domenica 18 dicembre 2011

IV domenica del tempo di Avvento




Dal secondo libro di Samuele 7, 1-5.8b-12.14a.16

Il re Davide, quando si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato riposo da tutti i suoi nemici all’intorno, disse al profeta Natan: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda». Natan rispose al re: «Va’, fa’ quanto hai in cuor tuo, perché il Signore è con te». Ma quella stessa notte fu rivolta a Natan questa parola del Signore: «Va’ e di’ al mio servo Davide: “Così dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Io ti ho preso dal pascolo, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi capo del mio popolo Israele. Sono stato con te dovunque sei andato, ho distrutto tutti i tuoi nemici davanti a te e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Fisserò un luogo per Israele, mio popolo, e ve lo pianterò perché vi abiti e non tremi più e i malfattori non lo opprimano come in passato e come dal giorno in cui avevo stabilito dei giudici sul mio popolo Israele. Ti darò riposo da tutti i tuoi nemici. Il Signore ti annuncia che farà a te una casa. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me, il tuo trono sarà reso stabile per sempre”».

Salmo 88 - Canterò per sempre l'amore del Signore.
Canterò in eterno l’amore del Signore, +
di generazione in generazione
farò conoscere con la mia bocca la tua fedeltà,
perché ho detto: «È un amore edificato per sempre;
nel cielo rendi stabile la tua fedeltà».

«Ho stretto un’alleanza con il mio eletto,
ho giurato a Davide, mio servo.
Stabilirò per sempre la tua discendenza,
di generazione in generazione edificherò il tuo trono».

«Egli mi invocherà: “Tu sei mio padre,
mio Dio e roccia della mia salvezza”.
Gli conserverò sempre il mio amore,
la mia alleanza gli sarà fedele».


Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 16, 25-27.
Fratelli, a colui che ha il potere di confermarvi nel mio vangelo, che annuncia Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero, avvolto nel silenzio per secoli eterni, ma ora manifestato mediante le scritture dei Profeti, per ordine dell’eterno Dio, annunciato a tutte le genti perché giungano all’obbedienza della fede, a Dio, che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli. Amen.

Alleluia, alleluia alleluia
Eccomi, sono la serva del Signore:
avvenga di me quello che hai detto.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 1, 26-38
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Commento

Cari fratelli e care sorelle, l’evangelista Luca ci descrive il momento in cui inizia la storia dell’esistenza terrena del Signore Gesù. E’ un inizio che si presenta subito con i caratteri dello straordinario: un angelo appare e sconvolge l’ordinarietà della vita di una ragazza. L’incontro, possiamo immaginare, avviene in casa mentre Maria era intenta nelle faccende abituali della sua vita quotidiana di ragazza. Era in procinto di sposare Giuseppe, la sua vita stava per aprirsi ad un futuro di moglie e madre. In questo contesto di ordinaria normalità avviene un incontro straordinario. L’angelo messaggero di Dio le rivolge la parola e le annuncia un futuro diverso da quello che si stava preparando. Non dice che quello che Maria si aspetta dalla vita è sbagliato o cattivo, annuncia solo che il futuro che Dio pensa per lei è migliore, qualcosa di molto di più grande rispetto a quanto si aspettava.

Maria resta turbata, è dubbiosa e incerta se lasciarsi sconvolgere la vita da quell’annuncio: perché dovrebbe mettere in gioco il suo futuro, proprio ora che le cose sembravano procedere secondo i suoi desideri, perché non continuare con la rassicurante vita di sempre? È questo il senso, mi sembra, di quel suo turbamento profondo.

È lo stesso turbamento che vediamo cogliere un altro giovane a cui, in questo caso, è Gesù stesso a proporre un cambiamento radicale: “Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: "Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi". Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.” (Mc 10,21-22). Anche a quel giovane Dio fa una proposta analoga a quella fatta a Maria: cambiare prospettiva per la propria vita, accogliere un disegno diverso, lasciare ciò che sembra garantire un futuro sereno e tranquillo.

La risposta di Maria e quella del giovane furono esattamente il contrario: Maria accettò la proposta di Dio, il secondo invece rifiutò e se ne andò via. Questa diversità di scelta determinò il futuro delle loro vite, che fu anch’esso molto diverso. Dal vangelo sappiamo che il giovane che rifiutò se ne andò triste e da solo, mentre sappiamo che la scelta di Maria aprì un futuro di salvezza per sé e per l’umanità intera.

Il vangelo si rivolge anche a noi con la stessa intensa decisività con cui l’angelo si rivolse a Maria e con la quale Gesù parlò al giovane ricco; ci dice: “qualcosa di nuovo può nascere nella tua vita, lo vuoi?

Qual è il nostro atteggiamento davanti a questa domanda che ci viene dal vangelo? Spesso, dobbiamo ammetterlo, l’atteggiamento più diffuso è non dare ascolto alla domanda. Lo si capisce dal fatto che il più delle volte ascoltando il vangelo noi non ci sentiamo affatto turbati. Sì, quelle parole risuonano impegnative e decisive a chi, come Maria e il giovane ricco, se le sente rivolgere personalmente, mentre a noi il più delle volte risuonano come domande retoriche, o rivolte ad altri oppure, e ciò è ancora più grave, nemmeno ci sembrano domande. Proviamo oggi a sentire questa domanda, a porcela seriamente: accetto io che a Natale nasca in me una vita nuova che mette in discussione quello che mi aspetto e mi programmo per il futuro?

E’ una domanda difficile e impegnativa, ce lo dice il vangelo stesso. Abbiamo visto nei due brani del vangelo che sia Maria che il giovane rimasero turbati, poiché presero l’interrogativo  sul serio e ci rifletterono su: questo è il senso di quel loro turbamento, ma la loro risposta fu diversa. La vera differenza che è all’origine delle due diverse scelte ce la dice il vangelo stesso: il giovane ricco davanti alla proposta di Gesù di lasciare il suo futuro e seguirlo se ne andò via, Maria invece davanti alla stessa proposta scelse di restare a parlare con l’angelo, portavoce di Dio. Si aprì infatti un dialogo fra Maria timorosa e incerta che domanda all’angelo come è possibile, espone i suoi timori, e l’angelo le risponde, la rassicura che l’aiuto di Dio non le mancherà: “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra.” Questo dialogo scioglie il turbamento di Maria e lo trasforma in fiducia. Quando ci facciamo porre una domanda dalla Scrittura e dialoghiamo con la voce di Dio che attraverso di essa ci parla, avviene il miracolo: quello che sembrava impossibile si realizza, ciò che faceva paura diviene alla nostra portata e la novità del Vangelo nasce nella nostra vita come una vita nuova. Ma poi l’angelo dice a Maria un’altra cosa molto bella e umana: le propone l’esempio di un’altra donna, Elisabetta, che ha seguito la volontà di Dio, e nonostante l’età avanzata è stata in grado di concepite una nuova vita, dopo un’esistenza  fino ad allora sterile. Sì l’esempio di una persona che ha accettato che Dio le chiedesse di fare suo un futuro diverso da quello che si aspettava e si preparava per sé aiuta Maria a dire di sì all’angelo.

Possiamo dire che la scelta di Elisabetta incoraggia Maria e l’aiuta ad accettare di far nascere in lei il Salvatore del mondo. Il giovane ricco se ne va, non accetta di esporre a Gesù i suoi dubbi e paure, Maria invece si apre a Dio e accoglie il suo sostegno e la testimonianza di una sorella.

Quanto sarebbe bello anche per noi poter essere come Elisabetta, capaci di sostenere i fratelli e le sorelle col nostro esempio che dimostra che è vero quello che dice la Scrittura: “nulla è impossibile a Dio.” E come sarebbe bello che anche noi vedendo gli altri sapessimo coglierne i segni di una vita nuova che sboccia, di una nuova generosità, e di un nuovo amore per sentirci incoraggiati a fare altrettanto!

In questo ultimo scorcio di tempo che ci separa dal Natale di Gesù proviamo ad essere anche noi come Elisabetta che dopo tanti anni di sterilità, di pensare a sé, di concentrarsi sul proprio futuro, si apre ad una vita nuova. Accogliamo un figlio, una decisione nuova, una vita diversa dal solito, un gesto nuovo. Non solo noi saremo felici, ma tanti, vedendoci, penseranno che è possibile fare nostro il futuro pensato da Dio, che Egli può tutto, se addirittura noi, con tutti i nostri limiti, siamo riusciti a divenire uomini e donne diverse. L’invito della Scrittura è in questi ultimi giorni di Avvento a chiederci cosa è nella mia vita concreta, nelle mie giornate, nel mio modo di pensare e di vivere la novità che il vangelo fa nascere: sarà un gesto di generosità, un aiuto da offrire, un’attenzione maggiore a chi soffre. Entriamo in dialogo con la Scrittura, facciamo sì che essa parli al nostro cuore e susciti in noi una risposta generosa. Vedremo così nascere la novità di cui noi e il mondo intero ha così bisogno, e chi ci vede si rafforzerà nel credere che veramente Dio può tutto. 

Preghiere 
O Padre del cielo che hai mandato a Maria un angelo per annunciare la nascita di Gesù, fa’ che accogliamo anche noi con gioia la buona notizia che anche la nostra vita può cambiare. Aiutaci ad accettare la proposta di farci portatori del Signore a tutti quelli che non lo conoscono.
Noi ti preghiamo
O signore aiutaci a rivolgerci a te quando ci sembra troppo difficile seguirti e fare la tua volontà; perché, come l’angelo ha detto a Maria, anche noi riceviamo l’aiuto dello Spirito e il sostegno della potenza di Dio.
Noi ti preghiamo
O Gesù che vieni a portarci la novità del vangelo, fa’ che non induriamo il nostro cuore, ma lo accogliamo con gioia e gratitudine
Noi ti preghiamo
O Signore che a Maria turbata hai indicato l’esempio di Elisabetta, fa’ che anche noi nei momenti di incertezza ci facciamo forti dell’esempio di chi, seguendo il vangelo, ha trovato la forza di accogliere la tua volontà.
Noi ti preghiamo
 O Signore che torni in questo mondo distratto e affannato per sé, fa’ che i nostri cuori ti accolgano e ascoltino la tua parola come una domanda seria e impegnativa per la nostra vita. Come Maria fa’ che ci turbiamo ascoltando il vangelo e ci chiediamo come divenire tuoi discepoli.
Noi ti preghiamo
Aiuta o Padre santo, tutti coloro che sono nel dolore: i malati, i sofferenti, i miseri, chi è solo e nell’angoscia. Fa’ che la nascita del Signore porti salvezza e conforto a tutti.
Noi ti preghiamo
O Cristo Gesù vieni presto in questo mondo percorso da correnti di odio e di violenza. Ti preghiamo per le vittime dei recenti episodi di violenza razzista a Firenze e a Torino. Consola chi è rimasto colpito nel corpo e nello spirito e accogli nel tuo amore chi è morto,
Noi ti preghiamo
Ti preghiamo o Signore per tutti i cristiani che vivono nel mondo, perché i loro sforzi di testimoniare il vangelo producano buoni frutti di pace e conversione dei cuori in chi li incontra.
Noi ti preghiamo.

giovedì 15 dicembre 2011

Preghiera del 14 dicembre 2011 (III di Avvento)



Dal libro del Profeta Isaia 9, 1-6



Il popolo che camminava nelle tenebre
ha visto una grande luce;
su coloro che abitavano in terra tenebrosa
una luce rifulse.
Hai moltiplicato la gioia,
hai aumentato la letizia.
Gioiscono davanti a te
come si gioisce quando si miete
e come si esulta quando si divide la preda.
Perché tu hai spezzato il giogo che l'opprimeva,
la sbarra sulle sue spalle,
e il bastone del suo aguzzino,
come nel giorno di Madian.
Perché ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando
e ogni mantello intriso di sangue
saranno bruciati, dati in pasto al fuoco.
Perché un bambino è nato per noi,
ci è stato dato un figlio.
Sulle sue spalle è il potere
e il suo nome sarà:
Consigliere mirabile, Dio potente,
Padre per sempre, Principe della pace.
Grande sarà il suo potere
e la pace non avrà fine
sul trono di Davide e sul suo regno,
che egli viene a consolidare e rafforzare
con il diritto e la giustizia, ora e per sempre.
Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.

Commento

Come già abbiamo avuto modo di sottolineare, in questo tempo di Avvento risuona forte l’invito della Scrittura alla gioia. Lo abbiamo udito domenica scorsa dalla lettera di Paolo ai Tessalonicese “Siate sempre lieti”, ma anche oggi lo riceviamo dal profeta Isaia in questo passo che la tradizione della Chiesa fin dai primi tempi ha letto come una profezia della nascita del Signore.

La gioia è un sentimento che sembra fuori luogo in questi tempi di crisi e i recenti fatti di volenza razzista con l’incendio di un campo di nomadi a Torino e a Firenze, ieri, l’uccisione di due giovani senegalesi ci ripropone la forza di un odio che copre come una cappa pesante la vita del nostro Paese ed esplode in modo incontrollato e assurdo. È una violenza antica, come quella di cui ci parla il profeta, quando evoca il giogo dell’oppressione, il bastone dell’aguzzino, la calzatura del soldato, il mantello intriso di sangue.

C’è una riserva di odio, serbatoi di violenza, pronti ad esplodere, frutto della predicazione irresponsabile di insofferenza per chi è diverso, ma anche dell’indifferenza e dell’egoismo di tanti che lasciano accumulare attorno a sé materiale così pericoloso senza rendersi conto delle possibili conseguenze.

Davanti a questo scenario Isaia però guarda con uno sguardo più lungo al futuro e scende più in profondità nel cuore della storia degli uomini. Per questo sa scorgere un segno di novità: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda.” Sì, nelle tenebre di un male sordamente sottostante la vita ordinaria il profeta scorge un segno di novità. Anzi, forse proprio perché il presente è buio Isaia cerca i segni di questa novità. È l’atteggiamento dell’uomo dell’Avvento, cercatore nel buio di un barlume della luce che viene a cambiare la storia.

Ma noi cosa cerchiamo? Cosa ci aspettiamo dal futuro?

In realtà troppo spesso noi cerchiamo solo il nostro personale privato futuro e ci aspettiamo solo il nostro personale privato bene. Quello mio e della mia piccola cerchia, del mio piccolo mondo. Per questo i segni del male sono giudicati il più delle volte come un fastidio da cui distogliere lo sguardo. Meglio evitare di soffermarcisi, meglio dire che sono cose che non ci riguardano, perché non possiamo farci nulla, perché fanno paura, perché non ne ho responsabilità. È il modo comune di vivere nascondendoci nell’affanno del quotidiano, dei piccoli affari ordinari, le cose da fare oggi, le priorità che non vanno oltre il salotto, la cucina e il supermercato, al massimo, con grande sacrificio, arrivano fino alla chiesa. Perfino il Natale è diventato un affare privato, da giocare fra me e la mia famiglia, il piccolo consumismo, le soddisfazioni private di un salotto addobbato e una tavola imbandita per me e i miei.

Chi vive così si illude di poter chiudere fuori dalla porta il male, ma in realtà chi vive così coltiva in sé le ragioni per cui il male si accumula ed esplode, in certe situazioni, con conseguenze imprevedibili. Chi chiude la porta crede di potersi difendere dall’assalto della violenza, dell’aggressività, della tristezza che serpeggia, del malcontento, dell’insoddisfazione, della brama di prevalere e di esercitare potere sugli altri. In realtà questi sentimenti e queste tentazioni non sono fuori della porta, ma dentro i nostri cuori e chiudendo la porta li imprigioniamo in modo definitivo.

Non è un caso che Gesù è nato all’aperto, fuori delle case e delle città, perché per incontrarlo bisogna uscire dalla propria casa, dal salotto addobbato e dalla tavola imbandita, dal proprio angolo visuale e dalla prospettiva abituale, dai giudizi soliti e dalle abitudini scontate.

Ma se usciamo da noi cosa troveremo? Non è pericoloso, non è disorientante, non rischiamo troppo?

Isaia dice: “un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio.” Dio nasce bambino, mite ed indifeso e a lui siamo chiamati per trovare la luce nelle tenebre.

I cristiani in ogni tempo sono chiamati a cercare e fare propria la luce di quel Signore che con la sua mitezza e umiltà di cuore ha attraversato le strade del suo mondo per svuotare i depositi di odio e di violenza accumulati dagli uomini. Sì, l’arma che il Signore ha usato e ci dona per vincere il male è la mitezza. È “l’arma” debole del Natale. A nulla vale infatti contrapporre odio a odio o aggressività ad aggressività, non serve ad altro che ad aumentare i cumuli di violenza che dividono gli uomini e li isolano rendendoli come bestie rabbiose che non sanno più nemmeno riconoscere il volto del fratello.

Oggi allora capiamo di più l’invito a vivere la gioia, perché siamo in un tempo di tenebre ma intravediamo in questo Avvento avvicinarsi la luce capace di rischiararla. È questa certezza che, pur nel dolore per quanto è successo, ci permette di guardare con fiducia e speranza al futuro. Qualcosa di nuovo può nascere, una luce nuova sta per rischiarare l’orizzonte su cui si sono addensate in pochi giorni cumuli di nuvole oscure, e questa speranza e questo futuro è una persona, Gesù. Usciamo a cercarlo, e lo troveremo, perché Dio si fa trovare da chi lo cerca!

Anzi è lui che ci cerca, perché ha bisogno di un luogo dove nascere. Gesù non si rende presente per magia o per imposizione. Non c’è bisogno di molto, basta una mangiatoia, una stalla, umili poveri pastori, perché Gesù possa nascere. Ma dove trovare questo luogo? Ci chiediamo allora oggi: la mia vita assomiglia alla semplicità accogliente di una mangiatoia, con la paglia della mitezza d’animo, o non ci sentiamo piuttosto persone piene di ragioni davanti alla vita e agli altri, pronti a rivendicare i torti subiti e ad accampare i diritti di essere accettati così come siamo, ingombranti e spigolosi come un roveto? Ci troviamo anche noi in quella stalla, luogo frequentato da pastori e animali, spazio di umiltà e poca considerazione, senza la pretesa di imporsi agli altri ma di servire e essere utile dando riparo e un tetto a chi non ce l’ha, come Maria e Giuseppe? Sono le domande dell’Avvento, perché solo se ci sapremo fare così piccoli, miti e umili ci accorgeremo che sì, veramente la luce è arrivata e rischiara il buio, Che sì, finalmente “un bambino ci è stato dato” e non siamo più orfani e abbandonati a noi stessi.

È questo il motivo della gioia profonda, sommessa, ma reale, che ci permette, pur nel dolore del presente tragico, di non sprofondare nella disperazione o di non chiudere gli occhi volgendoli solo su noi stessi vinti dalla tentazione della rassegnazione e della tristezza.

Eppure, fratelli e sorelle, è così difficile vivere questa gioia vera. Noi preferiamo l’esaltazione che ci viene quando riusciamo a imporre noi stessi, l’ubriacatura del sentimentalismo facile ed effimero, oppure il torpore della tranquillità grigia della penombra del nostro angoletto nascosto. Non sia così per noi, non rischiamo di far passare invano il Natale, mentre siamo indaffarati a farci i fatti nostri, sul palcoscenico della nostra piccola vita sul quale siamo sempre protagonisti. Chiniamoci invece umilmente fino a terra, per adorare la mangiatoia, portiamo la paglia della mitezza per preparare il giaciglio di Gesù, stringiamoci ai poveri, pastori e gente di campagna, che ci guidano fino alla stalla di Betlemme. Scopriremo che lì, in quello scenario squallido e che istintivamente ci respinge troviamo il re della pace, nostra e del mondo, colui che “viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia”. E allora diamoci da fare fin da ora a scaricare i sentimenti di avversione e divisione accumulati nei nostri cuori, a scaricare i serbatori di odio e violenza che vediamo quotidianamente accumularsi attorno a noi, contro i più deboli, come la gente che incontriamo qui il mercoledì pomeriggio o il sabato sera alla stazione. È il modo semplice e concreto di vivere l’attesa della venuta del Signore, che non si impone con la forza o l’evidenza, ma cerca un posto disposto ad accoglierlo.



sabato 10 dicembre 2011

III domenica del tempo di Avvento



Dal libro del profeta Isaia 61, 1-2.10-11

Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore. Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli. Poiché, come la terra produce i suoi germogli e come un giardino fa germogliare i suoi semi, così il Signore Dio farà germogliare la giustizia e la lode davanti a tutte le genti.



Lc 1, 46-54 - La mia anima esulta nel mio Dio.

L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.

Ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi 5, 16-24

Fratelli, siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male. Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è colui che vi chiama: egli farà tutto questo!

Alleluia, alleluia alleluia.
Lo spirito del Signore è su di me,
mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Giovanni 1, 6-8. 19-28
 
Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia». Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.


Commento


Cari fratelli e care sorelle, questa domenica di Avvento si propone a tutti i cristiani come un richiamo alla gioia. In tutte le chiese del mondo risuonano infatti le parole di Paolo ai tessalonicesi: “siate sempre lieti!”, anche nei luoghi più sperduti, quelli colpiti dal dolore, anche ai popoli oppressi dalla guerra e a quelli sofferenti per la fame e la miseria. Ma quale è il senso di questo invito? La gioia non è forse un segno di debolezza, un atteggiamento pericoloso davanti alla durezza della vita? Non sarebbe meglio corazzarsi con atteggiamenti più combattivi e di contrapposizione per vincere le tante forme di male che colpiscono l’umanità?

E poi che senso ha gioire, quando si sta male, non è un’ipocrisia?

Sono le considerazioni che ci vengono spontanee in questo tempo di crisi economica e di incertezza sul futuro. La proposta della liturgia di oggi ci sembra una pericolosa ingenuità in un tempo in cui chi è debole soccombe o, al massimo, l’invito ad un atteggiamento ipocritamente falso.

Sono domande che è giusto porsi, ma soprattutto che mostrano una certa idea di gioia che è quella che il mondo ci insegna. Cioè la gioia come assenza di preoccupazioni, soddisfazione di tutti i propri bisogni, assenza di difficoltà e ostacoli. Ma è facile rendersi conto come questa idea sia un’amara illusione, perché non è mai realizzabile, vuoi perché nella vita qualcosa che va storto c’è sempre, ma anche perché poi sorge sempre un’ulteriore esigenza, ci si sente privi di qualcosa a cui ambiamo, ecc… Insomma la gioia che il mondo ci insegna sembra proprio essere fatta apposta… per renderci infelici. È la gioia del consumismo, legata al possesso delle cose, ma che genera insoddisfazione perché per quanto abbiamo manca sempre qualcosa. È la gioia della falsa pace che viene dall’ignorare i problemi degli altri chiudendosi in un mondo piccolo e angusto, senza porte né finestre, e che assomiglia piuttosto ad una prigione. È la falsa gioia di un Natale che ci viene proposto dalla tv e dai mercati come l’occasione per non pensare, per immergerci nel consumismo, per chiudersi in famiglia e farsi ciascuno gli affari propri. Se ci pensiamo bene niente di tutto ciò è presente nella descrizione del Natale che i Vangeli ci fanno. Non c’è possesso di cose, né chiusura in famiglia, né ubriacatura di sentimentalismi ed emozioni forti. Eppure avvertiamo come in quel Natale del Vangelo c’è gioia, e tanta, ma è diversa.

Allora, in questa terza domenica di Avvento, la Scrittura ci invita a riflettere, per comprendere cosa è la vera gioia, perché a Natale possiamo gustarla e non perdere l’occasione ubriacandoci dei surrogati che il mondo ci fornisce a basso costo.

La vera gioia innanzitutto si fonda sulla “pretesa” di Dio di modificare la situazione in cui viene ad essere presente. Egli infatti ha una forza di trasformazione delle persone e delle realtà che non può essere annientata da nessun’altro potere malvagio. Noi a volte lo scambiamo per quelle divinità pagane che avvolgevano tutto il mondo in un’aura indistinta e ineffabile, come uno spiritello presente ovunque. Dio è una persona, e come tale ci incontra e si fa incontrare. Per questo la forza della sua presenza non si esercita al di sopra di noi o senza bisogno della nostra partecipazione e presenza. Ma perché questa forza si eserciti Egli deve essere accolto. Infatti la forza di trasformazione del Vangelo si realizza solo se l’uomo attraverso la Parola fa entrare nei cuori il Signore e, attraverso di essi, egli passa nella vita. Allora la sua forza diviene invincibile.

Dice infatti Paolo: “siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie.” Cioè la gioia del cristiano non è un atteggiamento di sciocca superficialità o esteriorità ipocrita, ma è la felicità di ospitare nella propria vita una forza che è lo Spirito annunciato dalle profezie. Quanto è facile però che noi spegniamo questo Spirito perché esso ci chiede di andare nel profondo, di non restare alla superficie delle emozioni o dei risentimenti o del lamento, per entrare nella vita dei fratelli e del mondo, e imparare ad amarli così come sono. Quanto è facile disprezzare le profezie, cioè quell’annuncio che viene da lontano per rivelarci una realtà straordinaria e sconvolgente: Dio ci cerca con così grande passione da farsi piccolo e umile pur di incontrarci. Noi però evitiamo di incontrarlo, perché ci si presenta sotto spoglie troppo poco attraenti: un mendicante, un immigrato, uno zingaro, un anziano, una persona problematica, una realtà difficile.

Per questo fratelli e sorelle la vita di oggi è troppo triste, arrabbiata, scontrosa, aggressiva: perché non c’è la gioia dell’incontro con l’altro. Infatti incontrando l’altro incontriamo Dio, amando il povero, riceviamo la forza dello Spirito, aprendo porte e finestre sul mondo e le sue complessità entra il soffio di quello spirito che dà gioia e forza.

Sì, perché l’uomo che ha la vera gioia è un uomo forte. Dice il libro di Neemia: "Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza". (Ne 8,10)

A cosa è attaccato il nostro cuore? Quale tipo di gioia cerchiamo per noi?

L’Avvento ci propone la figura di Giovanni battista come uomo dell’Avvento. È l’uomo che non fa strada a se stesso, ma apre una strada agli altri: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore ». È l’uomo che non pretende di essere guida di se stesso, ma cerca una luce che non ha in sé: “Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce”. È uomo che fa tesoro della profezia, cioè della Scrittura, e la vive: “…come disse il profeta Isaia”. Ma soprattutto è l’uomo che attende che si realizzi con potenza la presenza di Dio che si avvicina, si prepara ad accoglierlo, non lo fugge né lo teme: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». Per questo Giovanni è un uomo felice. Non teme le difficoltà di una vita dura, incontra le folle, ha parole di incoraggiamento per tutti, aiuta i tanti che lo cercano a liberarsi dallo sporco di una vita brutta, lavandoli con acqua di misericordia e di perdono. Per questo Giovanni è anche un uomo forte: non teme di essere contro corrente o di avere nemici, non teme di dire cose troppo esigenti a chi lo cerca, e di non assecondare la volontà di tanti.

Cari fratelli e care sorelle, impariamo da Giovanni la gioia vera, la gioia dell’attesa di un futuro nuovo che nasce dall’incontro col Signore. Non ci ritraiamo spaventati o confusi dalla proposta semplice di Dio: “vengo, sto per nascere, mi incontrerai? Mi riconoscerai nella confusione della folla?” È la domanda dell’Avvento, di prepararci a riconoscerlo e ad accoglierlo e di ricevere da lui la gioia vera che rende forti e cambia la vita. Non accontentiamoci della gioia a buon mercato, che emoziona ma poi passa e lascia tanta amarezza. Cerchiamo la gioia dell’incontro con Dio che viene a cercarci.


Preghiere

 
O Signore Gesù donaci la gioia vera che viene dall’incontro con te. Fa’ che in questo tempo di Avvento ti aspettiamo e ti cerchiamo, e non ci accontentiamo della gioia artificiale di questo mondo,

Noi ti preghiamo

Aiutaci a non aver paura della profezia del Vangelo che ci parla di un bambino piccolo e povero. Da lui riceviamo la forza vera e da lui attendiamo un tempo nuovo di pace e di giustizia per il mondo intero,

Noi ti preghiamo

Libera o Dio, nostro Signore, il mondo dalla guerra e dalla violenza. Vieni presto, tu che sei re della pace,

Noi ti preghiamo

 
Aiuta gli uomini e le donne del nostro tempo a non vivere spaventati e chiusi in se stessi, ma apri i nostri cuori alla parola del Vangelo che annuncia la tua imminente venuta,

Noi ti preghiamo

Sostieni o Dio chi è povero e indifeso, aiuta i miseri, guarisci i malati, libera chi è oppresso dal male e dall’ingiustizia, perché tutti possano proclamare la potenza del tuo braccio,

Noi ti preghiamo

Guida o Signore i passi di chi ti cerca e apri una strada nel deserto del mondo per chi vuole seguirti,

Noi ti preghiamo.

Sostieni o Dio gli sforzi di chi ti segue e realizza il tuo disegno di amore nel mondo. Per tutti coloro che spendono la vita per annunciare il vangelo,

Noi ti preghiamo

Ti invochiamo o Dio per i popoli oppressi dalla fame e dalla miseria, in Africa e nel mondo intero. Fa’ che trovino l’aiuto di cui hanno bisogno,

Noi ti preghiamo











venerdì 9 dicembre 2011

Festa dell'Immacolata Concezione




Dal libro della Gènesi 3,9-15.20

[Dopo che l’uomo ebbe mangiato del frutto dell’albero,] il Signore Dio lo chiamò e gli disse: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato». Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici! Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai  per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno».  L’uomo chiamò sua moglie Eva, perché ella fu la madre di tutti i viventi.



Salmo 97 - Cantate al Signore un canto nuovo

Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo.

Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d’Israele.

Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni!



Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini 1,3-6.11-12

Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati – secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà – a essere lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo.



Alleluia, alleluia, alleluia.
Rallègrati, piena di grazia,
il Signore è con te.

Alleluia, alleluia, alleluia.


Dal vangelo secondo Luca 1,26-38

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».  Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

 Commento


La Festa dell’Immacolata Concezione che celebriamo oggi ci coglie nel cuore del nostro cammino di Avvento. E’ una sosta opportuna, nella quale sentiamo risuonare rivolta da Dio la domanda: “Dove sei?” L’abbiamo udita pronunciare nella prima lettura da Dio verso Adamo, non a caso poco dopo che egli ha deciso di disobbedire al Padre che lo aveva appena stabilito signore della creazione. Dio, ovviamente, sa bene dove si trovano Adamo ed Eva, e il senso di quella domanda è quello di un grido di dolore, perché vede che essi hanno cominciato ad allontanarsi e a nascondersi da lui.

Il peccato, fin da quel primo peccato originale, è sempre la scelta di allontanarsi da Dio, di sfuggirlo per paura, di lasciarlo da parte, di dimenticarselo e dargli poca importanza. Come i due primi uomini infatti anche noi pensiamo di sapere già cosa è male e cosa bene, e non abbiamo bisogno di qualcuno che ce lo insegni. Adamo ed Eva avvicinandosi all’albero del bene e del male, dopo averne mangiato il frutto, si sentono adulti, hanno imparato cosa è la vita, e possono decidere da soli la strada da prendere. È l’atteggiamento dell’uomo adulto, autonomo che, forte delle sue conoscenze, prende con decisione la strada che lo allontana da Dio. Sì, anche noi ci sentiamo così, capaci di decidere e scegliere da noi stessi e prendiamo la strada che ci allontana da Dio, perché non sentiamo più il bisogno della sua compagnia. Anzi, come succede anche a quei due, ne abbiamo paura e lo sfuggiamo, perché la compagnia di Dio mette a nudo la pochezza della nostra sapienza e l’infondatezza della nostra sicurezza, ci scopre davanti alla vita nudi delle difese artificiose con cui avevamo pensato di difenderci.

Ma Dio, nonostante tutto, il peccato e la fuga da sé, cerca Adamo ed Eva, e non certo perché ne ha bisogno, ma perché  sa che da soli non sanno dove andare e cosa fare della vita che ha loro donato.

E ancora oggi Dio torna a cercare l’uomo, nascendo, a Natale, facendosi uomo perché tutti noi lo possiamo incontrare, se non ci nascondiamo spaventati dietro le mille corazze e maschere di quello che già sappiamo, facciamo e con cui abbiamo consuetudine.

Dove sei?” dice Dio oggi anche a noi. Su che strada cammini? Quella tortuosa e avvitata attorno a te stesso, che non porta a niente se non alla fissazione egocentrica su se stesso, o su quella diritta che conduce ad uscire da sé per incontrare Dio e i fratelli e le sorelle?

In quale terreno accidentato ti sei cacciato, dove rischi di sprofondare negli avvallamenti delle illusioni di un successo e soddisfazioni facili, ma ai quali corrispondono le montagne che ci isolano da tutti e incombono pesanti e minacciose, come ostacoli insormontabili nella nostra strada?

Dove sei?” ci chiede Dio oggi, perché sa che è facile che anche noi, come Adamo ed Eva ci perdiamo su strade che non portano a niente.

Fratelli e sorelle, a questa domanda rispondiamo con franchezza, senza nasconderci per paura e fuggire con mille scuse. Adamo ed Eva infatti davanti a Dio che li interroga non sanno nemmeno prendersi la responsabilità della loro scelta di nutrirsi dell’albero vietato e cominciano a giustificarsi e a darsi la colpa l’un l’altro. Che scena penosa: loro che si erano sentiti grandi e forti, cresciuti abbastanza da poter fare la loro strada, eccoli a scaricarsi la colpa e litigare come bambini.

Quei due non riescono ad uscire dal pantano di peccato in cui si sono immersi, perché non accettano di ammettere ciascuno la propria colpa. Sì, per potersi liberare dal peccato bisogna ammettere di averlo commesso e pentirsi, chiedendo perdono. È il cammino che l’Avvento ci propone: riscoprirci nudi e indifesi, spaventati di riconoscerci davanti a Dio così come siamo.

Oggi, ancora una volta, la liturgia ci offre una grande opportunità. Rispondiamo alla domanda di Dio confessando la nostra distanza da lui: la paura che ci fa allontanare, l’arroganza del nostro sentirci grandi e capaci di badare a noi stessi, l’orgoglio del voler fare la strada che decidiamo da noi sulla base delle nostre esperienze o di quello che insegna il mondo. Confessiamo la forza delle abitudini che ci fanno sentire questo tempo di Avvento come qualcosa di scontato e inutile.

Se noi ammettiamo la nostra distanza da lui, il Signore la colmerà, venendo lui stesso, di sua iniziativa, a Natale verso di noi.

Fare ciò non è impossibile: Maria l’ha fatto prima di noi. In modo opportuno l’Avvento ce la presenta oggi, a metà del suo cammino, come un esempio e una guida. Lei non si è tirata indietro, non ha cambiato strada e non si è giustificata con la sua giovane età o fragilità femminile. Ha accolto con forza che fosse Dio attraverso l’angelo a descriverle il suo futuro: “concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine … Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio.” Maria accetta il futuro che Dio vuole per lei e risponde alla domanda di Dio “Dove sei?” rispondendo: “Sono qui, pronta a vivere il futuro che mi hai preparato.

Facciamo nostre queste parole, in questo tempo d’Avvento di preparazione e di attesa della realizzazione del futuro che anche per noi Dio ha preparato. E oggi vogliamo farlo in compagnia di Maria. Immaginiamocela in questi giorni vicini al parto, assieme a Giuseppe. Non fu facile per loro perché, come sappiamo, la vita li pose di fronte a difficoltà enormi, eppure erano sicuri che il futuro di Dio per loro si sarebbe realizzato ed egli stesso in persona si sarebbe fatto presente nella loro vita.

Con questa fiducia di Maria anche noi incamminiamoci verso il Natale confessando oggi a Dio la nostra distanza e chiedendo a Lui la misericordia di colmarla  perché noi e il mondo intero ne abbiamo un grande bisogno.
 
Preghiere
Ti ringraziamo o Dio del cielo perché hai mandato il tuo Spirito su Maria, rendendola degna di divenire madre del tuo Figlio. Aiuta anche noi a preservare la nostra vita dal peccato e dal male.
Noi ti preghiamo

O Dio che stai per venire nel mondo, fa’ che confessiamo umilmente il nostro peccato e il bisogno che abbiamo d’incontrarti povero e piccolo accanto a Maria, nella mangiatoia di Betlemme.
Noi ti preghiamo

Ti supplichiamo Signore Gesù di preservarci dall’orgoglio e dall’autosufficienza ma, sull’esempio di Maria, fa’ che sappiamo accogliere la tua volontà per compierla.
Noi ti preghiamo
Proteggi e accompagna o Padre misericordioso tutti quelli che nel mondo sono in pericolo a causa della loro fede in te. Fa’ che coloro che oggi nutrono sentimenti di odio e avversione possano scoprire la vera natura del Vangelo che è annuncio di pace e salvezza per tutti. 
Noi ti preghiamo

Custodisci o Signore Dio questo nostro Paese, così disorientato e attraversato da correnti di violenza. Fa’ che i tuoi discepoli sappiano mostrare con la loro vita che l’unico fondamento certo di ogni società è l’amore e la solidarietà che nascono dal Vangelo.
Noi ti preghiamo

Guida la tua Chiesa, o Pastore buono, su pascoli erbosi, perché nutriti dalla tua Parola sappiamo annunciare a tutti la salvezza del Natale.
Noi ti preghiamo.

Dona guarigione e salvezza, o Dio, a tutti i poveri, specialmente quelli che in questa stagione soffrono a causa del freddo del clima e dei cuori. Dona a ciascuno di essere accolto e amato come un fratello.
Noi ti preghiamo

O Medico buono delle anime e dei corpi, ti imploriamo di dare la guarigione a tutti coloro che sono malati e nel dolore. Addolcisci i cuori di chi è loro accanto e ungi con olio di misericordia la vita di chi li cura.
Noi ti preghiamo

martedì 6 dicembre 2011

Preghiera del 7 dicembre 2011 (II di Avvento)


Dal Vangelo secondo Matteo 20, 1-16

Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: "Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò". Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: "Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?". Gli risposero: "Perché nessuno ci ha presi a giornata". Ed egli disse loro: "Andate anche voi nella vigna".

Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: "Chiama i lavoratori e da' loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi". Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: "Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo". Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: "Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi”.

Commento
Gesù nella parabola ci parla di gente che lavora e gente che attende di essere presa a giornata. Per l’uomo il lavoro è una dimensione decisiva della vita. Attraverso di esso si acquista dignità e si diventa liberi di costruire la propria vita. Pensiamo all’umiliazione di chi è senza lavoro, come i disoccupati, ma anche alla scarsa importanza che si assegna agli anziani, ormai parte inattiva e improduttiva della società. Chi è senza lavoro è visto come un peso, qualcuno inutile, e la sua condizione è molto triste e umiliante.

Per questo Gesù nella parabola si identifica in un uomo che dà lavoro a tutti. Non importa cosa sanno fare, infatti non fa nessuna selezione, e non importa nemmeno quanto tempo hanno da offrire, chiama a tutte le ore: per lui è importante che tutti abbiano la possibilità concreta di lavorare.  Il Signore Gesù affida a ogni uomo il lavoro di essere suo discepolo e di lavorare per il suo Regno. È un lavoro possibile per tutti, anzi, possiamo ben dire che è “il” lavoro migliore a cui tutti sono chiamati. A ogni ora del giorno, cioè a ogni età della vita e in ogni situazione. Non è infatti qualcosa di legato ad un contesto particolare. Ad ogni ora del giorno e della notte siamo chiamati a lavorare. Ma cosa è la vigna del Signore? In Lc 8 Gesù espone un’altra parabola in cui si parla di un seminatore che getta seme ma trova terreni diversi che producono una quantità di frutto diversa. Questa parabola ci suggerisce che il terreno da coltivare è la nostra vita. C’è un lavoro da compiere perché il nostro terreno sia produttivo, non basta seminare. Bisogna faticare perché il terreno, pur pieno di semi, dia frutto.

È il lavoro di dissodamento, irrigazione e mietitura che permette al seme di portare frutto. È il lavoro che questo tempo di Avvento ci chiama a svolgere. Siamo chiamati a giornata perché non ci troviamo impreparati al Signore che viene a seminare, perché la sua non sia fatica sprecata. Non basta che ci sia il terreno (cioè la nostra presenza) se questo non è pronto ad accogliere il seme, a dargli nutrimento, cioè ascolto, e la giusta umidità, cioè l’attenzione che metta radici nella nostra vita. Bisogna lavorare perché le pietre non facciano seccare il seme o le spine lo soffochino. Le pietre che sono le nostre abitudini che fanno scivolare via il seme sul duro del cuore, attento solo a fare quello che si è sempre fatto e  a essere come si è sempre stati.  A volte troppe pietre le une accanto all’altra non lasciano nemmeno lo spazio perché il seme incontri la terra. A volte invece è l’aridità che fa seccare il seme, cioè la mancanza di pietà e incapacità a fermarsi con sensibilità e tenerezza sulla vita degli altri. Oppure le spine soffocano il seme, quando le preoccupazioni per sé coprono e soffocano ogni altra preoccupazione che viene nascosta dall’egocentrismo e dall’invadenza del sé. L’Avvento è il tempo opportuno a lavorare perché tutto ciò non faccia morire il seme che sta per essere gettato in noi.

Al termine del lavoro infatti ci sarà la ricompensa del Signore. È il frutto buono che il seme della sua Parola produce in una vita che l’ha accolto e fatto crescere con attenzione. È il frutto di quella felicità piena che non è facile scalfire, di quella pace interiore che ci fa resistere anche alle difficoltà o alle avversità. È il frutto buono di una vita mite e senza aggressività, perché non vuole prevalere e schiacciare l’altro, e di una capacità di ascoltare prima di voler a tutti i costi insegnare. Questi frutti buoni nascono e maturano se lavoriamo il terreno che ne accoglie i semi, altrimenti restiamo aridi e senza vita.

Al termine della giornata di lavoro gli operai della prima ora protestano perché si aspettano di essere privilegiati. Non dobbiamo mai dimenticare che il frutto non è merito della nostra bravura e capacità. Chi infatti potrebbe far nascere qualcosa se non viene messo un seme nel nostro terreno? È quello che non capiscono gli uomini presi a giornata: pensano che la ricompensa sia un loro diritto commisurato allo sforzo fatto. Ma non capiscono che se il loro terreno ha molte pietre da togliere o è molto arido, non è un merito dover lavorare molto per renderlo coltivabile. La ricompensa è in quel dono prezioso, uguale per tutti, di semi buoni che producono frutti maturi che nutrono e addolciscono la nostra vita. E quel seme non è nostro diritto riceverlo, né un nostro possesso privato, ma un dono che riceviamo alla fine dell’Avvento con la nascita di Gesù. E il dono è anche essere chiamati a lavorare, che ci venga cioè segnalata la necessità di prepararci alla semina perché questa non sia inutile per noi.

Il Signore chiama tutti a dissodare il terreno, al lavoro quotidiano per essere pronti alla semina, promettendoci la ricompensa di una messe abbondante che è per tutti, di quel regno di pace e di felicità di cui noi a il mondo intero ha così bisogno.

II domenica di Avvento (Liturgia con la Comunità di Sant'Egidio a Kigali, Rwanda)


Dal libro del profeta Isaia 40, 1-5.9-11 «Consolate, consolate il mio popolo
– dice il vostro Dio –.
Parlate al cuore di Gerusalemme
e gridatele che la sua tribolazione è compiuta,
la sua colpa è scontata,
perché ha ricevuto dalla mano del Signore
il doppio per tutti i suoi peccati».
Una voce grida:
«Nel deserto preparate la via al Signore,
spianate nella steppa la strada per il nostro Dio.
Ogni valle sia innalzata,
ogni monte e ogni colle siano abbassati;
il terreno accidentato si trasformi in piano
e quello scosceso in vallata.
Allora si rivelerà la gloria del Signore
e tutti gli uomini insieme la vedranno,
perché la bocca del Signore ha parlato».
Sali su un alto monte,
tu che annunci liete notizie a Sion!
Alza la tua voce con forza,
tu che annunci liete notizie a Gerusalemme.
Alza la voce, non temere;
annuncia alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio!
Ecco, il Signore Dio viene con potenza,
il suo braccio esercita il dominio.
Ecco, egli ha con sé il premio
e la sua ricompensa lo precede.
Come un pastore egli fa pascolare il gregge
e con il suo braccio lo raduna;
porta gli agnellini sul petto
e conduce dolcemente le pecore madri».

Salmo 84 - Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza.

Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:
egli annuncia la pace
per il suo popolo, per i suoi fedeli.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
perché la sua gloria abiti la nostra terra.

Amore e verità s’incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
Verità germoglierà dalla terra
e giustizia si affaccerà dal cielo.

Certo, il Signore donerà il suo bene
e la nostra terra darà il suo frutto;
giustizia camminerà davanti a lui:
i suoi passi tracceranno il cammino.


Dalla seconda lettera di san Pietro apostolo 3, 8-14 Una cosa non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno. Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi.
Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli spariranno in un grande boato, gli elementi, consumati dal calore, si dissolveranno e la terra, con tutte le sue opere, sarà distrutta.
Dato che tutte queste cose dovranno finire in questo modo, quale deve essere la vostra vita nella santità della condotta e nelle preghiere, mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli in fiamme si dissolveranno e gli elementi incendiati fonderanno! Noi infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia.
Perciò, carissimi, nell’attesa di questi eventi, fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia.

Alleluia, alleluia, alleluia. Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!
Alleluia.alleluia, alleluia.


Dal vangelo secondo Marco 1, 1-8Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Come sta scritto nel profeta Isaìa:
«Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero:
egli preparerà la tua via.
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri»,
vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.
Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».


Commento

Cari fratelli e care sorelle è una grande gioia per noi essere riuniti attorno alla Parola di Dio in questo inizio del tempo di Avvento. È un tempo speciale, che apre un nuovo anno in compagnia con il Signore e con i fratelli. Il tempo è un dono prezioso e non va sprecato, per questo noi accogliamo il dono del tempo di Avvento come un’opportunità preziosa che Dio ci dona per avvicinarci ancora di più a Lui.
Abbiamo ascoltato nella seconda lettera di Pietro la descrizione della visione grandiosa del destino dell’uomo. Egli scrive: “Noi infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia.” L’Apostolo Pietro scrive questa lettera al termine della sua vita, avrebbe tutti i motivi per chiudere il cuore e gli occhi a visioni troppo ambiziose. Cosa gli resta da sperare per la sua povera esistenza? In fondo ha fatto molto per il Vangelo nella sua vita e cosa ne ha ricavato? È sofferente, sembra sconfitto e va verso il martirio che porrà fine in modo tragico alla sua vita.

Ma il Vangelo ha trasformato la vita di Pietro, e pur nella sua condizione difficile, egli non smette di sperare e apre gli occhi su una visione grandiosa e ambiziosa: il destino dell’umanità benedetto dalla compagnia di Dio, un cielo e una terra rinnovati dalla giustizia che il Signore viene a portare. Per questo Pietro non sente la sua vita sconfitta e la sua situazione attuale un fallimento. Possiamo ben dire che il suo è l’atteggiamento dell’uomo dell’Avvento, cioè di chi non è rassegnato al presente della sua vita e di quella del mondo in cui vive, è aperto alla speranza e alla visione, attende l’incontro personale con Dio che viene e per questo lavora per un futuro diverso. Sono gli atteggiamenti che in questo tempo di Avvento il Vangelo ci suggerisce nelle tappe della Liturgia, nell’invito a invocare con impazienza la venuta del Signore, come fa l’Apostolo Paolo scrivendo ai Corinzi: “Maràna tha” cioè “Vieni Signore!

Le esperienze personali, gli anni che passano, la situazione del nostro mondo non ci spingono forse ad abbassare lo sguardo con realismo e a chiuderci in una cupa rassegnazione? Già ci sembra molto riuscire a conservare quello che abbiamo e a rimanere ciò che siamo, figuriamoci se è possibile sperare nel futuro e confidare nella trasformazione del mondo! 

Eppure il Vangelo in questo tempo di Avvento ci chiede di essere uomini e donne in operosa attesa del futuro nuovo che il Signore Gesù viene a portarci.

Ma come possiamo imparare ad essere uomini e donne dell’Avvento e non uomini di questo mondo?

Come possiamo riconoscere e aspettare la novità che Gesù che sta per venire porta con sé?
L’Apostolo Pietro ci indica una via: “Perciò, carissimi, nell’attesa di questi eventi, fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia.” È la via della pace, cioè di quell’amore attento ai fratelli e che si preoccupa dei poveri che ci dona la serenità e la forza di guardare oltre noi stessi, di non essere prigionieri della paura e del realismo rassegnato. È il rifiuto di fare strada a se stessi a danno degli altri, a ignorare chi è più debole e rimane indietro, schiacciato dal peso della povertà e dalla solitudine, come tanti anziani.
Però, guardandoci intorno, vediamo che questa strada che ci conduce verso il Signore è troppo piena di ostacoli. Sono le montagne del nostro egoismo, che ci fanno preoccupare solo del nostro interesse; sono le vallate della paura di cambiare la nostra vita in un nuovo modo di essere; sono le curve che ci riportano sempre indietro perché siamo preoccupati di non essere e di non fare come tutti gli altri. Quanti ostacoli sulla via che porta a incontrare il cielo e la terra nuova che Dio vuole inaugurare! Il Signore però non ci lascia soli ad affrontare tutti questi ostacoli, ma manda qualcuno ad aprirci questa strada, perché noi possiamo percorrerla: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri». Questo messaggero è la comunità che ci accompagna e ci incoraggia. Ci fa vedere nella confusione della vita quotidiana che c’è una strada possibile per tutti. Ci guida verso i poveri che tutti scansano perché fanno paura e sembrano portare solo tristezza e farci rimettere. Ci fa incontrare tanti fratelli e sorelle che accanto a noi e in tante parti del mondo vogliono fare insieme a noi questa strada. Non siamo più soli, non siamo più disorientati e senza una direzione verso cui andare

Cari fratelli e care sorelle, Giovanni battista in mezzo al deserto del suo tempo prese sul serio queste parole del profeta Isaia e cominciò a percorre questa strada e a indicarla a tanti. E le folle, ci dice il Vangelo, andavano da lui per cercare assieme a lui questa strada che passa attraverso il cambiamento della propria vita. La Comunità ha preso sul serio le parole del profeta Isaia e ci ha indicato una strada in mezzo al deserto senza vita delle nostre città e paesi. E noi abbiamo cominciato a percorrerla assieme a lei, trovandoci vicini tanti fratelli e felici di aiutare tanti poveri che ci vogliono bene e sono come nostri figli.
In questo tempo di Avvento allora noi siamo grati al Signore perché una strada noi l’abbiamo trovata, anche se ancora tanto resta da percorrere. Sentiamo la responsabilità di indicare la strada della comunità a tanti che ancora sono in mezzo al deserto, senza sapere dove andare per trovare la propria felicità. Noi abbiamo chinato umilmente il nostro capo davanti a Giovanni battista e abbiamo ricevuto il battesimo che ci ha lavato da tanta tristezza e tante paure, dall’orgoglio e dalla solitudine. Ma Giovanni ci indica una strada che continua: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Sì, dobbiamo aspettare chi ci battezzerà con lo Spirito di un amore più forte, dobbiamo cercare con ancora più impegno il Signore Gesù che ci aspetta nelle periferie del mondo e ci invita a cercare il suo Spirito. Pieni di fiducia e incoraggiati dai fratelli ci prepariamo allora a vivere questo Avvento seguendo Giovanni battista che come la comunità ci invita a lavarci dal nostro modo di vivere di sempre per immergerci in quello Spirito di pace e di amore che il Signore Gesù è venuto a portare sulla terra.