domenica 29 agosto 2010

XXII domenica del tempo ordinario - anno C - 29 agosto 2010

Dal libro del Siracide 3, 19-21.30-31
Figlio, compi le tue opere con mitezza, e sarai amato più di un uomo generoso. Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore. Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi, ma ai miti Dio rivela i suoi segreti. Perché grande è la potenza del Signore, e dagli umili egli è glorificato. Per la misera condizione del superbo non c’è rimedio, perché in lui è radicata la pianta del male. Il cuore sapiente medita le parabole, un orecchio attento è quanto desidera il saggio.

Salmo 67 - Hai preparato, o Dio, una casa per il povero.
I giusti si rallegrano, +
esultano davanti a Dio
e cantano di gioia.
Cantate a Dio, inneggiate al suo nome:
Signore è il suo nome.

Padre degli orfani e difensore delle vedove
è Dio nella sua santa dimora.
A chi è solo, Dio fa abitare una casa,
fa uscire con gioia i prigionieri.

Pioggia abbondante hai riversato, o Dio, +
la tua esausta eredità tu hai consolidato
e in essa ha abitato il tuo popolo,
in quella che, nella tua bontà,
hai reso sicura per il povero, o Dio.
Dalla lettera agli Ebrei 12, 18-19.22-24
Fratelli, non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola. Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova.

Alleluia, alleluia, alleluia.
Prendete il mio giogo sopra di voi, dice il Signore,
e imparate da me, che sono mite e umile di cuore.
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 14, 1. 7-14
Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato». Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».
Commento
Care sorelle e cari fratelli, domenica scorsa dicevamo che il Signore ci invita ad entrare nel suo Regno attraverso la porta stretta che è la sua persona mite e umile di cuore. Una porta che è piccola non perché vuole escludere qualcuno, ma perché è della dimensione vera dell’uomo, troppo spesso gonfio del suo orgoglio e ingombro del carico pesante di giudizi, abitudini e inimicizie.
Oggi di nuovo la Scrittura ci propone di riflettere sulla “dimensione” dell’uomo, cioè sul giudizio che ciascuno ha di sé, circa la propria grandezza o piccolezza. La Parola di Dio ci suggerisce di non avere un senso troppo alto di sé, di non inorgoglirci, di non cercare di prevalere per ottenere il primo posto, ma di essere umili.
Nel mondo di oggi vige la legge in base alla quale vince chi è più forte e chi sa farsi valere, chi invece appare remissivo e umile soccombe. Per questo vogliamo sempre mostrare un volto più forte e una dimensione più alta. Ma in fondo che male c’è ?
Il fatto è che quando ci inorgogliamo riempiamo tutta la vita di noi stessi e non esiste più spazio per gli altri.
Chi ha un senso di sé alto non trova motivo per far spazio alla vita di qualcun altro, non gli interessa e non ne ha bisogno.
Chi è orgoglioso e vuole sempre primeggiare vede negli altri una minaccia, dei potenziali rivali, qualcuno da cui difendersi.
Per chi si vanta delle proprie qualità e doti gli altri servono solo a confermare il proprio essere a posto in un continuo confronto in cui vengono messi in risalto i difetti e gli errori altrui.
E così via: chi si sente grande esclude e allontana gli altri, per questo la Scrittura invita ad un senso umile di sé: “Quanto più sei grande, tanto più fatti umile”.
Ci chiediamo: ma cosa vuol dire essere umile, farsi piccolo, “occupare l’ultimo posto” come dice il Vangelo? Spesso i cristiani hanno interpretato questo come l’invito a mettersi da parte, ad essere dimessi, a condurre una vita scialba e senza passioni forti. Ma non è questa la piccolezza del Vangelo. Gesù che si definisce “mite e umile di cuore” e dice di sé di stare al mondo come “uno che serve” non rinuncia per questo alla sua missione di salvezza dell’umanità tutta, anzi, la sua vita ha quella nota eroica, cosmica, universale che dovrebbe caratterizzare la vita di ogni cristiano. No, la sua piccolezza non è nel condurre una vita dimessa e normale, senza eccessi e modesta, come invece tanti vorrebbero ridurlo, ma essere piccolo per Gesù significa innanzitutto fare spazio agli altri nella propria vita. Questa è la vera grandezza cristiana: fare posto nelle proprie preoccupazioni, nel proprio tempo, negli impegni non solo a sé e al proprio io esageratamente espanso ma innanzitutto e soprattutto agli altri, per primi a chi ha più bisogno, e poi a tutti.
Questo ci rende veramente grandi. Lo vediamo nelle vite di tanti santi e uomini esemplari. Ad esempio Gandhi veniva chiamato Mahatma, che significa “grande anima”, non perché fosse uno che si desse molta importanza, anzi era umilissimo, ma perché seppe allargare la propria vita fino ad accogliervi il dolore di un intero popolo umiliato dal colonialismo e dalle ingiustizie e seppe guidarlo alla libertà senza spargimento di sangue. Ma così anche è il piccolo Francesco di Assisi, che non si fece certo grande per aspetto o ruolo sociale, ma anzi rinunciò a quello che aveva per fare spazio agli altri, alla gente che aspettava l’annuncio del Vangelo, ai poveri, al lebbroso.
Potremmo infine chiederci: ma perché è tanto importante fare spazio agli altri, da loro ci viene la salvezza? No, non sono gli uomini che ci salvano, ma se non sappiamo fare spazio agli altri che vediamo e tocchiamo, non saremo mai in grado di fare spazio a Dio nella nostra vita che, come dice l’apostolo Giovanni, nemmeno vediamo. Per questo il Libro della Sapienza dice: “ai miti Dio rivela i suoi segreti. Perché … dagli umili egli è glorificato” Sì, solo chi è umile e fa spazio agli altri ascolta il segreto che Dio è venuto a rivelare, segreto che è la sua misericordia e la salvezza che è il suo amore che ci trasforma dentro.
Fratelli e sorelle, lasciamoci trascinare dall’incontro con gli altri, specialmente i più poveri, perché si aprano nella nostra vita spazi di amore e di misericordia. Non pretendiamo che siano sempre gli altri a doversi adattare alle nostre esigenze e disponibilità, ma docilmente adattiamo la nostra vita al fratello e alla sorella e scopriremo nei loro volti il sorriso benevolo di Dio che si fa incontro a noi.

Preghiere
Ti preghiamo o Signore onnipotente, tu che ti sei fatto piccolo e povero per salvare noi uomini suscita in noi uno spirito di umiltà perché sappiamo essere miti come tu ci inviti.
Noi ti preghiamo

O Dio del cielo che vedi il bisogno di tutti quelli che nel mondo invocano il tuo aiuto, aiutaci a fare spazio nella nostra vita a sentimenti di misericordia e di generosità, perchè ogni uomo sia per noi un fratello ed una sorella da incontrare ed amare.
Noi ti preghiamo

O Padre di eterna bontà che hai inviato nel mondo il tuo figlio unigenito perché salvasse noi uomini, fa’ che sappiamo accogliere il suo invito ad essere umili e miti e abbandoniamo ogni orgoglio e vanagloria che ci rende lontani da te.
Noi ti preghiamo

Ascolta o Dio il grido di tutti coloro che sono nel dolore. Ti preghiamo per le vittime delle alluvioni e delle guerre, per i senza casa e senza famiglia, per i malati e gli anziani, per gli stranieri e i profughi. Dona loro pace e salvezza.
Noi ti preghiamo

Fa’ o Dio che ogni tuo discepolo sappia vivere e testimoniare la gioia del vangelo. Ti preghiamo per tutti coloro che ancora non ti conoscono, fa’ che presto ascoltino l’annuncio di salvezza da un cuore amico.
Noi ti preghiamo

Fatti vicino a Signore a tutti gli uomini che vivono dispersi e senza orientamento: gli incerti, i dubbiosi, i delusi, perché trovino nel Vangelo te che sei via, porta e vita.
Noi ti preghiamo

Sostieni o Dio del cielo tutti i cristiani nel mondo, specialmente i più deboli e i perseguitati. Consola chi soffre per la fede in te e dai coraggio a chi ti annuncia vivo e risorto.
Noi ti preghiamo

Guarda con bontà o Padre misericordioso a tutti noi che oggi invochiamo il tuo perdono. Non sdegnarti per il nostro peccato ma accetta con compassione paterna il pentimento di chi ti invoca.
Noi ti preghiamo

sabato 21 agosto 2010

anno C - XXI domenica del tempo ordinario - 22 agosto 2010



Dal libro del profeta Isaia 66, 18-21
Così dice il Signore: «Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria. Io porrò in essi un segno e manderò i loro superstiti alle popolazioni di Tarsis, Put, Lud, Mesec, Ros, Tubal e Iavan, alle isole lontane che non hanno udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; essi annunceranno la mia gloria alle genti. Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutte le genti come offerta al Signore, su cavalli, su carri, su portantine, su muli, su dromedari, al mio santo monte di Gerusalemme – dice il Signore –, come i figli d’Israele portano l’offerta in vasi puri nel tempio del Signore. Anche tra loro mi prenderò sacerdoti levìti, dice il Signore».

Salmo 116 - Tutti i popoli vedranno la gloria del Signore.

Genti tutte, lodate il Signore,
popoli tutti, cantate la sua lode.

Perché forte è il suo amore per noi
e la fedeltà del Signore dura per sempre.

Dalla lettera degli Ebrei 12, 5-7.11-13
Fratelli, avete già dimenticato l’esortazione a voi rivolta come a figli: «Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio». È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Certo, sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati. Perciò, rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire.

Alleluia, alleluia, alleluia.
Io sono la via, la verità e la vita, dice il Signore;
nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 13, 22-30
In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».
Commento

Cari fratelli e care sorelle, il capitolo 13 di Luca ci pone di fronte ad un tema cruciale, quello della salvezza di ciascun uomo, di ciascuno di noi. Si apre infatti con un’affermazione che ci impressiona per la sua durezza. Parlando di alcune vittime di un crollo avvenuto in quei giorni a Gerusalemme, una disgrazia nella quale era morta molta gente innocente e senza alcuna responsabilità, Gesù dice: “credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Il Signore sottolinea come quelle persone morte non erano peggiori degli altri abitanti di Gerusalemme, era gente normale, apparentemente senza colpe gravi né delitti, eppure chi è come loro va incontro alla morte, afferma Gesù, ed una morte ben peggiore, quella definitiva ed irrevocabile che è la perdita della vita eterna.
Davanti a questi ed altri analoghi passi della Scrittura in cui si parla del giudizio sulla nostra vita noi tendiamo a sminuirne la portata: diciamo che il Signore esagera sempre un po’; che lo fa per metterci paura, ma poi in fondo è buono; che il suo discorso è una metafora; che dice una cosa per significarne un’altra. Tant’è che siamo convinti che per salvarsi basta non essere peggiori della normalità, cioè della media. Diciamo: “io che ho fatto di male nella mia vita?
Come le sue parole Gesù inverte la domanda e ci chiede: “Cosa hai fatto di bene per meritare la vita eterna e non la morte?” Così potremmo infatti parafrasare l’affermazione evangelica di Lc 13: “se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.”
Nel paragrafo che oggi abbiamo ascoltato, alcuni versetti dopo quelli che ho citato prima, un “tale”, anonimo, che potrebbe essere ciascuno di noi, chiede a Gesù: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?” Di nuovo si pone la domanda sulla salvezza, ed è formulata in modo furbo, con una certa malizia: quel tale infatti non chiede a Gesù come fare per salvarsi, come altri fanno nel vangelo, come ad esempio il giovane benestante che chiese “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?” (Mc 10,17) No, l’anonimo interlocutore vuole solo sapere fino a che punto può spingersi nell’essere peccatore, per non rischiare troppo. Gesù non risponde e non da’ una misura del numero dei destinati alla salvezza. Non dice né “pochissimi” né “tutti”, come forse avrebbe voluto sentirsi dire quel tale, come noi d’altronde: in entrambe i casi infatti, per un verso o per l’altro, siamo giustificati a non darci troppo da fare per “ereditare la vita eterna.”
Per Gesù infatti tutti gli uomini sono fatti per salvarsi. Nella mente e nel cuore di Dio ogni essere umano, ciascuno di noi è voluto e amato da lui perché non perda la sua vita. La perdita anche di un solo uomo è un danno irreparabile agli occhi di Dio, per il quale non ha senso pensare che la salvezza sia solo per alcuni, che questi siano tanti o pochi. Per questo Gesù non risponde alla domanda e di nuovo, come aveva fatto all’inizio del capitolo, pone con forza l’accento sull’esigenza di vivere la fatica di convertire la propria vita dalla normalità del “non fare niente di male” alla salvezza del “volere e fare il bene” che Dio prepara perché noi lo compiamo. E’ quello sforzarsi “di entrare per la porta stretta” di cui parla Gesù.
Sì la porta che conduce alla salvezza è stretta, perché è una persona, Gesù, il quale ha detto: “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.” (Gv 10,9) La porta è stretta non perché Dio vuole escludere molti, ma perché chi la vuole attraversare deve necessariamente assumere la dimensione umana giusta e vera, cioè quella di Gesù.
Al contrario noi molto spesso abbiamo un io esageratamente gonfio di orgoglio, spropositatamente sovradimensionato. Convertirci è ridurlo, ed essere della nostra dimensione reale, che è la dimensione umile di Gesù.
Oppure ci portiamo sempre dietro con noi un ammasso ingombrante di abitudini, pregiudizi, rancori, che ci sovrastano come un alto cumulo, e che sentiamo irrinunciabili, come una parte determinante di sé. Invece, ci dice Gesù, dobbiamo liberarcene per essere agili ed essenziali come Gesù.
L’umanità di Gesù è la porta nella quale dobbiamo riuscire a passare assomigliando alla sua dimensione, assumendone la forma.
E’ questo lo sforzo e la fatica a cui ci invita Gesù: “Sforzatevi”. Non è sufficiente essere un po’ devoti, cristiani “quanto basta”, nella norma. Come dice il Vangelo, non basta aver ascoltato, mangiato e bevuto con Gesù, cioè, diremmo noi, essere andati a messa tutte le domeniche, dove ascoltiamo il Signore e siamo partecipi del suo banchetto. Questo è il punto di partenza, ma a nulla vale se non ci alziamo da noi stessi e seguiamo Gesù per farci come lui.
Fratelli e sorelle, non avvenga di noi quello che dice Gesù: “Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.” Non attardiamoci fuori dalla porta, aspettando il momento in cui “ce la sentiamo”, quando ne saremo pronti, come troppo spesso giustifichiamo la nostra pigrizia e il rifiuto di faticare per la conversione, perché dopo potrebbe essere troppo tardi. Chiniamo il capo con umiltà, abbandoniamo fardelli pesanti ed inutili ed entriamo subito nel Regno passando per la porta dolce e soave che è Gesù stesso e il suo Vangelo. Sediamoci a mensa con lui assieme ai tanti di “tutte le genti e tutte le lingue” di cui parla il profeta Isaia gettando lo sguardo con gli occhi di Dio al futuro dell’umanità. Sì quei confini che tante volte innalziamo fra noi e gli altri, chi è diverso, chi è strano, chi non parla e non pensa come noi, chi viene da lontano, non ha senso nel Regno, perché la salvezza è per tutti e non per pochi, e spesso proprio chi è più povero e diverso da noi è umile per chinare il capo e senza i tanti fardelli che lo appesantiscono. Preghiamo perché il futuro prefigurato da Isaia sia presto il presente di ciascuno di noi e del mondo intero.


Preghiamo

O Signore, pastore buono delle nostre vite, ti ringraziamo perché continui ad invitarci a convertire il nostro cuore e a cambiare la vita. Fa’ che seguendo il tuo esempio diveniamo testimoni della gioia che il vangelo dona a chi lo vive.
Noi ti preghiamo

O Cristo, che sei l’unica porta che conduce al Regno, donaci di divenire umili e liberi da pregiudizi, rancori e inimicizie, per divenire in tutto simili a te.
Noi ti preghiamo

Ti preghiamo o Signore per tutti coloro che indugiano davanti alla porta, incerti e dubbiosi; per chi ha paura di chinare il capo per entrare; per chi è sicuro di poter aspettare e rimandare. Rimuovi ogni ostacolo e attirali a te, che sei il pastore buono della nostra vita.
Noi ti preghiamo

Fa’ o Signore che ogni uomo e ogni donna del mondo possa presto incontrare la tua Parola che ti rende vivo e presente. Fa’ che l’esempio dei tuoi discepoli indichi loro la via.
Noi ti preghiamo

Abbi pietà, o Signore nostro Dio, di noi peccatori. Fa’ che sappiamo vincere l’orgoglio che ci lega ad esso per trovare la libertà dell’amore per te e per i fratelli.
Noi ti preghiamo

Liberaci o Dio dall’istinto che ci allontana dagli altri e ci isola in un senso alto di noi stessi. Fa’ che il tuo esempio ispiri le nostre vite ad una maggiore umiltà e simpatia per tutti.
Noi ti preghiamo.

Ti preghiamo o Signore per tutte le vittime delle catastrofi naturali, delle guerre e di ogni forma di violenza. Consola chi è nel dolore e sostieni chi ancora è nel pericolo.
Noi ti preghiamo

Sostieni e consola o Dio tutti i poveri: i malati, gli anziani, chi è senza casa, gli zingari, i migranti, i prigionieri. Dona a tutti loro guarigione e salvezza.
Noi ti preghiamo

sabato 14 agosto 2010

Assunzione di Maria SS.ma - domenica 15 agosto 2010


Dal libro dell'Apocalisse di san Giovanni apostolo 11, 19a; 12, 1-6a.10ab

Si aprì il tempio di Dio che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua alleanza. Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio. Allora udii una voce potente nel cielo che diceva: «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo».

Salmo 44 - Risplende la Regina, Signore, alla tua destra.

Figlie di re fra le tue predilette;
alla tua destra sta la regina, in ori di Ofir.

Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio:
dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre.

Il re è invaghito della tua bellezza.
È lui il tuo signore: rendigli omaggio.

Dietro a lei le vergini, sue compagne, +
condotte in gioia ed esultanza,
sono presentate nel palazzo del re.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 15, 20-27

Fratelli, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza. È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi.

Alleluia, alleluia, alleluia.
Maria è assunta in cielo;
esultano le schiere degli angeli.
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 1, 39-56

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.
Commento

Cari fratelli e care sorelle, il vangelo di Luca si apre con la narrazione parallela di due donne che, per motivi diversi, hanno una gravidanza straordinaria. La prima è Elisabetta, donna anziana e rimasta per molti anni sterile, ma che ad un certo punto, improvvisamente, in seguito all’insistenza della preghiera sua e di suo marito Zaccaria, si trova gravida, e l’altra è Maria, donna al contrario molto giovane la quale riceve l’annuncio della nascita miracolosa di Gesù dal suo grembo, lei che non aveva ancora avuto nessun rapporto col suo futuro marito Giuseppe. In entrambe i casi le nascite sono annunciate da un angelo che porta a Zaccaria e a Maria la notizia dell’evento straordinario che Dio realizzerà nella loro vita.
L’evangelista Luca sembra volerci indicare fin dalle prime righe del suo vangelo che tutta la vita di Gesù che esso riporta è un segno di quanto la Parola di Dio sia efficace e cambi la storia, fino a farsi carne e ad entrare con forza dentro le vicende umane. E Luca ci vuole dire anche con queste due storie in qual modo la Parola di Dio entra nella storia dell’umanità: non al di sopra o al di là delle nostre vite, ma attraverso la carne delle esistenze umane, anche quella di una donna anziana sterile e di una giovanissima ragazza, due esistenze che, per la mentalità dell’epoca, non contavano nulla. La loro umiltà, come sottolinea Maria, non è disprezzata da Dio ma anzi è strumento per la salvezza dell’umanità intera. Ed infatti, cosa che scandalizza la mentalità giudaica, ma ancora oggi mette in forte discussione le nostre convinzioni, Dio per entrare nel mondo non solo ha bisogno di due umili e bisogno del insignificanti donne, ma ha bisogno del loro consenso. Infatti le due storie riportano anche i due modi con i quali l’uomo può reagire davanti alla proposta di Dio: Zaccaria, dice Luca, all’angelo che gli annunciava la nascita di un figlio, resta scettico e dice: “Come potrò mai conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni.” Zaccaria crede di sapere come vanno le cose, e questo suo realismo rassegnato (“sono vecchio”) lo rende muto: non impedisce alla potenza di Dio di realizzarsi attraverso la gravidanza di Elisabetta, ma allo stesso tempo lo esclude dalla possibilità di comunicare, lo taglia fuori dalla famiglia degli uomini. Maria invece, come sappiamo bene, accoglie subito con umiltà quella novità sconvolgente e inaudita e accetta che la volontà di Dio si realizzi nella sua vita: “Avvenga per me secondo la tua parola.”
E’ questa la grandezza di Maria che indica una strada anche a noi: accettare che la parola di Dio si faccia presente nella storia dell’umanità anche attraverso la nostra vita. Anche a noi l’angelo di Dio rivolge la Parola perché essa sia incarnata da noi e renda la nostra sterilità fertile e feconda di vita nuova.
Questa disponibilità di Maria a lasciare spazio dentro la sua vita si esprime anche in quella sua prontezza ad andare dall’anziana Elisabetta per aiutarla nel momento della gravidanza. In fondo anche lei era incinta e poteva trovare mille motivi oggettivi per pensare che non era il caso di affrontare un viaggio in montagna per giungere fino al suo villaggio. E’ un segno di generosità gratuita che esprime una vita rinnovata dal vangelo, è come un primo segno di quello spirito nuovo che il Signore Gesù verrà a portare nel mondo.
Anche e parole che Maria rivolge ad Elisabetta sono ricche dell’ispirazione dello Spirito: è come una anticipazione del mondo così come Dio lo vuole e come Gesù verrà per realizzarlo. Non è il mondo così come lo conosciamo, ma come Dio vuole che divenga, anche attraverso la nostra vita. E’ un mondo in cui non conta potenza o grandezza, ma docilità a Dio (“ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili”), in cui la giustizia viene ristabilita e il bisogno dei poveri è ricolmato (“ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”). E’ il mondo delle beatitudini, il mondo delle parabole di Gesù. Maria piena di Spirito santo ha accolto la arola fatta carne e ha fatto suo il sogno di Dio sul mondo.
Dicevo, è questa la grandezza di Maria, per la quale la veneriamo e, oggi, la contempliamo assunta in cielo accanto al suo Figlio. Il suo sogno si è realizzato, ora vive nel Regno in cui ha creduto, e da lì guada con amore a tutti quelli che cercano di imitarla e chiedono a lei l’aiuto a fare proprio il sogno di Dio per il mondo. Anche noi oggi allora vogliamo alzare lo sguardo e implorare l’aiuto di Maria a vivere la sua stessa beatitudine, che Elisabetta gli attribuisce: “beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto.” Sì è beata perché, a differenza di Zaccaria, ha creduto che è possibile che si realizzi il sogno di Dio che l’angelo continua ad annunciare anche a noi attraverso la Parola di Dio. Crediamo anche noi, con fede ingenua e sincera, che sia possibile viere il Vangelo, e non restiamo scettici e amareggiati, convinti che la sappiamo più lunga noi, e vivremo la beatitudine di Maria, donna umile e grande perché Dio si serve di chi è piccolo per fare cose grandi.
Preghiere

Ti ringraziamo o Signore perché ci hai dato in Maria l’esempio di come sia possibile fidarsi della tua Parola e credere possibile realizzarla. Aiutaci ad imitarla.
Noi ti preghiamo

Ti preghiamo o Gesù di non farci prendere dal realismo amaro e rassegnato di Zaccaria che crede di sapere meglio di Dio come va la vita. Aiutaci a essere fiduciosi in te e nella forza del Vangelo che cambia la storia degli uomini.
Noi ti preghiamo

O Signore che non hai disprezzato la vita di due donne umili e piccole per manifestare la tua potenza nel mondo, ti preghiamo di servirti anche di noi, nonostante la povertà delle nostre esistenze e il peccato di cui siamo schiavi.
Noi ti preghiamo
Donaci o Dio un cuore puro per riconoscere nella Scrittura la voce di Dio che ci chiama. Fa’ che con fiducia la viviamo ogni giorno.
Noi ti preghiamo
Ti preghiamo o Dio per tutti i cristiani di tutte le Chiese che oggi celebrano Maria assunta in cielo. Fa’ che tutti ci stringiamo alla Madre di Dio per essere discepoli fedeli del suo Figlio divino.
Noi ti preghiamo
Ti preghiamo o Padre del cielo per tutte le donne, specialmente per quelle che sono oppresse ed umiliate. Come tu hai innalzato l’umiltà di Maria, così liberale dal giogo pesante della loro condizione per incontrare la libertà di essere tue figlie e discepole.
Noi ti preghiamo.
Con umiltà e insistenza, o Dio, ti chiediamo la salvezza per tutti coloro che soffrono: i malati, i prigionieri, gli anziani, i soli e i disprezzati. Fa’ che in questo tempo non siano dimenticati dai fratelli e dalle sorelle.
Noi ti preghiamo

Dona la tua pace o Signore a tutti i popoli in guerra. Fa’ che dove ora regna l’odio e la sopraffazione possa presto imporsi il Regno di giustizia e di amore che tu sei venuto a inaugurare.
Noi ti preghiamo

giovedì 17 giugno 2010

Una riflessione sugli stranieri e i cristiani oggi



La presenza di un numero crescente di stranieri nella nostra società italiana ed europea ha suscitato negli ultimi anni un profondo cambiamento in essa e, di conseguenza, un dibattito animato. Spesso le reazioni sono state scomposte e si è sviluppato un senso diffuso di timore e di rifiuto.
Per questo - anche se non solo per questo, come vedremo meglio più avanti - il tema degli stranieri tocca noi cristiani in un modo tutto particolare perché sono come una cartina al tornasole: sono un modo cioè, semplice e diretto per verificare se siamo davvero evangelizzati o no.
Per noi cristiani infatti la presenza in mezzo a noi di un numero crescente di stranieri non è solo un problema sociale o politico, tantomeno di sicurezza, perché coinvolge il nostro saper leggere la realtà con gli occhi del Vangelo piuttosto che con quelli della sociologia o del realismo materialista. Infatti non possiamo dimenticare che il Signore Gesù si è esplicitamente identificato nello straniero: “ero straniero e mi avete accolto ... ero straniero e non mi avete accolto” (Mt 25,35;43). Nel contesto di giudizio descritto in Mt 25 emerge con forza la decisività del nostro atteggiamento nei confronti dello straniero: ne va della nostra salvezza o condanna, non c’è spazio per una mezza misura o un compromesso.
La dimensione dell’essere forestiero, di colui che vive in un contesto diverso e lontano geograficamente da quello in cui è nato, caratterizza quindi la persona stessa di Gesù in maniera forte. Nel Vangelo di Luca la parola “straniero” riferita a Gesù è usata solo una volta, nell’episodio dei discepoli di Emmaus: “Uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: “Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?” Gesù risorto ricorda il volto dello straniero ai discepoli che non lo riconoscono perché impauriti e rassegnati, ma diverranno capaci di riconoscere in quello straniero l’amico e il salvatore dopo un lungo cammino che li accompagna assieme a lui verso l’Eucarestia.
Se andiamo oltre l’uso esplicito della parola “straniero” vediamo come l’esistenza terrena di Gesù si caratterizza per l’essere uno estraneo al contesto sociale all’inizio e alla fine. La nascita e la morte di Gesù sono sotto il segno dell’estraneità, dell’essere straniero: Betlemme non è il paese di origine della sua famiglia, e quel villaggio non lo accetta nemmeno dentro i suoi confini per nascere, ma egli è escluso come qualcuno estraneo. Gesù nasce straniero alla città e alla gente che non lo accoglie come uno dei suoi. Ma anche la morte di Gesù non avviene per lapidazione, il supplizio comminato ai giudei colpevoli di gravi delitti, ma attraverso un supplizio che i romani riservavano agli schiavi e agli stranieri. Gesù per i giudei e per i romani stessi muore come un criminale straniero. La persona stessa di Gesù quindi ci mette davanti al mistero della sua identificazione con lo straniero.
Questo non può non interpellarci.
Questi brevi cenni ci fanno subito rendere conto come la realtà degli stranieri è al centro dell’attenzione dei cristiani non solo e non tanto in quanto “problema sociale” o “fenomeno culturale” ma per la sua stessa essenza: anche, per assurdo, se lo straniero vivesse tra noi nella condizione migliore immaginabile, ben accolto e amato da tutti, la sua presenza non potrebbe fare a meno di interrogare noi cristiani per quello che Martini in suo scritto su questo tema ha chiamato “il motivo cristologico ... per cui l’accoglienza del forestiero non è più allora la semplice opera buona che verrà ripagata da Dio, bensì è l’occasione per vivere il rapporto personale con Gesù
L’inaugurazione del ministero pubblico di Gesù, nella sinagoga di Nazareth, dopo il battesimo nel Giordano da parte di Giovanni Battista, offre nuovi elementi alla nostra riflessione. Come è noto Gesù entra nella sinagoga e comincia a leggere il rotolo del profeta lsaia, che lo riguarda: “Lo Spinto del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore” (Lc. 4,18- 19). Gesù commenta: “Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”.

Oggi, cioè: colui che parla è la persona cui si riferisce il profeta. La gente di Nazaret è molto colpita da queste parole, e lo stupore nasce dal fatto che Gesù è il figlio di Giuseppe e Maria. Come è possibile che parli in quel modo? Dunque, la prima reazione è di sorpresa e di ammirazione. A questo punto Gesù riprende e aggiunge: “Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria”.
Gesù lancia il proverbio per svelare il pensiero reale dei nazaretani: tu hai la potenza dello Spirito per guarire e liberare, hai operato guarigioni meravigliose a Cafarnao, falle anche qui, nella tua patria! Abbiamo qui l’opposizione Nazareth - Cafamao. Gesù continua ampliando la prospettiva: “Nessun profeta è bene accetto in patria”. Gesù risponde con un altro proverbio e lo sviluppa con due esempi della Bibbia:
C’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e vi fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Ella, se non a una vedova in Sarepta di Sidone”. E poi continua: “C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro”. Presenta il caso in cui due stranieri pagani sono stati privilegiati da Dio al posto dei presunti “destinatari naturali” della sua benevolenza: i concittadini e i correligionari.
Siamo passati da un conflitto fra due piccoli paesi, Nazareth e Cafamao, a una prospettiva molto più ampia, fra Israele e il mondo pagano straniero.
L’apertura della missione si fa qui già sentire, si può già presentire nel ministero di Gesù un’azione verso i pagani. Qui abbiamo già, forse, una certa reazione di Gesù davanti a un atteggiamento di quei nazaretani, i suoi compaesani, di volere per sé soli un privilegio a livello religioso.
Come accennavo in principio c’è una tendenza a identificare lo straniero con la problematicità. Lo vediamo a livello politico, laddove negli Stati, ma nelle stesse istituzioni europee, le autorità che si occupano della presenza nelle società degli stranieri sono quelle di Polizia, deputate a garantire la sicurezza dei cittadini. Ma troppo spesso anche nella Chiesa il rapporto con gli stranieri è affidato per così dire agli specialisti delle questioni sociali: la Caritas, la San Vincenzo, i gruppi caritativi. Una visione eminentemente materialista infatti ci fa vedere nello straniero quasi esclusivamente, una bocca da sfamare, un corpo da vestire, alloggiare, far lavorare, ecc... Senza togliere nulla alla necessità di un atteggiamento solidale e generoso della comunità cristiana, spesso si dimentica che lo straniero è anche portatore di bisogni spirituali e testimone di fede. E’ quello che dimostra Gesù quando incontrando il centurione romano, pertanto straniero e pagano, ne loda la fede:
“Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: “Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!” Che scandalo doveva essere per i giudei una lode del genere per un oppressore idolatra, ma Gesù sa leggere più in profondità nel cuore di quell’uomo capace di un amore tenero per il suo servo e di una fiducia incrollabile nella potenza della sua Parola. Lo straniero infatti tante volte affina nella sua esperienza di dolore e umiliazione una sensibilità straordinaria e matura un affidamento a Dio che supera di molto il cristiano medio, sazio e orgoglioso nel proprio benessere.
Ma forse il brano che meglio ci aiuta a capire come Gesù valuta lo straniero è la parabola del buon samaritano.
Lo straniero in Luca è essenzialmente il samaritano. L’Evangelista ne parla in tre testi. il primo si trova nei momento preciso in cui Gesù decide di partire per Gerusalemme. All’inizio di questo grande viaggio Gesù mandò avanti dei messaggeri. “Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di samaritani per fare i preparativi per lui. Ma essi non vollero riceverlo perché era diretto verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? Ma Gesù si voltò e li rimproverò. E si avviarono verso un altro villaggio”.
Questo testo mostra molto bene l’atteggiamento spontaneo del mondo giudaico vèrso i samaritani. Nell’atteggiamento di Giacomo e Giovanni si ha un ricordo del profeta Elia, che ha mandato fuoco su 50 uomini; Gesù si accontenta di rimproverare i suoi discepoli. Ma quest’episodio è interessante ugualmente, prima dei due testi principali, se pensiamo al contesto storico. Appena dieci anni prima del ministero di Gesù un gruppo di samaritani era riuscito ad entrare nel Tempio durante la notte, al momento della celebrazione delle feste pasquali, e aveva sparso tutto il Tempio di ossa umane. Era un gesto carico di una grande dose di odio:
avevano voluto far sì che il tempio fosse totalmente impuro, che non potesse servire per la celebrazione delle feste pasquali. Questo era l’odio dei samaritani; è facile immaginare l’odio dei giudei, naturalmente.

Nell’anno 52 i samaritani avevano ucciso un gruppo di galilei che andava in pellegrinaggio verso Gerusalemme. I galilei, nella ricerca di vendetta, avevano distrutto un gruppo di villaggi samaritani, massacrando tutti gli abitanti. Si capisce bene, allora, l’atteggiamento di Giacomo e Giovanni, che vogliono fuoco dal cielo sui samaritani.
In Lc 17,11-19 troviamo la storia dei dieci lebbrosi. Questo episodio si trova in un punto importanté del Vangelo di Luca, l’inizio del viaggio a Gerusalemme: “Durante il viaggio verso Gerusalemme” (si vede il ricordo del viaggio) “Gesù attraversò Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce, dicendo: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi”. Appena li vide, Gesù disse: “Andate a presentarvi ai sacerdoti”. E mentre essi andavano, furono sanati. Ma c’è anche la seconda parte dell’episodio: “Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce”. Ecco uno che ha senso religioso: ricorda Naaman, che esclama “il Dio d’Israele è il solo vero Dio”: “e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo”. Solo a questo punto, quando noi, lettori, siamo finalmente nell’ammirazione di questo esempio di credente, viene svelato: “Era un samaritano”.
Gesù allora pone tre domande, in un modo molto caratteristico: “Non sono stati guariti tutti e dieci?”. La domanda e la risposta sui dieci appaiono al lettore scontate; tutti sanno dal racconto che sono stati guariti. Continua: “E gli altri nove dove sono?”. Anche qui lo sappiamo già, Gesù ha detto loro di andare dal sacerdote e hanno obbedito. La terza: “Non si è trovato chi tornasse a rendere gloria a Dio all’infuori di questo straniero?” Abbiamo qui questo straniero nel senso pieno, la parola greca è allògenos, di un’altra razza, che però è il solo venuto a rendere grazie a Dio. Ecco il modo di procedere di Gesù, che insiste: quest’uomo ha davvero un senso religioso profondo, ha saputo capire la necessità di rendere grazie a Dio, egli è precisamente un non giudeo, un samaritano, è uno di questa razza odiata (proprio la parola razza è espressamente citata).
E gli disse: “Alzati e va’, la tua fede ti ha salvato!”. Sono guariti tutti e dieci, ma non solo. Gesù non dice, infatti: “La tua fede ti ha sanato” ma: CorsivoLa tua fede ti ha salvato”. Nel vocabolario di Luca questo verbo, salvare, ha una grande forza; la fede per essere guariti l’hanno avuta tutti e dieci, ma la fede per essere salvato solo questo samaritano. li modo di fare del Vangelo insiste su questa fede di uno straniero, di un allògenos, fede che Gesù non ha trovato da parte degli altri nove. Qui uno straniero è proposto dal Vangelo davvero come modello di fede.
Resta un altro straniero, che è ben conosciuto, il Buon Samaritano, al capitolo 10, dopo che abbiamo incontrato il “samaritano riconoscente”. All’inizio c’è una domanda posta a Gesù, cui Gesù risponde con una controdomanda: “Cosa c’è scritto nella Legge?”. E il dottore risponde citando il comandamento dell’amore verso Dio secondo il testo del Deuteronomio ben conosciuto perché era l’inizio dello Shemà Israel, cioè della preghiera che il buon giudeo diceva almeno due volte al giorno. E aggiunge l’amore del prossimo, che non fa parte dello Shemà, e Gesù Io sottolinea quando risponde con l’imperativo: “Hai risposto bene, fa’ questo e vivrai”.
Il dottore della Legge è un po’ confuso, vuole come giustificarsi: “Chi è il mio prossimo?”, chiede, ed è la domanda; la controdomanda, molto ben radicata nell’evento principale della nostra parabola, è questa: “Chi dei tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?”. La domanda, cioè, capovolge i termini dell’interrogativo iniziale. Mentre il dottore domandava: “Chi è il mio prossimo?”, chi deve essere l’oggetto del mio amore, Gesù racconta una storia: “Chi, a tuo avviso, è diventato prossimo di quello che era incappato nei briganti?”. Bisogna farsi prossimo dell’altro: la domanda è capovolta. Il prossimo è il soggetto, non più l’oggetto. Qui il dottore risponde: “chi ha avuto compassione di lui”. È molto prudente. Il senso qui è di “fare compassione” con lui. Anche qui Gesù conclude con l’imperativo: “va’ e anche tu fa’ lo stesso”.
Il racconto arriva a capovolgere la domanda primitiva per arrivare ad una nuova domanda.
Per Luca il racconto ha la funzione di passare dalla domanda difensiva del dottore “chi è il mio prossimo?” all’altra decisiva domanda: “chi ti sembra essere stato il prossimo di quell’uomo incappato nei briganti?” (la traduzione dovrebbe essere “chi è diventato prossimo”: in greco il verbo è gignesthai). La domanda dunque non è più per sapere qual è il prossimo che devo amare, ma per sapere come io devo fare per farmi prossimo dell’altro, quello che ha bisogno di essere aiutato. Si è verificata un’inversione: il prossimo devo essere io, prossimo che deve amare piuttosto che prossimo che deve essere amato.
Gesù racconta questa storia dell’uomo incappato tra i briganti; su quest’uomo non sappiamo quasi nulla. Abbiamo l’indicazione del luogo, sulla strada da Gerusalemme a Gerico; naturalmente su questa strada si incontravano piuttosto dei giudei, e su una strada così un samaritano non è molto sicuro perché si trova in una zona ostile.
Dopo i primi due personaggi, diciamo sacrali, si vede arrivare un terzo. Si potrebbe pensare ad un laico. Ma non è un semplice laico, adesso lo si dice subito, è un samaritano. E’un nemico, uno da cui non si può sperare niente di buono. Come i precedenti quello arriva, vede e ora tutto è cambiato, egli è preso da compassione. Allora Gesù può fare la domanda: “Chi di questi tre ti sembra si sia mostrato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?”. La cosa più significativa è il cambiamento di prospettiva; a prima vista sarebbe stato molto naturale e facile per Gesù rispondere alla domanda: “Chi è il mio prossimo?” Ogni uomo ha bisogno di aiuto, anche straniero, anche un nemico odioso come sarebbe un samaritano. Gesù non si accontenta di questo. Invece di presentare come samaritano l’uomo incappato nei briganti, il destinatario della nostra compassione, egli ha voluto fare di un samaritano il modello del comportamento esemplare. In questo modo il rifiuto di ogni frontiera, di ogni limite al dovere dell’amore del prossimo mi pare che diventi molto più forte. Noi cristiani dobbiamo imitare quello straniero, il più odioso possibile per gli ebrei e forse con tanti volti nel nostro Nord del mondo, anche per noi. Quali sono i nostri samaritani oggi? Si può trovare più disponibilità ad accogliere Dio da parte di uno di questi “avversari” della religione che non dalla parte dei professionisti della religione. Per un cristiano dunque non può esistere un’idea di propria superiorità davanti agli stranieri.
Questo rapido excursus sul tema dello straniero come emerge in alcuni passi dei Vangeli ci fa rendere conto della decisività di questo tema. Capiamo meglio pertanto perché saremo giudicati sull’accoglienza allo straniero!
Gli episodi di razzismo e rifiuto dello straniero, una vera e propria cultura del disprezzo per chi è diverso da sé per etnia, lingua, religione, colore della pelle, ecc... rivelano pertanto bene la distanza che separa il nostro mondo dal Vangelo. E’ una provocazione per chi sente la responsabilità di fronte alla deriva di un ateismo pratico della società. L’accoglienza dello straniero è pertanto non solo un dovere del cristiano ma è un gesto profetico, nel senso che parla di Dio in un mondo lontano da lui. E’ quello che ci ricorda la lettera agli Ebrei: “Non dimenticate l’ospitalità, alcuni praticandola hanno accolto degli angeli senza saperlo.” (Eb 13,2) Infatti l’unica strada che ci permette di vincere la naturale inaccoglienza che allontana lo straniero è la vicinanza a Cristo: “In Cristo Gesù voi, i lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo” (Ef 2,13) Il nostro riferimento non può essere pertanto limitato all’esercizio di una politica sociale più equa o ad una maggiore tolleranza, ma rimane l’incontro personale con Cristo: l’uomo senza frontiere è l’uomo nuovo che nasce dalla croce di Gesù. “Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.” (GaI 3,26-28)
Nello scritto che citavo poco fa il Card. Martini richiama un altro elemento come fondamento del nostro rapporto con lo straniero: “il motivo escatologico”, I credenti in Cristo infatti sono concittadini dei santi e, in conseguenza, sono pellegrini in questo mondo. La Chiesa non è nazione o città stabile perché cerchiamo quella futura. Come dunque il ricordo del soggiorno in Egitto diventava per gli israeliti motivo di ospitalità, così i cristiani, anch’essi pellegrini, devono comprendere tutti coloro che sulla terra sono stranieri e pellegrini, nella loro stessa figura fisica e sociale
La condizione escatologica inaugurata dalla Risurrezione di Gesù fa sì che tutti sono pellegrini quanto al possesso della terra “I cristiani - scrive Diogneto - abitano la propria patria, partecipano a tutto come dei cittadini, e però tutto sopportano come stranieri. Ogni terra straniera è la loro patria e ogni patria e terra straniera”, non perché si disinteressino della città terrena bensì perché sanno che tutti siamo in cammino verso la città definitiva, della quale tutti siamo concittadini, quella che Dio stesso ci sta preparando.
La Bibbia ci consegna questo grande messaggio: la morte di Gesù in croce abbatte ogni frontiera e ci rende membri di una umanità che ritrova la sua vera unità non nelle realtà contingenti e passeggere ma nella pace di Dio.
Capiamo bene da questi brevi cenni anche la rilevanza pastorale del rapporto con lo straniero: sottovalutarne la crucialità significa svuotare, almeno in parte, la forza rivoluzionaria e salvifica della croce. Per questo la Chiesa non ha mai accettato un compromesso con tendenze razziste o che ammettessero una differenza fra gli uomini in nome della loro religione, cultura o etnia.
Per concludere direi che il tema degli stranieri è una sfida a noi cristiani anche perché il cristianesimo se non è inserito in una visione vasta e universale langue e si impoverisce. Diventa una forma contingente di civiltà e perde la forza di una fede vissuta e di un messaggio di salvezza. E’ quello che tante volte avviene in Italia ed in Europa. Spesso la politica è disposta ad accogliere il cristianesimo per i suoi fini, come puntello o giustificazione ad una logica di potere, ma mal sopporta la contestazione che, in nome della fede nel Cristo crocefisso, le comunità cristiane non possono non fare sui temi dell’immigrazione. In una sua riflessione sulla Chiesa in Europa del 2003 il papa Giovani Paolo Il parla del fenomeno migratorio collocando la sfida non sulla prospettiva stretta e angusta che troviamo oggi nel dibattito su questi temi, ma collocandolo nell’orizzonte di una visione per l’Europa:
“Di fronte al fenomeno migratorio è in gioco la capacità, per l’Europa, di dare spazio a forme di intelligente accoglienza e ospitalità. È la visione «universalistica» del bene comune ad esigerlo: occorre dilatare lo sguardo sino ad abbracciare le esigenze dell’intera famiglia umana.” “Una convivenza pacifica e uno scambio delle reciproche ricchezze interiori renderà possibile l’edificazione di un’Europa che sappia essere casa comune, nella quale ciascuno possa essere accolto, nessuno venga discriminato, tutti siano trattati e vivano responsabilmente come membri di una sola grande famiglia.”
In questa visione larga e universale credo che noi dobbiamo e possiamo vivere la sfida dell’incontro con lo straniero, come prova di autenticità della nostra fede che solo se non accetta compromessi e sottomissione a logiche mondane, risulta credibile agli occhi di chi cerca la verità della vita.

lunedì 31 maggio 2010

Festa della SS.ma Trinità (Anno C)


Festa della SS.ma Trinità

Dal libro dei Proverbi 8, 22-31
Così parla la Sapienza di Dio: «Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all'origine. Dall'eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra. Quando non esistevano gli abissi, io fui generata, quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d'acqua; pri¬ma che fossero fissate le basi dei monti, prima delle colline, io fui generata, quando ancora non aveva fatto la terra e i campi né le prime zolle del mondo. Quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull'abisso, quando condensava le nubi in alto, quando fissava le sorgenti dell'abisso, quando stabiliva al mare i suoi limiti, così che le acque non ne oltrepassassero i confini, quando disponeva le fondamenta della terra, io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell'uomo».

Salmo 8 - O Signore nostro Dio, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!

Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è mai l'uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell'uomo, perché te ne curi?

Davvero l'hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore lo hai coronato.
Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi.

Tutte le greggi e gli armenti
e anche le bestie della campagna,
gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
ogni essere che percorre le vie dei mari.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5, 1-5
Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l'accesso a que¬sta grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.

Alleluia, alleluia, alleluia.
Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo:
a Dio che è, che era e che viene.
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Giovanni 16, 12-15
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

Commento

Cari fratelli e care sorelle, siamo ad una settimana dal giorno in cui lo Spirito Santo è stato effuso su di noi a Pentecoste. Un tempo di grazia si è aperto, benedetto dal dono dello Spirito che è l’amore di Dio. E’ un dono di cui c’è un grande bisogno. Ed oggi ricordiamo lo Spirito assieme al Padre e al Figlio contemplando la realtà del nostro unico Dio in tre persone distinte. Il Dio dei cristiani lo sappiamo, non è un’unica persona, ma tre realtà diverse, con caratteristiche diverse, storia diversa, tanto che addirittura una delle tre, il Figlio, ha condiviso la vita degli uomini in tutto. Ma perché, ci chiediamo, che bisogno c’era di una complicazione tale? Non era più semplice un Dio unico e basta, potente e sempre uguale a sé? No fratelli e sorelle, perché il Dio cristiano, come ci dice l’apostolo Giovanni, non è innanzitutto potenza e forza, ma è amore e non può esistere senza l’atro. E’ questa la sua essenza: essere con l’altro. Per questo le persone della trinità sono tre: diverse ma insieme, unite. La trinità allora non è un concetto difficile, da guardare come una formula matematica che non si capisce, è piuttosto la realizzazione dell’unità vera, perché basata non su interessi comuni o convenienza ma solo sul volersi bene fino in fondo.
Questa caratteristica di Dio è così fondamentale che egli ha mostrato sempre nella storia un amore per l’uomo che non trova altro motivo se non nel fatto che Dio non riesce a stare lontano dall’uomo e lo cerca continuamente, fino ad essersi fatto come lui per essergli ancora più vicino. Infatti non a caso il male che contrasta la realtà di amore che è Dio si chiama “diavolo” che in greco significa “divisione” . Sì il non essere uniti come le persone della Trinità è il male più grande e la vittoria del re del male.
L’uomo e la donna, ci dice il libro della genesi, sono stati creati ad immagine e somiglianza di Dio (Gen 1,26). Cioè abbiamo anche noi scritto nelle nostre fibre, nell’anima il bisogno di essere uniti come lo sono il Padre il Figlio e lo Spirito Santo, sì, proprio nello stesso modo. Anche noi uomini siamo stati fatti per non poter vivere senza l’altro: Dio dopo aver creato Adamo disse “Non è buono che l’uomo sia solo” (Gen 2,18). Eppure, per assurdo, sembra che l’impegno più grande degli uomini sia proprio affermare il contrario e cioè che l’uomo per stare bene debba starsene da solo, che ciascuno debba essere autosufficiente e autonomo, che gli altri siano un fastidio, che io basti a me stesso e meno ho a che fare con altri e meglio é. È questa forse la più grande bestemmia, perché nega che nell’uomo rispecchi l’immagine di Dio che è amore fra tre persone, assumendo invece le fattezze del diavolo, principio di divisione che esalta l’essere soli e autosufficienti.
Anche noi tante volte pronunciamo con la nostra vita questa bestemmia. Lo diciamo, ad esempio, quando affermiamo che non si può vivere assieme con chi è diverso da sé. Pensiamo al rifiuto di chi è straniero, al pregiudizio contro chi è di cultura o religione diversa. Sembra una cosa così naturale, eppure anche il Pare e il Figlio sono diversissimi, il loro essere insieme non è perché sono uguali ma perché l’amore che è la loro essenza è più forte di qualunque differenza e diversità. E lo stesso possiamo dire di quelli che accampano la diversità del carattere o dei gusti per dire che con quello o con quella non posso vivere, che quell’altro è troppo diverso da me perché io possa capirlo e accettarlo, eccetera. L’apostolo Paolo ci ha ricordato oggi che: “l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” ma noi cosa ne abbiamo fatto? Allo Spirito di amore ed unità di Dio noi abbiamo preferito lo spirito di divisione del maligno, che divide e allontana, che ci rende insopportabile. Questa è quella “bestemmia contro lo Spirito” di cui Gesù parla con così grande durezza: “Perciò io vi dico: qualunque peccato e bestemmia verrà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non verrà perdonata.” (Mt 12,31)
Il questo rifiuto dello Spirito per lasciare invece spazio allo spirito del maligno sta la radice della violenza che segna il mondo. La radice della guerra, dell’odio, della divisione nella società, dell’essere sempre gli uni contro gli altri.
Noi potremmo dire: cosa faccio di male io, non posso certo sentirmi responsabile di una guerra o di tanto male che c’è nel mondo. Ogni gesto che esclude e allontana un fratello o una sorella, perché disprezzato, antipatico, nemico e semplicemente perché estraneo è una bestemmia contro lo Spirito Santo, è dire che noi e loro non dobbiamo avere niente da spartire, che i nostri figli e i loro figli devono crescere divisi perché sono diversi, che la terra che calpestiamo noi non può accogliere loro, e così via. I tanti piccoli gesti che quotidianamente affermano questi principi umiliano l’immagine di Dio che il creatore ha voluto mettere in noi: invece di uomini e donne uniti da un unico Spirito, come la Trinità, chi esclude l’altro imita il maligno, re della divisione.
Fratelli e sorelle, perché fare tanta fatica per negare l’immagine di Dio in noi e non assecondarla, per far emergere la vera natura umana che è non poter vivere senza l’altro, senza voler bene a qualcuno, ma non per convenienza o abitudine?
Per questo l’amore più bello, ci dice Gesù, è l’amore per i poveri perché è gratuito e disinteressato, non è legato a interessi o convenienze e non è nemmeno spontaneo, ma è frutto dello Spirito mandato da Dio e accolto con gratitudine. Potremmo dire allora che il cristiano è colui che ha almeno un povero per amico, uno a cui non è legato da vincoli di sangue o di altra natura, ma solo ed esclusivamente dal vincolo santo della carità di Dio.
Il Diavolo ci sconsiglia, semina diffidenza e paura perché non vuole che l’amore di Dio si diffonda nel mondo, che la Trinità regni in mezzo agli uomini. A noi sta la scelta fra il lasciare emergere da dentro di noi l’immagine di Dio che è amore e non può fare a meno dell’altro e l’accogliere il suggerimento del maligno e decidere di vivere solo per sé stessi. È una scelta che siamo obbligati a fare: non si può vivere a metà, o siamo figli dello Spirito santo o di quello della divisione.
Ci sembra troppo difficile per noi gente comune? Lasciamo agire lo Spirito in noi: “Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera” dice Gesù nel vangelo di Giovanni, accogliamo dunque lo Spirito di amore che ci viene dal Vangelo ed egli, con naturalezza ci guiderà alla verità tutta intera che è l’amore di Dio Trinità.

mercoledì 26 maggio 2010

Meditazione tempo di Pasqua 2010 III


Meditazione tempo di Pasqua 2010 III


Abbiamo festeggiato domenica scorsa la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli a Pentecoste. E’ una festa cui la Chiesa dà una particolare importanza, perché con essa si chiude il Tempo liturgico di Pasqua. Questo non significa che la Pasqua viene archiviata come qualcosa di ormai superata, come si fa con i vestiti pesanti ora che il tempo si fa più caldo.
La Pasqua, ci siamo ripetuti spesso in questo tempo, è qualcosa di decisivo per noi cristiani, e lo Spirito a Pentecoste viene a rendere definitiva questa realtà nella nostra vita. Lo Spirito che discende su di noi ci rende uomini e donne pasquali, cioè persone per le quali la dimensione della Pasqua non è qualcosa di passeggero, ma permanente, costante per tutta la vita. Ma questo non è vero solo per quanto riguarda la durata (per sempre, fino alla fine della nostra vita) ma anche il “sempre” di ogni momento, di ogni situazione, di tutte le dimensioni della mia vita, direi un “sempre” che si estende in profondità nel nostro intimo.
Dicevamo che la dimensione pasquale è vivere una vita non più circoscritta al mio “io” ma aperta ad una dimensione larga della famiglia dei discepoli del Signore che abbraccia una moltitudine di persone.
L’uomo della pasqua è quello per il quale gli altri sono importanti, per i quali la liturgia e l’amore privilegiato per i poveri, a imitazione di Dio, sono come i due momenti più importanti in cui vivere la dimensione “allargata” di una vita che esplode e si espande, mescolandosi con quella di tanti altri come in un tessuto.
Lo Spirito rende questa dimensione larga permanente e definitiva. Ma come avviene tutto ciò?
Noi facciamo fatica a comprendere cosa è lo Spirito e ad incontrarlo. Il rischio è di farne una specie di farmaco euforizzante, ma se è così, il suo effetto è limitato nel tempo e “artificiale”. Oppure lo si considera qualcosa di inutile, perché inconsistente, volatile, ecc..
La lettura dei primi due capitoli degli Atti degli apostoli ci aiutano a comprenderne meglio la natura. Il libro si apre con la promessa del dono dello Spirito:
Mentre [Gesù] si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l'adempimento della promessa del Padre, ‘quella - disse - che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo’". (At 1, 4-5)
Questo fatto ci fa capire che si tratta di una comunità che ancora non ha ricevuto lo Spirito: è la prospettiva, ma ancora non è la loro realtà. Eppure gli Atti presentano una realtà così bella, quasi invidiabile. Subito dopo l’ascensione di Gesù al cielo infatti iniziano tutta una serie di vicende interne alla comunità degli apostoli con i discepoli della cerchia più stretta, quelli che erano rimasti dopo la passione e morte del Signore. :
“Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato. 13Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi: vi erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo Zelota e Giuda figlio di Giacomo. Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui.” (At 1, 12-13)
Essi rimangono uniti, pregano, si preoccupano diremmo dell’organizzazione della loro comunità, del suo buon funzionamento. Per esempio associano Mattia agli apostoli in sostituzione di Giuda che si era ucciso. Sembra un quadro più che soddisfaciente: non ci sono divisioni, tutto sembra andare per il meglio. Ma quella comunità vive ancora nel chiuso della stanza al piano superiore e tutto il primo capitolo degli Atti si svolge tutta all’interno della cerchia dei discepoli.
La discesa dello Spirito santo segna invece un punto di svolta e inaugura una grande novità: le porte si spalancano e gli apostoli vanno per strada e annunciano il Vangelo a tutti. Il libro degli Atti ci viene a dire cioè che stare bene fra noi è importante, perché è già un grande progresso, rispetto alla realtà di divisione e conflittualità normale nel mondo. E infatti questo ha una sua rilevanza: che i fratelli e le sorelle restino uniti, preghino insieme, siano amici è la premessa indispensabile che permette che lo Spirito li possa raggiungere. Lo dicevamo domenica scorsa a messa, se si fossero dispersi o, peggio, avessero cominciato a litigare, magari su chi doveva essere il capo di quel nuovo gruppo, lo Spirito non sarebbe potuto scendere, o non se ne sarebbero accorti nemmeno, agitati da ben altre faccende. Ma tutto ciò non basta. Lo Spirito non viene per ratificare quella realtà di fatto. Non scende per rinsaldare i legami di solidarietà fra i discepoli, ma quasi a metterla in discussione, affermando che quella famiglia è vera se arriva a comprendere chi non c’entra niente, chi sta per strada e non nella stanza al piano di sopra, chi nemmeno conosco o mi sta antipatico. È quello che Pietro, riempito dallo Spirito, sente subito, e lo traduce in azioni concrete: esce per la strada, parla a tutti, facendosi capire da tutti. Con quel suo lungo discorso di Atti 2 annuncia in breve l’essenziale della fede in Gesù (il kerigma):
“E Pietro disse loro: "Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro". Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: "Salvatevi da questa generazione perversa!" (At 2, 39-41)
Possiamo notare come Pietro sia appassionato in questo suo lungo discorso: si sente responsabile per quella gente che lo sta ad ascoltare, come suoi familiari, perché sa che la generazione di cui fanno parte (ed è vero per ogni generazione cristiana) è perversa, cioè perde la vita. Pervertire infatti non vuol dire solo essere immorali, ma significa letteralmente “girare la vita dalla parte sbagliata”. A questa realtà si contrappone convertire, cioè “girare la vita dalla parte giusta”. Non è che quella gente che ascolta Pietro fosse diversa da tutti gli altri. Non erano perversi perché scelti fra i bassifondi di Gerusalemme. Lo Spirito però fa cambiare direzione alla vita di chi lo incontra: da tutti concentrati su di sé e sul proprio piccolo mondo, ad una estroversione decisamente verso gli altri. E’ questa la “direzione giusta” che permette di non essere pervertiti dalla vita. Cambia così il nostro modo di vedere gli altri: da gente che ci spaventa, rivali, nemici, antipatici, se gli vogliamo bene, ci fanno compassione, perché sentiamo che senza il Signore la loro vita si perde, pur facendo cose del tutto normali.
Pietro si accalora lungo la strada, tanto che lo prendono per un ubriaco, eppure quelli non sono discepoli d Gesù, lo stanno conoscendo per la prima volta attraverso di lui, molti non sono nemmeno giudei, sono stranieri che vengono da tutte le parti. È lo Spirito che fa superare a Pietro e agli altri ogni barriera e limite che loro erano tentati di porre attorno alla comunità dei discepoli, cioè al gruppo di quelli che ormai avevano imparato a stare bene fra di loro.
La Pentecoste ci viene a dire che “la famiglia” del Signore non sono quelli “già ci stanno”, perché sono di più quelli che mancano, per i quali è la promessa: “per tutti quelli che sono lontani”.
Ricevere lo Spirito dunque significa innanzitutto sentire la mancanza di quelli che non ci sono, i lontani, e cercare di fare di tutto per radunarli; come a Pietro infatti lo Spirito ci suscita un senso di responsabilità appassionata nei loro confronti e la preoccupazione per il pericolo che corrono di perdere la loro vita. Luca alla fine di quella giornata straordinaria annota:

“Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone. … Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.” (At 2, 41; 47)

E’ la dimensione missionaria che la Pentecoste suscita nei discepoli del Signore.
Chiaramente si apre ai dodici la domanda di cosa vuol dire missione.
In tutte le epoche storiche i cristiani sono posti dal racconto dalla Pentecoste contenuta negli Atti davanti a questa domanda concreta, perché o si vive come uomini pasquali pieni di Spirito, e quindi preoccupati che quelli che abbiamo di fronte non perdano la loro vita e responsabili di aiutarli a convertirsi, oppure si è cristiani morti, inanimati.
Per molto tempo si è risolto il problema dicendo che era compito di alcuni specialisti: i missionari, e riservato ad alcune regioni della terra: le missioni.
Gli Atti però specificano bene che la missione è “convertire” ogni generazione “pervertita”.
La domanda è allora: ci accorgiamo che la vita spesso gira dalla parte sbagliata? Ci sentiamo responsabili di dirlo, e soprattutto, crediamo che dobbiamo trovare il modo migliore di dirlo?
Sono le domande della Pentecoste, quelle che ci fanno sentire la necessità di non essere da soli a porcele e, tanto meno, a potervi rispondere, sentendo il bisogno di uno Spirito buono che ci aiuti. E’ la premessa indispensabile perché possiamo accogliere il dono dello Spirito che ci rende uomini e donne pasquali in modo pieno e definitivo.

lunedì 10 maggio 2010

Avvento IV (anno C)

Avvento IV (anno C)

Dal libro del profeta Michea 5,1-4a
Così dice il Signore: «E tu, Betlemme di Èfrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall'antichità, dai giorni più remoti. Perciò Dio li metterà in potere altrui, fino a quando partorirà colei che deve partorire; e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli d'Israele. Egli si leverà e pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore, suo Dio. Abiteranno sicuri, perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra. Egli stesso sarà la pace!».

Salmo 79 - Signore, fa' splendere il tuo volto e noi saremo salvi.

Tu, pastore d'Israele, ascolta,
seduto sui cherubini, risplendi.
Risveglia la tua potenza
e vieni a salvarci.

Dio degli eserciti, ritorna!
Guarda dal cielo, e vedi e visita questa vigna,
proteggi quello che la tua destra ha piantato,
il figlio dell'uomo che per te hai reso forte.

Sia la tua mano sull'uomo della tua destra,
sul figlio dell'uomo che per te hai reso forte.
Da te mai più ci allontaneremo,
facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.

Dalla lettera agli Ebrei 10,5-10
Fratelli, entrando nel mondo, Cristo dice: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: "Ecco, io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà"». Dopo aver detto: «Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato», cose che vengono offerte secondo la Legge, soggiunge: «Ecco, io vengo per fare la tua volontà». Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell'offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre.

Alleluia, alleluia, alleluia.
Ecco la serva del Signore:
avvenga a me secondo la tua parola.
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 1,39-45
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Ap¬pena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bam¬bino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orec¬chi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Commento 2009/10

L’evangelista Luca ci racconta oggi di come dopo aver ricevuto l’annuncio dell’imminente nascita di Gesù “Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa.” Ci colpisce l’atteggiamento di questa ragazza che nonostante fosse incinta, non risparmia la fatica di un viaggio non breve, in una zona montuosa e fredda per assistere un’anziana che, come lei, era incinta. Maria avrebbe avuto tutti i motivi per risparmiarsi questa fatica, visto il suo stato. Era lei ad aver bisogno di assistenza e sostegno, vista la giovane età e il modo così inconsueto con cui aveva iniziato il suo matrimonio, rischiando anche di essere condannata per adulterio o ripudiata dallo sposo. Tutte queste difficoltà del momento non fanno però pensare a Maria che era meglio risparmiarsi e prendersi cura di se stessa. Avrebbe potuto a pieno diritto dirsi: “i tempi sono difficili, la mia situazione complicata, meglio risparmiare risorse ed energie per usarle per me stessa”.
E’ quello che molti in questi giorni si dicono: “C’è la crisi economica, i tempi sono difficili, meglio risparmiare le risorse e tenercele per noi.” Lo vediamo dal clima che caratterizza questi ultimi giorni prima di Natale. La preparazione del cenone, le spese per i regali, gli ultimi affanni per organizzare le feste: chi invitare, che regali fare, ecc… confermano un affaccendarsi ad organizzare per se stessi si un felice Natale, come la tradizione vuole. A volte veramente questo affanno diventa parossistico, tanto che si giunge addirittura a fare del Natale occasione per conflitti nella famiglia o di angoscia per quello che si ha da fare ecc….
Maria oggi ci indica un modo diverso di prepararsi al Natale. Infatti, come accennavo, restiamo colpiti dal suo non preoccuparsi di preparare il proprio Natale, ma quello di un’altra donna, alla quale porta sostegno. Maria è donna imprudente, quasi avventata: che bisogno c’era di darsi tanto da fare? Forse anche per questo suo preoccuparsi degli altri e poco di sé il suo Natale la colse senza nemmeno una casa o le minime comodità di cui aveva bisogno. Molti di noi, più saggi e prudenti, le direbbero: poteva preoccuparsene prima, essere più prudente e meno altruista. Chi di noi non darebbe questo consiglio se avesse una figlia o una giovane amica incinta come era Maria?
Cari Fratelli e care sorelle, Maria nella sua ingenuità un po’ bambina e semplice non ha fatto altro che mettere in pratica il messaggio profondo della Scrittura che è messaggio di amore generoso. Elisabetta lo capisce bene e infatti pronuncia forse l’elogio più bello di Maria: “beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto.” E’ questo infatti il motivo vero del suo essere una donna straordinaria. Come il giorno dell’annunciazione, quella giovane non fa spazio a ragionamenti di prudenza e risparmio di sé, ma ha una fiducia ingenua e piena nel fatto che mettere in pratica, adempiere la parola di Dio sia il modo migliore per vivere beati, cioè felici.
Noi potremmo dire: “ma la Madonna era speciale, non possiamo mica aspirare ad essere come lei?” Così dicendo crediamo di essere monto devoti a Maria, mettendola su un piedistallo irraggiungibile. In realtà ciascuno di noi può vivere la beatitudine di Maria, cioè fidarsi della parola di Dio, credere possibile mettere la propria vita al servizio di Dio perché da essa, come avvenne a Maria, possa nascere la Salvezza del mondo, la gioia e la consolazione di chi lo invoca. Nella sua semplicità ingenua Maria intuisce che lì sta la propria salvezza, che è una falsa illusione credere di salvarsi la vita mettendola al servizio del proprio benessere e tranquillità, come tanti fanno. Passata l’ubriacatura del consumismo e del clima di felicità artificiale, chi ha preparato il proprio Natale con quello spirito di servizio al proprio benessere non potrà concepite altro che il frutto amaro dell’egoismo e dell’amore per sé stessi.
Fratelli e sorelle, proviamo anche noi in questo ultimo breve tratto del tempo di avvento a vivere la fretta che spinse Maria ad uscire dal chiuso della propria rassicurante casa per intraprendere un viaggio verso un’anziana bisognosa di sostegno. Sì, la strada è in salita, ci sono le montagne delle nostre abitudini e delle tradizioni che ci sembrano impossibili da superare; Maria, pur essendo giovane e non forte, le superò perché animata dalla fiducia nel Signore.
Anche noi allora in questi giorni prepariamo non solo il nostro Natale, ma anche quello di chi ha bisogno di sostegno. E’ questo il senso della festa che organizziamo il 5 gennaio qui in chiesa con tanti poveri, gente sola, stranieri, anziani, che ci chiedono di avere qualcuno che dia loro la speranza in un futuro migliore. Il 25 a pranzo in duomo e il 5 gennaio qui a Santa Croce cerchiamo in qualche modo di imitare Maria, la sua ingenua fiducia, per sperimentare che sì, è possibile essere beati perché crediamo nell’adempimento della Scrittura. Non la beatitudine della prudenza e del pensare a sé, non la beatitudine del preparare la propria festa, ma la beatitudine di vedere realizzato il sogno di un banchetto in cui ad essere serviti sono i poveri e a servire i ricchi. E’ un angolo di cielo, una pregustazione di quel regno di Dio che realizzerà nella pienezza quello che umilmente noi proviamo a vivere fin da ora.

Preghiere

O Signore che sei sceso nella vita umile di Maria, aiutaci a essere come lei attenti agli altri e pronti ad aiutarli, senza risparmiarci né trattenere per noi.
Noi ti preghiamo

Fa’ o Gesù che come Maria anche noi ci affrettiamo in questo ultimo tratto del tempo di avvento verso il luogo della tua nascita. Aiutaci a non restare fermi, bloccati dall’egoismo e chiusi in una vita avara.
Noi ti preghiamo

Ti preghiamo o Signore Gesù perché nella nostra città ci siano cuori attenti e pronti ad accogliere te che stai per nascere. Fa’ che ci manteniamo immuni dall’ubriacatura dell’affanno per sé, ma restiamo attenti alla voce della tua Parola.
Noi ti preghiamo

O Padre che non smetti di invitarci a sollevare lo sguardo da noi stessi per incontrare i fratelli e le sorelle, fa’ che come Maria siamo pronti a incamminarci verso l’altro superando la via in salita e le difficoltà.
Noi ti preghiamo

O Padre misericordioso, ti preghiamo di perdonare la durezza dei nostri cuori e l’avarizia delle mani. Fa’ che senza indugio ti veniamo incontro preparando la festa che accoglie la tua venuta.
Noi ti preghiamo

Invochiamo o Dio la tua protezione su tutti coloro che si preparano nel mondo a celebrare la tua venuta. Fa’ che ognuno possa ricevere la salvezza di un Dio fattosi uomo per incontrarlo ed essergli vicino.
Noi ti preghiamo.

Aiuta o Signore Onnipotente tutti quelli che hanno bisogno di sostegno: i malati, i sofferenti, i peccatori, gli immigrati, i soli e i dimenticati. Fa’ nascere per tutti la possibilità di un futuro diverso.
Noi ti preghiamo


Ricevi O Signore l’offerta del nostro desiderio di restarti vicino. Non ti sdegnare del nostro peccato, sii paziente per la nostra lentezza a venirti incontro. Aiutaci a credere come Maria nella realizzazione concreta della tua Parola nella nostra vita.
Noi ti preghiamo



Avvento III (anno C)

Avvento III (anno C)

Dal libro del profeta Sofonìa 3,14-18a
Rallegrati, figlia di Sion, grida di gioia, Israele, esulta e acclama con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d'Israele è il Signore in mezzo a te, tu non temerai più alcuna sventura. In quel giorno si dirà a Gerusalemme: «Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente. Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia».

Is 12,2-6 - Canta ed esulta, perché grande in mezzo a te è il Santo d'Israele.
Ecco, Dio è la mia salvezza;
io avrò fiducia, non avrò timore,
perché mia forza e mio canto è il Signore;
egli è stato la mia salvezza.

Attingerete acqua con gioia
alle sorgenti della salvezza.
Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome,
proclamate fra i popoli le sue opere,
fate ricordare che il suo nome è sublime.

Cantate inni al Signore, perché ha fatto cose eccelse,
le conosca tutta la terra.
Canta ed esulta, tu che abiti in Sion,
perché grande in mezzo a te è il Santo d'Israele.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi 4,4-7
Fratelli, siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù.

Alleluia, alleluia, alleluia.
Lo Spirito del Signore è sopra di me,
mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annunzio.
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 3,10-18
In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.
Commento 2009/10

Cari fratelli e care sorelle abbiamo iniziato tre settimane fa il tempo di Avvento dicendo che questi giorni che precedono il Natale sono un’occasione per prepararci alla venuta del Signore Gesù vivendo con un atteggiamento pensoso, evitando le ubriacature di un clima falsamente festaiolo per concentraci invece sull’interrogativo circa il nostro bisogno di un Salvatore. Ma ecco che oggi la Scrittura ci si propone con un atteggiamento diverso. Il Profeta Sofonia ci dice: “Rallegrati, figlia di Sion, grida di gioia, Israele, esulta e acclama con tutto il cuore” e anche l’apostolo invita: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti.” Non è una contraddizione? E più in generale, ci potremmo chiedere, non è contraddittoria la Scrittura che da un lato si propone alla nostra vita con un messaggio forte e rigoroso che invita alla conversione, a tagliare via tante parti superflue o negative della nostra vita, ad un senso serio ed austero, così come è incarnato dalla figura di Giovanni battista nel deserto, mentre dall’altra pretende di essere la salvezza e la felicità dell’uomo? Ce lo siamo chiesti, credo, un po’ tutti noi, e a volte facciamo prevalere un aspetto, a volte un altro a seconda dell’umore o della situazione in cui ci troviamo.
Credo però che in realtà non ci sia contraddizione fra i due richiami, entrambi decisivi e veri. La felicità infatti per essere vera non può sfuggire l’aspetto drammatico della vita dell’uomo, il suo essere in balia di tante vicende a volte di segno opposto, la fragilità, la finitezza di un ciclo che comunque ha una conclusione, ecc… Troppe volte viviamo la tentazione di sfuggire questa dimensione, facendo finta che non esista. Si evita di pensarci riempiendosi la vita di mille occupazioni in modo che non si abbia un tempo di riflessione, oppure la si nega rincorrendo un senso di artificiale giovanilità, di benessere esasperato, ecc… sono le tante fughe delle droghe chimiche, ma anche di un modo di vita drogato perché un po’ sempre affannato e su di giri, esagitato e inquieto.
La scrittura ci viene a dire oggi che non dobbiamo avere paura di guardare a questa dimensione della vita, che evitarla non la annulla, ma anzi rende ancora più drammatico il sopravvenire dei segni inevitabili della sua presenza. La vita dell’uomo infatti non è una corsa verso il nulla, ma ha come meta la vita assieme al Signore: “Il Signore ha revocato la tua condanna… Re d'Israele è il Signore in mezzo a te, tu non temerai più alcuna sventura. In quel giorno si dirà a Gerusalemme: «… Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente.” Il profeta Sofonia esprime la liberazione dalla condanna di un senso angusto e angosciato della vita che trova invece il suo vero compimento nella compagnia del Signore che salva dal non senso e dal vuoto.
Proprio questo essere liberati dal vuoto di senso da un’importanza enorme al nostro vivere, direi ad ogni istante della nostra vita. Non è indifferente infatti come sono, come mi comporto, per che cosa spendo il tempo e le risorse che ho. Le posso infatti usare per avvicinarmi alla meta della compagnia felice del Signore, o per sfuggirla, per negarla cercando rifugio in qualcosa che ci appare più rassicurante, come appunto il benessere o il successo, ma che in realtà è effimero e fugace.
Questo ci dona una serenità enorme: nulla si perde della nostra vita se va nella direzione della realizzazione del bene che il Signore vuole per noi. Anche la fatica e il distacco che ci sembra doloroso da tante cose che non valgono nulla, in realtà sono una liberazione e un’alleggerimento da tanti impacci e pesi che gravano sul nostro animo. Ecco perché allora il cristiano non può che essere lieto, come dice l’apostolo, perché non ha nulla da temere. Anche la fragilità della vita si supera in un senso di abbandono fiducioso al Signore che viene per restare con noi.
Chiediamoci allora oggi: noi viviamo il modo lieto e pieno di senso di una vita libera dalla paura? Sentiamo che possiamo andare incontro agli altri fiduciosi e pronti ad accoglierli, o piuttosto crediamo che bisogna difendersi da loro come da minacce al nostro stare bene? Siamo convinti che voler bene a tutti e per primi, essere generosi senza cercare il contraccambio sia il modo per assicurarci un futuro migliore rendendo felici altri o crediamo che sia un pericolosa imprudenza? Crediamo che essere disarmati e vulnerabili davanti alle realtà che incontriamo sia il modo più umano di vivere o pensiamo che bisogna corazzarsi e preservarsi innanzitutto?
Quelli che vanno da Giovanni avvertono che c’è qualcosa di autentico in quell’uomo che non si difende e non sfugge la dimensione drammatica della vita, ma che neppure ne ha paura ma è pieno di fiducia nel Signore che sta per venire. Per questo gli rivolgono la domanda chiave della vita: “Che cosa dobbiamo fare?” Anche noi oggi, come bambini fiduciosi ci rivolgiamo a lui con questo interrogativo ingenuo e serio. A chi lo interroga così il battista indica la via di una generosità che si fa toccare dall’altro senza avvertirlo come una minaccia da cui difendersi, ma come qualcuno che ha bisogno di essere sostenuto dalla nostra amicizia, concreta e protettiva come una tunica e nutriente come un cibo sostanzioso: “Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto”. Facciamo noi altrettanto in questo tempo di Avvento e il Signore che sta per nascere ci troverà pensosi e lieti e non ubriachi di affanno per se stessi.
Preghiere
O Signore che vieni e visiti la nostra vita, aiutaci a vegliare davanti al mondo che ci si presenta così pieno di sofferenza. Fa’ che non volgiamo altrove lo sguardo per sfuggire il dolore altrui, ma siamo sempre pronti a fare nostra l’invocazione di chi ha bisogno.
Noi ti preghiamo

Dio Padre buono e misericordioso, dissoda il terreno della nostra vita, perché la strada sia appianata e i fossi siano colmati e tu possa giungere fino a noi a donarci la salvezza.
Noi ti preghiamo

Ti ringraziamo o Dio Padre nostro per i tanti motivi di gioia che ci doni. Per la vita che ci è stata concessa, l’amore vissuto e le tante occasioni di fare del bene che ci sono state accordate. Fa’ che non lo dimentichiamo mai.
Noi ti preghiamo

Aiuta o Signore tutti i tuoi figli ad essere lieti del destino di bene che prepari per loro. Fa’ che non resistano ad esso percorrendo le vie dell’orgoglio e dell’amore per se stessi.
Noi ti preghiamo

Ti preghiamo o Dio del cielo per tutti coloro che sono nel dolore. Per i malati, per gli anziani, per chi è senza casa e famiglia, per le vittime della guerra e della violenza, per i prigionieri, per i disprezzati, per chi è solo e senza speranza. Aiutali e perdona chi è causa del loro dolore.
Noi ti preghiamo

Trasforma o Dio il cuore degli uomini di questa città, perché nessuno sia straniero e disprezzato, ma ognuno trovi porto sicuro e approdo amichevole per la loro vita.
Noi ti preghiamo.

O Padre che hai preparato un padre e una madre che si prendesse cura del Verbo fatto carne, fa’ che tutti noi siamo pronti a farci padri e madri, fratelli e sorelle, amici e compagni di chi incontriamo, perché nessuno sia senza vestito e cibo quando noi ne abbiamo in abbondanza.
Noi ti preghiamo

O Dio ti preghiamo per tutti i poveri che celebreranno il Natale in questa Chiesa nella festa che prepariamo per loro. Fa’ che sappiamo accoglierli con amore e generosità.
Noi ti preghiamo