lunedì 4 aprile 2011

IV domenica del tempo di Quaresima



Dal primo libro di Samuele 16, 1b.4a. 6-7. 10-13 In quei giorni, il Signore disse a Samuele: «Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato. Quando fu entrato, egli vide Eliàb e disse: «Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!». Il Signore replicò a Samuele: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore». Iesse fece passare davanti a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripeté a Iesse: «Il Signore non ha scelto nessuno di questi». Samuele chiese a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Rispose Iesse: «Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge». Samuele disse a Iesse: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui». Lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto. Disse il Signore: «Àlzati e ungilo: è lui!». Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.


Salmo 22 - Il Signore mi guida su pascoli erbosi

Il Signore è il mio pastore:

non manco di nulla.

Su pascoli erbosi mi fa riposare,

ad acque tranquille mi conduce.


Mi guida per il giusto cammino

a motivo del suo nome.

Anche se vado per una valle oscura,

non temo alcun male, perché tu sei con me.


Davanti a me tu prepari una mensa

sotto gli occhi dei miei nemici.

Ungi di olio il mio capo;

il mio calice trabocca.


Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini 5, 8-14 Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente. Di quanto viene fatto in segreto da [coloro che disobbediscono a Dio] è vergognoso perfino parlare, mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce. Per questo è detto: «Svégliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà».


Gloria a te, o Signore, re di eterna gloria

Io sono la luce del mondo, dice il Signore,

chi segue me, non sarà nelle tenebre

Gloria a te, o Signore, re di eterna gloria


Dal vangelo secondo Giovanni 9, 1-41 In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

Commento

Cari fratelli e care sorelle, abbiamo ascoltato nella prima lettura dal libro di Samuele che Dio ha voluto dare un re al popolo d’Israele, e per questo invia Samuele da Iesse, un pastore, per ungere, cioè marcare come prescelto da Dio, uno dei suoi figli come re del popolo. Dio infatti sa che senza una guida responsabile e sicura un popolo non può vivere, perché è come un corpo senza un’anima. Abbandonati a se stessi infatti gli uomini vengono spazzati dai venti degli umori, delle mode e del pensare comune, si lasciano attrarre da ciò che li appassiona sul momento, scelgono sui banchi del supermercato della vita i prodotti che più lo attraggono in una sorta di consumismo spirituale che porta a fare le esperienze più disparate senza un vero scopo per la vita. Insomma si vive così una vita alla rincorsa del piacere e della soddisfazione di ciò che momento dopo momento ci sembra più attraente. Anche a livello sociale questo ha pesanti conseguenze. Lo vediamo anche oggi attorno a noi: senza il senso di un destino comune che coinvolge tutta la comunità nazionale o mondiale si inseguono gli interessi particolari, gli uni in conflitto con gli altri, nello sforzo di prevaricare ed escludere gli altri.

Ma così, sia a livello individuale che a livello globale, non si raggiunge la felicità che tanto desideriamo. Al massimo si trova una soddisfazione momentanea, sempre minacciata e fugace. Ma non basta questa per costruire una gioia duratura e vivere una pace stabile.

È quello che vediamo plasticamente accadere nell’episodio raccontato nel vangelo di oggi da Giovanni. C’è un uomo cieco dalla nascita, un mendicante, un poveraccio al bordo della strada. Per lui non c’è pietà negli apostoli che tutto quello che sanno fare è discutere su di chi è la colpa di quella disgrazia: la sua o dei suoi genitori? Per la sua guarigione non c’è gioia nei farisei che invece di riconoscere la misericordia piena di compassione di Dio in quel miracolo straordinario maltrattano l’uomo guarito come se avesse compiuto una grave colpa. Nemmeno i genitori del povero cieco stanno dalla sua parte: per paura di avere problemi lo scaricano come un fardello ingombrante e fastidioso: ci pensi da sé. Ognuno cioè persegue il proprio interesse, cerca la propria soddisfazione e non riesce a gioire della felicità altrui. Per tutti quel cieco non contava nulla prima, quando mendicava sulla strada, e nemmeno ora che gioisce per la vista riacquistata. La logica individualistica ed egoistica del mondo infatti ci insegna che l’unica gioia è quella che viene dal mio profitto, degli altri chi se ne importa. Gesù invece con il suo gesto pieno di misericordia, con la sua attenzione per il mendicante sul quale non si limita a discutere, come fanno gli apostoli, ma per il quale si dà da fare per guarirlo, ci insegna che la vera gioia viene dal condividere i motivi della felicità altrui, nel raggiungere assieme il bene comune: che tutti stiano bene e possano vivere una vita felice, anche chi non conta nulla per il mondo, come un cieco mendicante.

Anche noi troppe volte siamo come i farisei o come gli apostoli: capaci di discutere dei problemi sociali o pronti a prendercela con chi è debole e povero per la sua presenza fastidiosa, come avviane in questi giorni ad esempio per gli immigrati che fuggono dal Sud del Mediterraneo. Così facendo però noi ci costruiamo una falsa felicità, basata sul proprio interesse egoistico. C’è bisogno di una guida sapiente e responsabile che ci aiuti a non chiudere gli occhi sul bisogno degli altri e a non cercare solo la propria illusoria soddisfazione personale. C’è bisogno di un re perché la vita di un uomo e dei popoli sia felice e pacifica, perché non siamo schiavi delle passioni momentanee e delle illusioni fugaci.

Noi quel re lo abbiamo incontrato: è il Signore, ma troppo spesso ci sembra che non sia forte abbastanza per proteggerci dai rischi della vita e per garantirci un futuro sicuro. E’ un re che in questo tempo di Quaresima ci prepariamo a incontrare coronato di spine, malmenato e deriso, e infine crocifisso come un malfattore.

Come possiamo fidarci di un re che non riesce nemmeno a salvare se stesso?

È quello che probabilmente pensava anche Samuele quando si accingeva a scegliere fra i figli di Iesse il re d’Israele: istintivamente scelse il più grande e vigoroso, quello che aveva l’aspetto di un re forte, ma Dio gli disse: “Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore”. Sì, anche a noi Dio in questo tempo di preparazione all’incontro con il Signore della passione e della croce dice lo stesso: non guardare all’apparenza, ma al cuore. Il cuore di Gesù proprio nella via dolorosa che lo porta alla croce si rivela come un cuore pieno di passione per gli uomini, disposto a farsi torturare e rompere in due pur di non tenere niente per sé e di dare tutto se stesso per la salvezza altrui.

È il messaggio forte che ci giunge dalla parola di Dio in questa penultima tappa nel cammino di Quaresima: impariamo a gioire per il bene degli altri, e non solo per il nostro, a cercare il vantaggio di chi ha bisogno di aiuto e non solo di me stesso. Scopriremo in questa che ci appare come una scandalosa debolezza tutta la forza dell’amore di Cristo che sulla croce non salvò se stesso, ma gli altri, persino quelli che lo stavano uccidendo, e per questo ricevette dal padre la forza di una vita nuova che nella resurrezione vinse la morte. È questo il traguardo che il Signore ci indica e ci accompagna a raggiungere, se noi, come discepoli docili, lo accettiamo come il re della nostra vita.




Preghiere


O Signore noi ti preghiamo, guarisci la nostra cecità al bisogno del povero e lava i nostri occhi dal velo dell’egoismo. Aiutaci ad essere come te misericordiosi e pronti ad aiutare chi è povero. Noi ti preghiamo


Fa’ o Padre del cielo che sappiamo gioire della liberazione del prigioniero e della guarigione del malato, perché ogni buona notizia è segno dell’avvicinarsi del tuo regno di pace e di giustizia. Noi ti preghiamo


O Gesù che ti avvii verso Gerusalemme per essere incoronato di spine e condannato a morte, sii tu il Signore della nostra vita, perché seguendo il tuo esempio e i tuoi insegnamenti sappiamo divenire come te, annunciatori della vita che non finisce. Noi ti preghiamo


Donaci o Padre la grazia di seguire il nostro Signore fin sotto la croce per accoglierne l’eredità di amore. Fa’ che non fuggiamo spaventati ma restiamo fedeli a lui. Noi ti preghiamo


Guarda con amore o Dio del cielo tutti coloro che sono oppressi dalla guerra e dalla violenza in queste ore di conflitto in Libia, in Siria, in Costa d’Avorio e nel resto del mondo. Fa’ che presto si realizzi la convivenza pacifica e nessuno cada vittima della mano armata del fratello. Noi ti preghiamo


O Signore fa’ che tutti i tuoi figli si radunino ai piedi della croce per contemplare il mistero di un amore così grande. Mostraci il tuo cuore aperto alla misericordia e al perdono persino di chi ti stava inchiodando alla croce. Noi ti preghiamo.


Guarisci o Padre chi è malato e nel dolore, consola chi è disperato, proteggi chi è senza casa e famiglia. Fa’ che il grido del povero sia ascoltato e consolato. Noi ti preghiamo


Proteggi o Signore Gesù tutti i tuoi figli che ovunque nel mondo invocano il tuo nome e si affidano alla tua misericordia. Fa’ che la loro testimonianza pacifica disarmi i cuori e susciti benevolenza in tutti. Noi ti preghiamo

III domenica del tempo di Quaresima




Dal libro dell’Esodo 17, 3-7 In quei giorni, il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatti uscire dall'Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?» Allora Mosè invocò l'aiuto del Signore, dicendo: «Che farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!» Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani di Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e và! Ecco, io starò davanti a te sulla roccia, sull'Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà». Mosè così fece sotto gli occhi degli anziani d'Israele. Si chiamò quel luogo Massa e Meriba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?»


Salmo 94 – Alzati o Dio giudice della terra Fino a quando i malvagi o Signore Fino a quando i malvagi trionferanno? Sparleranno, diranno insolenze Si vanteranno tutti i malfattori? Calpestano il tuo popolo Signore Opprimono la tua eredità. Uccidono la vedova e il forestiero Massacrano gli orfani. Ma il Signore è il mio baluardo Roccia del mio rifugio è il mio Dio. Su di loro farà ricadere la loro malizia + Li annienterà per la loro perfidia, li annienterà il Signore nostro Dio.


Dalla Lettera di Paolo Apostolo ai Romani 5, 1-2. 5-8 Fratelli, giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio. La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.


Lode a te o Signore, re di eterna gloria

Io ti darò acqua viva, dice il Signore Che ti disseterà in eterno.

Lode a te o Signore, re di eterna gloria


Dal Vangelo secondo Luca Gv 4, 5-42 In quel tempo, Gesù giunse ad una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c'era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest'acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?». Rispose Gesù: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna» . «Signore, gli disse la donna, dammi di quest'acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le disse: «Và a chiamare tuo marito e poi ritorna qui». Rispose la donna: «Non ho marito». Le disse Gesù: «Hai detto bene "non ho marito"; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replicò la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa». Le disse Gesù: «Sono io, che ti parlo». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna. Nessuno tuttavia gli disse: «Che desideri?» , o: «Perché parli con lei?». La donna intanto lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?». Uscirono allora dalla città e andavano da lui. Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose: «Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l'un l'altro: «Qualcuno forse gli ha portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Non dite voi: Ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. E chi miete riceve salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché ne goda insieme chi semina e chi miete. Qui infatti si realizza il detto: uno semina e uno miete. Io vi ho mandati a mietere ciò che voi non avete lavorato; altri hanno lavorato e voi siete subentrati nel loro lavoro». Molti Samaritani di quella città credettero in lui per le parole della donna che dichiarava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto» . E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregarono di fermarsi con loro ed egli vi rimase due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e dicevano alla donna: «Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».


Commento

Era mezzogiorno e il sole cadeva a picco. Gesù, dopo aver camminato a lungo, ormai stanco, aveva fame e sete. Mentre gli Apostoli erano andati a prendere da mangiare, lui si sedette presso l’antico pozzo di Giacobbe. Ecco, quest’uomo stanco, assetato e affamato è il nostro Dio. In nessun testo del pensiero umano è possibile trovare una tale descrizione di Dio. Il creatore eccolo lì, seduto, stanco, assetato e affamato. Gesù deve aver sentito così fortemente tali privazioni che si è identificato con tutti gli assetati e gli affamati. Il Vangelo di Matteo ce lo ricorda: “avevo fame e mi hai dato da mangiare, avevo sete e mi hai dato da bere”. Era stanco, Gesù, ma non per il cammino fatto. La sua stanchezza – potremmo dire – nasceva dal suo correrci dietro per liberarci dal male, per difenderci dai pericoli, per liberarci dai peccati. È la stanchezza del buon pastore che va in cerca della pecora perduta. Aveva fame, ma non di pane. Infatti i discepoli, dopo aver portato il cibo, dissero a Gesù: “Rabbì, mangia”; ma egli rispose: “Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete... Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato”. I discepoli non capivano che la fame di Gesù era portare a compimento l’opera del Padre. Aveva sete, non di acqua, bensì della salvezza degli uomini. È la stessa sete di Gesù sulla croce. Quel venerdì lo gridò: “Ho sete”. Mostrava così la verità di quella crocifissione: aveva a tal punto sete di salvarci da lasciarsi crocifiggere. Anche quella donna ha sete, tanto che stava andando a prendere acqua al pozzo. La sua sete però è limitata, infatti non ha che una brocca per prendere acqua. Anche noi, a differenza di Gesù, abbiamo una sete limitata, giusto un desiderio di qualche soddisfazione in più. La vita ci ha insegnato ad accontentarci. Forse da giovani sognavamo grandi cose: l’amicizia vera, un mondo giusto, la pace per tutti. Ma cosa è rimasto di questi sogni? Meglio accontentarsi di un po’ d’acqua per sé, che già è difficile ottenerla, e che gli altri si arrangino. Quella Samaritana è una donna indurita, un po’ antipatica, risponde male a Gesù che gli chiede da bere. E’ rimasta scottata dalla vita ed ora tiene alla larga tutti. Ha avuto cinque mariti, cioè ha cercato il vero amore affidandosi a molti ma è sempre rimasta delusa, ora ha capito che è inutile e che è meglio attingere acqua per sé e lasciar perdere gli altri. Meglio non aspettarsi troppo dalla vita, meglio non cercare l’amore, l’amicizia. A quella donna indurita e rassegnata il Signore offre un’acqua viva che non finisce. La vita della samaritana, segnata dalle delusioni e dai tradimenti, non le dava più speranza alcuna. Ormai non credeva negli altri e non aveva neppure tanta fiducia in sé. Come poteva aver fiducia di uno straniero? Come poteva capire che era Dio a parlarle in quel giudeo stanco e assetato e senza neppure uno strumento per prendere l’acqua? “Da dove hai dunque quest’acqua viva?” gli dice rassegnata e incredula. Per lei abituata alla durezza della vita, la parola non contava più, non cambiava, non dava vita. Ma Gesù insiste: “chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete”. E’ una tale insistenza che inizia a far breccia nel cuore di quella donna. Appunto come l’insistenza della Parola di Dio che torna sempre a parlarci. Così sgorga dal cuore di quella donna la prima preghiera: “Signore dammi di quest’acqua perché io non abbia più sete”. È una preghiera un po’ impacciata, ma vera, perché le sale dal cuore. Ed è il cuore che vuole Gesù; è lì che egli cerca i veri adoratori. Non contano le cose o gli atteggiamenti esterni, conta il cuore. Alla domanda della donna su chi sia il Messia, Gesù risponde: “Sono io che ti parlo”. In quel caldo mezzogiorno, quell’uomo stanco aveva risposto con le parole solenni che Dio disse a Mosè dal roveto ardente: “Sono io”. Non ci vuole grande solennità per vivere l’incontro a tu per tu con Dio, solo bisogna desiderarlo. Egli ci viene incontro e vuole entrare nel cuore di ognuno di noi per dirci il suo amore e assieme il bisogno che ha di noi. Da quell’incontro un’energia nuova entrò nel cuore di quella donna: “Lasciò la brocca e andò in città e disse: Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto... Uscirono allora dalla città e andarono da lui”. Un’energia di amore era entrata nella sua vita e l’ha resa una donna capace di cose grandi di tornare a credere nel potere della parola, della comunicazione di un destino nuovo, assieme a Dio. Cari Fratelli e care sorelle, anche noi ci avviamo stancamente ogni giorno al pozzo della vita cercando di ricavarne un po’ di felicità per sé, qualche soddisfazione. Eppure lì incontriamo chi può donarci la felicità tutta intera, il sogno realizzato di un modo di vivere che non finisce più perché ha il suo stesso cuore dilatato di amore. Lasciamoci persuadere da quelle parole, perché non dobbiamo più tornare stancamente a cercare una felicità falsa, che si esaurisce subito, ma possiamo essere come sommersi dalla gioia della vita del Vangelo, veramente umana e piena.

Preghiere

O Signore ti preghiamo perché anche noi tante volte ci accontentiamo di un’acqua che non disseta. Fa’ che attingiamo alla fonte inesauribile del tuo amore trovando la salvezza che disseta per sempre. Noi ti preghiamo


In questo tempo di Quaresima o Signore Gesù, ti incontriamo stanco per la fatica di restarci sempre accanto e assetato di bene per tutti gli uomini. Fa’ che ci fermiamo con te e come la samaritana sappiamo riconoscerti nostro salvatore. Noi ti preghiamo


Ti invochiamo o Dio, dona pace e salvezza al mondo intero, specialmente ai popoli che sono sconvolti dalla guerra e dalla violenza. Fa’ che in Libia, in Terra Santa, in Afganistan, e ovunque cessi il rumore sinistro delle armi. Noi ti preghiamo


Accompagna o Signore il popolo del Giappone in questo momento difficile di ricostruzione, perché possa riprendere presto la vita normale e tutti abbiano ciò che serve loro. Consola il dolore di quanti hanno perso i loro cari. Noi ti preghiamo  


Guarda con misericordia o Dio il nostro impegno in questa Quaresima per prepararci un cuore capace di restare accanto a te fin sotto la croce. Perdona le nostre colpe e guarisci ogni nostra infermità. Noi ti preghiamo


Stai accanto o Signore a tutti coloro che soffrono per la malattia e la povertà. Ad essi che condividono lo stesso dolore della tua passione dona di incontrarti risorto. Noi ti preghiamo.


Accompagna sempre o Padre del cielo il papa Benedetto XVI che ieri abbiamo incontrato a Roma. Fa’ che le sue parole restino impresse nei nostri cuori e siano di aiuto ad andarti incontro. Noi ti preghiamo


Sostieni o Padre tutti i cristiani che in questo tempo si preparano alla Pasqua. Fa’ che anche dove la fede è combattuta e perseguitata tutti i tuoi discepoli possano celebrarti nella pace e attenderti risorto. Noi ti preghiamo

mercoledì 30 marzo 2011

Scuola del Vangelo 2010/11 – XIX incontro (IV di quaresima) : Un mondo senza speranza è triste e bloccato


Riprendiamo la nostra riflessione di Quaresima partendo da quello che dicevamo l’ultima volta: viviamo in un mondo spento e bloccato, vecchio e senza prospettive. Abbiamo parlato dei martiri del nostro tempo, dai quali riceviamo un messaggio forte, che è il messaggio della croce: vale la pena spendere la vita per gli altri e non per salvare se stessi. Nel primo caso infatti la riceviamo moltiplicata, nel secondo la perdiamo:

“Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà” (Lc 17,33).

Perdere’ la vita significa non solo ‘morire’, ma spenderla per gli altri, come Gesù spiega ai discepoli poco oltre:

non c'è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà” (Lc 18,29-30).

Dare la propria vita, spenderla per gli altri, usarla non solo per se stessi la rende eterna, cioè piena e duratura, e fin da subito più felice. Chi cerca di conservarsi tutto per sé invece la perde, e fin da subito è triste e sempre insoddisfatto. Questo è il messaggio forte della croce che i martiri hanno incarnato nel nostro tempo.


La Quaresima è dunque il tempo in cui noi accompagniamo Gesù che si avvia verso Gerusalemme a rendere questa sua estrema testimonianza, verso la Santa Settimana di Passione: “Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno.” (Mt 16,21) Al sentire questo messaggio forte però l’uomo del mondo vecchio prende le distanze. Non lo fa con cattiveria, ma perché è naturale e istintivo. Il peccato infatti non è solo fare il male per amore del male, ma è anche seguire la corrente, come fosse la cosa più naturale. Infatti appena udite quelle parole di Gesù il Vangelo prosegue: “Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: ‘Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai’. Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: ‘Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!’” (Mt 16,22-23).


Gesù sa cosa lo aspetta nella città santa, ma vuole salvare gli uomini, per questo non si risparmia, non salva se stesso, come gli suggerisce Pietro, uomo del compromesso che protesta contro quella prospettiva così funesta. La giudica una sconfitta, un pericolo, un male da evitare a tutti i costi: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai”. Il Signore però sa che non è possibile un compromesso. In fondo Gesù aveva già fatto molto: aveva annunciato il Vangelo per città e villaggi, guarito i malati, liberato gli indemoniati, istruiti i dodici, discusso con gli scribi e i farisei, non poteva bastare? Gesù sa che la sua missione non sarà compiuta se non si spenderà fino in fondo non risparmiando niente di sé, finché cioè non avrà offerto la sua vita per realizzare il piano di Dio che è l’avvento del suo Regno: “non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.” (Lc 13,33) Sì, per Gesù la vita non ha senso se non spesa per inaugurare nella vecchia Gerusalemme quella nuova Gerusalemme di cui parla il libro dell’Apocalisse: “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c'era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: «Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il "Dio-con-loro". E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate».” (Ap 21,1-4)


È solo stando dentro la Gerusalemme vecchia che Gesù potrà inaugurare la nuova Gerusalemme.

È solo vivendo immersi nel mondo vecchio che descrivevamo che noi possiamo affrettare la venuta di un mondo nuovo.


È l’itinerario cha la Quaresima ci propone: dare la vita per realizzare un mondo nuovo, un tempo nuovo, la Gerusalemme che viene dal cielo, nella quale si realizza la salvezza dell’uomo. Così ci si salva, spendendo la vita per realizzare un mondo nuovo che non è il mio.


Ci chiediamo allora: cosa vuol dire “dare la vita” per noi che spesso non siamo nemmeno disposti a dare il nostro tempo o le nostre energie per gli altri? Noi come Pietro cerchiamo il compromesso, la giusta misura: faccio già abbastanza, cos’altro si può pretendere in più da me? Noi ci sentiamo tranquilli e sicuri solo se abbiamo accumulato abbastanza per noi, figurarsi spendere tutto per gli altri ! Il problema è che noi non desideriamo un mondo nuovo (lo dicevamo già l’altra volta), ma anzi temiamo la novità, non speriamo l’avvento di un tempo nuovo, ma vorremmo prolungare all’infinito il nostro presente.


Si pone allora la questione cruciale della nostra salvezza: dove trovare le ragioni per tornare a vivere la speranza che la Scrittura ci indica come la prospettiva che dà senso alla vita dell’uomo e lo porta, perdendola, a ritrovarla piena? I poveri hanno bisogno di liberazione dal male, dalla povertà, dalla violenza: hanno bisogno di speranza per sopravvivere, come del cibo per non morire. Anche sulla riva Sud del Mediterraneo c’è una domanda di liberazione. Possiamo allora partire in questa Quaresima dal bisogno dei poveri, che non hanno rinunciato alla speranza. I poveri del grande mondo, i poveri vicino a noi hanno fame di speranza. Ci sono popoli che, pur senza sapere bene dove andare, chiedono libertà e speranza. Ci sono poveri che pur vivendo in condizioni durissime guardano al futuro con speranza di un tempo migliore. Da loro si alza un gemito che sale al cielo, una invocazione gridata con la forza di chi è nel dolore che per Paolo è decisiva: “tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto; essa non è sola, ma anche noi che possediamo le primizie delle Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Perché nella speranza noi siamo stati salvati.” (Rm 8,22-23)


Il mondo dei poveri vive questa attesa angosciosa e dolorosa, questa speranza che un mondo nuovo nasca al più presto, ma anche noi se abbiamo dentro le primizie dello Spirito, cioè quei primi segni di un amore che nasce nel nostro cuore per essi, possiamo fare nostro quel grido, quella speranza, quell’invocazione di un mondo nuovo che deve essere generato. Se però rifiutiamo quelle primizie, quel fragile germoglio che nasce nella pietà e nella tenerezza per il povero non ci salveremo, “Perché nella speranza noi siamo stati salvati”. Allora possiamo dire che veramente i poveri conoscono la vita più di noi, perché la conoscono attraverso la sofferenza. I poveri gemono aspettando l’adozione a figli: hanno speranza che Dio non si dimentichi di loro ma li prenda sotto la sua protezione paterna. Come i bambini orfani, quando vedono uno che li va a visitare: tendono le mani verso di lui sperando di essere adottati.


La volta scorsa ci chiedevamo se la Chiesa non è qualcosa di antiquato e non attuale. I più giovani per lo più non credono che valga la pena spendere la propria vita per un ideale così antico, vecchio di oltre 2000 anni, non moderno. Ma anche noi, più anziani, avvolti in un’ombra di tristezza, siamo occupati a risparmiarci per cercare una felicità che è il proprio piacere e soddisfazione, e non crediamo che la Chiesa sia uno strumento per cambiare il mondo attuale e realizzarne uno nuovo. Ci siamo abituati ad essa, alla sua compagnia come ad una vecchia amica, moglie, compagna, che non suscita più passione e da cui non ci aspettiamo più niente di nuovo. Le soddisfazioni le si trovano altrove, non certo da lei. Allo stesso tempo siamo affezionati, perché la conosciamo da tanto, ci ha accompagnato a lungo, è casa nostra e l’abbiamo adattata a noi, come un vestito usurato che ha preso al forma del nostro corpo.


Nessuno vuole cambiare il mondo o inaugurare una nuova fase della storia. Nessuno pensa che la Chiesa abbia questo come suo scopo primario, e per questo Dio la conserva e la protegge, come luogo della profezia, cioè dove si può intravedere fin da ora e pregustare il tempo nuovo e il mondo nuovo che è la prospettiva futura.


Gesù dice in questo tempo di Quaresima: “Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo. … Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. ... Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.” (Lc 21,10-11;25-28). Gesù parla di un mondo in preda alla violenza e all’angoscia: è quello che vediamo attorno a noi. È il momento di alzare il capo per attendere la liberazione, e non tenerlo più chino a vedere solo se stessi. Non illudiamoci di essere al sicuro, al riparo dai disastri della vita, se non li guardiamo in faccia, se ci risparmiamo dalla tristezza di puntare lo sguardo su di essi. Facciamocene allora carico, sostenendo, almeno un po’ il peso della vita che grava spesso eccessivamente sulle spalle troppo gracili di tanti poveri. Non ci sentiamo forti e autosufficienti! E non a caso la Quaresima si apre proprio con il segno della debolezza umana: la cenere. La Quaresima parla con il simbolo antichissimo della polvere grigia della cenere: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!” (Gen 3,19)


Sono le parole che Dio dice all’uomo all’inizio del suo cammino terreno, intriso della debolezza, del peccato e condannato a morire. Se vivi convinto di essere al sicuro, forte e autosufficiente, appagato dell’amore per te stesso, non sei che polvere! Hai in bocca il sapore della polvere. Facciamo nostra questa coscienza di debolezza condividendola con chi questa debolezza non può nasconderla, come i poveri. Non preoccuparti per quel che sei, preoccupati per la tua coscienza finta, per la tua interiorità pietrificata, per la tua paura paralizzante!


Abramo ricevette la visita di Dio a Mamre con l’annuncio della fecondità per la vita sua e di sua moglie: quale grande speranza avere un erede! Da quel momento, prese a parlare con Dio come un amico, senza dimenticare che era polvere. Infatti egli disse: “Vedi come ardisco parlare al mio Signore io che sono polvere e cenere” (Gen 18,27). Avendo la coscienza della sua umile statura fu preso dal desiderio di salvare i giusti nella città di Sodoma, pur sentendosi polvere.


A volte noi diciamo: ma cosa posso fare io che sono un poveraccio e non conto niente? Come può un uomo umile avere grandi sogni, sognare come Abramo di salvare i giusti di un’intera, enorme città, come era Sodoma? Come posso vivere una tale speranza, tanto da ambire a far cambiare progetti a Dio che ha deciso di annientarla? Lo stesso potremmo dirlo sulla vita di tanti poveri sui quali ci sembra incomba una condanna definitiva e inappellabile. Che posso farci io? Sì, l’uomo può ambire a tanto se accoglie il Signore nella sua tenda, se si confida con lui, se accoglie le sue parole e le crede vere per sé, come fece Abramo a Mamre.


Solo se accetterai di essere polvere e cenere, avrai l’ardire di parlare al Signore in Quaresima e di spenderti per il sogno di un mondo nuovo e di un tempo nuovo. C’è bisogno di pregare per questo, di lavorare concretamente e di incamminarti con Gesù verso Gerusalemme a dare l’estremo annuncio che la vita è salvata se spesa per gli altri. Per ciascuno c’è una Gerusalemme, cioè un luogo e un’ora in cui ci è chiesto di dare tutta la nostra vita.


Chiediamoci seriamente: dov’è la nostra Gerusalemme? Dove e quando spendo la mia vita per gli altri? Non restiamo fuori dalla città, come ci consiglia il Pietro pauroso che è in ciascuno di noi, non ritraiamoci spaventati, ma come Abramo, sapendo di essere cenere, fidiamo nella forza del Signore e non nella nostra, facciamoci compagni della speranza dei poveri di un mondo e un tempo nuovo e, al termine della Quaresima, riceveremo anche noi la forza di una vita che risorge dalla morte e non finisce più.

mercoledì 23 marzo 2011

Scuola del Vangelo 2010/11 – XVIII incontro

Icona dei Nuovi Martiri - Basilica di S. Bartolomeo, Roma


Scuola del Vangelo 2010/11 – XVIII incontro
I martiri del XX e XXI secolo:
testimoni di un amore che fa vivere


Abbiamo parlato la volta scorsa di un mondo vecchio e spaventato che non riesce a trovare le ragioni per una gioia vera. Un velo di falsa tristezza egocentrica copre tutto facendo sì che per niente valga la pena gioire, ma nemmeno c’è niente per cui valga la pena di soffrire. E’ il modo di vivere tipico del nostro mondo Occidentale ricco ma allo stesso tempo insoddisfatto, sazio ma sempre alla ricerca di esperienze più forti, incapace di generosità perché schiavo di una mentalità opportunista che dà valore solo a ciò che conviene a me, scontento e lamentoso di tutto ma senza che l’insoddisfazioni porti mai alla decisione di cambiare vita, ecc…. La descrizione potrebbe essere ancora molto lunga, ma già ne abbiamo parlato altre volte.

L’uomo occidentale di certo non si è svegliato così com’è dall’oggi al domani. È stato un processo lungo e progressivo che ha portato dalla seconda metà del Novecento, il secolo del “noi” di ferro, delle ideologie collettive (di destra o di sinistra ma sempre collettive), del nazionalismo che abbraccia un popolo in una patria comune, dall’89 con il processo di unificazione di una Europa divisa da steccati e muri, fino ad un ribaltamento di prospettiva e all’affermarsi di ciò che potremmo definire la “privatizzazione dell’io” negli ultimi venti o trent’anni. Dalle assemblee e dall’euforia del collettivo del ’68 e anni seguenti, si è passati al personal. Tutto è individuale in un misto di narcisismo e di cinismo. Si è smarrito il noi. La felicità è diventata trarre il massimo delle emozioni dall’attimo che si vive: una privatizzazione della felicità come piacere personale. Felicità non è mai esperienza condivisa ma uno status privato, al massimo assieme ad un altro. Si è andato quindi affermando l’io con le sue emozioni, incapace di comunicare e solidarizzare con altri, dei quali ha paura come di nemici o rivali, restando così prigioniero di una tristezza solitudinaria di fondo.

L’11 settembre 2001, di fronte ad un mondo individualista e intento a fare affari per migliorare la propria posizione, si è presentato un “noi” fresco e aggressivo, terribile, quello dell’islam. Le società musulmane sono salite alla ribalta come un mondo magmatico, dalle forti passioni collettive, in cui l’individuo sembra perdersi nella folla e in sentimenti condivisi. Un mondo così fa paura, non solo perché nel suo seno sono potute attecchire ideologie violente come quelle di Al Qaeda (ma questo è avvenuto nella storia e ripetutamente anche in seno alle società cristiane, pensiamo all’IRA in Irlanda o l’ETA nei Paesi Baschi o lo stesso terrorismo delle Brigate Rosse ecc…), ma anche perché ci sembra un mondo in cui l’individuo si annulla nel collettivo. Ma l’islam si è svelato come un mondo diverso dalla caricatura di Osama ben Laden, comprendendo invece al suo interno tante diversità: lo si vede in questi giorni in cui in alcuni Paesi del Nord Africa e della Penisola Arabica queste diverse “anime” islamiche si manifestano, rompendo quella omogeneità granitica che prima sembravano possedere. Il mondo individualista resta però diffidente e spaventato della riva Sud così massificata e collettiva.

Da noi la privatizzazione dell’io ha portato un’altra conseguenza, cui facevamo cenno di sfuggita anche l’altra volta, e cioè il rifiuto della storia: un io che vuol star bene oggi, nel presente, rifiuta la fatica e i rischi di costruire un futuro e cerca di conservare a tutti i costi il presente così come è. Tutto è presente. Non vale la pena di preoccuparsi del futuro. Non interessa entrare nei meccanismi di trasformazione dei mondi, andare fuori da sé e dal proprio piccolo ambiente. È il modo di vivere dell’Europa: un condominio di io, bloccato, quasi paralizzato e intento a gestire i propri privilegi in una estenuante contrattazione interna, più appassionato sulle razze animali e sulle qualità di cibi e vini che sulle sorti delle società del mondo.
Un mondo tutto preso dal piccolo quotidiano è anche un mondo che non si alza contro Dio, come è avvenuto con il comunismo o il nazismo nel Novecento. Non si sente nemmeno il bisogno di sfidare Dio, perché si vive senza Dio. Dio infatti è più grande del mio io, non può essere circoscritto al mio piccolo mondo o alla mia esperienza privata. Dio è Dio di un popolo e lo si incontra se si accetta di essere una figlia o un figlio di quel popolo che Lui si è scelto, di una storia che coinvolge tanti e dà un futuro a tanti.

Davanti a questo scenario la Chiesa diventa qualcosa di inattuale, obsoleto, perché è un popolo, una famiglia, una identità collettiva che ambisce addirittura a raccogliere tutto il genere umano in un unico abbraccio familiare.

Joseph Ratzinger ha scritto: “L’inattualità’ della Chiesa, è, da un lato, la sua debolezza – essa viene emarginata – ma può essere la sua forza. Forse gli uomini possono percepire che contro l’ideologia della banalità, che domina il mondo, è necessaria un’opposizione, e che la Chiesa può essere moderna, proprio essendo antimoderna, opponendosi a ciò che dicono tutti. Alla Chiesa tocca il ruolo di opposizione profetica …”

I profeti sono sempre inattuali nel contesto del loro mondo. Geremia, ad esempio, è ossessionato da chi lo considera un uomo che semina terrore del futuro. La Quaresima, già abbiamo accennato, è il tempo opportuno in cui vincere il clima di anemia di speranza, di sfilacciamento del noi, di felicità come piacere individuale e solo di un momento, di spegnimento della storia nell’attimo presente dell’io.
Spesso però, di fronte alla profezia della Quaresima, noi siamo mediatori: non vorremmo abbracciare il mondo così come è, che avvertiamo essere ingiusto e estraneo allo spirito del Vangelo, ma allo stesso tempo non ci sentiamo nemmeno in grado di allontanarcene perché è il nostro mondo, e abbiamo paura a differenziarci. La fede cristiana accetta i peccatori, anche i grandi peccatori – lì può abbondare la grazia! – ma è inconciliabile con i mediatori. E’ il senso delle parole della lettera alla chiesa di Laodicea citata nel libro dell’Apocalisse: “Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca.” (Ap 3,15-16)

Davanti a questa idea di mediazione vorrei oggi con voi soffermarmi un po’ davanti alla testimonianza dei martiri del nostro secolo (XX e XXI).

I martiri
Sono persone che hanno creduto che il cristianesimo è una cosa seria. Il martirio è una realtà che dal ‘900 ha assunto una dimensione notevole: decine e decine di migliaia sono le persone uccise perché hanno creduto al Vangelo e lo hanno vissuto in situazioni in cui il mondo voleva intimidire coloro che volevano il bene. Sono stati vittime dei regimi totalitari: comunismo in Europa dell’Est e Russia, del nazifascismo, in Europa occidentale; vittime della violenza diffusa di società disgregate, come in Africa, o di organizzazioni mafiose e di narcotraffico, come in America Latina o in Italia meridionale; vittime dell’intolleranza religiosa e del terrorismo di matrice religiosa, come in Iraq, India, Pakistan, Nigeria, Indonesia, ecc….

Sono migliaia e migliaia di persone che hanno vissuto il Vangelo in modo radicale e serio, ma non sono eroi nel senso tradizionali della parola, cioè non sono persone che hanno cercato e sfidato la morte, non hanno disprezzato la vita, anzi, l’amavano. Ad esempio Mons. Romero, vescovo ucciso il 24 marzo 1980 mentre celebrava la S. Messa perché era un difensore coraggioso dei poveri vittima dell’ingiustizia e della violenza di bande armate organizzate dalle potenti famiglie di possidenti terrieri. Egli otto giorni prima di essere ucciso affermò: “Finché il popolo viene sistematicamente assassinato dalle forze di repressione della giunta, io, che sono un semplice servitore del popolo, non ho nessun diritto di cercare misure di sicurezza. Vi prego di non fraintendermi: io non voglio morire, perché so che il popolo non lo vuole, ma non posso tutelare la mia vita come se fosse più importante della loro vita.”

Sono persone che hanno vissuto quello che l’altra volta dicevamo essere la logica inversa di quella di questo nostro mondo. Questo ci insegna che bisogno sempre cercare il proprio tornaconto, mentre loro hanno ceduto che l’interesse degli altri veniva prima del loro; il bene degli altri e la fiducia in Dio valevano più della loro vita stessa. I martiri dimostrano con la loro testimonianza quanto sia falso quello che la gente grida a Gesù in croce: “salva te stesso!” Non è risparmiando la propria vita che la si salva, perché una vita spesa a fare solo il proprio interesse è una vita persa, sprecata, usata male e quindi gettata al vento. La vera salvezza, cioè fare il proprio interesse, è spenderla per gli altri, in modo serio e radicale.

Shahbaz Bhatti, ministro per le minoranze religiose del Pakistan è stato ucciso il 2 marzo 2011 a Islamabad. Si era impegnato nella lotta contro la legge sulla blasfemia, che in Pakistan consente di condannare chiunque sia accusato di bestemmia. La sua storia è molto bella: figlio del mondo cristiano povero dei villaggi, 750.000 persone umiliate da una società non solo islamica ma ancora feudale. I cristiani sono poveri, abitano spesso in villaggi, come quello di Yohannabad, ormai inglobato in Lahore, un grande compound di cristiani. Sono rassegnati all’umiliazione di una società feudale e musulmana, società di pochi ricchi e di masse di servi. Bhatti ha studiato e si è fatto strada con l’aiuto di un grande vescovo pakistano, Mons. Lobo, fino a poco fa vescovo di Feisalabad. Lobo lo aveva fatto studiare e lui era diventato un cristiano diverso, pieno di forza e speranza. Come ministro, Bhatti ha lavorato con coraggio: contro la legge della blasfemia, per migliorare la situazione dei cristiani, per difendere i cristiani dai pogrom. Questo gli ha valso tante minacce. Ma lui ha rivelato una grande forza: la forza di sperare. Ha lasciato un testamento spirituale in cui dice:

Il mio nome è Shahbaz Bhatti. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia.
Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio, e nella crocifissione di Gesù. Fu l’amore di Gesù che mi indusse ad offrire i miei servizi alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico.
Mi è stato richiesto di porre fine alla mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora — in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan — Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita.

Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese. Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi, imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri.

Credo che i cristiani del mondo che hanno teso la mano ai musulmani colpiti dalla tragedia del terremoto del 2005 abbiano costruito dei ponti di solidarietà, d’amore, di comprensione, di cooperazione e di tolleranza tra le due religioni. Se tali sforzi continueranno sono convinto che riusciremo a vincere i cuori e le menti degli estremisti. Ciò produrrà un cambiamento in positivo: le genti non si odieranno, non uccideranno nel nome della religione, ma si ameranno le une le altre, porteranno armonia, coltiveranno la pace e la comprensione in questa regione.

Credo che i bisognosi, i poveri, gli orfani qualunque sia la loro religione vadano considerati innanzitutto come esseri umani. Penso che quelle persone siano parte del mio corpo in Cristo, che siano la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo. Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù ed io potrò guardarLo senza provare vergogna".

I martiri, come Bhatti, mostrano una fede che rende giovani i vecchi e rende anziani nella sapienza i giovani: uno spirito di speranza per cui non ci si lascia bloccare dall’impossibile e si crede che tutto può cambiare; uno spirito di amore per cui si dà la propria vita per gli altri e non ci si lascia legare dall’amore per sé. Essere cristiani è una cosa seria, perché è essere tutti profeti nel nostro tempo.

Ma potremmo dire: anche noi dobbiamo sperare di morire per poterci salvare?

Non si tratta di desiderare o augurarci la morte, ma di fare nostro l’atteggiamento di queste persone che non hanno cercato il compromesso per salvare se stessi e non rinnegare il mondo, ma hanno creduto di dover offrire tutta la loro vita, fino a rischiarla, per fare l’interesse del Signore e degli altri e non tenerla per sé, cercando la propria convenienza.

Mons. Romero diceva che ciascuno deve essere pronto a dare la vita, come la dà la madre al figlio, giorno per giorno, prendendosi cura di lui.

Ecco allora che i martiri si fanno nostri compagni in questo tempo di Quaresima e ci indicano una via di uscita dal clima grigio e spaventato del nostro mondo vecchio e individuale. Alla paura di rimetterci, al timore di cambiare qualcosa, al rifiuto di gioire veramente e soffrire veramente, i martiri hanno contrapposto la serietà di una vita vissuta fino in fondo, non senza timore e trepidazione, ma senza umiliarsi sotto la schiavitù della propria convenienza a tutti i costi.

Prendiamo i martiri come nostri compagni in questi giorni di Quaresima e imitiamo il loro essere cristiani desiderosi di non fare compromessi ma di compromettersi con Vangelo nel mondo, fino a rimetterci e a perdere la vita, quella che tutti vogliono conservare, anche a costo di buttarla via per ciò che non vale niente.

mercoledì 16 marzo 2011

II domencia del tempo di Quaresima


Dal libro della Gènesi 12, 1-4
In quei giorni, il Signore disse ad Abram: «Vàttene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore.

Salmo 32 - Donaci, Signore, la tua grazia: in te speriamo
Retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra.

Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.

L’anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo.

Dalla lettera di san Paolo apostolo a Timòteo 1, 8b-10
Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo.

Lode a te, o Signore re di eterna gloria!
Dalla nube luminosa, si udì la voce del Padre:
«Questi è il mio Figlio amato: ascoltatelo».
Lode a te, o Signore re di eterna gloria!

Dal vangelo secondo Matteo 17, 1-9
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».


Commento

Cari fratelli e care sorelle, con questa seconda domenica siamo immersi nel pieno del tempo di Quaresima che, come una madre paziente e affettuosa, ci accompagna verso la Pasqua di Resurrezione.

Spesso si è voluto vedere la Quaresima come un tempo di ripiegamento su se stessi, di macerazione interiore, di tristezza incupita. In realtà se così fosse la Quaresima non sarebbe molto diversa dal tempo ordinario, perché nel nostro tempo mi sembra che un velo di tristezza e rassegnazione copra sempre il nostro mondo e le nostre città. Certo, c’è la tristezza che viene da una coscienza di noi stessi, e cioè quella di essere polvere e cenere, come abbiamo voluto affermare mercoledì scorso col gesto che apre la Quaresima. Ma la tristezza più comune è una sorta di mesta modestia, che proprio perché modesta e costante quasi non pesa più, anzi della quale quasi non si può fare a meno, come un modo di essere di “basso profilo”, funzionale a mantenere tutto a basso livello nelle nebbie della rassegnazione.

Questa falsa tristezza, impastata di rassegnazione, non si vince con un’emozione, ma accettando la cenere sul capo, cioè guardando alla nostra inadeguatezza e complicità col peccato per vivere la speranza di liberarsene.

La Quaresima dunque non è tempo triste e basta, ma è il tempo in cui dobbiamo prepararci ad una grande gioia, che è vero, ancora non c’è, ma che si intravede al termine del nostro cammino. La pienezza della gioia è infatti la vittoria della vita sulla morte. A una tale gioia sembra che, figli di un mondo triste e rassegnato, siamo tutti impreparati, come vasi sigillati o rotti, incapaci di accoglierla e conservarla in sé. Prevalgono infatti sempre i motivi di scontento e pessimismo, piuttosto che quelli per cui gioire: siamo un po’ più invecchiati, la situazione è un po’ peggiorata, ecc… C’è una vera e propria paura di vivere la gioia per un futuro nuovo, che è un segno di vecchiaia del cuore e della vita. Il vecchio infatti non ama la novità, ma preferisce rimpiangere il passato e conservarsi in un presente sempre uguale.

La Quaresima vuol essere questa proposta a chi è invecchiato, prigioniero della tristezza e della rassegnazione: andare verso Cristo nella Pasqua. Ma, per questo incontro, bisogna prepararsi per avere occhi, cuore, per non dormire per la tristezza, come i discepoli nel Getsemani, accanto a Gesù che pregava e sudava sangue.

Per poter gioire della novità è richiesta un’apertura fiduciosa al futuro, la disponibilità a vivere con speranza, come fece Abramo: “il Signore disse ad Abram: «Vàttene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò...» Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore.”

Abramo, nonostante fosse avanti negli anni, davanti alla promessa di Dio, audace fino all’assurdo, di concedergli una discendenza numerosa e una terra non reagì come un vecchio spaventato dalla novità, ma accettò di riformare se stesso, il suo modo di vivere. Cambiò le priorità della sua vita: invece di prepararsi una serena vecchiaia, godendosi quello che aveva ottenuto e assicurandosi la continuità di un presente tranquillo, accettò di compiere un cammino lungo e pericoloso, di rischiare anche di perdere tutto, di faticare per raggiungere la gioia di un futuro nuovo, cioè diventare “una grande nazione”.

S. Paolo parla di Abramo ai Romani: “[Abramo] ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza. Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo - aveva circa cento anni - e morto il seno di Sara. Per la promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento.” (Rm 4, 19-21)

Questo “sperare contro ogni speranza” fu il suo modo di “avere fede”, dice Paolo, vincendo l’invecchiamento del cuore e della vita.
Oggi la Quaresima ci pone la stessa domanda di Dio ad Abramo: vuoi vincere la paura da vecchio per accogliere la gioia della vita nuova che la Pasqua viene a portarci?
Eppure la paura è la reazione spontanea davanti alla visione grande di Dio sulla vita dell’uomo, come quella che propose ad Abramo. Capitò anche a tre apostoli che Gesù chiamò con sé sulla montagna. Ad essi, in disparte, si mostrò trasfigurato, immerso in quello splendore che trasforma la realtà umile e meschina dell’uomo nella gloria della Resurrezione. Fu per i tre apostoli un anticipo della vita nuova che il Signore avrebbe inaugurato a Pasqua con la vittoria definitiva sulla morte che umilia la vita, è la strada che propone a ciascuno di noi: passare dalla vita vecchia e triste alla gioia della vita nuova che non finisce. Gli apostoli prima furono felici, ma poi sembrò troppo per loro, si gettarono spaventati faccia a terra. È la reazione “normale” di ciascuno di noi: all’entusiasmo iniziale segue la paura e il ritorno alla contemplazione di sé dal basso.

Fratelli e sorelle, la Quaresima che stiamo vivendo è come Gesù che ci invita a seguirlo sul monte per pregustare con lui come può essere la vita glorificata dalla sua resurrezione: la nostra vita personale, con i suoi affanni e miserie, la vita del mondo, con i drammi e la violenza che lo attraversano. Noi siamo attratti da questa visione, ma ci sembra troppo grande per noi e restiamo ancorati alla rassegnazione che tanto niente potrà mai cambiare.

Come fare a vincere questa paura, come rialzare il volto da terra per rivolgerlo con fiducia e speranza verso il futuro indicato da Cristo? Una voce lo dice chiaramente ai tre sbigottiti apostoli: “Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”. Ascoltare il Signore, ecco la via per rinnovare la nostra vita e vincere la vecchiaia nostra e del mondo. Una via semplice e concreta che vogliamo fare nostra in questa Quaresima: ascoltare con attenzione e disponibilità la Parola di Dio perché questa entri in noi e si faccia strada nel chiuso del nostro intimo, restituendoci quel cuore con cui gioire della Resurrezione a Pasqua. Viviamo una Quaresima di ascolto, di silenzio interiore e ascolto attento della Parola di Dio. Torniamo sulla pagina della Scrittura, abituiamoci a far tornare alla mente le parole che ci guidano nella vita e torneremo capaci di appassionarci, di gioire e di soffrire per una vita non più vecchia e ripiegata su di sé.


Preghiere

Ti preghiamo o Signore nostro perché viviamo in questo tempo di Quaresima l’inquietudine per il nostro peccato, nella serena fiducia del tuo perdono.
Noi ti preghiamo

Donaci in questo tempo o Dio di vivere nell’ascolto della tua Parola, perché vinciamo ogni paura e ci incamminiamo fiduciosi in te verso la gioia della Pasqua.
Noi ti preghiamo
Con insistenza o Dio ti preghiamo perché tu soccorra tutte le vittime del terremoto in Giappone. Fa’ che chi è sopravvissuto al terribile disastro trovi consolazione e riparo e chi è morto riposi in pace nel tuo amore.
Noi ti preghiamo

Guarda con amore alla tua Chiesa o Padre del cielo, perché la Quaresima sia in tutte le comunità un tempo di ascolto della tua Parola e di conversione del cuore.
Noi ti preghiamo
Sostieni con il tuo amore, o Padre misericordioso, quanti soffrono per la miseria e l’abbandono e tutti quelli che si sforzano di essergli vicini. Uniscili nella benedizione di una vita rinnovata e consolata.
Noi ti preghiamo

Accogli o Padre il nostro sforzo di uscire come Abramo dalla vita ordinaria per metterci in cammino verso il Cristo risorto a Pasqua. Sostienici e aiutaci a non restare fermi su noi stessi.
Noi ti preghiamo.

Benedici o Dio il papa Benedetto XVI che sabato prossimo incontreremo a Roma. Sostieni il suo impegno di indicare Te come unica via per la felicità dell’uomo.
Noi ti preghiamo

Proteggi tutti i cristiani perseguitati per la loro fede nel tuo Nome. Fa’ che in futuro si aprano ponti di comprensione fra i popoli e le religioni, così che nessuno più soffra e muoia per la propria fede.
Noi ti preghiamo

martedì 15 marzo 2011

Scuola del Vangelo 2010/11 – XVII incontro (II di Quaresima) : Quaresima tempo di riforma per un mondo vecchio

Scuola del Vangelo 2010/11 – XVII incontro
Quaresima tempo di riforma per un mondo vecchio
16 marzo 2011

La Quaresima è un tempo in cui pensare il proprio cambiamento: è tempo dedicato alla riforma, perché non si può arrivare a Pasqua così come siamo sempre stati.

Spesso si è voluto vedere la Quaresima come un tempo di ripiegamento su se stessi, di macerazione interiore, di tristezza incupita. In realtà se così fosse la Quaresima non sarebbe molto diversa dal tempo ordinario, perché un velo di tristezza e rassegnazione copre il nostro mondo e le nostre città. Certo, dobbiamo partire da una coscienza reale di noi stessi, e cioè dalla tristezza di essere polvere e cenere, quali siamo, come abbiamo voluto affermare mercoledì scorso col gesto che apre la Quaresima. C’è infatti una vera tristezza, che è il senso del limite del nostro peccato e della minaccia della morte che grava su di me ogni giorno. Ma la tristezza più comune è una sorta di modestia mesta, che non sente il peso del proprio limite, anzi quasi non può fare a meno del proprio “profilo basso”, funzionale al tenere tutto a basso livello nelle nebbie della rassegnazione. Paolo quando si sente circondato da questa tela di tristezza grida: “Perché se io rattristo voi, chi mi rallegrerà se non colui che è stato da me rattristato?” (2 Cor 2, 2). Rattristare gli altri è un peccato grave, perché li conferma in una rassegnazione cupa che umilia la speranza. Non bisogna mai rattristare nessuno, ma, come dice Paolo: “siamo invece collaboratori della vostra gioia” (ivi, 1,24).

Questa falsa tristezza, impastata di rassegnazione, non si vince con un’emozione, ma accettando la cenere sul capo, cioè guardando alla nostra inadeguatezza e complicità col peccato per vivere la speranza di liberarsene. È il cammino di Quaresima. La gioia del Signore è la nostra forza –insegnano le Scritture. Ma la gioia è anche il segno che, nonostante i problemi, il Signore ha vinto la morte ed è risorto. Gesù prega nel Vangelo di Giovanni perché i suoi discepoli “abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia” (17,13), dopo aver pregato perché “siano una cosa sola” (ivi,13). La pienezza della gioia è la vittoria della vita sulla morte. A una tale gioia sembra che, figli di un mondo triste e rassegnato, siamo tutti impreparati, come vasi sigillati o rotti, incapaci di contenerla.

La Quaresima dunque non è tempo triste e basta, ma è il tempo in cui dobbiamo prepararci ad una grande gioia, che è vero, ancora non c’è, ma che si intravede al termine del nostro cammino. Ma per poter gustare la gioia bisogna essere pronti ad accoglierla. Questo non è scontato, perché oggettivamente prevalgono sempre i motivi di scontento che quelli per cui gioire: siamo un po’ più invecchiati, la situazione è un po’ peggiorata, ecc… C’è una vera e propria paura di vivere la gioia per un futuro nuovo, che è un segno di vecchiaia del cuore e della vita. Il vecchio infatti non ama la novità, ma preferisce rimpiangere il passato e conservarsi in un presente sempre uguale.

La Quaresima vuol essere questa proposta a chi è invecchiato, prigioniero della tristezza e della rassegnazione: incontrare Cristo nella Pasqua, evento centrale della liberazione dell’uomo dalle catene più antiche. Ma, per questo incontro, bisogna prepararsi per avere occhi, cuore, per non dormire per la tristezza, come i discepoli nel Getsemani, accanto a Gesù che pregava e sudava sangue. Da questa Pasqua sorgono discepoli liberati, che portano la resurrezione nel cuore come fede gioiosa, per liberare il mondo.

La vecchiaia è condizione di ciascuno di noi, come individui, ma è anche una realtà del mondo in cui ci troviamo a vivere.

UN MONDO VECCHIO


Due incontri fa’ abbiamo parlato di quanto in questi giorni sta avvenendo nella riva Sud del Mediterraneo, in Egitto, Tunisia e Libia. Parlavamo di un vento di novità (che purtroppo in Libia sta lasciando dietro di sé una scia di sangue per gli scontri che ancora si susseguono) che però il nostro mondo occidentale fa fatica ad accogliere con un senso di positiva riapertura di un futuro che per molti popoli sembrava irrimediabilmente chiuso da una cappa opprimente. È un esempio di come la novità di uno scoppio inatteso di libertà e di speranza possa essere ingrigito e involgarito dalla paura che noi uomini del Nord abbiamo che i nostri privilegi vengano intaccati da questi eventi.

Questo atteggiamento è rivelatore della paura di un mondo vecchio, il nostro, che chiede al grande mondo di non disturbarlo. Ne è un esempio la politica italiana verso la Libia: prima, quando si trattava di fare affari e bloccare gli immigrati Gheddafi è stato trattato ridicolmente con tutti gli onori, fino al baciamano tributatogli dal nostro Presidente del Consiglio; poi, al momento della rivolta, l’imbarazzata presa di distanza dal raìs di fronte alle critiche del mondo a tanta opportunistica cecità di fronte alla palese assenza di libertà e democrazia in Libia; infine, ora che le cose si mettono male per i rivoltosi contro il regime di Gheddafi il Governo è diventato più prudente perché prima o dopo si prevede la possibilità concreta che ci dovrà di nuovo avere a che fare con Gheddafi a capo della Libia. Pertanto si aspetta e si sta a guardare, senza prendere posizione. Ma Gheddafi ha bombardato con l’aviazione il suo popolo che manifestava chiedendo libertà e democrazia, come si può restare neutrali? Scriveva giustamente nel 1904 il grande filosofo e letterato spagnolo Miguel de Unamuno: “Viviamo in piena gerontocrazia … subendo l’imposizione di vecchi incapaci di comprendere lo spirito giovane e che mormorano: Non spingete ragazzi…”. Sì, il mondo soffre di anemia di passioni. Padre Davide Turoldo, prete e poeta cristiano, parlava di senilità dello spirito in una sua poesia:

Signore, salvami dal colore grigio dell’uomo adulto
e fa’ che tutto il popolo sia liberato da questa senilità dello spirito.
Ridonaci la capacità di piangere e di gioire;
fa’ che il popolo ritorni a cantare nelle tue chiese.”

La capacità di piangere e gioire con gli altri è la passione per la storia che va avanti fra mille sfide, che mostra volti nuovi e pone domande inedite, che non si può arrestare perché mi disturba con la sua irruenza fastidiosa. La storia è la giovinezza di un uomo e di un popolo, e vivendola dal di dentro ci è data la possibilità di rendere nobile la mia vita, perché finalmente amo non solo me stesso.

In realtà oggi in Europa e in tutto l’Occidente benestante si è rinunciato a fare la storia, ma ci si difende dalla storia. Quel che conta è il mio “io”. Sì, un mondo di tanti io che non si amano e che non si piacciono, che si scontrano gli uni contro gli altri, che non guardano al futuro insieme. E attraverso la storia Dio opera, mediante le correnti profonde dello Spirito di cui parlava La Pira, che agiscono determinandone la direzione. Giovanni Paolo II aveva forte questo senso della storia come un terreno nel quale Dio opera, non al di sopra dell’uomo, ma con il suo consapevole aiuto. Ad esempio già vecchio e malato, al termine della sua vita, non smetteva di esprimere la speranza di un futuro nuovo che la storia dell’umanità poteva conoscere:

Sono impressionato dal sentimento di paura che dimora sovente nel cuore dei nostri contemporanei. Il terrorismo subdolo che può colpire in qualsiasi istante e ovunque; il problema non risolto del Medio Oriente, con la Terra Santa e l’Iraq; gli scossoni che scompigliano il Sud America, particolarmente l’Argentina, la Colombia e il Venezuela; i conflitti che impediscono a numerosi Paesi africani di dedicarsi al proprio sviluppo; le malattie che propagano il contagio e la morte; il problema grave della fame, in modo speciale in Africa; i comportamenti irresponsabili che contribuiscono all’impoverimento delle risorse del pianeta: ecco altrettanti flagelli che minacciano la sopravvivenza dell’umanità, la serenità delle persone e la sicurezza delle società.
3. Ma tutto può cambiare. Dipende da ciascuno di noi. Ognuno può sviluppare in se stesso il proprio potenziale di fede, di probità, di rispetto altrui, di dedizione al servizio degli altri. …
È dunque possibile cambiare il corso degli eventi quando prevalgono la buona volontà, la fiducia nell’altro, l’attuazione degli impegni assunti e la cooperazione fra partner responsabili.
” (Discorso di Giovanni Paolo II al Corpo Diplomatico - Lunedì, 13 gennaio 2003).

Tante volte questa mentalità di rinuncia alla storia si ritrova tra di noi. Il problema del tramonto politico o economico dell’Europa sui grandi scenari del mondo non è perché ci sono gli islamici che minacciano la nostra identità o perché troppi immigrati premono sulle coste, o a causa della crisi economica; il vero problema è che viviamo un tramonto della speranza, e con essa della simpatia, della passione per cambiare, del sogno di fare cose grandi, della capacità di piangere e gioire con gli altri, in una parola della voglia di un nuovo futuro, proprio quello che la Pasqua viene a portare nel mondo con la vittoria della vita sulla morte.

Siamo malati di anemia di speranza, stanchi, invecchiati, spaventati. Così guardiamo i fatti a Sud del Mediterraneo. Così ci guardiamo l’un l’altro, incapaci di un sogno comune, di fare comunità. È l’incapacità di essere un “noi”. Pensiamo alla difficoltà a gioire per questa festa del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Certo non tutto qui da noi è perfetto e la situazione attuale può non essere del tutto soddisfacente, ma la diffidenza a gioire di questa storia comune nasce proprio da questa diffidenza a guardare al futuro insieme, in tanti, come una comunità larga che ha una storia passata in comune e un destino futuro da costruire assieme. Si preferisce invece chiudersi nel particolarismo: la mia regione, città, quartiere, condominio, fino all’”io e basta”. Così la storia, che necessariamente è un processo comune, corre in avanti e noi ne restiamo fuori, presi ciascuno dalla propria vicenda individuale che però non è storia. I vecchi sono anemici di speranza e di simpatia.

CHE FARE?

Non possiamo rischiare di arrivare a Pasqua come uomini del vecchio mondo, perché rifiuteremmo il suo dono di vita nuova. La Quaresima è tempo opportuno per fare una profonda riforma del nostro vivere, a partire da alcuni aspetti che determinano l’essere “vecchio”.

Il primo modo in cui dimostriamo la nostra paura di vecchi è questo: guardare agli altri e al mondo con gli occhi del proprio tornaconto. Il metro di giudizio per le persone e i fatti è “quello che mi conviene”. Giudicare infatti in base al bene e al giusto per gli altri espone a rischi, è più faticoso e ci chiede di prenderci responsabilità e magari anche di pagare di persona. Giudicare in base al bene e al giusto per me stesso ci pone al riparo da questi rischi.

La soluzione di un problema è allontanarlo da me: pensiamo alle politiche sull’immigrazione, i respingimenti, la chiusura delle frontiere, ecc…

Non solo quello che non vedo (che ormai poche sono le cose che possono dirsi nascoste) ma quello che decido che non mi riguarda non esiste per me: pensiamo alla condizione degli anziani allontanati dalle famiglie e dal tessuto sociale ordinario per rinchiuderli nei cronicari dove sono invisibili. Quanti dicono: no, di certe cose non me ne posso occupare perché sono tropo sensibile e poi ci sto male. Addirittura si arriva al paradosso che una presunta propria sensibilità è motivo valido per fregarsene degli altri: allora è meglio essere un po’ meno sensibili e meno egoisti.

L’idea che quotidianamente dobbiamo confrontarci sulle priorità della nostra vita in base alle esigenze della storia che ci pongono di fronte ci sconvolge. Il ritmo della nostra vita è ormai impostato e senza possibilità di scelta autonoma, ed è lui a determinare le nostre scelte su cosa è più importante e cosa di meno: ad esempio lo scorso mercoledì delle ceneri c’è stato chi si è raccomandato che la preghiera delle 19.00 non andasse troppo per le lunghe, perché poi c’era la cena. Nemmeno passa per l’anticamera della mente che per la preghiera delle ceneri, che viene una volta l’anno e inaugura un tempo forte come la Quaresima, la cena potesse subire un ritardo di 10 o 15 minuti. Non sia mai che il ritmo regolare della nostra vita sia messo in discussione, fosse pure dalle ceneri, fosse pure per 10 minuti. La priorità è già decisa dalla vita, dalle abitudini, dai ritmi e dai giudizi istintivi.

Questi e tanti altri esempi che potremmo fare ci fanno toccare con mano come la vecchiaia del cuore ci fa essere sclerotici, rigidi nelle abitudini e nei modi di pensare, spaventati delle novità, desiderosi che il presente si ripeta senza cambiamento per l’eternità: se siamo così, come potremo accogliere il dono della vita nuova a Pasqua?

Per poter gioire della novità infatti è richiesta un’apertura fiduciosa al futuro, la disponibilità a vivere con speranza, come fece Abramo, di cui ci S. Paolo parla ai Romani:

“[Abramo] ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza. Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo - aveva circa cento anni - e morto il seno di Sara. Per la promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento.” (Rm 4, 19-21)

Abramo, nonostante fosse avanti negli anni, davanti alla promessa assurda di Dio di concedergli una discendenza numerosa e una terra non reagì come un vecchio spaventato dalla novità, ma accettò di riformare se stesso, il suo modo di vivere. Cambiò le priorità della sua vita: invece di prepararsi una serena vecchiaia, godendosi quello che aveva ottenuto e assicurandosi la continuità del presente sereno, accettò di compiere un cammino lungo e pericoloso, di rischiare anche di perdere tutto, di faticare per raggiungere la gioia di un futuro nuovo, cioè diventare “padre di molti popoli”. Questo “sperare contro ogni speranza” fu il suo modo di “avere fede”, dice Paolo, vincendo l’invecchiamento del cuore e della vita.

Oggi la Quaresima ci pone la stessa domanda di Dio ad Abramo: vuoi vincere la paura da vecchio per accogliere la gioia della vita nuova che la Pasqua viene a portarci?

Per accogliere questa proposta di Dio dobbiamo fare come Abramo ed invertire il punto di vista: non guardare agli altri e al mondo con gli occhi del proprio tornaconto, ma farsi dettare l’agenda e il calendario dal tornaconto di Dio e degli altri. È quello che Paolo ammira tanto in Timoteo: “Infatti, non ho nessuno d'animo uguale al suo e che sappia occuparsi così di cuore delle cose vostre, perché tutti cercano i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo”. (Fil 2, 20-21).

Cercare gli interessi di Cristo” significa, un po’ come già accennavamo il mercoledì delle ceneri, accettare che la priorità non sia sempre il mio interesse, ma siano le “necessità” degli altri: quello che ci chiede la Scrittura, le domande dei poveri, le richieste dei fratelli e delle sorelle, le domande delle folle e la preoccupazione che incontrino il Signore e il Vangelo, quella capacità di piangere e gioire con gli altri di cui parlavamo poco fa e che ci rende protagonisti felici della storia e non lamentosi e paurosi rinchiusi in un angoletto. Questo ci fa vedere il mondo con occhi nuovi e ci fa sperare ed attendere la novità che è il Vangelo: buona notizia. Vivere con questa ottica invertita ci permette di vincere le paure e di non desiderare la conservazione del presente, ma aprirci alla speranza, come Abramo, in vista del dono di una vita che ci spiazza e ci ridona un futuro nuovo.

I domenica del tempo di Quaresima




Dal libro della Gènesi 2, 7-9; 3, 1-7
Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

Salmo 50 - Perdonaci, Signore: abbiamo peccato.
Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; +
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.

Sì, le mie iniquità io le riconosco,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato,
quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto.

Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito.

Rendimi la gioia della tua salvezza,
sostienimi con uno spirito generoso.
Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5, 12-19
Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato.... Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti. E nel caso del dono non è come nel caso di quel solo che ha peccato: il giudizio infatti viene da uno solo, ed è per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute, ed è per la giustificazione. Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo. Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.

Lode a te, o Signore, re di eterna gloria!
Non di solo pane vive l'uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.
Lode a te, o Signore, re di eterna gloria!

Dal vangelo secondo Matteo 4, 1-11
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.


Commento


Cari fratelli e care sorelle, inizia questa domenica il tempo di Quaresima che ci conduce fino alla Pasqua. È un tempo che si caratterizza per la serietà pensosa con cui siamo chiamati a considerare la nostra vita, affinché sappiamo accogliere con maggior coscienza e gioia più piena il dono della vita che non finisce che con la resurrezione di Cristo il Padre vuole fare anche a noi. Come tutti i doni, infatti, non basta riceverli per poterne godere. Il dono deve essere accolto e apprezzato: se ci sembra una cosa inutile e che non serve lo lasceremo cadere e presto ce ne dimenticheremo. Così è per la Pasqua per chi non vive la Quaresima come tempo opportuno per conoscere meglio se stesso, e il proprio bisogno del dono di una vita rinnovata da parte del Signore.


Il vangelo ascoltato oggi ci aiuta nel nostro cammino di Quaresima facendoci riflettere sul fatto che spesso noi abbiamo una visione delle cose della vita diversa da come esse sono in realtà. Se vogliamo è un fatto molto banale: diamo tanta importanza a qualcosa che ci sembra decisiva per il nostro futuro e la nostra felicità, e poi magari, una volta raggiunta, ci rendiamo conto che non è come ci sembrava. Ma non è tanto banale, perché la vita spesa dietro a ciò che non vale è persa per sempre e non è detto che, alla fine, siamo disposti ad ammettere il nostro errore: magari preferiamo mascherare il fallimento e continuare fino in fondo a fare affidamento in ciò che si manifesta come incapace a darci la felicità.


Gesù stesso fa questa amara esperienza: anch’egli è sottoposto al dubbio circa cos’è che veramente vale.

La prima tentazione, cioè il primo modo con cui la vita lo vuole trarre in inganno, è quella di considerare essenziale e primario soddisfare i propri bisogni materiali. La potenza di Dio, dice il tentatore, si manifesta nel trasformare la realtà in qualcosa di utile a me. È il dominio di una mentalità materialistica che attribuisce valore solo a ciò che si può vendere e comprare, che serve a qualcosa e si scambia. Oggi la mentalità mercantilistica del nostro mondo ci porta con facilità a vivere questo atteggiamento per cui tutto ciò che non ha una rilevanza economica o utilitaristica viene considerato secondario. Ma Gesù risponde a questa tentazione dicendo che non solo il pane, bene materiale, ci nutre, ma anche l’amore che è espresso dalla Parola di Dio. È vero questo a volte non si vede, non si compra e non è quotato nelle borse, ma senza non si vive una vita degna di questo nome.


Poi, in secondo luogo, il tentatore propone a Gesù di vivere un senso di onnipotenza individuale, secondo il quale ciascuno può fare quello che istintivamente si sente, senza bisogno di costruirsi pazientemente e con fatica capaci di scegliere in base al valore reale della vita. Lo vediamo spesso come sia facile gettarsi in avventure, costruire relazioni, buttarsi a capofitto in progetti o impegni, come se bastasse per essere felici affidarsi alla passione del momento o alla foga o intensità nel vivere. Salvo poi, dopo il fallimento, coltivare un senso vittimistico per cui la colpa è degli altri che non hanno aiutato abbastanza o non hanno assecondato. Alla proposta di vivere così Gesù risponde che Dio non può essere messo alla prova, cioè usato come scusa per il proprio fallimento, ignorato quando ci indica come vivere, ma poi preso come responsabile con cui prendersela del poco amore che abbiamo saputo costruire nella nostra vita.


Infine il tentatore propone a Gesù di credere che tutto è a sua disposizione. Che si può agire ed essere secondo il proprio capriccio, come il padrone fa con le sue cose: oggi ne ho voglia, domani chissà; finché mi serve lo accetto, poi chissà. È la mentalità individualista ed egocentrica che pervade la nostra società, nella quale l’altro è una pallida comparsa sul palcoscenico della nostra vita, sfuggevole e inconsistente è puramente funzionale alla scena madre che devo recitare io, e finché le è utile bene, poi può anche scomparire nel nulla. È qual culto di se stesso che il tentatore pretende da Gesù e che ognuno di noi è pronto a offrire e a pretendere dagli altri. Ma Gesù, anche in questo caso, non cede, ma risponde con la centralità di un unico culto che è rivolto a Dio, l’Altro per eccellenza, e che ci si presenta con il volto del fratello e della sorella, del bisognoso, del piccolo (Mt 25) perché noi gli rendiamo il culto dell’amicizia e dell’amore che accoglie e fa spazio nella propria vita.


Cari fratelli e care sorelle, possiamo dire che, in sintesi, alla tentazione di spendere la propria vita per ciò che non vale, fosse il materialismo gretto che non va oltre la soddisfazione dei bisogni materiali, oppure l’irresponsabilità vittimistica del farsi trascinare dalla passione di sé per poi dare colpa agli altri o a Dio del fallimento, dell’eliminazione degli altri per vivere nell’isolamento narcisista dell’individuo autosufficiente, il Signore contrappone la sapienza antica della scrittura: “Sta scritto…” risponde infatti Gesù. Egli ci indica una strada. Non è in noi né nelle sapienza del mondo che ci si offrono a buon mercato che troveremo la strada per costruire la propria felicità e trovare il senso della nostra vita. La parola di Dio piuttosto ci indica i materiali e la sapienza, ci offre, come dicevamo due domeniche fa, il fondamento solido su cui costruire con pazienza l’edificio solido che non cada alle piogge e ai venti della vita. Confrontandoci con cuore aperto con il Vangelo di questa domenica troveremo anche in noi le tentazioni che il maligno, cioè la normalità della sapienza del mondo, ci suggerisce. Facciamo nostre le risposte sapienti di Gesù, perché ci rendiamo conto che senza di esse siamo esposti ad un vento pericoloso che ci rende vittime delle passioni passeggere e dell’individualismo. Cominceremo così la costruzione per la quale la Quaresima è tempo opportuno e favorevole.


Preghiere




O Signore ti ringraziamo perché ci doni la sapienza del Vangelo per resistere ai suggerimenti del tentatore. Fa’ che sappiamo riporre in te la nostra fiducia.
Noi ti preghiamo


O Dio donami la forza di resistere alla corrente di una vita spesa senza preoccupazione per te e per i fratelli. Fa’ che sappiamo mettere in pratica le parole del vangelo.
Noi ti preghiamo


Aiutaci o Signore in questo tempo di Quaresima a riconsiderare le scelte della nostra vita, perché sappiamo riformarla secondo il tuo esempio e insegnamenti.
Noi ti preghiamo


Guida i nostri passi o, Padre del cielo, verso la Pasqua di resurrezione, perché nell’attesa del dono della vita che non finisce sappiamo scoprirci umili e bisognosi del tuo perdono.
Noi ti preghiamo


Guarda con amore o Padre alle vittime del terremoto in Giappone, perché chi è nel dolore sia consolato e chi ha perso la vita sia accolto nel tuo abbraccio amorevole.
Noi ti preghiamo


Sostieni tutte le vittime della guerra e della violenza, in Libia, in Terra Santa, in Costa d’Avorio, perché cessino gli scontri e si apra un tempo di riconciliazione e pace.
Noi ti preghiamo.


Proteggi dal male o Signore tutti coloro che sono perseguitati per la loro fede in te, proteggi chi soffre a causa del vangelo e per l’amore per la giustizia.
Noi ti preghiamo


Guida i tuoi figli o Dio del cielo perché con il loro operato e le loro parole siano testimoni credibili del Vangelo e indichino a chi ancora non ti conosce la strada che conduce alla gioia dell’essere tuoi discepoli.
Noi ti preghiamo