lunedì 22 ottobre 2012

XXIX domenica del tempo ordinario - 21 ottobre 2012


 

Dal libro del profeta Isaia 53,10-11

Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità.

 

Salmo 32 - Donaci, Signore, il tuo amore

Retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra.

Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.

L’anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo. 


Dalla lettera agli Ebrei 4, 14-16

Fratelli, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno.  

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Il Figlio dell’uomo è venuto a servire
e dare la vita in riscatto per molti.
Alleluia, alleluia alleluia.


Dal vangelo secondo Marco 10, 35-45

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, abbiamo appena ascoltato un passo del Vangelo di Marco in cui, a prima vista, sembrerebbe che alcuni discepoli vogliano primeggiare su tutti suscitando negli altri una reazione scandalizzata e indignata per questa loro arroganza. In realtà il senso di queste parole è ben diverso, se teniamo presente il contesto in cui si svolge la conversazione fra Giacomo, Giovanni e Gesù. Infatti subito prima Gesù aveva parlato del destino di passione e morte che lo attendeva. Il piccolo gruppo dei tredici si stava infatti avviando verso Gerusalemme ed era chiaro a tutti verso quali pericoli si andava incontro. Nella capitale infatti risiedeva il potere religioso supremo, proprio quello che non sopportava Gesù e la sua predicazione. Sicuramente li aspettavano giorni difficili. Gesù li conferma con le sue parole, prefigurando per sé un destino di persecuzione e morte. Marco infatti dice che “mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti.” (Mc 10,32) Poco prima, ancora, Pietro aveva chiesto a Gesù che destino li attendeva, visto che avevano lasciato tutto, famiglia, beni, lavoro, per seguirlo, spaventato forse dall’impossibilità a tornare indietro dopo scelte così radicali, in caso di fallimento della loro missione.

La paura si è impossessata dei dodici, che seguono a distanza Gesù chiedendosi forse, fra se e se, il perché di quell’atteggiamento così irresponsabile del Signore.

In questa scena possiamo riconoscere anche molto della nostra vita di discepoli che seguono Gesù un po’ da lontano, presi dai propri pensieri e preoccupazioni, spaventati dalle difficoltà a cui il vangelo del Signore sembra esporci. Sì, la paura spesso ci domina e ci trattiene dal restare vicini a Gesù: paura di perdere qualcosa, di rimetterci; paura di fare brutta figura, di essere giudicati male; paura di esporsi troppo e di compromettersi con qualcosa di nuovo e fuori dal normale; ecc… tante e diverse paure trattengono i discepoli, e le parole di Gesù sul suo destino non rassicurano certo i discepoli, che anzi ne restano scossi.

In questo contesto si collocano le parole dei due discepoli Giacomo e Giovanni: “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. Sembrano parole fuori luogo, infatti parlano di gloria in un contesto in cui sembra invece prevalere il tono della sconfitta e della fine di tutto. Sembra che i due non abbiano capito la situazione e dicano cose fuori luogo. In realtà è vero il contrario: solo loro infatti gli unici che hanno ascoltato tutte le parole di Gesù con attenzione. Infatti egli aveva detto loro: “Il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi, lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani. … lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà” (Mc 10,33-34). Cioè Gesù gli annuncia la sua resurrezione, ma gli unici a tenerla in considerazione sono Giacomo e Giovanni. Per questo parlano di “gloria”, perché già contemplano il Signore risorto. La loro richiesta di sedere accanto a lui nella gloria è allora l’espressione del loro voler restare vicino a Gesù e condividerne il destino. Non cancellano la prima parte della profezia, cioè la passione e morte, ed anzi, su esplicita richiesta di Gesù, affermano che sono disposti a subire lo stesso destino anche loro, ma mettono l’accento sulla seconda e più straordinaria parte: la resurrezione. Giacomo e Giovanni chiedono che sia concesso anche a loro di risorgere con lui!

Solo loro due hanno vinto quella distanza che separa gli altri, spaventati, sgomenti e chiusi nei loro pensieri, da Gesù. E lo hanno fatto aprendo con lui un dialogo, che il vangelo ci riporta : “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere,…. Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete … Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo. È  il dialogo della preghiera che fa’ uscire i due dalla chiusura in sé della paura per aprirli al desiderio di divenire partecipi della resurrezione. È un dialogo articolato, lungo, in cui Gesù incalza i due, e loro rispondono con prontezza. È insomma un paradigma di come si deve pregare: con insistenza, aperti ad ascoltare il Signore che risponde e pronti a rispondere con cuore aperto. Quel dialogo che è preghiera vince la paura dei due discepoli e li apre alla prospettiva di vivere come Gesù, di vivere il suo vangelo di resurrezione. Il Signore avverte in quelle parole la vicinanza di qualcuno che vuole essergli amico, consolarlo e non lasciarlo solo. Sì, con quel loro chiedere e pregare i due hanno dimostrato compassione per quel servo sofferente di cui ci parla Isaia nella prima lettura: “prostrato con dolori” ma che poi “Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce”. La compassione ha reso i due discepoli capaci di vincere la paura e di farsi vicini all’uomo sofferente che sta davanti a loro. Questo li apre alla preghiera e dona loro le parole per chiedere la vittoria piena sul male che è la resurrezione.

Cari fratelli e care sorelle è un itinerario che questo vangelo propone a ciascuno di noi: lasciamoci toccare dal volto dell’uomo sofferente e nella compassione scopriremo il bisogno che c’è, per noi e per tanti, di essere rivestiti della forza della resurrezione che vince il male e dona la gloria invincibile dell’amore. Vinciamo la paura che abbiamo dentro contemplando il volto dell’uomo sofferente di Isaia, che è Gesù stesso. In ogni uomo sofferente c’è il volto di Gesù che va a morire a Gerusalemme. Davanti ad esso possiamo restarcene in disparte, preoccupati di noi e spaventati, oppure, come Giacomo e Giovanni, farci vicini, provare compassione e simpatia, vincere la forza del male che vuole dividere e allontanare gli uni dagli altri e chiedere a Dio stesso la grazia della forza di bene della resurrezione. È questa la vera vittoria del cristiano!

Gli altri invece colgono nelle parole di Giacomo e Giovanni solo il desiderio di mettersi in mostra, di prevalere, perché sono stati sordi all’annuncio della resurrezione, presi dalla paura pensano a come mettere se stessi in salvo e hanno fatto entrare nel proprio cuore le logiche della rivalità: se uno si salva, l’altro ci perde; se uno prevale, l’altro soccombe; meglio allontanarsi dall’uomo sofferente.

È quello che accade anche a noi quando restiamo lontano da Gesù, magari anche seguendolo, ma a distanza, presi dai propri pensieri preoccupati di sé e spaventati dal vangelo.

Gesù allora spiega agli altri dieci il senso di quella preghiera a cui ha con gioia dato ascolto: è la preghiera di chi vuole seguire il suo esempio e farsi umile nel servizio al fratello che ne ha bisogno. In questo infatti sta la gloria e la potenza della resurrezione, nel caricarsi sulle spalle un male non proprio e non meritato, con compassione e umanità, per vincerlo con la forza irresistibile dell’amore.

 

Preghiere

 

O Signore Gesù donaci un cuore pieno di compassione per te che vai a morire e per ogni uomo e donna nel dolore. Vincendo la paura saremo rivestiti della forza della resurrezione,

Noi ti preghiamo

 

Aiutaci o Signore Gesù a restarti vicino e a non allontanarci mai da te. Fa’ che non vincano nel nostro cuore le preoccupazioni per sé che chiudono il cuore all’ascolto del Vangelo,

Noi ti preghiamo

 

Ti preghiamo o Dio di consolare chi è afflitto e sollevare l’umile dalla polvere, perché chi vede i segni potenti del tuo amore proclami con le parole e la vita la potenza irresistibile della resurrezione,

Noi ti preghiamo

 

Vinci o Padre misericordioso i legacci che tengono avvinti i cuori di chi è nel peccato e collabora con il male. Fa’ che liberi dalla schiavitù tutti noi possiamo divenire operatori di bene e costruttori di pace,

Noi ti preghiamo

 

Proteggi o Signore Gesù coloro che sono minacciati dalla violenza e dalla morte: in Siria, in Nigeria, in Libano. Fa’ tacere le armi del terrorismo e della guerra e concedi a tutti di vivere in un mondo di pace,

Noi ti preghiamo

 

Guarisci, o Dio medico buono, le malattie del corpo e della mente che colpiscono i nostri fratelli e sorelle. Dona  a tutti i malati sollievo nel dolore e consolazione, apri i loro cuori alla speranza,

Noi ti preghiamo.

 

Dona forza e coraggio a chi annuncia il vangelo a chi non lo conosce. Per tutti i cristiani dal cuore tiepido e le mani chiuse, perché il tuo Spirito santo li scaldi e li apra al tuo amore,

Noi ti preghiamo

 

 

Per il papa e la chiesa tutta, perché siano testimoni fedeli e annunciatori audaci del tuo vangelo di pace e misericordia nel mondo intero,

Noi ti preghiamo

 

venerdì 19 ottobre 2012

Incontro della S. Vincenzo de' Paolis


Incontro conferenza di San Vincenzo

 Da tempo siamo impegnati per i poveri e questo lavoro ci piace. Sentiamo che c’è qualcosa di vero e di profondo in questo fare qualcosa per gli altri. Ma ci chiediamo:

Da dove nasce questa contentezza?

Che cosa fa sì che siamo contenti di dedicare tempo, fatica e preoccupazioni a gente con cui non abbiamo niente in comune?

Non sono domande sciocche, anche perché sono le domande che il mondo ci pone: ma chi te lo fa fare? Non è tempo sprecato? Cosa pensi di risolvere? Ecc…

Tante obiezioni che in modo esplicito o implicito ci vengono poste.

Infatti esiste una mentalità radicata nel mondo e forte che ci dice che la vera felicità sta nell’essere voluti bene, nell’essere al centro dell’attenzione, nell’avere successo, nell’essere ammirati o almeno approvati. Ognuno nel piccolo palcoscenico della sua vita cerca di vivere il proprio momento di protagonismo e di essere apprezzati per le nostre capacità, e in questo normalmente la gente trova la propria soddisfazione.

C’è un “Vangelo del mondo” che viene proclamato con forza e annunciato quotidianamente in modo tenace e persuasivo: “Pensa a te stesso, fai strada a te stesso, preoccupati di te stesso…”

Questo “Vangelo del mondo” fu annunciato con forza anche a Gesù, come ci riporta il vangelo. Quando era sulla croce, impotente, sconfitto e vinto dal male, invece di provarne pietà, la gente lo deride e gli annuncia il vangelo amaro del mondo: “Se sei veramente il figlio di Dio, scendi dalla croce e salva te stesso!” è l’ultima arrogante sfida: dimostraci se sei capaci di essere un vincente, capace di fuggire dal male, e noi ti ammireremo e ti daremo atto che sei veramente uno da approvare. Da secoli questo vangelo continua a essere proclamato e annunciato, anche a noi.

Fuggire dal male: ecco la cosa più importante.

Gesù però non fugge dal male, anzi con la croce si fa carico di un male che non era nemmeno meritato, lui innocente di ogni reato e condannato ingiustamente per invidia. Paga lui di persona per colpe non sue. Ma con questo suo modo di fare vince la forza del male e risorge, il terzo giorno, sconfiggendo tutti i poteri di questo mondo che avevano voluto imporgli quella sonora sconfitta: i romani, i farisei e il sinedrio, la gente comune che lo deride.

Anche a noi viene annunciato questo vangelo: pensa  a te e preoccupati di te, non farti toccare dal male altrui, sfuggi anche solo di guardarlo, ecc…

La nostra esperienza però ci dice che questo vangelo del mondo non è poi così vero. Ci siamo fidati, abbiamo visto un fratello o una sorella, ci siamo lasciati convincere a non dare ascolto al vangelo del mondo e non siamo fuggiti davanti al dolore altrui. Questo è il primo importantissimo passo che abbiamo compiuto: invece di girarci dall’altra parte, di ignorare, di dire che non sta a noi occuparcene, che non ci riguarda e anzi ci da anche fastidio, abbiamo voluto incontrare il male e guardarlo in faccia.

La prima nostra scoperta è che il male non ci fa più paura perché ha assunto dei tratti umani: è il volto della donna con la famiglia lontana, la classica badante, che cerca di costruire un futuro migliore per i suoi figli, è il volto dell’immigrato da paesi in guerra o nella miseria, è il volto dell’anziano solo e che non ce la fa più tanto ad andare avanti senza aiuto, è il volto della famiglia con tanti figli, dei disoccupati, di chi si trova sull’orlo del baratro e riesce a fatica e tirare avanti. Insomma il volto del male non ci fa più paura, ma pietà.

Come secondo punto vorrei allora sottolineare: questa è la nostra grande vittoria! Nell’incontro con i poveri abbiamo vinto la paura che fa fuggire e abbiamo imparato la pietà che fa voler bene. Per questo ci piace venire qui e lavorare per gli altri.

Il vangelo del mondo che ci insegna a fuggire viene pesantemente smentito: le espressioni del male non ci fanno più paura, anzi ci spingono a fermarci e a farci vicini.

Come accadde a un uomo che andava tra Gerico e Gerusalemme:


Lc 10,30-35
Gesù riprese: "Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all'albergatore, dicendo: "Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno".

La tradizione dei padri della Chiesa legge questa parabola identificando nel buon samaritano il Signore stesso e in noi i locandieri: è Gesù che ce li porta davanti, ce li affida e ci da anche i soldi, cioè i sentimenti e le capacità di accoglienza che ci permettono di prendercene cura, e ci promette di darcene ancora in futuro, se non ci bastassero.

Ed ecco allora il terzo punto importante: dobbiamo imparare a chiedere a Gesù i “soldi” buoni da spendere per aiutare questi poveri, per usare l’espressione della parabola del buon samaritano. Cioè imparare a pregare.

Amici, pregare sembra qualcosa di inutile: a che serve?  Ancora più per gente come noi che pensa di non esserne capace, che pensa di trovarsi in imbarazzo o in difficoltà, che fa' fatica a fermarsi mezz'ora. La preghiera però è quel gesto di Gesù di darci i soldi per prenderci cura dei poveri. Ci dà i sentimenti buoni, la pietà; ci dona la pazienza di sopportare anche chi magari è un po’ molesto; ci dona la cortesia e la tenerezza del sorriso; la benevolenza di un ascolto che non si stanca; la tenacia e la costanza per non stancarci; la forza di sopportare la fatica; la gioia di sentirsi appagati per il bene che si fa’.

Non rifuggiamo dal chiedere a Dio il denaro da spendere coi poveri, altrimenti dovremo fare affidamento solo sui nostri soldi. Ma, onestamente, chiediamoci: ci bastano?  Il “vangelo del mondo” anche su questo aspetto della vita predica con forza: “fai conto solo su te stesso, sulle tue forze, non chiedere mai, non mostrarti debole e bisognoso dell’aiuto altrui!” Quanto anche noi siamo esposti a questa predicazione e quanto la facciamo nostra!

Noi però sappiamo che non ce la possiamo fare da soli! E nemmeno Gesù lo pretende da noi. Infatti a quei locandieri non dice: “io ho fatto la mia parte, ora datevi da fare voi e prendetevene cura!” ma piuttosto è lui stesso a dare loro i mezzi per farlo e promette che non gliene farà mancare mai in futuro quando ne avranno bisogno. È quello che sperimentiamo nel nostro servizio ai poveri: quante volte abbiamo sentito che è il Signore a darci la forza di continuare, di non stancarci e mollare tutto.

Insomma amore per i poveri e preghiera sono come le due facce della stessa medaglia: l’una non esiste senza l’altra.

Continuiamo allora con tenacia a farci permeare dal vangelo di Gesù per vincere il vangelo del mondo. È la buona battaglia di cui parla l’apostolo Paolo che ci dà la vera felicità e la corona di vittoria sul male.

2Tm 4,7-8

Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione.

lunedì 15 ottobre 2012

XXVIII domenica del tempo ordinaria


 

Dal libro della Sapienza 7, 7-11

Pregai e mi fu elargita la prudenza, implorai e venne in me lo spirito di sapienza. La preferii a scettri e a troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto, non la paragonai neppure a una gemma inestimabile, perché tutto l’oro al suo confronto è come un po’ di sabbia e come fango sarà valutato di fronte a lei l’argento. L’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce, perché lo splendore che viene da lei non tramonta. Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile.

 

Salmo 89 - Saziaci, Signore, con il tuo amore

Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi!

Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Rendici la gioia per i giorni in cui ci hai afflitti,
per gli anni in cui abbiamo visto il male.

Si manifesti ai tuoi servi la tua opera
e il tuo splendore ai loro figli.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio: +
rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rendi salda.


Dalla lettera agli Ebrei 4, 12-13

La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Alleluia, alleluia alleluia.


Dal vangelo secondo Marco 10, 17-30

In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio». Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».

Commento

Cari fratelli e care sorelle, i brani della Scrittura che oggi abbiamo ascoltato convergono tutti verso una domanda: qual è il senso della vita, per che cosa vale la pena vivere?

E’ quello che dice il libro della Sapienza quando afferma: “implorai e venne in me lo spirito di sapienza,... La preferii a scettri e a troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto, ... Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile. L’autore afferma cioè che ha trovato ciò che dà senso alla sua vita, la cosa più importante che fa impallidire al confronto tutto quello che invece è comunemente ritenuto desiderabile e importante.

Anche il Salmo chiede la stessa cosa: “Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio… Si manifesti ai tuoi servi la tua opera”, e infine nel Vangelo di Marco un uomo chiede a Gesù: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?

In modi e con parole diverse, queste domande chiedono tutte la stessa cosa: “Quale è il senso della vita? Per che cosa vale la pena spendere le nostre forze e le nostre giornate?” E’ la domanda che sta nel fondo del cuore di tutti gli uomini, non è solo un interrogativo per i filosofi, quelli che si intristiscono in elucubrazioni astratte. Possiamo dire che ogni azione della nostra vita, ogni aspetto del nostro vivere è il frutto del tentativo di trovare una risposta a questa domanda. Magari noi ce la poniamo in modo più sbrigativo e concreto, come ad esempio quando ci chiediamo: “che cosa me lo fa’ fare?” oppure “cosa mi conviene?” ecc…

Di certo, la risposta a questa domanda non può essere lasciata al caso, perché è troppo importante. Da essa dipende infatti non solo il nostro presente, ma tutto il futuro, anche quello dopo la morte fisica. Infatti il giovane ricco si interroga proprio su come la vita può essere resa non effimera e legata all’esperienza del momento che fugge, ed infatti chiede “la vita eterna”. Gesù capisce il senso di questa domanda ed infatti rispondendo alla sua domanda di “vita eterna” non gli risponde parlandogli dell’aldilà, ma di quello che deve fare subito, ed ai discepoli turbati per le difficoltà del momento attuale non promette solo un premio dopo la morte, una sorta di ricompensa a posteriori, ma il centuplo fin da subito, e la vita eterna nel tempo che verrà. La “vita eterna” comincia infatti da subito, è la vita vera, la sapienza, la pienezza, la vita vera, di cui così spesso parla la Scrittura. La vita vera infatti è la dimensione nella quale Dio pensa tutta intera la vita dell’uomo, e per questo essa non significa solo star bene oggi, non è limitata nell’orizzonte della nostra esperienza terrena, delle soddisfazioni o insoddisfazioni passeggere, ma supera ogni confine di spazio e di tempo, ci apre all’universalità e all’eternità. Potremmo dire, semplificando un po’, che il paradiso o l’inferno lo si comincia a vivere da subito e la morte fisica comporta solo di renderlo definitivo.

Ecco perché è importante porci questa domanda, e la Scrittura ce lo suggerisce ogni momento: valuta, decidi, scegli, è troppo importante la vita per viverla così come capita o semplicemente seguendo l’esempio di come fanno tutti. E’ quello che dice il Salmo di oggi: “Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo la saggezza”. Cioè è sapiente chi non lascia passare nessun giorno senza porsi la domanda di qual è il modo migliore di viverlo, poiché sa che ogni giornata ha il suo valore e la sua importanza. Quante volte ci capita invece di lasciarsi scorrere la vita come capita, senza che nemmeno ci rendiamo conto del modo con cui l’abbiamo spesa, seguendo solo le abitudini scontate e ripetitive?

Cerchiamo allora oggi di lasciarci interrogare dalla Scrittura e di cogliere le indicazioni preziose che ci dona su questo tema così decisivo.

La prima l’abbiamo già sottolineata: l’importanza di acquisire una coscienza più profonda su per che cosa vale la pena di vivere. E’ la vera sapienza, più preziosa della ricchezza e della bellezza, di cui ci parla la prima lettura.

Il salmo aggiunge il fatto che il significato della nostra vita non dobbiamo inventarcelo noi, come una trovata originale, da artista. Piuttosto esso si trova nel compiere il volere di Dio, cioè quel disegno buono e quelle opere preparate da lui perché ciascuno di noi le compia e diano pienezza ad un’esistenza veramente umana.

Infine il vangelo ci presenta il caso di un uomo giovane e ricco che si pone la domanda di cui parlavamo, e da essa parte per entrare in colloquio con Gesù. Sì, perché senza vivere una domanda interiore profonda non si esce da se stessi e si parla solo con sé rispondendosi con la scontatezza della sapienza a buon mercato di questo mondo. A partire dalla ricerca sul senso dalla vita nasce il colloquio con Gesù che è la preghiera, e il Signore si lascia volentieri interrogare da chi coltiva la ricerca di senso. Le Scritture infatti, come ad esempio il brano del Vangelo di oggi, sono piene di esempi simili. La risposta di Gesù è piena di amore: “Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse” e sostanzialmente si riassume in due comandamenti: usare le proprie risorse non solo per se stessi, ma anche per gli altri, e seguire Gesù. Cioè, dice il Signore, il senso della vita, ciò per cui vale la pena spenderla, va cercato al di fuori di se stesso. Il nostro bene è uscire dalla gabbia dell’io per cercare l’altro, che sono il prossimo e Dio. Per fare nostro questa preziosa indicazione del Signore domandiamoci allora quanto del nostro tempo è speso per gli altri, quante energie, quante speranze, rispetto allo spazio che occupiamo con la cura di noi stessi. E, in modo particolare, Gesù indica fra “gli altri” proprio i più piccoli e poveri, come quelli che devono avere maggiore spazio nella nostra vita: “va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo”.

Quell’uomo pensò che era troppo difficile per lui e se ne andò infelice, così come anche i discepoli erano intristiti dalle difficoltà della vita presente.

E’ quello che capita spesso anche a noi: La Parola di Dio ci sembra troppo esigente e preferiamo restare prigionieri della nostra insoddisfazione piuttosto che obbedire ai suoi suggerimenti e trovare la vera felicità che viene da una vita piena di significato e ben spesa. Lasciamoci condurre amorevolmente dal Signore a compiere le opere che egli desidera, scopriremo che la nostra vita si riempie di senso, si moltiplica la felicità e si centuplica il bene che viviamo. Non vivremo più schiacciati sul presente, sui suoi affanni e difficoltà, ma con una prospettiva lunga e ampia, come quella di una vita resa eterna dall’amore per gli altri. A questa beatitudine siamo invitati perché fin da subito possiamo godere della vita vera che non passa, ma è eterna, in compagnia di Dio e del prossimo.

 

Preghiere

 

O Padre di eterna bontà, ascolta l’invocazione dei tuoi figli che cercano con fiducia la vita vera. Dona a ciascuno di noi la possibilità di vivere fin da ora la gioia moltiplicata dal tuo amore e, nel tempo che verrà, la vita eterna.

Noi ti preghiamo

 

Signore Gesù fa’ che cerchiamo il senso della nostra esistenza nel vivere per gli altri. Come tu stesso hai fatto con noi e con l’umanità intera, fa’ che le nostre risorse e talenti siano offerti per il bene di tutti.

Noi ti preghiamo

 

O Gesù amico di tutti, vieni in nostro aiuto quando siamo tristi e sfiduciati, torna a parlarci, perché rafforzati dal tuo esempio sappiamo che per essere felici bisogna aprirsi agli altri e confidare in Dio.

Noi ti preghiamo

 

Signore misericordioso perdonaci per quando chiudiamo il cuore e le mani al fratello. Fa’ che non viviamo tristi e preoccupati solo di noi stessi, ma sappiamo donare agli altri per ricevere il centuplo fin da ora e la vita eterna in futuro.

Noi ti preghiamo

 

Padre del cielo accogli le invocazioni di aiuto di tutti coloro che sono nel bisogno. Aiuta i malati, i sofferenti e i poveri, perché ricevano consolazione e sostegno.

Noi ti preghiamo

 

Ti preghiamo o Dio buono per tutti quelli che sono in ricerca: per gli incerti, i dubbiosi, per chi non trova la strada da percorrere per la propria vita. Fa che nel loro cammino incontrino te e accogliendo l’invito del Vangelo ti seguano e ottengano la vita vera.

Noi ti preghiamo.

 

Dio misericordioso sostieni tutti coloro che si affaticano per il vangelo, gli annunciatori della buona novella, chi invoca lo Spirito santo e vive la pace. Sostieni gli sforzi degli uomini di buona volontà che cercano il bene, ovunque nel mondo.

Noi ti preghiamo

 

O Padre del cielo ti preghiamo per questa nostra città, perché sia accogliente con chi ha bisogno, attenta a chi soffre, umana con tutti. Rendi ciascuno di noi fin da ora cittadini del regno di pace e giustizia che tu prepari per gli uomini.

Noi ti preghiamo

 

 

 

 

 

giovedì 11 ottobre 2012

Incontri sul Concilio Ecumenico Vaticano II



Ottobrata Ternana - festa di beneficenza


 
 

martedì 9 ottobre 2012

Preghiera del 10 ottobre 2012


Genesi 18,1-15

 il Signore apparve ad Abramo alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: “Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi; dopo potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo”. Quelli dissero: “Fa’ pure come hai detto”.

Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: “Presto, tre misure di fior di farina, impastala e fanne focacce”. All’armento corse lui stesso, Abramo; prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese panna e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse loro. Così, mentre egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono. Poi gli dissero: “Dov’è Sara, tua moglie?”. Rispose: “È là nella tenda”. Riprese: “Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio”. Intanto Sara stava ad ascoltare all’ingresso della tenda, dietro di lui. Abramo e Sara erano vecchi, avanti negli anni; era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne. Allora Sara rise dentro di sé e disse: “Avvizzita come sono, dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!”. Ma il Signore disse ad Abramo: “Perché Sara ha riso dicendo: “Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia”? C’è forse qualche cosa d’impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te tra un anno e Sara avrà un figlio”. Allora Sara negò: “Non ho riso!”, perché aveva paura; ma egli disse: “Sì, hai proprio riso”.

 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, abbiamo ascoltato un brano dal libro della Genesi su cui ci siamo soffermati altre volte. In esso si narra quella “liturgia dell’accoglienza” di Abramo, uomo amico di Dio e per questo amico degli uomini, di tutti gli uomini, anche dello sconosciuto, anche dello straniero.

Proprio questa caratteristica di Abramo gli permette non solo di incontrare Dio che si avvicina a lui sotto forma dei tre forestieri, ma anche di ospitarlo e di servirlo con quella premura e sollecitudine tutta orientale che il brano descrive sommariamente.

Sì, il Signore del cielo, Dio onnipotente, Re dell’universo e Signore di tutte le cose attraversa i deserti del mondo per incontrare l’uomo. È una cosa straordinaria, per la mentalità dell’Antico Israele, a cui Dio non si era mai presentato così, faccia a faccia, tranne che a Mosè. Per noi, uomini del Nuovo Testamento una simile esperienza è divenuta più abituale, con la nascita del “Dio con noi”, Gesù, Signore e nostro compagno di strada. Forse però è per noi necessario recuperare tutto il senso di straordinarietà che si respira in questo brano della Genesi per il fatto che Dio visita l’uomo. Sì, Abramo lo accoglie perché è amico dell’uomo e ha assunto in sé quella caratteristica che i Padri della Chiesa attribuirono a Dio stesso, chiamandolo il “Filantropo”, cioè l’amico degli uomini.

Anche nella nostra realtà odierna Dio si fa cercatore dell’uomo e ci visita. Ma qual è il nostro atteggiamento? Se ci facciamo imitatori di Abramo, impareremo da lui ad essere amici di tutti gli uomini e riconosceremo Dio nel volto di chi ci si fa vicino, anche quando esso ci sembra estraneo o, addirittura, ostile.

Lo stesso brano del libro della Genesi però ci mostra l’esempio di chi non condivide lo stesso atteggiamento di Abramo. È il caso di Sara, sua moglie, che assiste in disparte alla scena dell’incontro con i tre forestieri. Abramo la rende partecipe della necessità dell’accoglienza chiedendole di preparare focacce per gli ospiti inattesi ed ella, evidentemente, non vi si sottrae. Però non è sufficiente fare qualcosa. Il suo cuore resta infatti freddo e ostile. Dio infatti, riconoscente per l’ospitalità ricevuta, vuole benedire Abramo e Sara col dono più grande che ci sia, e cioè la fecondità e la riapertura di un futuro che appariva bloccato dalla sterilità. Sara però ride di questo dono. Il suo riso, amaro e scettico, è frutto del suo amore per la sua stessa sterilità che nasce dalla rassegnazione al suo stato, divenuto nella sua mente non solo normale e ormai immutabile, ma addirittura desiderato come una parte irrinunciabile di sé.

Fratelli quanto assomiglia il riso di Sara alla serenità rassegnata, al sottile piacere con cui anche noi accettiamo troppo spesso la sterilità di una vita bloccata, che non sa più nemmeno desiderare un futuro diverso per sé e per gli altri! Sì, come Sara, nessuno ci può accusare di non fare qualcosa di utile e di buono, ma con quale cuore lo facciamo? Troppo spesso ospitiamo nel nostro cuore lo stesso suo buon senso: “che si può pretendere ormai da me? Che cambi atteggiamento, che mi apra alla novità di un futuro diverso, che ricominci da capo?” troppi motivi ce lo impediscono: l’età, le abitudini, il consolidamento di una vita ormai strutturata e ormai irrimediabilmente già vissuta.

Fratelli e sorelle, soffermiamoci a contemplare la scena di Abramo, Dio e Sara: sono così vicini, nella stessa tenda, ma come è lontano e freddo il cuore della donna, così resistente dall’accogliere con gioia la benedizione di Dio e così attaccata e compiaciuta del suo essere ormai anziana e sterile. Sara coltiva il sottile piacere di vivere una vita inutile, finita, senza più sorprese, e per questo non trova più né motivi di gioire (per la novità della fecondità donata) né di soffrire (per la sterilità sofferta). Rimane solo il lamento, così comune nel nostro parlare, ma anche così desiderato, come un ultimo piacere che nessuno può toglierci e che volentieri ci concediamo l’un l’altro.

Fratelli e sorelle, rinunciamo con gioia al riso amaro di Sara per assumere invece la gioia del cuore di Abramo. Anch’egli è vecchio, ma i suoi gesti e le sue parole esprimono la giovanilità dell’amore. È questo infatti, e non gli artifici del corpo e degli atteggiamenti superficiali, a renderci giovani e capaci di ridare vita ad altri, di riaprire il futuro a chi lo vede bloccato e sigillato dal dolore e dalla tristezza. Diverremo di nuovo capaci di ridere di gioia e non di tristezza, e non nasconderci da Dio per la paura, come fa Sara sorpresa nel suo atteggiamento amaro e scettico, ma ad incontrarlo mentre ci visita. Stupiamoci delle opportunità che ci sono ancora date, numerose e belle, di vivere la “liturgia dell’accoglienza” di Abramo, accogliamo Dio nel fratello estraneo e diverso da noi, e vivremo con gioia in ogni stagione della nostra vita, perché vecchiaia e gioventù sono le condizioni del cuore che si chiude o che si apre all’amore di Dio e impara da lui a viverlo.

 

domenica 7 ottobre 2012

XXVII domenica del tempo ordinario - 7 ottobre 2012

San Francesco annuncia il perdono di Assisi
 

Dal libro della Genesi 2, 18-24

Il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda». Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno de­gli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta». Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne.

 

Salmo 127 - Ci benedica il Signore tutti i giorni della nostra vita.
Beato chi teme il Signore
e cammina nelle sue vie.
Della fatica delle tue mani ti nutrirai,
sarai felice e avrai ogni bene.

La tua sposa come vite feconda
nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo
intorno alla tua mensa.

Ecco com’è benedetto
l’uomo che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion.

Possa tu vedere il bene di Gerusalemme
tutti i giorni della tua vita!
Possa tu vedere i figli dei tuoi figli!
Pace su Israele! 


Dalla lettera agli Ebrei 2, 9-11

Fratelli, quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti. Conveniva infatti che Dio - per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria - rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza. Infatti, colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Se ci amiamo gli uni gli altri,
Dio rimane in noi e l’amore è perfetto
Alleluia, alleluia alleluia.

 

Dal vangelo secondo Marco 10, 2-16

In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione (Dio) li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio». Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.  

 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, la liturgia di oggi ci fa incontrare Gesù mentre un gruppo di farisei gli fanno domande su come devono essere gestiti i rapporti umani, partendo dal caso del matrimonio e della possibilità che dava la legge di Mosè di ripudiare la moglie. Dietro quella domanda, maliziosa perché fatta per mettere in difficoltà, e non per un interesse sincero, si legge un’idea dei rapporti umani e coniugali che si ritiene scontata e che anche oggi sembra così comune da non dover essere nemmeno messa in discussione. È l’idea che un rapporto se non risponde più ai nostri desideri e bisogno di soddisfazioni non ha più senso di esistere. E questo, come dicevo, vale per tutti i tipi di rapporti umani: quelli coniugali, quelli fra amici e colleghi di lavoro, quelli familiari, di vicinato, ecc… Il rapporto, si pensa, è funzionale a me, quindi, se non mi serve più che me ne faccio? Diventa un peso inutile, anzi anche oppressivo perché non mi lascia libertà di passare ad altri rapporti magari più soddisfacenti. Ed ecco allora che l’interesse di quei farisei si concentra su quali norme possono liberarmi da questi impacci e fornirmi una via di uscita, come il ripudio della moglie.

La risposta di Gesù a questa domanda, antica ma anche così attuale, si compone di due parti. Prima infatti afferma come il rapporto coniugale, come ogni altro rapporto umano, nasce sulla constatazione originaria di Dio che “non è buono che l’uomo sia da solo”. È questo il caposaldo antropologico, cioè l’idea fondamentale di uomo, su cui si fonda la concezione cristiana dei rapporti umani. Essi cioè si basano sulla natura stessa dell’uomo che se è da solo non è pienamente se stesso, rimane come mutilato, privo di qualcosa. L’uomo, dice Dio, è veramente uomo solo nell’essere con altri, nell’avere accanto altri uomini e donne che lo completano. Per questo, come fa Gesù, possiamo leggere nella natura che Dio ha creato qualcosa di pensato proprio per favorire il rapporto fra uomo e donna dando luogo ad una unione intima nel matrimonio, un aiuto perché non prevalga la tentazione malvagia di allontanare gli altri da sé.

E, accanto a questa spiegazione, per far meglio comprendere il bisogno che abbiamo di stringere legami con gli altri uomini e donne Gesù compie un gesto significativo che in un certo senso esemplifica quello che ha detto poco prima. Alcuni bambini infatti gli si avvicinano. In quel gesto semplice e spontaneo possiamo leggere l’innato desiderio dell’essere umano di essere con altri. La curiosità un po’ sfacciata, a volte inopportuna dei bambini piccoli è un bell’esempio di come fin dall’inizio della vita l’uomo tende ad andare incontro all’altro, ne è attratto. Ma intervengono i discepoli e vogliono allontanare quei piccoli. Argomenti di opportunità, fastidio, antipatia, intervengono a voler impedire quel gesto di ingenuo interesse per Gesù. Il Signore rimprovera i discepoli, proprio perché con quel loro modo di fare confermano quella mentalità mondana a cui facevo cenno, cioè che il rapporto con altri ha senso e valore solo se esso mi serve o mi conviene. I bambini certamente non ci danno nulla e possono essere facilmente considerati un inutile fastidio. Gesù insiste: non allontanate nessuno, tantomeno i bambini, perché in quel loro spontaneo “andare incontro” agli altri c’è il segreto della natura umana a cui tutti dobbiamo ritornare.

Davanti a queste parole e gesti di Gesù potremmo dire che sì, esse sono belle, ma la realtà è più difficile e complicata. Certo, questo è innegabile. Nella realtà c’è la forza del male, nelle sue espressioni diverse, che opera con forza per dividere gli uomini e, se possibile, mettere gli uni contro gli altri. È forza divisiva, che contrasta l’unione e la concordia. Tutti ne abbiamo fatto esperienza, a volte anche dolorosamente. Come rispondere a questa forza?

Gesù ne parla, affermando che esiste una forza più forte della divisione perché è forza di unione, il perdono. Sì, quello che comunemente si considera un gesto di debolezza, è il realtà una grande forza, e proprio per questo il mondo ne ha paura e la evita. Il perdono infatti crea un legame proprio dove il male operato e subito sembra aver creato una ferita inguaribile. Il perdono non significa dimenticare e fare finta di niente, questo è falso perdono, ma significa assumersi la responsabilità di combattere il male quando questo si fa presente nella vita di un altro e siamo noi a subirne le conseguenze. È questa la grandezza del perdono, perché ci rende capaci di farci carico di un compito che, apparentemente, non ci spetta, ma che può avere la forza dirompente di liberazione per l’altro ma anche per noi. Subire un torto infatti, spesso significa coltivare desiderio di rivalsa, antipatia, odio, quando, addirittura, non giustificare il fatto che anche noi ci comportiamo allo stesso modo ingiusto. Perdonare significa combattere con le armi del bene perché sia sradicata la radice della pianta del male dal cuore del fratello. Dimenticare e lasciar correre invece lascia la pianta continuare a fruttificare e, magari, far cadere il seme la stessa cattiva erba anche nel nostro cuore.

Ecco allora la grande forza che Dio ci affida perché la divisione dagli altri, amici parenti o coniugi che siano, non venga accettata con fatalismo come un destino ineluttabile o come normale espressione dell’animo umano. È una sfida che dobbiamo far nostra.

A questo proposito oggi vogliamo ricordare una persona cara alla nostra terra e chiesa: S. Francesco di Assisi, del quale il 4 ottobre si celebra la festa. Egli iniziò la sua esperienza di fede proprio partendo dalla coscienza del proprio peccato e dalla necessità di ricevere e offrire il perdono. Il suo movimento infatti entrò a far parte del più vasto fenomeno dei “penitenti”, cioè di quei cristiani che facevano del riconoscimento del proprio peccato e della richiesta di perdono a Dio la chiave del proprio vivere cristiano.

Riporta le Leggenda dei tre compagni: “Molte persone, vedendo i frati sereni nelle tribolazioni, alacri e devoti nella preghiera, non avere né ricevere denaro, coltivare tra loro amore fraterno, da cui si riconosceva che erano veramente discepoli del Signore, impressionate e dispiaciute, venivano da loro, e domandavano scusa delle offese fatte. Essi perdonavano di cuore, dicendo: " Il Signore vi perdoni! ", e davano consigli utili alla loro salvezza.” (1445)

I primi compagni di Francesco si presentano cioè come uomini felici di vivere il vangelo e, proprio per questo, suscitavano in chi li incontrava una domanda di perdono.

Fratelli e sorelle, Francesco, uomo umile e pronto a riconoscersi bisognoso del perdono, ci insegna che chi non sa perdonare non conosce nemmeno il pentimento per il proprio peccato. Chi si sente già buono perché passa sopra e dimentica i torti subiti vorrebbe che Dio e i fratelli facessero finta di niente del proprio peccato e lo lasciassero così come è.

Dio però non ci lascia così come siamo, ma vuole la salvezza di ciascuno. Perciò ci invita a riconoscere il nostro peccato, a chiederne umilmente perdono e a prendersi la responsabilità del male che si manifesta negli altri. È quello che ha fatto Gesù, accettando che il male non meritato e non suo si caricasse sulle sue povere spalle col peso schiacciante della croce. E non a caso proprio sotto la croce, cioè davanti all’esempio più alto che ci sia mai stato di perdono, nasce la famiglia di Dio: “donna questo è tuo figlio, figlio questa è tua madre”. È il compimento perfetto di quello che Dio disse all’inizio: “non è buono che l’uomo sia da solo”. No, nemmeno di fronte alla morte e al male assoluto che è la croce l’amore che ci unisce e ci raccoglie in un’unica famiglia è vinto e nulla può il male sui legami che si fondano sull’amore di Dio. È quello che visse Francesco uomo di perdono e di fraternità, che con l’ingenuità del bambino piccolo andò incontro a uomini e donne scorgendo nel loro volto sfigurato dal male l’immagine di Gesù da amare e servire.

 

Preghiere

 

O Signore Gesù, aiutaci a legare la nostra vita ai fratelli e alle sorelle con il vincolo di amore invincibile della tua carità. Fa’ che nulla possa renderci divisi e lontani dagli altri,

Noi ti preghiamo

 

Sostieni e rafforza o Dio del cielo l’amore che lega le famiglie, uniscile nel tuo nome da una generosità reciproca e dall’affetto che vince ogni male,

Noi ti preghiamo

 

O Signore Gesù che dalla croce hai perdonato chi ti stava uccidendo, raccogli anche noi ai tuoi piedi perché diveniamo la famiglia indissolubile dei tuoi figli,

Noi ti preghiamo

 

Solleva o Padre buono ogni uomo dal peso del suo peccato, perché ciascuno sia liberato dal male che lo divide da tutti e sia riaccolto con affetto nella famiglia dei tuoi figli,

Noi ti preghiamo

 

Guarda con amore o Dio tutti coloro che in questo tempo di crisi son colpiti dalla mancanza di lavoro, dall’incertezza del futuro e dalla precarietà dei mezzi di sussistenza. Apri alla speranza i cuori sfiduciati e fa’ che ciascuno abbia opportunità per un futuro migliore,

Noi ti preghiamo

 

Libera dal male o Signore tutti quelli che sono schiacciati dalla miseria e dal dolore. Dona guarigione, pace e salvezza al mondo intero,

Noi ti preghiamo.

 

O Signore benedici il lavoro di chi vive e testimonia la forza del tuo amore. Fa’ che grazie anche al nostro impegno vinca sempre nel mondo il bene sul male.

Noi ti preghiamo

 

Proteggi o Padre buono chi si affatica per l’annuncio del Vangelo, chi serve i poveri, chi opera per la pace e la giustizia. Dona ad essi il coraggio dell’amore e la forza del perdono,

Noi ti preghiamo

 

mercoledì 3 ottobre 2012

Preghiera del 4 ottobre 2012 - Festa di S. Francesco


Preghiera del 4 ottobre 2012 - Mt 18,15-22

In quel tempo Gesù disse ai discepoli: “Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”. Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.”

Commento

Oggi festeggiamo San Francesco, un santo a cui siamo legati dalla memoria del suo passaggio in questa chiesa di S. Croce e per la testimonianza cristiana che seppe dare con la sua umiltà. Egli iniziò la sua esperienza di fede proprio partendo dalla coscienza del peccato di cui era carico. Il suo movimento infatti entrò a far parte del più vasto fenomeno dei “penitenti”, cioè di quei cristiani che facevano del riconoscimento del proprio peccato e della richiesta di perdono a Dio la chiave del proprio vivere cristiano.

Riporta le Leggenda dei tre compagni:

“Molte persone, vedendo i frati sereni nelle tribolazioni, alacri e devoti nella preghiera, non avere né ricevere denaro, coltivare tra loro amore fraterno, da cui si riconosceva che erano veramente discepoli del Signore, impressionate e dispiaciute, venivano da loro, e domandavano scusa delle offese fatte. Essi perdonavano di cuore, dicendo: " Il Signore vi perdoni! ", e davano consigli utili alla loro salvezza.” (1445)

I primi compagni di Francesco si presentano cioè come uomini felici di vivere il vangelo e, proprio per questo, suscitavano in chi li incontrava una domanda di perdono. Ma cosa significa vivere il perdono?

Il brano del vangelo di Matteo che abbiamo ascoltato ci aiuta a comprenderlo. I discepoli infatti avevano esordito chiedendo a Gesù “Chi è il più grande nel regno dei cieli ?” La loro domanda rivela una certa immagine del regno dei cieli che potrebbe apparire piuttosto simile al “regno di quaggiù”, con le sue gerarchie e i suoi primati. Gesù non nega questa immagine, ma ne afferma la logica invertita: è grande chi è piccolo, come il bambino, o si fa’ piccolo, come chi è umile e servitore, proprio quelli che nel mondo occupano il fondo della scala sociale. E, non a caso, per esemplificare questa gerarchia invertita parla del perdono. Infatti esso ha una forza sconvolgente di tutti gli schemi mondani e le loro gerarchie di valore. Il perdono mette in discussione il concetto di torto e di ragione, di diritto e di dovere, di giusto e di sbagliato e ne offre una visione a volte capovolta rispetto al normale modo di pensare.

Per questo il mondo ha paura dell’esercizio del perdono, e lo combatte con forza. La nostra civiltà infatti si fonda sul diritto che se da un lato è garanzia davanti al sopruso e all’ingiustizia, dall’altro rivela tutti i limiti dell’accontentarsi della giustizia, rinunciando all’esercizio di un amore che travalica ogni limite, anche quello della giustizia.

Il perdono infatti non è giustizia, ma è rinuncia al diritto e assunzione della colpa su di sé. Dice Gesù infatti che anche chi subisce un torto e meriterebbe quindi una riparazione o quantomeno soddisfazione e scuse, deve invece farsi carico del male subito e assumersi la responsabilità di chi lo compie. In qualche modo anche il male, e non solo il bene, come è più normale riconoscere, crea un legame forte fra chi lo subisce e chi lo provoca, legame dal quale siamo resi responsabili. Gesù infatti affida a chi subisce il torto la responsabilità della liberazione del colpevole dal male di cui si è fatto complice.

È quanto faceva Francesco e i suoi, come ci narra lsempre a Leggenda dei tre compagni:
 
Francesco, pieno della grazia dello Spirito Santo, ai sei frati …. disse: " Fratelli carissimi, consideriamo la nostra vocazione. Dio, nella sua misericordia, ci ha chiamati non solo per la nostra salvezza, ma anche per quella di molti altri. Andiamo dunque per il mondo, esortando tutti, con l'esempio più che con le parole, a fare penitenza dei loro peccati e a ricordare i comandamenti di Dio" (1440).

Tutto ciò è inconcepibile per il mondo: oltre al danno, anche la beffa di doversene far carico, si direbbe parafrasando un proverbio popolare. Gesù afferma il principio dell’insofferenza radicale per il male, ovunque esso si trovi: in sé, attraverso il pentimento e la richiesta di perdono, ma anche nell’altro, attraverso la pratica della ricerca della vittoria sul male. Non basta infatti dimenticare, dice Gesù, passarci sopra, bisogna estirpare la radice di male che attecchisce nel fratello e impedire che produca altri frutti malvagi.

Questo avviene, continua Gesù, attraverso una vera e propria “liturgia del perdono”, insistente, paziente, tenace, convincente, personale. È la responsabilità del perdono di cui dobbiamo farci carico. A volte noi rifiutiamo di accettare questo fardello, come un ingiusto addebito; anzi ci sentiamo già buoni se non desideriamo vendetta e rivalsa del male subito. Ma il Signore sa che lasciato libero di radicarsi nel cuore del fratello il male continuerà a fruttificare e ad allargare il suo veleno nelle vite di molti.

Ecco che allora l’insistenza paziente e disarmata del fratello è la medicina che guarisce dal male e fa la differenza dal giudizio, anche quello giusto, che schiaccia l’uomo sotto il peso della sua colpa e lascia le cose come stanno. Per questo il perdono vero è un’arma potente contro il male, ed è temuto dal maligno. Ha la forza di trasformare le persone e le situazioni.

Gesù conclude parlando della forza della preghiera. Sì, perché sa perdonare solo l’uomo che prega, cioè chi ha coscienza innanzitutto del proprio bisogno di perdono e aiuto da parte di Dio e non si vergogna di chiederglielo. Dio dona il perdono come una forza che si comunica e si esercita nella fraternità.

Chi non sa perdonare non conosce nemmeno il pentimento. Chi si sente già buono perché passa sopra e dimentica i torti subiti vorrebbe che Dio e i fratelli facessero finta di niente del proprio peccato e lo lasciassero così come è.

Dio però non ci lascia così come siamo, ma vuole la salvezza di ciascuno. Perciò ci invita a riconoscere il nostro peccato, a chiederne umilmente perdono e a prendersi la responsabilità del male che si manifesta negli altri. È quello che ha fatto Gesù, accettando che il male non meritato e non suo si caricasse sulle sue povere spalle col peso schiacciante della croce. Così egli l’ha vinto e così ciascuno di noi può rivestirsi della stessa potenza e vincerlo.