martedì 11 gennaio 2011

Scuola del Vangelo 2010/11 - Incontro X – 12 gennaio 2011


Scuola del Vangelo 2010/11 - Incontro X – 12 gennaio 2011
La tavola di Natale con i poveri



Alcuni dati sulla cena di Natale del 4 gennaio:
160 ospiti
46 persone che hanno aiutato nella preparazione e realizzazione
22 fra negozi e ristoranti che hanno offerto gratuitamente il cibo

Vita di Tommaso da Celano (cap. XXX)
84. La sua aspirazione più alta, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo e di imitare fedelmente con tutta la vigilanza, con tutto l’impegno, con tutto lo slancio dell’anima e del cuore la dottrina e gli esempi del Signore nostro Gesù Cristo. Meditava continuamente le parole del Signore e non perdeva mai di vista le sue opere. Ma soprattutto l’umiltà dell’Incarnazione e la carità della Passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente gli riusciva di pensare ad altro. A questo proposito è degno di perenne memoria e di devota celebrazione quello che il Santo realizzò tre anni prima della sua gloriosa morte, a Greccio, il giorno del Natale del Signore. C’era in quella contrada un uomo di nome Giovanni, di buona fama e di vita anche migliore, ed era molto caro al beato Francesco perché, pur essendo nobile e molto onorato nella sua regione, stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne. Circa due settimane prima della festa della Natività, il beato Francesco, come spesso faceva, lo chiamò a sé e gli disse: «Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello». Appena l’ebbe ascoltato, il fedele e pio amico se ne andò sollecito ad approntare nel luogo designato tutto l’occorrente, secondo il disegno esposto dal Santo.


85. E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme.
Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia. Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima.


86. Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme. Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù, infervorato di amore celeste lo chiamava «il Bambino di Betlemme», e quel nome «Betlemme» lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come belato di pecora. E ogni volta che diceva «Bambino di Betlemme» o «Gesù», passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole.Vi si manifestano con abbondanza i doni dell’Onnipotente, e uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione. Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella specie di sonno profondo. Né la visione prodigiosa discordava dai fatti, perché, per i meriti del Santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti, che l’avevano dimenticato, e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria. Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia.

Il racconto di quel primo presepio che Francesco di Assisi volle realizzare a Greccio nel 1223 mi sembra esprima bene quello che anche noi abbiamo vissuto qui a Santa Croce solo pochi giorni fa durante la Cena di Natale con i poveri del 4 gennaio.
Dicevamo nel nostro ultimo incontro che questa festa con i poveri era per noi come quel “segno” di cui parlano gli angeli che annunciano la nascita di Gesù: qualcosa di concreto che irrompe nella nostra vita portandovi la novità del Vangelo.
Anche noi, come Francesco abbiamo voluto “vedere con gli occhi del corpo” Gesù nascere fra di noi.
Ed in effetti così è stato.
Abbiamo visto e gustato lo spettacolo bello che anche a noi, come ai contadini di Greccio, ci si è riempito il cuore di gioia: “In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme. Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero.”

La semplicità evangelica: accogliere e voler bene è semplice perché è la verità umana di ciascuno che non si corazzi dietro paure e pregiudizi ma accolga e viva il Vangelo.


Si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà: si realizza quel misterioso legame fra poveri e umili (i ricchi che si fanno servitori, come Giovanni che pur essendo nobile si china su Francesco e sui poveri) che si confondono in un unico abbraccio di cui parla il profeta Sofonia: “Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero. Confiderà nel nome del Signore” (Sof. 3,12). Sono superate differenze e divisioni

Greccio è divenuto come una nuova Betlemme: è il privilegio di vivere la contemporaneità col vangelo, in questo caso col Natale: è come stringere il bambino fra le braccia, come fecero i pastori a Betlemme.

Questa notte è chiara come pieno giorno: chiarore di una visione bella che riempie il cuore e libera dal velo della tristezza egocentrica e delle tenebre dell’egoismo.

La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero: La felicità è di tutti quelli che contemplano nell’immagine della tavola di Natale con i poveri un’icona del vero Natale. E’ un mistero sempre nuovo: l’amore che viene vissuto non è mai qualcosa di scontato o ripetitivo, ma sempre ha il volto nuovo del fratello e della sorella amati, e anche noi, misteriosamente trasfigurati, siamo persone nuove, come non sapevamo di poter e saper essere.

il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti, che l’avevano dimenticato : Sì a Natale molti mettono in secondo piano Gesù che nasce bambino, e la tavola con i poveri invece ce lo ha risvegliato nel cuore.

Sono tanti i segni della straordinarietà di ciò che abbiamo vissuto, e dobbiamo un po’ ridirceli per non dimenticare e sminuirne la portata.

Innanzitutto il numero delle persone che sono venute, così ampio. E’ vero, ne aspettavamo di più e abbiamo apparecchiato la tavola per oltre 250 ospiti, quanti erano quelli previsti. Poi, per cause diverse, ne sono venuti di meno, ma sempre tanti. All’inizio ci sembrava impossibile accogliere così tante persone: non c’era il posto e nemmeno le forze. Era esattamente il doppio del numero che avevamo accolto negli anni precedenti! Chi di noi non ha pensato che era impossibile? Eppure siamo riusciti a preparare un posto per tutti, come si fa per una festa di famiglia. Perché per noi i poveri non sono un numero, ma volti concreti, e per l’amico il posto si trova anche a costo di faticare il doppio e aguzzare l’ingegno e la fantasia. Con la preoccupazione e le attenzioni perché ciascuno avesse un regalo, ci fosse il cibo adatto per i musulmani, la tombola per i bambini (e non solo), La tavola apparecchiata con cura e la bellezza degli ambienti, ecc… Non abbiamo risparmiato gli sforzi, né ci siamo accontentati di quello che capitava.

Poi mi ha colpito che la grande maggioranza di quelli che sono venuti sono conosciuti da più di 4 o 5 anni e vengono regolarmente a festeggiare il Natale con noi. Mi sembra che questo stia a significare l’emergere di una domanda di famiglia che sale dai poveri. In questo, lo dicevamo già l’altra volta parlando di Mario, essi ci precedono nel desiderio di veder realizzata la promessa evangelica del dono di una nuova, vera e bella famiglia per coloro che vogliono realizzare la volontà del Padre (cfr. Mt 12,50).

Infine vorrei con voi soffermarmi sul fatto che la tavola con i poveri realizza diverse immagini bibliche ed evangeliche: il banchetto preparato da Abramo presso le querce di Mamre (Gen 18), il banchetto del Regno (Lc 14, 12-24; Mt 22, 2-14).

Mamre
L’accoglienza a tavola dello straniero, che nell’antico Israele era una categoria di persone fra le più povere perché precarie e senza protezione, alla mercé di chi incontravano, realizza la presenza di Dio in mezzo a noi, come fu per Abramo, che ricevendo i tre misteriosi forestieri accolse i messaggeri del Signore, ritrovò la fecondità della sua vita rimasta fino ad allora sterile e poté esercitare quella sua opera di intercessione in favore degli abitanti di Ninive anche per la quale Abramo è ricordato come il giusto.
Tutto ciò si è realizzato anche per noi.
Il banchetto del Regno
Nel Vangelo più volte Gesù è attorniato a tavola da gente la più diversa: pubblicani, come ad esempio Zaccheo (Lc 19 “Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». In fretta scese e lo accolse pieno di gioia”) o Matteo (Mt 9, 10), donne discutibili, come in Mt 26, 6-ss e Lc 7, 37-ss, farisei, ecc… tanto che viene giudicato un mangione e un beone (Mt 11, 19).
Però quando Gesù vuole offrire un’immagine del Regno di Dio propone quella di un banchetto pieno di poveri.

Disse poi a colui che l'aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch'essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».” Lc 14, 12-14

Colpisce la felicità (“sarai beato”) di chi prepara un banchetto per i poveri e che un po’ descrive anche quello che abbiamo provato anche noi nel farlo.
Allo stesso tempo però la descrizione del banchetto del Regno racchiude un contrasto molto forte: gli invitati benestanti rifiutano l’invito; i poveri accettano volentieri l’invito; lo sdegno del padrone di casa e l’esclusione definitiva dei primi invitati dal Regno. Questo contrasto di comportamenti e le sue gravissime conseguenze ci fa capire bene tutta la terribile serietà dell’atteggiamento di fronte all’invito di Gesù.
Gesù rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All'ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: Venite, è pronto. Ma tutti, all'unanimità, cominciarono a scusarsi. Il primo disse: Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego, considerami giustificato. Un altro disse: Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego, considerami giustificato. Un altro disse: Ho preso moglie e perciò non posso venire. Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al padrone. Allora il padrone di casa, irritato, disse al servo: Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui poveri, storpi, ciechi e zoppi. Il servo disse: Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c'è ancora posto. Il padrone allora disse al servo: Esci per le strade e lungo le siepi, spingili a entrare, perché la mia casa si riempia. Perché vi dico: Nessuno di quegli uomini che erano stati invitati assaggerà la mia cena». Lc 14,16-24

Mi colpisce che il rifiuto dei primi invitati è dettato dal possesso di cose (acquisto dei buoi e del campo) o da un senso chiuso di famiglia (ho preso moglie). Il Vangelo ci dice che l’attaccamento alle cose o a un senso chiuso dei rapporti familiari è alla base del rifiuto dell’invito. Potremo dire che sono le espressioni di una mentalità materialistica di cui parlavamo tempo fa: valore attribuito esclusivamente alle cose materiali, disprezzo per ciò che non ha un prezzo e un mercato, il privilegiare il proprio corpo ed essere asserviti alla soddisfazione dei suoi bisogni, ecc…
E’ come se accanto alla forza di questa icona santa si insinuasse in noi purtroppo anche la forza “normalizzatrice” del mondo che inesorabilmente vuole ridurre a banale un fatto che è invece, ci tengo a sottolinearlo, “straordinario” e “storico”. E’ la forza di una mentalità materialista che prova fastidio per ciò che realizza il Vangelo sovvertendo l’ordine naturale delle cose. Vedo questa forza agire soprattutto in alcune tentazioni:

abitudine (ormai è il sesto anno, non ci fa più stupire, siamo esperti e smaliziati).

egocentrismo (idea che non vengo messo sufficientemente al centro, non sono valorizzato, non ho abbastanza ruolo).

sopraffazione del “fare” sull’ “essere” (efficientismo, frettolosità, a discapito della cura del rapporto umano). ecc…

Evidenzio questi problemi non perché voglio sminuire la bellezza dell’evento accaduto, anzi, al contrario, per combattere con voi la forza del male che vuole far prevalere la nostra ordinarietà naturale sulla straordinarietà del Vangelo vissuto.

Questo ci fa dire che la cena di Natale cui abbiamo partecipato in vari modi non è stato solo un evento fra i molti, o una occasione privata di fare un po’ di bene, ma costituisce qualcosa di “straordinario” e “storico” rilevante per l’intera città e per il mondo, perché è stata una radicale contestazione del modo di vivere materialista del mondo e una imitazione, anche se pallida e imperfetta, di quel Regno che attendiamo impazienti. E questo vuol dire imporre una spinta alla storia in una direzione. Noi però, come dicevo prima, siamo tentati di sminuire questo valore “storico” relegando la cena nel capitolo delle “iniziative” che riguardano me che le ho vissute, ma invece bisogna dargli la centralità che merita: è un segno visibile e concreto del Natale, ed esso non lascia mai il mondo come era prima, e poi è la pregustazione di un regno in cui la prigione della materialità è vinta dalla forza dello Spirito.

E questo è il modo con cui i cristiani cambiano la storia: non con la forza delle armi, né col potere della politica o dell’economia, ma con la forza debole del Vangelo vissuto e reso concreto in mezzo agli uomini.

Festa del Battesimo di Gesù




Dal libro del profeta Isaia 42, 1-4. 6-7
Così dice il Signore: «Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni. Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità. Non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra, e le isole attendono il suo insegnamento. Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».

Salmo 28 - Il Signore benedirà il suo popolo con la pace.
Date al Signore, figli di Dio,
date al Signore gloria e potenza.
Date al Signore la gloria del suo nome,
prostratevi al Signore nel suo atrio santo.

La voce del Signore è sopra le acque,
il Signore sulle grandi acque.
La voce del Signore è forza,
la voce del Signore è potenza.

Tuona il Dio della gloria,
nel suo tempio tutti dicono: «Gloria!».
Il Signore è seduto sull’oceano del cielo,
il Signore siede re per sempre.

Dagli Atti degli Apostoli 10, 34-38
In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga. Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti. Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui».

Alleluia, alleluia alleluia.
Si aprirono i cieli e il Padre disse:
«Questi è il mio Figlio amato: ascoltatelo».
Alleluia alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Matteo 3, 13-17
In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».


Commento


Cari fratelli e care sorelle, il vangelo di Matteo appena ascoltato ci parla dei primi passi della vita pubblica di Gesù. Lo abbiamo lasciato bambino, scampato alla persecuzione di Erode, profugo in Egitto, nato in un luogo sconosciuto e periferico. Niente di questa storia ha del portentoso o del grandioso. Tutto è piccolo, semplice e umile. Lo abbiamo visto a Natale: Dio sceglie di nascere in una mangiatoia di animali, eppure tutti quelli che lo visitano, dagli umili pastori ai sapienti Magi venuti dall’oriente, chinano il capo e si sottomettono a lui come al loro Signore. E oggi lo troviamo a chinare lui il capo davanti a Giovanni per ricevere il battesimo in questo suo primo atto, dopo anni di vita normale, in cui si rivela la sua identità e lo scopo della sua venuta.
Dice il vangelo che Gesù “dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui”. E’ Gesù che si muove verso Giovanni, intraprende un viaggio per raggiungere il luogo dove lui stava. E’ la storia del Natale: Dio si fa vicino di sua iniziativa, accorcia le distanze, si incammina dal cielo per giungere fino a noi. È questo il fatto straordinario che si cela dietro l’ordinarietà dei fatti di Betlemme. E’ un fatto inaudito e mai visto che avviene dentro la vita normale di gente comune. È quello che Dio vuole fare con ciascuno di noi. Il vangelo infatti non è storia di gente straordinaria, eroi dello spirito o grandi per nascita o virtù innate. La straordinarietà viene dalla presenza di Dio che si fa così piccolo proprio per entrare nelle nostre umili vite. I cristiani infatti non sono diversi dagli altri, se non per il fatto che accolgono Gesù che vuole nascere nella loro vita, cioè animarla di uno Spirito nuovo e portarla su strade diverse dall’ordinario. A noi chiede solo di sottometterci a lui e accoglierlo come Signore, come fecero i pastori e i Magi.
Giovanni davanti a Gesù che gli si presenta con umiltà per chiedere il battesimo ha una reazione istintiva: “Giovanni però voleva impedirglielo”. Sì è vero lo fa per umiltà, con buona intenzione, ma comunque sia vuole impedire a Gesù di compiere quella che è la sua volontà. A volte anche noi abbiamo una idea bassa di noi stessi, ci sentiamo troppo piccoli per le imprese straordinarie che il Signore ci prospetta. Ci sentiamo umili, indegni e inadeguati per l’ambizione di divenire luce e sale della terra, e anche noi vogliamo impedire a Gesù di compiere attraverso di noi la missione per cui è stato mandato. Gesù esorta Giovanni a “Lasciar fare”, perché si compia ciò per cui lui è venuto sulla terra. Sì, invece di essere cedevoli con il mondo che ci impone i modelli e i comportamenti che egli decide cediamo piuttosto a Gesù. Infatti assai spesso l’uomo dioggi si vanta di vivere all’insegna dell’indipendenza e dell’autonomia e rifiuta di chinare il capo a Gesù per non sottomettersi a nessuno se non a se stesso, ma poi si ritrova schiavo di mille paure e pronto a fare mille compromessi per salvaguardare il proprio benessere e tranquillità. Il mondo lo sa e ci propone di rinunciare alla nostra libertà in cambio della sicurezza di un angoletto tranquillo.
Davanti a questo Gesù ci invita a non lasciar decidere al mondo cosa dobbiamo essere, ma di “Lasciar fare” a lui. Ogni volta che abbiamo accettato questo invito abbiamo sperimentato la forza di un amore che vince ogni paura e libera dalla schiavitù della tristezza e della rassegnazione.
Giovanni lascia fare a Gesù e si sottomette alla sua volontà. Il risultato di questa docilità è che una volta che Gesù è uscito dalle acque i cieli si aprono. Come nel Natale il cielo si è aperto a Betlemme sopra i pastori facendo vedere le moltitudini degli angeli salire e scendere, cioè mettere in comunicazione il mondo degli uomini con quello di Dio, così, di nuovo, il cielo si apre sopra Giovanni e Gesù sulle rive del Giordano. Il cielo non è più impenetrabile e chiuso. Il futuro si apre alla speranza e una nuova prospettiva si profila all’orizzonte dell’umanità. Dio parla con gli uomini, il suo volere non è più nascosto dalle nubi, il mistero è svelato, il volto divino non dà più la morte a chi lo vede, come era nell’Antico testamento, ma ha i tratti miti e umili di Gesù.
Spesso siamo noi stessi a chiudere il cielo che Gesù ha aperto con la sua nascita e manifestazione gloriosa sulle rive del Giordano. Siamo noi a dire che il nostro futuro è segnato, bloccato dalle scelte già fatte, segnato in modo irreversibile da ciò che il mondo ha voluto fare di noi. Da adulto come posso cambiare? La mia vita ormai è fatta. Ma anche a diciotto, venti anni, i giovani vedono il loro futuro bloccato dalla crisi economica, e hanno paura dei rapporti umani importanti perché hanno visto che troppo spesso essi portano, come fosse un destino ineluttabile, alla delusione e al fallimento.
Il vangelo del battesimo di Gesù vene oggi a dirci che no, il futuro non è bloccato e il cielo è aperto sopra di noi. Persino a Nicodemo, che era anziano, Gesù dice che sì, si può rinascere, se si rimane aperti allo Spirito che viene mandato dal Padre. Ed infatti lo Spirito scese su Gesù e inondò il Giordano e tutti quelli che vi si trovavano. A Natale lo Spirito si è diffuso nel mondo. Lo abbiamo avvertito pochi giorni fa qui a Santa Croce quando circa 200 poveri si sono riuniti per festeggiare la nascita del Signore Gesù. Uno spirito che spazza le paure e le incertezze di chi si lascia inondare da lui. Apre una nuova prospettiva, suscita una gioia grande in chi non rimane prigioniero dell’io e delle logiche piccole del protagonismo individuale.
Dio infatti si compiace quando qualcuno si sottomette a Gesù che vuole visitare la sua vita, non resiste e lo lascia fare. Una voce forte scende dal cielo e sovrasta il chiacchiericcio confuso e banale, il vuoto di significato di troppe parole inutili ed esprime la soddisfazione di Dio che vede raggiunto lo scopo della sua lunga storia di compagnia all’umanità: riuscire a stare con l’uomo, essere accolto come suo compagno e Signore.
Dopo le feste che si sono appena concluse, forse con un po’ di frastuono e confusione eccessivi questa è la prospettiva che si apre per il tempo che viene: far spazio nella nostra vita a Dio che è venuto per stare con noi e aprire il cielo chiuso dell’incomunicabilità e della chiusura a lui. Se lo faremo nella quotidianità della vita gusteremo anche noi quel compiacimento di Dio, gioia autentica e non passeggera, felicità di una vita libera dalle paure e riempita dall’amore di Dio.

Preghiere


O Signore Gesù che ti sei manifestato sulle rive del Giordano come il Figlio amato di Dio aiutaci ad accoglierti come Signore della nostra vita, perché seguendo il tuo esempio diveniamo anche noi miti e umili di cuore.
Noi ti preghiamo


Fa’ o Signore che siano vinti il nostro orgoglio e le resistenze del nostro cuore, perché con docilità accogliamo la tua parola e la mettiamo in pratica.
Noi ti preghiamo


O Dio del cielo, fa’ che i cieli si aprano sul capo dei tanti popoli che soffrono per la guerra e la violenza e l’angelo della pace annunci presto la fine di ogni conflitto.
Noi ti preghiamo


O Gesù che sei venuto per incontrare ognuno di noi da vicino aiutaci a non fuggire le occasioni che tu ci dai di conoscerti amico e fratello. Fa’ che ti riconosciamo quando ci parli nel Vangelo e ci suggerisci il bene da compiere.
Noi ti preghiamo


Guida e proteggi o Signore ogni uomo che rinuncia a fare il proprio interesse per cercare il vantaggio degli altri. Ispiraci le azioni buone perché le possiamo compiere.
Noi ti preghiamo


Consola o Padre di eterna bontà tutti coloro che sono nel dolore: i malati, i sofferenti, chi è senza casa e famiglia, i prigionieri, gli afflitti dalla violenza e dalla guerra. Dona guarigione e salvezza al mondo intero.
Noi ti preghiamo.


Fa’ o Padre buono che ogni uomo sia raggiunto dalla notizia della tua nascita. Perché il Vangelo di Natale sia annunciato a tutti e susciti in ciascuno la gioia sincera dell’incontro col Salvatore della propria vita.
Noi ti preghiamo


Proteggi o Dio tutti i cristiani che ovunque nel mondo sono perseguitati e soffrono per la violenza: in Irak, Egitto, India, Indonesia, Pakistan. Fa’ che presto il tuo nome sia ovunque amato e rispettato.
Noi ti preghiamo

giovedì 6 gennaio 2011

Cena di Natale - 4 gennaio 2011









Giovedì 06 Gennaio 2011

di LUCILLA PICCIONI

I banchi della chiesa di Santa Croce, a Largo Mazzancolli, hanno fatto posto ai tavoli da pranzo. Tovaglie rosse e stoviglie natalizie per far festa insieme, per condividere davvero lo spirito del Natale.
A tavola si sono sedute 200 persone, quelle che ogni settimana vanno in parrocchia per ricevere il pacco con dentro il cibo grazie al quale riescono a tirare avanti. Non si tratta solo di persone che hanno perso il lavoro ci sono anche molti anziani, quasi una trentina, che vivono nel centro storico e che con la loro pensione minima devono mantenere i figli e qualche volta anche i nipoti.



È il caso della signora ultranovantenne che nonostante l’età non può permettersi di pensare solo a se stessa: ha ancora in casa due figli e nessuno dei due è riuscito a trovare un lavoro. «La conosciamo da anni è una persona splendida ma purtroppo vive tra mille difficoltà», spiega il parroco di Santa Croce don Roberto Cherubini. Quello dell’anziana signora non è un caso isolato perché con la crisi spesso la pensione è l’unica entrata in famiglia. Succede anche in un paesino del ternano dove il nonno sostiene un famiglia con sette figli in cui il padre è bracciante agricolo stagionale. A Santa Croce si rivolgono non solo i parrocchiani ma anche persone che vivono nei paesi del ternano. «Si è sparsa la voce e la gente arriva a frotte», dicono i volontari. A cena l’altra sera c’erano anche due famiglie musulmane. Per loro menù a parte ma stesso calore e condivisione. Alla porta della parrocchia di Santa Croce bussano anche parecchie badanti. «Lavorano a Terni per sostenere le famiglie che si trovano nei loro paesi di origine quello che riescono a risparmiare lo mandano a casa. Spesso hanno storie terribili ed anche se in realtà hanno un tetto e cibo assicurato vengono sostenute ugualmente.
Il pacco della parrocchia, che si ritira il mercoledì pomeriggio, è l’unico sostentamento anche per una decina di ragazzi nessuno dei quali supera i venti anni che vivono sotto i ponti ternani. «Non ce ne accorgiamo della loro presenza anche se ci passiamo sopra. Loro stanno li, sotto ponte Allende, ponte Carrara», spiega Don Roberto. Le volontarie che collaborano in parrocchia sono attente a preparare per questi ragazzi pacchi particolari che non contengano cibi che vanno cucinati. «Solo cose pronte, scatolette, succhi di frutta, niente pasta o riso», spiegano.
La festa di Natale è stata possibile grazie alla solidarietà di tanti: i ternani che ogni mese riempiono senza lesinare i carrelli delle collette alimentari che vengono organizzate nei supermercati, i ristoratori delle vie che circondano santa Croce che hanno preparato le varie portate della cena ed offerto il vino, la Carit e la cassa di Risparmio dell’Aquila.
«Devo dire che non abbiamo dovuto penare per raccogliere cibo e solidarietà. La gente ormai ci conosce, si fida e se può aiuta. Anche questo per noi è importante creare sinergia e solidarietà vera», dice don Roberto.






II domenica del tempo di Natale




Dal libro del Siràcide 24,1-4.8-12
La sapienza fa il proprio elogio, in Dio trova il proprio vanto, in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria. Nell'assemblea dell'Altissimo apre la bocca, dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria, in mezzo al suo popolo viene esaltata, nella santa assemblea viene ammirata, nella moltitudine degli eletti trova la sua lode e tra i benedetti è benedetta, mentre dice: «Allora il creatore dell'universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: "Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele, affonda le tue radici tra i miei eletti" . Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato, per tutta l'eternità non verrò meno. Nella tenda santa davanti a lui ho officiato e così mi sono stabilita in Sion. Nella città che egli ama mi ha fatto abitare e in Gerusalemme è il mio potere. Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità, nell'assemblea dei santi ho preso dimora».

Salmo 147 Il Verbo si è fatto carne e abita in mezzo a noi.
Celebra il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.

Egli mette pace nei tuoi confini
e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio:
la sua parola corre veloce.

Annuncia a Giacobbe la sua parola,
i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun'altra nazione,
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini. 1, 3-6. 15-18
Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d'amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. Perciò anch'io Paolo, avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell'amore che avete verso tutti i santi, continuamente rendo grazie per voi ricordandovi nelle mie preghiere, affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi.

Alleluia, alleluia, alleluia.
Gloria a te, o Cristo, annunziato a tutte le genti;
gloria a te, o Cristo, creduto nel mondo.
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Giovanni 1,1-18
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me».Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

Commento

Cari fratelli e care sorelle, torna a risuonare l’annuncio del Natale, come anche dicevamo ieri, e ci viene ripetuto a breve distanza dalla notte in cui il Signore Gesù è nato per la nostra salvezza. Non è inutile questa insistenza della Liturgia perché è facile che noi lo consideriamo un evento scontato e banale e lo accantoniamo con la stessa facilità con cui passiamo da un programma all’altro della televisione.
Il prologo di Giovanni che abbiamo ascoltato sottolinea fin dal suo esordio come all’inizio di tutto ci sia una Parola. Sì, la vita del mondo, di tutte le cose, nasce dal desiderio di Dio di comunicare, di non restare chiuso in se stesso, ma di aprirsi alla conoscenza. Conoscere e farsi conoscere dagli altri è presentata da Giovanni come l’essenza di Dio, il tratto caratteristico dominante di tutto il suo essere. E in fondo tutta la storia dell’umanità può essere letta come un progressivo e continuo farsi conoscere di Dio agli uomini, attraverso la storia, gli eventi, le parole, i fatti. Dio non sta nascosto, non si avvolge di mistero per rimanere sconosciuto, ma è la nostra miopia, la piccolezza della nostra prospettiva che ce lo rendono a volte lontano e inarrivabile. E il Natale in questo progressivo avvicinamento rappresenta una tappa decisiva: non solo Dio partecipa della vita degli uomini, ne ha compassione e si fa influenzare profondamente dalle sue vicende, ma ora diventa così vicino da farsi vedere, toccare, ascoltare.
Non sempre però le vicinanza di qualcuno alla nostra vita è un fatto accettato con gioia. Anzi i rapporti sempre più tendono ad escludere l’altro, accettato solo nel ruolo di comparsa sbiadita o di destinatario dei nostri sfoghi ed esibizioni di sé. Si fugge l’incontro con chi pretende di essere significativo, di avere un ruolo decisivo nel rapporto con me, di chi non si fa schiacciare nel ruolo di un oggetto da usare e gettare alla prima occasione. Ma Dio scende dal cielo e si fa uomo non certo per essere un oggetto di consumo, per confermarci nel pretendere di essere sempre al centro dell’attenzione e delle situazioni. Per questo Gesù il più delle volte è rifiutato. “Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto.
Eppure c’è qualcuno che lo ha ascoltato riconoscendo in lui ciò che poteva dare luce e senso alla propria vita. L’apostolo Giovanni parla del battista come colui che: “venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.” Giovanni il battista seppe riconoscere di non essere lui la luce di se stesso, ma di dover indicare anche agli altri da dove aveva ricevuto la luce capace di orientare la sua vita, di darle un senso e una rilevanza non solo più per se stesso e basta, ma per folle di persone. Quella luce è Gesù, la Parola che si è fatta carne della nostra carne per essere più credibile e accettabile da tutti.
E a chi accoglie Dio nel suo sforzo di comunicare con noi, di parlarci e di significare qualcosa di importante per noi, dice l’evangelista Giovanni, riceve il potere di diventare figlio di Dio.
Ma come, ci chiediamo, non sono tutti gli uomini figli di Dio. Lo si dice come qualcosa di ovvio: “siamo tutti figli di Dio.” Il Vangelo però smentisce questa idea scontata e sottolinea come si diventa figli per scelta. Innanzitutto per scelta di Dio che si china su di noi, come un adulto fa per parlare con un bambino piccolo, annullando distanze abissali e differenze incolmabili, adottandoci come suoi figli. Ma poi anche per la scelta di chi accetta di farsi adottare e si sottomette alla paternità di un Dio buono ed esigente desideroso non di coccolarci come bambini viziati che vogliono essere sempre messi al centro dell’attenzione, ma come figli che devono crescere mettendo al centro lui e i fratelli.
E’ questo la dignità più grande a cui possiamo aspirare: essere figli di Dio, per sua scelta e per mia scelta, per un comune andarsi incontro che realizza oggi quell’incontro che all’inizio della storia, con la creazione, Dio ha desiderato e cercato.
Cari fratelli e care sorelle a Natale nasce il Signore Gesù, ma nasciamo anche noi, di nuovo, per divenire suoi figli. Non è naturale né scontato, ma è sempre il frutto di una scelta. La scelta di non essere figli di sangue né di carne, cioè di come siamo “naturalmente” figli della cultura e della situazione in cui nasciamo, ma figli della scelta che Dio ha fatto su di noi di amarci e farsi amare.

Maria Madre di Dio - 1 gennaio 2011



Dal libro dei Numeri 6,22-27
Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla ad Aronne e ai suoi figli dicendo: “Così benedirete gli Israeliti: direte loro: Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò».

Salmo 66 - Dio abbia pietà di noi e ci benedica.
Dio abbia pietà di noi e ci benedica,
su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via,
la tua salvezza fra tutte le genti.

Gioiscano le nazioni e si rallegrino, +
perché tu giudichi i popoli con rettitudine,
governi le nazioni sulla terra.

Ti lodino i popoli, o Dio,
ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano
tutti i confini della terra.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Galati 4,4-7
Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio.

Alleluia, alleluia, alleluia.
Dio ha parlato ai padri per mezzo dei profeti;
oggi parla a noi per mezzo del Figlio.
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 2,16-21
Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: "Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere". I pastori andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.


Commento


Cari fratelli e care sorelle, diverse volte in questi giorni abbiamo sentito risuonare l’annuncio della nascita del Signore. La notte di natale e poi il giorno successivo, e la domenica seguente. Ogni anno è così, questo annuncio si ripete, sempre uguale. Alle nostre orecchie rischia di diventare un ritornello ormai vuoto, una banalità che per avere rilevanza deve essere riempita di consumismo ed euforia per darci un po’ di gioia.
E’ la sorte alla quale spesso ai nostri giorni vanno incontro le parole.
Svuotate del loro significato profondo diventano vuote, dei simulacri inutili che non hanno più sostanza al loro interno. Pensiamo alle parole consumate dall’abuso che se ne fa in televisione, o nella pubblicità, le parole che sono prese dalla politica e stravolte.
Le parole sembrano sempre meno utili a comunicare, si è diffidenti delle parole, le si usano per ingannare o per mascherare il vuoto, ecc…
Troppo spesso le parole sono usate oggi più per allontanare gli altri che per avvicinarli a noi. Ed ecco che allora anche l’annuncio di Natale diventa una parola vuota che ci richiama immagini e concetti che non hanno nulla a che vedere con la nascita di Gesù e neppure con il contesto in cui essa avvenne.
Eppure i pastori nella notte di Betlemme diedero fiducia alla parola degli angeli e andarono a vedere cosa era accaduto. Nel buio del disorientamento e della paura, nelle tenebre che separano l’uno dall’altro come ombre che non hanno consistenza né personalità, è una parola, la Parola di Dio, che viene a illuminare la vita. E’ quello che sperimentiamo anche noi ogni volta che apriamo la Bibbia e ascoltiamo Dio che ci parla. Le sue parole non ingannano né nascondono la realtà, anzi la illuminano e portano uno squarcio di chiarezza nella confusione e nel disorientamento. Sono parole vere che parlano di noi e della vita senza finzioni. Chiama le cose col loro vero nome: il peccato è peccato e non uno sbaglio involontario; la gioia è gioia e non una soddisfazione passeggera; la vita è vita eterna, vita vera, vita senza fine e non vissuta alla meno peggio. Quante volte lo abbiamo sentito, abbiamo avvertito che quelle parole parlavano proprio di me, perfino conoscendomi meglio di me. Ma soprattutto sono parole che, come nella notte di Betlemme, che indicano una strada e aprono una prospettiva di una nuova vita che nasce. Questo significa Natale, parola troppo preziosa perché la lasciamo contaminare e svilire: una nuova vita nasce in chi si fida dell’annuncio dell’angelo.
Oggi anche noi, assieme ai pastori, siamo portati a fidarci, come bambini, delle parole dell’angelo che Dio vuole far giungere a noi. E andando ci accorgiamo che veramente quelle cose dette sono realtà: “I pastori andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia.”
Sì, chi si fida della parola di Dio non cade in inganno e trova realizzato quello che essa annuncia, basta fidarsi e farsi guidare da lei. Ma noi preferiamo diffidare, abbiamo paura di una parola che illumina con una luce così forte che non lascia zone d’ombra nelle quali nascondersi e non permette di trafficare al buio ingannando se stessi e gli altri.
Quello che Dio dice è parola efficace: se viene accolta diventa vita vera. Pensiamo alle beatitudini o ai paradossi delle parabole di Gesù: sembrano assurdità, ma se solo proviamo a fidarci un po’ scopriamo tutta la forza vera che hanno quelle intuizioni ingenue da bambino.
E i pastori dopo aver incontrato la Parola che si è fatta carne sentono la necessità di riferire a loro volta le parole che hanno sentito e visto. Diventano cioè annunciatori del Vangelo di Natale: è una gioia troppo grande per potersela tenere solo per sé: qualcuno è nato, qualcosa di nuovo nasce nella vita di ognuno.
Fratelli e sorelle, chiediamoci oggi davanti alle Parole di Natale che abbiamo ascoltato oggi di nuovo, quale gioia io comunico agli altri? C’è un messaggio di bene, di felicità, di novità che sento così forte dentro me tanto da volerlo comunicare a mia volta?
Se questo non è vuol dire che il Natale è passato invano, è una data del calendario che si ripete senza significato.
Dobbiamo fare come Maria. Il vangelo dice che “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.” Sì, la madre di Gesù, il figlio di Dio, vede quelle cose straordinarie che accadono, ascolta le parole degli angeli e le acclamazioni di gioia dei pastori. Osserverà l’umile sottomissione dei Magi venuti da lontano. Ma tutte queste cose non sono vissute da lei e poi subito dimenticate. C’è bisogno che facciamo scendere nel cuore l’annuncio del Natale, perché vi rimanga. Ma spesso il nostro cuore è troppo pieno di altro e non ha spazio per il Natale, per l’annuncio degli angeli che la Parola di Dio ci fa ascoltare ogni domenica, per le visioni di bene che ci suggeriscono. I nostri occhi, le nostre orecchie, il nostro cuore sono troppo pieni di rumore, di immagini confuse, di pensieri e preoccupazioni inutili, tanto da non lasciare spazio alla gioia di qualcosa di nuovo che nasce. Per questo poi, davanti alle difficoltà della vita, non sappiamo dove trovare le parole e le risposte alle domande difficili, perché il nostro cuore è pieno di ciarpame, cose inutili che lo ingombrano.
C’è bisogno di fare un po’ di silenzio nel frastuono, di vedere con chiarezza le immagini del natale, di tenere vive la parole dell’angelo: “Ecco, è nato per voi un Salvatore” e la gioia e la pace del Natale non passerà con le feste del calendario ma resterà dentro e attorno a noi.


Preghiere


O Signore Gesù che ti mostri a noi bambino piccolo e indifeso, aiutaci a non avere paura della nostra debolezza e fragilità ma a confidare nel tuo aiuto per essere forti nell’amore e invincibili nella carità.
Noi ti preghiamo



O Dio Padre del cielo che ci hai mandato l’angelo della tua Parola ad annunciare la nascita del Salvatore, fa’ che ascoltiamo la sua voce e come bambini ci fidiamo di essa.
Noi ti preghiamo



Ti ringraziamo o Dio perché non ci fai mancare mai la tua Parola che in questa casa risuona forte e ci illumina e scalda il cuore. Aiutaci a tenerla viva dentro di noi come un tesoro a cui attingere ogni giorno.
Noi ti preghiamo



Come Maria, o Signore, fa’ che sappiamo vincere il rumore che riempie i nostri cuori e la confusione che li disorienta, per far spazio all’annuncio del Natale e alla gioia di una vita nuova che nasce dentro di noi.
Noi ti preghiamo



In questo primo giorno dell’anno ti preghiamo o Dio, dona la pace al mondo intero, riempi ogni terra dell’annuncio gioioso della fine della violenza, fa’ regnare la riconciliazione nella vita dei popoli e delle nazioni.
Noi ti preghiamo



Ti preghiamo o Padre misericordioso di benedire le nostre vite, quelle dei nostri cari, amici e parenti, quelle dei poveri, quelle di chi sta accanto a loro, perché questo anno che viene sia per loro colmo dei doni della tua misericordia e del tuo perdono.
Noi ti preghiamo.



Proteggi o Padre tutti i tuoi figli ovunque dispersi, specialmente coloro che soffrono per la persecuzione e la violenza: in Nigeria, in India, in Pakistan, in Terra Santa, in Indonesia e ovunque il tuo nome è ferito dalla mancanza di libertà e pace.
Noi ti preghiamo



Proteggi sempre o Padre misericordioso coloro che vivono e annunciano il Vangelo di Natale: fa’ che la nascita del bambino di Betlemme riempia le loro parole e le loro azioni della forza del suo amore.
Noi ti preghiamo

Festa della Santa Famiglia - 26 dicembre 2010




Dal libro di Siracide 3, 3-7.14-17
Il Signore ha glorificato il padre al di sopra dei figli e ha stabilito il diritto della madre sulla prole. Chi onora il padre espìa i peccati e li eviterà e la sua preghiera quotidiana sarà esaudita. Chi onora sua madre è come chi accumula tesori. Chi onora il padre avrà gioia dai propri figli e sarà esaudito nel giorno della sua preghiera. Chi glorifica il padre vivrà a lungo, chi obbedisce al Signore darà consolazione alla madre. Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita. Sii indulgente, anche se perde il senno, e non disprezzarlo, mentre tu sei nel pieno vigore. L’opera buona verso il padre non sarà dimenticata, otterrà il perdono dei peccati, rinnoverà la tua casa.

Salmo 127 - Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie.
Beato chi teme il Signore
e cammina nelle sue vie.
Della fatica delle tue mani ti nutrirai,
sarai felice e avrai ogni bene.

La tua sposa come vite feconda
nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo
intorno alla tua mensa.

Ecco com’è benedetto +
l’uomo che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion.
Possa tu vedere il bene di Gerusalemme
tutti i giorni della tua vita!

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi 3, 12-21
Fratelli, scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie! La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre. Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore. Voi, mariti, amate le vostre mogli e non trattatele con durezza. Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino.

Alleluia, alleluia, alleluia.
La pace di Cristo regni nei vostri cuori;
la parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza.
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Matteo 2, 13-15. 19-23
I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».



Commento



Cari fratelli e care sorelle, appena ieri è risuonato in questa casa forte l’annuncio della nascita del Signore Gesù. Abbiamo contemplato il piccolo bambino Gesù e, con le parole dell’apostolo Giovanni, abbiamo detto che siamo chiamati ad accoglierlo nella nostra vita e a farci figli di quel bambino: “A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio”. È quello che fecero le persone che al momento della sua nascita attorniavano il bambino Gesù: i pastori, i quali andarono a vedere quel segno di cui aveva loro parlato l’angelo dicendo che era nato il Salvatore, il Signore sotto la cui protezione avrebbero messo la loro vita. Una volta vistolo i pastori se ne tornarono felici e riportarono la notizia di ciò che era avvenuto in quella notte santa.
Ma poi, poco dopo, erano giunti anche i Magi dall’oriente, persone importanti, cercatori della verità, e anch’essi si erano prostrati davanti al bambino adorando in lui il Signore della loro vita capaci di dare la risposta alle loro domande.
Ma cosa vuol dire adorare il Signore, sottomettersi alla sua Signoria, riconoscersi parte di un popolo guidato da quel bambino che tutto sembra fuorché un potente ?
L’apostolo Paolo scrivendo ai cristiani di Colossi ci aiuta a rispondere a questa domanda che chi si pone in modo pensoso e non superficiale davanti al presepe non può far a meno di farsi. Sì in quella grotta, davanti a quella mangiatoia nasce una nuovo popolo che però è retto e organizzato non in base alle regole dei poteri di questo mondo. Non si basa sull’arroganza del più forte o sulla paura della punizione, né sulla forza delle armi o dell’economia, come avviene normalmente fra i popoli della terra. No, quel popolo è descritto da Paolo come una famiglia formata da tutti coloro che si sottomettono al bambino. Vengono annientate in un solo colpo le differenza sociali, di cultura e provenienza (i pastori sono uguali ai Magi), tutti diventano figli di quel piccolo, fratelli e sorelle fra loro.
Paolo delinea i tratti del rapporto che lega coloro che accettano di entrare a far parte di questa famiglia: “rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri” e sottolinea con altrettanta forza come non la carne né il sangue l’hanno generata, né convenienze o convenzioni, ma la condiscendenza infinita di Dio che si è fatto piccolo come noi per innalzare la nostra piccolezza vicino a Dio: “Fratelli, scelti da Dio, santi e amati … il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi.
Allora possiamo ben dire che a Natale non solo nasce Gesù, ma con lui nasce una nuova famiglia che lega tutti gli uomini e le donne che a lui si sottomettono: la Famiglia Santa dei discepoli e dei poveri di cui oggi la Chiesa fa memoria.
Infatti Joseph Ratzinger, quando era ancora solamente un professore, scrisse nel 1960 in un suo libro come Gesù utilizzi il termine fratelli, oltre ovviamente al senso letterale di “figli degli stessi genitori”, solo per indicare coloro che sono interni alla sua prima comunità, quelli della cerchia più intima, i seguaci più stretti, e lo usa appunto solamente quando parla dei discepoli (Mt 12, 47-50; Mt 23, 8; Lc 22, 32; Gv 20, 17; Gv 21, 33) e dei poveri (Mt 25, 40, 45 : “ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me”).
Maria e Giuseppe avevano ben capito questa realtà nuova di una famiglia non più regolata in base alle convenzione e le tradizioni sociali. Fin da prima della nascita di Gesù entrambi sono invitati dall’angelo ad accogliere questa nuova realtà che stavano per vivere senza voler imporre a quella nuova famiglia che strava per nascere gli schemi banali del mondo: a Maria viene donato un figlio senza conoscere uomo, a Giuseppe è proposto di non rifiutare Maria anche se incinta prima del matrimonio. E la grandezza dei due sposi, che sono i primi due a entrare a fra parte della grande famiglia dei discepoli di Gesù, sta proprio in questo lasciarsi modellare la vita dalla volontà di Dio, anche se sembra così lontana dalla normalità degli usi consueti.
Anche a noi fratelli e sorelle, è proposto di diventare membri di questo nuovo popolo-famiglia che nasce a Natale. Non si tratta di iscriversi ad un’organizzazione, né di aderire a ideali e valori, ma, come dice S. Paolo, di fondare la propria vita sulla coscienza di essere stati amati noi per primi da Dio, tanto da far nascere il suo Figlio nel mondo, e di essere stati chiamati a ricambiare lo stesso amore, umile e pieno di misericordia, verso gli altri, resi nostri veri fratelli e vere sorelle dall’unica paternità del Signore Gesù che abbiamo in comune.
Questo non è scontato né banale, perché il mondo non sopporto la rivoluzione dei suoi schemi e vuole far morire il bambino che è appena nato a Natale. E lo fa bene, ad esempio, mistificando questa festa e facendone l’occasione per riaffermare che è mio parente solo quello che ha il mio sangue. Lo vediamo nel racconto dell’evangelista Matteo, ma lo vediamo anche ogni giorno nella nostra vita. La cultura, l’organizzazione sociale, le tradizioni, le abitudini scontate del vivere quotidiano, tutto ci dice che non è vero, che la vera famiglia è quella di sangue, allargata al massimo a quelli che mi sono utili, che solo di quella ci dobbiamo occupare, che gli altri sono estranei e nemici, che dobbiamo difenderci e diffidare da essi. Altro che misericordia, altro che “tenerezza, bontà, umiltà, mansuetudine, magnanimità, perdono” di cui parla S. Paolo, bisogna difendersi.
Fratelli e sorelle, non ci sottomettiamo alla legge spietata del mondo, sottomettiamoci al Signore capo famiglia di un nuovo popolo, mettiamo al centro non chi ci porta vantaggi e convenienze, ma chi è più bisognoso e piccolo, cerchiamo l’interesse della famiglia dei fratelli di quel Signore, cioè i discepoli e i poveri, e saremo rivestiti di quella forza invincibile che i pastori e i Magi intuirono e seppero adorare nel bambino di Betlemme. Erode ancora oggi cerca quel bambino per eliminarlo, perché non sopporta che ad esso e non a lui si sottomettano le persone, ma ieri in cattedrale e il 4 gennaio qui da noi Erode è sconfitto: si raduna la vera famiglia di Dio, quella dei poveri e dei loro umili servitori, riunita dal suo amore e compassione, quella benedetta e resa santa dal farsi piccoli, sognatori di un mondo nuovo.


Preghiere



O Signore Gesù accoglici nella tua famiglia degli umili e dei poveri, perché possiamo essere protetti dalla tua Signoria e, sottomessi al tuo amore infinito, accettiamo con gioia di vivere secondo la tua volontà.
Noi ti preghiamo



Cancella o Gesù il nostro orgoglio e la nostra arroganza, perché davanti a te piccolo e umile Bambino chiniamo il capo come i pastori ed i Magi adorando il Signore della nostra vita
Noi ti preghiamo



Ti ringraziamo o Dio del cielo perché ci indichi in Maria e Giuseppe l’esempio di chi si seppe sottomettere alla tua volontà, rifiutando di imporre la propria.
Noi ti preghiamo



Aiutaci sempre o Signore Gesù a non far vincere nelle nostre scelte ciò che le tradizioni del mondo e le abitudini ci fanno sembrare normale e scontato, ma di cercare in ogni occasione di sottometterci ai tuoi disegni buoni per noi e per il mondo.
Noi ti preghiamo



In questo Santo Natale aiutaci o Signore Gesù a far entrare nelle nostre vite la luce che vieni a portare nel mondo, perché le tenebre dell’odio e della violenza siano sconfitte per sempre.
Noi ti preghiamo



Ti ringraziamo o Padre del cielo per il dono che ogni anno rinnovi della tua Parola che ci parla e ci guida nella nostra vita. Fa’ che la ascoltiamo con sottomissione e cuore aperto.
Noi ti preghiamo.



Nel freddo di questo inverno proteggi o Signore tutti coloro che soffrono: i malati, i bisognosi, chi è senza casa e protezione, i prigionieri. Dona ad essi la consolazione della tua famiglia.
Noi ti preghiamo



Guida e scalda i cuori dei tuoi discepoli perché ovunque essi siano portino con entusiasmo l’annuncio del vangelo della tua nascita fra di noi.
Noi ti preghiamo

giovedì 23 dicembre 2010

Giorno del Natale del Signore



Dal libro del profeta Isaia 52,7-10
Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio». Una voce! Le tue sentinelle alzano la voce, insieme esultano, poiché vedono con gli occhi il ritorno del Signore a Sion. Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme. Il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutte le nazioni; tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio.

Salmo 97 - Tutta la terra ha veduto la salvezza del nostro Dio.

Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo.

Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d’Israele.

Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni!

Cantate inni al Signore con la cetra,
con la cetra e al suono di strumenti a corde;
con le trombe e al suono del corno
acclamate davanti al re, il Signore.

Dalla lettera agli Ebrei 1,1-6
Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo. Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell’alto dei cieli, divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato. Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato»? e ancora: «Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio»? Quando invece introduce il primogenito nel mondo, dice: «Lo adorino tutti gli angeli di Dio».

Alleluia, alleluia, alleluia.
Un giorno santo è spuntato per noi:
venite tutti ad adorare il Signore;
oggi una splendida luce è discesa sulla terra.
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Giovanni 1,1-18
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.


Commento


Cari fratelli e care sorelle, questa notte il buio del mondo è stato squarciato da un fascio di luce che ha radunato i pastori che vegliavano le loro greggi. Nel cielo senza stelle gli angeli hanno indicato da dove veniva quella luce che indicava una prospettiva e una speranza a quegli uomini oppressi dall’oscurità. I pastori, ci dice il Vangelo, alla vista di quel chiarore e dell’angelo furono presi da timore, perché al buio si fa facilmente l’abitudine e si finisce per amarlo. Anche noi troppo spesso ci siamo abituati ad un modo di vivere al buio, dove il volto dell’altro è irriconoscibili e rende ciascuno un’ombra da cui difendersi e diffidare. È la condizione normale del mondo di oggi, dove ciascuno è lontano dal fratello e dalla sorella, diviso da montagne di ostilità e vallate di paure.


D’altronde anche nel buio ciascuno di noi trova il modo per farsi un po’ di luce: qualche soddisfazione passeggera, l’esaltazione di un momento di successo, la prospettiva di un po’ di benessere. Ma, ci dice Giovanni, quella notte “veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.” Sì, abbiamo bisogno non di un lampo passeggero che illumina e poi svanisce, ma della luce vera, che non passa e non si spegne. E’ il Signore Gesù che nasce, e la sua Parola resta fra di noi e nasce ogni volta che viene proclamata e annunciata e porta la luce e il calore che dissipa il buio e scalda i cuori in modo duraturo.


Ma, come dicevo, spesso noi siamo abituati al buio e ci sembra di starci più comodi. Ci siamo adattati ad esso e una luce troppo forte abbaglia gli occhi miopi di gente che vuol vedere solo vicino. E’ il rifiuto della novità, di guardare con luce nuova il volto di chi ci sta accanto, di gettare lo sguardo sull’orizzonte largo di un mondo che preferiamo ignorare.


Nel buio, si sa, i confini delle cose sono meno definiti, i contrasti si attutiscono e ciascuno può costruirsi la realtà, poco visibile, un po’ come gli fa più comodo.


I rapporti, le domande, le decisioni sono un po’ tutte modellate sulle nostre esigenze, tanto nessuno può avere da ridire. Il Vangelo invece getta un fascio di luce e rende i contorni della realtà nitidi: le persone sono persone e non sagome indefinite, i loro bisogni emergono nella loro concretezza e non sono solo generici stati d’animo, le nostre azioni risaltano nella loro cruda realtà, senza ombre a nasconderne i tratti meno nobili. Per questo la luce non ci piace. Il vangelo infatti nella sua concretezza e verità mette a nudo la nostra umanità con i suoi aspetti meno piacevoli, le durezze e i compromessi.


Il Vangelo allora ci pone davanti alla necessità di scegliere: o accettarlo e farci mettere in discussione da lui, o rifiutarlo e restare nel buio di una vita giocata tutta fra sé e sé. Giovanni infatti dice: “Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto.” Non è scontato accettare che a Natale anche per me nasce una domanda, una parola nuova che mi chiede di guadare con occhi nuovi al mondo e di lavorare perché sia migliore. Abbiamo mille modi per giustificare il nostro rifiuto: a Natale si è molto occupati da tanti impegni, si è occupati dai regali e concentrati sulle tradizioni da rispettare, e guai a spostare l’attenzione su qualcosa di nuovo che chiede di nascere anche in te.


E finito il Natale, come una ubriacatura passeggera, torniamo a brancolare nel buio della vita ordinaria, a procedere a tastoni, a urtarci e farci male l’un l’altro, a non riconoscere il volto del vicino, anzi ad averne paura.


Ma oggi, Natale del Signore, sì, la luce ci rischiara lo sguardo e chiediamoci davanti al chiarore della nascita di Gesù: vale la pena vivere così, con la stanca ripetitività di riti vuoti di conservazione del buio? O non vale la pena, piuttosto, una buona volta, di farsi inondare dalla luce del Vangelo e accettare di guardare sé e il mondo illuminati da Parole che non solo ce li mostrano come veramente sono, ma ci fanno intravedere dietro di essi come potrebbero essere, migliori, più umani? E’ la prospettiva di accogliere quel bambino e divenirne figli: “A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.” Sì paradossalmente possiamo divenire figli di quel bimbo, della sua ingenuità fanciullesca che è fiducia in un futuro da costruire con gli altri, migliore e più umano. Figli di una vulnerabilità bambina che si fa toccare dal dolore dei poveri e dal grido dei disperati e si fa loro compagna. Scopriremo che è bello vivere nella luce del Vangelo perché essa scalda e illumina i cuori, fa riconoscere nel volto dell’altro il fratello e la sorella, dona il coraggio e la fiducia per non rassegnarci al buio dell’oggi. Cogliamo l’occasione del Natale, non trascuriamolo, divenendo figli ci scopriremo più forti e più felici.


Preghiere



O Signore Gesù che sei nato nel buio della notte per portare la luce del tuo amore all’umanità, illumina anche noi, perché sappiamo seguire il tuo esempio e mettere in pratica il Vangelo.
Noi ti preghiamo



Scalda il nostro cuore o Dio perché sappiamo accogliere il tuo figlio unigenito e accettiamo di farci figli di un bambino, divenendo ingenui nell’amore e vulnerabili nella compassione per chi è povero.
Noi ti preghiamo


O Signore Gesù ti preghiamo per questo nostro mondo immerso nelle tenebre della violenza e dell’odio e oscurato da dense nubi di indifferenza e ostilità. Fa’ che la tua venuta dissipi il buio e faccia risplendere in ogni luogo la luce del Vangelo di pace e di amore.
Noi ti preghiamo


Non guardare o Dio alla nostra tiepidezza e al poco amore, ma vieni e visita la nostra vita perché diveniamo tuoi figli e discepoli del Vangelo.
Noi ti preghiamo


Proteggi con amore o Signore Gesù tutti quelli che come te soffrono per il freddo della notte: guarda con amore a chi non ha casa e famiglia, a chi è solo e senza speranza, a chi è nel dolore per la malattia e la miseria.
Noi ti preghiamo


Libera o Padre onnipotente chi è prigioniero della violenza e schiavo dell’odio, perché la mano non si alzi più contro il fratello e la sorella, ma impari ad aprirsi in gesti di generosità.
Noi ti preghiamo.

Liturgia della notte di Natale

Dal libro del profeta Isaia 9,1-6
Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda. Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle sue spalle, e il bastone del suo aguzzino, come nel giorno di Màdian. Perché ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati, dati in pasto al fuoco. Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace. Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul suo regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e per sempre. Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.

Salmo 95 - Oggi è nato per noi il Salvatore.

Cantate al Signore un canto nuovo, +
cantate al Signore, uomini di tutta la terra.
Cantate al Signore, benedite il suo nome.

Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza. +
In mezzo alle genti narrate la sua gloria,
a tutti i popoli dite le sue meraviglie.

Gioiscano i cieli, esulti la terra,
risuoni il mare e quanto racchiude;
sia in festa la campagna e quanto contiene,
acclamino tutti gli alberi della foresta.

Davanti al Signore che viene:
sì, egli viene a giudicare la terra;
giudicherà il mondo con giustizia
e nella sua fedeltà i popoli.

Dalla lettera di san Paolo apostolo a Tito 2,11-14
Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone.

Alleluia, alleluia, alleluia.
Vi annunzio una grande gioia:
oggi vi è nato un Salvatore: Cristo Signore.
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 2,1-14
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».
Commento

Cari fratelli e care sorelle, siamo venuti nel cuore di questa notte uscendo dal caldo delle nostre case per radunarci in questa che è un po’ la nostra seconda casa. Sì, sentiamo questo luogo familiare e non solo perché qui molti di noi vengono da molto tempo, addirittura alcuni fin dalla loro infanzia, ma soprattutto perché è un luogo in cui siamo accolti, ricordati, amati da qualcuno il cui amore fedele ci accompagna da sempre.
Ma allo stesso tempo è un luogo diverso da tutti perché solo qui possiamo ascoltare una parola che non è figlia di questo mondo e ci invita ad alzare lo sguardo da noi stessi verso una visione che ci spiazza e, come tutte le novità, ci turba.
E’ quello che accadde ai pastori che vegliavano all’aperto, come al solito, vicino alle loro greggi. Anche loro, come noi in questa notte, erano avvolti dal buio, quell’oscurità che era il loro normale ambiente di lavoro. Anche noi spesso ci accorgiamo che c’è un buio che avvolge noi e il mondo intero. Buio che disorienta, buio che non fa vedere né capire cosa ci circonda, ma a cui siamo abituati, come i pastori. Per questo ad essi la luce che gli angeli fecero esplodere dal cielo fece una grande paura. Sì, paradossalmente, non è il buio della notte a spaventarli, ma la luce che si accende con l’annuncio dell’angelo.
In fondo lo stesso avviene anche a noi: siamo così abituati al buio del mondo e all’oscurità del suo modo di vivere, all’assenza di luce che in esso ci sentiamo a nostro agio. Abbiamo preso le nostre misure, ci siamo accomodati in un angolo tranquillo, abbiamo imparato a non vedere oltre il nostro piccolo ristretto orizzonte.
Ma in questa notte il Vangelo, come l’angelo ai pastori, ci annuncia che una luce è venuta a rischiarare il buio. Sì il Signore si fa presente nella nostra vita, scende nel mondo scuro e disorientato. Viene a portare una luce che illumini il nostro volto, troppo spesso rabbuiato da un senso pessimista e triste; ci illumina il volto del fratello, che siamo così disabituati a guardare con amore e interesse; porta una fiammata di calore della solidarietà per scaldare il gelo della notte, una scintilla che infiammi i cuori e si propaghi, una visione luminosa per un futuro che ridia speranza.
Ma a noi troppa luce disturba, l’abitudine al buio ce lo fa amare, e la luce del Vangelo ci suscita timore e diffidenza.
Ma l’angelo anche questa notte ci ripete: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore.”
Non temere a mostrare il tuo volto illuminato da una umanità aperta. Non aver paura a guardare il fratello e la sorella come un amico e una sorella. Non temere a sollevare lo sguardo da te stesso per contemplare l’orizzonte grande su cui si disegna l’amore di Dio. La luce, come la stella ai magi, ci indica una strada che porta ad un bambino. Sì, seguendo l’annuncio dell’angelo nella notte vediamo come la luce viene da un bambino. Ma che può fare di importante per noi qualcuno che non è nemmeno in grado di bastare a se stesso, come un lattante?
Noi confidiamo nella forza e nel potere, crediamo che le soluzioni possano arrivare dalla nostra sapienza maturata dall’esperienza, siamo sicuri che chi è aggressivo e arrogante si fa strada: che affidamento possiamo fare in un bambino per uscire dal buio?
E’ il mistero del Natale: Dio per manifestarsi agli uomini ha scelto la veste fragile e indifesa del bambino, ma anche dopo, una volta cresciuto, si è sempre mostrato col volto umile, mite del piccolo e del servo, mai arrogante e violento, ingenuamente pronto a fidarsi del fratello e ad aiutare chi ha bisogno. Quel bambino, dice l’evangelista Luca riprendendo la profezia di Isaia, è un “segno” per noi, cioè qualcosa di concreto e rilevante. Sì il Signore vuole nascere non come un sentimento labile e passeggero, che oggi ci commuove, ma poi svanisce; né come una convinzione, un ideale o un valore, qualcosa di astratto che si impara con l’intelligenza; piuttosto vuole essere un segno concreto e tangibile, un seme che si pianta nel nostro cuore e cresce, come un albero, porta frutti e allarga i rami per accogliere tutti quelli che non hanno dove riposare.
In questa casa noi vogliamo che la nascita del Signore lasci un segno concreto, ci doni un’immagine reale della visione di pace e di bene di cui gli angeli parlarono quella notte. È la cena che raccoglie quanti sono soli e hanno bisogno di una casa e una famiglia per i quali vogliamo noi essere casa e famiglia. Il 4 ci raccoglieremo qui in questa chiesa e ance negli altri ambienti della parrocchia per festeggiare la nascita del Signore che porta luce e calore dove c’è ancora troppo buio e freddo.
Vogliamo allora cogliere questo evento come un segno che porti luce nel mondo, perché dove si fa strada la preoccupazione per gli altri e l’accoglienza a chi ha bisogno il Signore è presente e il buio e il freddo sconfitto.
Preghiere
O Signore Gesù che nasci povero e piccolo non sdegnarti di nascere anche nell’umile mangiatoia della nostra vita, ma vieni e illuminaci con l’ingenuità del tuo amore senza fine.
Noi ti preghiamo

O bambino Gesù illumina e scalda la nostra vita perché troppo buio è questo mondo e oscuro il futuro. Dona a tutti il coraggio di farsi amare da te e di seguirti sulla via di una vita buona e piena di mitezza.
Noi ti preghiamo
Ti ringraziamo o Padre del cielo, perché hai mandato il tuo Figlio unigenito per ricondurre a te tutta l’umanità. Fa’ che inteneriamo il nostro cuore davanti alla debolezza di bambino con cui in questa notte ti presenti a noi.
Noi ti preghiamo

Ti preghiamo o Dio per tutti coloro che sono soli e nel bisogno e che ci prepariamo ad accogliere in questa casa per festeggiare la tua nascita. Fa’ che con generosità e calore sappiamo essere per loro amici e fratelli nel tuo nome.
Noi ti preghiamo

Benedici o Padre misericordioso tutti i tuoi figli che nel mondo si radunano in questa santa notte attorno alla tua mensa e ascolano l’annuncio del Natale. Fa’ che in ogni luogo il Vangelo della natività porti pace e salvezza, specialmente dove c’è odio e violenza.
Noi ti preghiamo

Dalla culla o Signore, guida e proteggi la famiglia che hai radunato nel mondo intero. Suscita annunciatori del Vangelo che, come gli angeli nella notte, facciano coraggio e indichino dove incontrarti a tutti quelli che ancora non ti conoscono.
Noi ti preghiamo.

Incontro IX (III di Avvento) - 22 dicembre 2010




La liturgia di domenica scorsa insisteva sul fatto che Dio vuole darci un segno, quasi contro la nostra stessa volontà (vedi esempio di Acaz).

Is 7, 10-14
In quei giorni, il Signore parlò ad Acaz: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto». Ma Àcaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore». Allora Isaìa disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele».

Lc 2, 8-13
C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l'angelo disse loro: "Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia".

Cosa vuol dire un segno ? Perché Dio ci tiene così tanto ?
Perché la sua presenza non può essere evanescente: un sentimento, un pensiero, una sensazione passeggera e fugace, un ideale o dei valori.

Dio si incarna a Natale, è un segno reale e concreto, un bambino, e poi un uomo concreto. Ma per noi ?

Rischio di vivere il Natale senza un segno.
Nella nostra cultura si è restii ad accettare che la realtà esterna lasci un segno su di me, o sia un segno che mi dica qualcosa di significativo. Altrettanto è fuori dalla realtà pensare che ci possa essere un segno comune a tanti.
Il cristianesimo però è esattamente questo: una fede che crede in dei segni comuni, non ideali o valori.

Diceva un mistico del XVI secolo: “Nascesse Cristo mille volte in Betlemme, se non nasce in te sei perduto in eterno.” (Angelo Silesius) mi sembra che vuole esprimere proprio quello che dicevamo: se non nasce qualcosa di concreto (un segno) nella mia vita la nascita di Cristo per me è inutile, come se non fosse mai avvenuta.

Il segno con la sua concretezza però fa paura. Lo abbiamo visto in questo tempo di avvento: ha paura Maria, Giuseppe, Zaccaria e poi anche i pastori.

Ma quale può essere per noi questo segno?

Partendo da quello che ci siamo detti in questi nostri incontri, cioè che l’uomo di oggi si caratterizza per essere un individuo chiuso agli altri, io credo che il segno comune che possiamo adottare in questo Natale è far entrare concretamente i poveri nella nostra vita attraverso il lavoro di preparazione e di accoglienza alla cena del 4 gennaio.

E’ un modo concreto per far nascere una preoccupazione nuova, o rafforzarla in noi. Anche perché quest’anno aspettiamo 250 persone!

Maria dopo il timore iniziale fu presa da stupore e infine con gioia accettò che quel segno promesso nascesse in lei.

Proviamo anche noi a percorrere lo stesso itinerario: dalla paura iniziale, lo stupore per qualcosa di eccezionale, di nuovo e inconsueto che non abbiamo mai fatto, e infine la gioia di accogliere questo segno che ci apre ad una prospettiva nuova, un bambino che nasce.
Passiamo ora all'organizzazione della cena ...

domenica 19 dicembre 2010

IV domenica del tempo di Avvento – 19 dicembre2010




Dal libro del profeta Isaia 7, 10-14
In quei giorni, il Signore parlò ad Acaz: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto». Ma Àcaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore». Allora Isaìa disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele».

Salmo 23 - Viene il Signore, re della gloria.
Del Signore è la terra e quanto contiene:
il mondo, con i suoi abitanti.
È lui che l’ha fondato sui mari
e sui fiumi l’ha stabilito.

Chi potrà salire il monte del Signore?
Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro,
chi non si rivolge agli idoli.

Egli otterrà benedizione dal Signore,
giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca,
che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 1, 1-7
Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio – che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore; per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli, per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome, e tra queste siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo –, a tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo!

Alleluia, alleluia alleluia.
La vergine darà alla luce un figlio:
sarà chiamato: «Dio con noi ».
Alleluia, alleluia alleluia.

Dal vangelo secondo Matteo 1, 18-24
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

Commento


Cari fratelli e care sorelle, siamo alle porte del Natale. In queste settimane ci siamo preparati a questo evento cercando di scrutare nella nostra vita i segni di una certa resistenza a desiderare che nasca qualcosa di nuovo e a cogliere nel tempo che viviamo, attorno a noi e anche dentro di noi i tanti motivi per cui invece bisogna, con ansia e con fretta, attendere la realizzazione delle visioni che alcuni uomini spirituali e dal cuore largo coltivano per il bene del mondo.
E’ quanto abbiamo ascoltato nella prima lettura. Acaz era re d’Israele e gli eserciti nemici minacciavano Gerusalemme. Dice Isaia: “Allora il suo cuore e il cuore del suo popolo si agitarono, come si agitano gli alberi della foresta per il vento.” Sì, Il timore agita i cuori perché cresce attorno a noi un clima di ostilità e aggressività diffusa: la violenza esplode in modo incontrollato, e la settimana scorsa i fatti di Roma ce ne hanno dato un esempio purtroppo eloquente, ma anche i rapporti umani sembrano sempre più sfilacciarsi in un clima di sorda ostilità e antipatia: il Nord contro il Sud, gli italiani contro gli immigrati, chi è precario contro chi si è sistemato, e così via. Basta a volte veramente poco, futili motivi, ad accendere la miccia che scatena correnti di odio. Viviamo in un mondo agitato, come foglie per il vento.
Di fronte a questa situazione il profeta Isaia invita Acaz a chiedere a Dio un segno che indichi la strada per uscire da questa situazione di paura: il Signore parlò ad Acaz: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, …». Ma Àcaz rispose: «Non lo chiederò». Il timore infatti consiglia di fidarci solo di noi stessi, di far conto sulle proprie forze, di chiuderci a riccio per difendersi meglio. “Allora Isaia disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele».”
Nonostante la sfiducia Dio manda un segno che è un segno di contraddizione, cioè esattamente il contrario di quello che ci aspetteremmo. Cosa può fare un bambino davanti all’esercito nemico? A cosa serve la debolezza per vincere le correnti di odio, l’ingenuità e la fragilità per fronteggiare l’arroganza violenta?
Anche Giuseppe visse la stessa situazione. Trovandosi in un momento difficile, dopo la gravidanza anomala di Maria, cercava fra se e se la soluzione a questo suo dramma familiare. Quella con meno conseguenze, la più semplice per passare inosservati e non dovere subire le critiche o, peggio, la condanna sociale. Ma in fondo la scelta di Giuseppe, pur onesta e pacata, senza scandali e clamore, era quella, di nuovo, come per Acaz, di lasciar fuori Dio, di escluderlo dall’orizzonte della propria vita. E non è questa la tentazione che viviamo costantemente anche noi? Davanti alle difficoltà, ai pericoli, o semplicemente alle scelte importanti della vita, l’atteggiamento più normale e che ci viene istintivo, anche agendo onestamente, non è forse quello di mettere da parte Dio e cercare di prendere le nostre decisioni escludendo lui e i segni che può indicarci circa la via giusta da intraprendere?
Chiediamoci onestamente: quante volte ci è capitato di decidere qualcosa di importante fidando di ciò che Dio ci suggerisce?
Ma l’angelo torna e parla. È la Parola di Dio che viene anche da noi e ci suggerisce di non “non temere”, lo stesso incoraggiamento che aveva rivolto a Maria l’angelo Gabriele al momento dell’annuncio della sua gravidanza straordinaria: “Non temere” ed è lo stesso invito che gli angeli rivolgono ai pastori stupiti del coro notturno di angeli che li invitava ad andare verso la grotta di Betlemme: “Non abbiate timore!” Sì, il coraggio non ci viene se ci induriamo e ci facciamo forti contro le durezze della vita. L’agitazione del timore non lo vinciamo mettendoci al riparo dietro le corazze resistenti. La paura è dentro di noi, non la vinciamo difendendoci dall’esterno. Il coraggio viene dall’ascolto dell’angelo che ci dice: “Non temere!” non aver paura degli altri, come fossero pericolosi. Non aver paura dei poveri, degli immigrati, dei poveracci, come fossero una minaccia. Non aver paura di scoprirti con sentimenti di tenerezza, misericordia, pietà, come fosse una debolezza rischiosa. Il segno che l’angelo invita Giuseppe ad accogliere è infatti qualcosa di piccolo e delicato: “Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo”. E’ lo stesso segno inviato ad Acaz, impaurito dagli eserciti nemici, è lo stesso segno mandato a noi, spaventati e agitati da mille preoccupazioni. Facciamo spazio in noi al bambino che lo Spirito santo suscita. E’ il bambino della tenerezza per chi sta male, è il bambino che ha fiducia nel Padre buono che ci guida, è il bambino che è felice di stare con gli altri e non è diffidente e scontroso. Sì, lo Spirito vuole scendere su di noi e in questa ultima domenica di Avvento ci invita ad attendere il Natale tornando bambini, a rinascere dall’alto, come Gesù esorta Nicodemo a fare, a non far vincere un senso da adulto che la sa lunga e per questo è pessimista e disilluso e che crede impossibile ogni cambiamento e bolla le grandi visioni di pace e giustizia sul mondo come delle pericolose utopie da sfatare. Se faremo così incontreremo accanto a noi l’Emanuele, cioè che Dio sta con noi, è dalla nostra parte, ci guida e ci protegge. E questa è l’unica forza che ci mette al riparo da ogni paura e ci comunica il coraggio della fiducia in un futuro pieno di bene.




Preghiere


O Signore che vieni a visitare la nostra vita, ti preghiamo oggi di sconfiggere ogni nostra paura e di vincere la chiusura dei cuori. Fa’ che come bambini sappiamo stupirci di quanto amore ci dimostri nascendo in mezzo a noi.
Noi ti preghiamo

O Dio Padre onnipotente, guarda con amore al nostro mondo, ancora così diviso dagli odi e segnato dalla violenza. Fa’ che la nascita del tuo Figlio unigenito porti in ogni luogo pace fra gli uomini e gloria al tuo nome.
Noi ti preghiamo

Come Giuseppe o Signore, anche noi siamo presi tante volte dal dubbio e dal timore che ci fa’ allontanare da te. Ti preghiamo, manda l’angelo della tua Parola a suggerirci la via giusta per prenderti con noi e restare sempre con te.
Noi ti preghiamo

Proteggi o Dio del cielo, tutte le vite che nascono deboli e indifese, liberale da ogni minaccia e fa’ che crescano con qualcuno accanto che si prende cura di loro con amore.
Noi ti preghiamo

Guarda con amore o Dio questa famiglia riunita nel tuo nome, perché sappiamo sempre accogliere con gioia l’invito a radunarci attorno alla tua mensa ad ascoltarti e nutrirci del tuo corpo e sangue.
Noi ti preghiamo

Benedici e libera da ogni male i nostri fratelli che oggi fanno memoria davanti a te del loro 60° anniversario di matrimonio. Per i loro cari e tutti noi che ci stringiamo attorno accogli la preghiera di ogni bene e dona pace e serenità.
Noi ti preghiamo


Consola o Dio tutti coloro che sono nel dolore e in modo particolare proteggi la vita di chi non ha casa e soffre in questi giorni per la durezza del clima. Fa’ che trovino il calore della vicinanza dei fratelli e delle sorelle.
Noi ti preghiamo

Guida e proteggi o Signore i tuoi figli ovunque dispersi, specialmente coloro che vivono nella persecuzione e nella violenza. Fa’ che la forza del Vangelo prevalga su ogni male e susciti nei cuori sentimenti di benevolenza e pace.
Noi ti preghiamo