giovedì 27 ottobre 2016

XXX domenica del tempo ordinario - Anno C - 23 ottobre 2016


Dal libro del Siràcide 35, 15-17.20-22
Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone. Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento. Chi la soccorre è accolto con benevolenza, la sua preghiera arriva fino alle nubi. La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità.

Salmo 33 - Il povero grida e il Signore lo ascolta.
Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino.

Il volto del Signore contro i malfattori,
per eliminarne dalla terra il ricordo.
Gridano e il Signore li ascolta,
li libera da tutte le loro angosce.

Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato,
egli salva gli spiriti affranti.
Il Signore riscatta la vita dei suoi servi;
non sarà condannato chi in lui si rifugia.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo 4,6-8.16-18
Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione. Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Alleluia, alleluia alleluia.
Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo,
affidando a noi la parola della riconciliazione.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 18, 9-14
In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Commento
Cari fratelli e care sorelle, le letture della liturgia di oggi ci propongono di soffermarci a riflettere sulla preghiera. Essa è qualcosa di essenziale e necessario per la vita del discepolo, direi che lo è come è necessario ad un bambino parlare con i genitori o chi si prende cura di lui. Ogni bambino ha bisogno di parlare con loro per chiedere ciò di cui necessita, dal cibo all’acqua da bere, o un vestito caldo quando ha freddo, ecc…; ne ha bisogno per chiedergli aiuto se si sente male, se è caduto, se è stanco; ne ha bisogno per chiedere i tanti “perché?” che i bambini hanno, per farsi spiegare come sono fatte le cose, come funzionano, perché esistono, ecc…; infine ne ha bisogno anche solo per godere della sua compagnia, per attirare la loroattenzione e sentirseli vicini. Sono tutti bisogni che capiamo bene e che anche noi abbiamo sperimentato con i nostri genitori o altre persone care, da piccoli.
Poi però si cresce, cioè si impara a fare come se non avessimo più bisogno di qualcuno accanto che ci aiuti, ci spieghi, ci faccia compagnia, ci guidi, come fanno la mamma e il papà col lorobambino. Questa potremmo dire è la condizione dell’adulto.
Lo stesso avviene nella preghiera. 
Anche come cristiani ci succede di diventare adulti, ed allora ci sembra inutile pregare, ormai non abbiamo più l’età di chi deve chiedere, abbiamo già le risposte e le risorse per fare da soli a guidare noi stessi, altrimenti ci sentiremmo infantili e ridicoli. Diveniamo cioè come quel fariseo di cui parla Gesù, che sta in piedi nel tempio, tutto soddisfatto di sé. Egli rivendica con orgoglio il diritto davanti a Dio di essere apprezzato e, in fondo, lasciato in pace. Di due cose si sente soprattutto forte: della sua onestà davanti agli uomini (ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano”) e della sua onestà davanti a Dio (“Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”). Quel pio israelita cioè è convinto di fare già tutto quello che è tenuto a fare, non è in debito né con gli uomini né con Dio. Per questo non ha bisogno né degli uni né dell’altro, è adulto autonomo e autosufficiente. La sua infatti non è una preghiera, ma una rivendicazione; egli non ha bisogno di pregare cioè di parlare con Dio come ci si rivolge ad una madre o ad un padre, ma presenta il conto dei suoi crediti e chiede a Dio il saldo.
Il racconto di Gesù ci mostra accanto a lui un’altra persona. Fin da subito si capisce che è  un poco di buono, e non può nascondere di esserlo. Come potrebbe, tutti sanno che è un pubblicano, cioè un israelita traditore e ladro, uno che guadagna sulle disgrazie altrui perché si mette al servizio degli sfruttatori del proprio popolo. Questo fatto però lo spinge ad aver coscienza del proprio peccato, e lo dimostra col modo di fare (“fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto”) e le parole (“O Dio, abbi pietà di me peccatore”). Quel pubblicano, al contrario del fariseo, sa di non essere a posto, di essere cioè in debito con gli uomini e con Dio. Sa di aver bisogno del perdono degli uni e dell’altro, e si rivolge a loro con umiltà, sperando nella loro misericordia.
Gesù sottolinea la differenza agli occhi di Dio fra questi due: il secondo, il peccatore, è giustificato, cioè torna a casa rivestito da Dio dell'abito magnifico della sua giustizia, mentre il primo no, non lo ha chiesto, perché già da solo si è cucito indosso l'abito della giustizia umana.
Ci sembra paradossale: chi ha fatto il male è trattato con amicizia da Dio, mentre chi è a posto è guardato da Lui con freddezza? Che giustizia è questa, il secondo non andrebbe punito per il male fatto? Invece è premiato con la benevolenza di Dio.
Cari fratelli e care sorelle, come già abbiamo detto altre volte, la giustizia di Dio è diversa dalla giustizia degli uomini, perché essa si esprime soprattutto come misericordia. Sì, il modo di fare giustizia di Dio è far vincere il bene dove esso è più minacciato, umiliato o annientato e lo fa con una dose sovrabbondante di amore che spiazza l’uomo e lo spinge dalla parte di Dio, perché gli fa sentire che egli lo ama come un figlio.
Per questo chi ha sperimentato la misericordia di Dio, o chi spera di sperimentarla, non può rivolgersi a lui come un adulto, sicuro di sé, a posto, autonomo e che sa il fatto suo. Egli torna ad essere un figlio piccolo, un bambino accanto alla madre da cui si aspetta tutto ciò di cui ha bisogno, e la sua attesa non resta mai delusa, perché Dio è un padre e una madre attenta e sollecita con i suoi figli.
Fratelli e sorelle, pregare non è tanto una pratica, ma una condizione, un modo di essere. La nostra preghiera non si limita al tempo, poco o molto che sia, che passiamo a recitare suppliche o lodi. Pregare significa innanzitutto coltivare in ogni momento della nostra vita la coscienza di essere figli, non preoccuparsi di mostrarsi quello che si è veramente in profondità: piccoli, deboli e peccatori, e per questo bisognosi di cura, guida, comprensione e misericordia. I poveri ce lo insegnano, ma non perché essi sono migliori di noi, ma perché, come il pubblicano ha capito, non possono nascondere il loro bisogno che li rende dipendenti in tutto dagli altri. Per vivere devono chiedere e sperare che qualcuno misericordioso si muova a compassione. Torniamo bambini davanti a Dio, poveri, bisognosi, senza vergogna né paura di chiedere aiuto, a lasciarci guidare, anche solo ad attirare l’attenzione su di noi, come fanno spesso i bambini, per il piacere di essere coccolati e ascoltati, di stare in compagnia di Dio. Scopriremo come l’adulto a posto è solo e disperato, mentre la fede da bambino rende forti davanti alla vita, pieni di fiducia e ricchi di speranza, invincibili contro il male della forza dell’amore di Dio, nostro padre e nostra madre.



Preghiere  

O Padre misericordioso, accoglici umili e peccatori. Perdonaci del male commesso e donaci la salvezza che viene dall’imitare te.
Noi ti preghiamo


O Dio fa’ che non viviamo orgogliosamente soddisfatti di noi stessi e convinti della superiorità sugli altri. Insegnaci a non temere la debolezza e a riconoscerci bisognosi dell’amore dei fratelli e del tuo perdono.
Noi ti preghiamo


O Signore Gesù che ti sei fatto umile servitore degli uomini, insegnaci a non difenderci dal tuo amore e a non allontanare i fratelli e le sorelle per paura di scoprirci bisognosi del loro affetto. Aiutaci ad essere sempre pronti a voler bene.
Noi ti preghiamo


Ti raccomandiamo o Padre misericordioso tutti coloro che camminano sulla via del male e perdono la vita propria e quella degli altri. Fa’ che con il nostro esempio comprendano la gioia che viene dal vivere per il bene.
Noi ti preghiamo


O Signore del cielo aiutaci a combattere fin da ora la buona battaglia contro l’istinto ad allontanarci da te e a diffidare del prossimo. Fa’ che vittoriosi sul male conserviamo la fede.
Noi ti preghiamo


O Dio rendi il nostro cuore puro e umile, perché la nostra preghiera ti raggiunga oltre le nubi. Dona guarigione e salvezza a tutti coloro che ci sono a cuore, da’ pace e gioia a chi è nel dolore. Accogli nel tuo Regno i defunti.
Noi ti preghiamo.


O Dio che sei il re della pace, fa’ cessare ogni guerra e ogni violenza perché con cuore riconciliato ognuno sappia costruire un destino comune in cui c’è posto per tutti.
Noi ti preghiamo


Proteggi o Signore tutti i tuoi discepoli ovunque dispersi. Fa’ che chi annuncia il tuo nome e vive come tu hai insegnato possa toccare il cuore di chi ancora non ti conosce.

Noi ti preghiamo

sabato 15 ottobre 2016

XXIX domenica del tempo ordinario - anno C - 16 ottobre 2016


Dal libro dell'Èsodo 17, 8-13
In quei giorni, Amalèk venne a combattere contro Israele a Refidìm. Mosè disse a Giosuè: «Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalèk. Domani io starò ritto sulla cima del colle, con in mano il bastone di Dio». Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalèk, mentre Mosè, Aronne e Cur salirono sulla cima del colle. Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalèk. Poiché Mosè sentiva pesare le mani, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi si sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. Giosuè sconfisse Amalèk e il suo popolo, passandoli poi a fil di spada.

Salmo 120 - Il mio aiuto viene dal Signore.
Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l’aiuto?
Il mio aiuto viene dal Signore:
egli ha fatto cielo e terra.

Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.
Non si addormenterà, non prenderà sonno
il custode d’Israele.

Il Signore è il tuo custode, +
il Signore è la tua ombra
e sta alla tua destra.
Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte.

Il Signore ti custodirà da ogni male:
egli custodirà la tua vita.
Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri,
da ora e per sempre.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo 3, 14-4, 2
Figlio mio, tu rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente. Conosci coloro da cui lo hai appreso e conosci le sacre Scritture fin dall’infanzia: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene mediante la fede in Cristo Gesù. Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona. Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento.

Alleluia, alleluia alleluia.
La parola di Dio è viva ed efficace,
discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 18, 1-8
In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.  Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».  E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Commento

Oggi è un giorno speciale, come sempre è eccezionale e straordinaria la domenica, perché ci prende e ci porta lontano dall’abituale scorrere del tempo, fatto di lavoro, di studio (per chi è più giovane) di tante occupazioni che ci riempiono le giornate. L’invito domenicale che ci raccoglie assieme attorno alla mensa del Signore ci tira fuori dal groviglio feriale dei mille affanni e ci accompagna su un monte, come fece Mosé in quella giornata di lotta fra il popolo d’Israele e Amalek, come abbiamo ascoltato dal libro dell’Esodo.
Sì, dove ci troviamo assieme oggi è un luogo alto, come un monte, perché è reso santo dalla presenza del Signore che ci parla. È vero, è una piccola chiesa, eppure ogni domenica il Signore ci invita a salire sull’alto colle di questa casa perché ci vuole parlare fuori dalla confusione feriale. Ecco che allora oggi anche da un luogo piccolo come Santa Croce, quasi nascosta nel centro di Terni, possiamo abbracciare con lo sguardo del nostro cuore tutto il nostro quartiere, ma anche di più, la città di Terni e il mondo intero.
Mosè quella mattina dal colle sul quale era salito poteva vedere ai piedi dell’altura la lotta che si svolgeva fra i due eserciti in combattimento. Anche noi qui dall’alto possiamo vedere le tante lotte, piccole e grandi che coinvolgono gli uomini e le donne attorno a noi. E questo è un dono del Signore, perché quando ci stiamo in mezzo neanche ce ne accorgiamo e troppo spesso diventiamo anche noi bellicosi combattenti, contrapposti. Anche noi viviamo le nostre battaglie per prevalere, imporre il nostro modo di vedere, per avere ragione, e così via. E’ così facile vivere infatti una cultura del nemico secondo la quale per sentirsi forti e contare qualcosa bisogna essere contro qualcuno. Per questo la Messa della domenica è un dono prezioso, perché ci fa salire in alto, ci fa smettere di sgomitare, e ci porta nel luogo santo dove possiamo incontrare il Signore che è la vera pace.
Mosè erra fuori dalla battaglia ma non la osservava come chi vede le cose con distacco. È preoccupato perché vede gente soffrire, combattere gli uni contro gli altri, odiarsi, farsi del male. Da questa battaglia dipende il futuro del suo popolo, per questo alza le braccia verso il Signore e invoca la sua protezione.
Anche noi, come Mosè, possiamo alzare le nostre braccia ed invocare la fine delle tante lotte che ci mettono gli uni contro gli altri: deboli contro forti; ricchi contro poveri; italiani contro stranieri, e viceversa. Possiamo invocare da Dio il dono della fine della condanna che pesa sugli anziani, lasciati tante volte da soli. La fine della tristezza dei più giovani che non riescono più a vedere una prospettiva per il loro futuro. La fine della sofferenza dei tanti che sono colpiti dalla crisi, che non sanno come andare avanti, che hanno perso il lavoro o che non lo trovano. La fine delle lotte sanguinose che provocano la fuga di tanti attraverso il mare, con gli esiti tragici che tutti noi conosciamo. Ogni domenica, dall’alto del monte della messa domenicale, vediamo tutta questa sofferenza attorno a noi e come Mosè abbiamo il potere di alzare le nostre braccia e pregare il Signore che non è sordo alla nostra invocazione e combatte dalla parte di chi rischia di soccombere sotto il peso del male.
Tante volte noi invece preferiamo non salire su questo monte, perché ci fa fatica, e nella mischia della vita quotidiana cerchiamo un angolo riparato e tranquillo in cui nasconderci nell’indifferenza. Un angolo nel quale ci illudiamo di sfuggire al male e di trovare la pace perché non vediamo quello che avviane attorno a noi e non ce ne sentiamo coinvolti. Ma, fratelli e sorelle, questa è una falsa salvezza dal male, perché esso non viene solo da fuori, ma, anzi, il più delle volte sgorga proprio da dentro di noi. Per questo gli diamo poco peso e lo tolleriamo quasi con noncuranza, perché fa parte di noi. Eppure le sue conseguenze non sono meno sanguinose e terribili della violenza che ci circonda. Le guerre che insanguinano i popoli nascono da cuori bellicosi e contrapposti.
Restando avvolti dell’indifferenza e dell’egoismo sanciamo la nostra condanna ad essere per sempre imprigionati alla schiavitù del male. L’unico modo infatti per vincere il male non è ignorarlo, ma combatterlo, in sé e negli altri, come fece Gesù che non sfuggì il male ma se lo assunse sulle proprie spalle, fin sulla croce.
 Non basta sentirsi a posto perché non si hanno responsabilità dirette nei fatti ai quali assistiamo a volte con sgomento, bisogna invece piuttosto riconoscere le radici del male in noi e attorno a noi ed estirparle. È il ruolo che Mosè si assume sul monte della preghiera. Partecipa con fatica e sofferenza alla guerra e, alzando le braccia e invocando l’aiuto di Dio, riesce a vincerla. Non confida infatti solo nelle sue forze, ma anzi ha bisogno di Aronne e Cur che sorreggano le sue mani. Mosè non è un eroe isolato: è debole e bisognoso di aiuto, come noi, e la sua forza è proprio nel farsi aiutare e nel coinvolgere altri nella sua battaglia contro il male.
Abbiamo bisogno del fratello e della sorella per vincere il male: la pace e la felicità a cui tutti giustamente aspiriamo non viene dall’isolamento dell’indifferenza, ma dall’alleanza con tanti con i quali sorreggersi le braccia l’un l’altro nello sforzo di voler più bene, fino a farci intercessori davanti a Dio.
Questa casa allora ogni domenica dilata le sue mura: non è più un luogo piccolo e insignificante, confuso nel caos della città, ma diventa un monte altro sul quale osservare il mondo, partecipare dei suoi dolori, avvertire con passione il suo bisogno di bene, e dove assieme ci sosteniamo per alzare le mani e chiedere a Dio la forza di fare nostra la battaglia contro il male del mondo.
Care sorelle e cari fratelli con questo sogno negli occhi invochiamo l’aiuto del Signore e la nostra vita cambierà, il mondo attorno a noi sarà migliore, più umano e caldo di amore.


Preghiere 


Ti ringraziamo o Dio misericordioso perché ci convochi sul monte santo della liturgia. Fa’ che usciamo dalla confusione della vita ordinaria per imparare a guardare al mondo con gli stessi tuoi occhi misericordiosi e buoni.
Noi ti preghiamo


Guida o Padre buono i nostri passi perché non ci disperdiamo su strade che ci allontanano da te e dai fratelli, ma, come una famiglia, ci incamminiamo assieme verso la domenica, luogo dell’incontro con te.
Noi ti preghiamo


O Signore Gesù, aiutaci a vincere le rivalità e le contrapposizioni che ci dividono dagli altri. Tu che sei mite e umile di cuore mostraci la via dell’amore che conduce alla pace vera.
Noi ti preghiamo


Fa’ o Signore che tutti quelli che cercano un senso alla loro vita possano incontrarlo nell’amore che tu insegni. Guida i passi degli incerti perché incontrino fratelli e sorelle testimoni del vangelo e operatori di bene.   
Noi ti preghiamo



Dona o Signore la tua pace ai popoli in guerra, fa’ tacere le armi e aiuta tutti gli uomini a vivere con animo riconciliato, perché nessuno più muoia e soffra per mano del fratello.
Noi ti preghiamo


Sostieni o Padre misericordioso tutti coloro che sono nel bisogno: chi è senza casa, chi è solo e nel dolore, i malati e i sofferenti. Dona al mondo intero guarigione e salvezza.
Noi ti preghiamo.


Guida e proteggi o Dio i tuoi discepoli ovunque essi vivano. Fa’ che le loro parole e le loro azioni parlino di te a chi ancora non ti conosce.
Noi ti preghiamo


Ti preghiamo o Signore Gesù per tutti quelli che sono in pericolo in mare alla ricerca della libertà e della pace. Proteggi il loro viaggio e salvali dalla morte, fa’ che trovino un approdo sicuro e braccia accoglienti.
Noi ti preghiamo


XXVIII domenica del tempo ordinario - anno C - 9 ottobre 2016


Dal secondo libro dei Re 5, 14-17
In quei giorni, Naamàn, il comandante dell’esercito del re di Aram, scese e si immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola di Elisèo, uomo di Dio, e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato dalla sua lebbra. Tornò con tutto il seguito da Elisèo, l’uomo di Dio; entrò e stette davanti a lui dicendo: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele. Adesso accetta un dono dal tuo servo». Quello disse: «Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò». L’altro insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò. Allora Naamàn disse: «Se è no, sia permesso almeno al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne porta una coppia di muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dei, ma solo al Signore».

Salmo 97 - Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia.
Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo.

Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d’Israele.

Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni!

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo 2, 8-13
Figlio mio,  ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide, come io annuncio nel mio vangelo, per il quale soffro fino a portare le catene come un malfattore. Ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna.  Questa parola è degna di fede: Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso.

Alleluia, alleluia alleluia.
In ogni cosa rendete grazie:
questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 17, 11-19
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Commento

Cari fratelli e care sorelle, il  Vangelo del Signore oggi ci si presenta innanzitutto come un viaggio. Non a caso il brano è tutto pieno di parole che indicano il movimento: Cammino, attraversava, entrando, vennero incontro, andate, tornare indietro, ecc... La vita di Gesù si svolge per lo più sulle strade, nelle piazze, lungo le vie, e lì incontra le tante persone con cui ha un rapporto.
Questo non è un caso, ma sta a significare che la vita con Dio è un cammino: uscire da sé stessi e andare verso una meta che sono gli altri e Dio stesso. Chi sta fermo non è con Dio, perché rifiuta la compagnia di qualcuno che non sta fermo su se stesso. È la stessa esperienza fondante del popolo di Israele: l’esodo dalla terra di schiavitù per andare verso la terra promessa. E non a caso tre volte al giorno il pio israelita recita la preghiera Shemà Israel, che ricorda proprio questa realtà peregrinante dell’uomo di Dio.
A noi il viaggio fa paura: si incontrano realtà sconosciute, persone diverse, si fa fatica, ci vuole tempo. Noi preferiamo la sedentarietà di una situazione in cui conosciamo l’ambiente e sappiamo bene come sono le persone con cui abbiamo a che fare. Ma il nomadismo è nel DNA della nostra fede: Abramo, il padre dei credenti, il primo a cui Dio promise un futuro grande e felice, promessa di cui anche noi cristiani, ultimi arrivati, siamo eredi proprio perché innestati nella sua discendenza, era un nomade e Dio gli chiese come primo gesto di fiducia di uscire dalla sua terra e di lasciare la casa della sua famiglia per intraprendere un viaggio.
Anche ai lebbrosi che invocano la guarigione Gesù chiede di intraprendere un cammino: “Andate a presentarvi ai sacerdoti.” Sembra una proposta sciocca: cosa potranno mai sperare di ottenere?
Gesù chiede innanzitutto di uscire da una vita centrata solo su se stessi e di andare incontro all’altro. Lì c’è la salvezza dalla malattia, la peggiore delle malattie, come era la lebbra al tempo di Gesù, perché non solo minava la salute fisica, ma allontanava da tutti e rendeva intoccabili e inavvicinabili. Sembra un paradosso, ma proprio a coloro che erano allontanati da tutti il Signore chiede di andare verso gli altri!
Anche noi tante volte abbiamo mille motivi per sentirci distanti dagli altri: con tutto quello che mi hanno fatto o che non hanno fatto per me, perché io dovrei andare incontro all’altro? Oppure, più semplicemente, non ci interessa ciò che non riguarda noi stessi, specie se questo richiede uno sforzo di uscire dal proprio piccolo mondo per entrare in un altro ambiente sociale, culturale, di abitudini. E così restiamo per conto nostro a rimuginare sui torti subiti e i diritti non riconosciuti, sulle nostre particolarità e sulla diversità degli altri che sembra inconciliabile con noi. Gesù ci chiede innanzitutto di uscire da questa “prigione volontaria”. Sì, è una vera e propria prigione, di cui noi possediamo le chiavi, poiché siamo noi stessi che allontaniamo gli altri, che li avvertiamo come un fastidio inutile o ingombrante.
Il vangelo dice che “mentre essi andavano, furono purificati.” Cioè il muovere il primo passo verso l’altro è già l’inizio della guarigione, già mentre siamo ancora in viaggio, ancora prima di arrivare alla meta. È forzare la nostra chiusura, la diffidenza, le paure, le difese che ci apre alla felicità di far entrare la vita degli altri nella nostra. Sembra paradossale, perché è l’esatto contrario di quello che ordinariamente si crede. Dicono: pensa a te stesso, stattene per conto tuo, e avrai meno problemi, sarai più felice. Il Signore ci indica la via opposta e, come sempre, è lui a fare per primo quello che chiede agli altri: lui infatti va incontro a tutti, pure a noi, persino si avvicina ai lebbrosi, non li evita, nonostante fossero considerati pericolosi: li incontra, li ascolta e li guarisce. E la prima guarigione sta proprio in quel nuovo rapporto umano che li fa uscire dall’isolamento.
La meta del viaggio che Gesù indica a quei dieci è il tempio, dove i lebbrosi potevano essere riaccolti nella comunità e dove ringraziare Dio con un’offerta per la guarigione ottenuta. Il Signore chiede fiducia piena nel suo aiuto: ancora prima di essere guariti considerarsi già sanati e pronti a ringraziare Dio per il dono ottenuto, come afferma nel vangelo di Marco: “Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà.” (Lc 11,24). È la fede di un bambino che sa già che otterrà quello che sta per chiedere al padre che lo ama così tanto. Ma non basta la fede, ci vuole anche la gratitudine per il dono ricevuto. Su dieci solo uno torna a rendere lode e ringraziare, ed è solo lui che ottiene oltre alla guarigione anche la salvezza. Anche noi troppo spesso non siamo mai soddisfatti, sempre lamentosi e recriminatori, perché siamo incapaci di essere grati di quanto abbiamo ricevuto. Sembra che quello che abbiamo e quello che siamo invece di essere un dono immeritato e generoso da parte di Dio è un diritto per il quale non c’è bisogno di essere grati a nessuno.
Fratelli e sorelle, accogliamo questo invito ad essere uomini e donne pronti a uscire dal chiuso di una vita  che allontana gli altri, basta fare il primo passo e la guarigione ci aprirà ad un senso grato della vita. E’ il primo passo che porta alla salvezza, perché è il Signore che compirà gli altri e ci guiderà alla vita che non finisce.


Preghiere


O Dio ti ringraziamo perché ci liberi dalla prigione di una vita chiusa dal piccolo orizzonte individuale, per aprirci alla libertà di un amore senza confini.
Noi ti preghiamo



Guidaci, o Signore Gesù, sulla via che ci conduce all’incontro con il fratello e la sorella, perché aprendo la nostra vita ad essi impariamo a vivere come figli di un unico padre.
Noi ti preghiamo


Aiutaci o Signore Gesù a vincere la paura che ci chiude all’incontro con i fratelli, specialmente i più poveri e bisognosi del nostro aiuto. Fa’ che sappiamo vedere nel volto di chi incontriamo qualcuno da amare e a cui tendere la mano amica.
Noi ti preghiamo


Guida o Signore tutti coloro che sono persi nei sentieri tortuosi del male e non trovano la strada per incamminarsi verso di te. Fa’ che, anche con il nostro esempio, la tua Parola orienti i loro passi e illumini il loro cammino.
Noi ti preghiamo


Sostieni o Dio del cielo tutti coloro che sono colpiti dal male e soffrono a causa della violenza della natura. Per le vittime dell’uragano ad Haiti e negli Stati Uniti, fa’ che trovino presto il sostegno e la consolazione di cui hanno bisogno.
Noi ti preghiamo


Guarda con amore a noi tuoi figli e, nonostante il nostro peccato, ti preghiamo di guidare i nostri passi sulla via del bene. Fa’ che, fidandoci del tuo amore misericordioso, affidiamo a te la nostra salvezza.
Noi ti preghiamo.


Proteggi e sostieni o Padre del cielo tutti coloro che annunciano la tua Parola e cercano di viverla, perché il tuo Nome porti salvezza e vita dove oggi regnano le tenebre.
Noi ti preghiamo



Ti preghiamo o Padre Santo, di essere sempre al nostro fianco perché anche nei momenti bui e di dimenticanza sappiamo accorgerci della tua presenza amorevole ed essere grati per la tua grande bontà.

Noi ti preghiamo

sabato 1 ottobre 2016

XXVII domenica del tempo ordinario - anno C - 2 ottobre 2017


Dal libro del profeta Abacuc 1,2-3; 2, 2-4
Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese. Il Signore rispose e mi disse: «Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette, perché la si legga speditamente. È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mente; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà. Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede».

Salmo 94 - Ascoltate oggi la voce del Signore.
Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia.

Entrate: prostrati, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce.

Se ascoltaste oggi la sua voce! +
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere».

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo 1,6-8.13-14
Figlio mio, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l’amore, che sono in Cristo Gesù. Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato.

Alleluia, alleluia alleluia.
La parola del Signore rimane in eterno:
e questa è la parola del Vangelo che vi è stato annunciato.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 17, 5-10
In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sradicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Commento

Cari fratelli e care sorelle, il brano del vangelo di Luca che abbiamo ascoltato si apre con una richiesta sintetica e fondamentale che i discepoli rivolgono a Gesù: «Accresci in noi la fede!» Se guardiamo il passo che precede questa richiesta vediamo che essa è suscitata dall’invito di Gesù di perdonare chi si comporta male contro di sé: “Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai”. Sette volte al giorno, cioè sempre: ecco la misura del perdono, così esageratamente abbondante e generosa, che il Signore chiede ai suoi.
Sappiamo bene quanto costa perdonare, figuriamoci poi chi è ripetitivo e pervicace nel suo errore: che senso ha perdonare sempre, non c’è un limite da porre, un argine all’errore e ai torti da subire?
È stupefacente la profondità dell’intuizione dei discepoli, i quali, messi davanti a questa esigenza, comprendono che la capacità di perdonare è qualcosa che va al di là del giudizio umano e spesso supera le stesse capacità naturali di ciascuno di noi, ma deve trovare una fonte più profonda alla quale alimentarsi, che è proprio la sorgente inesauribile della fede. Sì, non si tratta di affinare tecniche psicologiche o di imporsi ulteriori regole; davanti alla forza del male che talvolta ci si presenta nei comportamenti delle persone che abbiamo accanto esse non bastano, c’è bisogno di una forza ulteriore che solo la fede può dare.
La liturgia di oggi ci fa soffermare su questa richiesta del Signore e sulla conseguente richiesta dei discepoli di accrescere la loro fede proprio al termine di questo anno in cui papa Francesco ci ha posto l’esigenza di imparare dal Signore la misura della misericordia. Essa è fondamentale nella vita cristiana, poiché si manifesta prima di tutto a noi uomini come la fede che Dio dimostra nell’uomo attraverso l’esercizio largo del suo perdono. Sì Dio ha una tale fiducia nell’uomo da offrirgli sempre la possibilità di riscoprire e rafforzare la parte migliore di sé, mettendo in disparte quella peggiore. E questo non perché noi siamo perfetti, ma perché Dio dà fiducia a quelli che ama.
Possiamo allora a ragione dire che la nostra fede in Dio si fonda sulla fede che Dio, prima di tutto, ha riposto in noi, particolarmente nella nostra capacità di cedere alla sua insistente richiesta di voler bene ai fratelli e alle sorelle. Sì Dio si fida al di là di ogni ragionevolezza e prudenza di noi uomini, ci affida il tesoro del suo amore, ce lo regala con larghezza perché spera che susciti in noi altrettanto amore, anche se spesso rimane deluso.
La risposta di Gesù alla domanda dei discepoli è paradossale, poiché la logica del perdono è paradossale rispetto al modo normale di ragionare. Essa trova una sua giustificazione solo in chi fa prevalere le ragioni della fede, cioè della fiducia in Dio, per rafforzare la propria fiducia negli uomini e vincere sulle ragioni dello scetticismo e del realismo prudente.
Gesù usa due esempi: l’esempio dell’albero che obbedisce alla richiesta dell’uomo di fede di sradicarsi e gettarsi in mare ci insegna che chi ha in Dio non ha paura di disancorarsi dalla solidità certa e rassicurante del terreno delle proprie ragioni, anche quelle reali e motivate dai fatti, ma accetta di tuffarsi nel mare dell’amore di Dio, così largo e profondo che ci disorienta, ma che permette di prendere il largo dalla misura stretta della propria esistenza. Sì perché la risposta della rivalsa o del rancore rafforza il male e ne moltiplica le radici rendendolo sempre più compenetrato con la nostra esistenza.
Il secondo esempio del servo che non si aspetta ringraziamenti per aver compiuto il proprio dovere ci insegna che voler bene così da perdonare sempre non è una concessione magnanima, ma solo la restituzione, mai sufficiente, di quanto abbiamo ricevuto da Dio, di quel debito che mai si estinguerà.
Due esempi concreti e semplici, ma che ci rendono bene l’idea della paradossalità della logica dell’amore che si fonda sulla fede e apre la vita dei discepoli al perdono da chiedere e da offrire agli altri. Sì, perché l’amore si può fondare su tante cose: la convenienza, il timore, l’abitudine, ed in questi casi le fondamenta non sono solide, ma passeggere e mutevoli, perché cambiano con il cambiare delle situazioni. Solo l’amore che si fonda sulla fiducia in Dio che non smetterà mai di volerci bene e che proprio per questo ci chiede di fidarci che con l’amore possiamo vincere tutto, anche la forza del male attorno a noi, solo questo amore nutrito di fede ci dona la pienezza di una vita solida, piena di significato e felice.



Preghiere 


Ti preghiamo o Signore Gesù di donarci la fede che permette di amare e perdonare i fratelli. Fa’ che la misericordia con cui tu guardi alla nostra debolezza ci insegni l’umiltà del perdono,
Noi ti preghiamo


O Dio Padre buono rafforza in ciascuno di noi le ragioni della fiducia in te e negli uomini, perché, confermati dalla fedeltà con cui ci continui ad amare nonostante tutto, sappiamo a nostra volta rafforzare negli altri il desiderio di bene,
Noi ti preghiamo


Sostieni o Dio quanti si spendono per far prevalere nel mondo la pace e la giustizia. Per chi opera in situazioni difficili e pericolose per il bene di chi ha bisogno di aiuto,
Noi ti preghiamo


Apri o Dio le porte dei nostri paesi ricchi d’Europa perché non accada più che qualcuno debba morire per cercarvi rifugio e salvezza dalla miseria. Fa’ che nei popoli europei vinca la solidarietà e l’accoglienza sulla paura e il rifiuto,
Noi ti preghiamo


Ti preghiamo o Signore per tutti i paesi in guerra da cui tanti uomini, donne, anziani e bambini sono costretti a fuggire con grandi sofferenze e pericoli. Dona pace al mondo intero,
Noi ti preghiamo


Abbi pietà o Dio e volgi il tuo sguardo sui Paesi dove l’umanità soffre per la fame e la miseria, dà a ciascuno il necessario per vivere dignitosamente e fa’ che nessuno debba più abbandonare casa e famiglia per salvarsi dalla povertà,
Noi ti preghiamo.


Ti preghiamo o Padre del cielo per il nostro papa Francesco che si è fatto pellegrino ad Assisi per invocare il dono della pace. Perché l’esempio di San Francesco sia insegnamento per tutti noi e ci guidi all’umile vicinanza ai crocifissi del mondo,
Noi ti preghiamo


Dona pace e salvezza alla tua Chiesa ovunque diffusa, specialmente dove è perseguitata e nel dolore, in tutti i luoghi in cui il tuo nome è combattuto e offeso nella vita di tanti discepoli,

Noi ti preghiamo

sabato 24 settembre 2016

XXVI domenica del tempo ordinario - anno C - 25 settembre 2016




Dal libro del profeta Amos 6, 1.4-7
Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria! Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla. Canterellano al suono dell’arpa, come Davide improvvisano su strumenti musicali; bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano. Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei dissoluti. 

Salmo 145 - Loda il Signore, anima mia.
Il Signore rimane fedele per sempre
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri.

Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri.

Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione. 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo 6, 11-16
Tu, uomo di Dio, evita queste cose; tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni. Davanti a Dio, che dà vita a tutte le cose, e a Gesù Cristo, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, che al tempo stabilito sarà a noi mostrata da Dio, il beato e unico Sovrano, il Re dei re e Signore dei signori, il solo che possiede l’immortalità e abita una luce inaccessibile: nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo. A lui onore e potenza per sempre. Amen. 

Alleluia, alleluia, alleluia.
Gesù Cristo da ricco che era,
si è fatto povero per noi
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 16, 19-31
In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”». 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, la voce del profeta Amos oggi fa risuonare alto il suo grido: “Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria ! è un’affermazione, quella di Amos, che ci turba: che male c’è ad essere spensierati e a sentirsi al sicuro? Anzi non è forse questa un’invidiabile situazione nella quale tutti noi vorremmo trovarci? Evitare le preoccupazioni, poter godere di ciò che più ci dà soddisfazione senza temere che qualcuno ce lo porti via, vivere in santa pace, non è un nostro diritto?
Eppure Amos mette in guardia chi si trova in questa situazione, e così li descrive: “sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla. Canterellano al suono dell’arpa, … bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti.” Che male c’è a godere di ciò che, onestamente, abbiamo a nostra disposizione; non è furto né rapina, quello che abbiamo non possiamo godercelo?
È un pensiero molto normale, direi naturale, e su di esso si basa l’organizzazione sociale nella quale siamo abituati a vivere sentendoci a nostro agio.
Perché allora tanto scandalo da parte di Amos? Egli lo dice chiaramente: “…ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano.” Sì, lo scandalo del profeta nasce non dalla serenità e dal benessere della gente di Gerusalemme, ma per il fatto che si disinteressano di quanti, al contrario di loro, si trovano in una situazione di miseria e sono minacciati.
In ogni tempo ci sono state, e ci sono tuttora, situazioni nelle quali interi popoli, o parte di essi, sono colpiti duramente dalla povertà e dai conflitti. Domenica scorsa papa Francesco ad Assisi, in occasione dell’incontro interreligioso di preghiera per la pace, ce lo ha ricordato: “In molti Paesi si soffre per guerre, spesso dimenticate, ma sempre causa di sofferenza e povertà. … abbiamo visto negli occhi dei rifugiati il dolore della guerra, l’angoscia di popoli assetati di pace. Penso a famiglie, la cui vita è stata sconvolta; ai bambini, che non hanno conosciuto nella vita nient’altro che violenza; ad anziani, costretti a lasciare le loro terre.
Eppure buona parte del mondo, la nostra parte, continua a vivere come descrive Amos: spensierata, intenda a godersi il molto che ha a disposizione, rafforzando la propria sicurezza a discapito proprio di quanti stanno peggio. Come è possibile? Non dovrebbe essere spontaneo per un uomo prestare soccorso al proprio simile che versa in situazione di bisogno e grave necessità?
L’Evangelista Luca ce lo spiega bene: una porta pesante e ben chiusa divide chi gode del benessere da chi, fuori, sulle strade del mondo, all’aperto da ogni riparo subisce i colpi pesanti della miseria e della violenza. Quella porta rende quei due mondi incomunicanti, non fa vedere chi c’è dietro né sentire il grido di aiuto di quanti sono chiusi fuori. Sì, le nostre vite troppo spesso sono ben riparate da una porta chiusa che ci evita preoccupazioni e ansie.
Pensiamo alla città di Aleppo, due milioni di abitanti, sotto assedio da quattro anni, senza cibo né acqua né cure mediche, circa centomila morti, altre centinaia di migliaia fuggiti in cerca di salvezza. Eppure una porta pesante cerca di tenerli lontani da noi, erigendo muri, fili spinati, barriere che trasformano sempre più l’Europa in una fortezza inespugnabile.
Ma anche pensiamo a quanti vivono sulle nostre strade e che non trovano rifugio né riparo, e tanto spesso sono evitati e scansati da chi li incontra per la via.
Sempre ad Assisi papa Francesco ha detto: “Dio ci chiede di affrontare la grande malattia del nostro tempo: l’indifferenza. E’ un virus che paralizza, rende inerti e insensibili, un morbo che intacca il centro stesso della religiosità, ingenerando un nuovo tristissimo paganesimo: il paganesimo dell’indifferenza.”
Cari fratelli e care sorelle, apriamo quella porta sbarrata e usciamo dalla prigione della nostra paura. Essa, è vero, condanna tanti a restare nella loro penosa condizione, ma condanna anche chi si sente al sicuro dietro di essa al morbo temibile dell’indifferenza e all’autodistruzione della propria umanità. La parabola del vangelo di Luca ci fa vedere che una rovina definitiva e inappellabile attende il ricco che ha tenuto chiusa la porta sentendosi in diritto di ignorare chi fuori bramava non il suo posto, ma gli avanzi del suo pasto. Eppure il benestante banchettatore era stato messo in guardia, così come noi siamo messi in guardia: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro.” Sì, la Parola di Dio ci mette in guardia e oggi ci invita ad aprire la porta sbarrata, a guarire dal morbo dell’indifferenza che ci rende ciechi e sordi. Essa ci mostra la via della fraternità e della sollecitudine concreta e premurosa per chi sta male come l’unica medicina in grado di risanarci. Accogliamo con gratitudine la preoccupazione paterna di Dio, il quale, nonostante tutto, ha così a cuore la nostra parte del mondo che si autodistrugge nell’indurimento del cuore e nella perdita della propria umanità e che anche a noi continua a rivolgere l’invito a prenderci cura del povero come di noi stessi.


Preghiere 
  
O Signore fa’ che non chiudiamo la porta per escludere te e i fratelli dalla nostra vita, ma aiutaci invece a mettere al centro chi ha più bisogno del nostro aiuto.
Noi ti preghiamo


O Cristo che hai donato tutta la tua vita per la salvezza nostra, liberaci dalla prigione dell’egoismo per essere tuoi figli e discepoli.
Noi ti preghiamo



O Padre del cielo guarda con amore a tutti coloro che danno valore solo a ciò che è materiale ed esteriore, fa’ che scoprano presto che ciò che conta veramente è l’amore e la compassione.
Noi ti preghiamo


Ti preghiamo o Signore perché liberi le nostre società occidentali dai mali che le affliggono: l’indifferenza per chi è debole, la perdita di senso, la xenofobia, la chiusura. Fa’ che riscoprano presto la vocazione ad essere luogo di incontro e di accoglienza.
Noi ti preghiamo




Perdona Signore tutte le volte che abbiamo considerato gli altri solo per la loro utilità a noi. Fa’ che impariamo a conoscere e apprezzare sempre più il valore dell’amicizia gratuita e senza interesse.
Noi ti preghiamo


Aiuta e proteggi o padre santo i nostri fratelli e  sorelle più piccoli che riprendono da oggi la catechesi per imparare ad essere tuoi discepoli e amici. Fa’ che tutti noi sappiamo accompagnarli col nostro affetto e preghiera.
Noi ti preghiamo.



Sostieni o Padre misericordioso tutti coloro che hanno bisogno del tuo aiuto: i malati, gli anziani, i senza casa, i prigionieri, i sofferenti. Fa’ che la loro vita sia consolata e liberata dal male.
Noi ti preghiamo



Proteggi o Signore tutti i tuoi discepoli ovunque dispersi. Fa’ che l’annuncio del vangelo raggiunga coloro che ancora non ti conoscono e cambi la loro vita.

Noi ti preghiamo

sabato 10 settembre 2016

XXIV domenica del tempo ordinario - anno C - 11 agosto 2016


Dal libro dell'Esodo 32, 7-11. 13-14
In quei giorni, il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto”». Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo dalla dura cervice. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione». Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente? Ricordati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”». Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.

Salmo 50 - Ricordati di me, Signore, nel tuo amore.
Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; +
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.

Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito.

Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode.
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio;
un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timoteo 1, 12-17
Figlio mio, rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù. Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna. Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Alleluia, alleluia alleluia.
Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te;
non son più degno di essere chiamato tuo figlio.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 15, 1-3
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte». Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Commento

Cari fratelli e care sorelle, le letture di questa domenica ci offrono un quadro meraviglioso ed esaustivo della misericordia di Dio. Nella prima lettura vediamo Dio che si sdegna perché il popolo che lui ha liberato dalla schiavitù in Egitto e ha indirizzato sul cammino verso la terra della libertà e dell’abbondanza, lo ha dimenticato, preferendo a lui l’idolo del vitello d’oro. Dio dice a Mosè che intende accettare questa sfida e di abbandonare il popolo che aveva privilegiato su tutti gli altri per lasciarlo in balia dei suoi idoli, ma Mosè intercede invoca la misericordia di Dio, il quale mostrandosi umile e pronto a cambiare idea, si lascia convincere al perdono. Umiltà di non cercare soddisfazione o giustizia, ma di mostrare ancora un volta il volto misericordioso.
Nella seconda lettura l’Apostolo esprime il suo stupore perché il Signore si è degnato di usare lui come un suo strumento, nonostante la sua indegnità e il peccato che lo aveva portato al punto di farsi persecutore dei discepoli. Paolo sottolinea come il fatto di essere stato perdonato e inviato come Apostolo per costruire le comunità dei discepoli in tante città non è certo un suo merito, ma è un segno che Dio vuole dare a tutti della possibilità di ricevere la misericordia di Dio che trasforma così radicalmente la vita degli uomini che l’accolgono, cosa per la quale Paolo manifesta tutta la sua gratitudine.
Infine il Vangelo di Luca ci riporta la reazione di Gesù allo scandalo suscitato nei farisei e negli scribi perbenisti dal fatto che lui frequenta gente così disdicevole come i pubblicani e altri peccatori. Questi ultimi lo giudicano complice perché non si scaglia contro di loro, ma sembra avere con essi un atteggiamento accogliente e benevolo. Il Signore risponde a tutto questo scandalo raccontando tre parabole nelle quali, partendo da situazioni concrete della vita quotidiana di un pastore, di una massaia e di un padre di famiglia, fa emergere come la natura più profonda e vera di Dio, così umana, emerga proprio nella sua misericordia con i peccatori. Per essa egli è innanzitutto pronto a correre rischi, come quel pastore che lascia le 99 pecore per cercare la perduta. Ma poi Dio si manifesta anche tenace nel suo attaccamento a quello che ritiene qualcosa di un grande valore per sé, e cioè anche il più umile dei suoi figli, come la donna che passa ore a cercare la moneta perduta. Infine per Dio essere misericordiosi è fonte di una grande gioia, per la quale vale la pena fare una grande festa, perché essa rigenera i legami che si erano rotti e restituisce la dignità più grande che c’è, quella di figli di Dio, a chi, col suo peccato, l’aveva rifiutata.
Insomma: umiltà, stupore e gratitudine, disponibilità a rischiare, tenacia, gioia. Ecco gli elementi che costituiscono, secondo il Vangelo, l’essenza della misericordia e i sentimenti di chi la accoglie e a sua volta la vive.
Questa liturgia ci coglie verso la fine di un anno giubilare dedicato alla misericordia di Dio e alla domanda di misericordia che Dio stesso e i fratelli rivolgono a noi. Ne abbiamo parlato più volte durante l’anno, il papa Francesco ce l’ha ricordata in molte occasioni, con le sue parole e i suoi gesti. Abbiamo compiuto il pellegrinaggio alla porta santa di Roma e della cattedrale di Terni. È forse il momento di chiederci se e quanto il dono della misericordia di Dio è entrato nella nostra vita e quanto abbiamo colto la domanda che ci viene rivolta e gli abbiamo risposto.
Sì perché la tendenza a giudicare senza misericordia è così forte in noi. Quanto assomigliamo a quel secondo figlio rimasto in casa. Egli ci appare così ragionevole e di buon senso. Il suo recriminare ci fa stare istintivamente dalla sua parte. Non ha forse ragione ad irritarsi per tutta quella festa in onore di una persona che non lo meritava e ha fatto così tanto male a tutta la famiglia?
Si forse quel giovane è nel giusto, il fratello è in torto marcio e il padre è troppo sentimentale nel suo entusiasmo esagerato per il figlio ritrovato. Ma proviamo a vedere le cose dal punto di vista dei risultati del diverso agire dei due. Il padre ritrova un figlio, nonostante quello ritornava da lui non per riessere accolto come tale, ma per fare il servo in una casa non più sua (“andrò da mio padre e gli dirò:…non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”). L’incontro è occasione per una grande festa, per celebrare e rinsaldare la forza dei legami che unisce quella famiglia e i servi stessi (“Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa”). L’altro figlio invece forse, come dicevo, ha ragione, è nel giusto, ma intanto se ne resta fuori casa, lontano e isolato da tutti. È stizzito e offeso, freddo con il fratello e il padre, cova rancore perché si sente non capito e non apprezzato.
Da questa semplice constatazione possiamo capire perché Dio sceglie per la misericordia e non per la giustizia e il suo giudizio non è mai una condanna, ma è per salvare e perdonare.
Fratelli e sorelle, questo anno della misericordia ci è stato offerto come un’occasione per rivedere tanti nostri atteggiamenti e per scegliere se vivere come quel figlio triste e solo o come il padre in festa. I frutti della misericordia infatti sono la gioia e la pace che non passa, il suo contrario ci getta invece in un abisso di angoscia e infelicità.



Preghiere  

O Signore ti ringraziamo perché ci hai donato un anno dedicato alla misericordia. Aiutaci a renderci sempre conto del nostro bisogno della tua misericordia e della bellezza di viverla nei confronti dei fratelli e delle sorelle che incontriamo,
Noi ti preghiamo


O Padre del cielo, perdona quando ci riteniamo giusti e nella ragione, quando accampiamo diritti e vediamo negli altri torti e colpe. Donaci di essere capaci di vivere la misericordia con tutti.
Noi ti preghiamo




Aiutaci o Signore a trovare sempre con umiltà la via del ravvedimento e della richiesta di perdono, perché sappiamo tornare a Te quando ci allontaniamo orgogliosi e pieni di noi stessi.
Noi ti preghiamo


Insegna anche a noi o Padre misericordioso a fare grande festa ogni volta che il bene vince sul male, che il perdono cancella il peccato e che la misericordia supera il desiderio di rivalsa.
Noi ti preghiamo


Ti ringraziamo o Dio per le parole e i gesti di papa Francesco che ci invitano a convertire il nostro cuore al Vangelo e a seguire la via della misericordia. Sostieni il suo ministero e proteggilo dal male.
Noi ti preghiamo



Guida o Dio la Chiesa perché sia sempre famiglia feconda che genera tuoi figli. Fa’ che ciascuno di noi cresca in essa e partecipi alla sua missione di vivere ovunque nel mondo l’amore del Vangelo.
Noi ti preghiamo.



Proteggi o Padre del cielo ogni popolo che è vittima della violenza: per la Siria, l’Afghanistan, il Libano, l’Iraq e ogni Paese dove vince la forza della guerra e del terrorismo.
Noi ti preghiamo


Suscita in noi, o Signore Gesù, sentimenti di pace e gesti di riconciliazione, perché diveniamo operatori di bene capaci di sostenere con affetto tutti quelli che hanno bisogno di aiuto e consolazione.

Noi ti preghiamo