lunedì 24 settembre 2012

XX domenica del tempo ordinario - 19 agosto 2012


 Dal libro dei Proverbi 9, 1-6

La sapienza si è costruita la sua casa, ha intagliato le sue sette colonne. Ha ucciso il suo bestiame, ha preparato il suo vino e ha imbandito la sua tavola. Ha mandato le sue ancelle a proclamare sui punti più alti della città: «Chi è inesperto venga qui!». A chi è privo di senno ella dice: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. Abbandonate l'inesperienza e vivrete, andate diritti per la via dell'intelligenza».


Salmo 33/34 - Gustate e vedete com'è buono il Signore.

Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino.


Temete il Signore, suoi santi:
nulla manca a coloro che lo temono.
I leoni sono miseri e affamati,
ma a chi cerca il Signore non manca alcun bene.

 
Venite, figli, ascoltatemi:
vi insegnerò il timore del Signore.
Chi è l'uomo che desidera la vita
e ama i giorni in cui vedere il bene?

 Custodisci la lingua dal male,
le labbra da parole di menzogna.
Sta' lontano dal male e fa' il bene,
cerca e persegui la pace.

 Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini 5, 15-20

Fratelli, fate molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti ma da saggi, facendo buon uso del tempo, perché i giorni sono cattivi. Non siate perciò sconsiderati, ma sappiate comprendere qual è la volontà del Signore. E non ubriacatevi di vino, che fa perdere il controllo di sé; siate invece ricolmi dello Spirito, intrattenendovi fra voi con salmi, inni, canti ispirati, cantando e inneggiando al Signore con il vostro cuore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo.

 Alleluia, alleluia alleluia
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue,
dice il Signore, rimane in me e io in lui.
Alleluia, alleluia alleluia

 Dal vangelo secondo Giovanni 6, 51-58

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

 Commento


Cari fratelli e care sorelle, abbiamo ascoltato dal libro dei Proverbi che la Sapienza ha scelto di venire ad abitare in mezzo agli uomini, e per questo ha costruito una casa. Ma che bisogno c’è, ci chiediamo oggi, che una nuova Sapienza si stabilisca nel mondo degli uomini? Non basta già la sapienza degli scienziati, con le sue sempre più stupefacenti conquiste, non basta il saper vivere che la psicologia e la sociologia ci insegna, con le loro verità così convincenti?

Ma poi, per restare a livello della nostra vita personale, la vera sapienza è quella che io mi sono fatto con le mie esperienze, quella che ho maturato superando tante difficoltà e ostacoli, pagando di persona. In fondo chi può venirmi a dire che non è vero quello che ho capito da me e che la vera sapienza è un’altra? Sì, ci sembra difficile, anzi inutile che una Sapienza diversa dalla nostra venga in terra: per parlarci di che? Per insegnarci cosa?

Eppure Dio continua a costruire la sua casa fra gli uomini perché la sua Sapienza abiti fra noi. E fa di più, prepara un grande banchetto perché ciascuno possa sfamarsi nella gioia e nell’abbondanza: “Ha ucciso il suo bestiame, ha preparato il suo vino, e ha imbandito la sua tavola.” Poi Dio invia le sue ancelle ad estendere l’invito, ma non a tutti. Dicono infatti: “Chi è inesperto venga qui”.

Strano criterio per fare degli inviti. Se noi pensiamo ai criteri ordinari di fare o ricevere inviti a banchetti vediamo chiaramente che essi, normalmente, sono altri: si invita chi è affine a noi, per parentela, amicizia o frequentazione. Si può invitare qualcuno perché ci conviene o perché siamo obbligati per qualche motivo. Dio invece per scegliere i suoi commensali al banchetto della Sapienza usa il criterio di invitare quelli che hanno fame della Sapienza che lui offre, perché sono inesperti, cioè senza una sapienza loro già consolidata. In questo modo possiamo dire che Dio invita tutti, perché sa che nessuno ha abbastanza Sapienza per sfamarsi, ma allo stesso tempo sa che pochi lo ammettono. Molti sono invece quelli che rifiutano quell’invito, proprio perché di quella Sapienza non sentono il bisogno né la fame, hanno già  la propria.

Fratelli e sorelle, l’invito del Signore è lo stesso che si ripete ogni domenica, quando il Signore invita a sfamarsi alla sua mensa quelli che sentono il bisogno di imparare a vivere. E non a caso ogni domenica ci ritroviamo attorno non a una statua o una immagine, né ad una persona, ma attorno a una tavola imbandita. Di nuovo, ancora, il Signore invita non genericamente tutti, ma chi ha fame e sete, chi non ha già tutto quello che gli basta per vivere e saziarsi. La famiglia di Dio, la Chiesa questo è: la riunione di chi sente fame e sete, di chi non si accontenta di quel poco che può racimolare altrove, del cibo che non sazia, l’assemblea di chi non finge di avere già a casa propria il pranzo pronto e di non avere bisogno che qualcuno lo inviti per poter mangiare. E infatti quanti di noi vengono qui alla tavola del Signore, vedono il cibo che viene imbandito, direi che ne sentono il profumo, ma restano digiuni, perché un altro pranzo li aspetta a casa propria? Sì, qui ci viene offerto il cibo prezioso di una parola che insegna a vivere, ma quanti di noi preferiscono imparare altrove a vivere: dalla televisione che ci spiega cosa dobbiamo credere e cosa no, cosa è vero e cosa no, o dalla saggezza comune che ci sembra così credibile e convincente. Qui magari assaggiamo il cibo del Vangelo, ma ci sembra troppo saporito per i nostri gusti, meglio qualcosa di più delicato e leggero per i nostri palati.

E poi qui ci è offerto il corpo e il sangue di Gesù, cioè la sua vita tutta intera. Anche in questo caso magari ci accostiamo all’eucarestia, ma con quanta convinzione crediamo che quello è il nostro vero nutrimento, cioè che se abbiamo fede nella forza di quel vero pane del cielo, che è il corpo di Gesù, questo diventa anche il nostro corpo, cioè la sua vita diventa la nostra vita, realizzando cioè quello che dice Gesù: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui”?

Gesù nel vangelo di Giovanni dice: “Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno.” Sì, perché la sapienza comune, quello che impariamo dalla vita è un pane che non ci salva dalla morte di una vita senza senso, mentre nutrirci della parola e del corpo di Gesù nel banchetto della santa Liturgia ci mette a parte di una vita che non finisce perché è quella che Dio ci dà.

Ma cosa significa nutrirci della parola e del corpo di Gesù o, come dice il libro dei Proverbi, fare nostra la Sapienza di Dio che ci è offerta nel banchetto eucaristico? Non si tratta di fare uno sforzo di sentimento, ma significa qualcosa di molto concreto. Fare nostra la sapienza di Dio significa infatti giudicare noi stessi, il mondo, le persone, le cose che vediamo e le scelte che prendiamo non in base a quello che sembra più giusto a noi, ma in base a quello che Gesù ha detto e come ha agito, cioè di fare come lui avrebbe fatto al nostro posto.

Il banchetto di Gesù è qualcosa di difficile e impegnativo, sì, è vero, ma è anche l’unica possibilità di nutrirci. Dove troveremo un cibo che non ci stanca e non ci delude, che non ci lascia con la stessa fame di prima? Quale pranzo o piatto cucinato da noi stessi potrà darci la stessa forza? Accostiamoci allora alla mensa di questo altare ogni domenica come affamati, gente che come Pietro dice “Signore, da chi andremo, tu solo hai parole di vita eterna”.

 
Preghiere


O Gesù che sei vero pane di sapienza e vino di salvezza, donaci la fede semplice e concreta di saziarci col tuo copro e sangue per farci trasformare in tuoi figli, eredi della vita che non finisce,

Noi ti preghiamo


Perdona o Dio il nostro attaccamento alla sapienza di questo mondo che ci affascina e ci rende schiavi. Fa’ che scegliamo per la libertà dei figli di Dio, discepoli della Sapienza che lo Spirito ci insegna.

Noi ti preghiamo

 
Sostieni o Padre del cielo tutti coloro che sono nel dolore e soffrono per la malattia, la violenza e l’abbandono. Suscita in ogni luogo fratelli e sorelle che con amore si facciano loro vicini e li sostengano,

Noi ti preghiamo
 

Dà forza o Padre a chi nel mondo ti annuncia come una nuova Sapienza che dà salvezza. Fa’ che riuniti attorno alla tavola dell’Eucarestia tutti gli uomini possano presto ritrovarsi come membri di un’unica famiglia,

Noi ti preghiamo.

Assunzione di Maria - 15 agosto 2012


 

Dal primo libro delle Cronache 15, 3-4. 15-16; 16, 1-2

In quei giorni, Davide convocò tutto Israele a Gerusalemme, per far salire l’arca del Signore nel posto che le aveva preparato. Davide radunò i figli di Aronne e i levìti. I figli dei levìti sollevarono l’arca di Dio sulle loro spalle per mezzo di stanghe, come aveva prescritto Mosè sulla parola del Signore. Davide disse ai capi dei levìti di tenere pronti i loro fratelli, i cantori con gli strumenti musicali, arpe, cetre e cimbali, perché, levando la loro voce, facessero udire i suoni di gioia. Introdussero dunque l’arca di Dio e la collocarono al centro della tenda che Davide aveva piantata per essa; offrirono olocausti e sacrifici di comunione davanti a Dio. Quando ebbe finito di offrire gli olocausti e i sacrifici di comunione, Davide benedisse il popolo nel nome del Signore.
 

Salmo 131 - Sorgi, Signore, tu e l’arca della tua potenza.

Ecco, abbiamo saputo che era in Èfrata,
l’abbiamo trovata nei campi di Iàar.
Entriamo nella sua dimora,
prostriamoci allo sgabello dei suoi piedi.

I tuoi sacerdoti si rivestano di giustizia
ed esultino i tuoi fedeli.
Per amore di Davide, tuo servo,
non respingere il volto del tuo consacrato.

Sì, il Signore ha scelto Sion,
l’ha voluta per sua residenza:
«Questo sarà il luogo del mio riposo per sempre:
qui risiederò, perché l’ho voluto».

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 15, 54-57

Fratelli, quando questo corpo mortale si sarà vestito d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: «La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?». Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge. Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!
 

Alleluia, alleluia, alleluia.
Beati coloro che ascoltano la parola di Dio
e la mettono in pratica.
Alleluia, alleluia, alleluia.
 

Dal vangelo secondo Luca 11,27-28

In quel tempo, mentre Gesù parlava alle folle, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».
 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, nella tradizione e nella devozione della Chiesa Maria ha sempre rivestito un ruolo molto importante. Fin dall’antichità infatti essa è ricordata soprattutto come Madre di Dio e della Chiesa, e come tale è amata e venerata da tanti.

Ma cosa significa questo? A volte infatti delle forme di devozione un po’ semplicistiche l’hanno ridotta ad una specie di caricatura della maternità, sdolcinata e inoffensiva, una specie di portafortuna da invocare nei momenti di bisogno, lo sfogo per quella parte infantile di noi con i suoi sentimenti immaturi: il desiderio di essere coccolato e accudito, vezzeggiato e accontentato. A volte si definisce Maria come “la Madonnina” con un diminutivo che nasconde la deconsiderazione che se ne ha, infatti mai parleremmo di “Signoruccio” parlando di Gesù o di “Pietrino e Paolino” parlando degli apostoli.  Insomma è qualcosa che ha poco a che vedere con la realtà della persona di Maria così come i Vangeli ce l’hanno fatta conoscere.

Infatti, come dicevamo, Maria proprio nella sua femminilità e nella sua maternità deve essere non solo un rifugio nel bisogno, ma soprattutto un esempio da imitare. Fin dal primo momento della sua storia con Gesù, cioè dal suo concepimento, ha espresso il senso di tutta la sua vita con le parole: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”. Sì, è il tratto femminile della docilità, umiltà e semplicità che Maria ha voluto incarnare, ma non per farsi da parte e starsene tranquilla in un angolo sicuro, ma per mettersi al servizio di una volontà di bene superiore e ben più radicale, quella di Dio, al posto dei propri progetti, cosa che l’ha portata ad una vita che non avrebbe mai immaginato, piena di fatica e di dolore, ma anche dal valore esemplare che è giunto fino a noi.

Il primo modo di fare la volontà espressa dalla Parola di Dio è stata quella di dare la vita a Gesù. Dare la vita, lo sappiamo significa molte cose: generare, ma anche offrire tutto se stesso. Ebbene Maria ci è di esempio perché non solo generò Gesù, ma gli offri la vita divenendo sua fedele discepola. Infatti non fu esentata dalle critiche del figlio, pensiamo all’episodio dell’infanzia di Gesù quando questi sta nel tempio a insegnare e Maria lo rimprovera, ricevendone un rimprovero ben più aspro: "Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?" oppure a quando cerca di incontrare il Figlio e questi l’accusa di non essere fra quelli che lo stanno ad ascoltare: chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre e ancora a Cana, quando Gesù le dice: “Donna, che vuoi da me?”. Eppure Maria non si sdegnò, né lasciò cadere questi e gli altri insegnamenti di Gesù, anche quelli più difficili e duri, ma ne fece motivo per imparare ad essere figlia e discepola: “Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore” dice l’evangelista Luca.

Per questo Maria ebbe la forza e il coraggio di non abbandonare Gesù e di restare con lui fin sotto la croce, perché era stata sua discepola attenta e discreta, gli ha messo a disposizione tutta la sua vita, fin dal primo giorno. A volte lo si considera un gesto scontato: la madre è sempre così, ama il suo figlio fino alla morte. Non è vero: quanti esempi abbiamo davanti agli occhi? Fingiamo di non vederli perché preferiamo ritenere che l’amore è qualcosa di spontaneo e naturale. Maria non amò Gesù perché era sua madre, non lo amò al tempio, e non lo amò quando se ne stava lontana da lui, ma imparò da suo figlio cosa è l’amore vero, con pazienza, conservando le parole e i gesti di Gesù dentro se stessa per farli divenire le sue parole e i suoi gesti.

Infatti l’idea dell’amore “naturale”, materno, paterno o qualunque altro fosse, è una grande trappola del mondo che non ci fa sentire il bisogno di imparare ad amare. Lo esprime bene quella risposta di Gesù, sprezzante fino all’estremo, a una donna che voleva fare “i complimenti” a Maria, in realtà svilendola in modo paradossale: “una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!. Ma egli disse: Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!” Sì, Gesù sa bene che la beatitudine di Maria non viene dal fatto di essere sua madre materiale, di averlo allattato e allevato, ma dall’aver voluto divenire sua figlia, divenendo così icona del discepolo. La salvezza cioè per lei viene non dai vincoli sociali o parentali ma dall’aver voluto mettere a disposizione tutta se stessa perché Gesù compisse la sua missione evangelica. Questo è vero per ciascuno di noi! Per voler bene veramente, anche una madre, un padre, un fratello, un coniuge deve imparare da Gesù, non è la natura o la spontaneità che ce lo insegna. Questo ci dimostra il rapporto di Maria col suo Figlio.

In questo sta la femminilità materna, ma anche la straordinaria forza di Maria, perché, come bene rappresenta l’icona orientale che oggi abbiamo qui fra di noi, anche da adulta, alla fine della sua vita, Maria restò con uno spirito da figlia e discepola, e si lasciò portare docilmente da Gesù dove lui volle. È questo il messaggio che ci viene da questa festa dell’Assunzione, l’invito a farci anche noi forti non di noi stessi e della nostra esperienza e sapienza, ma della docilità femminile di Maria, per dare anche noi la vita a Gesù, perché ne faccia una forza di protezione per i deboli e di testimonianza per i forti, segno di contraddizione per la legge del mondo che, come dice Paolo, non salva, ma deve sempre essere smentita dalla legge invincibile dell’amore, quello di Gesù per Maia, quello che Maria imparò da Gesù.

Preghiere

Ti preghiamo o Signore perché come Maria, anche noi sappiamo imparare da te a voler bene, mettendo al servizio del vangelo la nostra vita,

Noi ti preghiamo

 Ascolta o Padre la preghiera di chi vede in Maria un esempio di madre e discepola e si rivolge a lei per ricevere il tuo aiuto. Esaudiscili col dono della tua misericordia,

Noi ti preghiamo

 Ti preghiamo o Dio per tutti i cristiani che rifiutano di farsi tuoi discepoli e disprezzano la tua Parola non conservandola nel loro cuore e nella loro mente. Fa’ che imparino da Maria l’ascolto e la disponibilità dei figli veri,

Noi ti preghiamo

 Perdona o Padre del cielo il nostro peccato di orgoglio e autosufficienza, per quando ci affidiamo alla nostra esperienza e alla sapienza di questo mondo. Rendici invece docili esecutori del Vangelo,

Noi ti preghiamo

 Dona pace o Dio al mondo intero, specialmente dove regna l’odio e le armi seminano morte e distruzione: per la Siria, la Nigeria, e tutti i paesi in guerra,

Noi ti preghiamo

 Proteggi o Padre buono la tua Chiesa ovunque diffusa, donale unità e pace, perché testimoni sempre la forza del vangelo contro ogni forma di male,

Noi ti preghiamo.

 

XIX domenica del tempo ordinario - 12 agosto 2012


 

Dal primo libro dei Re 19, 4-8

In quei giorni, Elia s'inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra. Desideroso di morire, disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». Si coricò e si addormentò sotto la ginestra. Ma ecco che un angelo lo toccò e gli disse: «Alzati, mangia!». Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia, cotta su pietre roventi, e un orcio d'acqua. Mangiò e bevve, quindi di nuovo si coricò. Tornò per la seconda volta l'angelo del Signore, lo toccò e gli disse: «Alzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l'Oreb.

 

Salmo 33/34 - Gustate e vedete com'è buono il Signore.

Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino.

 Magnificate con me il Signore,
esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore: mi ha risposto
e da ogni mia paura mi ha liberato.

 Guardate a lui e sarete raggianti,
i vostri volti non dovranno arrossire.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta,
lo salva da tutte le sue angosce.

L'angelo del Signore si accampa
attorno a quelli che lo temono, e li libera.
Gustate e vedete com'è buono il Signore;
beato l'uomo che in lui si rifugia.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini 4, 30 - 5, 2

Fratelli, non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, con il quale foste segnati per il giorno della redenzione. Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo. Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore.

Alleluia, alleluia alleluia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo, dice il Signore,
se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Giovanni6, 41-51

In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: "Sono disceso dal cielo"?». Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: "E tutti saranno istruiti da Dio". Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Commento

Abbiamo ascoltato come Elia, dopo aver lottato contro gli idolatri e aver vinto su di essi con la forza che gli veniva dal Signore attraversa un periodo di profonda tristezza. Si trova solo, minacciato da pericoli di morte, incerto sul suo futuro, e per questo si rinchiude in un sonno che è fuga e rifiuto della lotta. È una tentazione costante nella vita degli uomini, quella di fuggire quella dimensione faticosa, di lotta, di conquista giorno per giorno che è la vita del discepolo. Questi infatti non è mai arrivato al traguardo, ma sempre è in continuo cammino verso quel Regno di cui parla spesso Gesù, in cui gli uomini vivono con lui. È quello il traguardo che abbiamo davanti e che non dobbiamo dimenticare, perché è la compagnia con lui che dà pace, gioia vera e senso alla vita degli uomini, ma quanti ostacoli, e quanto fatica ci separano da quel traguardo! È una lotta, dimensione che fa parte, come accennavo, della vita del cristiano. A volte però ci sembra che questa lotta sia troppo dura e gli ostacoli insormontabili per le nostre forze. È quello che prova anche Elia, il quale davanti alla durezza della lotta alla quale è chiamato si rifugia nel sonno. È il sonno che anche noi tante volte scegliamo, che è il far finta di non sapere quanto ancora c’è da fare, il chiudere gli occhi davanti al mondo, affermare che le sfide che la vita ci pone non ci riguardano.

Ma Elia non è lasciato solo davanti alle sue difficoltà: un angelo vene a svegliarlo e a portargli il cibo e l’acqua per non restare senza forze davanti alle difficoltà. Anche noi siamo risvegliati, ogni domenica, dall’angelo di Dio che ci convoca qui, nella casa del Signore, per trovare il nutrimento che ci dà forza. E noi siamo qui non perché migliori degli altri, ma perché abbiamo bisogno di quell’aiuto che l’angelo ci offre. Infatti dove altro potremmo trovare la speranza con cui continuare a cercare il Regno? Dove potremmo trovare i motivi per continuare a confidare nella forza del bene e dell’amore, le uniche che ci possono garantire un futuro migliore, e non cadere nella tentazione di affidarci alla potenza di questo mondo, quella dei soldi o della forza, per garantirci con la violenza la pace e la serenità che non troviamo?

Elia, svegliato dall’angelo si fida di lui e mangia il pane che gli viene offerto e beve l’acqua nell’orcio che gli porge. Sembra un atteggiamento normale e logico: cos’altro dovrebbe fare un uomo che si trova in mezzo al deserto, dove non si trova facilmente cibo e bevanda?

Eppure, fratelli e sorelle, non è così scontato che nel vuoto di senso e di valore che a volte rende il nostro mondo come un deserto si accetti volentieri di nutrirci del pane che Gesù ci offre, la sua Parola, e di abbeverarci a quella fonte inesauribile di cui parlavamo anche domenica scorsa, ricordando l’incontro di Gesù con la donna samaritana, che è l’amore di Gesù che “dà la vita al mondo”. Anzi più spesso l’atteggiamento normale è il rifiuto: o perché si finge di non avere fame (“non ho bisogno di niente, so già cavarmela da solo, non mi manca nulla, ecc…” ) e in questo tempo estivo come è facile pensare di non aver bisogno del cibo buono, perché distratti da un senso di svago e superficiale spensieratezza, o perché si preferisce il cibo finto, che non sazia e non nutre, che troviamo a buon mercato sulle piazze del mondo.

È l’atteggiamento che assunsero i farisei davanti a Gesù che parlava di  sé come del vero pane e della vera acqua che dà la vita. Essi rimangono scettici e dicono: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: "Sono disceso dal cielo"?». Cioè il loro atteggiamento è di disprezzo e superiorità: conoscono Gesù, cosa di straordinario può mai venire da un poveraccio figlio di un falegname, nato in un paesetto di provincia, umile, povero e malmesso come si presentava?

Anche noi proviamo un senso di disprezzo per le parole del Vangelo che la domenica ci vengono offerte come un cibo prezioso e succulento: ci sembrano ingenue, semplici, poco adatte a noi, pericolose, senza fondamento. Anche noi il più delle volte le guardiamo con superiorità, come i farisei. Roba per sempliciotti o per bambini.

Gesù a quei dottori della legge risponde con semplicità disarmante. Non prova a convincerli con argomentazioni filosofiche per dimostrargli che hanno torto a disprezzarlo. Gli richiama solo la realtà che è sotto gli occhi di tutti, ma che tutti rifiutano di accettare. Egli dice come la manna (cioè il cibo solito, tradizionale) sembra nutrire, ma non salva la vita, dura solo per un po’ e poi ci lascia di nuovo affamati, deboli e delusi, peggio di prima; invece il pane disceso dal cielo, cioè il Vangelo e la vita di Gesù donata agli uomini fino all’ultimo, nel suo corpo e sangue, ci sazia per sempre, perché è un cibo che dà la vita che non finisce. È questa la realtà, e chi di noi non può dire di averlo sperimentato almeno una volta nella vita? Eppure questa realtà, come tutte le verità della fede non si dimostrano con un ragionamento di logica. L’unico modo per averne certezza è fidarsi e sperimentarlo, provare a nutrirsi con fiducia disarmata di questo pane del Vangelo e del corpo e sangue di Gesù, lasciando perdere gli altri alimenti, inutili o dannosi.

Cari fratelli e care sorelle, forse quegli ebrei non si sono lasciati convincere, come ancora oggi tanti restano scettici sulla reale forza del Vangelo e della vita che il Signore ci dona. Eppure se ci lasciamo persuadere da lui e accettiamo anche solo di “assaggiare” il pane che Gesù ci offre, non potremo fare a meno di restare attratti dalla sua dolcezza e dalla forza che ci comunica. Elia infatti, dopo essersi fidato e  aver mangiato il pane che l’angelo gli ha offerto è in grado di camminare quaranta giorni e quaranta notti nel deserto per giungere al luogo dove incontra Dio. Anche noi, se ci lasciamo scuotere dal torpore di una vita addormentata, rinchiusa in se stessi e indifferente al mondo e accettiamo di nutrirci del Vangelo e del corpo e sangue di Gesù troveremo una forza che ci permetterà di superare indenni il deserto della vita, a volte veramente dura e arida come un deserto, e di camminare superando tutti gli ostacoli fino a stare in sua compagnia. È la vocazione del cristiano a essere profeta come Elia, cioè con tutto se stesso parola e voce di Dio fra gli uomini. Non disprezziamo con senso di superiorità l’invito dell’angelo e non restiamo attaccati ai cibi tradizionali che ci sembrano buoni come la manna di un tempo, ma non nutrono e non saziano, accogliamo con gioia l’invito a far parte di questo popolo dei figli di Dio a cui egli dona il privilegio grande di seguirlo e di stare con lui.

Preghiere

 O Signore Gesù ti ringraziamo per il dono del  cibo buono e che sazia che è la tua Parola. Fa’ che ce ne nutriamo con fiducia,

Noi ti preghiamo

O Dio che hai mandato tuo Figlio nel mondo perché restasse sempre con noi, aiutaci ad accogliere con gioia ogni domenica il dono del suo Corpo e Sangue, cibo di salvezza e di vita eterna,

Noi ti preghiamo

O Dio, ti preghiamo per tutti quelli che si saziano del cibo che non vale, che sono la forza e le ricchezze di questo mondo, e non conoscono il cibo buono che tu doni. Fa’ che tutti presto lo gustino e se ne nutrano,

Noi ti preghiamo

Aiutaci o Padre buono a restare accanto a te e al Signore Gesù, senza disprezzare la sua vita e le sue parole come qualcosa di inutile e troppo semplice. Fa’ che come figli umili e fedeli ci poniamo al tuo servizio,

Noi ti preghiamo

 Consola o Signore Gesù tutti coloro che sono nel bisogno e soffrono in questo tempo di caldo e solitudine: Per gli anziani e i malati, i prigionieri, per chi è senza casa, per chi è colpito dalla violenza della guerra e del terrorismo, per gli abitanti della Siria, per i cristiani della Nigeria, Aiutali e sostienili con la forza del tuo amore,

Noi ti preghiamo

Sostieni o Dio tutti quelli che annunciano e testimoniano il Vangelo in ogni parte del mondo. Dona loro di gustare il frutto del tuo amore per chi ancora non ti conosce,

Noi ti preghiamo.

 

XVIII domenica del tempo ordinario - 5 agosto 2012


 

Dal libro dell'Esodo 16,2-4.12-15

In quei giorni, nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mose e contro Aronne. Gli Israeliti dissero loro: «Fossimo morti per mano del Signore nella terra d'Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine». Allora il Signore disse a Mose: «Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà à raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge. Ho inteso la mormorazione degli Israeliti. Parla loro così: "Al tramonto mangerete carne e alla mattina vi sazierete di pane; saprete che io sono il Signore, vostro Dio"». La sera le quaglie salirono e coprirono l'accampamento; al mattino c'era uno strato di rugiada intorno all'accampamento. Quando lo strato di rugiada svanì, ecco, sulla superficie del deserto c'era una cosa fine e granulosa, minuta come è la brina sulla terra. Gli Israeliti la videro e si dissero l'un l'altro: «Che cos'è?», perché non sapevano che cosa fosse. Mose disse loro: «E il pane che il Signore vi ha dato in cibo».

 

Salmo 77 - Donaci, Signore, il pane del cielo.

Ciò che abbiamo udito e conosciuto +
e i nostri padri ci hanno raccontato
non lo terremo nascosto ai nostri figli,

racconteremo alla generazione futura  +
le azioni gloriose e potenti del Signore
e le meraviglie che egli ha compiuto.

Diede ordine alle nubi dall'alto
e aprì le porte del cielo;
fece piovere su di loro la manna per cibo
e diede loro pane del cielo.

L'uomo mangiò il pane dei forti;
diede loro cibo in abbondanza.
Li fece entrare nei confini del suo santuario,
questo monte che la sua destra si è acquistato.

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini 4, 17. 20-24

Fratelli, vi dico e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani con i loro vani pensieri. Voi non così avete imparato a conoscere il Cristo, se davvero gli avete dato ascolto e se in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, ad abbandonare, con la sua condotta di prima, l'uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli, a rinnovarvi nello spirito della vostra mente e a rivestire l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità.

Alleluia, alleluia alleluia.
Non di solo pane vivrà l'uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Giovanni 6, 24-35

In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbi, quando sei venuto qua?».Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: "Diede loro da mangiare un pane dal cielo"». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mose che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

Commento

 Le Scritture parlano all’uomo e dell’uomo e la loro forza sta proprio in questo loro venirci incontro per abbracciare tutta intera la nostra esistenza. Per Gesù chi ha di fronte è importante e lo incontra in tutte le sue dimensioni e realtà: fisiche, psicologiche, spirituali, positive o negative che siano. Non si scandalizza, né disprezza l’interlocutore, anche quando questo è spinto da interessi poco nobili o superficiali. Gesù ci conosce, conosce la debolezza del nostro vivere spesso attaccati alla parte peggiore della nostra esistenza. Sa che questo atteggiamento, pur esecrabile, fa parte di noi e che per entrare in un rapporto profondo con noi deve partire da come siamo fatti. Gesù infatti non parla agli uomini perfetti o ideali, così come dovrebbero essere, ma alle persone concrete che ha davanti, con i loro difetti e le loro virtù, le loro debolezze.

Lo vediamo bene nei brani della Scrittura che abbiamo ascoltato oggi. Essi ci parlano della fame degli uomini. La prima lettura ci fa vedere il popolo d’Israele stremato dalla fame in mezzo al deserto. È veramente esausto e disperato, tanto che si rivolge a Mosè rimpiangendo quando era schiavo in Egitto e facendosi minaccioso persino contro Dio. Il Signore però non disprezza questo grido, conosce la durezza della fame e quanto può far soffrire l’uomo, e per questo cede volentieri al grido e non si sdegna, ma sfama il popolo con le quaglie e la manna. Il ricordo di questo gesto nel deserto rimarrà così impresso nella mente del popolo che nella Bibbia si fa spesso riferimento ad esso come esempio del grande amore di Dio per Israele.

Ma anche nel Vangelo si racconta come Gesù, attorniato dalla folla che lo stava ad ascoltare si preoccupa che questi hanno fame e non hanno cibo, e moltiplica per loro il poco pane e pesce che c’è, perché basti per tutti. Da quel momento, ci dice il Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato oggi, la folla lo segue e lo cerca perché, dice Gesù,: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati.” Gesù li rimprovera perché mentre prima lo seguivano per nutrirsi della sua parola, di cui erano veramente affamati, tanto da dimenticare la fame fisica e da restare con lui fino a tardi, ora invece sono sazi, cioè credono di aver capito Gesù e non cercano più la sua parola. Lo seguono solo per abitudine, o per convenienza. È spesso anche l’atteggiamento nostro, sazio delle Parole di Gesù. Cioè crediamo di conoscerle già, di sapere già quello che ci vuol dire il Signore con il suo insistente ripeterci il Vangelo, ogni domenica. E noi come quella gente se qualche volta lo abbiamo ascoltato con interesse e passione, ormai non ne sentiamo più il bisogno, ci basta il suono di quelle parole, nemmeno ci impensieriscono un po’ o ci stupiscono, sono un vecchio ritornello stonato.

Quella gente però si lascia colpire dal rimprovero di Gesù, e inizia un dialogo a botta e risposta che assomiglia un po’ a quello che Gesù ebbe con la samaritana al pozzo di Giacobbe. Incredulità, stupore, desiderio di contrapporsi spingono quella donna di Samaria, così come la folla di Galilea, a chiedere a Gesù il perché delle sue parole e non le lascia scorrere via invano. In tutti e due i casi dopo un dialogo aspro e non senza durezze gli interlocutori di Gesù terminano con un’invocazione: “dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua” (Gv 4,16) dice la samaritana; “Signore, dacci sempre questo pane” concludono i galilei. Il dialogo con il Signore, magari condotto male, con poco amore e senza rispetto per lui, fa tornare in chi lo accetta la fame e la sete del Vangelo.

Bisogna lasciarsi interrogare, farsi allacciare dal dialogo con Gesù che è la preghiera, perché noi, già sazi e sicuri di noi, pieni delle nostre certezze e risposte pronte, ricominciamo a sentire fame e sete delle Parole di Gesù di cui non ci si sazia mai. Sì, il discepolo del Signore è colui che non si stanca mai di ascoltarlo e che più ascolta e vive quelle parole e più sente che ne ha bisogno perché sono il vero nutrimento della vita. Gesù non disprezza la fame fisica di quella gente, non ci giudica male perché siamo deboli nei nostri desideri, a volte così banali e così volgari che ci accontenteremmo di poco, di un po’ di tranquillità e sicurezza. Il cibo di Dio però è molto di più, perché è il mezzo con cui noi possiamo diventare come Lui. Sì, nutrirci delle parole e dei segni del Signore ci fa crescere come uomini di Dio, suoi figli. 

Ma cosa significa aver fame della Parola e crescere nutriti da lei, come figli di Dio. Si tratta di una cosa tutta spirituale, per mistici?

Gesù spiega cos’è il pane: “Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”. È dare la vita al mondo, cioè, come ha fatto Gesù, non credere la propria vita un  possesso personale da usare a proprio vantaggio e per i propri scopi, ma qualcosa da dare al mondo, offrirla, perché altri ne godano, se ne nutrano e ne abbiano vantaggio, cioè, in un parola sola, voler bene. Dio che è l’infinitamente grande e potente si è spogliato della sua forza infinita ed è disceso dal cielo perché la sua vita fosse regalata agli uomini, a cui vuole un bene infinito, come un pane che nutre e sazia. Se lo ha fatto lui per noi, quanto più dobbiamo farlo noi! Il nostro viaggio è molto più breve: non dal cielo fino alla terra, non dobbiamo rinunciare al potere eterno e illimitato di Dio, ma molto più umilmente guardarci attorno, voler bene al fratello e alla sorella, dargli in cibo un po’ del nostro tempo, del nostro amore, delle nostre forze e risorse.

Fratelli e sorelle, Dio sa quanto siamo deboli e schiavi del cibo, e per questo non ce ne fa mancare, ma altrettanto ci chiede di restare affamati della sua Parola e del suo esempio e di nutrircene sempre, per divenire anche noi cibo buono che alimenta e sostiene i nostri fratelli.

Preghiere


Ti ringraziamo Signore perché non disprezzi la nostra debolezza e affidi a noi il dono del tuo amore. Fa’ che siamo degni di accoglierlo e di farlo nostro,

Noi ti preghiamo

 

Perdona Signore la durezza del nostro cuore che ci rende sordi alla tua parola e indifferenti al bisogno dei fratelli. Donaci di essere come te capaci di donare tutti noi stessi per gli altri,

Noi ti preghiamo

 

O Dio tu preghiamo per chi in questo tempo estivo soffre particolarmente per la durezza del clima e la solitudine. Per gli anziani, i malati, i carcerati,

Noi ti preghiamo

 

Dona o Padre del cielo a noi tuoi discepoli di essere testimoni del vangelo dove ancora non ti conoscono, perché nutrendoci della tua Parola la possiamo proclamare con tutta la nostra vita,

Noi ti preghiamo

 

Accogli con amore o Signore il grido di chi soffre per la guerra e la violenza. Per la Siria e per tutti i paesi in cui le armi seminano morte e dolore,

Noi ti preghiamo

 

Proteggi e sostieni o Dio quanti annunciano il Vangelo e lo vivono con audacia. Per il papa e tutti i tuoi figli riuniti oggi attorno alla tavola dell’Eucarestia in ogni parte del mondo,

Noi ti preghiamo.

 

XV domenica del tempo ordinario - 15 luglio 2012


 

Dal libro del profeta Amos 7, 12-15

In quei giorni, Amasìa, [sacerdote di Betel,] disse ad Amos: «Vattene, veggente, ritirati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno». Amos rispose ad Amasìa e disse: «Non ero profeta né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivavo piante di sicomoro. Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge. Il Signore mi disse: Va’, profetizza al mio popolo Israele».

 

Salmo 84 - Mostraci, Signore, la tua misericordia.
Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: +
egli annuncia la pace
per il suo popolo, per i suoi fedeli.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
perché la sua gloria abiti la nostra terra.

Amore e verità s’incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
Verità germoglierà dalla terra
e giustizia si affaccerà dal cielo.

Certo, il Signore donerà il suo bene
e la nostra terra darà il suo frutto;
giustizia camminerà davanti a lui:
i suoi passi tracceranno il cammino.


Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni 1, 3-14

[Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. In lui, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia. Egli l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto per il governo della pienezza dei tempi: ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra.] In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati – secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà – a essere lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo. In lui anche voi, dopo avere ascoltato la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza, e avere in esso creduto, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Il Padre illumini gli occhi del nostro cuore
per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati.
Alleluia, alleluia alleluia.


Dal vangelo secondo Marco 6, 7-13

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.  E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

 

Commento

 

Domenica scorsa abbiamo ascoltato nel vangelo il fallimento della predicazione di Gesù nei luoghi in cui era nato. Lì dove lo avevano visto crescere, dove ancora vivevano i suoi parenti e tutti lo conoscevano come “il falegname” la gente non è disposta ad ascoltarlo. Le sue parole, dicevamo domenica scorsa, erano troppo diverse dal sapere comune e i suoi gesti erano troppo diversi dal modo di vivere di sempre! Subito dopo, abbiamo ascoltato oggi, Gesù va in giro per i villaggi ad annunciare il vangelo a chi non lo conosceva. Cioè il Signore ci vuole dire che non bisogna restare attaccati al mondo di sempre, quello che ci è più familiare e che sentiamo più “nostro”, ma bisogna saper uscire da esso per incontrare il mondo più vasto, gli altri villaggi, perché è lì che incontriamo lui. Il Signore infatti possiamo dire che viveva letteralmente come un nomade. Lo incontriamo ovunque: senza una casa stabile, per le campagne e le città, fino ai confini della Palestina e anche oltre, a Tiro e Sidone. Egli non si fa racchiudere da un villaggio, da una famiglia, da una cultura e da un ambiente. Gesù si fa pellegrino alla ricerca degli uomini, negli angoli più nascosti ed incontra tanti. Oggi invita i sui discepoli, e noi, a fare la stessa cosa.

Ma come si fa? Bisogna lasciare tutto e incamminarsi verso l’ignoto? A volte pensiamo al missionario che annuncia il vangelo come ad un eroe isolato nella sua eccezionalità. Sì, anche questo è una strada e molti lo hanno fatto, ma non è indispensabile. Gesù invita tutti a seguirlo, ma vediamo meglio cosa significa. Innanzitutto Gesù manda i discepoli a due a due perché il loro non essere da soli sia la prima predicazione a chi li incontra: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). L’essere fratelli e non individui slegati l’uno dall’altro è infatti la prima buona notizia, un vero “vangelo”, che possiamo dare a questo nostro mondo in cui spesso la solitudine, subita per l’abbandono degli altri, ma spesso anche costruita da se stessi per il rifiuto degli altri, rende insopportabile e infelice la vita. Il cristiano anche quando si trova ad essere solo, come capita nella vita, non è mai un individuo ma un figlio, un fratello, una sorella, parte di una famiglia larga, di un “noi” plurale e largo, e come nelle famiglie, deve saper dire il nome di ciascuno di loro, chi sono, cosa fanno, come sono. Questo siamo chiamati a vivere e questa deve essere la nostra prima testimonianza. Il primo passo che Gesù fa compiere ai suoi discepoli mandandoli a due a due è l’uscita dall’ ”io” individuale, dall’abitudine così comune a pensarsi come una persona che ha la sua vita, persegue i suo scopi, compie il suo itinerario come su un binario che non ha bisogno di incrociarne altri, anzi farlo è anche pericoloso: ci vuole un semaforo che indichi le precedenze e poi ognuno continua la sua corsa per conto suo.

Poi Gesù invita a non portarsi dietro un bagaglio pesante: vestiti, cibo, ma solo un bastone. Che significa? Significa che spesso il nostro paso è goffo e pesante perché siamo ingombri di giudizi, abitudini, modi di fare e di essere, pensieri, discorsi ripetuti che come un ingombrante bagaglio ci frenano, anzi ci convincono che è meglio non partire per niente, per non rischiare di perdere qualcosa. Lasciamoci dietro tutto questo inutile ciarpame, lasciamoci stupire dall’incontro con altri, senza dover sempre per forza avere la risposta pronta per tutto. Lasciamoci toccare e magari anche ferire dal bisogno del fratello, senza doverci coprire di corazze dure e pesanti per difenderci. Lasciamoci trascinare dove non pensavamo e non sapevamo, senza dover per forza fare solo strade conosciute e sicure. Solo una cosa ci serve: il bastone. Questo era il segno dell’essere pellegrino, come era Gesù, che sicuramente ne usava uno nel suo viaggiare. Sì, il bastone su cui possiamo poggiare con sicurezza nel nostro pellegrinaggio alla sequela di Gesù è la Bibbia, sostegno solido e infallibile. Poggiamoci ad essa e non alla sapienza del mondo per prendere le nostre decisioni, per fermarci davanti a chi chiede senza tirare oltre, per alzare lo sguardo su un orizzonte più vasto del nostro piccolo mondo.

Gesù poi invita ad “entrare nelle case” cioè a non fuggire dal rapporto personale, intimo con gli altri. Questo ci fa paura, perché ci scopre vulnerabili e ci fa scoprire la vulnerabilità degli altri. Noi restiamo sempre un po’ sulla soglia della casa, da dove possiamo gettare uno sguardo, ma senza entrare dentro. C’è bisogno di entrare, sedersi accanto, parlare, restare a lungo con il fratello e la sorella, perché possiamo trasmettere la bellezza della vita con il vangelo. L’incontro fugace o magari anche prolungato, ma sempre restando in superficie, sulla porta, non comunica nulla e conferma agli altri che è meglio starsene chiusi in casa, alla larga dagli altri.

Infine Gesù raccomanda di non arrabbiarsi o deprimersi per l’insuccesso: lui ne ha conosciuti tanti! Allo stesso tempo non muore mai la speranza che in futuro qualcosa possa cambiare. Lo dimostra quell’ultimo gesto, un po’ plateale, di scuotersi la polvere dai piedi, con cui lasciarsi con chi non ha voluto accogliere il vangelo, almeno per adesso. Anche questo estremo gesto non è un segno di stizza e di definitiva rinuncia, ma è “come testimonianza per loro” quasi a lasciargli un segno, un ricordo che in futuro possa tornare a dare frutto.

Insomma essere discepoli che annunciano il vangelo non è allora un compito per gente speciale. È alla portata di tutti, anche nostra. Basta accettare di uscire da sé e farsi pellegrini, compagni dei fratelli, senza troppe sicurezze e pesanti pregiudizi, pronti a poggiarsi sulla Parola di Dio.

I discepoli non erano gente speciale, si fidarono d Gesù e lo fecero. Il vangelo si conclude con la sintetica descrizione dei frutti dell’annuncio: conversione, cioè cambiamento di vita, liberazione dal male, guarigione. Quei discepoli riuscirono perché non erano rappresentanti di sé, soli e sicuri della sapienza de mondo, ma, come dice Paolo, si sono lasciati adottare da Dio e ne hanno ricevuto in eredità la potenza di una parola forte e che cambia la realtà.

A noi, fratelli e sorelle, prendere sul serio l’invito di Gesù, uscire da sé e compiere i miracoli di bene e di misericordia di cui chi incontriamo ha un bisogno così grande.

 

Preghiere

 

O Signore Gesù, accompagnaci sulle vie della vita perché possiamo seguire te e non la sapienza di questo mondo,

Noi ti preghiamo

 

O Dio fa’ che usciamo da noi stessi per farci pellegrini come Gesù. Aiutaci ad incontrare i fratelli e  le sorelle con il desiderio di essere con loro la tua famiglia

Noi ti preghiamo

 

Aiutaci o Gesù a non disprezzare nessun uomo, per quanto umile o peccatore sia, ma ad operare perché per ognuno si realizzi l’incontro con te che cambia e salva la vita 

Noi ti preghiamo

 

Aiutaci o Dio ad essere testimoni credibili e autentici del vangelo, capaci di viverlo con semplicità e fiducia. Fa’ che vedendo come ci amiamo si comprenda che siamo tuoi discepoli.

Noi ti preghiamo

 

Aiuta o Signore chi è povero e indifeso: le vittime della guerra e della violenza, specialmente in Africa, chi è malato o anziano, chi non ha casa né protezione. Dona la tua pace a tutti,

Noi ti preghiamo

 

Proteggi i cristiani ovunque nel mondo, specialmente in Nigeria dove sono uccisi e perseguitati. Fa’ che dal seme del loro martirio nasca un futuro di pace,

Noi ti preghiamo.

XIV domenica del tempo ordinario - 8 luglio 2012


 

Dal libro del profeta Ezechiele 2, 2-5

In quei giorni, uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava. Mi disse: «Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me. Essi e i loro padri si sono sollevati contro di me fino ad oggi. Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito. Tu dirai loro: “Dice il Signore Dio”. Ascoltino o non ascoltino – dal momento che sono una genìa di ribelli –, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro».

 

Salmo 122 - -I nostri occhi sono rivolti al Signore.

A te alzo i miei occhi,
a te che siedi nei cieli.
Ecco, come gli occhi dei servi
alla mano dei loro padroni.

 

Come gli occhi di una schiava
alla mano della sua padrona,
così i nostri occhi al Signore nostro Dio,
finché abbia pietà di noi.

 

Pietà di noi, Signore, pietà di noi,
siamo già troppo sazi di disprezzo,
troppo sazi noi siamo dello scherno dei gaudenti,
del disprezzo dei superbi.


Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 12, 7-10

Fratelli, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Lo Spirito del Signore è su di me:
mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio.
Alleluia, alleluia alleluia.


Dal vangelo secondo Marco 6, 1-6

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, il brano del Vangelo che abbiamo appena ascoltato ci parla dello stupore, ma ne presenta due aspetti molto diversi. Dapprima infatti espone l’atteggiamento stupito dei familiari e compaesani di Gesù davanti alle sue parole e ai segni che compie, e poi, al termine, lo stupore di Gesù davanti alla reazione incredula e diffidente di quelle stesse persone. In entrambi i casi si tratta di stupore davanti a una realtà che non ci si aspetta, ma nel loro profondo esprimono due atteggiamenti diametralmente opposti. Infatti nel primo caso i familiari di Gesù si stupiscono dell’insegnamento che lui espone alla gente radunata nella sinagoga, che probabilmente lo ha visto fin da bambino partecipare alla preghiera, ma il loro meravigliarsi è pieno di stizza e fastidio perché il suo pensiero e agire si discosta così tanto dalla tradizione del villaggio, dal già noto, dalla scontatezza di una sapienza condivisa da tutti.

È la reazione di fastidio per la novità del Vangelo che istintivamente coglie la gente e che spesso accompagna il suo annuncio. Anche noi a volte infatti ci stupiamo di un vangelo che si discosta così paradossalmente dal buon senso e da ciò che è già noto e scontato. Il Vangelo risuona  sempre come un invito alla conversione, non è mai una benedizione acquiescente del già esistente, né tantomeno un aggiustamento di compromesso, e davanti alla realtà esso si pone sempre come un segno di contraddizione e una domanda di cambiamento. Lo stupore che diventa fastidio sono la reazione normale degli uomini che nasce dalla pigrizia e dal conservatorismo, come i familiari di Gesù, che non riconoscono più quel figlio della loro terra, parente carne della loro carne e noto fin da piccolo. Essi non si riconoscono più in quelle parole e in quei segni, ma questo è sempre vero per chi ascolta il Vangelo. Esso infatti non è lo specchio che riflette il mondo, il nostro volto, la realtà così come è, ma piuttosto è come una lente che cambia la visuale, fa mettere a fuoco tanti dettagli che nella confusione sfuggono e restituisce la visione vera della realtà non più sfocata o deformata dal nostro individualismo egocentrico.

Questa immagine del vangelo è più vera di quella che noi sappiamo avere di noi stessi, perché è come Dio ci vede e ci vuole: migliori, più misericordiosi e umani, meno aspri ed egoisti, ecc… Davanti a questa immagine di noi però, ci dice il Vangelo e ci conferma la nostra stessa esperienza, reagiamo stupiti e infastiditi, non la riconosciamo, fino a rifiutarla, preferendo la foto ingiallita o sfocata che ci siamo fatti di noi stessi: sarà un po’ artefatta, poco fedele, anche meno bella, ma è la mia!

Davanti a questo rifiuto anche Gesù si stupisce: “si meravigliava della loro incredulità.” È la meraviglia piena di tristezza davanti ad un rifiuto arrogante ed orgoglioso. È il rifiuto spocchioso di chi non sa che farsene della salvezza che Gesù è venuto a portare. Sì, quella gente crede di sapere già come è fatta e di cosa ha bisogno, come va la vita e dove arrivare. Possiede la certezza delle proprie idee e convinzioni. Perché dovrebbe accettare un vangelo nuovo, quando ne ha uno che gli si adatta a pennello? Perché cambiare, quando la realtà così come è li soddisfa? A che scopo convertirsi se si è convinti di sé?

Quella gente è forte nelle proprie convinzioni che vengono loro da una lunga esperienza acquisita fin da piccoli. Gesù è stupito davanti a tanta durezza e diffidenza, proprio da parte di coloro che per la familiarità che avevano con lui da lungo tempo avrebbero dovuto fidarsi e lasciarsi toccare dalle sue parole. Ma non basta la familiarità, dice Gesù: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua” Spesso anche per noi la familiarità con Gesù, col Vangelo e con le cose della fede ci portano a renderle come delle sicurezze che ormai non ci chiedono più di cambiare. Stravolgiamo la loro natura perché assomiglino a noi, senza sforzarci invece di essere noi ad assomigliare a loro.

L’Apostolo Paolo nella seconda lettera ai Corinzi che abbiamo ascoltato riprende questo tema e afferma come la sua debolezza sia la sua vera forza. È il paradosso della fede cristiana: Gesù fatto uomo, umiliatosi cioè fino a perdere le prerogative divine, fino a farsi uccidere in croce, è salvezza del mondo, lui che non ha saputo nemmeno salvare se stesso! E la debolezza della carne, a cui Paolo fa cenno, parlando di una “spina”, lo rende più vulnerabile al vangelo, meno sicuro di sé e forte delle proprie certezze. È l’atteggiamento del discepolo che, ascoltando il Vangelo si stupisce sì, della sua novità, ma non lo rifiuta e accetta di specchiarsi in quel volto diverso, più umano che esso riflette di se stesso. Si rende così conto del bisogno che ha di cambiare le fattezze a volte deformate e brutte di un volto arrabbiato e triste, deluso, infelice e aggressivo. Invece di essere affezionati a come siamo, perché sentiamo così nostre le reazioni e i pensieri che ci vengono spontanei, lasciamoci attrarre dal volto bello, umano e misericordioso che Dio vuol farci scoprire specchiandoci nel suo Vangelo. Sì, non abbiamo paura a scoprirci goffi e caricaturali nel nostro essere tenacemente noi stessi, non difendiamo le nostre abitudini come fossero la parte più vera di noi. Accostandoci con fiducia a Gesù, alle sue parole e ai segni che compie nella storia scopriamo la bellezza di cambiare e di divenire più simili a lui. Questo ci libera dalla paura di ammettere il nostro bisogno e la mancanza di certezze incrollabili fuori dalle parole che Dio ci rivolge. È la potenza di cui parla Paolo, frutto del riconoscerci poveri e bisognosi e riempiti per questo dalla grazia che trasforma cuori freddi e duri in persone umane, figli e fratelli della vera famiglia del Signore che non si fonda sul sangue o sulla consuetudine, ma sul desiderio di essere discepoli suoi e non di se stessi.

 

Preghiere

 

O Signore ti ringraziamo perché non guardi alla forza e alla grandezza degli uomini, ma conoscendo i nostri cuori ci inviti a farci come te: umili servitori e fratelli generosi,

Noi ti preghiamo

 

Aiutaci o Dio a non disprezzare la novità del vangelo e a non preferire ciò che già conosciamo e sappiamo della vita. Aiutaci a cercare sempre, per tutta la vita di essere discepoli che seguono te e non se stessi,

Noi ti preghiamo

 

O Padre onnipotente ti preghiamo per tutti coloro che sono nel dolore e soffrono per la durezza della vita: per chi è anziano e malato, per i prigionieri e i senza casa, per chi non ha famiglia e protezione: salva e consola tutti,

Noi ti preghiamo

 

Suscita in noi o Signore un cuore di carne, capace di compassione e misericordia, perché sappiamo restituire il tanto ricevuto con generosità e affetto,

Noi ti preghiamo

 

Proteggi e guida o Dio tutte le famiglie dei tuoi discepoli che ogni domenica si riuniscono attorno alla mensa della parola e dell’eucarestia, perché siano testimoni di un vangelo che ridà vita e speranza,

Noi ti preghiamo

 

Sostieni o Signore Gesù chi è abbattuto e senza speranza, fa che l’incontro con te risorto sia per ciascuno occasione di conversione e ritorno a Dio,

Noi ti preghiamo.