giovedì 15 marzo 2012

III Incontro-dibattito: Riflessione di Quaresima sul tema dei senza dimora nell’Antico Testamento


 Introduzione

Non è solo una coincidenza che ci troviamo oggi a parlare delle persone che sono senza casa in questo tempo di Quaresima. Anzi, si può ben dire che esiste un legame forte fra la realtà di chi non ha riparo né famiglia e vive grazie a ciò che trova per mangiare, dormire, vestirsi, lavarsi, ecc… e questo tempo di preparazione all’incontro col Signore Risorto a Pasqua.

La Quaresima infatti si apre col gesto dell’imposizione della cenere sul capo che sottolinea la dimensione umana di precarietà e dipendenza. Abramo che dice: “Vedi come ardisco di parlare, io che sono polvere e cenere” (Gen 18,27) non parla  solamente di sé, ma afferma una verità sulla natura di tutto il genere umano.

Noi ordinariamente rifiutiamo questa coscienza, preferendo considerare invece la forza rassicurante che viene da una idea falsa di sé. La Quaresima viene per questo, ogni anno, a riproporci in modo provvidenziale la nostra realtà di precarietà, e lo fa non per schiacciarci nell’impotenza davanti agli eventi e alle situazioni della vita, tutt’altro, per darci il punto di partenza sul quale costruire la nostra vera forza che è affidarci a Dio. Abramo infatti nel brano di Gen 18 parte proprio dalla coscienza di essere “polvere e cenere” per esercitare la sua franchezza insistente di fronte a Dio e mettersi a contrattare con lui fino ad obbligarlo a cambiare idea. E ci riesce! Abramo è così forte da riuscire a convincere Dio di modificare la sua decisione per ben sei volte, ma non perché gli si contrappone con arroganza, ma proprio perché parte dall’ammissione della propria condizione di debolezza per affidarsi alla forza dell’amore misericordioso di Dio.

Ecco allora il perché del nostro incontro di oggi: guardare il volto di questi nostri fratelli più fragili con gli occhi della Scrittura ci aiuta a contemplare una dimensione che è anche la nostra, pure se la sfuggiamo.

Anche noi siamo precari e deboli, esposti alle tempeste della vita, senza certezze di futuro né garanzie nel presente, dipendenti dagli altri, proprio come chi vive per strada, senza casa. La differenza è che noi, fidando nel nostro benessere materiale, possiamo permetterci di rifiutare questa nostra dimensione costitutiva e ignorarla come qualcosa di accantonabile. Ma a cosa serve nasconderlo? La facciata di finzione è posticcia e spesso lascia vedere attraverso gli squarci che la vita gli provoca la verità che gli sta dietro.

Partiamo allora oggi per questa nostra riflessione da una domanda: non vale forse la pena guardare in faccia la nostra realtà di “cenere”, per divenire, come Abramo, forti di una forza che non inganna e non tradisce, come avviene per le altre forze di questo mondo?



(Relazione Prof.ssa Donatella Scaiola)



Il nostro atteggiamento davanti ai senza casa

I poveri, e soprattutto i senza casa, suscitano timore in chi li incontra. Sono giudicati una presenza fastidiosa, per la loro insistenza nel chiedere aiuto, oppure addirittura offensiva per il decoro urbano. Li si vede come un corpo estraneo e minaccioso dell’ordine “normale” del nostro tessuto sociale, e per questo li si evita, cambiando strada. Questo, come accennavo prima, avviene perché rifuggiamo in essi l’immagine che ci richiama la nostra vera natura che ci fa paura.

Oppure, in chi li accosta, sorge il fastidio perché non sempre aderiscono ai nostri schemi interpretativi e ai valori condivisi dalla società, o, se proviamo ad aiutarli, non otteniamo i risultati che vorremmo, o che sarebbe logico aspettarsi, e ci sentiamo delusi e frustrati, scoraggiati e con un senso di inutilità di qualunque iniziativa. È facile allora giudicarli non meritevoli di aiuto, responsabili della loro condizione, refrattari ai buoni consigli, addirittura compiaciuti del loro modo di essere provocatoriamente devianti dalle buone abitudini del vivere ordinario.

Sono tutte e tre (la paura, la delusione e il giudizio) reazioni naturali, che ci vengono istintive, ma la Scrittura ci chiede di uscire da questa istintività naturale, e la Quaresima è innanzitutto un itinerario di esodo dal proprio presente modo di vivere e di essere, verso la liberazione di una nuova vita.

La Scrittura ci indica un cammino, ma non nel senso che ha le soluzioni concrete ai mille problemi dei senza dimora o la formula per esorcizzare paure, delusioni e diffidenze. No, in maniera più semplice, ma anche più efficace, la Scrittura rende possibile e anzi bello specchiarci nel volto dei nostri amici senza casa perché ci dona la capacità di vedere oltre la superfice, di andare in profondità e scoprire la realtà ulteriore che si nasconde dietro un’apparenza a volte scambiata per l’essenza. Infatti dal Vangelo impariamo che nessuno può essere definito solo dal cumulo di problematicità delle quali è sovraccaricato, ma che dietro di esso si nasconde il volto di un uomo trasfigurabile dall’amore. È l’esperienza di Gesù che incontra ogni sorta di peccatori, malati e indemoniati, ma non si limita a definirli, a fare una sorta di diagnosi patologica e sociologica, piuttosto instaura un rapporto, parla, tocca, entra nella vita e la trasforma con la forza irresistibile del suo voler bene concreto.

La Scrittura ci dona uno sguardo che va oltre la caricatura goffa o violenta o arrabbiata o folle nella quale il male deforma i volti con l’insulto della povertà e del disprezzo. Uno sguardo che spiana le rughe, addolcisce lo sguardo, umanizza i comportamenti, placa gli animi e ricostruisce il tessuto umano lacerato dal dolore subito e inferto agli altri.

La Scrittura ci libera dal cuore duro che giudica prima di comprendere e ci dona la dimensione del tempo di Dio che è lento e paziente. Ci dà la perspicacia del suo sguardo che non resta in superfice. Facendo nostro lo sguardo di Dio che va oltre il momento attuale e lo trasfigura riusciamo a non scappare spaventati e sfiduciati, anzi siamo attratti dai volti dei nostri amici resi belli dall’amore ricevuto.

Per questo il nostro riflettere oggi è un atto di amore per i nostri fratelli, ma anche un cammino di liberazione per noi, per scoprire un cammino non solo possibile, ma anche attraente ed entusiasmante che ci fa passare dal rifiuto della nostra realtà di “polvere e cenere” all’accettazione serena di una dimensione non solo vera ma che ci apre alla possibilità di accogliere un amore grande e forte che salva e dona la vita del Risorto. È il cammino di Quaresima: dalle ceneri della nostra debolezza alla resurrezione di una vita che vince la morte e non finisce più.

Stiamo attenti a restare ancorati ai nostri giudizi naturali e alle reazioni istintive, alle quali siamo così affezionati, perché, ancor prima di essere ingiusti verso gli altri, sono una vera e propria condanna per noi stessi: la preclusione ad essere partecipi di quella forza di vita nuova che è la resurrezione, la negazione della nostra fede che si basa sulla certezza che niente e nessuno resta uguale se incontra l’amore di Dio. A noi la scelta.



I senza casa: ospiti dello spazio della gratuità

La liturgia di domenica scorsa, terza di Quaresima, ci ha fatto ascoltare il brano di Giovanni nel quale Gesù scaccia i mercanti dal  tempio (Gv 2,13-25). Il Signore si comporta con una violenza inaudita, non solo verbale, nello scacciare i banchetti dei venditori e dei cambiamonete che avevano occupato il tempio di Gerusalemme.

Come mai tanta irruenza in chi altrove si definisce “mite e umile di cuore” (Mt 11,29)?

Evidentemente Gesù avverte che in quell’abuso si nasconde un pericolo grande per il popolo che è venuto a salvare. Il suo giudizio non è sulla disonestà dei commercianti o sulla illiceità in sé dell’attività mercantile, come una lettura superficiale del brano potrebbe far pensare, ma sul fatto che il mercato aveva occupato il luogo dell’incontro con Dio. Al centro di Gerusalemme infatti il tempio era, ed è tutt’ora, un grande luogo libero, costruito proprio per dare spazio alla presenza di Dio dentro la città. Questo era innanzitutto lo spazio della gratuità dell’amore voluto da Dio al suo popolo con pervicacia e oltre ogni ragionevole motivo, non meritato e, anzi, più volte rifiutato e tradito da Israele, ma sempre reiterato.

Un amore caratterizzato dal non essere in alcun modo dovuto, come ben esprime il salmista: “Signore che cos’è l’uomo perché tu l’abbia a cuore? Il figlio dell’uomo perché te ne dia pensiero?” (Sal 144,3). È un amore non previsto dalle regole sociali o dai vincoli parentali. Per questo Gesù reagisce con tale violenza: lo spazio dell’amore gratuito di Dio e della risposta dell’uomo ad esso, luogo primario dell’incontro con Dio, è occupato dal mercato regolato dalla logica del profitto, della convenienza, del calcolo dei debiti e dei crediti.

Questo è vero anche per noi oggi. Nel nostro mondo globalizzato, nelle nostre città e società, nelle nostre vite personali quanto spazio è rimasto sgombro per l’amore gratuito, non dovuto per vincoli parentali o doveri sociali, immotivato e immeritato? Quanto del nostro tempo è speso per questo voler bene senza chiedere nulla in contraccambio, senza calcolo e convenienza, se tutto il vivere è occupato dalla logica dello scambio mercantile ? Questo ha fatto sì che non ci sia più nemmeno un angolo in cui possa avvenire l’incontro con Dio, ed egli è divenuto straniero, espulso dai luoghi della vita, esattamente come lo sono i senza casa: senza un posto in cui vivere, espulsi dalla famiglia, dalla società, dalla vita normale. Ricreare nella città lo spazio per vivere l’amore gratuito restituisce un posto a Dio ed anche ai senza casa: è l’esperienza umile ma bella di ospitalità della nostra Parrocchia e di tante altre realtà, qui e altrove.

La mercantilizzazione del vivere ha coinvolto anche gli ambiti che erano riservati un tempo all’espressione dell’amore gratuito: la cura dei malati, l’accompagnamento degli anziani, il sostegno ai disabili, ecc… tutto è ormai servizio sociale, istituzionalizzazione commerciale, questione di bilancio e di costi.

Forse solo il mondo dei senza casa è rimasto fuori da questa logica di mercato, perché è molto difficile trarne profitto ed è facile rimetterci.

Il rapporto di amicizia con chi è senza casa è rimasto uno dei pochi spazi liberi per l’amore gratuito, dentro il grande mercato globale e invasivo del mondo di oggi. Nessun vincolo ci obbliga a occuparcene, non sono parenti né vicini, anzi spesso niente ci lega a loro, vengono da mondi culturalmente ed etnicamente estranei a noi. Sì, l’amore per i senza casa ha veramente i tratti che lo avvicinano all’amore di Dio per gli uomini. Questo è per noi una grande possibilità per riaprire e allargare lo spazio dell’incontro con Dio nella nostra vita. È un esercizio, cioè qualcosa che si impara, e la Quaresima è tempo opportuno per farlo e non mancare l’appuntamento col risorto che ci attende a Pasqua!



Come allargare questo spazio? La tenda di Abramo

I capitoli 18 e 19 della Genesi ci offrono una risposta a questa domanda.

Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all'ingresso della tenda nell'ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall'ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: "Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un po' d'acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l'albero. Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi; dopo potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo". Quelli dissero: "Fa' pure come hai detto". Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: "Presto, prendi tre misure di fior di farina, impastala e fanne focacce". All'armento corse lui stesso, Abramo; prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese panna e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse loro. Così, mentre egli stava in piedi presso di loro sotto l'albero, quelli mangiarono.” (Gen 18,1-8)

Abramo si trova sulla soglia della sua tenda in mezzo al deserto. Non vive nel chiuso di una situazione protetta, ma tiene lo sguardo rivolto all’esterno, anzi “alza lo sguardo”, cioè lo solleva dalla contemplazione compiaciuta o spaventata di sé, e per questo si accorge dei tre viandanti che si avvicinano. Sono gente in situazione precaria: soli nel deserto, alla mercé di chi incontrano, stranieri non protetti. Sono senza casa, ed Abramo va loro incontro per offrire ospitalità. La tenda di Abramo è uno spazio di amore accogliente e gratuito: non ci guadagna, anzi rischia, e ci rimette del suo.

La Genesi dice chiaramente che quei tre sono angeli messaggeri di Dio, ma Abramo li vide come tre semplici anashim, cioè estranei e sconosciuti, eppure proprio in loro, grazie alla gratuità della sua accoglienza, il patriarca incontra Dio. Il loro arrivo è imprevisto ma Abramo non si lascia cogliere di sorpresa. L’incontro con chi è senza casa avviene per strada, nell’imprevedibilità di spazi non protetti e spesso inaccoglienti, e per questo chiede di essere uomini aperti all’incontro e disponibili all’accoglienza. Infatti è Abramo a prendere l’iniziativa, anche senza che quei tre gli chiedano nulla.

Inizia allora una vera e propria liturgia dell’accoglienza: si offre ristoro, cibo, acqua, un tetto sotto cui ripararsi. Al centro c’è il bisogno dell’altro e il desiderio di rispondervi. È il contrario di una logica commerciale.

Poi gli dissero: "Dov'è Sara, tua moglie?". Rispose: "È là nella tenda". Riprese: "Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio". (9-10)

L’accoglienza porta fecondità: ad Abramo e Sara sterili i tre ospiti annunciano la nascita di un figlio. L’incontro accogliente e l’amore gratuito riaprono il futuro, danno prospettive e speranza a chi lo riceve, e ciò può sembrare scontato, ma anche a chi lo offre, e questo invece è straordinario.

Poi Abramo e i tre si avviano verso Sodoma e qui avviene lo svelamento di Dio. Da quella grande città si era levato il grido della sofferenza provocata dall’inaccoglienza. Abramo riconosce in quei tre viandanti la presenza di Dio perché sono solleciti nel difendere il diritto dello straniero, perché Dio ama l’indifeso e protegge chi è minacciato. Inizia allora la famosa contesa verbale di Abramo con Dio stesso per la salvezza della città. È la lotta che avviene ogni volta che cerchiamo a fatica di far emergere il bene anche dove sembra impossibile che si trovi. È una lotta anche con Dio che è la dimensione della preghiera di intercessione per la salvezza altrui. Il racconto che segue (Gen 19) in qualche modo dà ragione ad Abramo: Lot e la sua famiglia accolgono i pellegrini e vengono salvati dalla distruzione alla quale il resto degli abitanti della città si condannano con il loro comportamento violento e inospitale. 

L’icona di Abramo a Mamre è quello che la Quaresima oggi ci propone di vivere: preparare l’incontro con Dio nell’amore gratuito e accogliente per riceverlo nel povero.

In conclusione possiamo dire come oggi ci viene proposta una via importante: la liberazione da una condizione di schiavitù del mercantilismo per vivere la libertà dell’amore gratuito. È una prospettiva bella e salvifica per noi e per quanti, accolti con amore, sono come coinvolti nell’abbraccio di Dio.

Partire da chi non ha casa, famiglia e protezione non è allora solo un’opera sociale o un impegno civile, ma ha un profondo significato teologico e religioso.

Un grande vescovo orientale del V secolo, Giovanni Crisostomo diceva: “Vuoi onorare il corpo di Cristo? Ebbene, non tollerare che egli sia ignudo; dopo averlo ornato qui in chiesa con stoffe di seta non permettere che fuori egli muoia di freddo per la nudità. Colui che ha detto «questo è il mio corpo» (Mt 26,26), confermando con la sua parola l’atto che faceva, ha detto anche: «Mi avete visto soffrire la fame e non mi avete dato da mangiare» e quanto non avete fatto a uno dei più piccoli tra questi, neppure a me l’avete fatto (Mt 25,42-45). Il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura. Impariamo quindi a pensare e a comportarci degnamente verso così grandi misteri e a onorare Cristo come egli vuol essere onorato. … Così anche voi onoratelo nella maniera che egli stesso ha comandato, impiegando cioè le vostre ricchezze a favore dei poveri. Dio non ha bisogno di vasi d’oro, ma di anime d’oro” (Giovanni Crisostomo, Commento a Matteo, 50, 2-ss).

Eucarestia e amore per i poveri, tavola del sacrificio eucaristico e tavola della carità vissuta sono due realtà che si illuminano a vicenda e che sussistono solo sorrette l’una dall’altra.

Testi utili


Esodo 22,20

Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d'Egitto.”



Levitico 19,33-34

“Quando un forestiero dimorerà presso di voi nella vostra terra, non lo opprimerete. Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l'amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d'Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio.”



Deuteronomio 10,17-19

perché il Signore, vostro Dio, è il Dio degli dei, il Signore dei signori, il Dio grande, forte e terribile, che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all'orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito. Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d'Egitto.



Deuteronomio 24,17-18

Non lederai il diritto dello straniero e dell'orfano e non prenderai in pegno la veste della vedova. Ricordati che sei stato schiavo in Egitto e che di là ti ha liberato il Signore, tuo Dio; perciò ti comando di fare questo.



Luca 9,57-58

Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: "Ti seguirò dovunque tu vada".

E Gesù gli rispose: "Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo".



Matteo 8,18-20

Vedendo la folla attorno a sé, Gesù ordinò di passare all'altra riva. Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: "Maestro, ti seguirò dovunque tu vada". Gli rispose Gesù: "Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo".



Matteo 25,31-46

Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: "Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi". Allora i giusti gli risponderanno: "Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?". E il re risponderà loro: "In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me". Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: "Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato". Anch'essi allora risponderanno: "Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?" Allora egli risponderà loro: "In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me". E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna".


 “Tu non dai del tuo al povero, ma gli restituisci il suo; infatti tu solo usi la proprietà comune che è stata data a tutti! La terra è di tutti non sol­tanto dei ricchi, ma sono in minor numero quelli che la usano di quelli che non la usano. Dunque tu restituisci il dovuto, non elargisci il non dovuto.” (Ambrogio)

“Chi è il ladro? Colui che porta via le cose degli altri. Non sei un ladro tu, che conservi come tua proprietà i beni che hai ricevuto perché fossero distribuiti a tutti? Chi spoglia qualcuno dei suoi vestiti si chiama ladro. E chi non veste l’ignudo, quando può farlo, merita forse altro nome? Il pane che tieni per te è dell’affamato, il mantello che custodisci nel guardaroba è dell’ignudo, le scarpe che ammuffiscono in casa tua sono dello scalzo, l’argento che conservi sotto terra è del povero. Così tu commetti altrettan­ta ingiustizia quanti sono i poveri che avresti potuto aiutare.” (Basilio Magno)






III domenica del tempo di Quaresima




Dal libro dell'Esodo 20, 1-17

In quei giorni, Dio pronunciò tutte queste parole: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile: Non avrai altri dei di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra la sua bontà fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti. Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascia impunito chi pronuncia il suo nome invano. Ricordati del giorno del sabato per santificarlo. Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu né tuo figlio né tua figlia, né il tuo schiavo né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato. Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà. Non ucciderai. Non commetterai adulterio. Non ruberai. Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo. Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo».



Salmo 18 - Signore, tu hai parole di vita eterna.
La legge del Signore è perfetta,
rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore è stabile,
rende saggio il semplice.

I precetti del Signore sono retti,
fanno gioire il cuore;
il comando del Signore è limpido,
illumina gli occhi.

Il timore del Signore è puro,
rimane per sempre;
i giudizi del Signore sono fedeli,
sono tutti giusti.

Più preziosi dell’oro,
di molto oro fino,
più dolci del miele
e di un favo stillante.


Dalla prima lettera di Paolo apostolo ai Corinzi 1,22-25

Fratelli, mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.



Lode a te, o Signore, re di eterna gloria!
Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito;
chiunque crede in lui ha la vita eterna.
Lode a te, o Signore, re di eterna gloria!


Dal vangelo secondo Giovanni 2,13-25

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.



Commento

Cari fratelli e care sorelle, dice l’evangelista Giovanni che “Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme”. Anche noi ci troviamo nel tempo che precede immediatamente la Pasqua, in questa Quaresima tempo benedetto, e in compagnia di Gesù ci avviamo verso Gerusalemme per essere testimoni degli avvenimenti straordinari che vi accadranno: la passione, la morte e la resurrezione di Gesù. C’è bisogno di camminare per arrivare a Gerusalemme: non è casa nostra né la nostra vita di sempre. Per questo siamo qui, per farci indicare la via da Gesù, per seguirlo. E non basta essere venuti fino a qui, in chiesa: questo è il punto di partenza verso Gerusalemme, non di arrivo. Da qui, dopo aver ascoltato la Parola di Dio ogni domenica, partiamo per incamminarci durante la settimana verso la Gerusalemme che è la vita nuova in compagnia di Cristo.

Questa settimana la liturgia ci fa riascoltare le dieci parole che Dio comunicò agli uomini come i comandamenti essenziali da rispettare. Sono leggi che ci chiedono di “non” fare qualcosa:  Non avere altri dèi … Non farsi idoli … Non pronunciare invano il nome del Signore … Non uccidere … Non commettere adulterio … Non rubare ... Non pronunciare falsa testimonianza …  Non desiderare la casa del tuo prossimo … Non desiderare la moglie del prossimo”. Sono il tentativo di Dio di ripulire la vita degli uomini dai cumuli di inimicizia, di violenza, di egoismo, di falsità, ecc… che la ingombrano. Sgombrare la propria vita dal male che la occupa è infatti il primo passo per far sì che Dio trovi un posto libero in cui entrare e fermarsi. E’ quello che vollero fare a Gerusalemme Salomone e i padri di Israele costruendo al centro della città un Tempio, spazio in cui Dio potesse risiedere e far sì che gli uomini potessero vivere in sua compagnia, in uno spazio pulito, libero dai cumuli dal male.

E’ quello che, onestamente, anche noi cerchiamo di fare nella nostra vita: non compiere azioni malvagie, non mentire, non uccidere, ecc…

Ma oggi, davanti all’episodio di Gesù che caccia i mercanti dal tempio, ci chiediamo: basta non compiere azioni malvagie per tenere sgombra la vita dal male?

Il Signore, abbiamo ascoltato, giungendo nel Tempio di Gerusalemme lo trovò invaso di mercanti e cambiavalute, gente che compiva piccoli commerci. Non erano ladri né truffatori, non andavano contro i comandamenti di Dio, erano persone che cercavano di guadagnarsi la vita onestamente. Non avevano messo su traffici disonesti, non facevano cose scandalose, semplicemente commerciavano. Anzi potremmo dire che facevano cose utili, offrendo a chi veniva da lontano la possibilità di acquistare sul posto ciò che serviva per presentare le offerte ai sacerdoti del tempio.

Che male c’era?

Gesù però scaccia quei piccoli commercianti perché non tollera che lo spazio tenuto sgombro proprio per far posto all’incontro con Dio venga occupato dal mercato. Ma cosa c’è di male nel mercato? È un modo onesto di guadagnarsi da vivere. Sì certo, Gesù non nega in assoluto la possibilità di commerciare e fare mercato, ma vuole affermare che c’è bisogno nella vita di ogni uomo di uno spazio libero per incontrare Dio e restare con lui, e questo posto è lo spazio della gratuità. L’amore di Dio è gratuito, donato senza chiedere nulla in cambio, niente da parte nostra lo potrà mai ripagare o meritare, e Dio lo incontriamo solo se viviamo questa stessa gratuità, il dono senza chiedere in cambio, la generosità che non cerca il guadagno ed è disposta anche a rimetterci del proprio.

Fratelli e sorelle, quello che accadde al Tempio non avviene forse abitualmente anche nella nostra vita? Lo spazio che ci preoccupiamo di tenere sgombero dalle azioni malvagie, osservando i precetti del decalogo, viene occupato dal commercio. Sì, noi commerciamo, dando la nostra attenzione in cambio del ricevere altrettanto, valutando se c’è convenienza a essere amici di qualcuno, facendo qualcosa per qualcuno purché questo ci procuri non dico un guadagno, ma almeno un contraccambio. Se non c’è un’utilità per me perché dovrei darmi da fare? Se non siamo in obbligo o in debito, perché dovremmo concedere qualcosa a qualcuno? Se il prezzo da pagare per un’azione non è ragionevole, perché dovremmo rischiare?

È la logica del mercato, il commercio che quotidianamente facciamo della nostra vita. Anche i nostri commerci, come quelli del tempio, sono onesti: chiediamo il giusto prezzo in cambio senza pretendere più di ciò che è corretto, valutiamo ragionevolmente se vale la pena uno scambio per non rimetterci. Non siamo speculatori o profittatori, ma solo oculati e onesti commercianti.

Gesù proprio questo contesta: lo spazio della nostra vita, è così occupato dal commercio e dallo scambio che non c’è più posto per la gratuità che è l’amore di Dio. Anzi, tanta generosità disinteressata suscita sospetti e diffidenze: che non nasconda un inganno? Sì a volte l’amore di Dio ci suscita diffidenza e paura e lo rifiutiamo, come qualcosa di eccessivo e per questo rischioso.

Cari fratelli e care sorelle chiediamoci oggi, davanti a questo vangelo, Gesù che viene oggi come trova la nostra vita? C’è spazio per qualcosa di gratuito, o è tutto ingombro di onesti scambi per guadagnare?

La gratuità ci fa paura: temiamo di perdere tutto e di restare, alla fine, senza niente. Per questo fin da piccoli siamo stati abituati a impostare i nostri rapporti e affetti ad un sano e onesto senso del commercio: io ti sono amico, se tu fai altrettanto; io ti do il mio aiuto, se tu mi assicuri il tuo; che male c’è, è un’onesta preoccupazione, meglio far bene il proprio interesse, per non rischiare di fare la fine di Gesù: solo, abbandonato, tradito, lui che aveva beneficato tanti; messo a morte, lui che aveva ridato la vita a tanti senza chiedere niente in cambio.

Gesù oggi sferza la nostra vita con le cordicelle della sua frusta. Il suo amore gratuito è infatti dolorosa e penetrante come una frusta sulle spalle di chi fa commercio e fa andare a gambe all’aria le bancarelle dei nostri onesti scambi meschini. La sua generosità che nulla chiede in cambio rovescia le monetine con cui teniamo il conto dei nostri meritati crediti nei confronti degli altri. La passione del suo volerci bene per primo fa cadere a terra la mercanzia che noi cercavamo di piazzare convenientemente.

A noi oggi decidere cosa fare: chinarci a raccogliere le monetine, a raccattare le mercanzia e riaprire la bancarella più in là, al sicuro, oppure lasciar perdere questo modo di ragionare, farsi prendere dalla passione di Gesù, goderci la libertà di quell’amore donato gratuitamente in quel bel tempio liberato dalla logica del mercato?

Tanti a vedere Gesù fare così si scandalizzano, lo deridono come un pazzo. E’ quello che facciamo noi quando vediamo qualcuno dare senza chiedere nulla in cambio, lo indichiamo come uno sciocco e un imprudente. Quelli chiedono a Gesù: “Quale segno ci mostri per fare queste cose?” Non sanno fare altro che mercanteggiare uno scambio: perché noi ti diamo ragione cosa ci dai in cambio? La loro vita è deformata, non capiscono ormai più altro che ciò che risponde alla logica del commercio.

Anche a noi resta difficile uscire dalla logica del commercio e abbracciare la gratuità di Gesù. In questo tempo benedetto di Quaresima sforziamoci però di impararla. Il Signore ci aiuterà, a Pasqua, a rafforzare questo nuovo modo di vivere, se oggi cominciamo a farlo nostro. Così avvenne ai discepoli, i quali: “Quando poi fu risuscitato dai morti, … si ricordarono … e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù”. Come pellegrini verso Gerusalemme prepariamo il nostro cuore perché anche noi a Pasqua ci ricordiamo delle sue parole e crediamo alla Scrittura che ci indica la gratuità dell’amore di Gesù.

Riceveremo così il dono senza prezzo della vita che non finisce. Nessun commercio infatti, anche il più vantaggioso, potrà mai farcela guadagnare.

 

Preghiere

O Dio che doni tutto te stesso senza chiedere nulla in cambio, aiutaci a uscire dalla logica del mercato per abbracciare la gratuità del voler bene a tutti senza interesse .
Noi ti preghiamo

Padre buono, aiutaci a tenere la nostra vita sgombra dalle rivendicazioni, dal conto dei crediti e dei debiti, dalla recriminazione, per essere liberi di voler bene sempre e a tutti, come Gesù ha fatto con noi.
Noi ti preghiamo

O Cristo Gesù sostienici in questo tempo di Quaresima perché ci prepariamo fin da adesso a seguirti fino all’ora difficile della passione. Fa’ che non prevalgano le nostre paure e i vani interessi ma sappiamo accompagnarti con fedeltà fin sotto la croce.
Noi ti preghiamo

Ti ringraziamo Signore per la forza che ci doni per vincere il male, ogni volta che ci si presenta l’occasione di compierlo. Guida i nostri passi sulle vie della generosità e dell’amore per compiere il bene che tu prepari per ciascuno.
Noi ti preghiamo

O Padre di eterna bontà, dona la pace al mondo intero. Per tutti i Paesi del mondo, perché nessuno muoia e soffra più per la guerra e la violenza.
Noi ti preghiamo

Ti preghiamo, o Signore, accompagna l’umanità a riscoprire in questo tempo di crisi economica la solidarietà generosa che guarisce dall’ingiustizia.
Noi ti preghiamo.

Signore ti preghiamo per tutti i malati, per i tribolati, per chi è nel dolore. Sostienili nel tuo amore e dona sollievo nella sofferenza. Suscita accanto a chi sta male un angelo di consolazione.
Noi ti preghiamo

Ti preghiamo o Signore per tutte le comunità cristiane disperse nel mondo che vivono e annunciano il vangelo. Dona loro la forza del tuo Spirito perché le loro parole e azioni conducano tanti ad incontrarti risorto.
Noi ti preghiamo





martedì 6 marzo 2012

Preghiera nel tempo di Quaresima


Baruc 2, 11-32

Ora, Signore, Dio d'Israele, che hai fatto uscire il tuo popolo dall'Egitto con mano forte, con segni e prodigi, con grande potenza e braccio possente e ti sei fatto un nome, qual è oggi, noi abbiamo peccato, siamo stati empi, siamo stati ingiusti, Signore, nostro Dio, verso tutti i tuoi comandamenti. Allontana da noi la tua collera, perché siamo rimasti pochi in mezzo alle nazioni fra le quali tu ci hai dispersi. Ascolta, Signore, la nostra preghiera, la nostra supplica, liberaci per il tuo amore e facci trovare grazia davanti a coloro che ci hanno deportati, perché tutta la terra sappia che tu sei il Signore, nostro Dio, e che il tuo nome è stato invocato su Israele e sulla sua stirpe. Apri, Signore, i tuoi occhi e guarda: perché non i morti che sono negli inferi, il cui spirito se n'è andato dalle loro viscere, daranno gloria e giustizia al Signore, ma l'anima colma di afflizione, chi cammina curvo e spossato, e gli occhi languenti e l'anima affamata, ti renderanno gloria e giustizia, Signore. … Noi non abbiamo dato ascolto al tuo invito a servire il re di Babilonia, perciò tu hai eseguito le parole che avevi detto per mezzo dei tuoi servi, i profeti, e cioè che le ossa dei nostri re e dei nostri padri sarebbero state rimosse dal loro posto. Ed eccole abbandonate al calore del giorno e al gelo della notte. Essi sono morti fra atroci dolori, di fame, di spada e di peste; la casa su cui è stato invocato il tuo nome, tu l'hai ridotta nello stato in cui oggi si trova, per la malvagità della casa d'Israele e di Giuda. Tuttavia tu hai agito verso di noi, Signore, nostro Dio, secondo tutta la tua bontà e secondo tutta la tua grande misericordia, come avevi detto per mezzo del tuo servo Mosè, quando gli ordinasti di scrivere la tua legge davanti ai figli d'Israele, dicendo: "Se voi non darete ascolto alla mia voce, certo, questa moltitudine grande e numerosa sarà resa piccola tra le nazioni fra le quali io la disperderò; poiché io so che non mi ascolteranno, perché è un popolo di dura cervìce. Però nella terra del loro esilio rientreranno in se stessi e riconosceranno che io sono il Signore, loro Dio. Darò loro un cuore e orecchi che ascoltino; nella terra del loro esilio mi loderanno e si ricorderanno del mio nome”.

Commento

Cari fratelli e care sorelle, in questo tempo di Quaresima camminiamo in compagnia della Scrittura che ci guida a riflettere su di noi e su cosa vogliamo fare della nostra vita. Non è inutile fermarsi a riflettere, come facciamo abitualmente nel nostro appuntamento di preghiera. Molti infatti ritengono che sia più importante agire, darsi da fare, essere impegnati e la sosta in compagnia della Scrittura sembra loro tempo perso. Ma quante ore ogni giorno perdiamo senza problemi in cose inutili! Ma la compagnia del Signore che parla ci crea imbarazzo, fastidio, perché mette a nudo alcuni aspetti della nostra vita che non vogliamo riconoscere o ci invita ad assumere atteggiamenti e modi di fare che non siamo disposti ad accogliere.

In modo particolare oggi la Parola del profeta Baruc ci suggerisce, attraverso l’esperienza del popolo di Israele, il cammino del ritorno a Dio. La vita infatti facilmente ci porta ad allontanarci ciascuno sulla propria strada. Pensieri, recriminazioni, l’orgoglio, un senso altro di se stessi ci fanno infatti spesso ritenere che non ci serve di restare fedeli alla strada che il Signore traccia e che abbiamo le capacità e le risorse per camminare per conto nostro.

È quando rifiutiamo di lottare per plasmare la nostra umanità scontrosa o antipatica perché possa incontrare con simpatia il fratello e vivere con gioia l’accoglienza a chi ci si fa incontro.

Oppure è la durezza di cuore che si ammanta di senso pratico, realismo per cui l’indifferenza e la mancanza di pietà si giustificano come atteggiamenti di chi la sa lunga.

A volte ci riteniamo non all’altezza, come se dovesse essere sempre qualcun altro a fare, a dire, a prendere l’iniziativa e noi siamo sempre giustificati per la nostra poca attenzione e il nostro poco tenerci.

Insomma spesso i nostri passi si incamminano in strade che ci facciamo da soli scegliendo alla luce della sapienza del mondo che ci troviamo naturalmente dentro. Ma dove conducono questi cammini? “siamo rimasti pochi in mezzo alle nazioni fra le quali tu ci hai dispersi”dice Baruc.  Sì, ci siamo dispersi ciascuno seguendo il proprio cammino!

Ma Israele ascolta il grido della voce di Dio che si fa strada nei cuori pentiti e si rivolge a lui con animo umile e pentito: “noi abbiamo peccato, siamo stati empi, siamo stati ingiusti, Signore, nostro Dio, verso tutti i tuoi comandamenti. Allontana da noi la tua collera, ... Ascolta, Signore, la nostra preghiera, la nostra supplica, liberaci per il tuo amore e facci trovare grazia davanti a coloro che ci hanno deportati”. È un grido accorato di chi si rende conto che il cammino del seguire se stessi ci allontana da Dio e dai fratelli e mette in pericolo il nostro futuro.

È la domanda della Quaresima: non posso giocare con la mia vita, è troppo importante per affidarne il destino al caso del mio istinto naturale, al capriccio del mio carattere, o all’indurimento del cuore. All’uomo che si pone con sincerità questa domanda la Quaresima insegna l’atteggiamento giusto: “l'anima colma di afflizione, chi cammina curvo e spossato, e gli occhi languenti e l'anima affamata, ti renderanno gloria e giustizia, Signore.

È l’afflizione di chi si fa colpire dal dolore altrui e non indurisce il cuore chiudendolo alle domande di chi è nel bisogno.

È l’umiltà di chi non sta davanti a Dio con l’atteggiamento dell’orgoglioso, pieno di sé e appagato dalla sapienza accumulata, ma sa abbassarsi per ricolmarsi della sapienza nuova e vera del Vangelo.

È la visione di chi ha occhi desiderosi di contemplare la bellezza della vita del Vangelo, la realizzazione di quel sogno che la Parola di Dio ci fa sperare di umanità pacifiche e miti, di cuori inteneriti e sensibili, di mani generose e pronte ad aiutare senza giudicare e condannare.

È la fame di bene per gli altri, di pace per chi è nel conflitto, di misericordia per sciogliere i grumi di peccato nei petti di chi fa il male, di giustizia, come ricordano le Beatitudini, di vita eterna e non effimera e inutile.

Sono gli atteggiamenti che la Quaresima ci invita a fare nostri, facendoci ascoltatori docili della Parola di Dio. Così saremo in grado di contemplare la gloria di Dio che è la Resurrezione del Signore.

Fratelli e sorelle, se non accettiamo di incamminarci in questo tempo di Quaresima sulla via del cambiamento della vita e del pentimento non giungeremo mai a incontrare Cristo Risorto. Ci sembrerà un fantasma, come agli apostoli sul mar di Galilea, o un contadino qualunque, come a Maddalena nell’alba della Resurrezione.

Viviamo stranieri a noi stessi in questo tempo di Quaresima, viviamo come esiliati dalla terra del nostro solito modo di essere e di fare, e riscopriremo la bellezza di affidarci ad una sapienza non nostra ma che Dio stesso ci dona dalla sua bocca. Dice Baruc “nella terra del loro esilio rientreranno in se stessi e riconosceranno che io sono il Signore, loro Dio. Darò loro un cuore e orecchi che ascoltino; nella terra del loro esilio mi loderanno e si ricorderanno del mio nome”.

Sì, nella terra del nostro esilio da noi stessi rientriamo in noi stessi, riconosciamo la vacuità dei nostri cammini dispersi verso il nulla, riconosciamo la signoria di un Dio buono che ci guida e incammina verso la vita piena e avremo un cuore e orecchi capaci di ascoltare la Parola e viverla salvando se stessi e tanti attorno a noi.

lunedì 5 marzo 2012

II domenica di Quaresima


Dal libro della Genesi 22,1-2.9a.10-13.15-18

In quei giorni, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito». Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete, impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. L’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».



Salmo 115 - Camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi.

Ho creduto anche quando dicevo:
«Sono troppo infelice».
Agli occhi del Signore è preziosa
la morte dei suoi fedeli.

Ti prego, Signore, perché sono tuo servo;
io sono tuo servo, figlio della tua schiava:
tu hai spezzato le mie catene.
A te offrirò un sacrificio di ringraziamento
e invocherò il nome del Signore.

Adempirò i miei voti al Signore
davanti a tutto il suo popolo,
negli atri della casa del Signore,
in mezzo a te, Gerusalemme.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,31b-34

Fratelli, se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi!



Lode a te, o Signore, Re di eterna gloria
Dalla nube luminosa, si udì la voce del Padre:
«Questi è il mio Figlio, l’amato: ascoltatelo!».
Lode a te, o Signore, Re di eterna gloria



Dal vangelo secondo Marco 9,2-10

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Commento

Il libro della Genesi ci presenta la figura di Abramo, un pastore che vagava per le steppe e i deserti del Medio oriente con la sua famiglia e il gregge da cui traeva sostentamento per sé e per i suoi.  Con difficoltà riusciamo ad immaginare cosa poteva significare una tale esistenza, nomade in mezzo a terre inospitali e straniere. Possiamo forse fare un parallelo pensando ai senza casa che vagano per le vie delle città, o ai migranti che affrontano viaggi pericolosi per sfuggire alla morte. La sua vita era legata alla possibilità di trovare pascoli per il suo gregge, e mille pericoli erano sempre in agguato a minacciarlo: la malattia, oppure la carestia significavano morte sicura, ma anche semplicemente incontrare sulla strada qualcuno più forte di lui voleva dire essere ucciso assieme alla sua famiglia o essere derubato di tutti i suoi averi.

Abramo ha ben chiara la precarietà della sua esistenza tanto che afferma, rivolgendosi al Signore: “Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere...” (Gn 18, 27). Queste parole potrebbero essere le parole di ogni uomo. Siamo tutti cenere e polvere, e il rito del mercoledì delle ceneri che apre la Quaresima ce lo ricorda bene, anche se oggi ben maggiori sicurezze ci garantiscono un futuro meno incerto. Sì, è questa la coscienza che il tempo di Quaresima vuole aiutarci ad assumere come nostra, perché è la più vera, ma noi facciamo tanta fatica ad accettarla. Anzi spesso la rifiutiamo, preferendo l’illusione di una forza e un’autosufficienza che talvolta non si arrende nemmeno di fronte all’evidenza del contrario.  

In questa situazione di precarietà estrema, abbiamo sentito come l’angelo stende su Abramo la benedizione di Dio che gli promette un futuro di sicurezza e di prosperità: “ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra”.

E’ per Abramo la garanzia di un futuro felice, senza preoccupazioni per l’esistenza sua e della sua famiglia, senza dover dipendere dal caso e dalla fortuna, senza dover temere  minacce e pericoli. E’ la benedizione che vorremmo Dio facesse scendere su ciascuno di noi: non doverci preoccupare degli assalti della vita, non dover fronteggiare le onde del male che come una marea sembrano salire minacciose contro di noi, sotto l’aspetto della malattia, della precarietà e della crisi economica, delle delusioni affettive, della depressione, della solitudine, della violenza diffusa, dei rischi per i nostri cari.

Ci chiediamo: come ha fatto Abramo a meritare una tale benedizione?

Come possiamo anche noi far parte della discendenza di Abramo ed essere eredi con lui della benedizione di Dio?

L’angelo dice chiaramente la ragione del compiacimento di Dio e della benedizione: “perché tu hai obbedito alla mia voce”. Sì, Abramo non ha avuto dubbi quando Dio gli ha chiesto di compiere un gesto così estremo ed incomprensibile come offrire in sacrificio il suo unico figlio. Sicuramente avrà ritenuto assurda questa richiesta, non ne capiva il senso e avrà avvertito un moto di rifiuto istintivo; eppure ha accolto la volontà di Dio come la cosa da fare, anche senza capire e senza sapere perché, per fiducia in lui.

Quante volte le richieste del Signore ci appaiono insensate, Pensiamo al famoso detto: “io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra” (Mt 5,39); ci sembra un pericolosa dimostrazione di debolezza davanti alla violenza altrui; “C’è più gioia nel dare che ne ricevere  (At 20,35); la nostra esperienza quotidiana ci dimostra sempre il contrario; “Beati i miti…; beati i misericordiosi…; beati gli afflitti…; beati i poveri…” (Mt 5); chi di noi in fondo al cuore non crede fermamente il contrario, che è beato chi prevale e non chi soccombe, chi emerge e non chi resta indietro, chi gode e non chi è nella privazione, ecc…? E così via, si potrebbero fare altri mille esempi.

Molti degli inviti di Dio ci sembrano cose insensate, anzi ancora di più: cose che ci chiedono di rinnegare ciò che di più vero e sacrosanto abbiamo nella vita. Il nostro figlio primogenito è il nostro modo di pensare e di essere, le nostre certezze, ciò che abbiamo di più vero e fondamentale: le nostre convinzioni più radicate, quello che ci sembra più intimamente nostro, la nostra indole e carattere, le nostre abitudini e reazioni istintive.

Eppure Abramo non esitò a sacrificare il suo figlio, ed ebbe fiducia che obbedire ad una richiesta del Signore, per quanto incomprensibile, non poteva che essere una scelta per il suo bene.

Così è di noi, ogni volta che accettiamo di sacrificare ciò che ci sembra essere carne della nostra carne, sangue del nostro sangue, come un figlio per obbedire ad un volere che non capiamo: riceviamo il centuplo in vita benedetta, sicurezza e pace per noi e per chi ci sta a cuore.

Infatti la storia ci dimostra come la richiesta di Dio ad Abramo non era certo per avere la vita del figlio, ma per rafforzare la fiducia del patriarca in lui.

Il male ci tenta offrendoci cose apparentemente molto sensate, e chiedendoci in cambio sacrifici anche pesanti, ma che ci rendono peggiori e ci ingannano.

Dio ci mette alla prova chiedendoci cose che apparentemente ci sembrano assurde, ma che in realtà si rivelano per essere una benedizione.

Cari fratelli e care sorelle, abbiamo noi la fiducia di fare la volontà di Dio, anche senza comprenderne immediatamente il senso?

Abramo possiamo dire che quasi non aveva scelta: nella precarietà della sua vita assicurarsi la protezione di Dio gli era indispensabile per la sopravvivenza, pensare di potersi permettere di fare a meno di un alleato cosi potente sarebbe stato folle. Ma noi abbiamo tutto, non abbiamo bisogno di niente e di nessuno, è  facile credere che non abbiamo bisogno nemmeno della benedizione di Dio.

La Quaresima ci invita a riscoprire la precarietà di una vita in balia del male. Tanto spesso noi la affidiamo alla ripetizione delle abitudini che rassicurano o alla forza dell’imporsi con arroganza, come queste fossero le certezze più sicure.

Se riscopriamo la nostra fragilità umana sentiremo il bisogno di invocare la benedizione che Dio ci manifesti la sua volontà per la nostra vita, affinché noi possiamo compierla. E’ questa la roccia della nostra vita, la sicurezza di ogni esistenza.

Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!” disse lo Spirito al momento della trasfigurazione di Gesù sulla montagna. La Quaresima ci da lo stesso consiglio: ascolta l’invito del Signore, figlio di Dio, cerca la sua volontà per poterla seguire, perché la sua benedizione ci accompagni ogni giorno della nostra vita.





Preghiere


O Signore manifestaci la tua volontà perché possiamo compierla. Aiutaci a non disprezzarla come qualcosa di insensato o troppo difficile, e ad accoglierla come il consiglio di un padre buono.
Noi ti preghiamo

O Padre misericordioso perdona quando le nostre vie si allontanano da te. Accoglici pentiti in questa Quaresima in cui scopriamo il nostro bisogno di essere guidati e amati dalla tua bontà
Noi ti preghiamo

Padre ti preghiamo per quanti operano il male e agiscono con violenza e ingiustizia. Fa’ che il loro cuore possa tornare umano e riscoprano la bellezza di essere figli della pace che ci doni.
Noi ti preghiamo

Accogli o Dio nel tuo amore tutti coloro che muoiono invocando la tua misericordia, consola chi è solo e dimenticato nel momento del dolore, sostieni chi è disperso nei pensieri del proprio cuore, perché trovi presto la via che conduce  a te.
Noi ti preghiamo

Ti preghiamo o Signore, trasfigura le nostre esistenze rendendole simili alla bellezza della tua gloria. Donaci la grazia di non dimenticare mai la gioia dello stare in tua compagnia.
Noi ti preghiamo

O Cristo che ti prepari col digiuno e la penitenza ad affrontare la prova della passione e della morte, fa’ che sappiamo restarti vicini in questo tempo di Quaresima, meditando la tua Parola e vivendo la carità con i fratelli, specialmente i più bisognosi.
Noi ti preghiamo.

Proteggi o Dio onnipotente tutti i tuoi figli che sono nel pericolo. Dona la grazia del perdono a quanti ti invocano, guarisci i malati, salva i perseguitati, dai ristoro a chi soffre per l’ingiustizia e la violenza.
Noi ti preghiamo

O Signore ti ringraziamo ancora una volta per il dono della fede che ci fa gustare la gioia di essere tuoi figli. Fa che per nessun motivo dimentichiamo il nostro bisogno di restarti vicino e di legarci ai nostri fratelli e sorelle.
Noi ti preghiamo