diventa possibile solo se siamo umili.
Il miracolo della guarigione della donna e della resurrezione della giovane figlia di Giairo avvengono senza che la folla se ne accorga, per loro le cose vanno come devono andare, come sempre. Infatti ad essa non interessa notare il bene che si realizza, ignorano persino il miracolo che si realizza. Solo chi è umile e non si fa grande orgogliosamente si accorge del bene che c’è e sa farsene coinvolgere. Anche noi troppo spesso viviamo avvolti nella folla e non ci accorgiamo dei piccoli e grandi miracoli di amore. Avvengono accanto a noi, ci sfiorano, ma noi siamo troppo presi dallo spintonarci a vicenda nella folla da accorgercene.
Uscire dalla folla non è impossibile: basta umilmente cercare Gesù, ascoltarlo, accostarsi al lembo del suo mantello che sono i poveri, la parte più bassa della società, sfiorare la loro vita. Ci accorgeremo così della forza di bene che promana da lui, della guarigione e della gioia che riempie chi lo incontra, della vita nuova che è donata a quella fanciulla di cui tutti dicevano: è inutile fare niente, tanto è morta.
Fratelli e sorelle, ogni domenica il Signore passa accanto a noi, si fa vicino e disponibile. A noi sta non restare confusi nella folla distratta e agitata dai suoi pensieri, a noi sta non restarcene per conto nostro, isolati, a noi sta chinarci umilmente ai suoi piedi, come Maria, per ascoltare le sue parole e farci guarire da lui le ferite del nostro egoismo e indifferenza. Non ci preoccupiamo se qualcuno accanto a noi può ironizzare o sentirsi superiore, perché quello che conta è che il nostro cuore sarà rinnovato dalla forza buona di una nuova vita che Gesù ci dona.


Preghiere 

O Signore Gesù che ti sei chinato fino a noi facendoti uomo per la nostra salvezza, aiutaci a non vivere orgogliosamente pieni di noi stessi, ma umilmente e con mitezza.
Noi ti preghiamo


O Padre che ci ami di infinita bontà, accogli noi tuoi figli nonostante il peccato, la freddezza e la distanza da te. Aiutaci ad essere umili discepoli del vangelo per incontrarti vivo e pronto a soccorrere ogni uomo.
Noi ti preghiamo




Gesù ti chiediamo di guarire le infermità della nostra vita: la durezza di cuore, l’egoismo, l’infedeltà, il poco amore. Fa’ che accostandoci a te umilmente la nostra vita sia trasformata.
Noi ti preghiamo


Ti ringraziamo Signore per tutti i miracoli di amore che compi accanto a noi: per la consolazione che doni agli afflitti, la guarigione dei malati, il perdono dei peccati e il sostegno ai deboli. Fa’ che tutti sappiamo esserti grati per ognuno di essi.
Noi ti preghiamo


Ti preghiamo o Signore Gesù per i cristiani del Medio Oriente e per i loro rappresentanti che si riuniranno con papa Francesco a Bari per pregare e riflettere su quella parte del mondo così travagliata da guerre e violenza.. Dona loro la protezione del tuo amore che scioglie ogni difficoltà.
Noi ti preghiamo


Ti invochiamo o Signore per la salute dei malati. Guarisci il cuore e il corpo di chi soffre perché la forza del tuo amore sia proclamata in ogni luogo dove la morte e il dolore sembrano vincere.
Noi ti preghiamo.

sabato 23 giugno 2018

Festa natività di Giovanni Battista - Anno B - 24 giugno 2018





Dal libro del profeta Isaia 49,1-6
Ascoltatemi, o isole, udite attentamente, nazioni lontane; il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome. Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all’ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra. Mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria». Io ho risposto: «Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze. Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio». Ora ha parlato il Signore, che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele – poiché ero stato onorato dal Signore e Dio era stato la mia forza – e ha detto: «È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra». 

Salmo 138 - Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda. 
Signore, tu mi scruti e mi conosci,
tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo,
intendi da lontano i miei pensieri,
osservi il mio cammino e il mio riposo,
ti sono note tutte le mie vie.

Sei tu che hai formato i miei reni
e mi hai tessuto nel grembo di mia madre.
Io ti rendo grazie:
hai fatto di me una meraviglia stupenda.

Meravigliose sono le tue opere,
le riconosce pienamente l’anima mia.
Non ti erano nascoste le mie ossa +
quando venivo formato nel segreto,
ricamato nelle profondità della terra.

Dagli Atti degli Apostoli 13,22-26
In quei giorni, [ nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, ] Paolo diceva: «Dio suscitò per i nostri padri Davide come re, al quale rese questa testimonianza: “Ho trovato Davide, figlio di Iesse, uomo secondo il mio cuore; egli adempirà tutti i miei voleri”. Dalla discendenza di lui, secondo la promessa, Dio inviò, come salvatore per Israele, Gesù. Giovanni aveva preparato la sua venuta predicando un battesimo di conversione a tutto il popolo d’Israele. Diceva Giovanni sul finire della sua missione: “Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”. Fratelli, figli della stirpe di Abramo, e quanti fra voi siete timorati di Dio, a noi è stata mandata la parola di questa salvezza».

Alleluia, alleluia alleluia.
Dice Gesù: fra i nati da donna,
nessuno è più grande di Giovanni
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 1, 57-66. 80
Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccaria. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui. Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

Commento

Cari fratelli e care sorelle, celebriamo oggi la festa della nascita di Giovanni Battista, persona di grande importanza nella storia di Gesù, che segna per certi versi il passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento. Infatti la sua nascita, così come ci viene raccontata nel brano del Vangelo di Luca appena ascoltato, richiama le vocazioni dei profeti, e tale Gesù stesso lo considera (Mt 11,9); anche il rito del battesimo con acqua che Giovanni propose alle folle sulle rive del Giordano richiama i riti di purificazione già presenti nell’ebraismo contemporaneo; persino il suo stile di vita, austero e lontano dai centri abitati, lo accosta ai personaggi dell’Antico Testamento, quali ad esempio il profeta Elia (Lc 1,17).
Allo stesso tempo però Giovanni è il primo che riconosce in Gesù il Messia tanto atteso da Israele e ha coscienza che il suo ruolo è quello di semplice preparatore di un tempo nuovo che è inaugurato dalla persona del Maestro di Galilea.
Giovanni dunque è allo stesso tempo profondamente inserito nello spirito e nella fede di Israele, ma questa sua identità così forte non gli impedisce di aprirsi alla novità sconvolgente della fede cristiana. È questo forse il primo elemento che ci fa riflettere nella vicenda narrata nel Vangelo di oggi. Il radicamento nella propria tradizione di fede è vero proprio nel momento in cui sa andare oltre il già conosciuto e l’abituale, proprio perché è docile alle indicazioni dello Spirito che schiude nuovi orizzonti e nuove prospettive. È quello che il Vangelo ci chiede ogni volta che viene proclamato o semplicemente che viene messo a confronto con la realtà storica che cambia.
È quello che avviene nel racconto della scelta del nome da dare al neonato, Giovanni: tutti sono stupiti, perché i genitori non gli attribuiscono, come era consuetudine, un nome “di famiglia” ma uno estraneo alla cerchia tradizionale. La scelta non è stata facile. Sappiamo che l’arcangelo Gabriele era apparso al padre di Giovanni, Zaccaria, e glielo aveva proposto, ma proprio la novità di una nascita così inattesa e “impossibile” secondo i canoni della legge naturale, per via dell’età avanzata dei genitori, aveva suscitato la diffidenza di Zaccaria stesso, che per questo era rimasto muto. Un tradizionalismo che non sa accogliere la novità che il Signore porta nella vita degli uomini rende muti, cioè incapaci di comunicare la gioia della fede ad alcuno. Perché il tradizionalismo porta a chiudere il cuore e a scegliere per la sottomissione rassegnata alla forza “naturale” del corso degli eventi. Ma Dio ha dimostrato come la sua presenza rende tutto possibile, anche ciò che è naturalmente impossibile e fuori dagli schemi. È quello che vediamo accadere quando alcune esperienze di fede, sia personali che comunitarie, si rinchiudono in una ripetizione scontata e abitudinaria del passato e di se stesse: proprio per questo esse divengono incapaci di comunicare la vera bellezza della fede che è sempre portatrice di un vento di novità nella storia e che rende possibile trasformarla. Dio infatti è re della storia e non suo prigioniero, e tale vuole che sia anche l’uomo.
Alla fine, quando Zaccaria diviene docile al soffio dello Spirito e accetta la novità di quella nascita così straordinaria, ecco che ridiviene capace di comunicare e prorompe nel canto di gioia: “Zaccaria, suo padre, fu colmato di Spirito Santo e profetò dicendo: "Benedetto il Signore, Dio d'Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi un Salvatore potente nella casa di Davide, suo servo” (Lc 1, 67-68). La storia appare ai suoi occhi trasformata radicalmente dalla volontà di salvezza di Dio che agisce in essa con la libertà e la forza del suo amore.
Cari fratelli e care sorelle, Giovanni oggi vuole nascere nella vita di ciascuno di noi e darci il suo nome: che significa “Dio ha avuto misericordia" o anche "dono del Signore", perché la misericordia di Dio si manifesti anche nel nuovo corso della vita che il Signore sogna per ciascuno di noi. Non più prigionieri delle tradizioni individuali, delle scontatezze, del “si è sempre fatto così”, ma docili al soffio dello Spirito che suscita il desiderio di vedere la realtà cambiare.
Chi sa far suo il nome di Giovanni e il suo spirito suscita interesse e stupore in chi sta accanto, come avvenne per i fatti descritti nel vangelo di oggi, tanto che “Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?»” Sì, l’atteggiamento, lo sguardo, le parole del cristiano che accoglie la novità del Vangelo suscita attenzione e stupore in tutti, perché porta la nascita di una novità di vita. È ancora bambina, debole e fragile, ma viva. È quello a cui ciascuno di noi è chiamato e il Battista incarnò con tutta la sua esistenza questo saper essere segno della vera novità che veniva, Cristo, e proprio per questo con il suo esempio e parola seppe prepararne la venuta nei cuori di molti.

Preghiere 

O Signore Gesù che hai scelto Giovanni perché aprisse la strada alla tua venuta nel mondo, rendi anche noi capaci di aprire alla tua Parola i cuori di chi incontriamo.
Noi ti preghiamo.


O Dio che mandi il tuo Spirito a fare nuove tutte le cose, rinnova le nostre vite, rendile feconde, capaci di parlare di te e di compiere le opere che hai preparato per noi.
Noi ti preghiamo.



O Signore Gesù che hai chinato il capo per ricevere da Giovanni il battesimo, rendici umili e miti di cuore, pronti a seguire la via che tu ci indichi.
Noi ti preghiamo


O Padre del cielo, benedici quanti agiscono nel mondo per realizzare la pace e la fraternità fra gli uomini. Proteggili dal male e guidali fino alla realizzazione del tuo Regno di giustizia e amore.
Noi ti preghiamo



Ti preghiamo o Signore, suscita in noi uno spirito di coraggiosa audacia perché sappiamo sempre essere testimoni del tuo amore per tutti, specialmente i più deboli, gli stranieri, i dimenticati, i sofferenti.
Noi ti preghiamo


O Dio, guida i passi del nostro papa Francesco, proteggilo da chi vuole confonderlo e indebolirlo, rafforza la sua testimonianza della gioia irresistibile del Vangelo vissuto.
Noi ti preghiamo.

Preghiera - Matteo 8,5-13





Gesù lasciata Nazareth sceglie di fermarsi a Cafarnao, capitale della Galilea, e di qui annuncia che il regno di Dio è vicino. Proprio per dare forza a queste sue parole egli compie una serie di miracoli, di cui uno è raccontato nel brano che abbiamo appena ascoltato.
Si avvicina a lui un centurione, un uomo che incarna in sé stesso il massimo dell’estraneità: come indole e modo di vita, infatti è un soldato abituato alla violenza; politicamente, poiché è parte della potenza colonizzatrice che opprimeva Israele; dal punto di vista religioso, è un pagano estraneo al culto e alle tradizioni d’Israele. Un muro separa il centurione da Gesù, ed è forse proprio quello che la gente pensa vedendo avvicinarsi il soldato al Signore: ecco arriva un nemico di cui diffidare, da cui difendersi.
Ma il racconto di Matteo descrive qualcosa di imprevedibile e inatteso: quello che si realizza non è uno scontro, né un evitarsi, ma un vero e proprio incontro, profondo e personale. Infatti il centurione cerca Gesù e gli va incontro per primo, ma anche Gesù esprime l’intenzione di andare incontro a lui e al suo mondo, affermando: “Io verrò” a casa tua. E il punto verso cui l’interesse di entrambi converge e che sconvolge ogni legge sociale e religiosa abbattendo impedimenti di carattere culturale e legale è un umile letto dove giace un servo, paralizzato e sofferente “terribilmente”, come tiene a specificare Matteo. Ancora una volta il fuoco di tutta la vicenda è costituito da una persona che è un estraneo a tutti gli altri protagonisti: non è un parente, non è una persona importante, non ha apparentemente niente che giustifichi tanto interesse da parte di un così grande capo militare e di un altrettanto grande capo religioso.
Quel letto di dolore è il luogo dal quale il soldato romano aveva tratto la forza interiore per superare tutte quelle differenze, ed è anche lo stesso a cui Gesù vuole arrivare. Senza quel letto il centurione non avrebbe mai intrapreso il cammino verso Gesù, non gli avrebbe parlato, non lo avrebbe incontrato e conosciuto. La fragilità di un debole malato, il suo dolore “terribile”, è il fulcro da cui si sprigiona un’energia che mette in moto un uomo potente, e Dio stesso. E questa energia che stravolge la realtà così come normalmente è, piena di distanze ed impedimenti, e piega la volontà dell’uomo e di Dio è la compassione per la debolezza. Questo è il primo miracolo! Ogni differenza, ogni diffidenza, ogni impossibilità è spazzata via dalla compassione.
Da questo primo miracolo sgorga il secondo fatto straordinario: la nascita della fede in una persona che non l’ha mai conosciuta e, in qualche modo, neanche cercata. Molto probabilmente quel romano sapeva assai poco della fede di Israele, ma ne ha ugualmente fatto suo il messaggio più profondo, e cioè: lasciarsi piegare dalla compassione per un debole e affidarsi alla compassione di Dio per il debole che ciascuno di noi è. Il centurione esprime questa sua fede nel suo dialogo con Gesù, un discorso che, apparentemente, non ha molto a che vedere con la religione, ma che rende evidente la comprensione profonda che il centurione matura di sé e di chi ha difronte.
Infatti, se l’incontro con il dolore del servo ha spalancato al centurione la coscienza della propria impotenza e debolezza davanti al male, nonostante il rilevante ruolo sociale e militare, il suo affetto per quel malato gli fa cercare Dio, anche senza saperlo. È quanto accade anche nel racconto del giudizio finale in Matteo 25. C’è un grande stupore da parte sia di quelli che Gesù chiama alla sua destra, come di quelli che pone alla sua sinistra: “Signore, ma quando mai ti abbiamo visto..?” È il paradosso di una fede che prima d'essere adesione a una verità, è amore praticato verso una persona fragile. Ed è quella compassione piena di affetto che fa nascere la fede, e senza di essa la fede è morta (cfr Gc 2,26). Possiamo dire che l’amore per quel servo ha reso il centurione familiare di Dio prima ancora di incontrarlo in Gesù, ed ora il fatto che il Maestro abbia accettato di recarsi a casa sua e di guarire il servo suscita in lui il desiderio che anche la propria debolezza e impotenza davanti al male sia sanata. Per questo riconosce con umile ammissione, davanti a tutti, la propria indegnità, senza temere di vedere diminuito il proprio ruolo sociale. “Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, di' soltanto una parola e il mio servo sarà guarito.” Questa espressione è esemplare dell’atteggiamento di fede di chi, cosciente dei propri limiti e del proprio peccato, si prepara a ricevere Gesù nella propria esistenza perché operi il miracolo della guarigione, tanto che nella liturgia latina sono ripetute da tutti subito prima di ricevere il corpo di Cristo.
Gesù esprime il proprio stupore davanti alla fede del centurione, che non solo ha avuto compassione di un semplice servo sofferente, non solo si è fatto incontro a lui chiedendone la guarigione, ma ha messo tutta la propria esistenza nella mani del Signore, scoprendosi debole e bisognoso. Per Gesù è uno squarcio di regno di Dio che si è manifestato: “presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande. … molti verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli.
Cari fratelli e care sorelle, quel Regno che Gesù è venuto ad inaugurare, è piccolo come un seme, dirà poco oltre Gesù, ma germoglia ogni volta che la debolezza di un povero ci muove a compassione e ci fa scoprire la nostra stessa personale debolezza e il nostro comune bisogno che sia Dio a guarirci entrambi. Facciamo nostri l’atteggiamento e le parole di quel centurione perché il Signore venendo a casa nostra guarisca i poveri e salvi la nostra vita.

sabato 16 giugno 2018

XI domenica del tempo ordinario - Anno B - 17 giugno 2018





Dal libro del profeta Ezechiele 17, 22-24
Così dice il Signore Dio: «Un ramoscello io prenderò dalla cima del cedro, dalle punte dei suoi rami lo coglierò e lo pianterò sopra un monte alto, imponente; lo pianterò sul monte alto d’Israele. Metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all’ombra dei suoi rami riposerà. Sapranno tutti gli alberi della foresta che io sono il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso, faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco. Io, il Signore, ho parlato e lo farò». 

Salmo 91/92 - È bello rendere grazie al Signore.
È bello rendere grazie al Signore
e cantare al tuo nome, o Altissimo,
annunciare al mattino il tuo amore,
la tua fedeltà lungo la notte.

I1 giusto fiorirà come palma,
crescerà come cedro del Libano;
piantati nella casa del Signore,
fioriranno negli atri del nostro Dio.

Nella vecchiaia daranno ancora frutti,
saranno verdi e rigogliosi,
per annunciare quanto è retto il Signore,
mia roccia: in lui non c’è malvagità. 

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 5, 6-10
Fratelli, sempre pieni di fiducia e sapendo che siamo in esilio lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo - camminiamo infatti nella fede e non nella visione - siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore. Perciò, sia abitando nel corpo sia andando in esilio, ci sforziamo di essere a lui graditi. Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male.

Alleluia, alleluia, alleluia.
Il seme è la parola di Dio, il seminatore è Cristo:
chiunque trova lui, ha la vita eterna
Alleluia, alleluia, alleluia.
   
Dal vangelo secondo Marco 4, 26-34
In quel tempo, Gesù diceva alla folla: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura». Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.   

Commento

Cari fratelli e care sorelle, l’Apostolo Paolo parla della nostra condizione attuale definendola un “esilio lontano dal Signore, finché abitiamo nel corpo”. Sì la nostra realtà è di persone appesantite da un attaccamento alla realtà fisica che ci frena nel nostro cammino verso Dio. Ma con l’espressione “abitare nel corpo” Paolo non indica solo la realtà fisiologica del nostro essere in vita in carne ed ossa, ma più in generale un modo di vivere  e di pensare che segue le leggi del vivere fisico.
Sono le abitudini e i modi di essere che hanno tutta la concretezza della materialità perché ci vengono da una mentalità che mette al primo posto le cose. È per esempio quell’istinto a difendere il proprio spazio fisico dalla presenza dell’altro, visto come un disturbo e un’intrusione, quando non addirittura un’indebita invadenza. Pensiamo a quanto si dice in questi giorni riguardo alla presenza degli immigrati fra di noi. Se ne giudicano i corpi ingombranti e fastidiosi perché occupano i giardini pubblici, forse anche oscuramente minacciosi, ma quanto ci è difficile andare oltre quella fisicità materiale per intuire dietro quei volti storie di dolore, sogni, umiliazione, speranza! Sì, siamo istintivamente portati a dare valore e peso solo alla fisicità materiale, tutto il resto non conta. Oppure pensiamo, per fare un altro esempio, a quanta attenzione diamo al nostro corpo: cure mediche, diete, attività fisica, cura dell’estetica e dell’abbigliamento, ecc… e, a confronto, quanta cura diamo alla nostra interiorità. Lo squilibrio è evidente, non c’è bisogno di quantificare. Il fisico, il materiale, il corporeo ha una rilevanza enorme, le sue leggi, le sue esigenze sono giudicate prioritarie su tutto il resto.
È questo che ci rende lontani da Dio, come “in esilio”, dice Paolo. Non perché per lui abbia valore solo lo spirito, opposto al nostro corpo. Sappiamo infatti che Dio si è fatto uomo e non ha disdegnato di assumere la carne e con la carne Gesù “è salito al cielo e siede alla destra del Padre”, come recita il Credo. E infatti Paolo non esorta i Corinzi a cui scrive a lasciare il corpo e aspirare ad una morte imminente. Non c’è bisogno di morire per staccarsi dalla legge pesante del corpo, basta fare spazio nel proprio vivere quotidiano alle ragioni e alle leggi dello spirito per riemergere da questo esilio da Dio e tornare in sua compagnia.
Scrive infatti Paolo: “camminiamo nella fede e non nella visione”, cioè il nostro andare verso Dio, trattenuto dalla pesantezza del nostro attaccamento alla materialità, può avere due modi di procedere: nella fede o nella visione. Dobbiamo chiederci cioè se per noi conta solo quello che vedo e tocco, quel realismo che ci sembra così ragionevole e convincente, ma che in realtà contiene tutto il peso della legge del corpo, o conta invece la fede, cioè quello che gli occhi ancora non possono vedere, ma che con uno sguardo interiore fiducioso in Dio intuiamo come speranza, prospettiva ideale, progetto da realizzare, possibile mondo diverso? La realizzazione di tutto ciò, cioè il traguardo del “cammino della fede”, viene chiamata dalla Scrittura “Regno di Dio”. Un Regno, cioè un tempo e un luogo reali, non astratti, ma che non appartengono al dominio delle cose di questo mondo, materiali, fisiche e contingenti, ma nel quale ha piena realizzazione il sogno di Dio per gli uomini.
La Scrittura ce ne dà descrizioni evocative, ed oggi ne abbiamo ascoltate alcune dal Vangelo di Marco: una spiga di grano che cresce e dà frutto, un albero di senape che cresce e ospita molti uccelli, un tesoro nascosto che arricchisce chi lo trova, un lievito che fermenta la pasta, una perla preziosa, un banchetto nunziale che dà gioia, ecc… Sono tutte immagini che ci trasmettono principalmente tre idee: da un lato la crescita progressiva (non è tutto al presente), dall’altra la necessità di un lavoro paziente da parte nostra (ci vuole chi se ne faccia carico), ed infine la bellezza di una prospettiva così diversa da quella che possiamo sperimentare nella vita ordinaria.
Per tornare al caso che facevo prima, proviamo a pensare alla realtà odierna dell’immigrazione dal sud del mondo con lo sguardo e la prospettiva del Regno di Dio. In essa ci sono semi di un tempo nuovo da coltivare e vedere germogliare e fruttificare! Ne vediamo alcuni: la forza dell’aspirazione alla pace di gente che ha sperimentato il dramma della guerra e a volte ne porta le ferite; il desiderio di un futuro migliore sul quale investire le propri energie giovani e creative; la bellezza di una vita al plurale, con il contributo di culture diverse, visioni della vita che si confrontano e arricchiscono reciprocamente di prospettive diverse. Ma poi, per noi cristiani, la presenza di tanti fratelli immigrati non è forse una bella provocazione ad approfondire le ragioni della nostra fede, così stanca e sterile nella vecchia Europa, a metterla in discussione davanti a domande esistenziali così forti, a forzarsi ad una coerenza maggiore con gli insegnamenti del Vangelo e a cercare strade nuove di testimonianza con le persone che bussano alla nostra porta?
In fondo nel loro rivolgerci una domanda di futuro migliore non c’è anche la dimostrazione di una grande fiducia nei nostri confronti, nella benevolenza e disponibilità ad aiutarli a costruirlo insieme? I tanti bambini che li accompagnano, nonostante le difficoltà enormi, non ci insegnano un senso della fecondità che noi abbiamo smarrito? Le donne così forti nella loro volontà di dare futuro ai loro figli non ci spingono a ripensare una stanchezza grigia e rassegnata che non riesce a vedere oltre la soddisfazione dei propri bisogni individuali e rifiuta per questo di dare vita ad altri?
Certo, la legge del corpo ci fa vedere anche tante difficoltà, gli ostacoli, i pericoli, e ci getta nella paura di un esilio perenne dal sogno del Vangelo. C’è bisogno di riprendere la marcia per uscire da un esilio che ci imprigiona nella palude della delusione dell’insoddisfazione.
Fratelli e sorelle, il seme del Regno anche attraverso la venuta dei migranti è gettato nei nostri cuori e nella storia di questa Europa stanca e invecchiata, senza visioni e sogni. Sta a noi coltivarlo, proteggerlo, con fatica e perseveranza, e insieme gioire nel constatare la bellezza di una perla preziosa, di un tesoro, della gioia della festa di nozze che la prospettiva del Regno ci fa gustare fin da subito.

Preghiere 

O Signore Gesù, mostraci con le parole del Vangelo la visione del Regno a cui ci chiami. Fa’ che i nostri passi si facciano veloci e decisi sul cammino della fiducia in te, Noi ti preghiamo

O Dio nostro Padre, liberaci dal dominio della carne e delle abitudini, donaci la libertà di essere figli e costruttori di un tempo nuovo, Noi ti preghiamo


O Spirito di amore, riempi i nostri cuori perché non vinca la paura e la rassegnazione, ma prevalga il desiderio di vivere il sogno del tuo Regno, Noi ti preghiamo


O Dio manda dal cielo la tua benedizione su quanti affrontano rischi e fatica per raggiungere un approdo di pace e serenità. Proteggi i migranti che sono in viaggio, salvali dalla cattiveria degli uomini e dai pericoli della natura, Noi ti preghiamo


Proteggi o Padre buono gli uomini e le donne che vivono in guerra. Per i paesi sconvolti dalla violenza e schiacciati dal terrorismo, Noi ti preghiamo


Ascolta o Dio l’invocazione di papa Francesco e di quanti ti chiedono il dono della conversione e del perdono. Fa’ che nessuno resti deluso, Noi ti preghiamo