sabato 11 aprile 2020

Pasqua di resurrezione - Anno A - 12 aprile 2020




Dagli Atti degli Apostoli 10, 34a. 37-43

In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazareth, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome».


Sal 117 - Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo.
Rendete grazie al Signore perché è buono,
perché il suo amore è per sempre.
Dica Israele:
«Il suo amore è per sempre».

La destra del Signore si è innalzata,
la destra del Signore ha fatto prodezze.
Non morirò, ma resterò in vita
e annuncerò le opere del Signore.

La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.



Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi 3, 1-4

Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.


Alleluia, alleluia alleluia.
Cristo è risorto dai morti e non muore più,

Egli ci attende in Galilea.
Alleluia, alleluia alleluia.


Dal vangelo secondo Giovanni 20, 1-9

Il primo giorno della settimana, Maria di Magdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.


Commento

Cari fratelli e care sorelle, questi giorni trascorsi sono stati un tempo speciale e fuori dall’ordinario. Li abbiamo vissuti dispersi nelle nostre case, senza poterci riunire in chiesa, ma nonostante tutto siamo rimasti uniti nel seguire Gesù nella sua passione. Infatti è Gesù che ci unisce, e soprattutto in questi giorni di dolore, morte e resurrezione. 
Dal momento del suo ingresso in Gerusalemme, domenica scorsa, lo abbiamo visto concentrato nello sforzo estremo di manifestare la sua vicinanza agli uomini con parole e gesti: ha donato tutto se stesso, corpo e sangue, nell’ultima cena coi dodici, ha mostrato loro col suo esempio come restare vicini a tutti facendosi loro servi, con il gesto della lavanda dei piedi. Infine si è mostrato pronto a perdonare, ha agito con mitezza in mezzo alla violenza, ha accolto con docilità la volontà del Padre di preservaci dal contagio della violenza, conservando sempre la sua umanità piena di amore e benevolenza per tutti, proprio tutti. 

Non è un caso che questo cammino della settimana santa si è aperto la domenica delle palme con una domanda che abbiamo ascoltato dal vangelo di Matteo: “tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?».” (21,11) Proprio in questi giorni infatti possiamo comprendere con ancora più chiarezza chi è Gesù.


Chi è costui?” si chiedeva la gente davanti a quell’uomo che, pur essendo così indifeso, pretendeva di essere un re capace di portare la salvezza a tutto il popolo. Se lo chiedevano gli ebrei che attendevano un Messia che li liberasse dall’oppressione colonizzatrice romana con la forza delle armi. Se lo chiedevano i romani, interdetti, come Pilato, davanti a uno straccione che diceva di sé “sono re” (Gv 18,37) senza avere né esercito né potere, al massimo un inoffensivo illuso. Se lo chiede ancora oggi questo mondo che fa fatica ad affidarsi a un Signore che non cancella via con un colpo di spugna il dolore e la morte in questo tempo di pandemia, ma soffre i colpi del male assieme ai contagiati dal coronavirus e a quanti ne patiscono le conseguenze più dure.

La risposta a questa domanda «Chi è costui?» ci giunge inattesa da dove non avremmo mai immaginato. Dalla bocca di due pagani: da Pilato che, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo mostra alla folla inferocita definendolo “Ecco l’uomo!” (Gv 19,5), e da un centurione romano, uomo abituato alla violenza delle armi, che sotto la croce, al momento della morte di Gesù proclama: “Davvero quest’uomo era figlio di Dio!” (Mc 15,39). Viene così solennemente proclamata la piena umanità e divinità di Cristo, paradossalmente  proprio nel momento della sua massima umiliazione e sofferenza.

Ci dice sempre l’evangelista Marco che il soldato romano che lo aveva trascinato sul Golgota sotto il peso della croce alla quale lo aveva poi inchiodato riconosce chi è Gesù “avendolo visto spirare in quel modo”. Alcuni, poco prima, beffardamente, si erano detti disponibili a riconoscerlo come il Cristo, il re d’Israele se si fosse salvato dalla croce, se avesse risparmiato se stesso mettendosi al riparo dal male. (Mc 15,32). Ora, invece, il centurione riconosce in Gesù il Figlio di Dio proprio perché non salva se stesso, non si preoccupa di sé, ma muore in quel modo, beneficando chi gli è accanto, senza sottrarsi al dolore della croce.

Sì, si può capire chi è veramente Gesù solo contemplando il suo volto sfigurato dal dolore che non maledice, non se la prende con gli uomini, non ha parole di odio o vendetta, ma si affida al Padre e compie la sua volontà.

Eppure noi preferiamo sfuggire dalla vista del dolore, vorremmo che la volontà del Padre ci ponesse al riparo da esso. Lo facciamo con l’indifferenza nei confronti dei poveri, delle vittime delle guerre, dei migranti ammassati in campi disumani, degli anziani lasciati soli a morire nei cronicari, dei volti dei tanti poveri Cristi sfigurati dal dolore e inchiodati alle croci dei nostri giorni. L’uomo di oggi distoglie lo sguardo da loro, e per questo non sa chi è Gesù.

Papa Francesco il 27 marzo scorso, invocando la misericordia del Signore da una piazza San Pietro deserta, ha detto: “le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che … stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, ecc…” Il papa si è fatto interprete dell’ondata di simpatia e ammirazione per il personale sanitario ed altre persone che, in un momento di grave crisi e pericolo estremo, non hanno pensato a mettere al sicuro se stesse, ma si sono preoccupate di salvare altri, i malati affidati alle loro cure, la gente preoccupata e spaventata. Per far questo, come sappiamo, tanti hanno affrontato il rischio di ammalarsi e morire, e in molti casi ciò è accaduto, oltre a sottoporsi a un superlavoro spesso massacrante.

L’attuale crisi della pandemia ha fatto riemergere nella coscienza di molti la bellezza delle persone che sacrificano se stessi per il bene di altri che sono in difficoltà, anteponendo l’interesse di questi al proprio. Questa scoperta è importante, segna una svolta in un pensiero dominante che pone invece solitamente al primo posto coloro che sanno fare bene il proprio interesse, ottenendo così successo, benessere, notorietà, anche a discapito degli altri. Questo nuovo pensiero è qualcosa che noi cristiani siamo chiamati ad incarnare e vivere sempre, proprio sull’esempio del Gesù della passione e morte, in tempo di crisi e in tempo ordinario, quando cioè la crisi riguarda solo una minoranza di poveri vicini a noi o gente troppo lontana e diversa da noi per interessarcene.

Questa scoperta piena di stupore è nata in tanti dall’aver fatto esperienza sulla propria pelle della durezza del male e dall’aver scoperto che nel buio fatto di dolore e disperazione delle luci restano accese, luci di speranza, di generosità e altruismo.

È l’esperienza delle discepole che al mattino presto, ancor prima dell’aurora, hanno affrontato il buio, la paura dell’essere donne indifese in un momento difficile, per prendersi cura del corpo di colui che le aveva difese, salvate, fatte rinascere a nuova dignità, e per questo era stato ucciso crudelmente. Nel buio di quelle giornate di violenza e morte esse hanno conservato la capacità di essere una luce di speranza, e di preoccuparsi di un altro. Per questo esse furono le prime testimoni della resurrezione del Signore, che la sua vita non era finita, ma era stata resa invincibile dall’amore del Padre.

Gli apostoli invece erano rimasti al chiuso, troppo spaventati e forse pentiti di aver seguito Gesù in un’impresa così spericolata. Hanno imparato a loro spese la dura lezione della vita, cioè che è bene preoccuparsi di se stessi. Per questo se ne stanno nascosti, il buio li ha imprigionati.

Cari fratelli e care sorelle, anche a noi oggi quelle povere donne, con tutto il carico di fragilità della loro condizione, comunicano un quella luce di speranza che avevano conservato. Esse presero l’iniziativa di rischiare la loro incolumità per fare del bene a chi le aveva amate e servite. La loro debole luce divenne così lo splendore della resurrezione della quale furono le prime testimoni, un fascio di luce potente che illumina ancora oggi il nostro cammino.

Anche noi, fratelli e sorelle, riconosciamo, come fece il centurione, che Gesù è il Figlio di Dio, cioè colui che può salvare la nostra vita, e ci riusciremo solo contemplando il volto di quanti oggi, come lui, sono sfigurati dai colpi del male e del dolore.

Anche noi, come le donne, non temiamo la nostra fragilità, ma conserviamo il ricordo grato del bene che lui ci ha fatto e il desiderio di dimostrargli, come possiamo, il nostro affetto, prendendoci cura dei corpi martoriati dei più poveri.

Anche noi viviamo quell’esperienza straordinaria dei discepoli i quali, superando se stessi e le proprie paure, uscirono dal chiuso e ricevettero dall’angelo l’annuncio che colui che non aveva pensato a salvare se stesso ma era rimasto fedele alla volontà del Padre è risorto e vive. La sua vita, proprio perché spesa per gli altri e non risparmiata per sé stesso, è stata resa dal Padre più forte della morte.


Preghiere


O Signore nostro Gesù Cristo, ti rendiamo gloria perché con la tua resurrezione hai vinto la morte e rendi chi ti resta vicino vittorioso sul male,

Noi ti preghiamo



Ti ringraziamo o Signore, perché qui nella tua casa riceviamo l’annuncio gioioso della vita che vince la morte. Aiutaci a non fuggire il male che vediamo attorno a noi, ma a vincerlo con la forza del tuo amore,

Noi ti preghiamo



Scendi o Signore Gesù negli inferni di questa terra e risolleva tutti gli uomini che sono nel dolore, perché trovino nella tua resurrezione la salvezza che attendono,

Noi ti preghiamo


Ti preghiamo o Signore Gesù per tutti i tuoi discepoli ovunque dispersi e che in ogni parte della terra in questo giorno ti proclamano risorto. Fa’ che viviamo sempre in unità, come una famiglia radunata dalla tua Parola attorno all’unica mensa

Noi ti preghiamo



Ti preghiamo o Dio perché tutti gli uomini che ancora non ti conoscono possano presto udire l’annuncio del Vangelo di resurrezione e, divenuti tuoi discepoli, essere rivestiti della forza del tuo amore

Noi ti preghiamo.


Proteggi o Padre del cielo tutti coloro che annunciano il Vangelo e testimoniano la forza invincibile del tuo amore. Proteggili e sostienili nelle difficoltà, rendi la loro vita un segno di resurrezione,

Noi ti preghiamo



Salva o Dio misericordioso tutti coloro che ti invocano. In modo particolare ti preghiamo di proteggere coloro che vivono dove infuria la guerra e la violenza. Dona la tua pace al mondo intero,

Noi ti preghiamo


Ti preghiamo O Signore Gesù per il nostro papa Francesco. Fa’ che il suo forte annuncio di fraternità e amore coinvolga tutti gli uomini e ci conduca presto all’unità di tutto il genere umano,

Noi ti preghiamo

venerdì 10 aprile 2020

Venerdì santo, adorazione della S. Croce - Anno A - 10 aprile 2020


 


Dal libro del profeta Isaia 52, 13 - 53, 12

Ecco, il mio servo avrà successo,
sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente.
Come molti si stupirono di lui
– tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto
e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo –,
così si meraviglieranno di lui molte nazioni;
i re davanti a lui si chiuderanno la bocca,
poiché vedranno un fatto mai a essi raccontato
e comprenderanno ciò che mai avevano udito.
Chi avrebbe creduto al nostro annuncio?
A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?

È cresciuto come un virgulto davanti a lui
e come una radice in terra arida.
Non ha apparenza né bellezza
per attirare i nostri sguardi,
non splendore per poterci piacere.
Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia;
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.

Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori;
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per le nostre colpe,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.

Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l’iniquità di noi tutti.
Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.

Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
chi si affligge per la sua posterità?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
per la colpa del mio popolo fu percosso a morte.
Gli si diede sepoltura con gli empi,
con il ricco fu il suo tumulo,
sebbene non avesse commesso violenza
né vi fosse inganno nella sua bocca.

Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione,
vedrà una discendenza, vivrà a lungo,
si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
e si sazierà della sua conoscenza;
il giusto mio servo giustificherà molti,
egli si addosserà le loro iniquità.

Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
dei potenti egli farà bottino,
perché ha spogliato se stesso fino alla morte
ed è stato annoverato fra gli empi,
mentre egli portava il peccato di molti
e intercedeva per i colpevoli.



Salmo 30 - Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito.
In te, Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso;
difendimi per la tua giustizia.
Alle tue mani affido il mio spirito;
tu mi hai riscattato, Signore, Dio fedele.

Sono il rifiuto dei miei nemici
e persino dei miei vicini,
il terrore dei miei conoscenti;
chi mi vede per strada mi sfugge.
Sono come un morto, lontano dal cuore;
sono come un coccio da gettare.

Ma io confido in te, Signore; +
dico: «Tu sei il mio Dio,
i miei giorni sono nelle tue mani».
Liberami dalla mano dei miei nemici
e dai miei persecutori.

Sul tuo servo fa’ splendere il tuo volto,
salvami per la tua misericordia.
Siate forti, rendete saldo il vostro cuore,
voi tutti che sperate nel Signore.



Dalla lettera agli Ebrei 4, 14-16; 5, 7-9

Fratelli, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno. [ Cristo, infatti, ] nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.

 

Lode a te, o Signore, re di eterna gloria!
Per noi Cristo si è fatto obbediente fino alla morte
Per questo Dio lo ha esaltato
Lode a te, o Signore, re di eterna gloria!


Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Giovanni

Gv 18, 1-19, 42

 

Commento

 

Cari fratelli e care sorelle, a Giuda e alle guardie che erano venuti a prenderlo Gesù disse: “Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato.” (Mc 14,48-49)  La cattura di Gesù avviene con un grande dispiegamento di forze e con grande violenza. Eppure Gesù non aveva mai dimostrato una attitudine violenta, non aveva mai predicato ribellione, né opposto resistenza. Perché si esercita così tanta violenza contro di lui, così inerme e indifeso?

In verità la violenza si insinua nelle pieghe della vita ed esplode con virulenza abbattendosi sugli uomini, anche quando essa appare del tutto ingiustificata. Pensiamo alla violenza della guerra, che miete sempre un numero enorme di vittime innocenti, che non hanno motivo di essere colpite, non costituiscono una minaccia; oppure pensiamo al terrorismo, che usa la violenza per tenere in pugno la volontà dei popoli, senza tenere in conto le vittime concrete, che sono solo uno strumento per raggiungere un fine; oppure pensiamo alla piccola violenza quotidiana di cui è vittima in genere chi è inerme e la subisce spesso nell’indifferenza generale.

Fin dall’inizio della storia la violenza sembra essere un destino scritto nella vita dell’uomo, radicato nel suo animo, pensiamo al “primo fratello” della storia, Caino, che, per invidia, uccise a sangue freddo il proprio fratello Abele.

La violenza vuole prendere possesso dell’uomo: chi la esercita ne è dominato, chi la subisce è invece annientato dalla paura e dal dolore. La violenza fa parte della vita dell’uomo, e Gesù, venuto a condividere la nostra esistenza, ne fa esperienza diretta fino in fondo, fino a morirne. Egli subisce la violenza dell’arresto, della derisione manesca delle guardie dei sommi sacerdoti, della flagellazione e della crocifissione da parte dei soldati romani, dell’urlo delle folle che gli gridano in faccia tutto il loro disprezzo.

Quanta violenza gronda dal racconto della passione di Cristo!

Eppure Gesù non usa violenza. Non solo lo afferma di sé: “imparate da me, che sono mite e umile di cuore”, ma lo dimostra proprio nel momento della sua cattura: egli rifiuta così nettamente la violenza da non volersi nemmeno difendere.

Pietro e gli altri hanno una reazione diversa: tirano fuori un’arma e colpiscono quelli che li minacciano. Gli apostoli hanno portato con loro la spada, e con quella, chissà, forse volevano dimostrare il loro attaccamento al Maestro, tanto da essere disposti a spargere sangue per la sua libertà. Al contrario, proprio questo loro gesto li allontana da Gesù, il quale reagisce alla loro bellicosità addolorato: “credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli?” Se avesse voluto usare la violenza avrebbe avuto mezzi ben più efficaci! “Ma”, prosegue Gesù, “allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?” Cioè solo la mitezza inoffensiva e priva di violenza di Gesù può rendere le Scritture finalmente “compiute”, cioè realizzare in pienezza il messaggio di Dio agli uomini: che la violenza non è una legge dalla quale non ci si può sottrarre, come fosse parte del nostro DNA. Essa è sempre una scelta di peccato, e lo dimostra Gesù, anche in un momento estremo come quello che lui sta vivendo. Anzi, ancora di più: Gesù afferma che l’uso della violenza, anche sotto la forma della difesa, fa sì che essa inghiotta nel suo vortice chi si illude di mettersi in salvo: “Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno.”

Paradosso del comportamento dei discepoli: avevano detto che sarebbero stati pronti a morire per lui, ma ora dimostrano solo di essere pronti a dare la morte agli altri per salvare se stessi.

Fin dalla cattura dunque si rende manifesta la vittoria di Gesù sulla violenza e sul suo tragico epilogo, la morte. Egli infatti la subisce, sì, come tanti altri prima e dopo di lui, ma non ne è vinto, cioè non permette che essa si impadronisca della sua volontà, rendendolo a sua volta autore di violenza.

Ecco che dunque Gesù mostra con chiarezza chi egli sia. Ieri, mentre si chinava a lavare i piedi dei discepoli, mostrava il volto di Dio nel servizio; oggi, con la sua inerme inoffensività, ne rivela la mitezza, incapace di nuocere a chiunque.

Gesù con questa prova suprema del suo amore per l’uomo, ogni uomo, anche colui del quale la violenza si è impadronito rendendolo suo strumento di dolore e morte, dimostra che non siamo condannati alla schiavitù del male. Egli afferma come non ci sia situazione che possa giustificare il desiderio di nuocere né l’azione violenta.

Cari fratelli e care sorelle la mitezza di Gesù ci sconcerta e subito, istintivamente, ci giustifichiamo: non è umano un tale comportamento! Eppure Pilato nel presentare al popolo Gesù flagellato e ormai condannato afferma, forse senza volerlo, una profonda verità quando lo definisce: “ecco l’uomo”. Sì, quello è il vero uomo, privo del pur minimo sentimento di odio. Non v’è nel suo intimo traccia di quella violenza che sembra così naturale, ma che in realtà è il frutto del male che piega l’uomo per usarlo ai suoi fini: moltiplicare la violenza spingendolo a rispondere col male al male, aumentandone la forza e il dominio sugli uomini.

Paolo lo scriverà ai Romani: “Non rendete a nessuno male per male. … Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene.” (12,17.21)

Cari fratelli e care sorelle questo è il volto di Dio che nella sua passione Gesù ci presenta in modo aperto ed esplicito. Quanto è difficile accettarlo! Isaia lo afferma con chiarezza: “Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.” Come è facile disprezzare il Dio del servizio e della mitezza e preferire volgersi a ben altri maestri! Come è più convincente il mondo che afferma la naturalezza della violenza e la giustizia del farne uso!

Fratelli e sorelle, nell’ora estrema della morte in croce di Gesù siamo chiamati alle decisioni estreme. Prendiamo anche noi la croce di Cristo che è la sua mitezza, riconoscendo in essa il vero volto di Dio. Essa è la via che conduce l’uomo alla vita che non finisce, come afferma Isaia: “Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha spogliato se stesso fino alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i colpevoli.

 

 


 

mercoledì 8 aprile 2020

Giovedì Santo, Messa in Coena Domini - Anno A - 9 aprile 2020





Dal libro dell’Esodo 12, 1-8. 11-14
«Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno. Parlate a tutta la comunità d’Israele e dite: “Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. Se la famiglia fosse troppo piccola per un agnello, si unirà al vicino, il più prossimo alla sua casa, secondo il numero delle persone; calcolerete come dovrà essere l’agnello secondo quanto ciascuno può mangiarne. Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell’anno; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre e lo conserverete fino al quattordici di questo mese: allora tutta l’assemblea della comunità d’Israele lo immolerà al tramonto. Preso un po’ del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case nelle quali lo mangeranno. In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con azzimi e con erbe amare. Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la Pasqua del Signore! In quella notte io passerò per la terra d’Egitto e colpirò ogni primogenito nella terra d’Egitto, uomo o animale; così farò giustizia di tutti gli dèi dell’Egitto. Io sono il Signore! Il sangue sulle case dove vi troverete servirà da segno in vostro favore: io vedrò il sangue e passerò oltre; non vi sarà tra voi flagello di sterminio quando io colpirò la terra d’Egitto. Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne”».

Salmo 115 - Il tuo calice, Signore, è dono di salvezza.
Che cosa renderò al Signore,
per tutti i benefici che mi ha fatto?
Alzerò il calice della salvezza
e invocherò il nome del Signore.

Agli occhi del Signore è preziosa
la morte dei suoi fedeli.
Io sono tuo servo, figlio della tua schiava:
tu hai spezzato le mie catene.

A te offrirò un sacrificio di ringraziamento
e invocherò il nome del Signore.
Adempirò i miei voti al Signore
davanti a tutto il suo popolo.

Dalla prima lettera di S. Paolo apostolo ai Corinzi 11, 23-26
Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.

Gloria e lode a te, Cristo Signore!
Vi do un comandamento nuovo, dice il Signore:
come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Gloria e lode a te, Cristo Signore!
  
Dal vangelo secondo Giovanni 13, 1-15
Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri». Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

Commento

Care sorelle e cari fratelli, la prima lettura dal libro dell’Esodo ci descrive come il popolo d’Israele visse le ore prima dell’inizio del grande esodo dall’Egitto verso la terra promessa: “con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; mangerete in fretta. È la Pasqua del Signore!” Viveva cioè in un clima di impaziente attesa: qualcosa di importante, decisivo doveva realizzarsi ed era imminente. Anche noi viviamo questi giorni in un clima di attesa: attesa che si compiano i giorni della passione e giunga la Resurrezione del Signore, ed anche attesa che cessi la pandemia che causa così grandi sofferenze nel mondo e si torni così ad una normalità tanto desiderata.
Il vangelo ci descrive come anche Gesù con i discepoli vivessero questo tempo di attesa, dopo l’entrata trionfale a Gerusalemme, come giorni un po’ sospesi, con la coscienza che qualcosa di grave si stava per realizzare.
Gesù sa che il tempo rimastogli è breve e che la congiura in atto contro di lui si va via via stringendo, eppure non rinuncia a parlare, anzi si impegna ancora di più, con le parole e i gesti, a comunicare la sua vicinanza agli uomini. Tutto l’agire di Gesù, dall’ingresso in Gerusalemme fino alla sua morte e resurrezione, è profondamente segnato da questo sforzo di prossimità, partecipazione, vicinanza agli uomini.
Lo fa con la predicazione per le vie di Gerusalemme alle folle che lo ascoltano attente. 
Lo fa con i dodici, offrendo loro il suo corpo e sangue come segno tangibile di una vicinanza piena di amore che non li abbandonerà mai. 
Lo fa lasciando loro in eredità il gesto di amicizia umile e concreta che è la lavanda dei piedi come una domanda esplicita di fare con tutti come lui ha fatto con loro. 
Lo fa durante la sua passione, non maledicendo né aggredendo, anzi non difendendosi nemmeno. 
Lo fa con le folle, mostrandosi loro nella sua umanità vulnerabile e mite. 
Lo fa con chi lo stava uccidendo, offrendo loro il perdono di Dio. 
Lo fa con il ladrone crocefisso al suo fianco, accogliendolo nel Regno. 
Lo fa con la madre e Giovanni ai piedi della croce, lo fa con tutti, in ogni momento.
Le ore della passione e morte sono in Gesù il tempo della strenua lotta contro il male, ma non quello che gli altri stavano facendo a lui, ma quello che tutti stavano facendo contro se stessi, togliendo di mezzo colui che era venuto a portare loro la salvezza. I suoi gesti, le sue parole vogliono dire: "Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo" come disse a Pietro (Gv 13,7), egli lascia un'eredità perché dia frutto in futuro.
A questo atteggiamento di Gesù corrisponde, in tutti gli altri, una presa di distanza da lui. È la reazione di segno opposto a quella del Signore che mostrano i discepoli, la folla, i potenti, sia politici, che militari o religiosi: a Gesù che annuncia e testimonia il suo desiderio di non lasciare mai gli uomini lontani da sé risponde la fuga, il rifiuto, l’aggressione, il tradimento.
È la lotta che in ogni tempo ha luogo nel mondo, fra Dio che vuole stare con gli uomini e che desidera che essi stiano vicini l’uno con l’altro e la forza del male che vuole separarci da lui e fra di noi.
La stessa lotta avviene dentro ciascuno di noi. C’è il Vangelo che cerca di farsi strada nel nostro cuore, di dirigere i nostri gesti, di convincere il nostro pensiero verso un’accoglienza docile dell’amore del Signore e cerca di suscitare il desiderio di vivere quello stesso amore anche nei confronti degli altri. Ma nello stesso tempo la forza subdola del male ci vuole convincere che non ci conviene, che è meglio non fidarsi, che bisogna cercare la propria convenienza prima e a discapito di Dio e degli altri.
Cari fratelli e care sorelle, come accennavo noi viviamo in queste settimane sospesi nell’attesa impaziente di un esodo dal tempo duro del contagio e della malattia. In questi giorni della Settimana Santa il racconto evangelico ci propone ancora una volta l’esempio del Signore Gesù nel suo passaggio attraverso il male e la morte per giungere alla libertà della vita restituita in pienezza nella resurrezione. Anche noi, come i discepoli, siamo spinti dal timore e dal consiglio subdolo del maligno a mettere avanti a tutto il nostro vantaggio, a preservarci dal male fuggendo, dimenticando, tradendo il Signore Gesù. Lo facciamo nella dimenticanza, nel sottile disprezzo del suo esempio e delle sue parole, come se in tempi difficili sia meglio o necessario metterle da parte. Lo facciamo con la ricerca di nuovi nemici con cui prendersela, con l’idea che a soffrire più di tutti sono io, con il lamento vittimista che nasconde chi sta peggio dietro il velo del pianto su di sé. Lo facciamo nella dimenticanza di chi è povero e subisce con più durezza i colpi dell’isolamento.
In questo giovedì santo il Signore torna a lavarci i piedi, torna a offrirci tutto se stesso, nell’estremo tentativo, prima di morire, di convincerci che questo è il modo migliore di vivere, nella speranza che forse non ora, ma almeno dopo comprenderemo. Sì, perché la vita di chi accoglie l’amore di Dio e offre se stesso per il bene degli altri è una vita che il male attacca ma non può vincere, e che, anche se passa attraverso la tribolazione e il rischio, viene restituita più forte di prima. È il segreto di questi giorni di passione e di amore appassionato di Gesù per noi e per tutti gli uomini, è il segreto del dono così prezioso della sua presenza fra di noi che oggi riceviamo e che vogliamo custodire per sempre come il tesoro della nostra esistenza.



Preghiere 


O Signore Gesù che hai lottato fino alla morte per non lasciarci soli in balia della forza divisiva del male, guidaci in questi giorni a farci tuoi compagni nell’ora del dolore per condividere anche la gioia della tua resurrezione.
Noi ti preghiamo


O Padre del cielo che hai accompagnato il tuo figlio Gesù nei giorni di prova più dura e di passione, accompagna oggi l’umanità colpita dalla malattia e dalla morte. Dona a tutti guarigione e salvezza dal male.
Noi ti preghiamo



O Signore Gesù che ci hai lasciato il tuo corpo e sangue come segno duraturo e certo della tua vicinanza per sempre fa’ che lo accogliamo come un dono prezioso e ne facciamo la forza che trasforma anche noi in un dono di amore per gli altri.
Noi ti preghiamo


Benedici e conserva o Dio il nostro papa Francesco che annuncia e testimonia il vangelo della pace. Fa’ che sostenuto dal tuo amore comunichi la forza di un vangelo di pace e di fraternità che unisce il mondo in un’unica famiglia.
Noi ti preghiamo

venerdì 3 aprile 2020

Domenica delle palme - Anno A - 5 aprile 2020





Dal libro del profeta Isaia 50,4-7
Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso.

Salmo 21 - Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?

Si fanno beffe di me quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
«Si rivolga al Signore; lui lo liberi,
lo porti in salvo, se davvero lo ama!».

Un branco di cani mi circonda,
mi accerchia una banda di malfattori;
hanno scavato le mie mani e i miei piedi.
Posso contare tutte le mie ossa.

Si dividono le mie vesti,
sulla mia tunica gettano la sorte.
Ma tu, Signore, non stare lontano,
mia forza, vieni presto in mio aiuto.

Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all’assemblea.
Lodate il Signore, voi suoi fedeli,
gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe,
lo tema tutta la discendenza d’Israele.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi 2,6-11
Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

Lode a te o Signore, re di eterna gloria!
Per noi Cristo si è fatto obbediente fino alla morte di croce.
Per questo Dio lo ha esaltato
Lode a te o Signore, re di eterna gloria!

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo
Mt 26,14 – 27,66

Commento

Cari fratelli e care sorelle, abbiamo accompagnato Gesù che fa ingresso in Gerusalemme, circondato da ali di folla che lo acclama re e Signore delle loro vite. È il coronamento di un lungo cammino, che ha portato Gesù con i suoi discepoli lungo le vie della Palestina, i villaggi remoti, le campagne, le città, fino alla capitale d’Israele, la grande Gerusalemme.
La città nella quale Gesù entra è un centro importante per tutta la regione, economicamente, culturalmente, politicamente e religiosamente, ma è una città profondamente ferita dalla schiavitù imposta dai romani, con grandi limitazioni alla libertà. È una città umiliata dal dominio di un popolo pagano, profanata proprio in quella diversità gelosamente preservata dalla contaminazione degli idoli e dei falsi dei.
Oggi Gesù entra anche nelle nostre città del Nord del mondo, capitali ricche economicamente, culturalmente e tecnologicamente, ma anche profondamente ferite dal contagio di una malattia subdola e pericolosa che ha imposto pesanti limiti a quasi tutte le espressioni della vita quotidiana. Città umiliate dalla malattia, dal dolore, dalla morte vicina e presente come mai.
Dio si è dimenticato del suo popolo?” si chiedevano gli israeliti umiliati dalla schiavitù romana. “Dio si è dimenticato di noi?” si chiedono oggi gli uomini e le donne di fronte alla nuova minaccia del coronavirus.
Ma Dio non si è dimenticato del suo popolo, anzi, fa ingresso nella Gerusalemme umiliata e ferita come un re che le porta la libertà. Così come non si è dimenticato di noi, tanto che oggi egli entra nelle nostre città, attraversando strade deserte e silenziose, in un clima irreale e mai conosciuto, entra per portare la libertà dal male. Nello stesso modo il Signore Gesù è sempre entrato nelle grandi periferie del sud del mondo, sconquassate dalla miseria e dal dolore; è entrato nei campi profughi popolati da migliaia di fuggitivi da guerre e miseria; è entrato negli inferni di sofferenza che sono le carceri, gli angoli disperati delle città ricche dove vivono i senza dimora, nei luoghi dimenticati da tutti. Gesù continua a entrare per portare la liberazione dalle innumerevoli schiavitù del male che opprimono e umiliano.
Ma come possiamo vederlo?
Gesù ai suoi discepoli, e a noi oggi, nell’orto degli ulivi, dice: “Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo.” (Mt 26,31) La parola scandalo che Gesù utilizza significa: ostacolo, inciampo. Gesù nella notte della prova si presenta ai suoi come un ostacolo da oltrepassare, qualcosa che interrompe il procedere tranquillo e ordinario di chi già conosce la strada e cammina sicuro di sé. Sì, nel tranquillo procedere delle nostre vite Gesù chiede di fare attenzione, di guardare bene la strada, di scegliere con cura il cammino da fare e come farlo, con maggior impegno. Ma per i discepoli quello sforzo da fare non ha senso: il luogo è tranquillo, l’aria serena, l’orto degli ulivi è un luogo di pace e riparato, cosa potrà mai accadere? Per questo si lasciano andare al sonno.  
Anche noi nelle nostre vite preservate dal male e privilegiate tutto sembrava andare liscio. Le nostre società opulente sonnecchiavano godendosi la pace e la sicurezza del loro stato, che bisogno c’era di preoccuparsi? Eppure i segnali inquietanti della forza del male si facevano presenti in tanti luoghi del mondo: guerre, ingiustizie, disastri naturali, popoli interi oppressi dalla miseria e dai conflitti. Ma il rumore di questi fatti lontani giungeva attutito e, non riusciva a disturbare il sonno tranquillo delle nostre società opulente.
Il risveglio però è stato brusco: le guardie arrivano, minacciano, percuotono, al buio gettano l’ombra inquietante della morte anche su quel giardino tranquillo. È accaduto lo stesso anche a noi con il coronavirus: ci siamo ritrovati all’improvviso trattati allo stesso modo dei periferici scartati e dimenticati, degli abitanti dei paesi in guerra, dei profughi nei campi sovraffollati e miseri del sud del mondo, dei popoli delle baraccopoli. Ci siamo scoperti tutti fragili, deboli, minacciati, impossibilitati a goderci il privilegio delle nostre città confortevoli e difese come abbiamo sempre fatto per tutta la vita.
Come reagiscono i discepoli davanti a questo? Sulle prime tirano fuori la spada, spavaldi, ma poi, spaventati e sopraffatti dalla forza soverchiante del male, fuggono e abbandonano Gesù al suo destino. Ciascuno cerca di mettersi in salvo come può, rinnegandolo.
Cari fratelli e care sorelle, questi giorni di epidemia che stiamo vivendo ci hanno improvvisamente svegliato dal sonno e ci siamo resi conto che il male è davvero forte nel mondo. Questo la grande maggioranza dell’umanità già lo sapeva bene, vivendo quotidianamente sulla propria pelle le conseguenze di un ordine mondiale iniquo. L’80% dell’umanità, quello che possiede quanto il restante 20% privilegiato, sapeva già cosa voleva dire vivere con la minaccia incombente della malattia senza possibilità di curarsi, con l’insicurezza quotidiana e la precarietà di un domani buio.
Gesù, dicevo, entra nelle nostre città ferite ed umiliate portando la libertà dal male. Ma che significa? Vuol dire sfuggire alla forza del male, uscirne indenni e preservati?
No, Gesù subisce la forza del male. Davanti a Pilato che gli propone una facile via di fuga, un compromesso, un semplice tirarsi un po’ indietro, quanto basta per non farsi male, Gesù neanche parla, come i milioni di disperati della terra che non hanno voce alla ribalta del mondo che conta, al cospetto dei potenti come Pilato.
No Gesù sceglie di subire i colpi del male e di preservare così la sua umanità mite e indifesa, capace di voler bene a tutti, proprio a tutti, pure a quelli che gli daranno la morte, pure a quelli che non lo meritano, come il ladrone, pure a chi lo ha tradito e abbandonato, come i discepoli, pure alla folla che lo ha prima osannato e poi ha urlato a Pilato “crocifiggilo!”
Fratelli e sorelle, davanti al dramma della passione di Gesù, restiamo disorientati e turbati: che vuol dire? Che salvezza e libertà dal male è quella portata da un Dio umiliato e ferito, fino alla morte?
È la salvezza dalla disumanità, dalla capitolazione davanti alla forza del male che propone di farci suoi complici per poter così mettere in salvo se stessi. Gesù non lo fa, e la sua vita donata non è persa.
In questi giorni di passione del Signore fermiamoci davanti alla passione dei popoli colpiti dal coronavirus così come davanti alla passione dei popoli colpiti dalle mille altre forme con cui il male esercita “ordinariamente” il suo potere con altrettanta virulenza. Forse oggi, timidamente, sconcertati e dubbiosi, ci scopriamo più simili a loro: fragili come i poveri, deboli come i disperati della terra, i migranti scacciati, le vittime della violenza e delle guerre. Come fece Gesù, immedesimiamoci con loro, sentiamo, come fece il Signore, le spine del loro dolore nella nostra carne, i chiodi del loro dramma, sentiamo sulla nostra pelle i colpi del loro destino segnato.
Ma come, noi siamo preservati, a noi non accadrà mai come a loro! La realtà di questi giorni ha smascherato l’illusione con cui ci siamo sempre nascosti dietro la sicurezza del nostro privilegio. Gesù ce lo ha detto e ce lo ha fatto vedere da secoli, e forse oggi cominciamo a capirlo.
Viviamo questi giorni di passione del Signore e del mondo con uno spirito nuovo: non può più tornare tutto come prima, sia un punto di non ritorno, il tempo in cui nasce una coscienza nuova. Davanti a Gesù arrestato, torturato, colpito, offeso, umiliato e ucciso riconosciamo il dramma di un mondo di poveri umiliati e colpiti come lui, come anche noi oggi, e maturiamo il bisogno di preservare la nostra umanità. Non accettiamo il compromesso facile col male: mi salverò da solo, io senza gli altri, io con le mie forze e chi è debole soccomba. È illusoria la salvezza proposta da Pilato, perché svuota la vita da dentro e la rende vana e inutile. Attendiamo invece con impazienza che la resurrezione di Gesù ci confermi che sì, questa è la via della salvezza, quella di chi non cerca di salvare se stesso ma attraversa il male, beve il calice fino in fondo, ma resta umano e capace di amare tutti, proprio tutti, come fece Gesù.



Preghiere 


O Signore Gesù, ti abbiamo accolto festosi come il re della nostra vita agitando i rami di ulivo che abbiamo fra le mani. Aiutaci a non restare indifferenti al tuo amore misericordioso e pieno di parole buone, perché sappiamo restarti vicino anche nei momenti difficili.
Noi ti preghiamo



O Padre che hai mandato il tuo figlio unigenito per salvare l’umanità intera, fa’ che in questi giorni sappiamo accogliere la sua richiesta di vegliare con lui e non lo abbandoniamo presi dal sonno di una vita banale e abitudinaria.
Noi ti preghiamo
  

O Cristo che sei vero re e Signore di tutti i tempi, ti siamo grati perché hai accettato di umiliarti e sottometterti alla forza del male senza fuggire dal dolore e dalla morte. Ti sei fatto compagno di tutti quelli che ancora oggi soffrono per il male e patiscono l’ingiustizia del mondo. Aiutali nel tuo amore e consolali con la tua misericordia senza fine.
Noi ti preghiamo


O Padre del cielo ti preghiamo per tutti coloro che bussano alla porta del nostro cuore per cercare consolazione e sostegno. Per i poveri, per coloro che sono nel dolore, per chi è malato e ferito,
Noi ti preghiamo



O Signore Gesù che dalla croce hai perdonato coloro che ti stavano mettendo a morte, non guardare al nostro peccato, ma cancellalo con la grazia della tua misericordia infinita.
Noi ti preghiamo



Aiutaci o Signore Gesù a non difenderci dagli altri con l’aggressività delle spade, ma a conquistare la loro umanità con la bontà delle parole e la dolcezza del perdono.
Noi ti preghiamo



O Dio che dal cielo hai partecipato al dolore del tuo Figlio unigenito, sii compagno di tutti coloro che soffrono per la malattia, la miseria, la guerra. Accogli il loro grido e dona loro salvezza
Noi ti preghiamo



Ti preghiamo o Signore per tutti coloro che in questi giorni nel mondo intero ti seguono sulla via dolorosa della tua passione, ascoltando la tua parola e celebrando la memoria dei tuoi ultimi giorni. Fa’ che sappiano tutti essere testimoni del tuo amore che non fugge davanti alla sofferenza e la vince con l’amore.
Noi ti preghiamo.

giovedì 2 aprile 2020

Quarta lettera su questo tempo di quarantena - 31 marzo 2020



Cari amici,

     leggiamo nel libro dell’Esodo al cap. 24 che Mosè dopo aver ricevuto da Dio le prescrizioni della Legge si reca sul monte Sinai da solo per ricevere da lui il sigillo dell’alleanza, quelle tavole della legge che riassumono e simboleggiano il patto di amore che Dio, di sua iniziativa, ha voluto stabilire col suo popolo. Egli chiede in cambio della sua benevolenza che Israele sia fedele a lui e non lo abbandoni per affidarsi agli idoli pagani, ricambiando così l’amore gratuitamente ricevuto.

Mosè nella Scrittura è una figura chiave nella storia di fede del popolo d’Israele: egli è definito l’amico di Dio, perché è l’unico che conversava con lui faccia a faccia e che aveva accesso diretto in un dialogo intimo: “Il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico” (Es 33,11).

Mosè è la guida del popolo nel cammino di liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, attraverso i 40 anni nel deserto fino a giungere alla terra promessa ad Abramo. 

Mosè infine è intercessore presso Dio per la salvezza del popolo nei momenti di infedeltà o di crisi nel lungo e difficile cammino nel deserto.

Anche noi ci troviamo nel cammino di Quaresima, il santo viaggio che dalla schiavitù del male ci conduce verso la liberazione da esso, mediante la partecipazione all’evento più rilevante della storia della salvezza: la Resurrezione del figlio di Dio, il Signore Gesù.

Come già dicevamo, per noi quest’anno la Quaresima è un tempo nel quale la forza del male si manifesta veramente con una durezza forse unica nella storia delle ultime generazioni. Il cammino è irto di difficoltà e di ostacoli, di pericoli e di morte, di minacce e di grande dolore per tutti i popoli.

E, come avvenne per Israele, anche nel deserto di oggi un uomo si è incamminato verso il monte dell’incontro con Dio per intercedere davanti a lui per la salvezza dell’umanità intera colpita dalla malattia mortale. Papa Francesco pochi giorni fa ha voluto realizzare una preghiera straordinaria in una piazza San Pietro deserta per invocare da Dio la salvezza dalla pandemia. La sua preghiera, nutrita della Parola evangelica, si è conclusa con l’elevazione dell’Eucarestia a benedizione del mondo intero.

L’immagine toccante di quella preghiera è rimasta impressa nei nostri cuori. Papa Francesco si è come caricato, con tutta la sua fragilità fisica, del male di tutto il mondo, del peccato di orgoglio, delle divisioni egoistiche, delle paure che hanno paralizzato tante mani e raffreddato tanti cuori, per implorare da Dio la vittoria del bene su un male che sembra trionfare con forza inarrestabile.

Ascoltiamo le sue parole, a commento del brano evangelico di Marco 4, 35-41:

“In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».”

Il papa ha commentato così:

“Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti.”

Ha poi riconosciuto che la tempesta agita un mondo pieno di ingiustizie e soffocato da un ego umano dilatato senza limite, fino a occupare il posto stesso di Dio in un delirio di onnipotenza:

“La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. … Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli. … siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato.”

Infine Francesco ha presentato a Dio l’umile richiesta di donare la salvezza che l’umanità, da sola, non può darsi:

“L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai. E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi”

(se vuoi leggere tutto il commento: 
http://www.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2020/documents/papa-francesco_20200327_omelia-epidemia.html
se vuoi vedere tutto il filmato: https://www.youtube.com/watch?v=YtxP7Ya98uk)

In questo ultimo tratto del cammino quaresimale, prima della domenica delle palme che ci introduce alla Settimana Santa, facciamo nostra la preghiera del papa.

Innanzitutto accogliamo l’invito a riconoscere umilmente come spesso un senso di sé dilatato e concentrato tutto su se stessi ha ridotto lo spazio di Dio a un angolo remoto e circoscritto della nostra esistenza. Vuoi che sia l’angolo dello “spirituale”, cioè dei pii pensieri e delle pie intenzioni separate dalla prassi quotidiana; o l’angolo di un armamentario di prescrizioni e di leggi morali che sono funzionali a farci sentire sempre dalla parte del giusto (in fondo se non ho ucciso, non ho rubato, non ho mentito, che male posso aver mai fatto?); oppure l’angolo dal quale si vede solo il male che non ho fatto ma non il bene che non ho voluto, la solidarietà che non ho mostrato, l’aiuto che non ho prestato, ecc... (vedi Mt 25,42-43 nel quale la condanna è per chi non ha offerto soccorso, e non per chi ha compiuto chissà quali delitti).

E poi con il papa affidiamo a Gesù i nostri timori, i limiti e le mancanze, ciò di cui non ci sentiamo capaci o all’altezza, nella certezza che lui c’è, è nella barca con noi in mezzo alla tempesta.

Domenica prossima celebreremo l’entrata di Gesù in Gerusalemme, fra due ali di folla festante. È come se il Signore salga sulla barca della nostra vita. Egli sa che dense nubi di tempesta oscurano i suoi e i nostri cieli personali, quelli dell’umanità intera. Egli sa che presto soffieranno venti impetuosi che sconquassano e scoperchiano i nostri ripari rassicuranti e tranquilli. Egli sa che gli uomini possono poco contro tutto ciò, che la tempesta ha una forza soverchiante, eppure entra a Gerusalemme, non cerca un riparo tranquillo per sé, non sta a riva come uno spettatore lontano. Egli non abbandona l’umanità in balìa della forza del male che mostra in queste ore tutta la sua arroganza. Gesù c’è, entra nella città, sale sulla nostra barca.

Davanti a questo i discepoli sono titubanti: cosa vorrà dire tutto ciò? Non capiscono, come noi non capiamo tutto quello che ci sta accadendo. Però si fidano, e vanno con lui. A loro Gesù chiede di avere fiducia, di non pretendere di capire tutto ora. A Pietro nell’ultima cena Gesù dice: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo.” (Gv 13,7)

Sì, abbiamo bisogno di fidarci, ora, per poter domani comprendere. Dopo la Resurrezione, come ai discepoli di Emmaus, Gesù aprirà la nostra mente e diremo con loro: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24,32)

Cari amici, fidiamoci di lui, come papa Francesco ci propone oggi. Attraversiamo con lui la tempesta dei giorni di passione e morte, per trovare, con lui, la pace e la gioia del cuore nel giorno della sua Resurrezione. La tentazione è pretendere di capire e dominare il nostro oggi, di scampare il pericolo evitando di attraversarlo, di arrabbiarci perché non ci sono risparmiati i giorni della prova. Ma solo attraversandoli capiremo e solo vivendo con lui la passione potremo incontrarlo nella nostra Emmaus, compagno di strada fiducioso e paziente a dimostrarci col calore della sua presenza che l’amore di Dio non ci lascia, anzi ci salva dalla forza del male più amara e cattiva, quella che vuole allontanarci da lui.

Viviamo con questo spirito i giorni che ci aspettano, giorni santi e benedetti nei quali leggere la nostra vita e quella del mondo con lo sguardo di Gesù, deciso a non lasciarci soli e a restare nostro amico fino all’ultimo.

Don Roberto