mercoledì 24 luglio 2013

X domenica del tempo ordinario - 9 giugno 2013


 
Dal primo libro dei Re 17, 17-24

In quei giorni, il figlio della padrona di casa, [la vedova di Sarepta di Sidòne,] si ammalò. La sua malattia si aggravò tanto che egli cessò di respirare. Allora lei disse a Elìa: «Che cosa c’è fra me e te, o uomo di Dio? Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia colpa e per far morire mio figlio?». Elia le disse: «Dammi tuo figlio». Glielo prese dal seno, lo portò nella stanza superiore, dove abitava, e lo stese sul letto. Quindi invocò il Signore: «Signore, mio Dio, vuoi fare del male anche a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio?». Si distese tre volte sul bambino e invocò il Signore: «Signore, mio Dio, la vita di questo bambino torni nel suo corpo». Il Signore ascoltò la voce di Elìa; la vita del bambino tornò nel suo corpo e quegli riprese a vivere. Elìa prese il bambino, lo portò giù nella casa dalla stanza superiore e lo consegnò alla madre. Elìa disse: «Guarda! Tuo figlio vive». La donna disse a Elìa: «Ora so veramente che tu sei uomo di Dio e che la parola del Signore nella tua bocca è verità».

 

Salmo 29 - Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato.
Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato,
non hai permesso ai miei nemici di gioire su di me.
Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi,
mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa.

Cantate inni al Signore, o suoi fedeli, +

della sua santità celebrate il ricordo,
perché la sua collera dura un istante, la sua bontà per tutta la vita.
Alla sera ospite è il pianto
e al mattino la gioia.

Ascolta, Signore, abbi pietà di me,
Signore, vieni in mio aiuto!
Hai mutato il mio lamento in danza,
Signore, mio Dio, ti renderò grazie per sempre.


Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati 1, 11-19

Vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco. In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Un grande profeta è sorto tra noi,
e Dio ha visitato il suo popolo.
Alleluia, alleluia alleluia.
 

Dal Vangelo secondo Luca7, 11-17

In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, abbiamo ascoltato un brano della lettera ai Galati nel quale l’apostolo Paolo descrive la sua vocazione. Da questa descrizione emergono alcuni fatti significativi: il primo è che essa impone una svolta decisiva alla sua vita. Egli infatti afferma “Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, .... Ma quando Dio, che mi scelse…” ecc.. Cioè c’è un prima e un dopo, e la differenza è notevole. La seconda cosa da notare è che la vocazione ha la sua origine direttamente da Dio: “il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo”.

Sono cose su cui vale la pena soffermarsi, perché riguardano ciascuno di noi. La vocazione infatti non è solo la chiamata a servire il Signore nel presbiterato o nella vita religiosa, come in genere si intende, ma è piuttosto il richiamo con il quale a ciascuno di noi è chiesto di vivere la vera vita. Infatti si può essere biologicamente vivi, ma allo stesso tempo albergare dentro di sé quel principio di morte che è la sterilità, l’incapacità a offrire e donare la vita agli altri.

È quello che avviene ad Elia, uomo di Dio, al quale è indirizzata da Dio la chiamata ad uscire dal suo luogo abituale per andare incontro a lui. Egli lascia le persone e i luoghi che gli sono familiari seguendo l’invito del Signore: “Vattene da qui, dirigiti verso oriente.” (1Re 17,2). La sua esistenza conosce una svolta decisiva e diviene così capace per la sequela alla parola di Dio, di restituire la vita al figlio della vedova di Sarepta, come abbiamo ascoltato, e di far cessare la terribile carestia dovuta alla siccità abbattutasi su Israele, salvando la vita di una moltitudine. Anche Elia è chiamato da Dio, come Paolo, a stravolgere la sua vita, e questo gli dona una forza vitale che si comunica a chi entra in contatto con lui.

La stessa esperienza di Paolo e di Elia, e di tantissimi altri personaggi di cui la Scrittura ci propone la vita, come i profeti e gli apostoli, può essere la nostra. Dio infatti ci invita a non accontentarci di condurre un’esistenza “normale”, cioè a vivere per se stessi e a salvaguardare la propria vita dalle minacce e a farla sviluppare in benessere e forza. Il desiderio di Dio è che la vita che ci è stata donata susciti altrettanta vita, forza e benessere negli altri, moltiplicandosi e non solo conservandosi, ampliandosi come un’onda attorno a noi che propaga forza di bene, pace, speranza e fiducia in lui.

È quello che vediamo avvenire nella vita di Gesù ogni giorno. Egli non conserva se stesso, non accresce se stesso, né si pone al riparo dei pericoli, ma anzi dona la sua vita e la comunica a chi lo incontra, come abbiamo visto anche oggi nel racconto della resurrezione del figlio della vedova di Nain. Dio chiama ciascuno di noi a vivere in questo stesso modo, con una chiamata, o in termine tecnico vocazione, personale che cambia radicalmente il modo di pensare e di essere. Infatti la mentalità comune fa credere che donarsi agli altri fa impoverire e perdere una parte di sé. Ma invece chi risponde alla chiamata di Dio scopre che è vero il contrario, cioè si impoverisce la vita che è conservata per sé, risparmiata e chiusa, mentre offrirla la rafforza e ne moltiplica le energie. Questo, lo ripeto, non riguarda solo persone speciali, o solo alcune categorie, ma è la vocazione comune di tutti i cristiani che, con il loro battesimo, ricevono la partecipazione alla morte e resurrezione di Cristo. La loro vita cioè, è resa forte da quel seme di eternità che la resurrezione di Gesù ha deposto in tutti i battezzati.

Ci chiediamo allora: come si fa a sentire la chiamata? Cosa ci dice Dio per farci comprendere che, come S. Paolo e come il profeta Elia, la nostra vita deve cambiare radicalmente? per andare dove, per essere spesa come?

La risposta, se vogliamo, è estremamente semplice. Diffidiamo innanzitutto da tutto ciò che si ammanta di un senso di soprannaturale che vuol dire fuori dal comune. Siamo chiamati ogni volta che ci è offerta la possibilità di voler bene. Questa è la chiamata che Dio rivolge ad ogni suo discepolo per rinnovare il germe di vita eterna che è in lui e renderlo capace di comunicare vita agli altri. Amare l’altro infatti è qualcosa di soprannaturale, perché esula dall’istinto naturale, che chiede di conservare sé, e ci mette in comunicazione diretta con l’essenza di Dio, che è amore. Voler bene sempre e comunque: quando ci sembra opportuno e inopportuno; quando siamo pronti e quando siamo presi alla sprovvista; quando ci viene facile e quando ci risulta così difficile. Ogni opportunità è un dono prezioso di Dio: è una vocazione a seguire lui, il suo insegnamento e il suo esempio, e non il proprio istinto, e a rivestirci di una forza che rende possibile sconfiggere il male, come fece Elia con la morte di quel bambino, figlioletto della vedova. Ad ognuno è offerta questa possibilità: la vocazione ad essere rivestiti della vita vera e che non finisce, cioè ad amare, è rivolta a ciascuno, indipendente dall’età, la condizione, la razza, persino la religione. Sì anche chi non è cristiano è chiamato nel suo intimo a voler bene e a farsi così abitare da quello Spirito che santifica e rende figli di Dio, anche se non si conosce il Vangelo. 

Vivere così, cogliendo cioè ogni occasione di voler bene come un’opportunità preziosa per amare, ci rende capaci di allargare attorno a noi un contagio di bene che trasforma la realtà e coinvolge molti. Infatti la vedova davanti alla forza di amore di Elia che restituisce la vita e sconfigge il male afferma: “Ora so veramente che tu sei uomo di Dio e che la parola del Signore nella tua bocca è verità.

Accogliamo allora con gratitudine l’invito a non sprecare nemmeno una delle opportunità di voler bene che Dio ci pone innanzi, facendoci così annunciatori non solo a parole del Vangelo, ma comunicatori del suo stesso Spirito che lo rende una fonte inesauribile di vita vera che non finisce.


Preghiere 
 

O Signore nostro Dio, ti ringraziamo perché col battesimo ci hai reso partecipi della tua resurrezione, donandoci il germe della vita vera che non finisce. Fa che lo conserviamo e lo alimentiamo per dare buoni frutti di conversione,

Noi ti preghiamo

 
Aiutaci o Dio nostro Padre a dare ascolto alla tua chiamata a vivere come tuoi figli e discepoli. Fa’ che docili alla vocazione convertiamo la nostra vita e la rendiamo capace di comunicare pace e amore a tutti quelli che incontriamo,

Noi ti preghiamo

 
Ti preghiamo o Signore per tutti noi, perché non viviamo per conservare noi stessi, ma diveniamo capaci di donare la vita che abbiamo ricevuto, di rafforzare la speranza nei fratelli, di costruire la pace e la concordia attorno a noi,

Noi ti preghiamo

 O Dio nostro Padre, aiuta tutti gli uomini e le donne che ti invocano a seguire il tuo esempio e a vivere con disponibilità ripercorrendo le tue orme. Fa che diveniamo capaci di annunciare in Vangelo con le nostre vite,

Noi ti preghiamo

 Proteggi o Dio tutti coloro che sono nel dolore: gli anziani, i malati, gli stranieri, i prigionieri, chi è senza casa e famiglia. Fa’ che l’affetto dei fratelli lenisca il dolore e la tua grazia doni speranza e consolazione,

Noi ti preghiamo


Ristabilisci la pace o Dio là dove oggi infuria la guerra: per la Siria, l’Afganistan, il Mali, e tutti i paesi sconvolti dalla violenza. Fa’ che nascano presto frutti buoni di concordia e riconciliazione fra gli uomini,

Noi ti preghiamo.

 
Ti preghiamo o Signore per tutti i tuoi figli, ovunque dispersi. Perché le comunità dei cristiani siano in ogni luogo una casa di speranza e un segno di pace,

Noi ti preghiamo

 
Ti preghiamo o Dio per il papa Francesco. Sostienilo e proteggilo, perché le sue parole e il suo esempio siano per tutto il mondo motivo per affermare la giustizia e costruire la pace, e per noi cristiani invito alla conversione al Vangelo,

Noi ti preghiamo

 

Liturgia bizantina - 2 giugno 2013


 
Matteo 4,18-23

Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori.  E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini».  Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono.  Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedèo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò.  Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono. Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

 

Romani 2,10-16

Fratelli, gloria, onore e pace per chi opera il bene, per il Giudeo prima e poi per il Greco,  perché presso Dio non c'è parzialità.  Tutti quelli che hanno peccato senza la legge, periranno anche senza la legge; quanti invece hanno peccato sotto la legge, saranno giudicati con la legge.  Perché non coloro che ascoltano la legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che mettono in pratica la legge saranno giustificati.  Quando i pagani, che non hanno la legge, per natura agiscono secondo la legge, essi, pur non avendo legge, sono legge a se stessi;  essi dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono.  Così avverrà nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di Gesù Cristo, secondo il mio vangelo.

 

Commento

 

Cari fratelli e care sorelle, il Vangelo che abbiamo appena ascoltato ci fa incontrare Gesù mentre inizia il suo ministero. Sono i primi passi di un lungo cammino in mezzo alle folle che prende l’avvio da un luogo periferico, la Galilea, e si concluderà con la morte e resurrezione a Gerusalemme, capitale d’Israele, centro della vita religiosa e sociale del popolo.

Gesù inizia dalla periferia, come tante volte papa Francesco ci ha ricordato in questi primi mesi del suo ministero, e il suo accento galileo lo identifica, come si vede chiaramente nell’episodio del tradimento di Pietro. Il Signore ha il volto del periferico, ne usa la lingua, non si vergogna di essere individuato come tale, anche se qualcuno ironizza su queste sue umili origini: “Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?" dice Natanaele di lui (Gv 1,46). Quello che Gesù ha da dire, il suo Vangelo, è indirizzato dunque innanzitutto a gente periferica, come descrive l’evangelista Matteo: “Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. Egli cioè si rivolge a gente che non trova in sé il centro e non fa ruotare la propria vita attorno a sé. E quando Gesù incontrerà la realtà del centro, Gerusalemme, subito si evidenzieranno ostilità e chiusura nei suoi confronti: cosa ha da dire un marginale, uno che viene da fuori a gente abituata invece a sentirsi parte del nucleo di quelli che contano?

Ancora oggi spesso il Vangelo è giudicato troppo semplice, quasi rozzo in quella sua pretesa di poter essere vissuto da tutti, e anche a noi sembra un cibo poco adatto a palati raffinitati e che ormai hanno fatto l’abitudine ai sapori delicati e complessi di una psicologia evoluta e di esperienze ricercate.

Eppure Gesù dalla Galilea parte e a gente di lì rivolge il suo invito ad andare con lui e, paradossalmente,  ad essi affiderà il compito di far giungere il suo Vangelo a tutti gli angoli della terra: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19).

Sembra un non senso: come affidare un compito così complesso a semplici pescatori, illetterati e senza esperienza del mondo? Eppure proprio quegli uomini galilei daranno l’avvio a quel movimento universale di conversione al Vangelo, come il libro degli Atti ci testimonia. Sì, perché solo chi non ha il centro in se stesso e non ruota attorno a se stesso, ma sente di dover tendere verso l’unico centro che è oltre noi stessi, il Signore Gesù, può aprirsi ad una dimensione universale, come fecero gli apostoli, che riempiti del soffio dello Spirito a Pentecoste, ebbero la capacità di rivolgersi al mondo intero radunato a Gerusalemme.

Lo si vede anche da quello sbilanciamento totale e immediato che i primi quattro apostoli vissero appena raggiunti dall’invito di Gesù; il Vangelo dice: “essi subito, lasciate le reti, lo seguirono.” Hanno intuito che in lui troveranno quel senso e quella pienezza di vita che lì sulle rive del lago, fra reti strappate da rammendare non potranno mai trovare.

Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni seguono subito Gesù e fanno di lui il centro attorno a cui far ruotare la propria esistenza, senza incertezze né indugio. Restano sempre gente periferica, ed è questa la loro salvezza, perché hanno trovato in lui qualcuno sul quale incardinare tutta la loro esistenza, sfuggendo così alla tentazione di quell’egocentrismo che condanna alla schiavitù del niente.

La loro è una scelta entusiasta, eppure non basta farla una volta. Dopo la resurrezione di Gesù, nel momento di incertezza che precede la Pentecoste, vediamo infatti i dodici tornare alle barche, riprendere la vita di sempre. Ma la loro pesca è infruttuosa e piena di fatica inutile, perché avvitata attorno a sé e senza più il centro in Gesù. Ci sarà infatti bisogno che i dodici si aprano al soffio potente dello Spirito, amore autentico che fa sbilanciare fuori di sé, per uscire definitivamente dalla gabbia dell’io e aprirsi alla missione universale per il Vangelo.

In questo i poveri ci sono veramente maestri. La vita ha insegnato loro a cogliere con immediatezza e ad attaccarsi con tenacia al centro solido che è il Signore per salvarsi da una vita spesso naufragata sugli scogli delle durezze di un’esistenza precaria. Essi sono periferici e distanti dal centro degli interessi della citta che ruota attorno a se stessa. La corrente li trascina lontano, senza una meta che non sia il capriccio della casualità fra le ondate del male che si abbatte su di loro. Ma quando la comunità porge loro una mano per avvicinarsi al porto sicuro che è il Vangelo, vediamo come spesso ad essa si aggrappano con tenacia, per incamminarsi verso l’unico centro che salva. Infatti Gesù invita i primi apostoli non ad aderire ad una dottrina o farsi seguaci di una scuola, ma ad “andare dietro di lui”. E la comunità è infatti proprio quel popolo di poveri e umili, cioè di tutti quelli che decidono di non andare più dietro a se stessi e di non seguire più i sentieri tortuosi e a spirale che non fanno mai allontanare dall’egocentrismo. Nel seguire Gesù sbilanciati verso l’unico centro cui valga la pena convergere ci troviamo così sempre più vicini a lui e fra di noi e a tutti quelli che per strade diverse e itinerari sconosciuti hanno seguito le stesse orme. Ci troviamo così, magari senza volerlo e senza deciderlo, accanto a molti, le cui storie ci accompagnano, come ad esempio quelle dei vescovi Mar Gregorios e Paul Yazigi che sentiamo così vicini in queste ore di sofferenza per loro e per tutto il popolo della Siria, e i tanti che rivolgono alla comunità le loro richieste o ne condividono la preghiera nei luoghi della città.

Care sorelle e cari fratelli La Pentecoste, con il dono potente dello Spirito, ci invita a sbilanciare le nostre vite per tendere ad un centro che è fuori di noi: il Signore, i poveri, i fratelli. Lasciamoci trascinare, docili al suo soffio, per non trovarci impigliati nelle reti e curvi sulle barche, ma capaci di sollevare lo sguardo verso Gesù, per ascoltare il suo Vangelo e viverlo con i fratelli.

 

 

Festa del Corpus Domini - 2 giugno 2013


 

Dal libro della Gènesi 14, 18-20

In quei giorni, Melchìsedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole: «Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici». E [Abramo] diede a lui la decima di tutto.  

 

Salmo 109 - Tu sei sacerdote per sempre, Cristo Signore.
Oracolo del Signore al mio signore:
«Siedi alla mia destra
finché io ponga i tuoi nemici
a sgabello dei tuoi piedi».

Lo scettro del tuo potere
stende il Signore da Sion:
domina in mezzo ai tuoi nemici!

A te il principato
nel giorno della tua potenza
tra santi splendori;
dal seno dell'aurora,
come rugiada, io ti ho generato.

Il Signore ha giurato e non si pente:
«Tu sei sacerdote per sempre
al modo di Melchìsedek».


Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 11, 23-26

Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Io sono il pane vivo disceso dal cielo, dice il Signore,
se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.
Alleluia, alleluia alleluia.


Dal vangelo secondo Luca 9, 11b-17

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C'erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Commento

Questa domenica è dedicata alla memoria del Corpo e del Sangue di Gesù. E’ una festa necessaria, perché troppe volte abbiamo la tentazione di pensare al Signore come a qualcosa di evanescente, uno spirito, come quei discepoli che vedendo Gesù venire verso di loro dopo la resurrezione ebbero paura, perché pensavano che fosse un fantasma. Gesù non è un essere invisibile e impalpabile, ma è un corpo e come tale vuole aver a che fare con noi. Infatti la sua presenza fra di noi non è lasciata alla sensibilità di anime che percepiscono gli spiriti, una specie di medium cristiani, ma è concreta e tangibile, tanto che, a volte, secondo alcuni, diventa persino ingombrante e fastidiosa. Infatti un modo di pensare diffuso vorrebbe che il cristianesimo fosse solo la religione dei buoni sentimenti e delle pie intenzioni, fatta di sospiri e sorrisi. E invece no, i cristiani sono quelli che Gesù ha mandato a prendersi cura del suo corpo, enorme, sconfinato corpo, che raccoglie tutta l’umanità. Ne parlavamo già in occasione della festa dell’Ascensione, quando ricordando S. Agostino dicevamo che Gesù, capo del corpo, è asceso al cielo, ma il suo corpo è rimasto tutto intero in mezzo a noi, sulla terra. Sì, il corpo di Cristo è la grande famiglia degli uomini che egli ama e vuole radunare, ciascuno connesso all’altro, ciascuno assieme e non da solo.

Come tutti i corpi, il corpo di Cristo, ha bisogno di cura e ha esigenze concrete. E’ ad esempio un corpo che ha fame. Se ne accorsero i discepoli, quando apparve loro sul lago di Tiberiade dopo la resurrezione e chiese loro da mangiare, ma se ne resero conto anche quando davanti alla folla che ascoltava Gesù  fino a tardi e, un po’ spaventati, gli dissero: “Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta”. I discepoli provano fastidio per quel corpo troppo grande e dai bisogni così concreti. Finché si tratta di parlare, va bene, ma poi, quando si tratta di affrontare i bisogni concreti è meglio che ciascuno pensi per sé. Ognuno si preoccupi del proprio cibo, dicono i discepoli. Gesù ragiona in modo molto diverso: «Dategli voi stessi da mangiare» risponde loro. Per Gesù la fame di quel popolo radunato attorno a lui, desideroso di stare con lui, di ascoltarlo, è un problema proprio, come fosse la propria stessa fame. Così come, avendo notato il disorientamento della folla che vede “come pecore senza pastore”, se la assume sulle sue spalle e li guida, come un buon pastore, allo stesso modo la fame di quella gente è un suo problema, è sua fame, se ne fa carico. Questo atteggiamento arriverà fino all’estremo quando Gesù si fece carico del peccato di tutta l’umanità, lui vero innocente, tanto da assumersene anche le conseguenze e da non fuggire nemmeno davanti alla croce. Ai discepoli riluttanti propone di fare la stessa cosa che ha fatto lui: “Dategli voi stessi da mangiare”, cioè sentite la loro fame come vostra fame, sentite il bisogno degli altri, come vostro bisogno. Per i dodici invece quella fame non è un problema loro. Perché devo pensarci io? Si chiedono. Questa è la differenza fra Gesù e i discepoli: lui sente la fame di quella grande famiglia riunita attorno a lui come la propria fame, quello è il suo corpo; i discepoli invece no, per loro è fame di estranei. Così facendo sono però loro a tagliarsi fuori dal corpo di Cristo.

A noi tante volte accade lo stesso. Il bisogno di chi sta male, il dolore, la solitudine, l’abbandono, le sofferenze di interi popoli, non sono miei problemi, ciascuno risolva il proprio per conto suo, io ho da risolvere i miei di problemi. Il freddo di chi sta senza casa, non lo sento io, se la vedano loro o ci pensi il Comune; la solitudine dei vecchi che  stanno in istituto non è la mia, peggio per loro, e così via.

Ma come si fa a vivere questa identificazione del proprio corpo col grande corpo di Cristo che è l’umanità intera, della propria vita con la vita degli altri?

Gesù ci indica come fare: nutrendoci del suo corpo e del suo sangue; così egli entra a far parte di noi, e con lui entrano tutti gli altri. Altrimenti che senso avrebbe, mi chiedo fratelli e sorelle, accostarsi al corpo e sangue di Cristo qui in chiesa nell’eucarestia, quando poi quello stesso corpo e quello stesso sangue lo scansiamo o lo disprezziamo per strada o semplicemente lo ignoriamo e non ce ne importa niente? Ancora una volta voglio ricordarvi le parole di S. Giovanni Crisostomo, pronunciate ai cristiani di Bisanzio 16 secoli fa, ma ancora così attuali: “Vuoi onorare il corpo di Cristo? Ebbene, non tollerare che egli sia nudo; dopo averlo ornato qui in chiesa con stoffe di seta non permettere che fuori egli muoia di freddo per la nudità”. E’ inutile riempirsi la bocca di parole sul mistero dell’eucarestia: è mistero perché quel corpo ci siamo rifiutati di incontrarlo e volergli bene. Per noi il corpo di Cristo è misterioso perché ci è estraneo, lo abbiamo ignorato di proposito come, dicevo all’inizio, qualcosa di ingombrante e fastidioso. Ci risulta eccessivo il bisogno dei poveri, fastidioso per gente sensibile come noi, gli anziani ci fanno tristezza, gli zingari ci danno fastidio, i senza casa ci disturbano, i mendicanti sono molesti, e così via. Ma anche il corpo di Cristo che riceviamo a Messa è un corpo che si offre a noi piagato, spezzato, ferito sulla croce, ferito e intriso di sangue. E’ vero, noi lo mettiamo in calici e patene d’oro, in segno di rispetto, ma quello stesso corpo tolleriamo senza scandalizzarci che giaccia nell’immondizia negli angoli nascosti della terra, dove nessuno va a raccoglierlo per venerarlo. Eppure è lo stesso corpo e lo stesso sangue. Se allora l’ostia in chiesa non ci suscita fastidio e turbamento, come la piaga o la vista stessa del povero, è perché non ricrediamo veramente che essa è un frammento di quello stesso corpo Cristo che incontriamo nel mondo.

L’Apostolo Paolo, abbiamo ascoltato, nella prima lettera ai Corinzi ricorda che Gesù nell’ultima cena offri il suo corpo per saziare la fame dei suoi discepoli. Paradossalmente, quel copro di cui il Signore ci chiede di prenderci cura e di sfamare nelle parole del Vangelo “ero nudo e mi avere vestito … ero affamato e mi avete dato da mangiare…” diventa esso stesso nostro cibo. Come è possibile?  E’ quello che Gesù per primo ha vissuto: la sua fame di amore, che ha dimostrato agli uomini in mille modi facendo di tutto per beneficarli e farsi accogliere da loro, lo porta ad offrire ad essi tutta la sua vita, fino all’ultima goccia di sangue e l’ultimo pezzo di carne. Sì perché il bisogno di essere voluti bene si sazia solo vivendo la disponibilità ad amare per primi, ad offrirsi gratuitamente, a donare senza chiedere nulla in cambio. E’ questo il messaggio profondo di questa festa in cui ricordiamo e veneriamo la fisicità corporale di Gesù che si fa presente in mezzo a noi in quel corpo grande che è tutto l’insieme dei fratelli e delle sorelle di cui ci è chiesto di prenderci cura. Farlo ci sazia, aiutare gli altri ci fa felici, donarsi con generosità ci rende più forti e disseta la sete di vita vera che è nel fondo di ogni esistenza. E’ il contrario di quello che a volte pensiamo e cioè che aiutare gli altri ci indebolisce e ci rende meno forti e sicuri. E’ il paradosso del cristianesimo, è il mistero di quel corpo che, come dice la liturgia orientale, è suddivise e spezzato, ma non si esaurisce mai e sempre si rinnova e si dona a noi. Così è l’amore di Dio: è spezzettato e offerto a tutti, ma nel momento stesso che sfama molti si moltiplica e si rafforza, ed è così abbondante che ne avanzano dodici ceste.

 
Preghiere 

O Signore Gesù che ci offri il tuo corpo e il tuo sangue perché nutra la nostra debolezza umana, aiutaci a seguire il tuo esempio e farci sostegno per tanti.

Noi ti preghiamo

 
Tu o Gesù ti sei commosso davanti alla folla affamata e hai moltiplicato il poco che possedevano i discepoli per sfamare tutti. Ti preghiamo, fa’ che le nostre povere forze siano moltiplicare dal tuo amore e siano utili a molti.

Noi ti preghiamo

 
Come un grande unico corpo tu ci riunisci tutti, o Dio, sulla terra. Fa’ che non sentiamo nessuno estraneo o nemico, ma tutti siano amati e sostenuti da noi come parte del nostro stesso corpo. 

Noi ti preghiamo


Ti invochiamo o Dio del cielo, proteggi e guarisci chi è malato e sofferente. Perché coloro che sono nel dolore abbiano le cure amorevoli e il conforto di cui hanno bisogno,

Noi ti preghiamo

 
Con insistenza o Padre misericordioso, invochiamo il tuo perdono, perché le nostre vite mancano del nutrimento buono del tuo corpo e della tua parola, dei quali noi troppo spesso crediamo di poter fare a meno.

Noi ti preghiamo

O Dio della pace, ti invochiamo, fa’ cessare ogni guerra che semina morte e dolore. Aiuta i popoli a vivere nella pace e nella concordia, come figli di un unico padre e fratelli della stessa famiglia. Libera chi è nel dolore, minacciato e prigioniero,

Noi ti preghiamo.


Proteggi O Dio tutti i tuoi discepoli ovunque dispersi. Fa’ che il tuo nome in ogni luogo in cui è amato e invocato porti pace e vita piena.

Noi ti preghiamo


Ti invochiamo infine o Signore Gesù per ciascuno di noi che partecipa al banchetto in cui ci offri tutto te stesso, corpo e sangue. Fa’ che anche noi sappiamo donare la nostra vita agli altri e renderla ricca di buoni frutti.

Noi ti preghiamo

 

sabato 25 maggio 2013

Santissima Trinità - 26 maggio 2013


 
Dal libro dei Proverbi 8, 22-31

Così parla la Sapienza di Dio: «Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all'origine. Dall'eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra. Quando non esistevano gli abissi, io fui generata, quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d'acqua; pri­ma che fossero fissate le basi dei monti, prima delle colline, io fui generata, quando ancora non aveva fatto la terra e i campi né le prime zolle del mondo. Quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull'abisso, quando condensava le nubi in alto, quando fissava le sorgenti dell'abisso, quando stabiliva al mare i suoi limiti, così che le acque non ne oltrepassassero i confini, quando disponeva le fondamenta della terra, io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell'uomo».


Salmo 8 - O Dio, mirabile è il tuo nome su tutta la terra!

Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è mai l'uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell'uomo, perché te ne curi?

Davvero l'hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore lo hai coronato.
Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi.

Tutte le greggi e gli armenti
e anche le bestie della campagna,
gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
ogni essere che percorre le vie dei mari.


Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani Rm 5, 1-5

Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l'accesso a que­sta grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.  

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo:
a Dio che è, che era e che viene.
Alleluia, alleluia alleluia.

 

Dal vangelo secondo Giovanni 16, 12-15

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

 Commento

Cari fratelli e care sorelle, siamo ad una settimana dal giorno in cui lo Spirito Santo è stato effuso su di noi a Pentecoste.  Un  tempo di  grazia si è aperto, benedetto dal dono dello Spirito che è l’amore di Dio. E’ un dono di cui c’è un grande bisogno. Ed oggi ricordiamo lo Spirito assieme al Padre e al Figlio contemplando la realtà del nostro unico Dio in tre persone distinte. Il Dio dei cristiani lo sappiamo, non è un’unica persona, ma tre diverse, con caratteristiche diverse, storia diversa, tanto che addirittura una delle tre, il Figlio, ha condiviso la vita degli uomini in tutto. Ma perché, ci chiediamo, che bisogno c’era di una complicazione tale? Non era più semplice un Dio unico e basta, potente e sempre uguale a sé? No fratelli e sorelle, perché il Dio cristiano, come ci dice l’apostolo Giovanni, non è potenza e forza, originalità e unicità, ma è amore, e l’amore non può esistere senza l’atro. E’ questa la sua essenza: essere con l’altro. Per questo le persone della trinità sono tre: diverse ma insieme, unite da un vincolo di amore così grande che sono una sola. La trinità allora non è un concetto difficile, da guardare come una formula matematica che non si capisce, è piuttosto la realizzazione dell’unità vera, perché basata non su interessi comuni o convenienza ma solo sul volersi bene fino in fondo.

Questa caratteristica di Dio è così fondamentale che egli ha mostrato sempre nella storia un amore per l’uomo che non trova altro motivo se non nel fatto che Dio non riesce a stare lontano dall’uomo e lo cerca continuamente, fino ad essersi fatto come lui per essergli ancora più vicino. Infatti non a caso il male che contrasta la realtà di amore che è Dio si chiama “diavolo” che in greco significa “divisione”. Sì, non essere uniti, come lo sono le persone della Trinità, è negazione di Dio, è il male più grande e la vittoria del re del male.

L’uomo e la donna, ci dice il libro della genesi, sono stati creati ad immagine e somiglianza di Dio (Gen 1,26). Cioè abbiamo anche noi scritto nelle nostre fibre, nell’intimo il bisogno di essere uniti come lo sono il Padre il Figlio e lo Spirito Santo, sì, proprio nello stesso modo. Noi uomini siamo stati fatti per non poter vivere senza l’altro: Dio dopo aver creato Adamo disse “Non è buono che l’uomo sia solo” (Gen 2,18). Eppure, per assurdo, sembra che l’impegno più grande degli uomini sia proprio affermare il contrario e cioè che l’uomo per stare bene debba starsene da solo, che ciascuno debba essere autosufficiente e autonomo, che gli altri siano un fastidio, che io basti a me stesso e meno ho a che fare con altri e meglio é. È questa forse la più grande bestemmia, perché nega che nell’uomo rispecchi l’immagine di Dio che è amore fra tre persone, assumendo invece le fattezze del diavolo, principio di divisione che esalta l’essere soli e autosufficienti, separato da tutti.

Anche noi tante volte pronunciamo con la nostra vita questa bestemmia. Lo diciamo, ad esempio, quando affermiamo che non si può vivere assieme con chi è diverso da sé. Pensiamo al rifiuto di chi è straniero, al pregiudizio contro chi è di cultura o religione diversa. Sembra una cosa così naturale, eppure anche il Pare e il Figlio sono diversissimi, il loro essere insieme non è perché sono uguali ma perché l’amore che è la loro essenza è più forte di qualunque differenza e diversità. E lo stesso possiamo dire di quelli che accampano la diversità del carattere o dei gusti per dire che con quello o con quella non posso vivere, che quell’altro è troppo diverso da me perché io possa capirlo e accettarlo, eccetera.

L’apostolo Paolo ci ha ricordato oggi che: “l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”. Sì a Pentecoste abbiamo sperimentato che noi possiamo essere come Dio, cioè vivere quell’amore totale e tutto rivolto all’altro. Ce ne danno esempio gli apostoli che appena ricevuto lo Spirito Santo si riversano sulla strada per annunciare il Vangelo, il gesto di amore più alto che ci sia. Ma noi cosa ne abbiamo fatto? Allo Spirito di amore ed unità di Dio noi abbiamo preferito lo spirito di divisione del maligno, che divide e allontana, che ci rende insopportabili, antipatici, inutili e fastidiosi gli altri. Questa è quella “bestemmia contro lo Spirito” di cui Gesù parla con così grande durezza: “Perciò io vi dico: qualunque peccato e bestemmia verrà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non verrà perdonata.” (Mt 12,31)

Questo rifiuto dello Spirito per lasciare invece spazio allo spirito del maligno sta la radice della tanta violenza che segna il mondo di oggi. La radice della guerra, dell’odio, della divisione nella società, dell’essere gli uni contro gli altri.

Noi potremmo dire: non posso certo sentirmi responsabile di una guerra o di tanto male che c’è nel mondo. Eppure, fratelli e sorelle, ogni gesto che esclude e allontana un fratello o una sorella, perché disprezzato, antipatico, nemico e semplicemente perché estraneo è una bestemmia contro lo Spirito Santo e un rafforzamento del potere del male sul mondo. I tanti piccoli gesti che quotidianamente rafforzano questo potere, anche se non sono eclatanti e magari ci sembrano trascurabili, in realtà offuscano e umiliano l’immagine di Dio che il creatore ha voluto mettere in noi: invece di uomini e donne uniti da un unico Spirito, come la Trinità, chi esclude l’altro si fa imitatore e del maligno e coopera alle sue opere di male.

Fratelli e sorelle, perché fare tanta fatica per negare l’immagine di Dio in noi invece di assecondarla e dargli spoazio? Perché non far emergere la vera natura umana che è non poter vivere senza l’altro, senza voler bene a qualcuno, senza convenienza o guadagno?

Per questo l’amore più bello, ci dice Gesù, è l’amore per i poveri perché è gratuito e disinteressato, non è legato a interessi o convenienze e non è nemmeno spontaneo, ma nasce ogni volta che lo Spirito è accolto con gratitudine. Potremmo dire allora che il cristiano è colui che ha almeno un povero per amico, uno a cui non è legato da vincoli di sangue o di altra natura, ma solo ed esclusivamente dal vincolo santo della carità di Dio.

Il Diavolo ci sconsiglia, semina diffidenza e paura perché non vuole che l’amore di Dio si diffonda nel mondo, che la Trinità regni in mezzo agli uomini. A noi sta la scelta fra il lasciare emergere da dentro di noi l’immagine di Dio che è amore e non può fare a meno dell’altro e l’accogliere il suggerimento del maligno e decidere di vivere solo per sé stessi. È una scelta che siamo obbligati a fare: non si può vivere a metà, o siamo figli dello Spirito santo o di quello della divisione.

Ci sembra troppo difficile per noi gente comune? Lasciamo agire lo Spirito in noi: “Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera” dice Gesù nel vangelo di Giovanni, accogliamo dunque lo Spirito di amore che ci viene dal Vangelo ed egli, con naturalezza ci guiderà alla verità tutta intera che è l’amore di Dio Trinità.

 

Preghiere

O Signore Gesù che sei unito al Padre e allo Spirito col vincolo santo di un amore che non finisce mai, insegnaci a voler bene come te e a non poter fare a meno del fratello e della sorella che ci metti accanto,

Noi ti preghiamo


O Padre del cielo, re di misericordia, tu che hai tanto amato il Figlio crocifisso da resuscitarlo alla vita, aiutaci ad amare la vita di chi è più debole come fosse la nostra,

Noi ti preghiamo


O Spirito di amore che unisci il Padre e il Figlio come un’unica santa persona, fa’ che sappiamo essere uniti ai nostri fratelli e sorelle e diffondere sentimenti di solidarietà e comunione con ogni uomo,

Noi ti preghiamo


Ad una settimana dalla festa di Pentecoste, ti invochiamo ancora con forza: o Spirito Santo che sei Dio, scendi su di noi e rendici discepoli del vangelo e suoi audaci annunciatori,

Noi ti preghiamo


Ti preghiamo o Santa Trinità, veglia con amore su questo mondo, ancora troppo pervaso dallo spirito di divisione: cancella gli odi che dividono l’umanità, fa’ che vinca sempre la pace e la concordia,

Noi ti preghiamo


T’invochiamo con insistenza o Spirito di pace, perché cessi ogni guerra e violenza in Africa, in Siria, Pakistan e Afghanistan, in Terra Santa e in ogni paese insanguinato dagli odi fratricidi.

Noi ti preghiamo.


Per tutti noi ti invochiamo o Signore, fa’ che non accogliamo nei nostri cuori lo spirito di divisione che ci allontana dagli altri, ma vinciamo ogni tentazione del maligno restando uniti a te,

Noi ti preghiamo


Ti preghiamo o Dio dona alla Chiesa diffusa in tutto il mondo la misericordia e la bontà che tu hai vissuta, perché ovunque sia maestra di mitezza e operatrice di pace.

Noi ti preghiamo

 

 

 

giovedì 16 maggio 2013

Pentecoste - 19 maggio 2013


 
Dagli atti degli apostoli 2, 1-11

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».

 

Salmo 103 - Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra.
Benedici il Signore, anima mia! +
Sei tanto grande, Signore, mio Dio!
Quante sono le tue opere, Signore!
Le hai fatte tutte con saggezza;
la terra è piena delle tue creature.

Togli loro il respiro: muoiono,
e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra.

Sia per sempre la gloria del Signore;
gioisca il Signore delle sue opere.
A lui sia gradito il mio canto,
io gioirò nel Signore.

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8, 8-17

Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi. Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete. Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Vieni, Santo Spirito, riempi i cuori dei tuoi fedeli
e accendi in essi il fuoco del tuo amore.
Alleluia, alleluia alleluia.


Dal vangelo secondo Giovanni 14, 15-16. 23-26

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, domenica scorsa abbiamo celebrato la festa dell’Ascensione che ricorda la partenza di Gesù dalla terra. Dicevamo come questo avvenimento ci pone davanti ad una realtà che spesso diamo per scontata e su cui non ci soffermiamo, quella cioè circa la presenza o assenza di Dio nella nostra vita. Essa fa una grande differenza! Fin dall’inizio della storia dell’umanità la Scrittura ci mostra come l’uomo viveva con Dio, nella familiarità e compagnia con lui, ma poi tutto è cambiato, da quando l’uomo ha deciso di fare a meno di questa amicizia, per fare la propria strada in solitudine rifiutando il suo consiglio. È una grande svolta dell’esistenza che, possiamo anche dire, si realizza ancora oggi ogni giorno, quando noi decidiamo come vivere: con Dio o senza di lui? Forse non ce ne rendiamo conto, nello scorrere della vita ordinaria, ma il nostro tempo è speso o “con lui” o “senza di lui”. Essere cristiani infatti non significa, lo abbiamo detto tante volte, aderire a una dottrina o simpatizzare per un ideale o una morale, ma essere “con Dio”, così come il contrario significa farne a meno, non sentirne il bisogno. È la realtà che si trovano a vivere i discepoli dopo l’ascensione di Gesù in cielo. Si ritrovano senza il Padre, il Maestro, il Signore della loro vita. Ad essi però Gesù aveva promesso la sua presenza, anche se in modo diverso: “io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto”. Perché questo “ritorno” di Dio tra loro si realizzi Gesù raccomanda che restino assieme, ed essi, docili al comando, non si disperdono ciascuno per la sua strada ma, ci dicono gli Atti, “si trovavano tutti insieme nello stesso luogo.

Tutti gli insegnamenti del Signore che i vangeli ci trasmettono manifestano lo sforzo costante di costruire una trama di unità fra i discepoli. La fede cristiana non può fare a meno degli altri e si nutre dell’incontro e dell’amicizia con loro. Non si concepisce il cristiano isolato, il simpatizzante che fa la sua strada e da lontano appoggia gli ideali di Gesù. Il cristiano è tale se è nella comunità, se si confonde con essa, se se ne sente parte integrante e, quando si allontana, ne sente la mancanza.

Ma come, si chiedono molti, non posso essere cristiano standomene a casa mia, non basta che seguo i comandamenti? Oppure altri dicono: io credo a modo mio, mica devo per forza andare in chiesa o aderire ad un’istituzione.

Gesù in quell’ultimo momento di vita con i suoi dice proprio questo: restate insieme, non prendete ciascuno la sua strada, non vivete ognuno per conto suo.

Non credo che sia casuale o senza importanza questa fatto. Infatti è mentre stanno tutti insieme che i discepoli ricevono lo Spirito che il Signore aveva promesso di mandare loro: “Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano”. Dio torna dai dodici con Maria, e rimane con essi, e questo non è un’esperienza mistica di individui isolati, né il risultato dell’ascesi del singolo, ma è il dono alla comunità riunita.

Questo ci richiama alla necessità di essere radicati, in modo vero e profondo, in una comunità, di sentirsene parte. Gli altri non sono solo lo sfondo o le quinte del palcoscenico su cui si svolge la nostra vita, ma sono gli altri componenti dell’orchestra, senza i quali non ha luogo la sinfonia. Potremmo dire che è nell’orchestra che Dio parla e si fa presente, non nella voce del singolo strumento, per quanto virtuosamente suonato.

Ma la discesa dello Spirito mette i dodici davanti all’esigenza di superare la dimensione ristretta del loro gruppo e di dedicarsi all’incontro con folle di genti diverse. È il paradosso della vita cristiana, e cioè il fatto che per il discepolo quelli che stanno “fuori” sono più importanti di quelli che stanno “dentro”.

Infatti, appena ricevuto lo Spirito, cioè la presenza forte e stabile dell’amore di Dio, i discepoli per i quali fino ad allora l’importante era restare uniti e non disperdersi si accorgono che il loro restare uniti ha senso solo per guardare al di fuori della propria ristretta cerchia. Tanto che, ci raccontano gli Atti, escono subito per le strade di Gerusalemme e cominciano a predicare in tutte le lingue. Sappiamo poi che si disperderanno in tutte le direzioni giungendo in Regioni lontanissime, come l’India, l’Armenia, ecc…

Per noi è lo stesso. Lo Spirito che oggi invochiamo e riceviamo ci fa accorgere che tutto quello che siamo e che facciamo qui o altrove per la nostra fede è fondamentale per essere con lui e colmare la sua assenza, eppure, paradossalmente, trova il suo senso solo nella prospettiva dei tanti, troppi, che ancora qui non ci sono, perché non conoscono il Signore o non gli danno importanza.

Il Signore ci chiede di non fare a meno dei fratelli e sorelle, ma lo scopo di questo nostro voler loro bene non è finalizzato a noi stessi, per stare bene con noi e fra di noi. Il senso e lo scopo è chi ancora non amiamo e non ama il Signore.

È una vera rivoluzione di prospettive e di traguardi.

Chiediamoci: cosa ci rende felici oggi, cosa ci dà soddisfazione? Chi conta per noi? A chi ci rivolgiamo? Chi ci sta simpatico e chi ci sta antipatico? E così via. La risposta spontanea sarà quelli che conosco già, i miei affini.

Lo Spirito che riceviamo oggi allora è un po’ come un nuovo occhiale attraverso cui guardare a sé, al mondo, agli altri. Gesù lo dice ai suoi mentre li sta per lasciare: “lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”. Lo Spirito, che è l’amore di Dio, ci insegna e ci ricorda quello che Gesù ci ha detto, cioè lo fa entrare in modo nuovo e pieno dentro le azioni e i pensieri, i giudizi e i sentimenti della nostra vita quotidiana, ci dona un nuovo modo di vedere.

In modo particolare questa nuova visione è un allargamento di prospettive perché comprendano quelli che finora non trovavano spazio nei miei pensieri e preoccupazioni. La visione di Dio infatti è larga quanto la terra e abbraccia l’umanità intera, non si accontenta del mio piccolo mondo e della mia prospettiva personale. Ci fa parlare tutte le lingue, cioè capire e comunicare con tutti. Noi parliamo con quelli che già ci capiscono e già condividono i nostri pensieri, gli altri non ci riguardano.

Lo Spirito stravolge questa prospettiva e ci dice che proprio quelli che non condividono i nostri pensieri e non ci capiscono e che per questo non ci stanno nemmeno simpatici, sono loro lo scopo del nostro essere qui e del nostro impegno a vivere secondo il Vangelo.

Lasciamoci trascinare dallo Spirito verso questa visone così diversa dalla nostra, lasciamoci trascinare lontano da noi e, docilmente, lasciamoci insegnare e ricordare da lui, cioè dalla voce dell’amore di Dio, dove guardare e a cosa dare importanza, perché il suo sguardo divenga anche il nostro.

 

Preghiere

O Signore Gesù che sei salito al cielo promettendoci che lo Spirito Santo avrebbe riempito le nostre vite, donaci di essere sempre uniti ai fratelli e alle sorelle per accoglierlo con gioia,

Noi ti preghiamo

O Dio, manda dal cielo il tuo Spirito a rendere le nostre vite piene del tuo amore e docili al Vangelo,

Noi ti preghiamo

Ti invochiamo o Spirito Santo, dona ai tuoi figli il desiderio di restare uniti per accogliere lo Spirito che ci guida all’incontro con tutti. Fa’ che superiamo i confini angusti di chi vive e pensa come noi per far giungere il tuo amore anche a chi è più lontano,

Noi ti preghiamo


Apri il nostro cuore, o Spirito di Dio, alla voce della Scrittura, perché la ricordiamo e la conserviamo dentro di noi. Fa’ che sulla tua Parola spendiamo forze ed energie per il bene di tutti,

Noi ti preghiamo

Ti invochiamo o Dio, manda il tuo Spirito di pace e concordia dove oggi regna l’odio e la violenza. Per la Siria, l’Afghanistan, la Libia e tutti i Paesi preda della guerra e del terrorismo, perché cessi ogni violenza,

Noi ti preghiamo

Perdona o Dio la durezza dei nostri cuori che ci chiudono al soffio dello Spirito. Perché nuovi sentimenti di pietà e tenerezza suscitino in noi un nuovo tempo di generosità,

Noi ti preghiamo.

Per i ragazzi che in questa domenica ricevono la comunione per la prima volta, manda loro o Dio il tuo Santo Spirito perché tu possa dimorare sempre nelle loro vite e proteggerle da ogni male,

Noi ti preghiamo

Ti preghiamo o Dio per il papa Francesco. Riempilo del tuo Spirito perché guidi la comunità dei tuoi discepoli all’incontro con te nell’umiltà e la mitezza,

Noi ti preghiamo