lunedì 18 ottobre 2010

Inaugurazione casa per senza dimora - Terni, 14 ottobre 2006

Una casa per chi non ce l'ha Cari amici, siamo qui riuniti per un’occasione felice, e come in tutte le famiglie, quando c’è un lieto evento è bello condividerlo con gli intimi. E’ quello che vogliamo fare oggi.
L’occasione, come sapete, è l’apertura di una casa pronta ad ospitare un gruppo di persone che non ne hanno una. Il problema della mancanza di una dimora affligge nel mondo un numero assai largo di persone, anche in Paesi in cui ci sarebbe la possibilità senza sforzo di alloggiarne un numero forse doppio, e questa casa che andiamo ad aprire ne è la dimostrazione. Sì, senza sforzo, mi piace dirlo, perché il risultato bello di cui oggi godiamo e di cui siamo orgogliosi non è frutto di grandi fatiche, né dello sforzo di qualcuno dalle doti eroiche, non ne vedo molti qui di eroi. Le mura c’erano già, non abbiamo dovuto costruirle noi, grazie a Dio. Le risorse che sono state necessarie per ristrutturarla ci sono state donate da tanti, e di questo ringraziamo quelli di loro che sono qui, ma anche loro, credo che posso dirlo senza offendere nessuno, non hanno dovuto fare uno sforzo sovraumano per dare quello che hanno potuto e voluto.
Quello che vorrei dire è che esiste una “normalità del bene” che dovrebbe portarci a dire che il fatto che ci sia qualcuno che si preoccupa, ad esempio, di chi non ha un tetto sulla testa non dovrebbe essere qualcosa di strano o eccezionale, casomai il contrario. Piuttosto, che non si trovino a Terni posti per ospitare i senza casa quando, se ci guardiamo intorno, non mancano immobili vuoti e case sfitte, né risorse per ristrutturarle e arredarle, questo sì che deve stupirci e inquietarci. Altrimenti si corre il rischio di considerare normalità il male ed eccezione il bene, e si sa quanto sia breve il passo per arrivare a dire che ciò che è normale è giusto e va accettato così come è. È questo uno stravolgimento troppo diffuso, che noi vogliamo contestare. È un po’ quello che diceva S. Basilio, vescovo in Asia minore nel IV secolo: “Sarà chiamato ladro chi spoglia uno che è vestito e non meriterà lo stesso titolo colui che, potendo vestire un nudo, non lo veste? È dell’affamato il pane che tu possiedi; è del nudo il vestito che hai nell’armadio; è dello scalzo la scarpa che s’ammuffisce in casa tua; è dell’indigente l’argento che tu tieni seppellito. Quanti sono gli uomini ai quali puoi dare, tanti sono coloro cui fai torto”. (Basilio di Cesarea, Omelia XII, 7). Potremo continuare: è del senza dimora la casa vuota, non ospitarlo è un po’ come rubargliela.
Forse, se di una difficoltà bisogna proprio parlare, dato che sembra strano oggi fare qualcosa senza lamentarsi almeno un po’, questa difficoltà viene prima, cioè ad accorgersi e a far propri i problemi di chi ci vive accanto, specialmente quelli dei poveri. Ne parlano sociologi e psicologi, è un fenomeno sempre più diffuso nelle città, e Terni non fa eccezione, che le povertà estreme divengono talmente connaturate con il paesaggio urbano, da divenire invisibili allo sguardo dell’uomo e della donna comune. Sì, bisogna sempre più essere fuori dal comune per accorgersi di chi sta male, un po’ matti, addirittura, per fermarsi davanti a chi sta male. Sempre più, e questo dovrebbe interrogare i cristiani, ma anche i laici più avvertiti, i poveri sono infatti considerati un fenomeno sì fastidioso, ma in sostanza normale, come il traffico, il maltempo, l’aumento dei prezzi, ecc... Teorie economiche accreditate affermano che un certo tasso di povertà è connaturato con lo sviluppo e che le disuguaglianze fra chi sta molto bene e chi sta molto male è un volano che autoalimenta i processi economici a livello globale e a livello locale. Penso, tanto per fare un esempio, all’economista Edmund Phelps e la sua nota teoria che giustifica la presenza di un certo tasso di disoccupazione come fenomeno fisiologico delle società industrializzate. Si vede che lui non l’ha mai perso il lavoro e non ha mai dovuto affrontare le conseguenze della disoccupazione, e forse per questo ha ricevuto il premio Nobel. Secondo tali ragionamenti la presenza di sacche di povertà sarebbe dunque un indice di sviluppo economico e sociale. In questo senso la stagnazione economica, la penuria, il senso di appiattimento che hanno accompagnato lo stile di vita dei paesi socialisti oltre cortina di qualche decennio fa sembrano confermare tali teorie in voga oggigiorno, che contengono un sottofondo di evidenza, tanto che sembra impossibile negarne la bontà. Chi può disconoscere infatti che ovunque c’è benessere ci sono anche molti poveri? E di nuovo, noto un po’ amaramente, fra dire che “è sempre stato così” e dire che “è giusto che sia così” il passo è breve, specie se chi lo fa si trova dalla parte giusta, cioè quella dei benestanti.
Ma non vogliamo oggi addentrarci in teorie economiche e le loro giustificazioni teoriche e pratiche, solo vorrei sottolineare come un realismo diffuso ci porta ad accettare, a volte con molta facilità, come normale la disuguaglianza.
Possiamo dire che allora l’apertura di questa casa è la dimostrazione che essere poveri non è inevitabile né normale, proprio a partire dall’aspetto così macroscopico della povertà che è l’essere senza un tetto. Ha dunque il valore di profezia, cioè di incoraggiamento e testimonianza perché tante altre simili ne sorgano presto.
Ma l’apparenza inoffensiva e ridente di questa casa (e in effetti lo è, come vedrete fra poco) ha, se volgiamo, il valore della denuncia e come tale il suo sorriso è anche un urlo e uno schiaffo. Sì, un urlo di gioia per chi trova un luogo accogliente in cui vivere, ma anche lo schiaffo in faccia ad una città intorpidita che, con il suo agire e col suo lasciar correre, fa sua e sostiene l’idea della normalità della povertà.
Qualcuno potrebbe dire: ma questo è lavoro delle istituzioni. Noi cristiani dovremmo occuparci di altro. Dare casa, lavoro, mangiare alle classi svantaggiate è roba da assistenti sociali, da amministratori del Comune, da gente della politica, non da gente di chiesa. E’ contestazione frequente oggi, quando anche nel mondo cristiano si fanno strada derive spiritualiste, ma che fin dai primissimi anni del cristianesimo ha attraversato i secoli, e molti testimoni delle prime generazioni cristiane l’hanno dovuta affrontare. Ad esempio Paolino da Nola, monaco del IV secolo, nel sud Italia fondò comunità di cristiani che vivevano con fedeltà radicale al Vangelo. Ebbene volle che la casa dove la comunità dei fratelli viveva avesse al piano terra un luogo di accoglienza per i viandanti senza tetto, proprio a significare che a fondamento della vita cristiana sta un esercizio concreto e accogliente dell’amore. Ma già almeno un paio di secoli prima i padri della Chiesa, sia in oriente che in Occidente avevano colto il legame stretto che esiste fra annuncio cristiano e solidarietà vissuta. Lo testimoniano, fra gli altri, gli scritti di Giustino, cristiano romano del II secolo, che trovandosi nella necessità di spiegare il cristianesimo a chi non lo conosceva e lo giudicava male scrisse testi in cui fra le prove principali della bontà della nuova dottrina annoverava proprio l’amore per chi è nel bisogno che da essa scaturisce. Questo sforzo di autopresentarsi che coinvolgeva i primi cristiani ben presto li portò davanti alla necessità di definire con maggior chiarezza i nuclei essenziali della loro fede. Si giunse così ad affermare che se i sacramenti, e fra di essi l’Eucarestia in misura primaria, costituivano il fondamento della vita cristiana, questa non poteva essere pensata senza l’esercizio della carità verso i deboli. Anzi l’una non poteva sussistere senza l’altra e si apportano vicendevolmente forza e vitalità. Eucaristia e carità, mensa del banchetto e mensa dell’amore fraterno fin dai primi secoli della vita cristiana sono stati così legati fra loro da far dire a Giovanni Crisostomo, arcivescovo d Costantinopoli del IV secolo queste parole di grande spessore spirituale: “Vuoi onorare il corpo di Cristo? Ebbene, non tollerare che egli sia ignudo; dopo averlo ornato qui in chiesa con stoffe di seta non permettere che fuori egli muoia di freddo per la nudità. Colui che ha detto «questo è il mio corpo» (Mt 26,26), confermando con la sua parola l’atto che faceva, ha detto anche: «Mi avete visto soffrire la fame e non mi avete dato da mangiare» e quanto non avete fatto a uno dei più piccoli tra questi, neppure a me l’avete fatto (Mt 25,42-45). Il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura. Impariamo quindi a pensare e a comportarci degnamente verso così grandi misteri e a onorare Cristo come egli vuol essere onorato. Il culto più gradito che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare è quello che egli stesso vuole, non quello che pensiamo noi. Anche Pietro credeva di onorare Gesù, impedendogli che gli lavasse i piedi (cf. Gv 13,8), ma ciò non era onore, bensì il contrario. Così anche voi onoratelo nella maniera che egli stesso ha comandato, impiegando cioè le vostre ricchezze a favore dei poveri. Dio non ha bisogno di vasi d’oro, ma di anime d’oro” (Giovanni Crisostomo, Commento a Matteo, 50, 2-ss). E’ evidente il legame che Crisostomo indica fra corpo di Cristo eucaristico e corpo di Cristo nei poveri e la necessità di vivere l’amore per entrambe, perché ciascuno sia vero. Di questo ha scritto lungamente il nostro vescovo nei primi capitoli del suo libro Storia dei poveri in Occidente.
Questo abbiamo voluto realizzare tra noi, ed è per noi un privilegio che lo stesso tetto ospiti il luogo della celebrazione liturgica e quello del servizio ai poveri, come a sottolinearne l’unità intrinseca. La parrocchia di Santa Croce è un povero edificio, ce ne rendiamo ben conto, basti pensare che il suo tetto è stato distrutto dai bombardamenti del ’45, eppure può vantare fondamenta solidissime: quelle della preghiera e dell’amore per i poveri. Le parole della liturgia celebrata nella sala accanto a questa diventano qui vita vissuta il mercoledì, quando sono distribuiti amicizia, aiuti alimentari e vestiario a oltre 150 famiglie, e nel piano di sopra, dove diventano tetto e protezione per chi è senza casa.
Agostino scriveva a proposito del Padre Nostro: “Anche i ricchi e i nobili secondo il mondo… sono invitati da queste parole a non trattare con superbia i poveri e gli umili, poiché tutti insieme dicono Padre Nostro. Non possono pronunciare queste parole con verità e pietà se non si riconoscono fratelli.” (Agostino d’Ippona, Il discorso della montagna, II, 4,16). Sì, una comunità non può dirsi cristiana se non ha al centro delle sue preoccupazioni il culto dei poveri accanto a quello eucaristico, perché l’uno fa riferimento all’altro.
Avevo fatto cenno all’inizio al valore profetico e di denuncia del nostro impegno, ma, in conclusione, vorrei dire che non sono stati questi i motivi, per validi che siano, che ci hanno spinto a sognare fortemente e, finalmente, a realizzare questa casa. Non credo che ne sarebbe valsa la pena. La vera motivazione che ci ha spinto infatti non è stato tanto il desiderio di dimostrare che era possibile, né di denunciare istituzioni o privati che si disinteressano. Non ci sentiamo i pierini primi della classe, né crediamo che fare qualcosa di buono dia diritto a sentirsi migliori. No, noi siamo partiti invece da una storia che assomiglia ad una fiaba per bambini.
Tutti noi conosciamo le storie del libro della Genesi, perché sono strane e interessanti: la creazione del cosmo, con tutte quelle descrizioni così affascinanti; Adamo ed Eva nel paradiso terrestre, il diluvio e l’arca di Noè con tutte le specie animali, la torre di Babele e la confusione delle lingue, e tante altre. E’ come se Dio, all’inizio della storia dell’uomo, lo abbia voluto istruire con favole accattivanti e profonde, capaci di scuotere la sua fantasia un po’ bambina.
Una di queste storie narra di due fratelli, Caino e Abele, i primi due fratelli dell’umanità. E’ chiaro fin da subito che Dio ha scelto la loro storia per dirci qualcosa di importante, e niente in essa è casuale. Il nome Abel in ebraico significa “soffio”: ha il peso lieve delle vite di tanti esseri umani fragili, così deboli da essere come un soffio, tanto che è facile, direi normale, non accorgersi nemmeno di loro. E’ quello che avviene, dicevamo poco fa, per molti poveri ancora oggi. Dio, stranamente, ci ha voluto presentare i primi due fratelli dell’umanità non come il buono e il cattivo, il malvagio e il virtuoso, come sarebbe forse venuto spontaneo a ciascuno di noi. No, Caino e Abele sono innanzitutto il forte ed il debole. Solo in un secondo momento, quando Caino vede l’amore protettivo di Dio per Abele il debole, la sua predilezione per chi ha la vita fragile e lieve come un “abel”, un soffio, solo allora Caino sviluppa l’invidia e il rancore che porteranno, come sappiamo, al fratricidio. Da allora, cioè fin dai primi passi dell’umanità, risuona la domanda preoccupata di Dio: “Dov’è Abele, tuo fratello?” Fin da allora Dio, ansioso per i tanti “abel” di tutti i tempi e di tutti i luoghi si aggira per il mondo e rivolge a ciascuno la stessa domanda: “Dov’è Abele, tuo fratello?” Lo fa con preoccupazione e ansia, sapendo quanto la vita degli “abel” del mondo sia legata veramente ad un soffio, il soffio di vita che egli gli ha donato, e null’altro li protegge.
Ecco cari amici perché abbiamo fortemente voluto questa casa, per poter rispondere a Dio “Eccolo, Abele è qui con noi, stai tranquillo è al riparo”. Forse ci accontentiamo di poco, è una motivazione da bambini, come da bambini è la storia di Caino e Abele. Ma forse, se impariamo a guardare la nostra città con occhi da bambini diventiamo capaci di accorgerci dei poveri, diventati trasparenti agli adulti. Forse, come quei bambini dalle domande un po’ imbarazzanti nella loro semplicità ed evidenza, realizzeremo che sono tanti, troppi, e che non è normale che vivano così male. E come bambini siamo contenti perché oggi è una bella giornata, e ce la ricorderemo per sempre.



Mi chiamo Patrizia e vorrei raccontare un po’ del nostro incontro con tante persone che vengono qui a chiedere un aiuto. Qualcuno, tempo, fa, mi ha chiesto chi me lo fa fare, stupito che dopo le faccende di casa avessi ancora la forza e la voglia di occuparmi anche di altra gente che non sono miei parenti. Ho fatto caso che quelli che me lo dicevano sono poi gli stessi che si lamentano sempre, sono insoddisfatti e vittimismi. Forse, mi sono detta, a me non viene tanto da lamentarmi perché incontro gente che ne ha invece motivo e perché mettere in pratica il Vangelo aiuta ad essere felici. Gesù stesso ci invita a farlo e come gli Apostoli, ci chiama a costruire una chiesa non di pietre, ma di uomini e donne, e di persone qui ne incontriamo veramente molte ogni settimana. Il materiale da costruzione non ci manca.
Quando circa tre anni fa abbiamo cominciato ad accogliere le persone che ci chiedevano aiuto, ad andare a trovare gli anziani all’istituto “Le grazie”, a preoccuparci di chi è senza dimora, ci sembrava un compito molto arduo, soprattutto perché avevamo paura di non averne le forze. Chi farà tutto quello di cui c’è bisogno. Eravamo pochi e senza mezzi. Prima di tutto ci siamo affidati alla preghiera che fedelmente ogni mercoledì ci accompagna qui nella cripta e poi la domenica a messa; ci siamo affidati alle mani del Signore e abbiamo cominciato a mettere su le pietre di questa chiesa viva, e oggi le mura hanno anche un tetto che ripara tanti.
Abbiamo incontrato molte difficoltà, e tuttora capita, è normale. Ma se all’inizio eravamo solo in quattro ora sono molti gli amici e le amiche che ci aiutano. Abbiamo scoperto che il bene fatto con passione e cuore è contagioso. Ma non solo sono venute persone giovani ad aiutarci. Vorrei raccontarvi la storia di mia madre, 82 anni, con difficoltà ad uscire di casa. Per fortuna abita sopra casa mia e posso aiutarla a restare a casa sua. Le ho parlato del nostro impegno e le ho raccontato la storia di due persone, una donna e suo figlio giovane con qualche problema, che avevo incontrato qui e che non avevano casa. Mia madre, come tutte le persone di una certa età, hanno conosciuto la durezza della vita. Quando era ragazzina la fame era una realtà mai del tutto debellata e si affacciava di tanto in tanto in famiglia, come anche il freddo e la paura, in guerra, sotto le bombe. Forse per questo mi chiedeva spesso di loro, finché un giorno mi ha proposto di farli venire a dormire a casa sua. Ha una stanza libera e non pensava giusto lasciarla vuota. Così sono stati da lei per molti mesi, finché non hanno trovato una sistemazione migliore in un’altra città.
Quando abbiamo iniziato il nostro impegno qui con la gente venivano 30/35 famiglie. Alcuni ci suggerivano di porre dei limiti, come ad esempio quelli dei confini parrocchiali, altri di fare una specie di “test di povertà” per capire chi veramente aveva bisogno. Ma come si fa a mettere un limite all’amore? La carità fraterna non conosce confini, nemmeno quelli parrocchiali. Gesù è arrivato a guarire e sfamare gente anche fuori dai limiti del suo popolo e della sua regione. Ci siamo allora affidati a lui e questo ci ha fatto escogitare tanti sistemi per far sì che oggi, pur venendo fra le 100 e le 150 famiglie a settimana, non mandiamo mai nessuno a mani vuote. A Terni infatti il mangiare non manca, anzi tante volte si spreca. Con pazienza e un po’ di furbizia ci siamo messi allora a cercare i modi per recuperarlo. Tutte le settimane alcuni forni, pizzerie e bar ci regalano, la sera, i prodotti che non hanno venduto. Poi il sabato andiamo davanti ai supermercati per raccogliere i prodotti che la gente che fa la spesa compra in più per noi. Così facendo abbiamo visto moltiplicarsi quei pochi pani che avevamo in mano e tanti ora se ne saziano. Le persone che vengono sono tante e di lingua, nazione e religione diversa. Noi li conosciamo uno ad uno, sappiamo quanti sono in famiglia, conosciamo i loro bambini, e per noi sono ormai parte della nostra famiglia.
Ci mancava però questa casa per i senza dimora. Vedere tanta gente dormire alla stazione o su qualche panchina, soprattutto in inverno, ci ha dato la spinta per realizzare questa casa.
Ringraziamo tutti quelli che ci aiutano e ci sostengono anche con la loro preghiera. Abbiamo scoperto come voler bene agli altri, specialmente i più deboli, ci fa essere più felici e meno preoccupati di noi stessi, vogliamo allora dirlo oggi: tenere questa porta più aperta ha fatto sì che imparassimo a conoscere Gesù come doveva essere in Galilea. Stanco, debole, desideroso di essere aiutato ed accolto. Noi proviamo a farlo.

XXIX domenica del tempo ordinario – 17 ottobre 2010


Dal Libro dell’Esodo 17, 8-13

Allora Amalek venne a combattere contro Israele a Refidim. Mosè disse a Giosuè : "Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalek. Domani io starò ritto sulla cima del colle con in mano il bastone di Dio". Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalek, mentre Mosè , Aronne, e Cur salirono sulla cima del colle. Quando Mosè alzava le mani, Israele era il più forte, ma quando le lasciava cadere, era più forte Amalek. Poiché Mosè sentiva pesare le mani dalla stanchezza, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l`altro dall`altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole.

Salmo 120 - Il mio aiuto viene dal Signore.

Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l’aiuto?
Il mio aiuto viene dal Signore:
egli ha fatto cielo e terra.

Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.
Non si addormenterà, non prenderà sonno
il custode d’Israele.

Il Signore è il tuo custode, +
il Signore è la tua ombra
e sta alla tua destra.
Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte.

Il Signore ti custodirà da ogni male:
egli custodirà la tua vita.
Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri,
da ora e per sempre.

Dalla seconda lettera dell’Apostolo Paolo a Timoteo 3, 14-4,2

Tu però rimani saldo in quello che hai imparato e di cui sei convinto, sapendo da chi l`hai appreso e che fin dall`infanzia conosci le sacre Scritture: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene per mezzo della fede in Cristo Gesù. Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l`uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona. Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina.

Alleluia, alleluia.
La parola di Dio è viva ed efficace,
discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.
Alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 18, 1-8

Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi: "C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c`era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi". E il Signore soggiunse: "Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell`uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?".

Commento

Oggi è un giorno speciale, come sempre è eccezionale e straordinaria la domenica, perché ci prende e ci porta lontano dall’abituale scorrere del tempo, fatto di lavoro, di studio (per chi è più giovane) di tante occupazioni che ci riempiono le giornate. La messa ci tira fuori dal groviglio dei mille affanni e ci accompagna su un monte, come fece Mosé in quella giornata di lotta fra il popolo d’Israele e Amalek, come abbiamo ascoltato nella prima lettura.
Sì, questo luogo dove ci troviamo oggi è un luogo alto, come un monte, perché è reso santo dalla presenza del Signore che ci parla. E’ vero è una piccola chiesa, eppure ogni domenica il Signore ci convoca a salire sull’alto colle di questa casa perché ci vuole parlare. Ecco che allora anche da un luogo piccolo, come la chiesa di Santa Croce, quasi nascosta nel centro di Terni, possiamo oggi abbracciare con lo sguardo del nostro cuore tutto il nostro quartiere, ma anche di più, la città e il mondo intero.
Mosé quella mattina dal colle sul quale era salito poteva vedere ai piedi dell’altura la lotta che si svolgeva fra i due eserciti in combattimento. Anche noi qui dall’alto possiamo vedere le tante guerre, piccole e grandi che dividono gli uomini e le donne attorno a noi. E questo è un dono del Signore, perché quando ci stiamo in mezzo neanche ce ne accorgiamo e troppo spesso diventiamo anche noi bellicosi combattenti. Anche noi infatti viviamo le nostre battaglie per far prevalere il nostro modo di vedere, per farci valere, per avere ragione, e così via. E’ così facile vivere infatti una cultura del nemico secondo la quale per sentirsi forti e contare qualcosa bisogna essere contro qualcuno. Per questo la Messa della domenica è un dono prezioso, perché ci fa salire in alto, ci fa smettere di sgomitare, e ci porta nel luogo santo dove possiamo incontrare il Signore che è la vera pace.
Mosè osservava quella battaglia non come chi vede le cose con distacco. E’ preoccupato perché vede gente soffrire, lottare gli uni contro gli altri, odiarsi, farsi del male. Per questo alza le braccia verso il Signore e invoca la sua protezione. Anche noi, come Mosè, possiamo alzare le nostre braccia ed invocare la fine delle tante lotte che ci mettono gli uni contro gli altri. La fine della condanna che pesa sugli anziani, lasciati tante volte da soli. La fine della tristezza dei più giovani che non riescono più a credere nell’amicizia, delusi da noi adulti che non sappiamo voler bene con fedeltà. La fine della sofferenza dei tanti che sono colpiti dalla crisi, che non sanno come andare avanti, che hanno perso il lavoro o che non lo trovano. La fine delle lotte sanguinose in Terra Santa, in Africa. Oggi dall’alto della messa domenicale vediamo tutta questa sofferenza attorno a noi e come Mosè abbiamo il potere di alzare le nostre braccia e pregare il Signore che non è sordo alla nostra invocazione e combatte dalla parte di chi rischia di soccombere sotto il peso del male.
Tante volte noi invece preferiamo salire su un altro monte che è quello dell’indifferenza. Un monte sul quale ci illudiamo di sfuggire al male e di trovare la pace perché non vediamo quello che avviane attorno a noi e non ne siamo coinvolti. Ma, fratelli e sorelle, questa è un pericolosa illusione, perché il male non viene solo da fuori, ma, anzi, il più delle volte sgorga proprio da dentro di noi. Per questo gli diamo meno peso e lo tolleriamo quasi con tenerezza, perché è parte di noi. Eppure le sue conseguenze non sono meno sanguinose e terribili della violenza che ci circonda. Sul monte dell’indifferenza e dell’egoismo sanciamo la nostra condanna ad essere per sempre imprigionati alla schiavitù del male. L’unico modo infatti per vincere il male non è negarlo e ignorarlo, ma combatterlo, in sé e negli altri. Estirpare le radici della rivalità, dell’egoismo, del menefreghismo e della sopraffazione è infatti, paradossalmente, l’unico modo per vivere la pace, che è proprio la vittoria sulle espressioni del male. E’ il ruolo che Mosè assume sul monte della preghiera. Partecipa con fatica e sofferenza alle espressioni di male, ma proprio per questo, alzando le braccia e invocando l’aiuto di Dio, riesce a vincerle. Non fida infatti solo nelle sue forze, ma anzi ha bisogno di Aronne e Cur che sorreggano le sue mani. Mosè non è un eroe isolato e invincibile: è debole e bisognoso come noi, ma la sua forza è proprio nel farsi aiutare e nel coinvolgere altri nella sua battaglia contro il male.
Abbiamo bisogno del fratello e della sorella per vincere il male: la pace e la felicità a cui tutti giustamente aspiriamo non viene dall’isolamento del monte dell’indifferenza, ma dall’alleanza con tanti che sorreggano le nostre mani nello sforzo di voler più bene.
Questa è l’eredità più preziosa che potremo lasciare ai nostri figli. Comunicargli l’umiltà di non credersi autosufficienti e bastanti a se stessi, la tenacia di non arrendersi davanti al male e la fiducia di rivolgersi a Dio per ricevere da lui l’aiuto necessario a vincerlo dentro di sé e attorno a sé.
Questa casa allora ogni domenica dilata le sue mura: non è più un luogo piccolo e insignificante, confuso nel caos della città, ma diventa un monte altro sul quale osservare il mondo, partecipare dei suoi dolori, avvertire con passione il suo bisogno di bene, e dove assieme ci sosteniamo per alzare le mani e chiedere a Dio la forza di fare nostra la battaglia contro il male del mondo.
Care sorelle e cari fratelli con questo sogno negli occhi invochiamo l’aiuto del Signore e la nostra vita cambierà, il mondo attorno a noi sarà migliore, più umano e caldo di amore.

Preghiere
Ti ringraziamo o Dio misericordioso perché ci hai convocato sul monte santo della liturgia. Fa’ che ci affrettiamo a uscire dalla confusione della vita ordinaria per incontrarti come nostro amico a maestro.
Noi ti preghiamo

Guida o Padre buono i nostri passi perché non ci disperdiamo su strade che ci allontanano da te e dai fratelli, ma, come una famiglia, ci incamminiamo assieme verso il luogo dell’incontro con te.
Noi ti preghiamo

O Signore Gesù, aiutaci a vincere le rivalità e le contrapposizioni che ci dividono dagli altri. Tu che sei mite e umile di cuore mostraci la via dell’amore che conduce alla gioia vera.
Noi ti preghiamo

Fa’ o Signore che tutti quelli che cercano un senso alla loro vita possano incontrarlo nell’amore che tu ci insegni. Guida i passi degli incerti perché incontrino fratelli e sorelle testimoni del vangelo e operatori di bene.
Noi ti preghiamo

Dona o Signore la tua pace ai popoli in guerra, fa’ tacere le armi e aiuta tutti gli uomini a vivere con animo riconciliato, perché nessuno più muoia e soffra per mano del fratello.
Noi ti preghiamo

Sostieni o Padre misericordioso tutti coloro che sono nel bisogno: chi è senza casa, chi è solo e nel dolore, i malati e i sofferenti. Dona al mondo intero guarigione e salvezza.
Noi ti preghiamo.

Guida e proteggi o Dio i tuoi discepoli ovunque essi vivano. Fa’ che le loro parole e le loro azioni parlino di te a chi ancora non ti conosce.
Noi ti preghiamo

Ti preghiamo o Signore Gesù per il Medio Oriente, perché nella terra in cui tu sei nato popoli di fedi e tradizioni diverse sappiano convivere in pace.
Noi ti preghiamo

martedì 12 ottobre 2010

XXVIII domenica del tempo ordinario – 10 ottobre 2010




Dal secondo libro dei Re 5, 14-17
In quei giorni, Naamàn, il comandante dell’esercito del re di Aram, scese e si immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola di Elisèo, uomo di Dio, e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato dalla sua lebbra. Tornò con tutto il seguito da Elisèo, l’uomo di Dio; entrò e stette davanti a lui dicendo: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele. Adesso accetta un dono dal tuo servo». Quello disse: «Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò». L’altro insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò. Allora Naamàn disse: «Se è no, sia permesso almeno al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne porta una coppia di muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore».

Salmo 97 - Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia.
Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo.

Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d’Israele.

Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni!

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo 2, 8-13
Figlio mio, ricòrdati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide, come io annuncio nel mio vangelo, per il quale soffro fino a portare le catene come un malfattore. Ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. Questa parola è degna di fede: Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso.

Alleluia, alleluia, alleluia.
In ogni cosa rendete grazie:
questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 17, 11-19
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. E Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».


Commento


Il Vangelo del Signore si presenta innanzitutto come un viaggio. Non a caso il brano di oggi è tutto pieno di parole che indicano il movimento: Cammino, attraversava, entrando, vennero incontro, andate, ecc... La vita di Gesù si svolge per lo più sulle strade, nelle piazze, lungo le vie, e lì incontra le tante persone con cui ha un rapporto.
Questo non è un caso, ma sta a significare che la vita con Dio è un cammino: uscire da sé stessi e andare verso una meta che sono gli altri e Dio stesso. Chi sta fermo non è con Dio, perché rifiuta la compagnia di qualcuno che non sta fermo su se stesso.
A noi il viaggio fa paura: si incontrano realtà sconosciute, persone diverse, si fa fatica, ci vuole tempo. Noi preferiamo la sedentarietà di una situazione in cui conosciamo l’ambiente e sappiamo bene come sono le persone con cui abbiamo a che fare. Ma il nomadismo fa parte del DNA della nostra fede: Abramo, il padre dei credenti, il primo a cui Dio promise un futuro grande e felice, promessa di cui anche noi cristiani, ultimi arrivati, siamo eredi proprio perché innestati nella discendenza di Abramo, era un nomade e Dio gli chiese come primo gesto di fiducia di uscire dalla sua terra e di lasciare la casa della sua famiglia per intraprendere un viaggio.
Anche ai lebbrosi che invocano la guarigione da Gesù il Signore indica di intraprendere un cammino: “Andate a presentarvi ai sacerdoti.” Sembra una proposta sciocca: cosa potranno mai sperare di ottenere? Gesù chiede innanzitutto di uscire dal chiuso di una vita centrata solo su se stessi e di andare incontro all’altro. Lì c’è la salvezza dalla malattia, la peggiore delle malattie, come era la lebbra al tempo di Gesù, perché non solo minava la salute fisica, ma allontanava da tutti e rendeva intoccabili e inavvicinabili. Proprio a loro il Signore chiede di andare verso gli altri.
Anche noi tante volte abbiamo mille motivi per sentirci in credito con gli altri: con tutto quello che mi hanno fatto o che non hanno fatto per me, perché io dovrei andare incontro all’altro? E così restiamo per conto nostro a rimuginare sui torti subiti e i diritti non riconosciuti. Gesù ci chiede innanzitutto di uscire da questa “prigione volontaria”. Sì è una prigione di cui noi possediamo le chiavi: ci lamentiamo di essere isolati e soli, ma siamo noi stessi che allontaniamo gli altri, che li sentiamo come un fastidio inutile se non pericoloso.
Il vangelo dice che “E mentre essi andavano, furono purificati.” Cioè è il muovere il primo passo verso l’altro che ci guarisce già in viaggio, non arrivare alla meta. E’ il forzare la nostra chiusura, la diffidenza, le paure, le difese che ci apre alla felicità di far entrare la vita degli altri nella nostra. Sembra un paradosso, perché è l’esatto contrario di quello che ordinariamente si crede: dicono più pensi a te stesso, più te ne stai per conto tuo e meno avrai problemi, più sarai felice. Il Signore ci indica la via opposta e, come sempre, è lui a fare per primo quello che chiede agli altri: si avvicina ai lebbrosi, non li evita, nonostante fossero considerati pericolosi, li ascolta e li guarisce. E la prima guarigione sta proprio in quel rapporto che li fa uscire dall’isolamento.
La meta del viaggio che Gesù indica a quei dieci è il tempio, dove i lebbrosi potevano essere riaccolti nella comunità e dove ringraziare Dio con una offerta per la guarigione ottenuta. Il Signore chiede una fiducia cieca nel suo aiuto: ancora prima di essere guariti considerarsi già sanati e pronti a ringraziare Dio per il dono ottenuto. E’ la fede di un bambino che sa già che otterrà quello che sta per chiedere. Ma non basta la fede, ci vuole anche la gratitudine per il dono ricevuto. Su dieci solo uno torna a rendere lode e ringraziare, ed è solo lui che ottiene oltre alla guarigione anche la salvezza.
Fratelli e sorelle, accogliamo questo invito ad essere uomini e donne pronti a uscire dal chiuso di una vita che allontana gli altri, basta fare il primo passo e la guarigione ci aprirà ad un senso grato della vita. E’ il primo passo che porta alla salvezza, perché è il Signore che compierà gli altri e ci guiderà alla vita che non finisce.


Preghiere




O Dio ti ringraziamo perché ci liberi dalla prigione di una vita chiusa dal piccolo orizzonte individuale, per aprirci alla libertà di un amore senza confini.
Noi ti preghiamo

Guidaci, o Signore Gesù, sulla via che ci conduce all’incontro con il fratello e la sorella, perché aprendo la nostra vita ad essi impariamo a vivere come tuoi discepoli figli di un unico padre.
Noi ti preghiamo

Aiutaci o Signore Gesù a vincere la paura che ci chiude all’incontro con i fratelli, specialmente i più poveri e bisognosi del nostro aiuto. Fa’ che sappiamo vedere nel volto di chi incontriamo qualcuno da amare e a cui tendere la mano amica.
Noi ti preghiamo


Guida o Signore tutti coloro che sono persi nei sentieri tortuosi del male e non trovano la strada per incamminarsi verso di te. Fa’ che anche con il nostro esempio la tua Parola orienti i loro passi e illumini il loro cammino.
Noi ti preghiamo

Sostieni o Dio del cielo tutti coloro che sono colpiti dal male e soffrono a causa della violenza degli uomini e della natura. Fa’ che trovino presto il sostegno e la consolazione di cui hanno bisogno.
Noi ti preghiamo

Guarda con amore a noi tuoi figli e, nonostante il nostro peccato, ti preghiamo di guidare i nostri passi sulla via del bene. Fa’ che, fidandoci del tuo amore misericordioso, affidiamo a te la nostra salvezza.
Noi ti preghiamo.

Proteggi e sostieni o Padre del cielo tutti coloro che annunciano la tua Parola e cercano di viverla, perché il tuo Nome porti salvezza e vita dove oggi regnano le tenebre.
Noi ti preghiamo

Ti preghiamo o Padre Santo, di essere sempre al nostro fianco perché anche nei momenti bui e di dimenticanza sappiamo accorgerci della tua presenza amorevole ed essere grati per la tua grande bontà.
Noi ti preghiamo

venerdì 17 settembre 2010

Festa patronale: Esaltazione della Santa Croce

Dal libro dei Numeri 21, 4b-9
In quei giorni, il popolo non sopportò il viaggio. Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: «Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero». Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d’Israeliti morì. Il popolo venne da Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti». Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita». Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.

Salmo 77 - Non dimenticate le opere del Signore!

Ascolta, popolo mio, la mia legge,
porgi l’orecchio alle parole della mia bocca.
Aprirò la mia bocca con una parabola,
rievocherò gli enigmi dei tempi antichi.

Quando li uccideva, lo cercavano
e tornavano a rivolgersi a lui,
ricordavano che Dio è la loro roccia
e Dio, l’Altissimo, il loro redentore.

Lo lusingavano con la loro bocca,
ma gli mentivano con la lingua:
il loro cuore non era costante verso di lui
e non erano fedeli alla sua alleanza.

Ma lui, misericordioso, perdonava la colpa,
invece di distruggere.
Molte volte trattenne la sua ira
e non scatenò il suo furore.

Dalla lettera di San Paolo apostolo ai Filippési 2, 6-11
Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

Alleluia, alleluia, alleluia.
Noi ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo
perché con la tua croce hai redento il mondo.
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Giovanni 3, 13-17
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

Commento

Cari fratelli e care sorelle festeggiamo oggi con solennità la Santa Croce del Signore, una festa antica che unisce Oriente e Occidente e affonda le sue radici nel IV secolo, quando la moglie dell’Imperatore Costantino, Elena, volle riconoscere in un legno antico trovato a Gerusalemme nei pressi del luogo che la tradizione indicava come quello della crocifissione di Gesù la “vera croce”. Da allora il giorno 14 settembre si celebra questa memoria in ogni chiesa del mondo, tanto più nella nostra Parrocchia che ne porta il titolo: “Santa Croce”.
La croce, fratelli e sorelle, è un segno contraddittorio. In antichità era un segno infamante, simbolo della condanna a morte per crimini gravissimi. Ma poi nella storia è diventata addirittura un segno di dominio in nome del quale si è fatta la guerra e si è ucciso. La croce ancora oggi è paradossalmente allo stesso tempo un banale fregio da portare appeso al collo senza dargli troppo peso, ma anche qualcosa da togliere dalla vista perché disturba.
Ci chiediamo oggi allora in questa occasione festiva: cosa rappresenta la croce per noi?
Innanzitutto è un segno che ci ricorda che la sofferenza fa parte della vita dell’uomo. Non c’è uomo che non lo sperimenti, in alcuni casi più intensamente e in modo più drammatico, talora ne siamo spettatori attoniti e sgomenti.
Il popolo d’Israele durante il viaggio nel deserto che lo portava verso una terra accogliente, lasciandosi alle spalle la schiavitù in Egitto, si lamenta con Mosè perché deve affrontare le difficoltà del lungo cammino. Quella gente vive come affogata nel lamento per l’oggi, tanto da dimenticare cosa c’è stato prima (la schiavitù) e qual è la prospettiva futura (la terra promessa). In questa stagnazione in un presente pieno di recriminazioni e vittimismo le piaghe si allargano, se ne creano di nuove e le vecchie si infettano di sempre nuovi motivi di insoddisfazione e tristezza, sensi di rivalsa contro qualcuno, rancori, scontentezza. Sono quei serpenti che mordono Israele nel deserto. Quante volte anche noi viviamo così da non riuscire a vedere altro che il proprio star male, le proprie sofferenze e insoddisfazioni, fino a giungere ad innamorarci della nostra situazione, a compatirci ma a non desiderare nemmeno più tanto di uscirne. E più ci lamentiamo più la piaga si allarga, fino a portare alla morte lenta che significa non riuscire più a sperare e cercare una via di superamenti di questa situazione.
Come se ne esce? Dio disse a Mosè di innalzare un serpente di bronzo e chi lo guardò guarì dalle proprie piaghe. Quel serpente innalzato è la croce, ci dice Gesù: “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.” Sì, la guarigione viene dall’alzare lo sguardo da sé per fissarlo sul dolore del mondo, sul crocifisso. Siamo talmente abituati a contemplare solo il nostro stare male che facciamo fatica ad accorgerci della sofferenza altrui. Siamo così presi dal rimuginare su di noi che tutto il resto non ci interessa e ci sentiamo giustificati nel nostro egocentrismo. La salvezza viene dal rompere questo cerchio e fissare lo sguardo sul dolore di un altro, sulle croci piantate lungo le strade e negli angoli del mondo. Nel fissarsi infatti sul nostro star male ci giustifichiamo della nostra insensibilità e ci sentiamo in diritto di occuparci solo di noi stessi: “già soffro tanto io!” In realtà così ci condanniamo a vivere senza un futuro migliore, come Israele, e dimenticando la storia di amore con cui Dio ci ha accompagnato finora. Ma “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” dice l’evangelista Giovanni. Sì la croce di Gesù ci salva perché ci libera dalla schiavitù di un egocentrismo in cui siamo interessati solo a noi stessi e ci rende capaci di vivere la compassione per un altro e il desiderio di condividere e alleviarne il dolore. E’quello che Gesù fece sulla croce: amare i suoi tanto da affrontare la morte per non abbandonarli a se stessi, ed è quello che sperimentarono Francesco d’Assisi, Padre Pio e tutti quelli che fissando il loro sguardo sulla croce ne assunsero il dolore fin nella carne stessa, attraverso i segni delle stimmate. Da queste essi furono liberati dalla schiavitù dell’autocommiserazione e dell’egocentrismo e ricevettero il dono della salvezza di un amore grande e largo per tutti i crocefissi che incontravano: il lebbroso, gli umili, i poveri, i malati, i senza padre e madre, ecc... Impararono, come Gesù, a farne proprio il dolore compatendo e sollevandoli da un peso che da soli è insopportabile. Si caricarono del giogo soave sollevando le vite abbattute dei fratelli e delle sorelle e scoprirono, facendolo, che alla fine è Gesù che se ne assume il peso.
Facciamoci anche noi segnare, almeno un po’, dalle stimmate del dolore dei crocefissi che incontriamo in carne e ossa nei poveri. Facciamo uscire qualche goccia di sangue dalle nostre membra talvolta esauste dal servire solo a noi stessi. Ci ritroveremo non tristi e appesantiti, ma liberi dall’angustia dell’orizzonte ristretto del mio io, con la prospettiva di un futuro diverso per cui lottare, con la gioia di una passione che vuol dire sì sofferenza, ma anche sentimenti caldi e profondi.
Cari fratelli e care sorelle, per questa festa abbiamo voluto adornare la porta della nostra chiesa e l’immagine della croce dell’altare con il verde dei rami ed il rosso dei fiori proprio per significare che il legno della croce porta in sé il germoglio di una vita rinnovata, che chi si accosta ad esso diviene capace di far sbocciare nuovi sentimenti e nuova generosità. Dove verdeggiano le foglie si apre un futuro di speranza, dove c’è aridità l’erba dissecca e vince la morte.
Con animo grato allora non fuggiamo i crocifissi di carne che il Signore mette lungo la nostra via, ma riconoscendo in essi il volto del Cristo della passione attendiamo con essi la resurrezione e diverremo testimoni e partecipi della salvezza che Gesù ha portato “perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”.

Preghiere

O Signore che hai donato tutto te stesso per la nostra salvezza, accogli dalla croce noi peccatori e bisognosi del tuo perdono, perché, come hai fatto tu, sappiamo legarci al giogo soave di una vita spesa per gli altri.
Noi ti preghiamo

Signore Gesù, che sei venuto a portarci con la croce la libertà dalla schiavitù dell’egocentrismo, insegnaci a non vivere nel lamento di chi vede solo se stesso, ma a compatire i fratelli nel dolore e a lavorare per la loro salvezza.
Noi ti preghiamo

O Padre buono che hai mandato il tuo unigenito a vivere e morire in croce per salvare il mondo, fa’ che il vangelo della morte e resurrezione del Cristo giunga presto a tutti.
Noi ti preghiamo

Accogli con amore o Dio la nostra preghiera quando ci facciamo carico del male e del dolore degli altri. Fa’ che per la forza del tuo amore la loro vita sia salvata e il nostro cuore riempito di gioia.
Noi ti preghiamo

Guarda con bontà o Dio del cielo il mondo intero, sconvolto da calamità e guerre. Dona pace e salvezza a tutti, in modo particolare alle vittime dell’alluvione in Pakistan.
Noi ti preghiamo

Guarisci o Padre buono tutti coloro che alzano lo sguardo da sé per invocare il tuo nome. Fa’ che come nel deserto siano anch’essi salvati dal morso velenoso del maligno che vuole la loro morte.
Noi ti preghiamo.

Guida e proteggi o Dio tutti i tuoi figli ovunque dispersi, perché ispirati dal tuo amore sappiamo essere testimoni autentici del Vangelo.
Noi ti preghiamo

Soccorri o Padre buono tutti i poveri, perché possano trovare in te la consolazione ad ogni sofferenza e nei fratelli e le sorelle il sostegno che salva dal naufragio.
Noi ti preghiamo

venerdì 3 settembre 2010

XXIII domenica del tempo ordinario - anno C - 5 settembre 2010


Dal libro della Sapienza 9, 13-18
Quale uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore? I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni, perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla opprime una mente piena di preoccupazioni. A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi ha investigato le cose del cielo? Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito? Così vennero raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra; gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito e furono salvati per mezzo della sapienza.

Salmo 89 - Signore, sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.
Tu fai ritornare l’uomo in polvere,
quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».
Mille anni, ai tuoi occhi, +
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.

Tu li sommergi: +
sono come un sogno al mattino,
come l’erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia,
alla sera è falciata e secca.

Insegnaci a contare i nostri giorni
E acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi!

Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio: +
rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rendi salda.

Dalla lettera a Filèmone 9b-10. 12-17
Carissimo, ti esorto, io, Paolo, così come sono, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù. Ti prego per Onèsimo, figlio mio, che ho generato nelle catene. Te lo rimando, lui che mi sta tanto a cuore. Avrei voluto tenerlo con me perché mi assistesse al posto tuo, ora che sono in catene per il Vangelo. Ma non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato, ma volontario. Per questo forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore. Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso.

Alleluia, alleluia, alleluia.
Fa’ risplendere il tuo volto sul tuo servo
e insegnami i tuoi decreti.
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 14, 25-33

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
Commento

Cari fratelli e care sorelle, dopo la pausa estiva riprendiamo oggi il cammino di un anno con il Signore, cammino che è accompagnato fedelmente dalla sua Parola e dal dono della Santa Liturgia domenicale. Come una compagna amica questa ci indica la strada per vivere bene e non incamminarci per vie pericolose e perderci.
Per questo inizio d’anno l’evangelista Luca ci mostra Gesù che si rivolge alla folla numerosa che lo seguiva con un discorso di una certa durezza. Saremmo portati a pensare che con quella folla che dimostrava il suo interesse per Gesù seguendolo non era il caso di essere troppo esigenti, magari bastava qualche esortazione più benevola.
Gesù però a quella gente, proprio perché si mostra interessata a lui, desidera fin da subito mettere in chiaro cosa vuol dire seguirlo e farsi suo discepolo. Sì, non si può seguire Gesù nella folla, in una massa indistinta e senza volto, anonima e mutevole negli umori, ma come un discepolo nella famiglia degli amici di Gesù.
E la differenza fra le due cose sta proprio nell’essere raccolti non da una legge o un interesse comune, ma dall’amare una persona, Gesù. Neppure i vincoli naturali, quelli che i sembrano i più solidi proprio perché spontanei e connaturati, come quelli familiari, possono venire prima di quell’amore sincero, gratuito e incondizionato che ci fa discepoli. L’amore di Gesù e per Gesù è infatti un amore, come ci dice Paolo nel biglietto a Filemone, che sconvolge i vincoli sociali e familiari più consolidati, quelli che ci appaiono i più naturali e indiscutibili, per fondare una nuova famiglia, quella dei discepoli che vogliono bene a Gesù. L’Apostolo infatti rimanda a Filemone il suo schiavo fuggito per stare con lui e lo accompagna con queste parole: “Per questo forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore.” Per l’epoca questa proposta di Paolo era del tutto rivoluzionaria e inimmaginabile: uno schiavo, che è una “cosa” posseduta, può diventare mio fratello, cioè sangue del mio sangue?
Sì, perché la logica dell’amore di Gesù scavalca ogni convenzione e persino il vincolo familiare. Mette da parte ogni logica di contraccambio o di merito, rompe gli steccati e le barriere, rende possibile ciò che sembra assurdo: è la logica dell’amore rappresentato dalla croce: “Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.” La croce che Gesù ci invita a prendere su di noi quindi non rappresenta tanto la sofferenza da dover patire, quanto piuttosto la gratuità e la fedeltà fino all’estremo dell’amore da vivere.
Davanti a questo invito di Gesù, così esigente, ci viene spontanea la domanda se ne saremo mai capaci. Ad essere onesti ci rendiamo conto subito della piccola misura del nostro voler bene, della facilità a dimenticare il fratello, della difficoltà a perdonare la sorella, del nostro poco interesse e disponibilità per gli altri, figurarci amarli fino alla croce!
Sapendo tutto ciò il Signore per questo prosegue dicendo come l’amore non è qualcosa di spontaneo: o c’è o sennò niente, ma qualcosa che si costruisce, come una torre, ed ha bisogno del desiderio nostro di innalzarci verso l’alto, come una torre, appunto, ma anche di un progetto, per sapere da dove cominciare e come procedere, poi di tempo, risorse e fatica e, magari, dell’aiuto di tanti altri compagni. Così è l’amore: prefiggiamoci lo scopo di imparare a voler bene e costruiamolo, gradualmente, con sforzi alla nostra portata, cominciando dal poco, con fatica, ma anche entusiasmo.
Se cominciamo a farlo piano piano scopriremo che non siamo soli a farlo. Dio è con noi: ci da il materiale, ci sostiene nel desiderio di farcela, ci consiglia sui modi migliori per farlo. Così abbiamo ascoltato dal libro della Sapienza: “Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito”. Il volere di Dio è che diveniamo discepoli della famiglia del Signore Gesù, di questa Chiesa santa, umile e forte del suo amore. Chiediamogli allora di conoscere sempre meglio questo volere e la forza di realizzarlo, e lui non ci farà mancare il suo Spirito di consolazione e di amore.
Ecco che allora comprendiamo perché Gesù si rivolge così alla folla che lo segue: se non usciamo dalla folla infatti non potremo mai divenire suoi discepoli. Saremo seguaci e simpatizzanti alla lontana, ma liberi di tornare indietro e di organizzarci come meglio crediamo. Seguiamo allora il consiglio della Scrittura che da questa prima liturgia dell’anno ci invita a camminare accanto a Gesù come un figlio e un fratello che lo ama. La nostra vita sarà trasformata e il mondo stesso non sarà più quello di prima.
Preghiere
O Dio del cielo donaci il desiderio e la tenacia di venirti incontro, perché sappiamo innalzarci dalla banalità e dalla piccolezza del nostro poco amore verso la bellezza del tuo voler bene.
Noi ti preghiamo

Insegnaci o Signore ad amare come tu hai fatto. Fa’ che non ci spaventiamo della profondità e tenacia di un voler bene che ci porta lontano da noi stessi.
Noi ti preghiamo

Sostieni, o Dio di misericordia, i nostri passi incerti nella costruzione di noi stessi come uomini e donne che sanno amare. Donaci la forza e indicaci il modo per non restare sempre uguali a noi stessi.
Noi ti preghiamo

Apri i nostri occhi e i nostri cuori perché sappiamo sempre riconoscere in chi incontriamo un fratello da amare e una sorella da sostenere. Fa’ che nessuna differenza e distanza possa allontanarci da loro a cui tu ci leghi col vincolo santo della fraternità cristiana.
Noi ti preghiamo

Donaci abbondante o Dio il tuo perdono per il peccato della nostra vita. Fa’ che pentìti sappiamo incamminarci verso di te che sei un padre buono ed accogliente.
Noi ti preghiamo

Accogli o Padre misericordioso tutti quelli che oggi si rivolgono a te per implorare il tuo aiuto e sostegno. Guarisci i malati, sostieni i deboli, guida tutti verso di te.
Noi ti preghiamo.

Fa’ o Dio che in ogni luogo risuoni alta la voce del Vangelo e che il tuo nome sia sempre amato e onorato dai tuoi discepoli. Aiutaci ad essere fedeli ascoltatori della parola e annunciatori a tutti del tuo amore.
Noi ti preghiamo

Guida o Padre buono tutti coloro che cercano una via per la loro vita. Fa’ che come un angelo buono i tuoi discepoli li conducano a te.
Noi ti preghiamo

XVIII domenica del tempo ordinario - anno C - 1 agosto 2010

Dal libro del Qoèlet 1,2; 2,21-23

Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è vanità. Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male. Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!

Salmo 89 - Signore, sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.

Tu fai ritornare l’uomo in polvere,
quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».
Mille anni, ai tuoi occhi,
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.

Tu li sommergi:
sono come un sogno al mattino,
come l’erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia,
alla sera è falciata e secca.

Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi!

Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:
rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rendi salda.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossèsi 3,1-5. 9-11

Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria. Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria. Non dite menzogne gli uni agli altri: vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato. Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti.

Alleluia, alleluia, alleluia.
Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli..
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 12,13-21

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».
Commento
Cari fratelli e care sorelle, anche questa domenica il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato si apre con una domanda. È l’atteggiamento che anche noi dobbiamo avere davanti alla Scrittura: come l’uomo della folla di questa domenica, o come il dottore della legge di qualche domenica fa’, come i discepoli, come tanti altri, anche noi non possiamo stare davanti a Gesù senza porgli e lasciarci porre una domanda. Non c’è incontro con il Signore che non sia segnato da una domanda, e la domenica è l’occasione propizia per fermarci e chiederci cosa abbiamo da domandare al Signore e cosa Egli ci chiede con le sue parole.
Nel Vangelo di Luca abbiamo ascoltato la domanda di un tale che chiede a Gesù che intervenga per dirimere una lite fra fratelli per la divisione di un’eredità. E’ una domanda apparentemente corretta: c’è una lite, qualcuno ha ragione e l’altro ha torto, è lecito che venga ristabilito il diritto. Gesù però si sottrae e non risponde, anzi reagisce energicamente: “Chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”
Sì, perché quella domanda in realtà viene da uno che pensa già di conoscere la risposta e vuole “usare” Gesù per ottenere quello che non riesce ad avere da solo. Tante volte questo è anche il nostro atteggiamento nell’ascoltare la Scrittura: lo facciamo non tanto con l’atteggiamento di chi vuole imparare dal Vangelo come vivere, ma come chi sa già cosa è giusto e cosa è sbagliato, come agire e cosa pensare; il Signore può solo benedire e confermare quello che già l’esperienza o la saggezza comune ci ha insegnato. Quanta più forza ha infatti quest’ultima rispetto alla debolezza del Vangelo! Quanto ci sembrano solidi e indiscutibili certi convincimenti che ci siamo formati sulla base delle nostre esperienze o di quelle degli altri; il Vangelo, d’altro canto, quasi sempre sembra invece così poco ragionevole, così lontano dal senso comune, dalla sapienza che nel mondo tutti condividono in modo spontaneo e naturale. E’ quella “sapienza del mondo” di cui spesso il Vangelo ci parla, in contrapposizione con una “sapienza di Dio o del Vangelo” che il Signore Gesù è venuto ad insegnarci.
Ne abbiamo un esempio evidente nelle parole di Gesù che seguono immediatamente dopo, quando dice: “Anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede”. Ma come? Facciamo tanti sforzi per garantirci un futuro sereno per la nostra vita e cosa più della sicurezza economica e familiare ce la possono garantire? E’ la filosofia con cui il mondo ci insegna a progettare la nostra vita e con cui segue passo passo i nostri sforzi per realizzarla. E’ il ragionamento di quell’uomo ricco che il Signore prende ad esempio: l’annata è stata abbondante, ha guadagnato molto e si preoccupa di progettare un futuro sicuro per sé e la sua famiglia: “Dirò a me stesso: anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi, divertiti.” Cosa c’è di male? Non ha rubato, non ha fatto male a nessuno, perché non può godersi la meritata serenità frutto del benessere ottenuto? Sappiamo come termina la storia: quella sera stessa la morte annulla i progetti di quell’uomo.
Ma, secondo me, non è tanto questo ciò su cui dobbiamo soffermare la nostra attenzione.
La stessa cosa, infatti, poteva accadere a chiunque, e accade nella realtà, ma sul fatto che ciò che sembrava una solida sicurezza si rivela qualcosa di vano, di cui non rimane nulla. Gesù si chiede: “E quello che hai preparato di chi sarà?” La morte quel ricco in fondo fa emergere, come uno specchio, la consistenza della sua vita: una vita spesa ad accumulare per sé ciò che il mondo lo ha convinto a ritenere come solido e duraturo si rivela come vano sforzo di coprire con un velo appariscente il vuoto che nasconde. E’ la situazione che presenta Qoèlet: “Vanità delle vanità: tutto è vanità. … Quale guadagno viene all’uomo per tutta la sua fatica con cui si affanna sotto il sole?
Sembra un’amara condanna, ma come sfuggire ad essa? Una certa religiosità cristiana direbbe che bisogna disprezzare tutto ciò che è di questo mondo,rinunciare a trovare soddisfazione o gioia nella vita su questa terra per desiderare solo il premio dell’aldilà. Io non credo che sia questo quello che Gesù vuole dire con quelle sue parole, anzi. Egli ci dice che a nulla vale cercale la solidità apparente di quello che il mondo indica come tesori inestimabile, una vita soddisfatta di sé e sazia di benessere, per trovare invece qualcosa di solido su cui fondare la vita, qualcosa che non passa fugace senza lasciare traccia, un vero tesoro che si può accumulare, come conclude Gesù, per “arricchirsi presso Dio” dove, dice altrove il Vangelo non c’è ruggine o insetti capaci di rodere e rendere vano tutto ciò per cui si è vissuto.
Lo dice Gesù poche righe oltre: “Cercate piuttosto il suo regno e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.” La proposta del Vangelo non è dunque quella di una vita triste e senza soddisfazioni e gioie, ma queste vengono solo se i nostri sforzo sono per realizzare quel regno di amicizia e amore. Nulla ci mancherà, se stabiliamo ciò come la nostra priorità. Viviamo la generosità, delle nostre risorse materiali e umane, e nulla ci mancherà. Tratteniamo tutto per noi nello sforzo affannato di accumulare e andremo incontro alla vanità di una vita spesa per ciò che non vale e non resta.
Fratelli e sorelle, La logica del vangelo spiazza ogni ragionevolezza, ma racchiude in sé la verità della sapienza umana e divina. Lasciamoci andare alle sua paradossalità e ci accorgeremo subito che ciò che sembra solido e duraturo è in realtà illusorio e vano. Cerchiamo il bene, la pace, la realizzazione di quell’amore che Gesù per primo realizzò nella sua vita, e sentiremo la solidità di una vita che non scorre invano, ma che accumula un tesoro di umanità prezioso per sé e per chi ci sta accanto.
Preghiere

O Signore nostro Dio, dona alla nostra vita la solidità del vangelo vissuto nell’amore, perché non sprechiamo la nostra vita nel vano affanno per noi stessi.
Noi ti preghiamo

O Cristo, amico degli uomini, insegnaci a fondare ogni nostro desiderio e ogni nostra decisione sulla roccia solida della tua Parola. Fa’ che ci lasciamo interrogare dalla semplicità del Vangelo e dall’esempio dei fratelli che lo vivono.
Noi ti preghiamo
O Signore che conosci il cuore di ogni uomo, fa’ che non scegliamo di vivere per noi stessi, accumulando sicurezze che non ci possono salvare, ma donaci la libertà di offrire generosamente tutta la nostra vita per affrettare la venuto del tuo regno.
Noi ti preghiamo

Ti invochiamo o Dio per la salvezza di tutti i popoli, specialmente quelli che sono in guerra, nella miseria e per l’Africa tutta. Fa’ che venga presto il giorno in cui si realizzi la pace e la gioia per tutta l’umanità.
Noi ti preghiamo

Come figli umili, o Signore, ti chiediamo il perdono dei nostri peccati. Non guardare alla durezza dei nostri cuori, ma accoglici come un padre buono e misericordioso.
Noi ti preghiamo

Estendi, o Dio del cielo, la tua protezione a tutti coloro che sono deboli e indifesi. In modo particolare ti raccomandiamo le vittime della violenza e del terrorismo, i malati, gli anziani, chi è senza casa e famiglia. Aiutali e sostienili.
Noi ti preghiamo

Guida e proteggi o Signore la tua Chiesa ovunque diffusa, specialmente dove è in difficoltà, perseguitata o indebolita dal peccato. Fa’ che ogni tuo discepolo sia un annunciatore del Vangelo audace e credibile.
Noi ti preghiamo

Ogni discepolo del Vangelo, o Signore, è chiamato a vivere sempre e ovunque la priorità del voler bene. Fa’ che, in modo particolare, chi ha la responsabilità di guidare i fratelli e le sorelle verso di te viva la preoccupazione di realizzare con la sua vita i tuoi insegnamenti.
Noi ti preghiamo

domenica 29 agosto 2010

XXII domenica del tempo ordinario - anno C - 29 agosto 2010

Dal libro del Siracide 3, 19-21.30-31
Figlio, compi le tue opere con mitezza, e sarai amato più di un uomo generoso. Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore. Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi, ma ai miti Dio rivela i suoi segreti. Perché grande è la potenza del Signore, e dagli umili egli è glorificato. Per la misera condizione del superbo non c’è rimedio, perché in lui è radicata la pianta del male. Il cuore sapiente medita le parabole, un orecchio attento è quanto desidera il saggio.

Salmo 67 - Hai preparato, o Dio, una casa per il povero.
I giusti si rallegrano, +
esultano davanti a Dio
e cantano di gioia.
Cantate a Dio, inneggiate al suo nome:
Signore è il suo nome.

Padre degli orfani e difensore delle vedove
è Dio nella sua santa dimora.
A chi è solo, Dio fa abitare una casa,
fa uscire con gioia i prigionieri.

Pioggia abbondante hai riversato, o Dio, +
la tua esausta eredità tu hai consolidato
e in essa ha abitato il tuo popolo,
in quella che, nella tua bontà,
hai reso sicura per il povero, o Dio.
Dalla lettera agli Ebrei 12, 18-19.22-24
Fratelli, non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola. Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova.

Alleluia, alleluia, alleluia.
Prendete il mio giogo sopra di voi, dice il Signore,
e imparate da me, che sono mite e umile di cuore.
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 14, 1. 7-14
Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato». Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».
Commento
Care sorelle e cari fratelli, domenica scorsa dicevamo che il Signore ci invita ad entrare nel suo Regno attraverso la porta stretta che è la sua persona mite e umile di cuore. Una porta che è piccola non perché vuole escludere qualcuno, ma perché è della dimensione vera dell’uomo, troppo spesso gonfio del suo orgoglio e ingombro del carico pesante di giudizi, abitudini e inimicizie.
Oggi di nuovo la Scrittura ci propone di riflettere sulla “dimensione” dell’uomo, cioè sul giudizio che ciascuno ha di sé, circa la propria grandezza o piccolezza. La Parola di Dio ci suggerisce di non avere un senso troppo alto di sé, di non inorgoglirci, di non cercare di prevalere per ottenere il primo posto, ma di essere umili.
Nel mondo di oggi vige la legge in base alla quale vince chi è più forte e chi sa farsi valere, chi invece appare remissivo e umile soccombe. Per questo vogliamo sempre mostrare un volto più forte e una dimensione più alta. Ma in fondo che male c’è ?
Il fatto è che quando ci inorgogliamo riempiamo tutta la vita di noi stessi e non esiste più spazio per gli altri.
Chi ha un senso di sé alto non trova motivo per far spazio alla vita di qualcun altro, non gli interessa e non ne ha bisogno.
Chi è orgoglioso e vuole sempre primeggiare vede negli altri una minaccia, dei potenziali rivali, qualcuno da cui difendersi.
Per chi si vanta delle proprie qualità e doti gli altri servono solo a confermare il proprio essere a posto in un continuo confronto in cui vengono messi in risalto i difetti e gli errori altrui.
E così via: chi si sente grande esclude e allontana gli altri, per questo la Scrittura invita ad un senso umile di sé: “Quanto più sei grande, tanto più fatti umile”.
Ci chiediamo: ma cosa vuol dire essere umile, farsi piccolo, “occupare l’ultimo posto” come dice il Vangelo? Spesso i cristiani hanno interpretato questo come l’invito a mettersi da parte, ad essere dimessi, a condurre una vita scialba e senza passioni forti. Ma non è questa la piccolezza del Vangelo. Gesù che si definisce “mite e umile di cuore” e dice di sé di stare al mondo come “uno che serve” non rinuncia per questo alla sua missione di salvezza dell’umanità tutta, anzi, la sua vita ha quella nota eroica, cosmica, universale che dovrebbe caratterizzare la vita di ogni cristiano. No, la sua piccolezza non è nel condurre una vita dimessa e normale, senza eccessi e modesta, come invece tanti vorrebbero ridurlo, ma essere piccolo per Gesù significa innanzitutto fare spazio agli altri nella propria vita. Questa è la vera grandezza cristiana: fare posto nelle proprie preoccupazioni, nel proprio tempo, negli impegni non solo a sé e al proprio io esageratamente espanso ma innanzitutto e soprattutto agli altri, per primi a chi ha più bisogno, e poi a tutti.
Questo ci rende veramente grandi. Lo vediamo nelle vite di tanti santi e uomini esemplari. Ad esempio Gandhi veniva chiamato Mahatma, che significa “grande anima”, non perché fosse uno che si desse molta importanza, anzi era umilissimo, ma perché seppe allargare la propria vita fino ad accogliervi il dolore di un intero popolo umiliato dal colonialismo e dalle ingiustizie e seppe guidarlo alla libertà senza spargimento di sangue. Ma così anche è il piccolo Francesco di Assisi, che non si fece certo grande per aspetto o ruolo sociale, ma anzi rinunciò a quello che aveva per fare spazio agli altri, alla gente che aspettava l’annuncio del Vangelo, ai poveri, al lebbroso.
Potremmo infine chiederci: ma perché è tanto importante fare spazio agli altri, da loro ci viene la salvezza? No, non sono gli uomini che ci salvano, ma se non sappiamo fare spazio agli altri che vediamo e tocchiamo, non saremo mai in grado di fare spazio a Dio nella nostra vita che, come dice l’apostolo Giovanni, nemmeno vediamo. Per questo il Libro della Sapienza dice: “ai miti Dio rivela i suoi segreti. Perché … dagli umili egli è glorificato” Sì, solo chi è umile e fa spazio agli altri ascolta il segreto che Dio è venuto a rivelare, segreto che è la sua misericordia e la salvezza che è il suo amore che ci trasforma dentro.
Fratelli e sorelle, lasciamoci trascinare dall’incontro con gli altri, specialmente i più poveri, perché si aprano nella nostra vita spazi di amore e di misericordia. Non pretendiamo che siano sempre gli altri a doversi adattare alle nostre esigenze e disponibilità, ma docilmente adattiamo la nostra vita al fratello e alla sorella e scopriremo nei loro volti il sorriso benevolo di Dio che si fa incontro a noi.

Preghiere
Ti preghiamo o Signore onnipotente, tu che ti sei fatto piccolo e povero per salvare noi uomini suscita in noi uno spirito di umiltà perché sappiamo essere miti come tu ci inviti.
Noi ti preghiamo

O Dio del cielo che vedi il bisogno di tutti quelli che nel mondo invocano il tuo aiuto, aiutaci a fare spazio nella nostra vita a sentimenti di misericordia e di generosità, perchè ogni uomo sia per noi un fratello ed una sorella da incontrare ed amare.
Noi ti preghiamo

O Padre di eterna bontà che hai inviato nel mondo il tuo figlio unigenito perché salvasse noi uomini, fa’ che sappiamo accogliere il suo invito ad essere umili e miti e abbandoniamo ogni orgoglio e vanagloria che ci rende lontani da te.
Noi ti preghiamo

Ascolta o Dio il grido di tutti coloro che sono nel dolore. Ti preghiamo per le vittime delle alluvioni e delle guerre, per i senza casa e senza famiglia, per i malati e gli anziani, per gli stranieri e i profughi. Dona loro pace e salvezza.
Noi ti preghiamo

Fa’ o Dio che ogni tuo discepolo sappia vivere e testimoniare la gioia del vangelo. Ti preghiamo per tutti coloro che ancora non ti conoscono, fa’ che presto ascoltino l’annuncio di salvezza da un cuore amico.
Noi ti preghiamo

Fatti vicino a Signore a tutti gli uomini che vivono dispersi e senza orientamento: gli incerti, i dubbiosi, i delusi, perché trovino nel Vangelo te che sei via, porta e vita.
Noi ti preghiamo

Sostieni o Dio del cielo tutti i cristiani nel mondo, specialmente i più deboli e i perseguitati. Consola chi soffre per la fede in te e dai coraggio a chi ti annuncia vivo e risorto.
Noi ti preghiamo

Guarda con bontà o Padre misericordioso a tutti noi che oggi invochiamo il tuo perdono. Non sdegnarti per il nostro peccato ma accetta con compassione paterna il pentimento di chi ti invoca.
Noi ti preghiamo

sabato 21 agosto 2010

anno C - XXI domenica del tempo ordinario - 22 agosto 2010



Dal libro del profeta Isaia 66, 18-21
Così dice il Signore: «Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria. Io porrò in essi un segno e manderò i loro superstiti alle popolazioni di Tarsis, Put, Lud, Mesec, Ros, Tubal e Iavan, alle isole lontane che non hanno udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; essi annunceranno la mia gloria alle genti. Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutte le genti come offerta al Signore, su cavalli, su carri, su portantine, su muli, su dromedari, al mio santo monte di Gerusalemme – dice il Signore –, come i figli d’Israele portano l’offerta in vasi puri nel tempio del Signore. Anche tra loro mi prenderò sacerdoti levìti, dice il Signore».

Salmo 116 - Tutti i popoli vedranno la gloria del Signore.

Genti tutte, lodate il Signore,
popoli tutti, cantate la sua lode.

Perché forte è il suo amore per noi
e la fedeltà del Signore dura per sempre.

Dalla lettera degli Ebrei 12, 5-7.11-13
Fratelli, avete già dimenticato l’esortazione a voi rivolta come a figli: «Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio». È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Certo, sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati. Perciò, rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire.

Alleluia, alleluia, alleluia.
Io sono la via, la verità e la vita, dice il Signore;
nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 13, 22-30
In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».
Commento

Cari fratelli e care sorelle, il capitolo 13 di Luca ci pone di fronte ad un tema cruciale, quello della salvezza di ciascun uomo, di ciascuno di noi. Si apre infatti con un’affermazione che ci impressiona per la sua durezza. Parlando di alcune vittime di un crollo avvenuto in quei giorni a Gerusalemme, una disgrazia nella quale era morta molta gente innocente e senza alcuna responsabilità, Gesù dice: “credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Il Signore sottolinea come quelle persone morte non erano peggiori degli altri abitanti di Gerusalemme, era gente normale, apparentemente senza colpe gravi né delitti, eppure chi è come loro va incontro alla morte, afferma Gesù, ed una morte ben peggiore, quella definitiva ed irrevocabile che è la perdita della vita eterna.
Davanti a questi ed altri analoghi passi della Scrittura in cui si parla del giudizio sulla nostra vita noi tendiamo a sminuirne la portata: diciamo che il Signore esagera sempre un po’; che lo fa per metterci paura, ma poi in fondo è buono; che il suo discorso è una metafora; che dice una cosa per significarne un’altra. Tant’è che siamo convinti che per salvarsi basta non essere peggiori della normalità, cioè della media. Diciamo: “io che ho fatto di male nella mia vita?
Come le sue parole Gesù inverte la domanda e ci chiede: “Cosa hai fatto di bene per meritare la vita eterna e non la morte?” Così potremmo infatti parafrasare l’affermazione evangelica di Lc 13: “se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.”
Nel paragrafo che oggi abbiamo ascoltato, alcuni versetti dopo quelli che ho citato prima, un “tale”, anonimo, che potrebbe essere ciascuno di noi, chiede a Gesù: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?” Di nuovo si pone la domanda sulla salvezza, ed è formulata in modo furbo, con una certa malizia: quel tale infatti non chiede a Gesù come fare per salvarsi, come altri fanno nel vangelo, come ad esempio il giovane benestante che chiese “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?” (Mc 10,17) No, l’anonimo interlocutore vuole solo sapere fino a che punto può spingersi nell’essere peccatore, per non rischiare troppo. Gesù non risponde e non da’ una misura del numero dei destinati alla salvezza. Non dice né “pochissimi” né “tutti”, come forse avrebbe voluto sentirsi dire quel tale, come noi d’altronde: in entrambe i casi infatti, per un verso o per l’altro, siamo giustificati a non darci troppo da fare per “ereditare la vita eterna.”
Per Gesù infatti tutti gli uomini sono fatti per salvarsi. Nella mente e nel cuore di Dio ogni essere umano, ciascuno di noi è voluto e amato da lui perché non perda la sua vita. La perdita anche di un solo uomo è un danno irreparabile agli occhi di Dio, per il quale non ha senso pensare che la salvezza sia solo per alcuni, che questi siano tanti o pochi. Per questo Gesù non risponde alla domanda e di nuovo, come aveva fatto all’inizio del capitolo, pone con forza l’accento sull’esigenza di vivere la fatica di convertire la propria vita dalla normalità del “non fare niente di male” alla salvezza del “volere e fare il bene” che Dio prepara perché noi lo compiamo. E’ quello sforzarsi “di entrare per la porta stretta” di cui parla Gesù.
Sì la porta che conduce alla salvezza è stretta, perché è una persona, Gesù, il quale ha detto: “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.” (Gv 10,9) La porta è stretta non perché Dio vuole escludere molti, ma perché chi la vuole attraversare deve necessariamente assumere la dimensione umana giusta e vera, cioè quella di Gesù.
Al contrario noi molto spesso abbiamo un io esageratamente gonfio di orgoglio, spropositatamente sovradimensionato. Convertirci è ridurlo, ed essere della nostra dimensione reale, che è la dimensione umile di Gesù.
Oppure ci portiamo sempre dietro con noi un ammasso ingombrante di abitudini, pregiudizi, rancori, che ci sovrastano come un alto cumulo, e che sentiamo irrinunciabili, come una parte determinante di sé. Invece, ci dice Gesù, dobbiamo liberarcene per essere agili ed essenziali come Gesù.
L’umanità di Gesù è la porta nella quale dobbiamo riuscire a passare assomigliando alla sua dimensione, assumendone la forma.
E’ questo lo sforzo e la fatica a cui ci invita Gesù: “Sforzatevi”. Non è sufficiente essere un po’ devoti, cristiani “quanto basta”, nella norma. Come dice il Vangelo, non basta aver ascoltato, mangiato e bevuto con Gesù, cioè, diremmo noi, essere andati a messa tutte le domeniche, dove ascoltiamo il Signore e siamo partecipi del suo banchetto. Questo è il punto di partenza, ma a nulla vale se non ci alziamo da noi stessi e seguiamo Gesù per farci come lui.
Fratelli e sorelle, non avvenga di noi quello che dice Gesù: “Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.” Non attardiamoci fuori dalla porta, aspettando il momento in cui “ce la sentiamo”, quando ne saremo pronti, come troppo spesso giustifichiamo la nostra pigrizia e il rifiuto di faticare per la conversione, perché dopo potrebbe essere troppo tardi. Chiniamo il capo con umiltà, abbandoniamo fardelli pesanti ed inutili ed entriamo subito nel Regno passando per la porta dolce e soave che è Gesù stesso e il suo Vangelo. Sediamoci a mensa con lui assieme ai tanti di “tutte le genti e tutte le lingue” di cui parla il profeta Isaia gettando lo sguardo con gli occhi di Dio al futuro dell’umanità. Sì quei confini che tante volte innalziamo fra noi e gli altri, chi è diverso, chi è strano, chi non parla e non pensa come noi, chi viene da lontano, non ha senso nel Regno, perché la salvezza è per tutti e non per pochi, e spesso proprio chi è più povero e diverso da noi è umile per chinare il capo e senza i tanti fardelli che lo appesantiscono. Preghiamo perché il futuro prefigurato da Isaia sia presto il presente di ciascuno di noi e del mondo intero.


Preghiamo

O Signore, pastore buono delle nostre vite, ti ringraziamo perché continui ad invitarci a convertire il nostro cuore e a cambiare la vita. Fa’ che seguendo il tuo esempio diveniamo testimoni della gioia che il vangelo dona a chi lo vive.
Noi ti preghiamo

O Cristo, che sei l’unica porta che conduce al Regno, donaci di divenire umili e liberi da pregiudizi, rancori e inimicizie, per divenire in tutto simili a te.
Noi ti preghiamo

Ti preghiamo o Signore per tutti coloro che indugiano davanti alla porta, incerti e dubbiosi; per chi ha paura di chinare il capo per entrare; per chi è sicuro di poter aspettare e rimandare. Rimuovi ogni ostacolo e attirali a te, che sei il pastore buono della nostra vita.
Noi ti preghiamo

Fa’ o Signore che ogni uomo e ogni donna del mondo possa presto incontrare la tua Parola che ti rende vivo e presente. Fa’ che l’esempio dei tuoi discepoli indichi loro la via.
Noi ti preghiamo

Abbi pietà, o Signore nostro Dio, di noi peccatori. Fa’ che sappiamo vincere l’orgoglio che ci lega ad esso per trovare la libertà dell’amore per te e per i fratelli.
Noi ti preghiamo

Liberaci o Dio dall’istinto che ci allontana dagli altri e ci isola in un senso alto di noi stessi. Fa’ che il tuo esempio ispiri le nostre vite ad una maggiore umiltà e simpatia per tutti.
Noi ti preghiamo.

Ti preghiamo o Signore per tutte le vittime delle catastrofi naturali, delle guerre e di ogni forma di violenza. Consola chi è nel dolore e sostieni chi ancora è nel pericolo.
Noi ti preghiamo

Sostieni e consola o Dio tutti i poveri: i malati, gli anziani, chi è senza casa, gli zingari, i migranti, i prigionieri. Dona a tutti loro guarigione e salvezza.
Noi ti preghiamo

sabato 14 agosto 2010

Assunzione di Maria SS.ma - domenica 15 agosto 2010


Dal libro dell'Apocalisse di san Giovanni apostolo 11, 19a; 12, 1-6a.10ab

Si aprì il tempio di Dio che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua alleanza. Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio. Allora udii una voce potente nel cielo che diceva: «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo».

Salmo 44 - Risplende la Regina, Signore, alla tua destra.

Figlie di re fra le tue predilette;
alla tua destra sta la regina, in ori di Ofir.

Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio:
dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre.

Il re è invaghito della tua bellezza.
È lui il tuo signore: rendigli omaggio.

Dietro a lei le vergini, sue compagne, +
condotte in gioia ed esultanza,
sono presentate nel palazzo del re.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 15, 20-27

Fratelli, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza. È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi.

Alleluia, alleluia, alleluia.
Maria è assunta in cielo;
esultano le schiere degli angeli.
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 1, 39-56

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.
Commento

Cari fratelli e care sorelle, il vangelo di Luca si apre con la narrazione parallela di due donne che, per motivi diversi, hanno una gravidanza straordinaria. La prima è Elisabetta, donna anziana e rimasta per molti anni sterile, ma che ad un certo punto, improvvisamente, in seguito all’insistenza della preghiera sua e di suo marito Zaccaria, si trova gravida, e l’altra è Maria, donna al contrario molto giovane la quale riceve l’annuncio della nascita miracolosa di Gesù dal suo grembo, lei che non aveva ancora avuto nessun rapporto col suo futuro marito Giuseppe. In entrambe i casi le nascite sono annunciate da un angelo che porta a Zaccaria e a Maria la notizia dell’evento straordinario che Dio realizzerà nella loro vita.
L’evangelista Luca sembra volerci indicare fin dalle prime righe del suo vangelo che tutta la vita di Gesù che esso riporta è un segno di quanto la Parola di Dio sia efficace e cambi la storia, fino a farsi carne e ad entrare con forza dentro le vicende umane. E Luca ci vuole dire anche con queste due storie in qual modo la Parola di Dio entra nella storia dell’umanità: non al di sopra o al di là delle nostre vite, ma attraverso la carne delle esistenze umane, anche quella di una donna anziana sterile e di una giovanissima ragazza, due esistenze che, per la mentalità dell’epoca, non contavano nulla. La loro umiltà, come sottolinea Maria, non è disprezzata da Dio ma anzi è strumento per la salvezza dell’umanità intera. Ed infatti, cosa che scandalizza la mentalità giudaica, ma ancora oggi mette in forte discussione le nostre convinzioni, Dio per entrare nel mondo non solo ha bisogno di due umili e bisogno del insignificanti donne, ma ha bisogno del loro consenso. Infatti le due storie riportano anche i due modi con i quali l’uomo può reagire davanti alla proposta di Dio: Zaccaria, dice Luca, all’angelo che gli annunciava la nascita di un figlio, resta scettico e dice: “Come potrò mai conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni.” Zaccaria crede di sapere come vanno le cose, e questo suo realismo rassegnato (“sono vecchio”) lo rende muto: non impedisce alla potenza di Dio di realizzarsi attraverso la gravidanza di Elisabetta, ma allo stesso tempo lo esclude dalla possibilità di comunicare, lo taglia fuori dalla famiglia degli uomini. Maria invece, come sappiamo bene, accoglie subito con umiltà quella novità sconvolgente e inaudita e accetta che la volontà di Dio si realizzi nella sua vita: “Avvenga per me secondo la tua parola.”
E’ questa la grandezza di Maria che indica una strada anche a noi: accettare che la parola di Dio si faccia presente nella storia dell’umanità anche attraverso la nostra vita. Anche a noi l’angelo di Dio rivolge la Parola perché essa sia incarnata da noi e renda la nostra sterilità fertile e feconda di vita nuova.
Questa disponibilità di Maria a lasciare spazio dentro la sua vita si esprime anche in quella sua prontezza ad andare dall’anziana Elisabetta per aiutarla nel momento della gravidanza. In fondo anche lei era incinta e poteva trovare mille motivi oggettivi per pensare che non era il caso di affrontare un viaggio in montagna per giungere fino al suo villaggio. E’ un segno di generosità gratuita che esprime una vita rinnovata dal vangelo, è come un primo segno di quello spirito nuovo che il Signore Gesù verrà a portare nel mondo.
Anche e parole che Maria rivolge ad Elisabetta sono ricche dell’ispirazione dello Spirito: è come una anticipazione del mondo così come Dio lo vuole e come Gesù verrà per realizzarlo. Non è il mondo così come lo conosciamo, ma come Dio vuole che divenga, anche attraverso la nostra vita. E’ un mondo in cui non conta potenza o grandezza, ma docilità a Dio (“ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili”), in cui la giustizia viene ristabilita e il bisogno dei poveri è ricolmato (“ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”). E’ il mondo delle beatitudini, il mondo delle parabole di Gesù. Maria piena di Spirito santo ha accolto la arola fatta carne e ha fatto suo il sogno di Dio sul mondo.
Dicevo, è questa la grandezza di Maria, per la quale la veneriamo e, oggi, la contempliamo assunta in cielo accanto al suo Figlio. Il suo sogno si è realizzato, ora vive nel Regno in cui ha creduto, e da lì guada con amore a tutti quelli che cercano di imitarla e chiedono a lei l’aiuto a fare proprio il sogno di Dio per il mondo. Anche noi oggi allora vogliamo alzare lo sguardo e implorare l’aiuto di Maria a vivere la sua stessa beatitudine, che Elisabetta gli attribuisce: “beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto.” Sì è beata perché, a differenza di Zaccaria, ha creduto che è possibile che si realizzi il sogno di Dio che l’angelo continua ad annunciare anche a noi attraverso la Parola di Dio. Crediamo anche noi, con fede ingenua e sincera, che sia possibile viere il Vangelo, e non restiamo scettici e amareggiati, convinti che la sappiamo più lunga noi, e vivremo la beatitudine di Maria, donna umile e grande perché Dio si serve di chi è piccolo per fare cose grandi.
Preghiere

Ti ringraziamo o Signore perché ci hai dato in Maria l’esempio di come sia possibile fidarsi della tua Parola e credere possibile realizzarla. Aiutaci ad imitarla.
Noi ti preghiamo

Ti preghiamo o Gesù di non farci prendere dal realismo amaro e rassegnato di Zaccaria che crede di sapere meglio di Dio come va la vita. Aiutaci a essere fiduciosi in te e nella forza del Vangelo che cambia la storia degli uomini.
Noi ti preghiamo

O Signore che non hai disprezzato la vita di due donne umili e piccole per manifestare la tua potenza nel mondo, ti preghiamo di servirti anche di noi, nonostante la povertà delle nostre esistenze e il peccato di cui siamo schiavi.
Noi ti preghiamo
Donaci o Dio un cuore puro per riconoscere nella Scrittura la voce di Dio che ci chiama. Fa’ che con fiducia la viviamo ogni giorno.
Noi ti preghiamo
Ti preghiamo o Dio per tutti i cristiani di tutte le Chiese che oggi celebrano Maria assunta in cielo. Fa’ che tutti ci stringiamo alla Madre di Dio per essere discepoli fedeli del suo Figlio divino.
Noi ti preghiamo
Ti preghiamo o Padre del cielo per tutte le donne, specialmente per quelle che sono oppresse ed umiliate. Come tu hai innalzato l’umiltà di Maria, così liberale dal giogo pesante della loro condizione per incontrare la libertà di essere tue figlie e discepole.
Noi ti preghiamo.
Con umiltà e insistenza, o Dio, ti chiediamo la salvezza per tutti coloro che soffrono: i malati, i prigionieri, gli anziani, i soli e i disprezzati. Fa’ che in questo tempo non siano dimenticati dai fratelli e dalle sorelle.
Noi ti preghiamo

Dona la tua pace o Signore a tutti i popoli in guerra. Fa’ che dove ora regna l’odio e la sopraffazione possa presto imporsi il Regno di giustizia e di amore che tu sei venuto a inaugurare.
Noi ti preghiamo