giovedì 2 marzo 2017

Mercoledì delle ceneri - preghiera comune




Dal Vangelo secondo Matteo 6,1-6.16-18
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. 
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».  

Commento

Care sorelle e cari fratelli, ci siamo raccolti in preghiera questa sera, al termine della giornata per varcare la porta che ci immette nel tempo benedetto della Quaresima.
Questi 40 giorni ci sono donati come l’occasione propizia per maturare la coscienza del buio nel quale siamo avvolti, e che spesso, nella fretta della vita quotidiana, ci sfugge. Buio di prospettive, vuoto di parole vere, assenza di sentimenti, di propositi buoni. Ma, allo stesso tempo, essi sono l’occasione per renderci conto che all’orizzonte della nostra vita una luce splende. Sì, il Signore non ci ha lasciato nella prigione della nostra autosufficienza cieca e sorda, che si esprime soprattutto nell’arroganza di credere di saperci dare da noi stessi la nostra salvezza. Infatti l’uomo pensa di conoscere già la propria salvezza perché crede di sapere già voler bene. Questo è il nostro più grande orgoglio: credere di saper già amare, di farlo già abbastanza, di non aver bisogno di impararlo e di riceverlo da altri che da noi stessi.
Il Signore ha pietà di questo nostro orgoglio e viene in nostro soccorso, ci indica il cammino per scoprire la vera luce che illumina il nostro buio. Questa luce è il Vangelo. A questa luce questa sera ci volgiamo con la nostra preghiera, perché essa illumini i nostri passi in questo tempo di Quaresima.
Il Vangelo ascoltato parla della nostra arroganza autosufficiente: crediamo di saper già, di conoscere abbastanza, di aver già capito, e per questo tutte le nostre azioni iniziano e finiscono in noi stessi. Gesù fa l’esempio dell’elemosina, la preghiera e il digiuno, cose belle e sante, che l’uomo orgoglioso riesce a rovinare perché le vive come una dimostrazione del suo essere nel giusto, di aver fatto cioè abbastanza, anzi di essere in credito davanti agli uomini e a Dio stesso. Ma dice Gesù: “State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro. Sì, anche le azioni più generose, pie e buone vengono corrotte se le compiamo pensando di dimostrare così di essere nel giusto, cioè di essere meritevoli di gratitudine, rispetto, ricompensa ed ammirazione, e anche se non c’è nessuno a dircelo, ce lo diciamo da soli nel nostro cuore: “sì, ho fatto il giusto, sono nel giusto, ho fatto quanto dovevo.”
Ci diamo da soli la nostra ricompensa, e così le nostre azioni muoiono lì dove iniziano e non riescono a produrre nessun frutto di bene, solo la propria autosoddisfazione.
In realtà quanto possiamo fare di buono e di giusto impallidisce davanti al debito di amore che abbiamo nei confronti del Signore, che mai riusciremo ad appianare per quanti sforzi possiamo fare. Ma per Dio questo non è un problema. Egli sa chi siamo e conosce i nostri limiti. Non vuole per questo schiacciarci, ma apprezza il dono di sé che sappiamo dare, se esso parte dalla coscienza del nostri limite e della nostra pochezza. Dio apprezza l’amore pallido, tiepido, goffo che sappiamo volere, se lo offriamo ai nostri fratelli e sorelle perché lui lo riempia del colore, del calore e della bellezza che noi non sappiamo dare.
Per questo oggi riceviamo la cenere sul nostro capo, per dire: “O Dio, Padre misericordioso e pieno di tenerezza con i tuoi figli. Tu che non ci schiacci sotto il peso delle nostre debolezze e incapacità, dei limiti del nostro poco amore, insegnaci con le tue parole e la tua vita come voler bene, perché illuminati dalla tua grazia sappiamo imparare da te la generosità gratuita e partecipe, l’attenzione piena di compassione, la tenerezza misericordiosa e benigna, ad essere cioè tuoi figli grati che riconoscono in ogni uomo e in ogni donna un fratello e una sorella da amare come tu sai fare. Amen.”  



“La Chiesa di papa Francesco” Itinerario di riflessioni, esperienze, preghiera per una Quaresima nella gioia del Vangelo - I incontro: Una Chiesa in uscita




Innanzi tutto vorrei fare una precisazione: ha senso parlare di gioia in tempo di Quaresima? Non sarebbero forse più adatti termini più “seri”, quali pentimento, sobrietà, mortificazione, ecc…
È vero, la Quaresima parte dalla constatazione della nostra piccolezza e fragilità (la cenere di oggi) e tiene conto della nostra vulnerabilità al male (le tentazioni di Gesù nel deserto, brano della prima domenica di Quaresima), ma lo fa perché ci rendiamo meglio conto del bisogno che abbiamo di andare oltre questa nostra condizione di partenza, per giungere all'incontro col Signore risorto, a Pasqua, che può colmare ogni nostra mancanza e rafforzarci nella nostra decisione di scegliere per il bene.
È come chi, riconosciuto che attraversa una regione buia e piena di pericoli, scorge in lontananza una luce che rischiara il cammino e gl’indica una prospettiva rassicurante. Certo, è il buio che lo avvolge a fargli sentire quella luce attraente, ma non si ferma compiaciuto a contemplare la tristezza del buio pieno di fantasmi spaventosi e insidie nel quale si trova. Piuttosto si incammina con decisione e fretta verso quella luce, pieno di speranza e fiducia, attratto da quella prospettiva, e man mano che avanza comincia a gustare la bellezza del chiarore che lo illumina e gli scalda il cuore e le membra, confermandogli che quello è veramente il cammino giusto.
Il rischio infatti è quello di subire un fascino perverso, quello della contemplazione della gravità della situazione presente, dei pericoli che corriamo, e della forza che esercita il male su di noi, senza gioire della possibilità che il Signore viene a darci di uscirne vittoriosi. Un fascino che a volte imprigiona in una gabbia di rassegnazione e tristezza impotente, che mette al riparo dalla responsabilità di uscirne. A volte ci abituiamo alle gabbie che ci sembrano comode e ci adattiamo a viverci alla meno peggio, come prigionieri rassegnati.
No, con gioia oggi riaffermiamo che il Signore è più forte della morte che ha cercato di imprigionarlo, e che ci vuole rendere impotenti e rassegnati davanti al male.  Questa potenza egli vuole comunicarcela tutta intera facendoci vivere con sé la Resurrezione.
In questo senso vogliamo fare nostra l’affermazione di Neemia che, dopo aver riscoperto e letto pubblicamente davanti a tutto il popolo la Parola di Dio rimasta a lungo silente, proclama: “non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza" (Neemia 8,10).
Sì, il cammino della Quaresima richiede forza e decisione per vincere la fatica del cammino e la tentazione di restare così come si è e la “gioia del Signore” è la forza di cui oggi abbiamo bisogno in questo tempo. 
Come sappiamo papa Francesco ha voluto inaugurare il suo pontificato con un documento programmatico che ci indica la fonte di questa gioia: il Vangelo!
Così inizia il papa: “ La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia.” (EG 1)
In questi nostri incontri durante il tempo di Quaresima vogliamo seguire papa Francesco alla scoperta di questa fonte inesauribile di gioia. Lo facciamo in un itinerario che segue le antiche e sagge indicazioni della Chiesa sul come vivere la Quaresima per ottenere i frutti spirituali che promette: digiuno, preghiera e carità.
Il digiuno che vogliamo vivere è la rinuncia a nutrirci della scontatezza del nostro modo di vivere come cristiani stanchi e abitudinari, per scoprire quella che abbiamo chiamato “la Chiesa di papa Francesco” cioè quella che nell’Evangelii gaudium egli ci indica come il luogo in cui poter ricevere e vivere la vera gioia del Vangelo.
Una Chiesa in uscita
Il primo aspetto che osserviamo di questa Chiesa come la sogna e desidera papa Francesco è il suo essere “in uscita”. Egli scrive:
Nella Parola di Dio appare costantemente questo dinamismo di “uscita” che Dio vuole provocare nei credenti [1]. Abramo accettò la chiamata a partire verso una terra nuova (cfr Gen 12,1-3). Mosè ascoltò la chiamata di Dio: «Va’, io ti mando» (Es 3,10) e fece uscire il popolo verso la terra promessa (cfr Es 3,17). A Geremia disse: «Andrai da tutti coloro a cui ti manderò» (Ger 1,7). Oggi, in questo “andate” di Gesù, sono presenti gli scenari e le sfide sempre nuovi della missione evangelizzatrice della Chiesa, e tutti siamo chiamati a questa nuova “uscita” missionaria. … a uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie [2] che hanno bisogno della luce del Vangelo.
La gioia del Vangelo che riempie la vita della comunità dei discepoli è una gioia missionaria. La sperimentano i settantadue discepoli, che tornano dalla missione pieni di gioia (cfr Lc 10,17). ... Questa gioia è un segno che il Vangelo è stato annunciato e sta dando frutto. Ma ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé [3], del camminare e del seminare sempre di nuovo, sempre oltre. …
Fedele al modello del Maestro, è vitale che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura. La gioia del Vangelo è per tutto il popolo, non può escludere nessuno [4]. Così l’annuncia l’angelo ai pastori di Betlemme: «Non temete, ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo» (Lc 2,10). L’Apocalisse parla di «un vangelo eterno da annunciare agli abitanti della terra e a ogni nazione, tribù, lingua e popolo» (Ap 14,6).
La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano. [5]  …
La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore (cfr 1 Gv 4,10), e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva. Osiamo un po’ di più di prendere l’iniziativa! [6]  … La comunità evangelizzatrice si mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo. Gli evangelizzatori hanno così “odore di pecore” e queste ascoltano la loro voce. Quindi, la comunità evangelizzatrice si dispone ad “accompagnare”. Accompagna l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere. Conosce le lunghe attese e la sopportazione apostolica. [7]  L’evangelizzazione usa molta pazienza, ed evita di non tenere conto dei limiti. Fedele al dono del Signore, sa anche “fruttificare”. La comunità evangelizzatrice è sempre attenta ai frutti, perché il Signore la vuole feconda. Si prende cura del grano e non perde la pace a causa della zizzania. Il seminatore, quando vede spuntare la zizzania in mezzo al grano, non ha reazioni lamentose né allarmiste. [8] Trova il modo per far sì che la Parola si incarni in una situazione concreta e dia frutti di vita nuova, benché apparentemente siano imperfetti o incompiuti. Il discepolo sa offrire la vita intera e giocarla fino al martirio come testimonianza di Gesù Cristo, però il suo sogno non è riempirsi di nemici, ma piuttosto che la Parola venga accolta e manifesti la sua potenza liberatrice e rinnovatrice. [9] Infine, la comunità evangelizzatrice gioiosa sa sempre “festeggiare”. Celebra e festeggia ogni piccola vittoria, ogni passo avanti nell’evangelizzazione. L’evangelizzazione gioiosa si fa bellezza nella Liturgia in mezzo all’esigenza quotidiana di far progredire il bene. La Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza della Liturgia [10], la quale è anche celebrazione dell’attività evangelizzatrice e fonte di un rinnovato impulso a donarsi.” (EG 20-24, passim).
Vediamo alcuni elementi forti della descrizione che papa Francesco fa della vita dei cristiani in uscita:
1.     è qualcosa che riguarda tutti, non è un compito “istituzionale” di una struttura o di qualche specialista incaricato;
2.     bisogna sentire l’attrazione che il mondo esercita sui cristiani, specialmente le periferie lontane;
3.     chiede di uscire da sé per trovare il proprio baricentro di equilibrio non all’interno di se stessi o della propria cerchia ristretta, ma fuori di sé, forte richiamo nell’estroversione;
4.     tutti i luoghi e le persone sono “adatti” al vangelo, non c’è un ambito o una situazione o persone privilegiate, altre estranee o impermeabili per natura;
5.     la gioia è legata all’uscire dai circuiti abituali e nel vedere che il Vangelo, se seminato con sincerità e generosità, nasce e fruttifica anche dove non si credeva possibile;
6.     avere sperimentato la misericordia del Signore ci rende capaci di comunicarla agli altri e audaci nel farlo senza timore;
7.     vive assieme alla gente, accompagna, cioè è vicino, ne condivide sofferenze, aspirazioni, delusioni e speranze, avendo la pazienza di veder fruttificare il seme del Vangelo gettato, senza fretta. Non si tratta di insegnare e dire agli altri cosa devono fare, ma essere insieme, condividere cammini ed esperienze;
8.     non si lamenta né si vittimizza per le fatiche e gli ostacoli (la zizzania) ma accetta la gradualità e la parzialità delle realizzazioni;
9.     suscita simpatia e amicizia attorno a sé;
10.         esprime gioia e vitalità nella liturgia celebrata nella bellezza non esteriore e formale, ma che nasce dall’essere preghiera vissuta e partecipata da tutto il popolo.
Sono elementi nuovi e decisivi.
La comunità dei credenti non è una struttura che deve avere al suo centro la preoccupazione di organizzarsi, conservarsi, gestirsi, amministrarsi e sviluppare la propria influenza. Muore se parla sempre di sé e della propria organizzazione e non del mondo che attende che gli porti il Vangelo: “Siate ovunque portatori della Parola di vita nei nostri quartieri, nei luoghi di lavoro e dovunque le persone si ritrovino e sviluppino relazioni. Voi dovete andare fuori. Io non capisco le comunità cristiane che sono chiuse, in parrocchia. … Nel Vangelo è bello quel brano che ci parla del pastore che, quando torna all’ovile, si accorge che manca una pecora, lascia le 99 e va a cercarla, a cercarne una.. Ma, fratelli e sorelle, noi ne abbiamo una; ci mancano le 99! Dobbiamo uscire, dobbiamo andare da loro! In questa cultura – diciamoci la verità – ne abbiamo soltanto una, siamo minoranza! E noi sentiamo il fervore, lo zelo apostolico di andare e uscire e trovare le altre 99? ... È più facile restare a casa, con quell’unica pecorella! È più facile con quella pecorella, pettinarla, accarezzarla… ma … il Signore ci vuole pastori, non pettinatori di pecorelle; pastori! E quando una comunità è chiusa, sempre tra le stesse persone che parlano, questa comunità non è una comunità che dà vita. È una comunità sterile, non è feconda. La fecondità del Vangelo viene per la grazia di Gesù Cristo, ma attraverso noi, la nostra predicazione, il nostro coraggio, la nostra pazienza.” (Discorso al convegno ecclesiale Diocesi di Roma, 17 giugno 2013).
Cerca non la sicurezza di essere nel giusto, ma accetta il rischio di sbagliare, pur di essere segno di novità e portatrice di Vangelo: “Ma io vi dico: preferisco mille volte una Chiesa incidentata, incorsa in un incidente, che una Chiesa ammalata per chiusura! Uscite fuori, uscite!  Pensate anche a quello che dice l’Apocalisse. Dice … che Gesù è alla porta e chiama, chiama per entrare nel nostro cuore (cfr Ap 3,20). Questo è il senso dell’Apocalisse. Ma fatevi questa domanda: quante volte Gesù è dentro e bussa alla porta per uscire, per uscire fuori, e noi non lo lasciamo uscire, per le nostre sicurezze, perché tante volte siamo chiusi in strutture caduche, che servono soltanto per farci schiavi, e non liberi figli di Dio?” (discorso alla veglia di Pentecoste, 18 maggio 2013).
La Chiesa non è il posto dove ci troviamo bene fra noi, ma dove sempre si sente la mancanza di chi non c’è ancora. “In questa “uscita” è importante andare all’incontro; questa parola per me è molto importante: l’incontro con gli altri. Perché? Perché la fede è un incontro con Gesù, e noi dobbiamo fare la stessa cosa che fa Gesù: incontrare gli altri.” (discorso alla veglia di Pentecoste, 18 maggio 2013)
La commozione di Gesù fa uscire all’aperto
Per concludere vorrei aggiungere una notazione: dove si trova la forza di propulsione che spinge ad uscire e affrontare il “mare aperto” del mondo per gettare le reti del Vangelo. Non basta solo una decisione e la forza di volontà, né aver capito e progettato tutto bene. Non si tratta di fare di più e meglio.
Matteo racconta che Gesù: “Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore.” (Mt 9,36). È la compassione e la commozione di Gesù che ci permette di vedere e comprendere la necessità di uscire per andare incontro agli altri. Il Vangelo di Giovanni dice che è Gesù stesso che ci spinge a uscire: “egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori.” (Gv 10,2). Ci chiama ciascuno per nome, cioè sapendo chi siamo, come siamo fatti, ciascuno con i suoi difetti e debolezze, ma non per questo rinuncia a mandarci in giro per renderci conto di come la gente vive e per volergli bene proprio per questo. Gesù non sceglie quella gente perché piena di buona volontà o ricca di capacità, ma proprio perché stanca e sfinita, disorientata, problematica, poveraccia e bisognosa.
L’uscita allora è una vocazione di Gesù a sentire compassione per i più poveracci, periferici e messi male, come i poveri,  ma anche a saper riconoscere dietro le facciate decorose di chi sta bene tanta umanità sofferente e debole, infragilita dalla vita senza senso, svuotata di sentimenti autentici.

È solo la compassione che rende pastoralmente intelligenti, organizzati, cioè capaci di comunicare il Vangelo. Non i piani fatti a tavolino né i progetti pastorali ben organizzati, nemmeno una cultura o abilità personali, ma un cuore sensibile e vulnerabile nell’incontro con tutti. 

venerdì 24 febbraio 2017

VIII domenica del tempo ordinario - Anno A - 26 febbraio 2017





Dal libro del profeta Isaìa 49, 14-15
Sion ha detto: «Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato». Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai.

Salmo 61 - Solo in Dio riposa l’anima mia.
Solo in Dio riposa l’anima mia:
da lui la mia salvezza.
Lui solo è mia roccia e mia salvezza,
mia difesa: mai potrò vacillare. 

Solo in Dio riposa l’anima mia:
da lui la mia speranza.
Lui solo è mia roccia e mia salvezza,
mia difesa: non potrò vacillare. 

In Dio è la mia salvezza e la mia gloria;
il mio riparo sicuro, il mio rifugio è in Dio.
Confida in lui, o popolo, in ogni tempo;
davanti a lui aprite il vostro cuore.


Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 4, 1-5
Fratelli, ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele. A me però importa assai poco di venire giudicato da voi o da un tribunale umano; anzi, io non giudico neppure me stesso, perché, anche se non sono consapevole di alcuna colpa, non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore! Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, fino a quando il Signore verrà. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno riceverà da Dio la lode.

Alleluia, alleluia alleluia.
La parola di Dio è viva ed efficace,
discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.
Alleluia, alleluia alleluia.


Dal vangelo secondo Matteo 6, 24-34
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza. Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?  Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?  E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».   

Commento

Cari fratelli e care sorelle, ancora una volta il Vangelo ci si presenta sotto le vesti del paradosso. Sì, questo discorso di Gesù sembra veramente incomprensibile secondo i criteri della logica ordinaria. Infatti noi vogliamo innanzitutto capire. Questo non è di per sé sbagliato. Il cristianesimo non è una fede dell’irrazionalità e del fideismo spiritualista. Bisogna però rendersi bene conte che questo “capire” spesso si confonde con l’essere conforme al giudizio del mondo, ai suoi criteri e metri di valutazione circa la propria convenienza. Un comportamento o un atteggiamento cioè sono ritenuti accettabili se fanno guadagnare, portano un benessere fisico, psicologico, materiale immediato.
Questo fa sì che spesso davanti alle parole del Vangelo restiamo turbati o anche freddi. Infatti troppe volte esse appaiono prive di quella razionalità mondana che un discorso o una proposta deve avere perché noi ci lasciamo convincere.  
Un’altra conseguenza di questo atteggiamento è il fatto che aver capito qualcosa ci sembra sufficiente: se un concetto ci è chiaro, cosa serve fare di più? È quello che avviene nei confronti di tanti insegnamenti del Vangelo, che conosciamo bene, comprendiamo, ma che non si traducono in comportamenti, come se la comprensione di essi fosse sufficiente, in una vita in cui la mente e il cuore vivono come separati in due paini diversi.
Il Signore però non vuole che ci accontentiamo di una comprensione razionale delle sue parole, né accetta che facciamo passare il giudizio su di esse attraverso i criteri mondani di convenienza. Per Gesù vivere viene prima del capire, anzi la sua buona notizia è innanzitutto un invito a cambiare vita, piuttosto che a cambiare idea o ad apprendere nuovi concetti.
Sì perché della vita molto lo si capisce solo se lo si vive, e per farlo ci si deve, almeno un po’, fidare. È questa la vera chiarezza del Vangelo, un modo di vivere cioè offerto innanzitutto ai semplici, cioè a chi non pone di mezzo troppe mediazioni e ragionamenti, ma si lascia convincere perché si fida. È questa la fede ingenua, da bambino, alla quale il Signore ci invita: “se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,3). Convertirsi al Vangelo è innanzitutto rinunciare ad opporre le obiezioni del sapiente e del prudente per assumere l’immediatezza del bambino che fa quello che qualcuno gli dice perché sente che lo ama.
Così è anche per il brano del Vangelo di Matteo che abbiamo ascoltato oggi: proviamo allora a leggerlo da questa angolatura.
Una delle doti oggi più apprezzate ed esercitate è quella del fare compromessi per combinare i tanti interessi contrastanti che ci si presentano e realizzare così un equilibrio il più stabile possibile. Così è anche per gli affetti e per i rapporti che reggono finché su adattano alle mie esigenze, alle quali si deve lasciare lo spazio adeguato. Questo modo di vivere ha eliminato l’idea di priorità, perché tutto va contrattato giornalmente, sulla base degli umori, delle convenienze, delle esigenze personali, ecc…
È ciò che le parole del Vangelo di oggi vengono a negare, rivendicando che esiste invece una priorità assoluta, che sovrasta e precede tutto il resto. Questo primum è l’amore. Innanzitutto l’amore offertoci da Dio, che fa sempre lui il primo passo e prende sempre l’iniziativa di venirci incontro, ma che allo stesso tempo spera di essere ricambiato. Questo è ciò che vuole dire Gesù quando afferma: “Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?” Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
Cioè la preoccupazione per il nostro benessere fisico, psicologico, economico, ecc… a volte non ci fa rendere conto che di esso Dio è il primo a preoccuparsi e a garantircelo. Ma a noi non basta mai e vogliamo sempre avere di più. Non basta un fisico sano, deve essere anche bello; non basta avere di che vivere, bisogna poter accumulare beni oltre ogni necessità; non basta che i nostri cari stiano bene, devono avere sempre un surplus di attenzioni e di cose. Ma soprattutto, cari fratelli e sorelle, noi crediamo che per essere felici dobbiamo avere tanti attorno a noi che ci vogliono bene. In realtà la vera felicità, quella che il Signore non ci fa mancare mai, è la capacità di essere noi a voler bene a tanti, a tutti quelli che abbiamo attorno.
Prima di tutto ci dice Gesù, rendiamoci conto di quanto siamo amati: quanto abbiamo, quante possibilità ci sono offerte, quante opportunità di volere bene a qualcuno. Trascurare ciò, cioè non riconoscere quanto Dio si preoccupi, lui per primo, di noi, è una causa di infelicità.
Ci è data la possibilità di ricambiare il tanto che riceviamo, l’amore e i talenti che ci sono offerti, vivendo innanzitutto la gratitudine verso Dio, e chi è grato è felice, mentre chi non lo è rimane sempre triste e recriminatorio, e poi il desiderio di dare a chi ne ha bisogno parte del molto che abbiamo a disposizione.

Vivere questo è quella priorità assoluta di cui parla Matteo e che a prima vista ci sembra così assurda e incomprensibile. “Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro.” Sì, o saremo schiavi del padrone che è la smania di avere sempre di più (attenzioni, cose, benessere, ecc…) o saremo figli di un Dio che ci dona gratuitamente il suo amore e ci insegna a farlo nostro e a moltiplicarlo, volendo bene dello stesso amore generoso e disinteressato gli altri. Impegniamoci dunque a realizzare il regno di giustizia in cui a nessuno manchi ciò che è necessario, senza gli squilibri macroscopici del mondo di oggi in cui c’è chi ha troppo e chi non ha nulla. Affidiamoci al Signore e al suo Vangelo, il quale per primo si preoccupa che nulla ci manchi e che la nostra felicità sia piena.


Preghiere 


Ti ringraziamo o Signore perché ci vuoi bene tu per primo e ci vieni incontro perché nulla manchi alla nostra vita. Fa’ che viviamo grati di tutto quanto riceviamo e fiduciosi nel tuo amore.
Noi ti preghiamo


Ti preghiamo o Padre misericordioso perché riconosciamo sempre i tuoi doni, senza dimenticare tutto quello che continui a fare per noi. Ti ringraziamo per la vita, la salute, la pace, la gioia con cui hai colmato le nostre vite, e ti preghiamo di continuare a benedirle.
Noi ti preghiamo



Aiutaci, o Signore, a spendere generosamente i doni ricevuti da te perché essi siano utili a tanti altri. Fa’ che con larghezza sappiamo donare del nostro e vedere così moltiplicato il bene ricevuto e la gioia.
Noi ti preghiamo


Perdona o Padre del cielo le nostre paure che ci spingono a diffidare del fratello e a respingere chi è diverso da noi. Aiutaci a voler bene a tutti, specialmente a coloro che sono in difficoltà.
Noi ti preghiamo


Ti invochiamo o Dio per tutti i popoli che vivono tempi di violenza e di guerra. Per la Siria, l’Ucraina, il Centrafrica. Fa’ cessare i conflitti armati e dona salvezza a quei popoli che soffrono per la mancanza di pace.
Noi ti preghiamo


Concedi abbondante la tua consolazione, o Padre misericordioso, a tutti coloro che sono nel bisogno: gli anziani, i malati, chi è senza casa e famiglia, i poveri, i sofferenti. Dono loro pace e salvezza,
Noi ti preghiamo.


Sostieni o Dio i passi di chi annuncia il Vangelo e testimonia il tuo amore, perché in ogni angolo del mondo risuoni forte il lieto annuncio della fine della schiavitù dell’egoismo e l’inizio di un nuovo regno di giustizia,
Noi ti preghiamo


Sostieni o Padre tutti coloro che sono perseguitati a causa della loro fede. Fa’ che in ogni parte della terra ciascuno possa pregare e invocare te, o Dio misericordioso, senza dover temere per la sua salvezza.
Noi ti preghiamo

  

venerdì 17 febbraio 2017

VII domenica del tempo ordinario - Anno A - 19 febbraio 2017




Dal libro del Levitico 19, 1-2. 17-18
Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla a tutta la comunità degli Israeliti dicendo loro: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo. Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore”».

Salmo 102 - Il Signore è buono e grande nell'amore
Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tutti i suoi benefici.

Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita,
ti circonda di bontà e misericordia.

Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Non ci tratta secondo i nostri peccati
e non ci ripaga secondo le nostre colpe.

Quanto dista l’oriente dall’occidente,
così egli allontana da noi le nostre colpe.
Come è tenero un padre verso i figli,
così il Signore è tenero verso quelli che lo temono.  

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 3, 16-23
Fratelli, non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi. Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: «Egli fa cadere i sapienti per mezzo della loro astuzia». E ancora: «Il Signore sa che i progetti dei sapienti sono vani». Quindi nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.

Alleluia, alleluia alleluia.
Chi osserva la parola di Gesù Cristo,
in lui l’amore di Dio è veramente perfetto.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Matteo 5, 38-48
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste». 

Commento
Cari fratelli e care sorelle, i brani della Scrittura ascoltati oggi contengono tutti e tre l’invito ad essere santi. Lo dice esplicitamente il libro del levitico: “[Dio disse a Mosè] Parla a tutta la comunità degli Israeliti dicendo loro: “Siate santi”; poi Paolo riprende: “santo è il tempio di Dio, che siete voi.” E infine l’evangelista Matteo ci riporta le parole di Gesù: “Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”. Ma cosa vuol dire essere santi e dunque perfetti davanti a Dio, addirittura come lui stesso?
L’Apostolo dice: “Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio.” Non illudiamoci cioè di raggiungere il modello di perfezione e successo che il mondo propone con la sua sapienza, cioè l’essere senza difetti o mancanze, immuni da errori e sempre nel giusto. Non è questa la santità che Dio chiede da noi, perché essa è fuori dalla portata dell’uomo. Questa sapienza è illusoria, se crediamo di averla raggiunta, e frustrante, se vediamo che non riusciamo mai a raggiungerla. Meglio, per Paolo, scegliere la vera sapienza di Dio che porta alla santità, anche se sembra perdente e fa fare la figura degli sciocchi. MA in cosa consiste questa santità frutto della sapienza di Dio?
Il libro del levitico, abbiamo visto, invita esplicitamente alla santità tutti i membri del popolo di Israele, ma, anche in questo caso, esso propone una santità diversa da quella intesa comunemente dal mondo ebraico. Per gli ebrei infatti come la santità di Dio si concentrava nell’essere un Dio unico e diverso da tutti gli altri numerosi e vari dei e idoli dei popoli vicini, così la santità del suo popolo consisteva nella diversità da tutti gli altri popoli. Loro, ai quali Dio si era rivelato e che erano stati da lui prescelti preferiti e destinati ad un futuro privilegiato, non potevano condividere gli usi e le abitudini comuni a tanti popoli dell’oriente. Da questo desiderio di differenziarsi nacque quello scrupolo nell’applicazione delle leggi che regolavano ogni minimo dettaglio della vita quotidiana ed erano il vanto, al tempo di Gesù, degli scribi e dei farisei. Questo era ritenuto necessario, e sufficiente, per essere santi, cioè diversi.
Il levitico fornisce la motivazione: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo.” Ma questo significa: per essere santi siate come me! Dio cioè non si limita a porre delle regole di comportamento da osservare scrupolosamente, ma chiede di trasformare la propria umanità lì dove le scelte e le decisioni nascono, cioè nel cuore. È lì che si rivela la possibilità di assomigliare veramente a Dio, in tutto e per tutto, nel coltivare un cuore capace di volere bene come lui, cioè in modo misericordioso, gratuito e fedele, come esprime bene la famosa frase: “amerai il tuo prossimo come te stesso”, ovvero come a te piace essere amato, il più possibile!
Paolo continua su questa stessa strada, affermando che c’è bisogno di far entrare Dio nella propria vita in modo così profondo, tanto da far vivere lui stesso dentro di sé: “Fratelli, non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? … santo è il tempio di Dio, che siete voi.” Questo è reso possibile dalla consuetudine col Signore Gesù, la conoscenza delle sue Parole, la compagnia costante con il suo esempio, comportamento e modo di essere, dall’essere così intimi con il Signore che lui e il suo Spirito vengono ad abitare dentro di noi e a vivere nella nostra vita. È come se Paolo dicesse: fidati e credi nella Parola ed essa diventerà il tuo stesso modo di vivere, la tua vita renderà presente e vivo Gesù che attraverso di te esprime il suo amore per tutti gli uomini.
L’evangelista Matteo ci riporta alcune parole di Gesù che parlano della perfezione della santità mostrando come effettivamente essa sia agli occhi del mondo una vera stoltezza. Essa sostanzialmente consiste per Gesù nel dare a chi abbiamo accanto la priorità assoluta, prima persino della ragionevole cura del proprio interesse. Gli esempi che Gesù propone sono evidenti. Egli ci dice che la ragionevolezza naturale ci porta a dire che è giusto rispondere con il male al male: “Occhio per occhio e dente per dente.” Chi fa del male merita male ed è giusto aspettarsi che gli venga inflitto. È la logica della cosiddetta “giustizia retributiva”, quella che così spesso si invoca oggi davanti ai fatti di cronaca violenta.
A questa giustizia umana Gesù ne contrappone un’altra, e lo fa innanzitutto con la sua vita: egli è nato, vissuto, morto e risorto non per suo interesse, anzi contro di esso, per l’interesse esclusivo di noi uomini, che non ne avevamo nessun diritto o merito. Gesù ha semplicemente risposto ai segni di odio, violenza intolleranza che gli venivano manifestati, spesso duramente, continuando a voler bene. È stato schiaffeggiato dalla malevolenza di tanti, ma ha continuato ad esporsi ugualmente a critiche e giudizi; è stato giudicato duramente come pazzo, ingiusto, un fuorilegge, ma ha continuato a voler bene a tutti mettendo il loro interesse davanti al proprio; ecc… questo significano gli esempi concreti che fa: “se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due.” Come già abbiamo detto altre volte a proposito delle beatitudini, sono affermazioni contro ogni logica, che è impossibile capire razionalmente, sono la stoltezza che il mondo ridicolizza e condanna, ma se uno prova a viverle esse rivelano la loro profonda bellezza, perché rivelano la fiducia incrollabile di Dio per la forza del bene che può e deve prevalere su ogni male.
Questo introduce una domanda che spesso ci sorge spontanea: la Scrittura ci parla di santità, ci invita a perseguirla e ci indica anche delle vie concrete da seguire, ma è possibile e applicare a noi quella logica paradossale della perfezione evangelica e delle beatitudini? Non è al di sopra delle nostre possibilità?
Non è una domanda banale, perché su di essa si gioca tutta la vita e determina la scelta di come spenderla. E’ la domanda che sta alla base del fatto che pur conoscendo il Vangelo tante volte non lo viviamo.  

Io non credo che ci sia una risposta razionale a questa domanda. L’unica risposta possibile infatti è fidarsi di Dio e di chi l’ha già vissuto, perché intuiamo, e forse talvolta abbiamo sperimentato, che è il modo migliore di vivere. Altri motivi non ce ne sono, è quel salto della fede che ci fa avere fiducia anche senza certezze e garanzie. Per questo dobbiamo essere grati alla testimonianza dei santi, cioè di coloro che ci hanno preceduto e hanno fatto, prima di noi, un tratto di quella strada indicata dal vangelo. Ci hanno raccontato cosa è significato per loro, e ce lo dimostrano con la bontà semplice e spesso ingenua della loro vita. Il loro seguire il Vangelo è stato la scoperta di un tesoro prezioso che, una volta trovato in un campo, si vende tutto per poterlo acquistare. Sì la santità è il modo più bello di vivere senza sprecare un attimo, un sentimento, un’azione della nostra vita, lasciando che il male la ghermisca e se ne impossessi. Vale veramente la pena allora di vendere tutto quello che non vale, lasciare la sapienza del mondo che ci fa calcolare i rischi e le convenienze, per poter scavare nel campo della vita il suo tesoro grande: la sapienza del Vangelo.

Preghiere 

 O Signore Gesù che ci hai mostrato con la tua vita la volontà del Padre, donaci il desiderio di imitarti e fa’ che seguendo il tuo esempio diveniamo perfetti nell’amore,
Noi ti preghiamo


Sostieni la nostra debolezza o Signore, perché facciamo fatica a credere che la tua via sia il modo di vivere più felice e più bello. Confermaci nella certezza che amare i fratelli e te sia ciò che dona all’uomo la vita vera che non finisce,
Noi ti preghiamo


Aiutaci o Padre del cielo a fidarci della tua Parola, anche quando essa ci sembra troppo esigente e difficile da vivere, perché scopriamo presto che fare la tua volontà è la nostra felicità,
Noi ti preghiamo


Sostieni quanti, o Signore Gesù, cercano di seguire i tuoi insegnamenti, nella mitezza e nella misericordia, volendo bene e perdonando, cercando la pace e portando la concordia fra gli uomini. Dona loro di ottenere il frutto desiderato della conversione del cuore,
Noi ti preghiamo



Sciogli o Dio ogni uomo e ogni donna dalla schiavitù del peccato che ci lega al male e lo fa aumentare. Donaci di divenire operatori di bene, secondo l’esempio dei tanti santi che ci hanno preceduto su questa strada,
Noi ti preghiamo


Sostieni o Dio ogni uomo che è nel dolore. Guarisci i malati nel corpo e nella mente, consola chi è solo e oppresso, libera i prigionieri e aiuta chi soffre,
Noi ti preghiamo.



Proteggi o Padre misericordioso il nostro papa Francesco e confermalo nella via di una testimonianza evangelica semplice e autentica. Da’ alle sue parole la forza autorevole che Gesù aveva quando parlava alle folle,
Noi ti preghiamo


Benedici o Dio ogni famiglia riunita nel tuo nome, vieni in mezzo a noi a riempire di Spirito Santo i cuori, perché con fiducia e disponibilità restiamo uniti e concordi,
Noi ti preghiamo

lunedì 13 febbraio 2017

sabato 11 febbraio 2017

VI domenica del tempo ordinario - Anno A - 12 febbraio 2017




Dal libro del Siracide 15, 15-20
Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai. Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà. Grande infatti è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa. I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini. A nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare. 

Salmo 118 - Beato chi cammina nella legge del Signore.
Beato chi è integro nella sua via
e cammina nella legge del Signore.
Beato chi custodisce i suoi insegnamenti
e lo cerca con tutto il cuore.

Tu hai promulgato i tuoi precetti
perché siano osservati interamente.
Siano stabili le mie vie
nel custodire i tuoi decreti.

Sii benevolo con il tuo servo e avrò vita,
osserverò la tua parola.
Aprimi gli occhi perché io consideri
le meraviglie della tua legge.

Insegnami, Signore, la via dei tuoi decreti
e la custodirò sino alla fine.
Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge
e la osservi con tutto il cuore.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 2, 6-10
Fratelli, tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. Parliamo invece della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria.  Ma, come sta scritto:  «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano». Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio.

Alleluia, alleluia alleluia.
Benedetto sei tu, Padre, Signore del cielo e della terra,
perché ai piccoli hai rivelato i misteri del regno dei cieli.
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Matteo 5, 17-37
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla legge neppure un iota o un segno, senza che tutto sia compiuto.  Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli.  Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.  Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non uccidere”; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.  Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono.  Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo!  Avete inteso che fu detto: “Non commettere adulterio”; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore. Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna. Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio”; ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio. Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti; ma io vi dico: non giurate affatto: né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno». 

Commento
Cari fratelli e care sorelle, la Scrittura oggi ci parla della Sapienza di Dio, e lo fa, in tutte e tre le letture che abbiamo ascoltato, sottolineando come essa non sia qualcosa di astratto, come la conoscenza di qualche mistero o dei segreti del mondo. No, la Sapienza di cui parla Dio e che, per meglio dire, costituisce uno dei modi stessi con il quale Dio si manifesta a noi, è il suo modo di agire e, di conseguenza, l’agire che propone anche a noi. Conoscere, sapere per la Scrittura non riguarda pertanto la sfera intellettuale o dell’intelligenza, ma piuttosto quella dell’agire bene. Per questo anche il più ignorante, la persona semplice e umile, davanti a Dio è sapiente, se accoglie gli insegnamenti di Dio e agisce secondo essi. Proviamo allora a farci guidare dalla Scrittura per entrare più in profondità nella mente di Dio che si esprime nel modo di agire che chiede a noi suoi figli.
Innanzitutto il libro del Siracide parla della centralità delle scelte dell’uomo, cioè della sua responsabilità di fronte al proprio modo di essere: “Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà.” L’autore sottolinea come davanti a ciascuno di noi c’è sempre la possibilità di scegliere per il bene o per il male, per ciò che è buono o ciò che è negativo, e ciascuno fa suo ciò che dimostra di preferire, o l’uno o l’altro. Viene così eliminata ogni idea di destino, cioè che le cose vadano in un certo modo perché qualcun’altro ha deciso per me, o perché era scritto nelle cose stesse. L’agire di ciascuno è libero e responsabile: “A nessuno [Dio]ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare.” Cioè non potremo mai incolpare Dio o il destino se il male prevale, come si fa talvolta parlando del “carattere” o “indole” di una persona come di qualcosa che esula dalla sua libertà di scelta, perché in realtà ogni volta esso l’agire è frutto della scelta o di una abitudine lasciata crescere in sé.
L’apostolo Paolo sottolinea un altro aspetto di questa “Sapienza dell’agire” che Dio ci insegna: essa non è di questo mondo, cioè non è il frutto dell’esperienza o della cultura che apprendiamo dal mondo in cui cresciamo. Spesso noi pensiamo che l’esperienza accumulata sia un valore in sé, ma stiamo molto attenti a non far sì che il mondo ci sia maestro, cioè il “come tutti fanno”. Ben amara è la sapienza di chi si comporta come si comportano tutti. Certo questo può essere comodo, metterci al riparo dalle critiche o magari anche procurarci lodi e consenso, ma così ripeteremo il male e il peccato, che, purtroppo, molto spesso hanno ampio spazio. No, imparare dalla vita veramente significa guardarla sì con molta attenzione e curiosità, ma giudicandola con lo sguardo di Dio. In questo modo scopriremo una verità profonda, cioè che senza l’aiuto di Dio la nostra natura ci spinge a scegliere per il male e che solo seguendo il suo esempio realizziamo la natura veramente umana che egli è venuto ad incarnare in Gesù: mite, umile, misericordiosa e benigna.
Dice infatti l’apostolo Paolo: “tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla.” Generalmente infatti sono considerati dominatori di successo coloro che imparano la lezione della sapienza di questo mondo, chi prevale e si fa strada con arroganza, ma delle loro conquiste non resta nulla, sono effimere illusioni di un potere che non dà la vera salvezza che dura. Lo sappiamo bene: quante volte abbiamo visto cadere nella disperazione o nella tristezza estrema proprio chi in virtù del suo benessere o della propria forza pensava di non dover temere nulla? Paolo insiste: “Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria.” Sì proprio quelli che sembrano dominare nel pieno delle forze e avere successo non agiscono secondo la vera “Sapienza dell’agire” di Dio, proprio perché chi è nel dominio e nel potere è portato a togliere di mezzo Cristo dalla sua vita, cioè colui che ci viene incontro nell’umiltà e nella piccolezza e non appare proprio poter accrescere il nostro dominio. Sono loro che l’hanno crocefisso, e continuano a farlo ancora oggi, perché ne disprezzano il messaggio fondamentale: l’amore per gli uomini e la dipendenza da Dio.
Infine l’evangelista Matteo ci offre un ulteriore squarcio su questo tema, mostrando come il male non risiede nell’azione malvagia in sé, ma ci sia già prima e si rafforzi dopo di essa, occupando il cuore di chi la compie. Il male infatti non c’è solo quando si manifesta apertamente e mostra tutto l’orrore e la cattiveria nell’azione malvagia, ma c’è fin da quando lo accettiamo come normale, magari con indifferenza; quando lo giustifichiamo; quando ne sminuiamo la portata, perché “fanno tutti così”; quando lo attutiamo con le giustificazioni o maschere innocue. Quando facciamo così in realtà il male ha già preso dimora in noi, ed è pronto ad esprimersi nelle azioni malvage.
Fratelli e sorelle, la Scrittura ci insegna oggi la vera Sapienza, e cioè che il male va estirpato dal nostro cuore e da quello dei fratelli appena se ne vede il minimo cenno, la pianticella ancora piccola, senza lasciare che cresca e dia i suoi frutti amari. E dobbiamo fare questo con delicatezza e misericordia, ma anche con tenacia, innanzitutto seminando il bene con le nostre azioni. È questa la vera Sapienza, è così che il Signore Gesù ha agito, è questa l’unica garanzia di una vita felice e piena di buoni frutti. Mettiamoci alla scuola della Scrittura e della vera Sapienza, prima che il mondo divenga nostro maestro e ci porti a sprecare il dono prezioso della vita.


Preghiere 


O Dio nostro padre, donaci la vera Sapienza perché ad essa ci ispiriamo nel nostro agire. Fa’ che seguendo gli insegnamenti del Vangelo impariamo ad essere come te, miti ed umili di cuore,
Noi ti preghiamo


Scaccia o Signore dal nostro cuore ogni sentimento di malevolenza e invidia, arroganza e orgoglio, perché purificati dall’amore e rafforzati dalla mitezza possiamo spargere nel mondo semi di bene,
Noi ti preghiamo



O Signore estirpa le radici di male che avvolgono le vite di molti e producono i frutti amari della violenza e dell’ingiustizia. Dona a tutti un cuore pacifico e un animo riconciliato,
Noi ti preghiamo


Ispira o Dio nei cuori e nelle menti di tutti gli uomini la tua Sapienza, perché docili ai suoi insegnamenti sappiamo realizzare il Regno di bene che Gesù ha inaugurato in mezzo a noi,
Noi ti preghiamo




Ti preghiamo, guarda con bontà o Padre del cielo a tutti coloro che ti invocano: i malati, i sofferenti, i soli e gli abbandonati. Accogli il loro grido di aiuto e vieni in loro soccorso,
Noi ti preghiamo


Nei giorni della festa del Santo Valentino, vescovo di questa città e martire per la sua fede in te, ti preghiamo, o Dio, per Terni, perché il volto di questa città sia trasformato dal tuo amore e divenga luogo accogliente per chi è debole e pacifico per tutti,
Noi ti preghiamo.



Guida col tuo Spirito santo o Dio i tuoi figli ovunque dispersi, perché riuniti nel tuo nome ti sappiano rendere il culto a te gradito dell’amore per i fratelli e della lode del tuo Nome santo,
Noi ti preghiamo


Accogli con bontà o Padre tutti coloro che sono morti. Ricordati del bene che hanno compiuto in vita e cancella il male dalle loro anime. Fa’ che possano tutti godere della tua misericordia infinita,

Noi ti preghiamo