sabato 19 ottobre 2013

Incontro con i genitori dei ragazzi del catechismo - domenica 20 ottobre 2013


Incontro con i genitori dei ragazzi del catechismo

Parrocchia di Santa Croce 20 ottobre 2013

 

Ci incontriamo oggi per provare ad interrogarci su un tema di grande importanza e cioè come aiutare i nostri ragazzi a crescere nel modo migliore.

So che questa è una preoccupazione che abbiamo particolarmente a cuore. Infatti ci preoccupiamo della loro salute, della loro istruzione, dell’educazione e, qui a Santa Croce, della loro crescita spirituale. Sono tutti elementi importanti e nessuno di essi va trascurato per il loro bene.

La Scrittura in questo nostro compito così serio ci può essere di grande aiuto. In essa infatti è racchiusa una sapienza profonda che viene direttamente da Dio, il quale ci vuole comunicare proprio attraverso le sue parole il senso ultimo della vita e come raggiungere la felicità che viene da esso.

Proviamo allora oggi insieme a interrogare la Scrittura per cogliere alcuni aspetti di come aiutare i nostri ragazzi a crescere bene.  

Vorrei oggi introdurvi ad una figura un po’ particolare, il profeta Giona. È un profeta un po’ bizzoso e così restio a prendersi la responsabilità del bene comune.

Leggiamo la prima parte della sua storia:

 

Fu rivolta a Giona, figlio di Amittài, questa parola del Signore: "Alzati, va' a Ninive, la grande città, e in essa proclama che la loro malvagità è salita fino a me".

Giona invece si mise in cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore. Scese a Giaffa, dove trovò una nave diretta a Tarsis. Pagato il prezzo del trasporto, s'imbarcò con loro per Tarsis, lontano dal Signore.

Ma il Signore scatenò sul mare un forte vento e vi fu in mare una tempesta così grande che la nave stava per sfasciarsi. I marinai, impauriti, invocarono ciascuno il proprio dio e gettarono in mare quanto avevano sulla nave per alleggerirla. Intanto Giona, sceso nel luogo più in basso della nave, si era coricato e dormiva profondamente. Gli si avvicinò il capo dell'equipaggio e gli disse: "Che cosa fai così addormentato? Alzati, invoca il tuo Dio! Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo".

Quindi dissero fra di loro: "Venite, tiriamo a sorte per sapere chi ci abbia causato questa sciagura". Tirarono a sorte e la sorte cadde su Giona. Gli domandarono: "Spiegaci dunque chi sia la causa di questa sciagura. Qual è il tuo mestiere? Da dove vieni? Qual è il tuo paese? A quale popolo appartieni?". Egli rispose: "Sono Ebreo e venero il Signore, Dio del cielo, che ha fatto il mare e la terra". Quegli uomini furono presi da grande timore e gli domandarono: "Che cosa hai fatto?". Infatti erano venuti a sapere che egli fuggiva lontano dal Signore, perché lo aveva loro raccontato.

Essi gli dissero: "Che cosa dobbiamo fare di te perché si calmi il mare, che è contro di noi?". Infatti il mare infuriava sempre più. Egli disse loro: "Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia".

Quegli uomini cercavano a forza di remi di raggiungere la spiaggia, ma non ci riuscivano, perché il mare andava sempre più infuriandosi contro di loro. Allora implorarono il Signore e dissero: "Signore, fa' che noi non periamo a causa della vita di quest'uomo e non imputarci il sangue innocente, poiché tu, Signore, agisci secondo il tuo volere". Presero Giona e lo gettarono in mare e il mare placò la sua furia. Quegli uomini ebbero un grande timore del Signore, offrirono sacrifici al Signore e gli fecero promesse.

Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti. Dal ventre del pesce Giona pregò il Signore, suo Dio.

 

Il racconta inizia con Dio che si rivolge a Giona e gli indica quanto male c’è nella città di Ninive.

Dio si manifesta a lui non tanto per giudicarlo o per dirgli cosa deve fare e non deve fare. Il suo intervento è aprirgli gli occhi sul male della città. Dio fa questo perché a lui interessa che gli uomini siano felici e non facciano una brutta fine, cioè non siano né operatori di violenza e di male, né vittime. Infatti il male ha questa capacità distruttiva di rovinare la vita sia di chi lo fa che di chi lo subisce, anche se a volte non ci sembra, e abbiamo come l’impressione che si possa accettare il male come una dimensione normale della vita, nostra e degli altri.

Non per Dio, che vede nel male che entra nella vita degli uomini, e la città è il luogo dove gli uomini stanno insieme, il problema più grande e il dramma più urgente.

Per questo ne parla a Giona, come per fare una confidenza all’amico.

Giona però per tutta risposta scappa via da lui.

Non vuole vedere il male, preferisce ignorarlo.

Dio sperava che Giona si sentisse interrogato dal male che imperversava nella città, ma invece il profeta scappa la domanda e cerca rifugio lontano, dove non può sentire Dio che gli mette questo tarlo fastidioso in testa.

Il modo che sceglie Giona per fuggire non è molto originale: si butta a capofitto nel viaggio. Il viaggio nella Scrittura è spesso una immagine della vita. Giona pensa che il viaggio riesca a nasconderlo a Dio e a non fargli più sentire quelle parole sul male della città così fastidiose. Anche noi spesso cerchiamo nell’affanno di una vita piena di cose il modo per ignorare Dio e il male.  Certo, la vita di oggi ci impone tante cose da fare e spesso gli impegni si accavallano con un ritmo incessante: lavoro, faccende domestiche, burocrazia, responsabilità familiari, ecc… a volte sembra che una giornata non abbia sufficienti ore per farci entrare tutto quello che si ha da fare.

Ma se facciamo un piccolo esame di coscienza, è vero che non c’è un angoletto libero? È vero che non c’è un tempo vuoto che noi ci affanniamo di riempire con qualcosa da fare, perché sennò ci sentiamo male?  Io credo che noi usiamo anche tanto tempo in sciocchezze, proprio per riempirci la vita di cose perché non vi sia un vuoto per pensare e per lasciarsi raggiungere dalla voce di Dio.

E nel viaggio incontriamo anche la tempesta. Difficile che si possa sfuggire dalla tempesta, ciascuno di noi lo sa. Davanti ad essa siamo presi dal panico e cominciamo a fare fuori tutto quello che ci sembra possa essere la sua causa, come facevano i marinai. Togliamo quello, chiudiamo quello, smettiamo l’altro, ecc… nella speranza di riuscire a eliminare la causa della tempesta.

Ma siamo sicuri che essa sia fuori di noi?

Giova sceglie invece l’altra via possibile, si estranea e si mette a dormire in un angoletto tranquillo aspettando che passi, ma quella non passa.

Questi dei atteggiamenti descrivono anche noi, come ci muoviamo davanti alle difficoltà e ai problemi della vita.

Giona però viene svegliato dagli altri e ammette che la causa della tempesta sta dentro di lui, in quel suo essersi fatto complice del male della città, chiudendo le orecchie alla parola di Dio che glielo indicava chiedendogli di provare a fare qualcosa.

Finalmente Giona si assume la responsabilità del male, e tutto cambia. La nave trova la salvezza, i marinai sono pieni di felicità. Certo per fare questo Giona deve andare fino infondo e affrontare la fatica di nuotare in mezzo ad acque difficili. Prima se ne stava tranquillo a dormire, ma la tempesta lo stava facendo finire a fondo, ora si deve dare da fare, le cose fi fanno più complicate, ma si intravede una via di uscita.

Soprattutto Dio non lascia solo Giona ad affrontare le onde del mare. Finalmente le ha affrontate senza fuggirle come se non lo riguardassero, e per questo Dio lo aiuta e lo avvolge nella sua protezione, il ventre di quel pesce. Finalmente in questo momento. Giona riscopre la paternità buona di Dio e impara a pregare, cioè gusta la bellezza di starsene un po’ a tu per tu con Dio, senza fuggirlo, senza distrarsi in mille cose da fare, senza fare finta che non ci sia.

La messa della domenica è un po’ questo momento in cui gustiamo la protezione avvolgente di Dio che ci prende in disparte, ci risolleva dalle onde fra le quali ci affatichiamo a navigare durante tutta la settimana, e ci fa riscoprire la bellezza di non fuggire da lui.

Però per gustare tutto questo dobbiamo fuggire dalle due tentazioni che dicevo: quella di pensare che il male sta solo fuori di noi e quella di cercare di sfuggirlo standosene in un angoletto tranquillo, a dormire il sonno del pensare a se stessi.

La liturgia domenicale ci tuffa nel mare del mondo, ma non per farci morire affogati, ma per farci trovare la protezione di Dio dai pericoli. Finché ce ne stiamo in disparte senza sentirci interrogati dal male del mondo, siamo agitati dalle tempeste senza riuscire a capire come uscirne, ma se ascoltiamo Dio senza scappare via la tempesta si placa perché non siamo più soli ad affrontarla.

 Che cosa c’entra tutto questo con i nostri ragazzi?

Noi rischiamo di comunicare loro questo nostro modo di vivere, senza aiutarli a maturare invece un senso di responsabilità verso gli altri, cioè la Ninive della Bibbia. Tante volte, con l’intento di proteggerli dal male, noi gli comunichiamo che per essere felici bisogna trovarsi un angoletto dove mettersi al riparo, come Giona, dormendo al coperto mentre fuori c’è la tempesta, oppure a dare la colpa a gli altri, pensando che il male sta sempre fuori di noi.

Purtroppo però facendo così non li aiutiamo a crescere bene, anzi, si troveranno impreparati ad affrontare la tempesta e navigare solo per scappare non fa arrivare da nessuna parte.

Per questo io vi consiglio, di cuore e spassionatamente, di assomigliare al Giona della fine del brano, che si assume la responsabilità del male che si abbatte su lui e i suoi compagni e ne affronta la fatica personale di farsene carico, scoprendo così anche la bellezza della compagnia di Dio. Così facendo darete l’esempio migliore di come vivere felici, e questo è veramente il regalo più bello e importante che possiamo fare loro.

venerdì 18 ottobre 2013

XXIX domenica del tempo ordinario - 20 ottobre 2013

 
Dal libro dell'Èsodo 17, 8-13
In quei giorni, Amalèk venne a combattere contro Israele a Refidìm. Mosè disse a Giosuè: «Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalèk. Domani io starò ritto sulla cima del colle, con in mano il bastone di Dio». Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalèk, mentre Mosè, Aronne e Cur salirono sulla cima del colle. Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalèk. Poiché Mosè sentiva pesare le mani, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi si sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. Giosuè sconfisse Amalèk e il suo popolo, passandoli poi a fil di spada.
Salmo 120 - Il mio aiuto viene dal Signore.
Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l’aiuto?
Il mio aiuto viene dal Signore:
egli ha fatto cielo e terra.

Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.
Non si addormenterà, non prenderà sonno
il custode d’Israele.

Il Signore è il tuo custode, +
il Signore è la tua ombra
e sta alla tua destra.
Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte.

Il Signore ti custodirà da ogni male:
egli custodirà la tua vita.
Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri,
da ora e per sempre.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo 3, 14-4, 2
Figlio mio, tu rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente. Conosci coloro da cui lo hai appreso e conosci le sacre Scritture fin dall’infanzia: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene mediante la fede in Cristo Gesù. Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona. Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento.
Alleluia, alleluia alleluia.
La parola di Dio è viva ed efficace,
discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.

Alleluia, alleluia alleluia.
Dal vangelo secondo Luca 18, 1-8
In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.  Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».  E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».
 
Commento
Oggi è un giorno speciale, come sempre è eccezionale e straordinaria la domenica, perché ci prende e ci porta lontano dall’abituale scorrere del tempo, fatto di lavoro, di studio (per chi è più giovane) di tante occupazioni che ci riempiono le giornate. La messa ci tira fuori dal groviglio dei mille affanni e ci accompagna su un monte, come fece Mosé in quella giornata di lotta fra il popolo d’Israele e Amalek, come abbiamo ascoltato nella prima lettura.
Sì, questo luogo dove ci troviamo oggi è un luogo alto, come un monte, perché è reso santo dalla presenza del Signore che ci parla. E’ vero è una piccola chiesa, eppure ogni domenica il Signore ci convoca a salire sull’alto colle di questa casa perché ci vuole parlare. Ecco che allora anche da un luogo piccolo, come la chiesa di Santa Croce, quasi nascosta nel centro di Terni, possiamo oggi abbracciare con lo sguardo del nostro cuore tutto il nostro quartiere, ma anche di più, la città e il mondo intero.
Mosé quella mattina dal colle sul quale era salito poteva vedere ai piedi dell’altura la lotta che si svolgeva fra i due eserciti in combattimento. Anche noi qui dall’alto possiamo vedere le tante guerre, piccole e grandi che dividono gli uomini e le donne attorno a noi. E questo è un dono del Signore, perché quando ci stiamo in mezzo neanche ce ne accorgiamo e troppo spesso diventiamo anche noi bellicosi combattenti. Anche noi infatti viviamo le nostre battaglie per far prevalere il nostro modo di vedere, per farci valere, per avere ragione, e così via. E’ così facile vivere infatti una cultura del nemico secondo la quale per sentirsi forti e contare qualcosa bisogna essere contro qualcuno. Per questo la Messa della domenica è un dono prezioso, perché ci fa salire in alto, ci fa smettere di sgomitare, e ci porta nel luogo santo dove possiamo incontrare il Signore che è la vera pace.
Mosè osservava quella battaglia non come chi vede le cose con distacco. E’ preoccupato perché vede gente soffrire, lottare gli uni contro gli altri, odiarsi, farsi del male. Da questa battaglia dipende il futuro del suo popolo. Per questo alza le braccia verso il Signore e invoca la sua protezione.
Anche noi, come Mosè, possiamo alzare le nostre braccia ed invocare la fine delle tante lotte che ci mettono gli uni contro gli altri. La fine della condanna che pesa sugli anziani, lasciati tante volte da soli. La fine della tristezza dei più giovani che non riescono più a credere nell’amicizia, delusi da noi adulti che non sappiamo voler bene con fedeltà. La fine della sofferenza dei tanti che sono colpiti dalla crisi, che non sanno come andare avanti, che hanno perso il lavoro o che non lo trovano. La fine delle lotte sanguinose che provocano la fuga di tanti attraverso il mare, con gli esiti tragici che tutti noi conosciamo. Ogni domenica, dall’alto del monte della messa domenicale, vediamo tutta questa sofferenza attorno a noi e come Mosè abbiamo il potere di alzare le nostre braccia e pregare il Signore che non è sordo alla nostra invocazione e combatte dalla parte di chi rischia di soccombere sotto il peso del male.
Tante volte noi invece preferiamo non fare la fatica di salire su questo monte, e nella confusione della vita quotidiana cerchiamo un angolo riparato e tranquillo in cui nasconderci nell’indifferenza. Un angolo nel quale ci illudiamo di sfuggire al male e di trovare la pace perché non vediamo quello che avviane attorno a noi e così non ce ne sentiamo coinvolti. Ma, fratelli e sorelle, questa è una falsa salvezza dal male, perché esso non viene solo da fuori, ma, anzi, il più delle volte sgorga proprio da dentro di noi. Per questo gli diamo meno peso e lo tolleriamo quasi con tenerezza, perché fa parte di noi. Eppure le sue conseguenze non sono meno sanguinose e terribili della violenza che ci circonda.
Restando avvolti dell’indifferenza e dell’egoismo sanciamo la nostra condanna ad essere per sempre imprigionati alla schiavitù del male. L’unico modo infatti per vincere il male non è ignorarlo, ma combatterlo, in sé e negli altri. Estirpare le radici della rivalità, dell’egoismo, del menefreghismo e della sopraffazione è infatti, paradossalmente, l’unico modo per vivere la pace, che è proprio la vittoria sul male. Lo abbiamo recentemente visto per quanto riguarda la realtà dell’emigrazione: i tragici risultati di morte in mezzo al mare sono il frutto di una mentalità di chiusura e paura che non ci è estranea. Non basta sentirsi a posto perché non si hanno responsabilità dirette in quei fatti, bisogna invece piuttosto assumersi il peso del male e combatterlo, come abbiamo fatto mercoledì scorso pregando in questa chiesa assieme a tanti nostri fratelli eritrei e nigeriani che quel dramma lo hanno vissuto sulla loro pelle. E’ il ruolo che Mosè assume sul monte della preghiera. Partecipa con fatica e sofferenza alla guerra che avviene e, proprio per questo, alzando le braccia e invocando l’aiuto di Dio, riesce a vincerla. Non confida infatti solo nelle sue forze, ma anzi ha bisogno di Aronne e Cur che sorreggano le sue mani. Mosè non è un eroe isolato e invincibile: è debole e bisognoso come noi, ma la sua forza è proprio nel farsi aiutare e nel coinvolgere altri nella sua battaglia contro il male.
Abbiamo bisogno del fratello e della sorella per vincere il male: la pace e la felicità a cui tutti giustamente aspiriamo non viene dall’isolamento nell’indifferenza, ma dall’alleanza con tanti che sorreggano le nostre mani nello sforzo di voler più bene fino a farci intercessori davanti a Dio.
Questa è l’eredità più preziosa che potremo lasciare ai nostri figli. Comunicargli l’umiltà di non credersi autosufficienti e bastanti a se stessi, la tenacia di non arrendersi davanti al male e la fiducia di rivolgersi a Dio per ricevere da lui l’aiuto necessario a vincerlo dentro di sé e attorno a sé.
Questa casa allora ogni domenica dilata le sue mura: non è più un luogo piccolo e insignificante, confuso nel caos della città, ma diventa un monte altro sul quale osservare il mondo, partecipare dei suoi dolori, avvertire con passione il suo bisogno di bene, e dove assieme ci sosteniamo per alzare le mani e chiedere a Dio la forza di fare nostra la battaglia contro il male del mondo.
 Care sorelle e cari fratelli con questo sogno negli occhi invochiamo l’aiuto del Signore e la nostra vita cambierà, il mondo attorno a noi sarà migliore, più umano e caldo di amore.
Preghiere
 
Ti ringraziamo o Dio misericordioso perché ci convochi sul monte santo della liturgia. Fa’ che usciamo dalla confusione della vita ordinaria per imparare a guardare al mondo con gli stessi tuoi occhi misericordiosi e buoni.
Noi ti preghiamo
Guida o Padre buono i nostri passi perché non ci disperdiamo su strade che ci allontanano da te e dai fratelli, ma, come una famiglia, ci incamminiamo assieme verso la domenica, luogo dell’incontro con te.
Noi ti preghiamo
O Signore Gesù, aiutaci a vincere le rivalità e le contrapposizioni che ci dividono dagli altri. Tu che sei mite e umile di cuore mostraci la via dell’amore che conduce alla gioia vera.
Noi ti preghiamo
Fa’ o Signore che tutti quelli che cercano un senso alla loro vita possano incontrarlo nell’amore che tu ci insegni. Guida i passi degli incerti perché incontrino fratelli e sorelle testimoni del vangelo e operatori di bene.    
Noi ti preghiamo
 
Dona o Signore la tua pace ai popoli in guerra, fa’ tacere le armi e aiuta tutti gli uomini a vivere con animo riconciliato, perché nessuno più muoia e soffra per mano del fratello.
Noi ti preghiamo
Sostieni o Padre misericordioso tutti coloro che sono nel bisogno: chi è senza casa, chi è solo e nel dolore, i malati e i sofferenti. Dona al mondo intero guarigione e salvezza.
Noi ti preghiamo.
Guida e proteggi o Dio i tuoi discepoli ovunque essi vivano. Fa’ che le loro parole e le loro azioni parlino di te a chi ancora non ti conosce.
Noi ti preghiamo
Ti preghiamo o Signore Gesù per tutti quelli che sono in pericolo per i viaggi alla ricerca della libertà e della pace. Proteggi il loro cammino e salvali dalla morte.
Noi ti preghiamo
 

venerdì 11 ottobre 2013

Preghiera ecumenica "Morire di Speranza"


XXVIII domenica del tempo ordinario - 13 ottobre 2013


 

Dal secondo libro dei Re 5, 14-17

In quei giorni, Naamàn [, il comandante dell’esercito del re di Aram,] scese e si immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola di Elisèo, uomo di Dio, e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato [dalla sua lebbra]. Tornò con tutto il seguito da [Elisèo,] l’uomo di Dio; entrò e stette davanti a lui dicendo: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele. Adesso accetta un dono dal tuo servo». Quello disse: «Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò». L’altro insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò. Allora Naamàn disse: «Se è no, sia permesso almeno al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne porta una coppia di muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dei, ma solo al Signore».

 

Salmo 97 - Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia.
Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo.

Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d’Israele.

Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni!


Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo 2, 8-13

Figlio mio,  ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide, come io annuncio nel mio vangelo, per il quale soffro fino a portare le catene come un malfattore. Ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna.  Questa parola è degna di fede: Se moriamo con lui, con lui anche vivremo;  se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
In ogni cosa rendete grazie:
questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.

Alleluia, alleluia alleluia.


Dal vangelo secondo Luca 17, 11-19

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

 

Commento

 

Cari fratelli e care sorelle, il  Vangelo del Signore oggi ci si presenta innanzitutto come un viaggio. Non a caso il brano è tutto pieno di parole che indicano il movimento: Cammino, attraversava, entrando, vennero incontro, andate, ecc... La vita di Gesù si svolge per lo più sulle strade, nelle piazze, lungo le vie, e lì incontra le tante persone con cui ha un rapporto.

Questo non è un caso, ma sta a significare che la vita con Dio è un cammino: uscire da sé stessi e andare verso una meta che sono gli altri e Dio stesso. Chi sta fermo non è con Dio, perché rifiuta la compagnia di qualcuno che non sta fermo su se stesso. È la stessa esperienza fondante del popolo di Israele: l’esodo dalla terra di schiavitù per andare verso la terra promessa. E non a caso tre volte al giorno il pio israelita recita la preghiera Shemà Israel, che ricorda proprio questa realtà peregrinante dell’uomo di Dio.

A noi il viaggio fa paura: si incontrano realtà sconosciute, persone diverse, si fa fatica, ci vuole tempo. Noi preferiamo la sedentarietà di una situazione in cui conosciamo l’ambiente e sappiamo bene come sono le persone con cui abbiamo a che fare. Ma il nomadismo è nel DNA della nostra fede: Abramo, il padre dei credenti, il primo a cui Dio promise un futuro grande e felice, promessa di cui anche noi cristiani, ultimi arrivati, siamo eredi proprio perché innestati nella discendenza di Abramo, era un nomade e Dio gli chiese come primo gesto di fiducia di uscire dalla sua terra e di lasciare la casa della sua famiglia per intraprendere un viaggio.

Anche ai lebbrosi che invocano la guarigione Gesù chiede di intraprendere un cammino: “Andate a presentarvi ai sacerdoti.” Sembra una proposta sciocca: cosa potranno mai sperare di ottenere?

Gesù chiede innanzitutto di uscire da una vita centrata solo su se stessi e di andare incontro all’altro. Lì c’è la salvezza dalla malattia, la peggiore delle malattie, come era la lebbra al tempo di Gesù, perché non solo minava la salute fisica, ma allontanava da tutti e rendeva intoccabili e inavvicinabili. Sembra un paradosso, ma proprio a coloro che erano allontanati da tutti il Signore chiede di andare verso gli altri!

Anche noi tante volte abbiamo mille motivi per sentirci in dissidio con gli altri: con tutto quello che mi hanno fatto o che non hanno fatto per me, perché io dovrei andare incontro all’altro? E così restiamo per conto nostro a rimuginare sui torti subiti e i diritti non riconosciuti. Gesù ci chiede innanzitutto di uscire da questa “prigione volontaria”. Sì, è una vera e propria prigione, di cui noi possediamo le chiavi: ci lamentiamo di essere isolati e soli, ma siamo noi stessi che allontaniamo gli altri, che li sentiamo come un fastidio inutile, se non pericoloso.

Il vangelo dice che “mentre essi andavano, furono purificati.” Cioè il muovere il primo passo verso l’altro è già l’inizio della guarigione, già mentre siamo ancora in viaggio, ancora prima di arrivare alla meta. E’ il forzare la nostra chiusura, la diffidenza, le paure, le difese che ci apre alla felicità di far entrare la vita degli altri nella nostra. Sembra un’assurdità, perché è l’esatto contrario di quello che ordinariamente si crede. Dicono: pensa a te stesso, stattene per conto tuo, e avrai meno problemi, sarai più felice. Il Signore ci indica la via opposta e, come sempre, è lui a fare per primo quello che chiede agli altri: anche lui infatti si avvicina ai lebbrosi, non li evita, nonostante fossero considerati pericolosi, li incontra, li ascolta e li guarisce. E la prima guarigione sta proprio in quel rapporto che li fa uscire dall’isolamento.

La meta del viaggio che Gesù indica a quei dieci è il tempio, dove i lebbrosi potevano essere riaccolti nella comunità e dove ringraziare Dio con una offerta per la guarigione ottenuta. Il Signore chiede una fiducia piena nel suo aiuto: ancora prima di essere guariti considerarsi già sanati e pronti a ringraziare Dio per il dono ottenuto. E’ la fede di un bambino che sa già che otterrà quello che sta per chiedere. Ma non basta la fede, ci vuole anche la gratitudine per il dono ricevuto. Su dieci solo uno torna a rendere lode e ringraziare, ed è solo lui che ottiene oltre alla guarigione anche la salvezza. Anche noi troppo spesso non siamo mai soddisfatti, sempre lamentosi e recriminatori, perché siamo incapaci di essere grati di quanto abbiamo ricevuto. Sembra che quello che abbiamo e che siamo invece di essere un dono immeritato e generoso da parte di Dio è un diritto di cui non c’è bisogno di essere grati.

Fratelli e sorelle, accogliamo questo invito ad essere uomini e donne pronti a uscire dal chiuso di una vita  che allontana gli altri, basta fare il primo passo e la guarigione ci aprirà ad un senso grato della vita. E’ il primo passo che porta alla salvezza, perché è il Signore che compirà gli altri e ci guiderà alla vita che non finisce.

  

Preghiere

 

O Dio ti ringraziamo perché ci liberi dalla prigione di una vita chiusa dal piccolo orizzonte individuale, per aprirci alla libertà di un amore senza confini.

Noi ti preghiamo


Guidaci, o Signore Gesù, sulla via che ci conduce all’incontro con il fratello e la sorella, perché aprendo la nostra vita ad essi impariamo a vivere come tuoi discepoli e figli di un unico padre.

Noi ti preghiamo


Aiutaci o Signore Gesù a vincere la paura che ci chiude all’incontro con i fratelli, specialmente i più poveri e bisognosi del nostro aiuto. Fa’ che sappiamo vedere nel volto di chi incontriamo qualcuno da amare e a cui tendere la mano amica.

Noi ti preghiamo


Guida o Signore tutti coloro che sono persi nei sentieri tortuosi del male e non trovano la strada per incamminarsi verso di te. Fa’ che, anche con il nostro esempio, la tua Parola orienti i loro passi e illumini il loro cammino.

Noi ti preghiamo


Sostieni o Dio del cielo tutti coloro che sono colpiti dal male e soffrono a causa della violenza degli uomini e della natura. Fa’ che trovino presto il sostegno e la consolazione di cui hanno bisogno.

Noi ti preghiamo

Guarda con amore a noi tuoi figli e, nonostante il nostro peccato, ti preghiamo di guidare i nostri passi sulla via del bene. Fa’ che, fidandoci del tuo amore misericordioso, affidiamo a te la nostra salvezza.

Noi ti preghiamo.

Proteggi e sostieni o Padre del cielo tutti coloro che annunciano la tua Parola e cercano di viverla, perché il tuo Nome porti salvezza e vita dove oggi regnano le tenebre.

Noi ti preghiamo


Ti preghiamo o Padre Santo, di essere sempre al nostro fianco perché anche nei momenti bui e di dimenticanza sappiamo accorgerci della tua presenza amorevole ed essere grati per la tua grande bontà.

Noi ti preghiamo

mercoledì 9 ottobre 2013

Preghiera del 9 ottobre 2013


 
Dal libro di Giona, 1

Fu rivolta a Giona, figlio di Amittài, questa parola del Signore: "Alzati, va' a Ninive, la grande città, e in essa proclama che la loro malvagità è salita fino a me".

Giona invece si mise in cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore. Scese a Giaffa, dove trovò una nave diretta a Tarsis. Pagato il prezzo del trasporto, s'imbarcò con loro per Tarsis, lontano dal Signore.

Ma il Signore scatenò sul mare un forte vento e vi fu in mare una tempesta così grande che la nave stava per sfasciarsi. I marinai, impauriti, invocarono ciascuno il proprio dio e gettarono in mare quanto avevano sulla nave per alleggerirla. Intanto Giona, sceso nel luogo più in basso della nave, si era coricato e dormiva profondamente. Gli si avvicinò il capo dell'equipaggio e gli disse: "Che cosa fai così addormentato? Alzati, invoca il tuo Dio! Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo".

Quindi dissero fra di loro: "Venite, tiriamo a sorte per sapere chi ci abbia causato questa sciagura". Tirarono a sorte e la sorte cadde su Giona. Gli domandarono: "Spiegaci dunque chi sia la causa di questa sciagura. Qual è il tuo mestiere? Da dove vieni? Qual è il tuo paese? A quale popolo appartieni?". Egli rispose: "Sono Ebreo e venero il Signore, Dio del cielo, che ha fatto il mare e la terra". Quegli uomini furono presi da grande timore e gli domandarono: "Che cosa hai fatto?". Infatti erano venuti a sapere che egli fuggiva lontano dal Signore, perché lo aveva loro raccontato.

Essi gli dissero: "Che cosa dobbiamo fare di te perché si calmi il mare, che è contro di noi?". Infatti il mare infuriava sempre più. Egli disse loro: "Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia".

Quegli uomini cercavano a forza di remi di raggiungere la spiaggia, ma non ci riuscivano, perché il mare andava sempre più infuriandosi contro di loro. Allora implorarono il Signore e dissero: "Signore, fa' che noi non periamo a causa della vita di quest'uomo e non imputarci il sangue innocente, poiché tu, Signore, agisci secondo il tuo volere". Presero Giona e lo gettarono in mare e il mare placò la sua furia. Quegli uomini ebbero un grande timore del Signore, offrirono sacrifici al Signore e gli fecero promesse.

Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti. Dal ventre del pesce Giona pregò il Signore, suo Dio.

 

Commento

 

Cari fratelli e care sorelle, riprendiamo oggi il nostro appuntamento settimanale con la Parola di Dio e la preghiera. Esso si colloca al centro del corso delle nostre giornate, come una sosta intermedia fra una domenica e l’altra, proprio per sottolineare che non si può vivere senza che la Parola di Dio risuoni in noi per un tempo troppo lungo.

Spesso la nostra vita assomiglia alle vicende di Giona di cui abbiamo ascoltato la prima parte della vita. Viviamo infatti la tentazione di sfuggire davanti a Dio che si fa presente nella nostra vita. Ma come avviene tutto ciò?

Il Signore si fa presente a Giona attraverso il bisogno della città. Come già abbiamo detto tante volte, Dio ci parla non nei momenti di commozione intima o nelle vicende strettamente personali, sì anche così, ma soprattutto Dio ci parla attraverso la storia. Sono gli eventi del mondo che ci pongono con forza davanti alla responsabilità di essere testimoni e annunciatori di un modo diverso di vivere. Il Signore ci dona una vista capace di accorgersi dei drammi, delle difficoltà, del vuoto che le persone vivono, e attraverso di essi Dio si fa presente a noi come una domanda: è possibile, è giusto che si viva così?

Pensiamo al recente naufragio di Lampedusa, con la morte di trecento persone in fuga dalla miseria. Il papa giustamente ha detto di provare vergogna, ma chiediamoci, perché provare vergogna per un episodio di cui nessuno di noi ha responsabilità? In fondo Giona fa proprio questo ragionamento: perché mi dovrebbe riguardare la sorte della città di Ninive? Dal momento che Dio prepara la sua rovina perché i suoi abitanti sono malvagi, la cosa non mi riguarda.

Ma Dio parla all’uomo e attraverso la storia, nel caso di Giona la storia di Ninive, nel nostro caso la storia dei paesi da cui provengono i migranti, pone una domanda alla sua coscienza che lo rende responsabile della sorte del fratello e della sorella. Giona fugge questa responsabilità e cerca rifugio lontano da Dio.

Quanto è facile, anche per noi, fuggire e cercare di non vedere la vergogna di una ingiustizia che ci riguarda solo perché siamo cristiani e crediamo in un Dio che ci raccoglie in un’unica famiglia di cui ogni uomo è membro.

Cari fratelli e care sorelle, Giona per fuggire attraversa la tempesta, che è la tempesta della vita che ciascuno di noi si trova ad attraversare, più o meno pericolosa, ma che comunque rischia di far perdere la vita, cioè di sprecarla nell’inutilità.

Giona davanti alle onde che lo sovrastano ritrova il senso della sua responsabilità e accetta di assumersi il peso del naufragio imminente, dicendo: "Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia". Questa che sembrerebbe la rovina definitiva di Giona in realtà è la sua salvezza, perché Dio salva l’uomo che si assume la responsabilità dei propri fratelli e sorelle, assumendosene il rischio. Giona infatti non si salva perché se ne sta al sicuro a dormire nella stiva, ignorando tutto quello che avviene attorno a lui, come tante volte ci viene la tentazione di fare, ma caricandosi della responsabilità degli eventi che gli sono messi davanti.

Dio salva Giona nel ventre di un pesce, che è il luogo della preghiera. In esso infatti Giona ritrova la forza e l’audacia di non fuggire più Dio e accetta l’incontro con lui, gli si mette davanti così com’è: pauroso, spaventato, debole.

Cari fratelli e care sorelle, questo nostro incontro settimanale di preghiera è anche per noi il luogo in cui Dio ci vuole riparare perché torniamo a imparare a non fuggire da lui, dalla nostra responsabilità davanti alla storia del mondo e alle mille storie degli uomini che incontriamo. È un angolo di pace, sicuro, ma non perché possiamo dormire il sonno dell’irresponsabilità, ma perché qui Dio ci dona la sicurezza che ci è accanto e che rende il nostro impegno con i fratelli e le sorelle fruttuoso.

sabato 5 ottobre 2013

XXVII domenica del tempo ordinario - memoria di San Francesco - 6 ottobre 2013


 
Dal libro del profeta Abacuc 1,2-3; 2, 2-4

Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese. Il Signore rispose e mi disse: «Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette, perché la si legga speditamente. È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mente; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà. Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede».

 

Salmo 94 - Ascoltate oggi la voce del Signore.
Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia.

Entrate: prostrati, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce.

Se ascoltaste oggi la sua voce! +
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere».

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo 1,6-8.13-14

Figlio mio, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l’amore, che sono in Cristo Gesù. Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
La parola del Signore rimane in eterno:
e questa è la parola del Vangelo che vi è stato annunciato.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 17, 5-10

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sradicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

 

Commento

 

Cari fratelli e care sorelle, il profeta Abacuc innalza a Dio un grido di protesta: Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?” È lo stesso grido che in questi giorni si è alzato dalle acque del mare di Lampedusa che ha inghiottito 300 persone, uomini, donne e bambini, disperati in fuga dalla miseria e dalla guerra. “Fino a quando, Signore?” Non possiamo non fare nostro questo grido ed oggi vogliamo dedicare questa nostra liturgia domenicale alla memoria e alla preghiera per quanto sono morti e per tutti quelli che si sono salvati da questa immane tragedia del mare. Una tragedia che non può non farci riflettere su un dramma che si ripete da anni sotto i nostri occhi. “Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?” si chiede attonito il profeta davanti alla strage e tanti si chiedono ancora oggi dov’è Dio, perché permette tanto dolore e non impedisce la morte di tante persone?

Cari fratelli e care sorelle, a questa domanda Dio ha dato una sola risposta, che forse però non è quella che noi ci aspettiamo. Infatti Dio non ha cancellato dal mondo la forza del male, e quanti uomini ancora sono in sua balìa; non ha annullato il dolore e la morte, come vediamo in quella fila lunghissima di poveri morti sulla banchina del porto di Lampedusa e in tanti altri luoghi della terra dove si muore senza senso e senza consolazione. Però Dio una cosa l’ha fatta: si è spogliato di tutta la sua potenza e si è messo dalla parte dei quei morti, di quelle povere vittime. Lo ha fatto sulla croce, scegliendo lui di fare quella fine. Lo ha fatto a Lampedusa, dove Dio è morto assieme agli eritrei e ai somali che fuggivano dalla disperazione e hanno trovato la morte alle porte delle nostre case. Questa è stata la risposta di Dio a quanti lo criticavano perché non scendeva giù dalla croce: “Se è veramente il Figlio di Dio, scenda dalla croce e salvi se stesso” dicevano infatti alcuni sul Calvario. Lo stesso diciamo noi oggi, pieni di orrore per la forza del male che abbiamo visto abbattersi con così grande crudeltà su innocenti. La vittoria di Dio sul male, cari fratelli e care sorelle, infatti non sta nel cancellarlo e fare come se quello non ci fosse, ma nel caricarselo sulle spalle e farlo proprio.

È quello che sperimentò Francesco, il santo di Assisi, la cui memoria facciamo oggi in questo luogo che lo ha visto passare pellegrino a Terni. È noto come Francesco si convertì e cambiò la sua vita quando incontrò i segni della croce nel corpo del lebbroso e poi lo riconobbe nel crocifisso di S. Damiano, in quella piccola chiesetta in rovina, ascoltando le parole che gli rivolgeva. L’incontro con la croce impressa nel corpo dei poveri lo portò a domandarsi sul senso della sua vita futile e tutta incentrata sulla soddisfazione delle proprie piacevolezze. Da allora quel giovane di assisi ebbe solo un desiderio: farsi uguale al crocifisso. Dice una sua antica biografia: Da quel momento si fissò nella sua anima santa la compassione del Crocifisso e, come si può piamente ritenere, le venerande stimmate della Passione, quantunque non ancora nella carne, gli si impressero profondamente nel cuore.” (Fonti Francescane 594). Egli cioè seguì la via stessa del Signore Gesù che davanti al dolore del mondo non fuggì via, né voltò il suo volto dall’altra parte, ma si caricò del dolore fino a restarne schiacciato. La vita di Francesco, come sappiamo, lo portò a condividere le stesse piaghe di Gesù, come vediamo nell’icona che è posta davanti a noi, assumendo fin nella sua carne i segni della passione, dopo averli condivisi del suo intimo.

La vita di Francesco è allora una risposta alla domanda da cui siamo partiti. La ribellione davanti al male non può portarci a incolpare Dio del dolore del mondo, perché lui per primo l’ha subito. Neppure basta prendersela con le istituzioni o chi non ha fatto quello che doveva. È facile farlo dalle nostre comode poltrone, al caldo: chiediamoci piuttosto noi che avremmo fatto? Non saremmo fuggiti anche noi davanti al male, spaventati dal farcene toccare? Non avremmo girato anche noi il capo dall’altra parte, come abbiamo fatto tante volte davanti al dolore degli altri, pensando che è sempre qualcun altro a doverci pensare? La vera risposta sta in quello che fece Francesco, cioè nel porci in modo serio e riflessivo la domanda su quanto spazio lasciamo ancora dentro di noi a quel male che esplode in modo inaspettato e crudele nei grandi drammi del mondo, ma che trova ancora troppa accoglienza dentro il nostro cuore, mascherato di normalità. Esso cova nelle pieghe anche delle nostre vite apparentemente ordinarie e innocue, è come un virus che viene incubato negli organismi apparentemente sani, prima di esplodere in una infezione che porta morte e contagio. Francesco davanti alla croce riconobbe innanzitutto dentro di sé il germe del male e se ne spogliò, simbolicamente e anche concretamente, abbandonando tutti i segni della vita di prima, rivestendosi della povertà del Signore, della sua misericordia e del suo amore per ogni uomo.

Anche a noi allora davanti alla morte di tanti innocenti e davanti al gesto di Francesco si pone la stessa domanda: di cosa devo spogliarmi perché il male dell’ingiustizia, del dolore, della sofferenza del mondo non trovi nella mia vita un riparo sicure nel quale crescere?

Gesù nelle parole che abbiamo ascoltato parla di fede, mettendo in luce come essa costituisca una forza irresistibile che cambia il mondo: Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sradicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.” È la forza della fede che può porre un argine al dilagare del male nel mondo, alle sue manifestazioni così terribili come quella che ricordiamo oggi di Lampedusa.

Ma in cosa consiste la fede? Come riconoscerla e come accoglierla in sé? Gesù fa seguire l’invito a far propria la forza della fede che abbiamo citato l’invito a farsi servitori, umili e piccoli, senza pretese: “Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare. Davanti al dolore e al male facciamoci servi umili e svuotati dell’orgoglio che ci fa sentire grandi, spogli dei nostri ruoli che ci pongono sempre al di sopra e al di là delle vicende di chi sta peggio. La via della fede, ci dice questo brano del Vangelo, passa attraverso il riconoscere dentro di sé il germe del male da estirpare e nel farsi servitori perché esso venga annientato con sentimenti di umana pietà e solidarietà

Allora oggi davanti alla croce piantata nel mare di Lampedusa ascoltiamo, come Francesco a San Damiano, il messaggio che dal essa ci viene di ricostruire un’umanità abbrutita dal male e resa cieca dalla paura, cominciando da me, dal mio poco amore e dalla mia paura. Spogliamoci dall’orgoglio di sentirci a posto e al sicuro, mettiamoci ai piedi di quella croce come Maria, senza difese e senza risposte pronte, ma disponibili a condividere e fare nostro il dolore di tutte le croci che incontriamo sulla nostra strada, senza fuggire, senza girarci dall’altra parte, ma assumendoci con responsabilità e vicinanza il dolore degli altri perché Dio ci aiuti a sopportarlo e a sollevarci, come fece con Gesù, con la gloria della sua Resurrezione.

 

Preghiere


Ti preghiamo o Signore Gesù per le vittime del naufragio di pochi giorni fa a Lampedusa e per tutti coloro che muoiono nel tentativo di fuggire dalla miseria e dalla guerra. Proteggili col tuo amore e conducili in salvo nel porto sicuro della tua misericordia, perché conoscano nel tuo Regno la pace che qui in terra non hanno vissuto,

Noi ti preghiamo

 

 

Proteggi o Dio Padre misericordioso tutti coloro che in queste ore sono in balia del mare e corrono pericoli per le loro vite. Soccorrili e fa’ sì che trovino salvezza e protezione,

Noi ti preghiamo


Aiuta e dai forza o Dio a quanti si spendono per la salvezza dei profughi e per la consolazione di chi oggi è nel dolore. Dona la pace della tua compagnia a chi ha perso i propri cari e ha rischiato la vita,

Noi ti preghiamo

Apri o Dio le porte dei nostri paesi ricchi d’Europa perché non accada più che qualcuno debba morire per cercarvi rifugio e salvezza dalla miseria. Fa’ che nei popoli europei vinca la solidarietà e l’accoglienza sulla paura e il rifiuto,

Noi ti preghiamo

Ti preghiamo o Signore per tutti i paesi in guerra da cui tanti uomini, donne, anziani e bambini sono costretti a fuggire con grandi sofferenze e pericoli. Dona pace al mondo intero,

Noi ti preghiamo

 
Abbi pietà o Dio e volgi il tuo sguardo sui Paesi dove l’umanità soffre per la fame e la miseria, dà a ciascuno il necessario per vivere dignitosamente e fa’ che nessuno debba più abbandonare casa e famiglia per salvarsi dalla povertà,

Noi ti preghiamo.
Ti preghiamo o Padre del cielo per il nostro papa Francesco che si è fatto pellegrino ad Assisi. Perché l’esempio di San Francesco sia insegnamento per tutti noi e ci guidi all’umile vicinanza ai crocifissi del mondo,

Noi ti preghiamo

Dona pace e salvezza alla tua Chiesa ovunque diffusa, specialmente dove è perseguitata e nel dolore: per la Nigeria, il Pakistan, il Kenya, l’Afghanistan, e tutti i luoghi in cui il tuo nome è combattuto e offeso nella vita di tanti discepoli,

Noi ti preghiamo