domenica 18 novembre 2012

XXXIII domenica del tempo ordinario - 18 novembre 2012


 

Dal libro del profeta Daniele 12, 1-3

In quel tempo, sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. Sarà un tempo di angoscia, come non c’era stata mai dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre.  

 

Salmo 15 - Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.

Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita.
Io pongo sempre davanti a me il Signore,
sta alla mia destra, non potrò vacillare.

Per questo gioisce il mio cuore
ed esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro, +
perché non abbandonerai la mia vita negli inferi,
né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.

Mi indicherai il sentiero della vita,+
gioia piena alla tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra.



Dalla lettera agli Ebrei10, 11-14. 18

Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e a offrire molte volte gli stessi sacrifici, che non possono mai eliminare i peccati. Cristo, invece, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati, si è assiso per sempre alla destra di Dio, aspettando ormai che i suoi nemici vengano posti a sgabello dei suoi piedi. Infatti, con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati. Ora, dove c’è il perdono di queste cose, non c’è più offerta per il peccato.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Il cielo e la terra passeranno,

ma le mie parole non passeranno, dice il Signore

Alleluia, alleluia alleluia.


Dal vangelo secondo Marco 13, 24-32

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, il libro di Daniele e il passo del Vangelo che abbiamo ascoltati ci descrivono grandi sconvolgimenti ed eventi apocalittici. Si tratta della narrazione degli eventi degli ultimi tempi, caratterizzati da due elementi principali: il capovolgimento del senso delle cose e una valutazione definitiva delle persone. Ci dice infatti l’evangelista Marco: “il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo” e “Il cielo e la terra passeranno”, ad indicare che ciò che prima era la fonte di luce e vita smetterà di esserlo e che quello che rappresenta la solidità su cui si fonda l’esistenza dell’uomo e che gli dà orientamento e senso, perderà la sua consistenza. Il profeta Daniele aggiunge: “Molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna” a significare che esiste un termine ultimo dell’esistenza dell’uomo e un giudizio definitivo su ogni persona.

Questi due elementi, il capovolgimento del senso delle cose e la valutazione definitiva delle persone, sono qualcosa di totalmente estraneo alla nostra cultura e al nostro modo di pensare. Noi apprendiamo fin da piccoli una serie di riferimenti che hanno il carattere di certezza: la solidità dell’elemento materiale; la centralità dell’individuo; l’affidabilità delle tradizioni, del buon senso comune, dell’esperienza; il valore dell’autonomia di pensiero e comportamento del singolo; ecc… Tutte queste cose ci sono trasmesse come qualcosa che non si discute, la base su cui costruire la vita. Le immagini apocalittiche ci vengono a dire che queste realtà non sono affatto certezze, perché passano e la loro solidità è illusoria: ci sarà un tempo in cui non esisteranno più.

Ma a cosa serve minare le certezze condivise e rendere tutto più incerto e provvisorio?

In verità queste certezze non esistono e lo svelamento della loro fugace transitorietà non distrugge qualcosa che non c’è. Questo svelamento serve perché appaia invece quale è l’unico fondamento solido e reale della vita dell’uomo: “vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. … Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.” È il Signore e la sua Parola l’unico vero fondamento su cui costruirsi e che può dare solidità alla vita. Quelle immagini sconvolgenti che abbiamo ascoltato allora non sono altro che il ristabilimento della reale dimensione delle cose, della loro verità profonda. Rendersi conto di ciò è quello che la Scrittura chiama “sapienza”, cioè una conoscenza vera e senza inganni che illumina la realtà e ce la fa vedere così come essa è, come afferma il profeta Daniele: “I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento”.

Questo significa che tutto quello che costituisce la nostra vita non vale nulla ed è da buttare via?

No, piuttosto Dio vuole insegnarci a usare delle cose di questo mondo, che oggi sono a nostra disposizione, tenendo presente la loro reale natura e senza farne la realtà definitiva e fondamentale della nostra esistenza. Esse possono e devono essere usate, ma alla luce della sapienza che il Signore è venuto a vivere lui per primo e ad insegnarci attraverso la voce della sua Parola.

Per fare un esempio: la vita fisiologica ha bisogno di cibo, ma credere che il senso della vita sia assicurarsi più cibo possibile e accumularlo per sé, così come il suo contrario, cioè rifiutare il cibo, rappresentano due patologie che portano entrambe alla morte. Il cibo esiste e va usato e apprezzato, ma, alla luce del Vangelo, sappiamo che è un mezzo per vivere e non lo scopo della vita, e va usato secondo la vera sapienza, in modo che non manchi a nessuno e non ci sia chi spreca e chi ne è privo, come invece avviene oggi. Lo stesso si può dire di tutte le dimensioni della vita umana: la ricchezza e i beni; la salute; il potere; la cultura, ecc…

Alla luce della sapienza di Dio che ribalta il valore che comunemente attribuiamo alle cose tutto diventa una risorsa che può aiutare a vivere bene e ad essere felici. Ma non si tratta di cercare un’aurea mediocrità o una mediazione di compromesso. Gesù, per riprendere l’esempio di prima, ama stare a tavola con gli amici e accetta volentieri gli inviti a pranzo, ed infatti è giudicato moralisticamente un “mangione e un beone”. Ma allo stesso tempo non è schiavo del cibo e, nel deserto resiste alla tentazione del demonio che vuole che riduca il suo essere Dio alla soddisfazione dei propri bisogni, fosse anche quello fisiologico del mangiare, e dice: “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola del Padre”.

La sapienza del vangelo è insomma la libertà dalle certezze del mondo, perché pur sapendole usare per il bene proprio e degli altri, sappiamo che il vero bene è oltre, è in quel rapporto con Dio e con la sua parola che ci apre la vera dimensione di felicità che non passa e non finisce.

A questa rivoluzione è collegato l’altro elemento a cui accennavo, quello del giudizio definitivo. Infatti noi il più delle volte sfuggiamo al giudizio, pensando che c’è sempre tempo per le scelte, che c’è sempre una scappatoia e un compromesso possibile, che la vita ci offre ancora mille possibilità, ecc… Viviamo così in un oggi eterno, rimandando ad un domani che non viene mai il tempo delle scelte importanti. Per questo anche il passato e il futuro perdono importanza e senso: preferiamo non pensare a quello che non può più tornare e ci dà la misura di quanto abbiamo già vissuto, e ciò che sarà è qualcosa di incerto e legato alla fatalità.

Le immagini apocalittiche ci mettono invece difronte alla realtà di un tempo ultimo che arriva e che fa’ un bilancio di ciò che abbiamo costruito, di dove siamo arrivati. Da questo giudizio emerge se abbiamo vissuto percorrendo una strada verso una meta, o se invece abbiamo divagato passeggiando qua e là dietro a noi stessi rincorrendo ora questa ora quella certezza che sembrava darci salvezza e felicità.

Per questo Dio ci concede la lunghezza degli anni, come un lungo esercizio per acquisire la vera sapienza, quella che fa’ capire alla luce della sua Parola a cosa mirare, per la costruzione di cosa spendere la vita, per impegnarci con fedeltà alla sua realizzazione.

Fratelli e sorelle, cogliamo nella Parola di Dio letta oggi in quest’assemblea un invito a essere liberi dalla dimensione angusta dell’eterno oggi e a cogliere l’invito a costruire la propria esistenza sul fondamento solido della Parola di Dio. Gli anni sono lunghi, ma non infiniti, è importante intraprendere subito una paziente azione di riforma di sé, perché l’oggi non sia una gabbia che imprigiona ma il luogo dell’incontro con Dio nella storia degli uomini e della mia vita. Il Signore ci mette in guardia: “In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. ... Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre” Il giudizio è una realtà che verrà di sicuro, ma già oggi possiamo prepararlo, non percorrendo le strade che non portano a niente, ma seguendo le orme stesse di Gesù, via sicura alla vita che resta e non finisce mai.  

martedì 13 novembre 2012

Preghiera del 14 novembre 2012


 
 
2Cor 11,16-32

 Lo dico di nuovo: nessuno mi consideri un pazzo. Se no, ritenetemi pure come un pazzo, perché anch'io possa vantarmi un poco. Quello che dico, però, non lo dico secondo il Signore, ma come da stolto, nella fiducia che ho di potermi vantare. Dal momento che molti si vantano da un punto di vista umano, mi vanterò anch'io. Infatti voi, che pure siete saggi, sopportate facilmente gli stolti. In realtà sopportate chi vi rende schiavi, chi vi divora, chi vi deruba, chi è arrogante, chi vi colpisce in faccia. Lo dico con vergogna, come se fossimo stati deboli!

Tuttavia, in quello in cui qualcuno osa vantarsi - lo dico da stolto - oso vantarmi anch'io. Sono Ebrei? Anch'io! Sono Israeliti? Anch'io! Sono stirpe di Abramo? Anch'io! Sono ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia, io lo sono più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte.

Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i quaranta colpi meno uno; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. Oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese. Chi è debole, che anch'io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema?

Se è necessario vantarsi, mi vanterò della mia debolezza. Dio e Padre del Signore Gesù, lui che è benedetto nei secoli, sa che non mentisco.

 

L’apostolo Paolo scrive ai cristiani della città di Corinto con tutta la forza dell’amore di chi ha fondato quella comunità e ha annunciato ad essa il Vangelo. In queste parole emerge tutto l’orgoglio dell’apostolo per il suo lavoro di evangelizzatore.

Ci possiamo chiedere: non è sbagliato vantarsi come fa Paolo? Non è eccessivo questo rivendicare i propri diritti nei confronti della comunità di Corinto come se fosse in credito davanti a loro?

L’apostolo inizia rivendicando il diritto di vantarsi, e lo chiama “follia”. Sì, perché Paolo non si vanta dei suoi meriti, ma di aver introdotto nella vita di quei fratelli la follia dell’amore di Cristo. Lo dice ad alta voce perché vuole strappare quei cristiani dalla tiepidezza di chi si fa trascinare dal fascino della normalità e accetta abbastanza volentieri la schiavitù dell’accettare di essere come tutti. Egli rivendica invece il privilegio di avere introdotto la follia dell’amore di Cristo, così diverso dal modo normale di comportarsi.

C’è chi si ammanta dei meriti di una vita onesta e virtuosa, giusta e saggia, senza eccessi e senza sbagli. Come è facile sentirsi appagati di potersi vantare di questo! Dice Paolo. Ma lui trova invece il motivo del suo vanto in un amore che va ben oltre tutto ciò. Lo si vede nella fatica con cui l’apostolo ha saputo vivere tutto ciò. Fatica di costruire la comunità, fatica, di provare le sofferenze di chi sta male, di vivere in sintonia on gli altri più che con se stessi. Fatica di farsi quasi violenza nell’uscire dalla gabbia dell’autoreferenzialità per far entrare con forza i fratelli e le sorelle nel proprio orizzonte, anzi farne i protagonisti e oggetto di un amore sbilanciato ed eccessivo. È questa la follia di cui si vanta Paolo, un voler bene che va oltre i limiti ragionevoli, che si carica di quello che non gli spetta, che va oltre il dovuto. Eppure è questo l’unica cosa che dà senso alla vita, la rende piena e vera.

Sì Paolo ha capito che la vera felicità è spogliarsi di sé, cioè delle proprie convinzioni e abitudini, dei giudizi scontati e delle reazioni spontanee, per potersi rivestire della vita che Cristo dona: “Se è necessario vantarsi, mi vanterò della mia debolezza.”

Impariamo anche noi a vantarci non del nostro essere convinti e forti, sicuri di noi e intransigenti, ma del nostro essere vulnerabili e fragili, del lasciarci colpire e ferire dall’altro, del provare sempre il bisogno di una forza non nostra e di una protezione che da soli non ci sappiamo dare. Solo così, fratelli e sorelle, potremo con Paolo anche noi, nella nostra umile vita, sentirci orgogliosi non di quello che abbiamo saputo fare e costruire, di quanto abbiamo capito e saputo, ma di quanto ci siamo fatti da parte per dare tutto lo spazio a Dio e al suo mite e umile farsi tutto a tutti.

lunedì 12 novembre 2012

XXXII domenica del tempo ordinario - 11 novembre 2012


 

Dal primo libro dei Re 17, 10-16

In quei giorni, il profeta Elia si alzò e andò a Sarèpta. Arrivato alla porta della città, ecco una vedova che raccoglieva legna. La chiamò e le disse: «Prendimi un po’ d’acqua in un vaso, perché io possa bere». Mentre quella andava a prenderla, le gridò: «Per favore, prendimi anche un pezzo di pane». Quella rispose: «Per la vita del Signore, tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a prepararla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo». Elia le disse: «Non temere; va’ a fare come hai detto. Prima però prepara una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, poiché così dice il Signore, Dio d’Israele: "La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia sulla faccia della terra"». Quella andò e fece come aveva detto Elia; poi mangiarono lei, lui e la casa di lei per diversi giorni. La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia.  

 

Salmo 145 - Loda il Signore, anima mia.

 

Il Signore rimane fedele per sempre
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri.



Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri.



Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione. 


Dalla lettera agli Ebrei 9, 24-28

Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore. E non deve offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui: in questo caso egli, fin dalla fondazione del mondo, avrebbe dovuto soffrire molte volte. Invece ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. E come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza. 

 

Alleluia, alleluia.
Beati i poveri in spirito, p
erché di essi è il regno dei cieli.
Alleluia.

 

Dal vangelo secondo Marco 12, 38-44

In quel tempo, Gesù nel tempio diceva alla folla: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». 

 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, le letture di questa domenica ci raccontano la storia di due persone che vivono una situazione simile. Tutte e due sono vedove, una condizione che nell’antico Israele era segno di estrema debolezza: per l’età avanzata, per la mancanza di una presenza maschile protettiva e per l’assenza di un reddito. Nel primo caso la vedova è presentata come colei a cui il Signore invia il profeta Elia perché riceva assistenza e sostegno. Questo fatto sembra paradossale: che aiuto gli può venire da una povera vedova?

Elia, ci racconta il libro dei re, era rimasto l’ultimo in Israele ad essere fedele al Signore. Tutti gli altri, a partire dal re Acab e la regina Gezabele, si erano sottomessi al culto degli idoli. In quel tempo Israele era l’unico popolo ad essere stato scelto da Dio perché vivesse protetto dalla sua amicizia, e ad esso egli si era rivelato, a partire da Abramo, Mosè e tutti gli altri profeti. Ma Israele era un popolo piccolo e debole, e viveva circondato, e minacciato, da altre popolazioni che erano più potenti e numerose e praticavano il culto degli idoli. Per questo anche gli ebrei avevano ceduto alla tentazione di affidarsi agli idoli, nella speranza di accrescere anche la propria forza e divenire un popolo potente.

In fondo non è molto diverso da quello che accade anche ai nostri giorni. Davanti ad un Vangelo che si mostra nella debolezza di un Signore umano e sofferente, generoso fino all’offerta di tutto se stesso, risultano accattivanti gli idoli che invece sembrano promettere una forza più convincente: la salute, il benessere, il successo, il dominio sugli altri, il perseguire il proprio interesse. A questi idoli sacrifichiamo volentieri il nostro tempo, le energie e le preoccupazioni delle nostre giornate, certi che ne ricaveremo protezione e sicurezza.

Elia però resta fedele a Dio. Non cede alle lusinghe degli idoli né al fatto che tutti ormai li adorano. Per questo resta da solo. È quello che ci fa paura: restare isolati. Se tutti la pensano in un certo modo e agiscono in un certo modo, come facciamo noi a scostarci dalla norma e “rischiare” di  vivere come il Signore insegna? Elia non cede a questa paura e si affida a Dio, che, come accennavo, lo manda da una vedova di Sarepta per ricevere sostegno e aiuto.

Quella donna non ha forza né potenza, ma quello che ha lo offre volentieri, senza discutere né recriminare: non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a prepararla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo.” Ella agisce esattamente come gli dice l’uomo di Dio, il profeta Elia.

La vedova di Sarepta è il modello del credente che non ha altra forza se non la parola di Dio a cui si affida ciecamente. Tutto sembra sconsigliare quella donna: perché dare ad uno sconosciuto tutto quello che ha, rischiando di restare senza? Ha un figlio a cui pensare, sembra non rendersene conto. La Scrittura definisce il suo comportamento con un’espressione molto scarna ed essenziale: Quella andò e fece come aveva detto Elia.Il “fare sulla parola”, senza distinguo né incertezza caratterizza la vedova di Sarepta. Proprio questo le garantisce nutrimento sufficiente per sé, in tempo di grave carestia, e per il figlio, oltre che per Elia stesso: mangiarono lei, lui e la casa di lei per diversi giorni. La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia.” e di nuovo il testo sottolinea come il suo agire fu la realizzazione di quanto contenuto nella parola di Dio che le era stata rivolta.

Cari fratelli e care sorelle, la fiducia di quella vedova nella Parola di Dio è veramente esemplare. Essa non si affida agli idoli della forza e della potenza di questo mondo, ma accetta la semplicità rischiosa della Parola rivoltale da Elia a nome di Dio. Proprio per questo nel tempo in cui Elia restò con lei conobbe la benedizione di Dio che non le fece mancare il nutrimento e, sempre attraverso l’opera dell’uomo di Dio, restituì la vita al figlio che era morto, l’unico sostegno che quella povera vedova aveva per vivere.

Nel brano del vangelo si parla di un’altra vedova, anch’essa povera, ma generosa. La sua offerta è irrisoria, in qualche modo si potrebbe dire che non ha nessuna rilevanza, in realtà Gesù sa cogliere in quel gesto qualcosa di prezioso, e cioè l’offerta totale di sé. Il Signore infatti coglie quel gesto che, in una logia mondana sarebbe passato del tutto inosservato, perché rappresenta, ancora una volta, un modello per il discepolo: la Parola di Dio infatti chiede di mettere a disposizione e rischiare tutta la propria vita, e non quello che avanza, il superfluo. La differenza è sostanziale e i due brani messi insieme ci offrono un quadro completo del discepolo del Signore: egli non solo si fida della Parola e all’applicazione fedele di essa affida la propria salvezza, ma anche non indugia a mettere in gioco tutto se stesso, senza lasciare qualcosa a propria disposizione, un angolo di vita, una parte delle risorse, qualcosa su cui poter contare se le cosse andassero male.

Fratelli e sorelle, confidiamo nella forza della Parola di Dio, da essa proviene una forza che nessuna potenza di questo mondo ci può dare. Lasciarsi rivestire di questa forza che è lo Spirito di amore del Signore ci provoca a non escludere nessun angolo della nostra vita da quel rinnovamento profondo e radicale che porta l’incontro con essa. Facciamo allora parlare il Vangelo a tutti gli aspetti della nostra vita, e non solo all’angolo che spesso riserviamo alla “pietà religiosa”. Rivestiamo ogni angolo del nostro agire, degli ambiti in cui viviamo, dei nostri sogni e ambizioni, delle nostre responsabilità della luce rivelatrice del Vangelo. Ne riceveremo un nutrimento che non si esaurisce, perché proviene direttamente da Dio, e una giovinezza di vita che non conosce declino, tristezza e decadenza. È la promessa del Signore che si rinnova e si avvera ogni volta che ”sulla parola” agiamo secondo il modo di Dio e con la sua misura larga e generosa.

 

Preghiere

 

O Signore ti preghiamo perché sappiamo essere generosi come tu sei stato con noi. Insegnaci a ricambiare i talenti ricevuti con altrettanto amore e disponibilità.

Noi ti preghiamo

 

Ti ringraziamo o Padre del cielo perché l’incontro con te capiamo Ci provoca ad una generosità più grande. Fa’ che con disponibilità e cuore aperto accogliamo la tua Parola,

Noi ti preghiamo

 

Senza di te o Signore Dio non possiamo fare nulla di buono e di significativo. Fa’ che incontrando le domande di chi è nel bisogno impariamo ad  imitare te che sei stato amico e fratello di tutti.

Noi ti preghiamo

 

Ti lodiamo o Dio perché non fai mancare nulla a chi vive la larghezza dell’amore. Benedici il poco che sappiamo donare perché si moltiplichi e dia sollievo e sostegno a chi ne ha bisogno.

Noi ti preghiamo

 

Ti preghiamo o Signore per tutti noi, perché la grazia che riversi su di noi attraverso la tua Parola e la partecipazione al banchetto eucaristico doni guarigione e salvezza a ciascuno.

Noi ti preghiamo

 

O Dio medico buono delle anime e dei corpi, fa’ che tutti coloro che soffrono siano guariti e consolati, perché riacquistando la forza e la salute sappiano lodarti ed esserti grati.

Noi ti preghiamo.

 

Invochiamo o Dio la tua protezione su tutti coloro che sono nel bisogno, in modo particolare per le vittime della violenza e della guerra. Fa’ che presto cessi ogni sofferenza e si rafforzi la pace in tutto il mondo.

Noi ti preghiamo

 

Aiuta o Signore tutti quelli che annunciano il vangelo a chi non lo conosce: i missionari, i catechisti, gli uomini di buona volontà. Fa’ che la loro parola e testimonianza sia accolta come una buona notizia e l’inizio di una vita nuova.

Noi ti preghiamo

 

 

mercoledì 7 novembre 2012

II Incontro sul Concilio - la riforma liturgica - 7 novembre 2012




 
“Fonte e Culmine della vita della Chiesa”
Il rinnovamento liturgico
e la Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium


Per valutare in modo adeguato la portata e il contenuto della prima Costituzione dogmatica del Concilio, la Sacrosanctum Concilium (SC) è utile iniziare gettando uno sguardo su ciò che aveva preceduto il Concilio, analizzeremo poi come la Costituzione fu elaborata e vide la luce, nel contesto di quelle prime fasi tumultuose dello svolgimento del Concilio stesso, e, infine, affronteremo la fase delicata dell’applicazione della riforma conciliare nel periodo successivo al 1965.

La liturgia organismo vivo

Va innanzitutto messo in evidenza come la liturgia nel corso dei secoli ha subito continui processi di evoluzione che in ogni epoca le ha conferito un aspetto diverso. Questo per motivi diversi:

il primo è di ordine teologico-spirituale: la liturgia è l’espressione più completa e alta della preghiera cristiana e in quanto tale risente del clima spirituale nel quale vive il popolo che la celebra. In essa in qualche modo si rispecchia la realtà dell’incarnazione che ha fatto sì che la realtà eterna e immutabile della divinità assumesse i tratti storici e contingenti di un uomo di una certa cultura, di un certo tempo, di una specifica esperienza e contesto. Questo principio, a volte sottovalutato, come nel caso della nostalgia attuale per il rito in latino, è stato affermato con forza e assunto come principio-guida nella SC. Parimenti la liturgia pur essendo sempre il culto del popolo per il Dio dei cristiani, non è immune dal porsi in dialogo costruttivo e creativo con la realtà nella quale si inserisce. Ciò non significa che abbia seguito le mode intellettuali o culturali del tempo, o che sia stata espressione di quello che la Scrittura chiama con un’espressione felice lo “Spirito di questo mondo”, ma di certo subì l’influsso dell’idea di uomo, di fede e di Chiesa che si sono succedute nelle diverse epoche storiche.

Il secondo ordine di motivi è che questi cambiamenti spesso si sono operati in contesti geografici diversi, per motivi contingenti e spesso non sono stati condivisi dall’intera comunità ecclesiale, in tempi in cui i contatti erano meno facili e frequenti. Un segno evidente è lo svilupparsi dei diversi riti, orientali e occidentali, che restano tuttora legati ad un contesto geografico e culturale. Ma anche all’interno di ogni rito si sono create delle differenze, a volte notevoli.

Per usare una similitudine potremmo dire che la liturgia è come un corpo vivo che respirando e nutrendosi assume naturalmente gli elementi dall’esterno, pur restando un organismo vivente con le caratteristiche che gli sono proprie. Se togliamo respiro e nutrimento il corpo muore e resta come “imbalsamato”: è sempre un corpo, ma mummificato.

Per fare solo alcuni esempi dei cambiamenti avvenuti nel corso dei secoli:

I fedeli hanno sempre, per tutto il primo millennio, ricevuto la comunione all'altare e in piedi. Nel sec. XIII appare l'uso di stendere fra l'altare e i fedeli una tovaglia, sorretta da due accoliti, mentre la costruzione delle balaustre non compare prima del XVI sec.[1]

Nel IX sec. iniziò l'uso di dare la comunione in bocca, invece che sulla mano del fedele[2].

Sull'altare in epoca antica non c'era il tabernacolo eucaristico, che non vi compare mai prima del XV sec., ma neppure vi si collocavano le immagini del Signore o dei santi. Fu proprio la collocazione dell'urna con il corpo di san Dionigi sopra, invece che sotto, l'altare di Saint-Dénis, fuori Parigi, nel XII sec., a dare inizio a una forma di altare in cui la mensa si riduceva a una forma stretta e lunga e tale da non permettere più di celebrare rivolti verso il popolo. A Roma, invece, l'uso antico non è mai stato abbandonato e in San Pietro, ancora nel 1594, papa Clemente VIII consacrò l'altare maggiore sul quale da allora fino ad oggi (così come accadeva sul precedente altare di Gregorio Magno e poi su quello che gli viene sovrapposto nel 1123 da Callisto II) il Papa ha sempre celebrato rivolto al popolo.  

La liturgia prima del Vaticano II

Questo lento progressivo cambiamento portò con sé un affastellarsi di usi, riti e aggiunte  che causarono spesso anche lo snaturamento del significato originale di alcune parti della liturgia. Dopo la Riforma protestante, nel processo di reazione cattolica che voleva restituire credibilità e rigore alla disciplina, oltre che alla spiritualità, della Chiesa cattolica eliminandone deviazioni ed errori, si avvertì l’esigenza di operare una riforma organica della liturgia.

Il Concilio di Trento, da cui partì il processo cosiddetto di “controriforma”, affrontò questo tema, e a seguito di esso, fu pubblicata sotto Papa Pio V nel 1570 una nuova versione del Missale Romanum. Per la sua redazione furono utilizzati i più antichi manoscritti e messali a disposizioni, al fine di eliminare errori e falsità e giungere a una redazione secondo la norma dei Padri della Chiesa e rispettosa della teologia più accreditata. Il nuovo messale fu dichiarato obbligatorio per l’intera Chiesa.  

Tutto questo non vuol dire che nella tradizione liturgica della Chiesa ci siano epoche buone ed epoche cattive, forme celebrative autentiche e altre no. Ciò che è vero è che ci sono forme di preghiera cristiana più corrispondenti ai bisogni del proprio tempo e altre, valide al loro tempo, ma meno capaci di rispondere alle esigenze del presente. È il problema che il Concilio si è posto, pensando alla liturgia.

Il movimento liturgico

Da Trento fino al XIX secolo sostanzialmente cambiò poco o nulla. Agli inizi del 1800 però in ambiente francese e belga si cominciò ad avvertire la forte necessità di una riforma liturgica ed ebbe inizio quello che fu chiamato il “movimento liturgico”, cioè una corrente di pensiero e di azione che mirava alla trasformazione della liturgia.[3] Soprattutto si metteva in evidenza come nel corso dei secoli si erano enormemente ampliate le forme di devozione che avevano conferito alla liturgia sempre più un carattere intimista e individualistico, a danno della fisionomia comunitaria dell’azione liturgica, intesa come il  culto della Chiesa-comunità dei credenti.

In Germania il movimento liturgico conobbe uno sviluppo notevole, portando alcuni ambienti a propugnare una riforma radicale della liturgia che sostituisse la dimensione essenzialmente verticale della liturgia post-tridentina (rapporto del singolo fedele con Dio) con una dimensione orizzontale, comunitaria e popolare. Uno storico moderno così descrive il movimento riformatore tedesco: “Le nuove idee avevano pesanti ricadute sul piano della spiritualità , della pastorale e della stessa ecclesiologia. I riformatori tendevano a cancellare la sostanziale differenza tra il sacerdozio sacramentale dei presbiteri e il sacerdozio comune dei laici, in modo da attribuire alla comunità dei fedeli una vera e propria natura sacerdotale; insinuavano l’idea di una ‘concelebrazione’ del sacerdote con il popolo; sostenevano che si doveva ‘partecipare’ attivamente alla Messa dialogando con il sacerdote, con l’esclusione di ogni altra forma di legittima assistenza al Sacrificio, come la meditazione, il Rosario o altre orazioni private; propugnavano la riduzione dell’altare a mensa; consideravano la Comunione extra Missam, le visite al SS.mo Sacramento, l’adorazione perpetua, come forme extra-liturgiche; manifestavano scarsa considerazione per le devozioni al Sacro Cuore, alla Madonna, ai Santi e, più in generale, per la spiritualità e per la morale tradizionale.”[4] Tante di queste idee, considerate eretiche a quel tempo e severamente condannate dal futuro Pio XII, allora nunzio in Germania, sembrano oggi descrivere l’evoluzione che poi la liturgia conobbe, fino ai nostri giorni.

In Belgio dopo gli anni ’20 la riforma liturgica ebbe momenti forti di sperimentazione nella prassi della fiorente Azione Cattolica e JOC (Gioventù operaia cattolica) che riuniva giovani, lavoratori e operai in grandi raduni che avevano nelle grandi celebrazioni liturgiche il loro vertice. In esse si sperimentavano nuove forme di partecipazione non consuete, come ad esempio, il dialogo popolo-sacerdote, il canto di tutto il popolo, l’offertorio, ecc…

I papi non restarono indifferenti a questo movimento innovatore, pur condannandone gli eccessi. Pio X e Pio XI vedevano di buon occhio un intensificarsi della partecipazione dei laici alla liturgia, nell’ambito di un programma di ricristianizzazione militante della società europea in via di secolarizzazione. Pio XII con l’enciclica Mediator Dei (20 novembre 1947) diede come un primo riconoscimento ufficiale al movimento liturgico, pronunciandosi nettamente a favore di una partecipazione attiva dei fedeli alla Messa. Ma soprattutto papa Pacelli istituì nel 1948 una “Commissione per la riforma liturgica” che lavorò fino al 1960, con 82 riunioni che portarono ad una serie di riforme: l’attenuazione del digiuno prima di ricevere l’eucarestia (1943), la concessione delle Messe vespertine (1946), la semplificazione del Messale e del Breviario (1945-46), il ripristino della veglia pasquale (1951).

Ma com’era in concreto la S. Messa prima del Concilio?

Alcuni elementi caratteristici ci sono ben noti: l’unica lingua era il latino, la celebrazione spalle al popolo, l’assenza delle risposte liturgiche da parte del popolo, l’impossibilità per i preti di concelebrare, l’irrilevanza che il popolo non solo capisse ma nemmeno sentisse le parole pronunciate dal sacerdote, ecc…

Una colorita descrizione di un anziano prete ci rende bene lo spirito con cui era partecipata la messa in ambiente popolare: “Com’erano belle e ben vissute le messe di una volta. Quelle dei tempi antecedenti la riforma liturgica del Vaticano II. Di quando io muovevo i primi passi da chierichetto, sovente al mattino presto, quando ancora era buio e faceva freddo.

Erano belle soprattutto le messe della domenica, in primis la “messa granda” che sapeva proprio di sacro. Era così sacra che gli uomini in parte stavano in fondo alla chiesa, in parte nel coro dietro l’altare, in parte appartati in sacristia, perfettamente indifferenti al rito e a quello che accadeva in presbiterio ma occupati a parlare di affari e di cronaca paesana. Per non dire di chi stava fuori. Soprattutto fino alla preghiera di consacrazione. Perché prima la messa non contava, era al massimo affare del prete, dei bambini e delle donne. Anche se qualcuna di queste magari diceva il rosario. Tanto non è che si capisce più di tanto l’evento liturgico. E alla comunione fatta alla balaustra e in ginocchio gli uomini non andavano. Eccetto a Pasqua, ma “fatta” una settimana prima, alle sette della “domenica delle palme”.

E a proposito di Pasqua, la “madre di tutte le Veglie” (Sant’Agostino!), la Veglia del Sabato Santo, la celebrazione più importante di tutto l’anno vedeva presenti quattro gatti. Però tutto sapeva di sacro. Così di sacro che invece di coinvolgere nel rito escludeva.”[5]

Un’altra testimonianza riporta: “Allora, cinquant’anni fa, prima del Concilio, il grosso di chi andava ad «assistere» alla messa, per osservare il «precetto» più che per celebrare il giorno del Signore, arrivava in chiesa a ridosso del Vangelo e usciva alla comunione, restando lo stretto indispensabile, spesso con l’aria annoiata. Questo obbligo sociale era poi particolarmente importante per politici, amministratori, direttori di banca, imprenditori, impiegati. Molti uomini, soprattutto in provincia, restavano addirittura fuori, sul sagrato. ... Molti di quei praticanti domenicali che si limitavano agli higlights della messa (dal Vangelo alla comunione) cominciarono infatti a sentire in italiano le letture del Vangelo, di Paolo di Tarso, dell’Antico Testamento, per la prima volta. Perché in latino neppure molti laureati le capivano bene, e poi possedevano quel tono solenne e soave di formule misteriose che erano rassicuranti come mantra … In italiano invece si capivano fin troppo bene, e certe cose non andavano proprio bene. Erano scandalose, davano fastidio, erano «sovversive» e mandavano di traverso il pranzo domenicale. Ricordo una signora che andò a protestare con il parroco «perché va bene, è la Bibbia, ma la mia donna di servizio sarda, a sentire quelle cose così papali papali, insomma non era il caso, poteva anche essere traviata»… Sì, disse proprio così «traviata»… dalla Parola di Dio! Come, del resto, un mio lontano zio acquisito, avvocato che non aveva mai esercitato, proprietario terriero e immobiliare, buona persona, tra le prime tessere del Partito Popolare nel piccolo paese di mia madre, che una domenica di Ferragosto avvicinò mio padre e gli disse: «Ma quelle parole, dovevano proprio essere lette? Insomma, come rettamente interpretare quella parole che possono suscitare rivolta, disordine, rancori…?». Mio padre rispose: «Ma è il profeta Amos». «Amos chi?», replicò il lontano parente. «Il profeta dell’Antico testamento». «Appunto, e che bisogno c’era di leggerlo, e per giunta alla messa domenicale, e addirittura in italiano?»”[6]

Nell’impossibilità di seguire il rito, il popolo era esortato a svolgere nel tempo della messa le proprie devozioni personali (preghiere, rosari, giaculatorie, ecc…) o gli erano rivolti sermoni in cui un predicatore impartiva insegnamenti morali, sempre nel mentre si svolgeva l’azione liturgica, per lo più senza nesso con le letture della Messa, ma secondo schemi pedagogici popolari precostituiti.

Da notare come i testi citati mettano bene in evidenza quanto la Messa era un elemento ulteriore che sanciva l’assenza della Bibbia dalla vita dei cristiani. Quella che sarebbe dovuta essere l’occasione migliore per porgere ai fedeli la Scrittura aiutandoli nella sua comprensione con l’omelia, era invece, da questo punto di vista, del tutto inutile.

La Sacrosanctum Concilium: prima Costituzione dogmatica del Vaticano II

La prima fase del Concilio, dalla sua apertura fino a al 20 ottobre 1062, vide il ribaltamento totale delle previsioni. Nella fase preparatoria del Concilio alcune Commissioni avevano lavorato all’elaborazione di schemi perché fossero approvati. Tali Commissioni erano costituite da rappresentanti eminenti della Curia romana e il loro lavoro aveva come scopo la riaffermazione solenne della dottrina degli ultimi papi e la condanna degli errori già stigmatizzati. Era opinione condivisa, anche di Giovanni XXIII, che il Concilio avrebbe volentieri approvato gli Schemi proposti e nel giro di due-tre mesi il lavoro si sarebbe concluso.

In realtà fin dalla prima sessione emerse come i Padri conciliari avessero tutte le intenzioni di discutere realmente delle questioni affrontate dagli schemi, di entrare nella sostanza in essi contenuta e non di dare un semplice assenso formale alle deliberazioni già prese. Ben presto nell’aula conciliare si delinearono due fronti diversi: uno rappresentato dagli ambienti curali romani, favorevoli ad una rapida ed indolore conclusione del Concilio, senza scossoni né discussioni; un altro rappresentato da alcuni vescovi e cardinali del centro-Europa (Achille Liénart, vescovo di Lille, Josef Frings, arcivescovo di Colonia, Julius Döpfner, arcivescovo di Monaco, Franz König, arcivescovo di Vienna, Léon-Joseph Suenens, arcivescovo di Bruxelles-Malines, ecc…), appoggiati anche da sudamericani e alcuni italiani, che, prendendo sul serio le parole del papa di aperura del Concilio, vedevano in questa grande assise mondiale l’occasione per vivere una “nuova pentecoste” della Chiesa.

Fin dai primi giorni si intensificarono gli incontri dei Padri conciliari fuori della basilica, per stabilire contatti, scambiare opinioni e punti di vista, elaborare strategie per l’apertura di una nuova fase del Concilio, anche avvalendosi dei migliori teologi del tempo. Risultato di questo complesso e articolato lavoro dietro le quinte fu il rifiuto in aula di tutti gli schemi preparati dalle Commissioni, e il rimescolamento delle carte con l’ingresso di molti rappresentanti internazionali all’interno delle Commissioni incaricate di rielaborare i nuovi schemi di documenti da sottoporre all’assemblea.[7] Si impone pertanto fin da subito un nuovo modello assembleare di lavoro, sia nelle sessioni plenarie, a cui partecipano tutti i Padri conciliari, che nelle Commissioni, di cui fanno parte un terzo circa dei convenuti, più i teologi e i periti.

Il risultato delle strategie messe in campo fu quello di eliminare tutto il lavoro preparatorio, per cui degli schemi predisposti l’unico che rimase in piedi fu quello sulla liturgia. Proprio questo, che doveva essere il quinto, divenne il primo ad essere discusso, a partire dal 22 ottobre, quarta Congregazione generale del Concilio. La sua approvazione definitiva avvenne nell’aula conciliare della Basilica Vaticana il 4 dicembre 1963 alle ore 11 con una votazione plebiscitaria: 2147 padri risposero placet e soltanto 4 risposero non placet. La discussione in concilio si era protratta dal 22 ottobre al 13 novembre 1962 con 662 interventi (di cui 328 letti in aula), mentre la Commissione conciliare di liturgia presieduta dal Card. Larraona e composta di 25 padri e 26 periti vi aveva dedicato 56 riunioni generali, chiedendo al concilio 100 votazioni e ottenendo 85 modifiche allo schema.

L’accoglienza plebiscitaria dello Schema fu dovuto al fatto che il lungo processo di preparazione alla riforma liturgica aveva dissodato il terreno e favorito l’elaborazione di un testo che rispondeva alle esigenze del tempo. Infatti proprio il tema della liturgia era stato uno dei più citati nelle risposte dei vescovi alla lettera di convocazione del Concilio.

In più, la SC non solo ebbe l'onore di inaugurare il Concilio, ma impostò anche un metodo di lavoro, un nuovo linguaggio meno tecnico e più biblico. Ne prefigurò perfino il programma nello stesso prologo.[8] Infatti, nel cap. I della costituzione sono già presenti una serie di temi che emergeranno nei successivi documenti: dalla natura e missione della Chiesa all'incontro con le altre chiese, dalla Parola di Dio al nuovo rapporto con il mondo, dall'annuncio dei vangelo alla celebrazione eucaristica, culmine e fonte della vita ecclesiale.

A tal proposito va sottolineato come la SC esercitò un influsso anche nei documenti successivi. Prescindendo dal legame e dalla ripresa con Lumen gentium, Dei Verbum e Unitatis redintegratio, citiamo il caso emblematico di SC 10. In esso la liturgia, in specie l'eucaristia, è definita «culmen et fons della vita della chiesa». L'affermazione ritorna con riferimento esplicito all'eucaristia in ben cinque documenti conciliari.

Analisi della SC

Il documento si preoccupa di esporre, prima di tutto, la natura della liturgia e i suoi elementi costitutivi. Per farlo, la SC inizia presentando la volontà salvifica universale di Dio, che si è attuata nella storia attraverso i profeti e che ha raggiunto il suo culmine in Cristo (SC 5). L’opera della redenzione umana, realizzata in Cristo, continua nella Chiesa che la celebra nel sacrificio e nei suoi sacramenti (SC 6).

Già da questo inizio l’inserimento della liturgia nell’opera redentrice di Cristo la sottrae all’orizzonte angusto dell’ascesi individuale e alla fissità ritualistica e la inserisce nel flusso incessante della storia, vista sotto l’angolatura cristiana di “storia della salvezza”. Da qui parte l’affermazione della necessità, oltre che della possibilità, di operare una riforma.[9]

Proviamo ad enucleare i punti principali della costituzione:

1. La liturgia, come la Chiesa, è sacramento che rende presente il mistero pasquale. Questa dimensione sacramentale condivisa dalla liturgia e dalla Chiesa sta all’origine della corrente riformatrice e modifica nel profondo il Cristianesimo tradizionale rimettendo al centro il principio dell’Incarnazione. In questa dinamica il mondo non è rigettato, ma assunto come parte integrante del mistero, cosicché viene rivisitato il rapporto con le espressioni della cultura e della vita umana, vivificate dall’interno dallo Spirito che soffia nel mondo anche attraverso la celebrazione del rito.

Se da un lato la Chiesa rinuncia a gestire direttamente il mondo, rifiutando la visione anacronistica degli “intransigenti”, dall’altro essa si sente parte integrante di questo mondo, lotta con tutti gli uomini di buona volontà perché esso sia liberato dal male e ribadisce la sua vocazione di essere segno della presenza di Dio nel mondo, cosa che la liturgia attua concretamente.

2. La liturgia, come la Chiesa, vive costantemente in una tensione escatologica. Cioè il presente della Chiesa e dell’uomo è sempre un “già”, cioè vive in un tempo in cui il Regno è già stato inaugurato dal Signore Gesù con la sua azione salvifica e redentrice, ma questa realtà è ancora parziale , imperfetta e in uno stato di “non ancora” e tende pertanto alla pienezza che deve venire. L’eucaristia in sommo grado anticipa il banchetto escatologico della Gerusalemme celeste, ma non determina uno stato permanente, è un’anticipazione fragile del Regno (SC 8)[10]. La Chiesa è essa stessa in posizione intermedia; è santa e peccatrice, anticipa ma non esaurisce il Regno. La liturgia come la Chiesa risultano essere sempre in situazione di riforma esattamente perché sono in tensione escatologica. Risuona in queste parole la sensibilità orientale per la quale la liturgia è un angolo di paradiso, uno squarcio di cielo che si apre nella vita ordinaria. Essa ci ricorda all’interno dell’ordinarietà la straordinarietà del Regno, che in essa già sperimentiamo, ma alla cui pienezza dobbiamo tendere, senza mai accontentarci o rinunciare.

3. La liturgia, come la Chiesa, è una realtà di Popolo. La liturgia è etimologicamente un’ “azione corale del Popolo di Dio”. L’uso di questo termine, abbastanza raro nella tradizione teologica cattolica che preferiva il più comune “Messa”, è la chiara testimonianza del programma di riforma del Vaticano II:

“È ardente desiderio della madre Chiesa che tutti i fedeli vengano formati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della liturgia e alla quale il popolo cristiano, «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo acquistato» (1 Pt 2,9; cfr 2,4-5), ha diritto e dovere in forza del battesimo. A tale piena e attiva partecipazione di tutto il popolo va dedicata una specialissima cura nel quadro della riforma e della promozione della liturgia.” (SC 14).

“In tale riforma l'ordinamento dei testi e dei riti deve essere condotto in modo che le sante realtà che essi significano, siano espresse più chiaramente e il popolo cristiano possa capirne più facilmente il senso e possa parteciparvi con una celebrazione piena, attiva e comunitaria.” (SC 21)

“Le azioni liturgiche non sono azioni private ma celebrazioni della Chiesa, che è «sacramento dell'unità », cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi. Perciò tali azioni appartengono all'intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano; ma i singoli membri vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, degli uffici e della partecipazione effettiva.” (SC 26)

“Nella liturgia, infatti, Dio parla al suo popolo e Cristo annunzia ancora il suo Vangelo; il popolo a sua volta risponde a Dio con il canto e con la preghiera. Anzi, le preghiere rivolte a Dio dal sacerdote che presiede l'assemblea nel ruolo di Cristo, vengono dette a nome di tutto il popolo santo e di tutti gli astanti.” (SC 33).

SC declericalizza la liturgia in una visione del sacerdozio comune dei fedeli.[11] “Giustamente perciò la liturgia è ritenuta quell’esercizio dell’ufficio sacerdotale di Gesù Cristo mediante il quale con segni sensibili viene significata e, in modo proprio a ciascuno, realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale” (SC 7).

Per significare in modo concreto questa dimensione di popolo SC ritorna con particolare insistenza sul concetto di “partecipazione attiva”, termine usato più di 20 volte nel testo: “Perciò la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all'azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano formati dalla parola di Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino ad offrire se stessi, e di giorno in giorno, per la mediazione di Cristo, siano perfezionati nell'unità con Dio e tra di loro, di modo che Dio sia finalmente tutto in tutti.” (SC 48)

Tanto è sentita la dimensione comunitaria della liturgia che SC amplia le possibilità di concelebrazione dei sacerdoti, evitando il paradosso di un individualismo cosi esasperato dei preti che, anche se celebravano nello stesso momento e nella stessa chiesa, dovevano farlo in altari distinti, mai assieme.[12]

4. La liturgia, come la Chiesa, è vivificata dalla Parola di Dio. Un altro elemento centrale è la riscoperta della Parola di Dio, che riacquista anche nella liturgia la sua centralità:

“Nella celebrazione liturgica la sacra Scrittura ha una importanza estrema. Da essa infatti si attingono le letture che vengono poi spiegate nell'omelia e i salmi che si cantano; del suo afflato e del suo spirito sono permeate le preghiere, le orazioni e i carmi liturgici; da essa infine prendono significato le azioni e i simboli liturgici. Perciò, per promuovere la riforma, il progresso e l'adattamento della sacra liturgia, è necessario che venga favorito quel gusto saporoso e vivo della sacra Scrittura, che è attestato dalla venerabile tradizione dei riti sia orientali che occidentali.” (SC 24).

La Bibbia era la grande assente nella vita della Chiesa, e la liturgia ne soffriva grandemente. La costituzione Dei Verbum se ne occuperà ampiamente, ma fin dalla SC si intuisce che la reimmissione con forza della Scrittura nella vita della Chiesa sarà uno dei pilastri della prospettiva di rinnovamento conciliare.

“Affinché risulti evidente che nella liturgia rito e parola sono intimamente connessi: 1) Nelle sacre celebrazioni si restaurerà una lettura della sacra Scrittura più abbondante, più varia e meglio scelta” (SC 35).

“Affinché la mensa della parola di Dio sia preparata ai fedeli con maggiore abbondanza, vengano aperti più largamente i tesori della Bibbia in modo che, in un determinato numero di anni, si legga al popolo la maggior parte della sacra Scrittura.” (SC 51)

Sempre a questo proposito viene data importanza all’omelia riportandola al suo ruolo primitivo: spiegazione della Scrittura ascoltata e non discorso edificante di contenuto morale: “La predicazione poi attinga anzitutto alle fonti della sacra Scrittura e della liturgia, poiché essa è l'annunzio delle mirabili opere di Dio nella storia della salvezza, ossia nel mistero di Cristo, mistero che è in mezzo a noi sempre presente e operante, soprattutto nelle celebrazioni liturgiche.” (SC 35);

“Si raccomanda vivamente l'omelia, che è parte dell'azione liturgica. In essa nel corso dell'anno liturgico vengano presentati i misteri della fede e le norme della vita cristiana, attingendoli dal testo sacro. Nelle messe della domenica e dei giorni festivi con partecipazione di popolo non si ometta l'omelia se non per grave motivo.” (SC 52)

Anche la preghiera dei fedeli ritorna ad essere la risposta del popolo alla Parola di Dio ascoltata.

Si ristabilisce con forza l’unità della liturgia della Parola con quella eucaristica. Mentre prima si riteneva, come abbiamo sentito raccontare dai testimoni, che la prima fosse solo una pia devozione, mentre solamente la seconda avesse la consistenza del sacramento e l’obbligo del precetto, ora si mette in chiaro come l’una trae fondamento e consistenza dall’altra essendo indissolubilmente connesse fra loro: “Le due parti che costituiscono in certo modo la messa, cioè la liturgia della parola e la liturgia eucaristica, sono congiunte tra di loro così strettamente da formare un solo atto di culto. Perciò il sacro Concilio esorta caldamente i pastori d'anime ad istruire con cura i fedeli nella catechesi, perché partecipino a tutta la messa, specialmente la domenica e le feste di precetto.” (SC 56)

Il ruolo decisivo della Parola, fatto emergere fin dall’inizio da SC, oltre ogni polemica, ha prodotto una nuova familiarità con la Bibbia ed è stato uno dei fattori fondamentali per il rinnovamento spirituale, teologico e pastorale della Chiesa.

5. La liturgia, come la Chiesa, è missionaria. La missionarietà della liturgia non è solo legata al congedo nel finale di ogni celebrazione, che impegna i fedeli alla testimonianza nel mondo. Vi è un aspetto missionario assai meno ovvio, che interpreta la missione della Chiesa in modo nuovo. SC rivolge molta attenzione a che la liturgia “parli la lingua” delle persone a cui si rivolge. Specifica in tal senso in modo esplicito come essa debba adattarsi all’indole e alle tradizioni dei vari popoli con quel processo che si chiama “Inculturazione”:

 “La Chiesa, quando non è in questione la fede o il bene comune generale, non intende imporre, neppure nella liturgia, una rigida uniformità; rispetta anzi e favorisce le qualità e le doti di animo delle varie razze e dei vari popoli. Tutto ciò poi che nel costume dei popoli non è indissolubilmente legato a superstizioni o ad errori, essa lo considera con benevolenza e, se possibile, lo conserva inalterato, e a volte lo ammette perfino nella liturgia, purché possa armonizzarsi con il vero e autentico spirito liturgico.” (SC37).

Tale processo di estroversione della Chiesa si inserisce nel clima culturale degli anni ’60, quando i cristiani si trovavano a far fronte ad un forte impegno missionario verso i popoli non cristiani. Oggi però lo stesso identico discorso vale per ogni contesto culturale che, in seguito ai processi di secolarizzazione, diviene sempre più estraneo alla fede. Anche sotto questo punto di vista il Concilio richiede un impegno più avanzato nel campo della possibilità di inculturazione della fede, come aveva già previsto Giovanni XXIII nel discorso d’apertura: “Altra cosa è infatti il deposito stesso della fede, vale a dire le verità contenute nella nostra dottrina, e altra cosa è la forma con cui quelle vengono enunciate, conservando ad esse tuttavia lo stesso senso e la stessa portata”.[13]

Il rapporto con la cultura e con le culture è talmente intrinseco al messaggio cristiano che il dialogo non riguarda solo l’attitudine di porgere il Vangelo, ma implica anche il riconoscere e accogliere il meglio dell’interlocutore. Si potrebbe parlare qui di nucleo determinante della riforma conciliare perché avviene il passaggio da un cristianesimo dell’identità ad un cristianesimo che accetta le differenze e vi scorge un motivo di arricchimento reciproco.

Il Concilio intende la riforma della Chiesa come dialogo costruttivo con le culture perché l’Incarnazione è la legge di ogni evangelizzazione. Rimanere pietrificati su una mediazione storica unica significa alla fine tradire il Vangelo. È una forma di secolarismo, anche se il riferimento è a un secolo passato e non a quello contemporaneo. Il quinto pilastro della riforma, cioè la missione intesa come esposizione dell’identità della Chiesa alla differenza del mondo per dare e per ricevere, rappresenta dunque un vero passaggio epocale nella storia della Chiesa.

La riforma liturgica dopo il Concilio

Toccò a Paolo VI promulgare solennemente la Costituzione dogmatica SC. In quell’occasione egli disse:

“Non è stata senza frutto l'ardua e intricata discussione su uno dei temi, il primo esaminato ed il primo, in certo senso, nell'eccellenza intrinseca e nell'importanza per la vita della chiesa, quello sulla sacra liturgia, ed oggi da noi solennemente promulgato. Esulta l'animo nostro per questo risultato. Noi vi ravvisiamo l'ossequio alla scala dei valori e dei doveri: Dio al primo posto, la preghiera prima nostra obbligazione; la liturgia, prima fonte della vita divina a noi comunicata, prima scuola della nostra vita spirituale, primo dono che noi possiamo fare al popolo cristiano con noi credente e orante, e primo invito al mondo perché sciolga in preghiera beata e verace la muta sua lingua e senta l'ineffabile potenza rigeneratrice del cantare con noi le lodi divine e le speranze umane per Cristo e nello Spirito Santo”.[14]

Con la promulgazione della SC Paolo VI decise la costituzione di una Commissione per l’applicazione della Costituzione sulla santa liturgia[15] che aveva il compito precipuo di curare l’applicazione concreta delle novità contenute nel documento conciliare.

Fu modificato il rito della messa, il cui nuovo ordinamento fu messo in vigore e dichiarato obbligatorio da papa Paolo VI con la costituzione apostolica "Missale Romanum" del 3 aprile 1969.

Per favorire una partecipazione cosciente, attiva e semplice dei fedeli fu, di fatto, abolito l’uso del latino a favore delle lingue moderne.

I riti sono stati semplificati e ai partecipanti sono stati attribuiti ruoli distinti (sacerdote, lettore, coro, accoliti, ecc…).

Furono poi eliminati doppioni, recuperati testi pretridentini e rivisti altri. Il nuovo Missale Romanum fu pubblicato nel 1970. La riforma della messa poté dirsi conclusa nel 1975 con l’introduzione di due ulteriori preghiere eucaristiche di riconciliazione. A causa della resistenza di una minoranza la riforma dovette essere imposta con la massima autorità papale. Nel Messale del 2000, pubblicato nel 2002, sono stati introdotti tre nuovi canoni per le messe con i bambini e quattro varianti per messe celebrate in particolari occasioni.

Un mutamento molto visibile – non previsto dal Concilio – fu la mutata posizione del sacerdote celebrante con il volto verso l’assemblea e non più spalle al popolo. Tale mutamento ha reso necessari mutamenti architettonici in quasi tutte le chiese. Vennero infine rimosse le balaustre poste di fronte all’altare a separare il presbiterio dall’assemblea.

Il nuovo orientamento della liturgia ha comportato anche una rivalutazione del canto dei fedeli. In vari paesi le conferenze episcopale hanno elaborato appositi libri contenenti gli inni liturgici proposti.

La concelebrazione è divenuto il modo ordinario, e non più eccezionale, di celebrare.

La riforma liturgica post-conciliare non ha mancato, fin dall'inizio, di suscitare incomprensioni in taluni ambienti. D'altronde, un argomento così vitale per la vita della chiesa, qual è la liturgia, non poteva non suscitare interesse e clamore, segno tangibile della sua centralità, e ciò accade ancora oggi.
Si è detto che la riforma è andata molto oltre quanto previsto dal Concilio. Ciò è vero, se ci si riferisce alla lettera dei documenti conciliari. In realtà il processo di aggiornamento iniziato dei modi di celebrare ha portato ad una comprensione più profonda e, soprattutto, all’ingresso nella vita della Chiesa dello spirito stesso con cui è stata elaborata la SC. Il processo avviato ha portato con sé la necessità di portare a compimento quanto la lettera solamente accennava o intuiva, una volta messo il testo a confronto con la vita delle comunità e con le urgenti necessità pastorali del tempo presente


[1] Josef Andreas Jungmann, Missarum Solemnia, vol. II, Marietti 1953, Casale M., p. 282.
[2] Ivi, p. 286.
[3] In Francia va’ citato il benedettino Dom Prosper Guéranger che nella sua opera di riformatore del monachesimo occidentale affrontò la questione liturgica oeprando un ritorno alle origine dell’antica tradizione romana, dopo le trasformazioni apportate dal protestantesimo e dal giansenismo. In Belgio un altro benedettino, Dom Lambert Beauduin si pose a capo di un movimento di riforma che aveva come scopo eliminare lo spirito individualistico per dare alla liturgia il senso comunitario che le era proprio.
[4] Roberto De Mattei, Il Concilio Vaticano II, una storia mai scritta, Lindau, Torino, 2010, pp. 58-59.
[5] Giampiero Laugero, “Erano così belle le Messe di una volta?”, in La Guida, 7 marzo 2008.
[6] Paolo Giuntella, L’aratro, l’ipod e le stelle, diario di viaggio di un laico cristiano, Paoline, 2008, pp. 16-17.
[7] Il teologo progressista Chenu circa gli schemi preparatori scrive che hanno una prospettiva “strettamente intellettualistica”, si limitano a denunciare gli “errori intra-teologici, senza accennare alle drammatiche domande che gli uomini si pongono, siano essi cristiani o meno, a causa di un mutamento della condizione umana, esteriore e interiore, quale la storia non ha mai registrato … il Concilio diventa un’operazione di pulizia intellettuale nelle mura della scolastica.” Marie-Dominique Chenu, Diari del Vaticano, (a cura di Alberto Melloni), Il Mulino, Bologna 1996, p. 57.
[8] “Il sacro Concilio si propone di far crescere ogni giorno più la vita cristiana tra i fedeli; di meglio adattare alle esigenze del nostro tempo quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti; di favorire ciò che può contribuire all'unione di tutti i credenti in Cristo; di rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa. Ritiene quindi di doversi occupare in modo speciale anche della riforma e della promozione della liturgia.” SC 1.
[9] “Perché il popolo cristiano ottenga più sicuramente le grazie abbondanti che la sacra liturgia racchiude, la santa madre Chiesa desidera fare un'accurata riforma generale della liturgia. Questa infatti consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o addirittura devono variare, qualora si siano introdotti in esse elementi meno rispondenti alla intima natura della liturgia stessa, oppure queste parti siano diventate non più idonee. In tale riforma l'ordinamento dei testi e dei riti deve essere condotto in modo che le sante realtà che essi significano, siano espresse più chiaramente e il popolo cristiano possa capirne più facilmente il senso e possa parteciparvi con una celebrazione piena, attiva e comunitaria.” SC 21
[10] “Nella liturgia terrena noi partecipiamo per anticipazione alla liturgia celeste che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini, dove il Cristo siede alla destra di Dio quale ministro del santuario e del vero tabernacolo; insieme con tutte le schiere delle milizie celesti cantiamo al Signore l'inno di gloria; ricordando con venerazione i santi, speriamo di aver parte con essi; aspettiamo come Salvatore il Signore nostro Gesù Cristo, fino a quando egli comparirà, egli che è la nostra vita, e noi saremo manifestati con lui nella gloria”. SC 8.
[11] Il tema del sacerdozio comune dei fedeli poggia su un’ecclesiologia del Popolo di Dio, qui solo accennata, e sarà oggetto di riflessione approfondita del Concilio più in la, specialmente, come vedremo meglio, nella costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium.
[12] SC 57.
[13] Giovanni XXIII, Gaudet Mater Ecclesia 5.
[14] Paolo VI, allocuzione Tempus iam advenit 34.
[15] Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia.