sabato 13 luglio 2019

XV domenica del tempo ordinario - Anno C - 14 luglio 2019



 

Dal libro del Deuteronomio 30, 10-14

Mosè parlò al popolo dicendo: «Obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della legge, e ti convertirai al Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima. Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: “Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”. Non è di là dal mare, perché tu dica: “Chi attraverserà per noi il mare, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”. Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica».

 Salmo 18 - I precetti del Signore fanno gioire il cuore.
La legge del Signore è perfetta,
rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore è stabile,
rende saggio il semplice.

I precetti del Signore sono retti,
fanno gioire il cuore;
il comando del Signore è limpido,
illumina gli occhi.

Il timore del Signore è puro,
rimane per sempre;
i giudizi del Signore sono fedeli,
sono tutti giusti.

Più preziosi dell’oro,
di molto oro fino,
più dolci del miele
e di un favo stillante.


Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi 1, 15-20
 
Cristo Gesù è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono. Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose. È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli.




 

Alleluia, alleluia alleluia.
Le tue parole, Signore, sono spirito e vita;
tu hai parole di vita eterna.

Alleluia, alleluia alleluia.


Dal vangelo secondo Luca 10, 25-37

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Commento

Cari fratelli e care sorelle, abbiamo sentito Mosè, l’amico di Dio, rivolgere al popolo un invito solenne: “Obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della legge.” Egli nella storia del popolo d’Israele riveste un ruolo decisivo: è colui che trasmette al popolo la legge di Dio. È “il legislatore”. Sappiamo che Gesù, e Paolo lo sottolinea bene, si propone un superamento della mera applicazione della legge, anche se afferma di non voler modificare nemmeno un trattino della Scrittura che lo ha preceduto, quindi anche delle leggi contenute nella Torah. Non è una contraddizione?

Sì, lo è, se non teniamo conto che alla legge si possono attribuire diversi valori. Essa infatti può apparire ai nostri “occhi cristiani” un arido steccato che indicava agli ebrei il perimetro entro cui ci si potevano muovere, prescrizioni che ingabbiavano la libertà dell’uomo e lo rendevano quasi un mero esecutore di una volontà esterna a sé. Non gli era chiesto di far sua questa volontà del legislatore, ma solo di osservarla, e molto scrupolosamente, poiché ciò era tutto quello che l’uomo doveva e poteva fare. È quello a cui avevano ridotto la legge i farisei, osservanti scrupolosi ma senza anima, e i dottori della legge, abili interpreti delle norme secondo il proprio interesse, i quali infatti in Gesù vedono un maestro rivoluzionario e pericoloso, sovvertitore di un ordine così ben costituito.

Ma Mosè non è a questo senso della legge che fa riferimento, ascoltiamo come continuano le sue parole: “…e ti convertirai al Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima.” La legge cioè per Mosè è, sì, un sentiero tracciato da Dio per aiutare gli uomini ad andare verso di lui, ma sul quale poi è ciascuno a doversi incamminare, e questo cammino è tutto interiore, coinvolge “tutto il cuore e … tutta l’anima” cioè la totalità del proprio sé: volontà, sentimento, amore, misericordia e perdono, amicizia, ecc… Per Mosè cioè la legge anche dopo essere stata scritta e codificata non cessa di essere una parola viva rivolta da Dio a ciascuno personalmente e che pretende da ciascuno una risposta personale. Gli altri ne faranno invece, poi, un arido esercizio formale, esteriore e un po’ furbesco.

Mosè infatti si affretta a sottolineare quanto la legge che lui trasmette al popolo non sia qualcosa di estraneo e lontano dall’umanità di ciascuno: non è oltre la propria esperienza umana, in cielo e oltre il mare, cioè al di là dei confini dell’universo conoscibile e sperimentabile dagli esseri umani, fuori dalla propria portata di uomini limitati. Cioè la perfezione alla quale legge mira non è sovraumana, anzi, aggiunge Mosè: “questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica.

Questa espressione: “nella tua bocca e nel tuo cuore” ha un significato profondo. Da un lato sta a dire che la legge come Dio l’ha trasmessa al suo popolo è espressione di ciò che già la bocca e il cuore dell’uomo esprimono, quando essi non sono stravolti dalla forza del male, piegati ai suoi fini malvagi. Ma esprimono anche la necessità di conservare questa parola non come un codice morto e sepolto, ma fargli acquistare sempre nuova vita perché lo pronunciamo e lo interiorizziamo. Solo così la legge diventa vita vissuta e non lettera morta: “…perché tu la metta in pratica.

Cari fratelli e care sorelle, quanto Mosè dice agli israeliti di migliaia di anni fa è così vero e valido anche per noi oggi! Quanto è facile per la nostra abitudine al Vangelo considerarlo una lettera morta, sepolta sotto una coltre di giustificazioni che la collocano sopra il cielo e al di là del mare, cioè lontana da noi e lontana dalla realtà attuale nella quale ci troviamo a vivere. Proviamo allora a far riemergere sulla nostra bocca queste parole che ascoltiamo ogni domenica. Sì, ridiciamocele nelle situazioni che viviamo, e ridiciamole agli altri, come un consiglio buono che Dio ci dà, torniamo a farle vivere come parole che hanno a che fare con le vicende attuali, la storia grande e piccola che ciascuno di noi scrive oggi. In genere davanti alle situazioni quotidiane ci vengono in bocca altre parole: quelle apprese dalla televisione, gli slogan dei politici, la sapienza di questo mondo che riemerge spontanea. Proviamo invece a far emergere sulle labbra le parole della Scrittura e tutto ci apparirà diverso. Solo così quella parola ci entrerà dentro nel cuore e lo trasformerà, assieme alla realtà attorno a noi. Sì, cuore e realtà cambiano insieme, non può essere diversamente. Non crediamo che il mondo cambi se non trasformiamo il nostro cuore, e non pensiamo possibile che il nostro cuore si converta a Dio se non ci impegniamo personalmente a trasformare la realtà attorno a noi.

È quello che accade nella parabola che Gesù racconta al dottore della legge: in quel samaritano che si ferma davanti all’uomo mezzo morto riemerge dal profondo della sua coscienza religiosa la prescrizione biblica dell’accoglienza e del soccorso a chi è nel pericolo, ma allo stesso tempo esso diviene compassione, cioè un cuore trasformato. Dalle due cose insieme scocca la novità di una fede vissuta che salva la vita.

 
Preghiere


O Signore Gesù, buon samaritano delle nostre vite, soccorrici quando lasciamo morire il nostro cuore dietro i muri dell’indifferenza e della freddezza. Insegnaci la compassione che tu per primo hai provato per noi e che abbatte ogni muro di divisione,

Noi ti preghiamo


O Dio del cielo, ti ringraziamo perché hai attraversato i cieli per farci giungere la tua Parola e per renderla familiare alla nostra vita. Perdona la nostra durezza di cuore che l’allontana e la rende estranea.

 Noi ti preghiamo
  
Salva o Padre buono le nostre vite, spesso incapaci di compassione per chi sta male. Insegnaci a vivere con sensibilità e disponibilità e a fermarci accanto a chi sta male.



Noi ti preghiamo

 Ti preghiamo o Signore per quanti in questo tempo soffrono per la guerra e del terrorismo. Per le vittime della violenza, per quanti sono rapiti, torturati, e feriti,

Noi ti preghiamo




Guida e proteggi il nostro papa Francesco, perché il suo annuncio di pace e riconciliazione raggiunga i cuori divisi e li convinca alla pace,

Noi ti preghiamo

 Ti preghiamo o Signore per ciascuno di noi, perché in questo tempo di dispersione e distrazione non siamo concentrati su noi stessi, ma restiamo aperti e disponibili alla tua voce,
 

 




Noi ti preghiamo.

sabato 6 luglio 2019

XIV domenica del tempo ordinario - Anno C - 7 luglio 2019





Dal libro del profeta Isaia 66, 10-14
Rallegratevi con Gerusalemme,
esultate per essa tutti voi che l’amate.
Sfavillate con essa di gioia 
tutti voi che per essa eravate in lutto.
Così sarete allattati e vi sazierete
al seno delle sue consolazioni;
succhierete e vi delizierete
al petto della sua gloria.
Perché così dice il Signore:
«Ecco, io farò scorrere verso di essa,
come un fiume, la pace;
come un torrente in piena, la gloria delle genti.
Voi sarete allattati e portati in braccio,
e sulle ginocchia sarete accarezzati.
Come una madre consola un figlio,
così io vi consolerò;
a Gerusalemme sarete consolati.
Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore,
le vostre ossa saranno rigogliose come l’erba.
La mano del Signore si farà conoscere ai suoi servi»

Salmo 65 - Acclamate Dio, voi tutti della terra. 
Acclamate Dio, voi tutti della terra,
cantate la gloria del suo nome,
dategli gloria con la lode.
Dite a Dio: «Terribili sono le tue opere!».

«A te si prostri tutta la terra,
a te canti inni, canti al tuo nome».
Venite e vedete le opere di Dio,
terribile nel suo agire sugli uomini.

Egli cambiò il mare in terraferma;
passarono a piedi il fiume:
per questo in lui esultiamo di gioia.
Con la sua forza domina in eterno.

Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio,
e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio che non ha respinto la mia preghiera,
non mi ha negato la sua misericordia.



Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Galati 6, 14-18

Fratelli, quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo.  Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio. D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo. La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.


Alleluia, alleluia, alleluia.
La pace di Cristo regni nei vostri cuori;
la parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza.

Alleluia, alleluia, alleluia.
  

Dal vangelo secondo Luca 10, 1-12. 17-20

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.  In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sodoma sarà trattata meno duramente di quella città». I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli». 

Commento


Domenica scorsa, il Vangelo di Luca ci ha coinvolti nel viaggio di Gesù verso Gerusalemme. Ognuno di noi, mentre segue i suoi ritmi di vita, magari già segnati da questo tempo estivo, è coinvolto dal Signore nel suo viaggio, perché, come dicevamo, essere cristiani vuol dire essere discepoli di un Signore che non si ferma, non “arriva”, ma cammina. È un viaggio che ci porta, sulle sue orme, a incontrare sempre nuove persone, ma anche ad entrare sempre più in profondità dentro il suo messaggio e dentro il nostro cuore.
In questa domenica l’evangelista ci associa ai settantadue discepoli inviati da Gesù: “Il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi”. Il numero settantadue non è casuale. Settantadue erano le nazioni della terra, secondo la tradizione ebraica. È come dire che questo invio dei discepoli apre l’orizzonte evangelico a tutti i popoli, a tutte le nazioni, a tutte le culture. Per Gesù nessuno deve restare escluso dall’annuncio del Vangelo. La Pentecoste, quando tutte le nazioni che sono sotto il cielo “udirono annunziare nelle loro lingue le grandi opere di Dio” (At 2,11), inizia già qui, proprio mentre Gesù muove i suoi passi con il gruppo dei discepoli.
Proprio perché il suo sguardo è rivolto ai confini della terra, Gesù dice ai discepoli: “La messe è molta”. Nessuno è escluso dal suo sguardo e dalla sua preoccupazione e, di fronte a questa moltitudine immensa, con un accento di tristezza, aggiunge: “ma gli operai sono pochi”. Sì, c’è una sproporzione tra l’enorme attesa e il piccolo numero di discepoli.
Questa notazione del Signore deve farci innanzitutto pensare quanto ciascuno sia indispensabile: nessuno è esentato dalla responsabilità della missione, non c’è qualche specialista o qualcuno più adatto e capace di me al quale lasciare il compito, e nessuno può ritenere di poter declinare l’invito di Gesù a lavorare perché ciascuno possa finalmente incontrare il Signore. Inoltre non si tratta di una semplice sproporzione numerica. Il problema sta più a fondo, è anche nella qualità dell’annuncio. Anche questa è una sfida che dobbiamo raccogliere. Per far fermentare la pasta, è indispensabile il lievito, ma ne basta una piccola quantità, se è un buon lievito. Ebbene, il problema sta tutto qui, nella qualità del lievito. In altra parte del Vangelo si legge: “Se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato?” (Mt 5, 13).
Settantadue discepoli erano per altrettanti popoli. Noi forse siamo pochi e certamente dobbiamo crescere anche nel numero. Ma anche se fossimo numerosissimi, senza vivere un’esistenza evangelica non basteremmo a compiere tutto quello di cui c’è bisogno. Insomma, il problema è che siamo un lievito poco vivace, un sale poco saporito, una luce poco vivida. Ecco perché attorno a noi si fa fatica spesso a percepire la presenza operante di Dio.
Questa è la preoccupazione che il Signore vuole comunicarci. Ma cosa vuol dire essere bravi operai? Il Signore lo suggerisce ai 72 inviati con brevi ma densi cenni.
Innanzitutto, Gesù, di fronte a una messe così grande, manda i discepoli due a due. Non era più logico mandarli uno a uno e raddoppiare così i luoghi di annuncio? Gregorio Magno scrive che Gesù mandò i discepoli due a due perché la prima predicazione fosse innanzitutto il loro amore vicendevole, e il Vangelo fosse annunciato innanzitutto dalla loro vita. Questo vuol dire essere lievito, sale e luce. “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 35). La comunione tra i fratelli è la prima grande predicazione.
Poi dobbiamo notare che Gesù guardando al mondo non dice: “Vi mando nel deserto arido e incolto”, ma “la messe è abbondante”. Cioè lo sguardo di Dio sa cogliere innanzitutto il bene che già è germogliato nelle persone e chiede ai suoi discepoli di valorizzarne il frutto, di raccoglierlo perché non vada perduto, calpestato e sprecato. Cioè attorno a noi dobbiamo saper cogliere i segni di un bene che Dio stesso ha seminato e coltivato, anche attraverso le generazioni che ci hanno preceduto, ma che ha bisogno di essere amato e preservato.
L’azione dei missionari poi si riassume in tre azioni che Gesù indica chiaramente: portare la pace, guarire i malati, annunciare che il Regno di Dio è vicino, cioè raggiungibile. Sì, i primi due passi contrastano con l’azione del male che divide e metter gli uni contro gli altri e fa andare in malora la vita, il terzo dona una prospettiva, una speranza e un traguardo verso cui incamminarsi, quel regno di Dio che non è un’utopia, ma qualcosa di realizzabile e alla portata di ciascuno.
Allora, la Gerusalemme che il Signore ci indica come meta del nostro cammino terreno, è la città ove tutti gli uomini, tutte le nazioni, tutti i popoli si ritroveranno raccolti come in una sola famiglia, quella che l’Apocalisse vede scendere dal cielo e abitata dagli uomini con Dio, ove il bene non è disprezzato o lasciato deperire. Per questo ci deve preoccupare la tendenza della nostra cultura ad enfatizzare l’identità individualista, personale o di gruppo, di nazione, di razza, che suscita sentimenti e atteggiamenti di contrapposizione e rivalità fino alla guerra, ma anche il dileggio per la generosità di qualcuno, accusato di ingenuità o di temerarietà, la volgarità con cui il bene è disprezzato.
Fratelli e sorelle, non è facile camminare come discepoli, tentati come siamo di fermarci in un angolo confortevole, ma abbiamo la forza che è la pace donata dal Signore e l’amore vicendevole che la manifesta. Sì, è vero, la nostra fede si manifesta come una “forza debole”, che sembra così vulnerabile e pronta a soccombere; è debole perché non ha né armi, né arroganza; eppure è a tal punto forte da spostare i cuori degli uomini pesanti a volte come montagne.

La conclusione del brano evangelico ce lo conferma: “I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: Signore anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome”. E Gesù risponde: “lo vedevo satana cadere dal cielo come la folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare”. C’è dunque un potere dato ai discepoli: quello di voler bene a Dio e agli uomini a ogni costo e sopra ogni cosa. Questa è l’unico grande e fortissimo potere del cristiano. Non esiste supremazia politica o culturale, non esiste potere economico o delle armi che possa incidere sulla vita del mondo tanto quanto il granellino di senape di fede che il Signore ci dona. 
 

Preghiere

O Signore Dio nostro, ti ringraziamo perché vieni nelle nostre vite a portare la novità del vangelo. Fa’ che sappiamo accoglierla con gratitudine, come la salvezza che il mondo attende,

Noi ti preghiamo


Aiutaci o Signore a non aver paura della novità del vangelo, a non preferire ciò che già conosciamo e che il mondo ci propone. Insegnaci ad avere fiducia in te che ci guidi verso un nuovo modo di vivere,

Noi ti preghiamo



Ti invochiamo o Dio del cielo, vieni e visita la nostra vita, perché ogni nostra azione sia guidata dal tuo Spirito e animata dal desiderio di realizzare il bene che tu hai preparato per le nostre vite.

Noi ti preghiamo


Ti preghiamo, o Signore, per tutti coloro che sono nel dolore: per i poveri, i malati, gli anziani, tutti coloro che sono vittima della guerra, della violenza e del disprezzo. Fa’ che i tuoi discepoli siano operatori di pace e costruttori di giustizia dove ce n’è più bisogno.

Noi ti preghiamo.


O Dio, aiutaci a vivere sempre il bene che ci proponi. Fa’ che incontrando ogni uomo e ogni donna sappiamo riconoscervi il fratello e la sorella che ci doni e per i quali continui a dare la vita come un Padre buono e pieno di misericordia. 

Noi ti preghiamo


Sostieni o Signore Gesù quanti lodano il tuo nome e invocano il tuo aiuto. Mostrati in ogni momento pastore buono delle nostre vite, maestro mite ed umile dei tuoi discepoli nel mondo.

Noi ti preghiamo

sabato 29 giugno 2019

XIII domenica del tempo ordinario - Anno C - 30 giugno 2019





Dal primo libro dei Re 19, 16. 19-21

In quei giorni, il Signore disse a Elìa: «Ungerai Eliseo, figlio di Safat, di Abel-Mecolà, come profeta al tuo posto». Partito di lì, Elìa trovò Eliseo, figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il dodicesimo. Elìa, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello. Quello lasciò i buoi e corse dietro a Elìa, dicendogli: «Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò». Elìa disse: «Va’ e torna, perché sai che cosa ho fatto per te».  Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con la legna del giogo dei buoi fece cuocere la carne e la diede al popolo, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elìa, entrando al suo servizio.

 Salmo 15 - Sei tu, Signore, l’unico mio bene.

Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
Ho detto al Signore: «Il mio Signore sei tu».
Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita.




Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;
anche di notte il mio animo mi istruisce.
Io pongo sempre davanti a me il Signore,
sta alla mia destra, non potrò vacillare.
Per questo gioisce il mio cuore +
ed esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro,
perché non abbandonerai la mia vita negli inferi,
né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.


Mi indicherai il sentiero della vita, +
gioia piena alla tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra. 



Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Galati 5, 1.13-18


Fratelli, Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri. Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri! Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge. 
 
Alleluia, alleluia, alleluia.

Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta:
tu hai parole di vita eterna.

Alleluia, alleluia, alleluia.
 
Dal vangelo secondo Luca 9, 51-62

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé.  Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio. Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».  A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».  Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio». 

Commento


Le letture di oggi ci propongono di soffermarci sul significato dell’essere profeti e discepoli.
Il primo libro dei Re ci parla dei profeti Elia ed Eliseo. I profeti erano personaggi importanti all’interno della vita e della fede del popolo di Israele, la loro autorità era grande, tanto che spesso le loro parole giudicano i re e cambiano la storia d’Israele.
Lo dice il nome stesso: profeta è “colui che parla a nome di qualcuno”: essi erano cioè persone chiamate da Dio a parlare ed agire per suo conto. La loro vita non è espressiva pertanto della loro personalità, dei loro desideri e stati d’animo, ma diventa il parlare e l’agire di Dio fra gli uomini. Per questo sono autorevoli, ma anche persone scomode, perché contraddicono i disegni malvagi dei potenti, ristabiliscono la giustizia dove ci sono soprusi, ridanno fiducia nel Signore dove le vicende storiche hanno confuso il popolo disorientandolo. In sintesi, sono un mezzo con il quale Dio agisce dentro la storia umana. Così sono anche i discepoli: il loro vivere si conforma talmente al Vangelo ricevuto da Gesù da divenirne un annuncio vivente.
Due sono gli elementi che la Scrittura ci mostra fare di Eliseo, uomo comune, un profeta di Dio: la chiamata e il bisogno della gente.
La chiamata si esprime nel gesto di Elia di porre un mantello sulle spalle di Eliseo. Egli lo accetta come una nuova responsabilità: quella di non essere solo curvo sull’aratro della fatica per sé stessi, ma di seguire Dio con uno sguardo e un cuore diverso, per cui gli altri lo riguardano, si aspettano da lui qualcosa ed egli ha la responsabilità di darglielo.
Proprio per questo, la prima cosa di cui Eliseo si accorge dopo aver assunto il mantello della vocazione a vivere come un profeta, è il bisogno del popolo, per sfamare il quale cuoce la carne dei suoi buoi.
L’evangelista Luca ci presenta alcuni altri tratti del profeta-discepolo.
Innanzitutto, Gesù è un Maestro diverso dagli altri: invita i suoi discepoli non a frequentare le sue lezioni per poi diventare a loro volta maestri di altri, ma a vivere e camminare con lui per condurre tutti da lui. Cioè non si finisce mai di essere discepoli, e quando si crede di essere arrivati al traguardo si smette di esserlo.
Secondo, egli non condanna nessuno, nemmeno chi rifiuta di farsi suo discepolo. La discepolanza infatti non è un titolo di merito e non pone ad un livello superiore, ma è un dono immeritato che si riceve e di cui si resta debitori. Lo dimostra l’episodio del villaggio di samaritani che rifiutano di ascoltare Gesù. I discepoli ne vorrebbero l’annientamento, ma Gesù offre sempre un’altra possibilità di farsi suoi ascoltatori, e sappiamo dal Vangelo di Giovanni (cap. IV) che attraverso una samaritana incontrata al pozzo di Giacobbe anche loro accoglieranno, in seguito, il suo annuncio.
Poi Luca stigmatizza due atteggiamenti tipici con i quali il discepolo rifiuta in cuor suo di farsi veramente discepolo: il primo è quello di contentarsi di dirlo, senza poi aderire intimamente e concretamente con quanto affermato; il secondo è cercare un compromesso: “Sì, va bene seguirti, ma almeno questo lasciamelo:” Entrambi questi atteggiamenti svuotano il significato della discepolanza, perché dimostrano la propria sfiducia interiore nel Signore, un rapporto ambiguo con lui, nel quale a guidare i nostri passi restiamo noi, pur riconoscendo, ma fino a un certo punto,  la sua autorevolezza.
Infine Paolo nel brano della sua lettera ai Galati pone in evidenza un altro tratto decisivo del discepolo: la libertà. Sì, è la libertà del Vangelo l’unico motivo per il quale vale la pena diventare discepoli del Signore: non per senso del dovere, non per senso di colpa, non per abitudine o conformismo, ma per un’adesione felice e libera alla sua proposta di vita. E, allo stesso tempo, la libertà è il contenuto e il modo con cui si può comunicare il Vangelo: esso è infatti essenzialmente scoperta della libertà di un voler bene gratuito e senza compromessi, autentico, senza altri scopi, giudizi, calcoli.
Dio stesso non impone il suo amore ma lo offre generosamente e liberamente, perché l’unico modo per voler bene veramente è nella libertà propria e rispettando quella dell’altro. Dice Paolo: “Fratelli, Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà.” Sì, Dio ci propone il suo volere ma rispetta la nostra libertà, perché solo chi è libero può scegliere il bene. Certo, così facendo, rischia anche che l’uomo scelga diversamente da lui, e infatti S. Paolo, subito dopo le parole ascoltate, ammonisce i Galati: “Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri.” Cioè la libertà che Dio ama e rispetta non è perché l’uomo segua l’istinto di sopraffare e imporsi sugli altri, ma anzi scelga di realizzare il bene amando gli altri.
I profeti sono allora, in ogni epoca e in ogni regione del mondo, coloro che credono che la libertà che Dio ci dona vada utilizzata per compiere il bene che lui ha preparato. Con la sua vita e con le sue parole egli ci ricorda che è possibile vivere la libertà di essere figli di Dio e non di noi stessi o del mondo.
Fratelli e sorelle, ogni domenica la Parola di Dio getta sulle nostre spalle il mantello che è la chiamata a non vivere solo per noi stessi ma con un cuore e uno sguardo più larghi. È quel “giogo soave” di cui Gesù parla ai discepoli che non li opprime e non grava con un peso insopportabile, ma anzi ci lega al carro di Dio e con lui siamo condotti su pascoli buoni e dove nulla ci mancherà. Accogliamo l’invito a divenire uomini e donne di Dio, profeti della libertà di voler bene, testimoni che non siamo schiavi condannati alla servitù al peccato, all’egoismo, all’indifferenza. La resurrezione ci ha liberato, come dice Paolo: “non facciamoci imporre il giogo della schiavitù.”

Preghiere

O Cristo che sei venuto a liberarci dalla schiavitù del peccato e del male, aiutaci ad accogliere con gioia la libertà di essere tuoi figli e discepoli del Vangelo.

Noi ti preghiamo


A noi gente comune, peccatori e dimentichi, tu proponi, o Signore, di divenire discepoli e profeti del tuo Regno di pace e di amore. Aiutaci a sostenere con le nostre povere forze la responsabilità di accogliere con libertà e gratitudine questa chiamata.

Noi ti preghiamo


Affretta o Dio la venuta di un tempo nuovo e fa’ di ciascuno di noi un testimone credibile del tuo Regno. Perché chi è incerto e dubbioso possa essere confermato dalla nostra fede nel Vangelo.

Noi ti preghiamo

Come ad Elia ed Eliseo dona anche a noi, o Dio onnipotente, un cuore e occhi nuovi per accorgerci del bisogno di tanti. Fa’ che non viviamo curvi sull’aratro della fatica per sé ma liberi di amare ogni fratello e ogni sorella.

Noi ti preghiamo
 



O Cristo aiutaci a non inorgoglirci davanti a chi non ha fiducia in te, non ti conosce e non ti segue, perché il dono di essere tuoi figli sia per noi responsabilità di amare tutti con più  vicinanza.

Noi ti preghiamo


Sostieni o Signore Gesù la fatica di chi annuncia e vive il Vangelo. Dai coraggio e fede a chi accetta il mantello del profeta nei nostri giorni e aiutaci ad imitarlo.

Noi ti preghiamo.
 



Ti preghiamo o Padre onnipotente di sostenere e consolare tutti i poveri: fa’ che il nostro amore offra ad essi consolazione e sostegno.

Noi ti preghiamo




Ti preghiamo o Signore per tutti coloro che hanno perso o non trovano il lavoro. Aiutali a sostenere il peso della loro condizione e fa’ che la solidarietà di tutti aiuti a trovare risorse e soluzioni.

Noi ti preghiamo

mercoledì 19 giugno 2019

Festa del Corpo e Sangue di Cristo - Anno C - 23 giugno 2019





Dal libro della Genesi 14, 18-20
In quei giorni, Melchidesech, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole: «Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici». E [Abramo] diede a lui la decima di tutto.  

Salmo 109 - Tu sei sacerdote per sempre, Cristo Signore.
Oracolo del Signore al mio signore:
«Siedi alla mia destra
finché io ponga i tuoi nemici
a sgabello dei tuoi piedi».

Lo scettro del tuo potere
stende il Signore da Sion:
domina in mezzo ai tuoi nemici!

A te il principato
nel giorno della tua potenza
tra santi splendori;
dal seno dell’aurora,
come rugiada, io ti ho generato.

Il Signore ha giurato e non si pente:
«Tu sei sacerdote per sempre
al modo di Melchìsedek».

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 11, 23-26
Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.

Alleluia, alleluia alleluia.
Io sono il pane vivo disceso dal cielo, dice il Signore,
se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 9, 11b-17
In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Commento

Cari fratelli e care sorelle, questa domenica è dedicata alla commemorazione del dono che Gesù ci ha fatto del  suo Corpo e Sangue, ci richiama cioè quel momento fondante e decisivo per la nostra fede che è la cena del Signore con i suoi discepoli durante la quale lasciò l’Eucarestia come segno duraturo della sua presenza fra di loro.
Quel gesto si concluse con un invito che ripetiamo ogni domenica: “fate questo in memoria di me.” Forse non ci siamo mai soffermati su questo aspetto: l’Eucarestia non è solo un dono che riceviamo, ma anche un invito a “fare qualcosa.” Lo si vede bene nel racconto della moltiplicazione dei pani che abbiamo ascoltato dal Vangelo di Luca. Gesù chiede ai discepoli riluttanti di fare loro qualcosa: dare da mangiare alla folla affamata. Essi non sono nemmeno sfiorati dall’idea che fosse una cosa di loro competenza, né tantomeno che potessero riuscire a soddisfare un bisogno così grande, erano cinquemila uomini, più donne e bambini. Per essi era normale che ciascuno dovesse provvedere al proprio bisogno, come poteva e se poteva. Ma la vera risposta al bisogno delle persone è Gesù stesso. Fosse il bisogno di nutrimento, di guarigione, di salvezza, di felicità vera, di parole, di perdono, di consolazione, ecc… Gesù avrebbe potuto provvedere da sé e compiere il miracolo senza bisogno di intermediazione, eppure chiede ai discepoli di “fare qualcosa” anche loro. Gesù ha bisogno che i discepoli diano quel poco che hanno e che distribuiscano il molto nel quale Gesù lo ha trasformato perché ciascuno ne abbia “a sazietà”, e non solo un po’.
Lo stesso è chiesto a noi ogni domenica quando ripetiamo il gesto di Gesù di trasformare il pane e il vino nel suo corpo. Anche a noi è chiesto: “fate questo in memoria di me.” Nella liturgia orientale si da un grande valore a questo comando ed esso ha una rilevanza simbolica ma concreta nel dono delle pròsfore, che significa “le offerte”. Ogni famiglia infatti prepara durante la settimana il pane che poi la domenica è portato in chiesa e offerto perché venga trasformato nel corpo di Gesù. Tutta la famiglia partecipa alla preparazione, che è accompagnata dalla preghiera. I bambini fin da piccoli ne seguono le fasi e imparano il significato di quei gesti come in una catechesi domestica. Quel pane è come i pani e i pesci che i discepoli portarono a Gesù: sono poco, materia povera e senza vita, ma messa nelle mani di Gesù è trasformata nel suo corpo che vivifica e salva. I pani poi che avanzano vengono suddivisi, benedetti e distribuiti al termine della liturgia perché siano portati a chi è anziano o malato e non è potuto venire in chiesa, o ai poveri perché se ne sazino. Nella nostra liturgia latina tutto ciò e semplificato e come riassunto nel gesto dell’offertorio: dal popolo viene portato pane e vino all’altare.
In questo gesto è riassunto quello che ciascuno di noi deve fare: portare a Gesù il poco che è la propria vita. È povera cosa, insufficiente difronte ai bisogni immensi dell’umanità intera, eppure Gesù ne ha bisogno e ci chiede di fare anche noi la nostra parte: offrire il poco che siamo e distribuire il molto nel quale lui lo trasforma.
L’Eucarestia questo fa: essa agisce dentro di noi, vivifica i sentimenti, rafforza la volontà di bene, trasforma il modo di vedere e comprendere la realtà, ecc…, ma non lo fa al di sopra di noi o senza la nostra partecipazione. C’è bisogno che noi, per usare l’esempio della liturgia orientale, durante tutta la settimana impastiamo la farina e la lasciamo lievitare, gli diamo la forma e la inforniamo, per poi portarla domenica al Signore perché egli compia il miracolo di trasformarla nel pane vero che sfama ogni fame e soddisfa ogni bisogno. E quel poco pane sazia tutta l’assemblea, si moltiplica come fece Gesù con la folla. E poi c’è bisogno che quel pane moltiplicato, spezzato e benedetto da Gesù raggiunga i tanti affamati che attendono, la folla affamata con il suo bisogno immenso che disorienta i discepoli, e spesso anche noi. Sì, è il pane stesso della nostra vita, quella piccola pagnotta che noi abbiamo portato, ma allo stesso tempo non è più lo stesso, perché Gesù l’ha trasformata e riconsegnata a noi perché ce ne nutrissimo noi e ne nutrissimo le folle affamate. Lo straordinario è che esso basta per tutti e a sazietà. La nostra vita trasformata dal Signore, nutrita dal suo Corpo e Sangue, diventa risposta a tutti i mali del mondo, sfama e sazia fino in fondo, colma ogni vuoto di amore e di consolazione, porta il perdono a la misericordia di Dio dove sembrava vincere il male e la disperazione.
È il contrario di quello che a volte pensiamo e cioè che aiutare gli altri ci indebolisce e ci impoverisce. È il paradosso del cristianesimo, è il mistero di quel corpo che, come dice la liturgia orientale, è suddiviso e spezzato, ma non si esaurisce mai e sempre si rinnova e si dona a noi. Così è l’amore di Dio: è spezzettato e offerto a tutti, ma nel momento stesso che sfama molti si moltiplica e si rafforza, ed è così abbondante che ne avanzano dodici ceste, pronto a soddisfare la fame di chissà quanti in attesa.

  
Preghiere 

O Signore Gesù che ci offri il tuo corpo e sangue perché nutra la nostra debolezza umana, aiutaci a seguire il tuo esempio e farci sostegno per tanti.
Noi ti preghiamo


Tu o Gesù ti sei commosso davanti alla folla affamata e hai moltiplicato il poco che possedevano i discepoli per sfamare tutti. Ti preghiamo, fa’ che le nostre povere forze siano moltiplicare dal tuo amore e siano utili a molti.
Noi ti preghiamo


Come una grande unica famiglia tu ci riunisci tutti, o Dio, sulla terra. Fa’ che non sentiamo nessuno estraneo o nemico, ma tutti siano amati e sostenuti da noi come fratelli e sorelle. 
Noi ti preghiamo


Ti invochiamo o Dio del cielo, proteggi e guarisci chi è malato e sofferente. Perché coloro che sono nel dolore abbiano le cure amorevoli e il conforto di cui hanno bisogno,
Noi ti preghiamo


Con insistenza o Padre misericordioso, invochiamo il tuo perdono, perché le nostre vite mancano del nutrimento buono del tuo corpo e della tua parola, dei quali noi troppo spesso crediamo di poter fare a meno.
Noi ti preghiamo


O Dio della pace, ti invochiamo, fa’ cessare ogni guerra che semina morte e dolore. Aiuta i popoli a vivere nella pace e nella concordia, come figli di un unico padre e fratelli della stessa famiglia. Libera chi è nel dolore, minacciato e prigioniero,
Noi ti preghiamo.

  
Proteggi O Dio tutti i tuoi discepoli ovunque dispersi. Fa’ che il tuo nome porti pace e vita piena in ogni luogo.
Noi ti preghiamo
  

Ti invochiamo o Signore Gesù per ciascuno di noi che partecipiamo al banchetto in cui ci offri tutto te stesso, corpo e sangue. Fa’ che anche noi sappiamo rendere la nostra vita ricca di buoni frutti.
Noi ti preghiamo

venerdì 14 giugno 2019

Festa della Ss.ma Trinità - anno C - 16 giugno 2019





Dal libro dei Proverbi 8, 22-31
Così parla la Sapienza di Dio: «Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine. Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra. Quando non esistevano gli abissi, io fui generata, quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua; pri­ma che fossero fissate le basi dei monti, prima delle colline, io fui generata, quando ancora non aveva fatto la terra e i campi né le prime zolle del mondo. Quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull’abisso, quando condensava le nubi in alto, quando fissava le sorgenti dell’abisso, quando stabiliva al mare i suoi limiti, così che le acque non ne oltrepassassero i confini, quando disponeva le fondamenta della terra, io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo».

Salmo 8 - O Dio, mirabile è il tuo nome su tutta la terra!
Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell’uomo, perché te ne curi?

Davvero l’hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore lo hai coronato.
Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi.

Tutte le greggi e gli armenti
e anche le bestie della campagna,
gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
ogni essere che percorre le vie dei mari.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani Rm 5, 1-5
Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a que­sta grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.  

Alleluia, alleluia alleluia.
Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo:
a Dio che è, che era e che viene.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Giovanni 16, 12-15
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

Commento
Cari fratelli e care sorelle, siamo ad una settimana dal giorno in cui lo Spirito Santo è stato effuso su di noi a Pentecoste.  Un tempo di grazia si è aperto, benedetto dal dono dello Spirito che è l’amore di Dio. È un dono di cui c’è un grande bisogno. Ed oggi ricordiamo lo Spirito assieme al Padre e al Figlio contemplando la realtà del nostro unico Dio in tre persone distinte. Il Dio dei cristiani lo sappiamo, non è un’unica persona, ma tre diverse, con caratteristiche diverse, storia diversa, tanto che addirittura una di esse, il Figlio, ha condiviso la vita degli uomini e dopo la sua incarnazione vive con il Padre e lo Spirito assieme al suo corpo terreno.
Ma, ci chiediamo, non era più semplice che Dio si manifestasse a noi come un essere unico e sempre uguale a sé? No fratelli e sorelle, perché Dio, come ci dice l’apostolo Giovanni, non è innanzitutto potenza e forza, ma amore, e l’amore non può esistere senza l’atro. È questa la sua caratteristica essenziale: essere con l’altro e vivere per l’altro. Per questo le persone della trinità sono tre: diverse ma insieme, unite da un vincolo di amore così grande da renderle un’unica cosa. La trinità allora non è un concetto difficile, come una formula matematica che non si capisce, ma piuttosto è la realtà dell’amore vero, quello che realizza l’unità vera, basata non su interessi comuni o convenienza ma sul volersi bene autentico.
Questa caratteristica di Dio è fondamentale, ne costituisce la “sapienza”, cioè il modo di essere e manifestarsi come qualcosa che è evidentemente giusta e buona, e viene prima di tutto il resto, come dice il libro dei Proverbi: “Così parla la Sapienza di Dio: Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine.” Dio infatti ha mostrato sempre nella storia un amore per l’uomo che non trova altro motivo se non questa sua “sapienza”. E non a caso il male che contrasta Dio si chiama “diavolo” che in greco significa “divisione”. Sì, non essere uniti, come lo sono le persone della Trinità, è negazione di Dio, è il male più grande e la vittoria del re del male, è il contrario della sapienza, cioè la stoltezza.
La Trinità è “pontefice”, cioè costruisce ponti di collegamento fra mondi e persone che il male vuole definitivamente isolati, e per costruirli usa la sapienza dell’amore e non ha bisogno di altre conoscenze e abilità. Chi invece abbatte i ponti ed esalta l’isolamento è stolto perché si imprigiona nell’isola dell’io che porta alla follia.
Noi uomini siamo stati creati ad immagine di questa sapienza e non possiamo vivere per questo senza l’altro: Dio dopo aver creato Adamo disse “Non è buono che l’uomo sia solo” (Gen 2,18). Eppure, sembra che l’impegno più grande degli uomini sia proprio affermare il contrario, senza rendersi conto della pericolosità di una tale stoltezza. Lo fa quando si dice che per stare bene si deva starsene da soli, che si debba essere autosufficienti e autonomi, che gli altri siano un fastidio, che si basta a se stessi e meno abbiamo a che fare con altri e meglio è. È questa forse la più grande bestemmia, perché nega che nell’uomo rispecchi l’immagine di Dio che è amore fra tre persone, assumendo invece le fattezze del diavolo, principio di divisione che esalta l’essere soli e autosufficienti, separato da tutti.
Anche noi tante volte pronunciamo con la nostra vita questa bestemmia. Lo diciamo, ad esempio, quando affermiamo che non si può vivere assieme con chi è diverso da sé. Pensiamo al rifiuto di chi è straniero, al pregiudizio contro chi è di cultura o religione diversa. Sembra una cosa così naturale, eppure anche il Pare e il Figlio sono diversissimi, il loro essere insieme non è perché sono uguali ma perché l’amore che è la loro essenza è più forte di qualunque differenza e diversità. E lo stesso possiamo dire di quelli che accampano la diversità del carattere o dei gusti per dire che con quello o con quella non posso vivere, che quell’altro è troppo diverso da me perché io possa capirlo e accettarlo, eccetera.
L’apostolo Paolo ci ha ricordato oggi che: “l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”. Sì a Pentecoste abbiamo sperimentato che noi possiamo vivere l’amore vero rivolto all’altro. Ce ne danno esempio gli apostoli che appena ricevuto lo Spirito Santo si riversano sulla strada per annunciare il Vangelo, il gesto di amore più alto che ci sia. Dobbiamo chiederci; cosa abbiamo fatto di questo dono?
Questo rifiuto dello Spirito per lasciare spazio allo spirito del maligno sta la radice della tanta violenza che segna il mondo di oggi. La radice della guerra, dell’odio, della divisione nella società, dell’essere gli uni contro gli altri.
Sì, perché, fratelli e sorelle, ogni gesto che esclude e allontana un fratello o una sorella, perché disprezzato, antipatico, nemico e semplicemente perché estraneo è una bestemmia contro lo Spirito Santo e un rafforzamento del potere del male sul mondo. I tanti piccoli gesti che quotidianamente rafforzano questo potere, anche se non sono eclatanti e magari ci sembrano trascurabili, in realtà offuscano e umiliano l’immagine di Dio che il creatore ha voluto mettere in noi.
Per questo l’amore più bello, ci dice Gesù, è l’amore per i poveri perché è gratuito e disinteressato, non è legato a interessi o convenienze e non è nemmeno spontaneo, ma nasce ogni volta che lo Spirito è accolto con gratitudine e lasciato operare dentro di noi perché operi la trasformazione di noi in persone “sapienti” dell’amore.
Ci sembra troppo difficile per noi? Lasciamo agire lo Spirito in noi: “Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera” dice Gesù nel vangelo di Giovanni, accogliamo dunque lo Spirito di amore che ci viene dal Vangelo ed egli, con naturalezza ci guiderà alla verità tutta intera che è la vera sapienza dell’amore di Dio Trinità.

Preghiere 


O Signore Gesù che sei unito al Padre e allo Spirito col vincolo santo di un amore che non finisce, insegnaci a voler bene come te e a non poter fare a meno del fratello e della sorella che ci metti accanto,
Noi ti preghiamo


O Padre del cielo, re di misericordia, tu che hai così amato il Figlio da resuscitarlo alla vita, aiutaci ad amare la vita di chi è più debole come fosse la nostra,
Noi ti preghiamo



O Spirito di amore che unisci il Padre e il Figlio come un’unica persona, vieni in noi e fa’ che sappiamo essere uniti ai nostri fratelli e sorelle da sentimenti di solidarietà e comunione,
Noi ti preghiamo


Ad una settimana dalla festa di Pentecoste, ti invochiamo ancora con forza: o Spirito Santo che sei Dio, scendi su di noi e rendici discepoli del vangelo e suoi audaci annunciatori,
Noi ti preghiamo



Ti preghiamo o Santa Trinità, veglia con amore su questo mondo, ancora troppo pervaso dalla stoltezza della divisione: cancella gli odi che dividono l’umanità, fa’ che prevalga in ogni situazione la sapienza dell’amore che porta pace e concordia,
Noi ti preghiamo


T’invochiamo con insistenza o Signore della pace, perché cessi ogni violenza in Libia, in Siria, in Terra Santa e in ogni paese insanguinato da odi fratricidi.
Noi ti preghiamo.



Per tutti noi ti invochiamo o Signore, fa’ che non viviamo nei nostri cuori la stoltezza che è lo spirito di divisione che ci allontana dagli altri, ma vinciamo ogni tentazione del maligno restando uniti a te ed ai fratelli,
Noi ti preghiamo



Ti preghiamo o Dio dona alla Chiesa in tutto il mondo la misericordia e la bontà che tu hai vissuta, perché ovunque sia maestra di mitezza e operatrice di pace.
Noi ti preghiamo