mercoledì 24 luglio 2013

XII domenica del tempo ordinario - 23 giugno 2013


Dal libro del profeta Zaccarìa 12, 10-11; 13.1

Così dice il Signore: «Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a me, colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito. In quel giorno grande sarà il lamento a Gerusalemme, simile al lamento di Adad-Rimmon nella pianura di Meghiddo. In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità».

 

Salmo 62 Ha sete di te, Signore, l'anima mia.

 

O Dio, tu sei il mio Dio, +
dall’aurora io ti cerco,
ha sete di te l’anima mia,
desidera te la mia carne
in terra arida, assetata, senz’acqua.


Così nel santuario ti ho contemplato,
guardando la tua potenza e la tua gloria.
Poiché il tuo amore vale più della vita,
le mie labbra canteranno la tua lode.


Così ti benedirò per tutta la vita:
nel tuo nome alzerò le mie mani.
Come saziato dai cibi migliori,
con labbra gioiose ti loderà la mia bocca.


Quando penso a te che sei stato il mio aiuto,
esulto di gioia all’ombra delle tue ali.
A te si stringe l’anima mia:
la tua destra mi sostiene.


Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati 3, 26-29

Fratelli, tutti voi siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.

 

Alleluia, alleluia, alleluia.
Le mie pecore ascoltano la mia voce, dice il Signore,
e io le conosco ed esse mi seguono.
Alleluia, alleluia, alleluia.


Dal vangelo secondo Luca 9, 18-24

Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto». Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno». Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà».

 

Commento

Gesù rivolge ai discepoli la domanda su chi la gente pensa sia lui. Lo fa in un momento di intimità, mentre stanno per conto loro. Gesù parla a cuore aperto ai dodici, sono la sua famiglia, quelli di cui si fida e a cui si affida. In tutto il Vangelo infatti possiamo vedere che Gesù parla a tanta gente, in situazioni diverse, ma non è con tutti la stessa cosa. Le folle, il più delle volte, lo cercano, lo seguono e lo ascoltano, pensiamo ad esempio a quelli che restano con lui fino a tardi e per i quali Gesù deve moltiplicare il cibo perché sono rimasti così a lungo che non riuscirebbero a procurarselo da soli. Spesso però le folle sono anche volubili e cambiano idea facilmente: pensiamo alle folle di Gerusalemme che un giorno lo acclamano trionfalmente al suo ingresso in città e il giorno dopo gridano a Pilato di liberare Barabba e crocifiggere Gesù.

Il Vangelo ci presenta spesso questo doppio modo di ascoltare Gesù e di stare con lui, come per invitarci a trovare anche noi il modo giusto, a non dare per scontato che chi ascolta Gesù (diremmo oggi “chi viene a Messa”) è un suo discepolo. C’è bisogno di qualcosa di più e il vangelo di oggi ci aiuta a comprendere cosa.

Infatti alla domanda su chi la gente diceva che lui fosse, i discepoli rispondono: “Per alcuni Giovanni il Battista, per altri Elia, per altri uno degli antichi profeti che è risorto.” Tutti cioè pensano di conoscere già Gesù, che è qualcuno di noto, di cui hanno già preso le misure, e che quindi non ha molto di nuovo da dire e da chiedere. Per loro Gesù, in un certo senso, appartiene al passato.

Poi però Gesù rivolge anche ai discepoli la stessa domanda: “Ma voi chi dite che io sia?” E’ una domanda impegnativa, che coinvolge personalmente e profondamente i discepoli. Potremmo dire: ma che bisogno c’era di chiederlo, non vede Gesù che i dodici lo seguono ovunque, hanno lasciato tutto per stare con lui, e affrontano rischi e disagi per amore suo? Non gli basta?

Gesù pone la questione non del “quanto” sono disposti a dare, ma a “chi”.

E questa è la domanda vera: Gesù non è un Dio sempre imbronciato e mai contento di quello che si fa per lui, ma piuttosto è un Dio che vuole essere conosciuto per chi lui è veramente, e fa di tutto per rivelarsi a noi.

Alla domanda del Signore Gesù risponde Pietro: “Il Cristo di Dio.” Con questa espressione Pietro intendeva dire: tu sei il Messia, cioè colui che da secoli Israele attendeva. E’ la novità assoluta, quello che mai era venuto prima, colui che tutti speravano un giorno di vedere, colui che le promesse antiche annunciavano come il compimento del tempo, il completamento del disegno di Dio per l’umanità intera, ciò che mai nessuno aveva conosciuto prima.

Ecco la grande differenza: Gesù non fa parte del passato, non è qualcosa di scontato, ma è uno squarcio sul futuro, apre un tempo nuovo come mai prima si era potuto immaginare e desiderare.

Fratelli e sorelle, questo ci viene oggi a dire la Liturgia: non serve a niente un senso un po’ mesto del sentirsi sempre inadeguati, come studenti impreparati all’interrogazione. A Gesù non interessa solo il passato, più o meno meritevole, che abbiamo vissuto, con le immancabili miserie e glorie, esaltazioni e depressioni, ma ci interroga sul futuro: su chi punti, a chi ti affidi, a chi dai fiducia?

Pietro risponde bene, perché afferma che si vuole affidare non alle esperienze del passato, alla sapienza maturata attraverso l’esperienza sua e delle generazioni passate, ma a chi può fargli vivere quel futuro pieno, il Regno di Dio o dei cieli, che Dio aveva annunciato. Questa è anche la grandezza di prospettive cui i cristiani sono chiamati. La fede ci riapre il futuro, ci dona una visione che non si limita ad aspettarci al massimo ciò che già è accaduto, ma riesce a guardare la realtà come Dio la desidera, rinnovata, trasformata dalla forza del suo amore, come non è mai stata prima. Tante volte da soli noi non riusciamo nemmeno a pensare a noi stessi diversi da come siamo già. Conosciamo i nostri difetti, ma allo stesso tempo pensiamo che siano qualcosa che non è possibile superare, una sorta di DNA del nostro spirito. Ma la novità assoluta che è il Signore ci dice che egli può “fare nuove tutte le cose”, come dice il libro dell’Apocalisse.

Gesù è felice: qualcuno lo ha conosciuto veramente. Il vangelo non dice la reazione del Signore, ma possiamo immaginarla. Per questo Pietro è il primo degli apostoli, perché affida a Gesù il suo futuro con la fiducia piena di chi sa che non sarà deluso. Lascia tutto, non si affida al passato già conosciuto. Questo non lo mette al sicuro dalle tentazioni e dal peccato, lo sappiamo bene, ma la grandezza dei santi non è nell’essere perfetti, ma nell’essere sicuri su ciò che salva il loro destino e gli apre il futuro.

Per questo Gesù prosegue parlando a cuore aperto di quello che lo aspetta e che coinvolgerà anche i discepoli: persecuzione, sofferenza, morte. Chi infatti capisce che Lui è la sua salvezza e si affida con fiducia ai suoi insegnamenti non ha paura delle difficoltà: le affronta perché punta in alto, a qualcosa che né sofferenza né morte gli può togliere quella vita piena che Gesù è venuto ad annunciare e a realizzare.

Anche l’Apostolo Paolo nella lettera ai Galati che abbiamo ascoltato ci invita a considerare di chi vogliamo essere figli: di un passato sicuro ma a volte deludente, pieno di angoli oscuri e qualche lampo di luce, o figli del futuro che Dio ha preparato per noi, rendendoci partecipi della sua stessa vita, come figli suoi ed eredi della sua gloria? Egli dice: “Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.” Cioè non siamo figli di un destino segnato dalla nazionalità, dallo stato sociale, dalle condizioni esterne della nostra vita e neppure dalla nostra stessa identità, ma l’unico destino cui siamo chiamati ad affidarci è essere figli non di noi, non del nostro tempo e mondo ma di Gesù Cristo. È questa la scelta che Gesù, con la sua domanda, chiede di compiere ai suoi discepoli.

Anche per noi è la domanda di questa domenica, è l’interrogativo che Gesù fa a noi, suoi intimi. Vogliamo essere noi in quella cerchia, in quella famiglia di uomini a cui dona tutto se stesso, o ci accontentiamo di far parte di quella folla che crede già di aver capito, di sapere, con un senso scontato che gli viene dalla sapienza del già vissuto? Il Signore ci sostenga nel rispondere con la nostra vita ad una domanda così importante e decisiva.


Preghiere
 

O Signore Dio nostro, ti ringraziamo perché vieni nelle nostre vite a portare la novità del vangelo. Fa’ che sappiamo accoglierla con gratitudine, come la salvezza che il mondo attende e che dona la vita piena,

Noi ti preghiamo
 

Aiutaci o Signore a non aver paura della novità del vangelo, a non preferire ciò che già conosciamo e che il mondo ci propone. Insegnaci ad avere fiducia in te che ci guidi verso un nuovo modo di vivere,

Noi ti preghiamo
 

E’ facile o Signore avere fiducia solo in se stessi e credere solo a quello che la nostra esperienza ci ha insegnato. Aiutaci a non rifiutare la salvezza che hai portato al mondo ma a riconoscere nella tua parola e nel tuo esempio il cammino per imparare la vita vera che non finisce.

Noi ti preghiamo


O Signore Gesù, fa’ che come Pietro sappiamo sperare nel futuro che tu ci proponi. Aiutaci a guardare il mondo con gli occhi del vangelo pieni di fiducia in te e certi che il male può essere vinto.

Noi ti preghiamo

 Ti invochiamo o Dio del cielo, vieni e visita la nostra vita, perché ogni nostra azione sia guidata dal tuo Spirito e animata dal desiderio di realizzare il bene che tu hai preparato per le nostre vite.

Noi ti preghiamo
 

Ti preghiamo, o Signore, per tutti coloro che sono nel dolore: per i poveri, i malati, gli anziani, tutti coloro che sono vittima della guerra, della violenza e del disprezzo. Fa’ che i tuoi discepoli siano operatori di pace e costruttori di giustizia dove ce n’è più bisogno.

Noi ti preghiamo.

 

O Dio, sostienici nelle difficoltà che incontriamo a vivere il bene che ci proponi. Fa’ che incontrando ogni uomo e ogni donna sappiamo riconoscervi il fratello e la sorella che tu ci doni e per i quali continui a dare la vita come un Padre buono e pieno di misericordia. 

Noi ti preghiamo


Sostieni o Signore Gesù quanti lodano il tuo nome e invocano il tuo aiuto. Mostrati in ogni momento pastore buono delle nostre vite, maestro mite ed umile dei tuoi discepoli nel mondo.

Noi ti preghiamo

 

Preghiera del 19 giugno - XI settimana del tempo ordinario


Mt 13,1-9

 

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.

Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: "Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti".

 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, il vangelo ci propone l’immagine di Gesù che si siede in riva al lago e una folla si raccoglie attorno. È l’immagine della Chiesa, cioè della gente che sente il bisogno di stare ad ascoltare Gesù. Questo è infatti ciò che rende una massa di gente anonima e impersonale una comunità di discepoli e fratelli: il bisogno di stare ad ascoltare Gesù. Tutto il resto conta poco. Le strutture, l’organizzazione, tutto quello che contorna e rende in qualche modo visibile la Chiesa da lì trae motivo: tutto serve ad aiutare la gente a radunarsi accanto a Gesù che si siede e parla.

Questo è anche il senso di questo nostro riunirci fedele e umile il me4rcoledì a pregare. Qualcuno dice che non serve a niente, perché siamo pochi, ma noi crediamo che così si realizza quel volto autentico della chiesa di cui noi ci sentiamo figli e discepoli. Tutto il resto conta relativamente.

Ma cosa significa ascoltare Gesù?

Egli parla di una semina e dei diversi esiti che ne derivano. Noi in genere siamo molto attenti ai due momenti estremi: il momento in cui il seme è gettato, e quando si vede il frutto. Il primo ci coinvolge emotivamente, ci tocca e ci fa sentire qualcosa di vero e profondo dentro di noi. È il dolore per la nostra umanità che viene svelata nelle sue miserie, o  anche lo stupore per le nuove prospettive che vengono fatte scorgere e che prima non ci apparivano. Accanto a questo però viviamo la ricerca del frutto: quali risultati ci offre l’ascolto. E allora restiamo delusi o scontenti per la pochezza di essi e ce la prendiamo con la inefficacia di quella Parola.

Quello che però spesso ci sfugge quasi completamente è tutto quello che intercorre fra il primo e l’ultimo momento, e cioè tutto il lavoro segreto o manifesto che fa sì che la parola seminata fruttifichi.

La parabola che abbiamo ascoltato in qualche modo ce ne dà l’immagine. Il seme una volta gettato ha bisogno di trovare terreno e poi irrigazione, di radicarsi, di avere luce e calore dal sole, ecc… Insomma c’è un lungo lavoro che è richiesto e che, come accennavo, è sia nascosto che manifesto. Cioè c’è un lavoro che è la Parola stessa che compie, ed è la forza insita in essa che trasforma e cresce, ma il lavoro di memoria e di protezione che solo noi possiamo fare. È il lavoro paziente di mettere in ogni momento a confronto la nostra vita con la parola, per non farcela rubare via o per non farla seccare, e permettere ad essa di mettere radici forni nella nostra vita e di dare così frutti buoni.

Questo è quello a cui noi difficilmente diamo peso, ma che invece la parabola ci dimostra è decisivo perché l’opera di semina non sia infruttuosa.

Questo tempo che viene allora in genere viene considerato un po’ un tempo vuoto. Tempo di ferie in cui la Parola sembra essere come un po’ essere messa da parte per occuparci un po’ di più a noi stessi: al riposo, allo svago, a fare tutto quello che negli altri tempi non riusciamo a fare.

Ma non potrebbe essere invece questo tempo proprio il tempo opportuno perché la parola ascoltata trovi terreno fertile e attenzione da parte nostra? Un tempo fuori dai ritmi più caotici in cui c’è modo di soffermarsi e riflettere, fare memoria con più calma. Il frutto allora si vedrà perché la Parola lavora, scava, cresce, cambia la nostra vita, ma non lo fa nonostante noi e senza di noi. La Parola non è una magia che opera da sola, ma è il seme di una pianta che ha bisogno di cura e lavoro e può dare un frutto straordinario e inatteso.

 

XI domenica del tempo ordinario - 16 giugno 2013


Dal secondo libro di Samuele 12, 7-10. 13

In quei giorni, Natan disse a Davide: «Così dice il Signore, Dio d’Israele: Io ti ho unto re d’Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, ti ho dato la casa del tuo padrone e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo padrone, ti ho dato la casa d’Israele e di Giuda e, se questo fosse troppo poco, io vi aggiungerei anche altro. Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai colpito di spada Urìa l’Ittìta, hai preso in moglie la moglie sua e lo hai ucciso con la spada degli Ammonìti. Ebbene, la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, poiché tu mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Urìa l’Ittìta».Allora Davide disse a Natan: «Ho peccato contro il Signore!». Natan rispose a Davide: «Il Signore ha rimosso il tuo peccato: tu non morirai». 

 

Salmo 31 - Togli, Signore, la mia colpa e il mio peccato.
Beato l’uomo a cui è tolta la colpa
e coperto il peccato.
Beato l’uomo a cui Dio non imputa il delitto
e nel cui spirito non è inganno.

Ti ho fatto conoscere il mio peccato,
non ho coperto la mia colpa.
Ho detto: «Confesserò al Signore le mie iniquità»
e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato.

Tu sei il mio rifugio, mi liberi dall’angoscia,
mi circondi di canti di liberazione.
Rallegratevi nel Signore ed esultate, o giusti!
Voi tutti, retti di cuore, gridate di gioia! 


Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati 2, 16. 19-21

Fratelli, sapendo che l’uomo non è giustificato per le opere della Legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù per essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge; poiché per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno. In realtà mediante la Legge io sono morto alla Legge, affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me. Dunque non rendo vana la grazia di Dio; infatti, se la giustificazione viene dalla Legge, Cristo è morto invano.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Dio ha amato noi e ha mandato il suo Figlio
come vittima di espiazione per i nostri peccati.
Alleluia, alleluia alleluia.


Dal vangelo secondo Luca Lc 7, 36 - 8, 3

In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo. Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!». Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco». Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!». In seguito egli se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni.

Commento

 

Cari fratelli e care sorelle, i brani della liturgia di oggi ci propongono di soffermare la nostra attenzione sul bisogno che abbiamo di essere perdonati. Infatti possiamo vedere nel Vangelo di Luca come Gesù confronta il peccato della prostituta che gli si era avvicinata con quello del fariseo che lo aveva invitato a cena e si sofferma sul loro diverso atteggiamento verso di sé. A prima vista quel fariseo non ha fatto nulla di male, anzi è stato gentile con Gesù, lo ha invitato a cena e ha dimostrato così la sua disposizione non ostile, a differenza di tanti altri farisei che lo contestavano. Ma Gesù pone l’accento su un aspetto del comportamento di quelle due persone evidenziando così la vera differenza fra i due: la mancanza o la presenza di amore, e le conseguenze che questo ha.

Gesù infatti vuole far capire che ogni uomo è peccatore, che nel suo cuore albergano sentimenti di inimicizia ed egoismo che lo rendono, seppur in modi diversi, partecipe del grande disegno del male che agisce nell’umanità. In questo possiamo dire che siamo tutti uguali e le differenze sono veramente minime. Noi, al contrario, siamo abituati a pesare sempre il peccato col bilancino, a valutare gravità e venialità, per dire che in fondo noi non abbiamo fatto niente di veramente grave. In realtà in un’altra situazione Gesù dice che non c’è molta differenza fra dire “stupido” al fratello e, addirittura, l’ucciderlo (Mt 5,21-22). Le parole di Gesù infatti sembrano dare poca importanza alla grandezza del peccato delle due persone, la prostituta e il fariseo, differenza che invece ai commensali di Gesù sembra così evidente, tanto da far pensare a tutti che Gesù è uno sciocco perché non dà segno di accorgersene. Ma per il Signore la vera differenza sta non tanto nel “peso” dei peccati, quanto piuttosto nel bisogno che i due sentono di allontanarsi da essi e di ritrovare il legame di amore con Dio che il peccato fa perdere.

Questa per Gesù è la differenza che conta.

I farisei infatti erano un gruppo religioso che esercitavano in modo molto scrupoloso l’osservanza alla legge. Erano attentissimi a non infrangere nemmeno il più piccolo dei comandamenti di Dio contenuti nella bibbia, imposti da Dio nel corso dei secoli. Secondo loro questo era sufficiente per essere davanti a Dio irreprensibili e, di conseguenza, per non avere più bisogno di Lui. Paradossalmente i farisei, con il loro scrupolo di osservanza della legge, avevano costruito il sistema perfetto per fare a meno di Dio. Era infatti la loro meticolosità, la rettitudine, l’onestà, il comportamento ineccepibile a salvarli e a mettere al sicuro la loro vita dal peccato. In questo modo che bisogno avevano più di Dio, del suo perdono, del suo aiuto, del suo amore?

È un vero paradosso, tutta la forza dei farisei si collocava nella loro volontà, autocontrollo, rigidezza, nell’essere sempre e comunque a posto davanti a Dio e agli uomini. Questa è la grave accusa che Gesù muove al suo ospite: aver costruito la sua vita su un sistema di comportamenti e di idee che lo rende impermeabile all’amore di Dio, semplicemente perché non ne sente il bisogno, e proprio per questo di essere a sua volta incapaci di voler bene agli altri.

Questo atteggiamento è così simile a quello di tanti uomini oggi. Da un lato il progresso scientifico e tecnologico ci rende molto più orgogliosamente autonomi davanti a Dio e sembra che ormai il possesso di tutti i meccanismo naturali ci renda autosufficienti e senza bisogno di fare riferimento ad un aiuto esterno e superiore all’ordine naturale, cioè Dio. Ma poi, oltre questo fattore, esiste un altro atteggiamento, simile a quello dei farisei, che è credere che la nostra salvezza si trovi in un fascio di valori da osservare.

Si parla infatti molto di valori oggigiorno, addirittura individuando nella loro presenza o assenza la realizzazione del cristianesimo o meno. Si dice infatti: la nostra società si è allontanata dai valori cristiani, ecc… Ma essere cristiani, cari fratelli e care sorelle, non coincide con l’aderire a certi valori. Non basta infatti, come non bastava per il fariseo, essere irreprensibile quanto a onestà, rettitudine, correttezza, ecc… C’è bisogno di qualcos’altro, dice Gesù a quel fariseo e a noi oggi. L’unica cosa che salva è voler bene. Non basta essere corretti, onesti e giusti, se non si vuole bene. E questo per un fatto molto semplice: perché solo chi vuole bene si rende conto di essere voluto bene da Dio, e che il proprio amore non ha forza né possibilità di esistere se non si nutre di una amore ricevuto prima di tutto da Dio. Chi pensa di amare per propria capacità vuol dire che non conosce l’amore vero, cioè quello di Dio che è la fonte del vero voler bene. Infatti per noi cristiani l’uomo è fatto a immagine di Dio, pertanto non è vero uomo e vera donna se non assomiglia a Lui, cioè se non ama. L’amore che viviamo è ciò che ci lega a Dio, e chi non ama può anche essere un modello irreprensibile di onestà, ma ha tagliato i suoi legami col Signore, si è costruito come figlio di Sé e non più di Dio. è quanto afferma bene l’apostolo che dice: “per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno” anche se ammettessimo che qualcuno possa rispettare a perfezione tutte le regole di rettitudine.

Questa è la radice di ogni peccato, perché questo è quello che il maligno vuole ottenere: allontanare in modo sempre più forte gli uomini da Dio, e come ci riesce facilmente illudendolo che ci si può salvare da sé, basta aderire ai valori! La prostituta è proposta invece da Gesù come un modello.

Ma come, dicono gli onesti e i corretti, quelli che fanno propri i valori della famiglia, della moralità e del decoro, una peccatrice che va contro i valori cristiani può essere un modello? Sì, paradossalmente per Gesù quella donna è meno peccatrice del fariseo perché lei sente il bisogno dell’amore di Dio, si avvicina a lui, gli dimostra tutto il suo affetto con gesti inequivocabili. Si umilia ai suoi piedi, non pretende di stare alla sua altezza, sullo stesso piano, come il fariseo, ma riconosce il proprio bisogno di essere accolta ed amata da Gesù. Questo atteggiamento è chiamato dal Signore fede: “La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!” La fede salva e non la correttezza e l’osservanza dei valori, e questa fede si  sostanzia nel sentire il bisogno di essere voluti bene da Dio per poter voler bene agli altri, riconoscendosi bisognosi del suo perdono e aiuto e incapaci a salvarsi da sé, con la propria scrupolosità e forza di volontà.

Cari fratelli e care sorelle, quanto è grande questa realtà e comprenderla e viverla ci rende liberi e felici. Impariamo a conservare nel fondo del nostro cuore la coscienza del nostro bisogno di essere amati, cioè perdonati, sostenuti, accolti da Dio, e la nostra vita, nonostante i peccati e la fragilità della nostra volontà, sarà sempre piena della benedizione della santità che è restare vicini a Lui.

Preghiere  

O Dio nostro Signore, aiutaci a riconosce sempre il nostro peccato e a vivere con umiltà il bisogno di essere perdonati da te,

Noi ti preghiamo

Aiutaci o Signore Gesù a chinarci sempre ai tuoi piedi come fece quella prostituta, perché impariamo da te a voler bene per primi e a perdonare di cuore i fratelli,

Noi ti preghiamo
 
Aiutaci o Signore Dio nostro a vincere il male con il bene, a non desiderare mai il male degli altri e ad attendere con umiltà e fiducia il perdono che libera dal male,

Noi ti preghiamo

Sostieni o Signore Gesù quanti ti invocano nelle loro necessità, aiutali, confortali e dona loro pace,

Noi ti preghiamo
 
Consola o Dio Padre misericordioso quanti sono nel dolore: i malati, gli anziani, chi è senza casa e famiglia, le vittime della guerra e della violenza. Dona a tutti loro pace e salvezza,

Noi ti preghiamo
 

Trasforma o Dio questa nostra città, manda il tuo Spirito a suscitare sentimenti di concordia e solidarietà nei cuori dove oggi albergano rancori ed egoismo,

Noi ti preghiamo.
  

Proteggi o Dio il nostro papa Francesco, sostienilo nel compito difficile di rendere più bello ed evangelico il volto della Chiesa,

Noi ti preghiamo
 

Aiuta o Padre tutti i tuoi figli a invocarti e amarti come tu ci hai amato. Fa’ che in ogni parte della terra il tuo nome venga onorato e il Vangelo ascoltato e vissuto con amore,

Noi ti preghiamo

 

Preghiera del 12 giugno 2013



Colossesi 1, 21-29

Un tempo anche voi eravate stranieri e nemici, con la mente intenta alle opere cattive; ora egli vi ha riconciliati nel corpo della sua carne mediante la morte, per presentarvi santi, immacolati e irreprensibili dinanzi a lui; purché restiate fondati e fermi nella fede, irremovibili nella speranza del Vangelo che avete ascoltato, il quale è stato annunciato in tutta la creazione che è sotto il cielo, e del quale io, Paolo, sono diventato ministro.

 

Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa. Di essa sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio verso di voi di portare a compimento la parola di Dio, il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi.

 

A loro Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo alle genti: Cristo in voi, speranza della gloria. È lui infatti che noi annunciamo, ammonendo ogni uomo e istruendo ciascuno con ogni sapienza, per rendere ogni uomo perfetto in Cristo. Per questo mi affatico e lotto, con la forza che viene da lui e che agisce in me con potenza.

 

L’apostolo Paolo scrive ai cristiani di Colossi con parole che ci possono apparire complicate e di difficile comprensione. In realtà questo è perché Paolo assume la prospettiva diversa parlando di sé, cioè quella di chi si identifica con il corpo stesso di Gesù e, di conseguenza, con il corpo che è la comunità di coloro che hanno ricevuto il Vangelo. Dice Paolo: egli vi ha riconciliati nel corpo della sua carne , cioè c’è una appartenenza fisica,  stretta, carnale con un corpo largo che è quello di Cristo e che riunisce tutti i discepoli.

Cosa vuol dire questo?

Significa essenzialmente che nessuno ci è estraneo e come in un corpo unico ciò che reca gioia o dolore ci è comune. Paolo dice invece come è la condizione normale, quella da cui ogni uomo parte: Un tempo anche voi eravate stranieri e nemici L’essere estranei, stranieri, ci rende nemici. C’è una inimicizia “naturale” che non solo ci allontana, ma anche ci mette gli uni contro gli altri.

Ma cosa è che ci unisce a questo grande e complesso corpo?

Paolo parla di fede e di speranza del Vangelo. La fede è fidarsi, avere fiducia, non in sé e nell’ordinarietà del modo di essere di tutti, ma in Gesù, che si esprime in un modo diverso di vivere e cioè nello sperare che quella buona notizia di un mondo migliore e liberato dal male si realizzi.

La forza infatti del male si fonda proprio sul mettere in crisi di ciò: cioè far dubitare che il bene possa vincere, che la vita possa essere trasformata dall’amore che Gesù testimonia e ci chiede di vivere. Chi vive nella sfiducia nella forza trasformatrice del vangelo, e perde pertanto na speranza, accontentandosi di trovare le proprie risorse e la propria forza in altro, allora costui si stacca dal corpo e si condanna alla morte.

Questa prospettiva spiega tante altre espressioni apparentemente assurde: Paolo parla di una sua gioia nel soffrire sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa, perché è qualcosa che si lega al bene degli altri e dona senso anche alla sofferenza del presente.

Infine Paolo mette bene in luce come appartenere a questo corpo ci comunica la forza invincibile del suo capo, Cristo: Per questo mi affatico e lotto, con la forza che viene da lui e che agisce in me con potenza.  La fatica e la lotta, come le sofferenze che ne conseguono, trovano sollievo nella certezza che agisce una forza che assicura la vittoria.

Cari fratelli e care sorelle, quanto cambia nella vita se viviamo in questa prospettiva di Paolo. Ci sembra assurdo, ma partecipare delle sofferenze dei poveri, essere sensibili e vulnerabili, farci colpire dal dolore degli altri sarebbe cosa tragica e fonte di infelicità estrema, e come tale la pensa il mondo, se non avessimo invece la forza che viene dal far parte di quel corpo.

Viviamo allora la fiducia e la speranza nel Vangelo e non solo saremo rafforzati nell’affrontare le durezze della nostra vita, ma diverremo capaci di assumerci anche quelle di tanti, per portarli tutti alla salvezza che è entrare in comunione con quel corpo che Cristo anima e rafforza

 

X domenica del tempo ordinario - 9 giugno 2013


 
Dal primo libro dei Re 17, 17-24

In quei giorni, il figlio della padrona di casa, [la vedova di Sarepta di Sidòne,] si ammalò. La sua malattia si aggravò tanto che egli cessò di respirare. Allora lei disse a Elìa: «Che cosa c’è fra me e te, o uomo di Dio? Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia colpa e per far morire mio figlio?». Elia le disse: «Dammi tuo figlio». Glielo prese dal seno, lo portò nella stanza superiore, dove abitava, e lo stese sul letto. Quindi invocò il Signore: «Signore, mio Dio, vuoi fare del male anche a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio?». Si distese tre volte sul bambino e invocò il Signore: «Signore, mio Dio, la vita di questo bambino torni nel suo corpo». Il Signore ascoltò la voce di Elìa; la vita del bambino tornò nel suo corpo e quegli riprese a vivere. Elìa prese il bambino, lo portò giù nella casa dalla stanza superiore e lo consegnò alla madre. Elìa disse: «Guarda! Tuo figlio vive». La donna disse a Elìa: «Ora so veramente che tu sei uomo di Dio e che la parola del Signore nella tua bocca è verità».

 

Salmo 29 - Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato.
Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato,
non hai permesso ai miei nemici di gioire su di me.
Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi,
mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa.

Cantate inni al Signore, o suoi fedeli, +

della sua santità celebrate il ricordo,
perché la sua collera dura un istante, la sua bontà per tutta la vita.
Alla sera ospite è il pianto
e al mattino la gioia.

Ascolta, Signore, abbi pietà di me,
Signore, vieni in mio aiuto!
Hai mutato il mio lamento in danza,
Signore, mio Dio, ti renderò grazie per sempre.


Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati 1, 11-19

Vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco. In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Un grande profeta è sorto tra noi,
e Dio ha visitato il suo popolo.
Alleluia, alleluia alleluia.
 

Dal Vangelo secondo Luca7, 11-17

In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

 

Commento

Cari fratelli e care sorelle, abbiamo ascoltato un brano della lettera ai Galati nel quale l’apostolo Paolo descrive la sua vocazione. Da questa descrizione emergono alcuni fatti significativi: il primo è che essa impone una svolta decisiva alla sua vita. Egli infatti afferma “Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, .... Ma quando Dio, che mi scelse…” ecc.. Cioè c’è un prima e un dopo, e la differenza è notevole. La seconda cosa da notare è che la vocazione ha la sua origine direttamente da Dio: “il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo”.

Sono cose su cui vale la pena soffermarsi, perché riguardano ciascuno di noi. La vocazione infatti non è solo la chiamata a servire il Signore nel presbiterato o nella vita religiosa, come in genere si intende, ma è piuttosto il richiamo con il quale a ciascuno di noi è chiesto di vivere la vera vita. Infatti si può essere biologicamente vivi, ma allo stesso tempo albergare dentro di sé quel principio di morte che è la sterilità, l’incapacità a offrire e donare la vita agli altri.

È quello che avviene ad Elia, uomo di Dio, al quale è indirizzata da Dio la chiamata ad uscire dal suo luogo abituale per andare incontro a lui. Egli lascia le persone e i luoghi che gli sono familiari seguendo l’invito del Signore: “Vattene da qui, dirigiti verso oriente.” (1Re 17,2). La sua esistenza conosce una svolta decisiva e diviene così capace per la sequela alla parola di Dio, di restituire la vita al figlio della vedova di Sarepta, come abbiamo ascoltato, e di far cessare la terribile carestia dovuta alla siccità abbattutasi su Israele, salvando la vita di una moltitudine. Anche Elia è chiamato da Dio, come Paolo, a stravolgere la sua vita, e questo gli dona una forza vitale che si comunica a chi entra in contatto con lui.

La stessa esperienza di Paolo e di Elia, e di tantissimi altri personaggi di cui la Scrittura ci propone la vita, come i profeti e gli apostoli, può essere la nostra. Dio infatti ci invita a non accontentarci di condurre un’esistenza “normale”, cioè a vivere per se stessi e a salvaguardare la propria vita dalle minacce e a farla sviluppare in benessere e forza. Il desiderio di Dio è che la vita che ci è stata donata susciti altrettanta vita, forza e benessere negli altri, moltiplicandosi e non solo conservandosi, ampliandosi come un’onda attorno a noi che propaga forza di bene, pace, speranza e fiducia in lui.

È quello che vediamo avvenire nella vita di Gesù ogni giorno. Egli non conserva se stesso, non accresce se stesso, né si pone al riparo dei pericoli, ma anzi dona la sua vita e la comunica a chi lo incontra, come abbiamo visto anche oggi nel racconto della resurrezione del figlio della vedova di Nain. Dio chiama ciascuno di noi a vivere in questo stesso modo, con una chiamata, o in termine tecnico vocazione, personale che cambia radicalmente il modo di pensare e di essere. Infatti la mentalità comune fa credere che donarsi agli altri fa impoverire e perdere una parte di sé. Ma invece chi risponde alla chiamata di Dio scopre che è vero il contrario, cioè si impoverisce la vita che è conservata per sé, risparmiata e chiusa, mentre offrirla la rafforza e ne moltiplica le energie. Questo, lo ripeto, non riguarda solo persone speciali, o solo alcune categorie, ma è la vocazione comune di tutti i cristiani che, con il loro battesimo, ricevono la partecipazione alla morte e resurrezione di Cristo. La loro vita cioè, è resa forte da quel seme di eternità che la resurrezione di Gesù ha deposto in tutti i battezzati.

Ci chiediamo allora: come si fa a sentire la chiamata? Cosa ci dice Dio per farci comprendere che, come S. Paolo e come il profeta Elia, la nostra vita deve cambiare radicalmente? per andare dove, per essere spesa come?

La risposta, se vogliamo, è estremamente semplice. Diffidiamo innanzitutto da tutto ciò che si ammanta di un senso di soprannaturale che vuol dire fuori dal comune. Siamo chiamati ogni volta che ci è offerta la possibilità di voler bene. Questa è la chiamata che Dio rivolge ad ogni suo discepolo per rinnovare il germe di vita eterna che è in lui e renderlo capace di comunicare vita agli altri. Amare l’altro infatti è qualcosa di soprannaturale, perché esula dall’istinto naturale, che chiede di conservare sé, e ci mette in comunicazione diretta con l’essenza di Dio, che è amore. Voler bene sempre e comunque: quando ci sembra opportuno e inopportuno; quando siamo pronti e quando siamo presi alla sprovvista; quando ci viene facile e quando ci risulta così difficile. Ogni opportunità è un dono prezioso di Dio: è una vocazione a seguire lui, il suo insegnamento e il suo esempio, e non il proprio istinto, e a rivestirci di una forza che rende possibile sconfiggere il male, come fece Elia con la morte di quel bambino, figlioletto della vedova. Ad ognuno è offerta questa possibilità: la vocazione ad essere rivestiti della vita vera e che non finisce, cioè ad amare, è rivolta a ciascuno, indipendente dall’età, la condizione, la razza, persino la religione. Sì anche chi non è cristiano è chiamato nel suo intimo a voler bene e a farsi così abitare da quello Spirito che santifica e rende figli di Dio, anche se non si conosce il Vangelo. 

Vivere così, cogliendo cioè ogni occasione di voler bene come un’opportunità preziosa per amare, ci rende capaci di allargare attorno a noi un contagio di bene che trasforma la realtà e coinvolge molti. Infatti la vedova davanti alla forza di amore di Elia che restituisce la vita e sconfigge il male afferma: “Ora so veramente che tu sei uomo di Dio e che la parola del Signore nella tua bocca è verità.

Accogliamo allora con gratitudine l’invito a non sprecare nemmeno una delle opportunità di voler bene che Dio ci pone innanzi, facendoci così annunciatori non solo a parole del Vangelo, ma comunicatori del suo stesso Spirito che lo rende una fonte inesauribile di vita vera che non finisce.


Preghiere 
 

O Signore nostro Dio, ti ringraziamo perché col battesimo ci hai reso partecipi della tua resurrezione, donandoci il germe della vita vera che non finisce. Fa che lo conserviamo e lo alimentiamo per dare buoni frutti di conversione,

Noi ti preghiamo

 
Aiutaci o Dio nostro Padre a dare ascolto alla tua chiamata a vivere come tuoi figli e discepoli. Fa’ che docili alla vocazione convertiamo la nostra vita e la rendiamo capace di comunicare pace e amore a tutti quelli che incontriamo,

Noi ti preghiamo

 
Ti preghiamo o Signore per tutti noi, perché non viviamo per conservare noi stessi, ma diveniamo capaci di donare la vita che abbiamo ricevuto, di rafforzare la speranza nei fratelli, di costruire la pace e la concordia attorno a noi,

Noi ti preghiamo

 O Dio nostro Padre, aiuta tutti gli uomini e le donne che ti invocano a seguire il tuo esempio e a vivere con disponibilità ripercorrendo le tue orme. Fa che diveniamo capaci di annunciare in Vangelo con le nostre vite,

Noi ti preghiamo

 Proteggi o Dio tutti coloro che sono nel dolore: gli anziani, i malati, gli stranieri, i prigionieri, chi è senza casa e famiglia. Fa’ che l’affetto dei fratelli lenisca il dolore e la tua grazia doni speranza e consolazione,

Noi ti preghiamo


Ristabilisci la pace o Dio là dove oggi infuria la guerra: per la Siria, l’Afganistan, il Mali, e tutti i paesi sconvolti dalla violenza. Fa’ che nascano presto frutti buoni di concordia e riconciliazione fra gli uomini,

Noi ti preghiamo.

 
Ti preghiamo o Signore per tutti i tuoi figli, ovunque dispersi. Perché le comunità dei cristiani siano in ogni luogo una casa di speranza e un segno di pace,

Noi ti preghiamo

 
Ti preghiamo o Dio per il papa Francesco. Sostienilo e proteggilo, perché le sue parole e il suo esempio siano per tutto il mondo motivo per affermare la giustizia e costruire la pace, e per noi cristiani invito alla conversione al Vangelo,

Noi ti preghiamo

 

Liturgia bizantina - 2 giugno 2013


 
Matteo 4,18-23

Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori.  E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini».  Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono.  Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedèo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò.  Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono. Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

 

Romani 2,10-16

Fratelli, gloria, onore e pace per chi opera il bene, per il Giudeo prima e poi per il Greco,  perché presso Dio non c'è parzialità.  Tutti quelli che hanno peccato senza la legge, periranno anche senza la legge; quanti invece hanno peccato sotto la legge, saranno giudicati con la legge.  Perché non coloro che ascoltano la legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che mettono in pratica la legge saranno giustificati.  Quando i pagani, che non hanno la legge, per natura agiscono secondo la legge, essi, pur non avendo legge, sono legge a se stessi;  essi dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono.  Così avverrà nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di Gesù Cristo, secondo il mio vangelo.

 

Commento

 

Cari fratelli e care sorelle, il Vangelo che abbiamo appena ascoltato ci fa incontrare Gesù mentre inizia il suo ministero. Sono i primi passi di un lungo cammino in mezzo alle folle che prende l’avvio da un luogo periferico, la Galilea, e si concluderà con la morte e resurrezione a Gerusalemme, capitale d’Israele, centro della vita religiosa e sociale del popolo.

Gesù inizia dalla periferia, come tante volte papa Francesco ci ha ricordato in questi primi mesi del suo ministero, e il suo accento galileo lo identifica, come si vede chiaramente nell’episodio del tradimento di Pietro. Il Signore ha il volto del periferico, ne usa la lingua, non si vergogna di essere individuato come tale, anche se qualcuno ironizza su queste sue umili origini: “Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?" dice Natanaele di lui (Gv 1,46). Quello che Gesù ha da dire, il suo Vangelo, è indirizzato dunque innanzitutto a gente periferica, come descrive l’evangelista Matteo: “Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. Egli cioè si rivolge a gente che non trova in sé il centro e non fa ruotare la propria vita attorno a sé. E quando Gesù incontrerà la realtà del centro, Gerusalemme, subito si evidenzieranno ostilità e chiusura nei suoi confronti: cosa ha da dire un marginale, uno che viene da fuori a gente abituata invece a sentirsi parte del nucleo di quelli che contano?

Ancora oggi spesso il Vangelo è giudicato troppo semplice, quasi rozzo in quella sua pretesa di poter essere vissuto da tutti, e anche a noi sembra un cibo poco adatto a palati raffinitati e che ormai hanno fatto l’abitudine ai sapori delicati e complessi di una psicologia evoluta e di esperienze ricercate.

Eppure Gesù dalla Galilea parte e a gente di lì rivolge il suo invito ad andare con lui e, paradossalmente,  ad essi affiderà il compito di far giungere il suo Vangelo a tutti gli angoli della terra: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19).

Sembra un non senso: come affidare un compito così complesso a semplici pescatori, illetterati e senza esperienza del mondo? Eppure proprio quegli uomini galilei daranno l’avvio a quel movimento universale di conversione al Vangelo, come il libro degli Atti ci testimonia. Sì, perché solo chi non ha il centro in se stesso e non ruota attorno a se stesso, ma sente di dover tendere verso l’unico centro che è oltre noi stessi, il Signore Gesù, può aprirsi ad una dimensione universale, come fecero gli apostoli, che riempiti del soffio dello Spirito a Pentecoste, ebbero la capacità di rivolgersi al mondo intero radunato a Gerusalemme.

Lo si vede anche da quello sbilanciamento totale e immediato che i primi quattro apostoli vissero appena raggiunti dall’invito di Gesù; il Vangelo dice: “essi subito, lasciate le reti, lo seguirono.” Hanno intuito che in lui troveranno quel senso e quella pienezza di vita che lì sulle rive del lago, fra reti strappate da rammendare non potranno mai trovare.

Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni seguono subito Gesù e fanno di lui il centro attorno a cui far ruotare la propria esistenza, senza incertezze né indugio. Restano sempre gente periferica, ed è questa la loro salvezza, perché hanno trovato in lui qualcuno sul quale incardinare tutta la loro esistenza, sfuggendo così alla tentazione di quell’egocentrismo che condanna alla schiavitù del niente.

La loro è una scelta entusiasta, eppure non basta farla una volta. Dopo la resurrezione di Gesù, nel momento di incertezza che precede la Pentecoste, vediamo infatti i dodici tornare alle barche, riprendere la vita di sempre. Ma la loro pesca è infruttuosa e piena di fatica inutile, perché avvitata attorno a sé e senza più il centro in Gesù. Ci sarà infatti bisogno che i dodici si aprano al soffio potente dello Spirito, amore autentico che fa sbilanciare fuori di sé, per uscire definitivamente dalla gabbia dell’io e aprirsi alla missione universale per il Vangelo.

In questo i poveri ci sono veramente maestri. La vita ha insegnato loro a cogliere con immediatezza e ad attaccarsi con tenacia al centro solido che è il Signore per salvarsi da una vita spesso naufragata sugli scogli delle durezze di un’esistenza precaria. Essi sono periferici e distanti dal centro degli interessi della citta che ruota attorno a se stessa. La corrente li trascina lontano, senza una meta che non sia il capriccio della casualità fra le ondate del male che si abbatte su di loro. Ma quando la comunità porge loro una mano per avvicinarsi al porto sicuro che è il Vangelo, vediamo come spesso ad essa si aggrappano con tenacia, per incamminarsi verso l’unico centro che salva. Infatti Gesù invita i primi apostoli non ad aderire ad una dottrina o farsi seguaci di una scuola, ma ad “andare dietro di lui”. E la comunità è infatti proprio quel popolo di poveri e umili, cioè di tutti quelli che decidono di non andare più dietro a se stessi e di non seguire più i sentieri tortuosi e a spirale che non fanno mai allontanare dall’egocentrismo. Nel seguire Gesù sbilanciati verso l’unico centro cui valga la pena convergere ci troviamo così sempre più vicini a lui e fra di noi e a tutti quelli che per strade diverse e itinerari sconosciuti hanno seguito le stesse orme. Ci troviamo così, magari senza volerlo e senza deciderlo, accanto a molti, le cui storie ci accompagnano, come ad esempio quelle dei vescovi Mar Gregorios e Paul Yazigi che sentiamo così vicini in queste ore di sofferenza per loro e per tutto il popolo della Siria, e i tanti che rivolgono alla comunità le loro richieste o ne condividono la preghiera nei luoghi della città.

Care sorelle e cari fratelli La Pentecoste, con il dono potente dello Spirito, ci invita a sbilanciare le nostre vite per tendere ad un centro che è fuori di noi: il Signore, i poveri, i fratelli. Lasciamoci trascinare, docili al suo soffio, per non trovarci impigliati nelle reti e curvi sulle barche, ma capaci di sollevare lo sguardo verso Gesù, per ascoltare il suo Vangelo e viverlo con i fratelli.

 

 

Festa del Corpus Domini - 2 giugno 2013


 

Dal libro della Gènesi 14, 18-20

In quei giorni, Melchìsedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole: «Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici». E [Abramo] diede a lui la decima di tutto.  

 

Salmo 109 - Tu sei sacerdote per sempre, Cristo Signore.
Oracolo del Signore al mio signore:
«Siedi alla mia destra
finché io ponga i tuoi nemici
a sgabello dei tuoi piedi».

Lo scettro del tuo potere
stende il Signore da Sion:
domina in mezzo ai tuoi nemici!

A te il principato
nel giorno della tua potenza
tra santi splendori;
dal seno dell'aurora,
come rugiada, io ti ho generato.

Il Signore ha giurato e non si pente:
«Tu sei sacerdote per sempre
al modo di Melchìsedek».


Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 11, 23-26

Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.

 

Alleluia, alleluia alleluia.
Io sono il pane vivo disceso dal cielo, dice il Signore,
se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.
Alleluia, alleluia alleluia.


Dal vangelo secondo Luca 9, 11b-17

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C'erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Commento

Questa domenica è dedicata alla memoria del Corpo e del Sangue di Gesù. E’ una festa necessaria, perché troppe volte abbiamo la tentazione di pensare al Signore come a qualcosa di evanescente, uno spirito, come quei discepoli che vedendo Gesù venire verso di loro dopo la resurrezione ebbero paura, perché pensavano che fosse un fantasma. Gesù non è un essere invisibile e impalpabile, ma è un corpo e come tale vuole aver a che fare con noi. Infatti la sua presenza fra di noi non è lasciata alla sensibilità di anime che percepiscono gli spiriti, una specie di medium cristiani, ma è concreta e tangibile, tanto che, a volte, secondo alcuni, diventa persino ingombrante e fastidiosa. Infatti un modo di pensare diffuso vorrebbe che il cristianesimo fosse solo la religione dei buoni sentimenti e delle pie intenzioni, fatta di sospiri e sorrisi. E invece no, i cristiani sono quelli che Gesù ha mandato a prendersi cura del suo corpo, enorme, sconfinato corpo, che raccoglie tutta l’umanità. Ne parlavamo già in occasione della festa dell’Ascensione, quando ricordando S. Agostino dicevamo che Gesù, capo del corpo, è asceso al cielo, ma il suo corpo è rimasto tutto intero in mezzo a noi, sulla terra. Sì, il corpo di Cristo è la grande famiglia degli uomini che egli ama e vuole radunare, ciascuno connesso all’altro, ciascuno assieme e non da solo.

Come tutti i corpi, il corpo di Cristo, ha bisogno di cura e ha esigenze concrete. E’ ad esempio un corpo che ha fame. Se ne accorsero i discepoli, quando apparve loro sul lago di Tiberiade dopo la resurrezione e chiese loro da mangiare, ma se ne resero conto anche quando davanti alla folla che ascoltava Gesù  fino a tardi e, un po’ spaventati, gli dissero: “Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta”. I discepoli provano fastidio per quel corpo troppo grande e dai bisogni così concreti. Finché si tratta di parlare, va bene, ma poi, quando si tratta di affrontare i bisogni concreti è meglio che ciascuno pensi per sé. Ognuno si preoccupi del proprio cibo, dicono i discepoli. Gesù ragiona in modo molto diverso: «Dategli voi stessi da mangiare» risponde loro. Per Gesù la fame di quel popolo radunato attorno a lui, desideroso di stare con lui, di ascoltarlo, è un problema proprio, come fosse la propria stessa fame. Così come, avendo notato il disorientamento della folla che vede “come pecore senza pastore”, se la assume sulle sue spalle e li guida, come un buon pastore, allo stesso modo la fame di quella gente è un suo problema, è sua fame, se ne fa carico. Questo atteggiamento arriverà fino all’estremo quando Gesù si fece carico del peccato di tutta l’umanità, lui vero innocente, tanto da assumersene anche le conseguenze e da non fuggire nemmeno davanti alla croce. Ai discepoli riluttanti propone di fare la stessa cosa che ha fatto lui: “Dategli voi stessi da mangiare”, cioè sentite la loro fame come vostra fame, sentite il bisogno degli altri, come vostro bisogno. Per i dodici invece quella fame non è un problema loro. Perché devo pensarci io? Si chiedono. Questa è la differenza fra Gesù e i discepoli: lui sente la fame di quella grande famiglia riunita attorno a lui come la propria fame, quello è il suo corpo; i discepoli invece no, per loro è fame di estranei. Così facendo sono però loro a tagliarsi fuori dal corpo di Cristo.

A noi tante volte accade lo stesso. Il bisogno di chi sta male, il dolore, la solitudine, l’abbandono, le sofferenze di interi popoli, non sono miei problemi, ciascuno risolva il proprio per conto suo, io ho da risolvere i miei di problemi. Il freddo di chi sta senza casa, non lo sento io, se la vedano loro o ci pensi il Comune; la solitudine dei vecchi che  stanno in istituto non è la mia, peggio per loro, e così via.

Ma come si fa a vivere questa identificazione del proprio corpo col grande corpo di Cristo che è l’umanità intera, della propria vita con la vita degli altri?

Gesù ci indica come fare: nutrendoci del suo corpo e del suo sangue; così egli entra a far parte di noi, e con lui entrano tutti gli altri. Altrimenti che senso avrebbe, mi chiedo fratelli e sorelle, accostarsi al corpo e sangue di Cristo qui in chiesa nell’eucarestia, quando poi quello stesso corpo e quello stesso sangue lo scansiamo o lo disprezziamo per strada o semplicemente lo ignoriamo e non ce ne importa niente? Ancora una volta voglio ricordarvi le parole di S. Giovanni Crisostomo, pronunciate ai cristiani di Bisanzio 16 secoli fa, ma ancora così attuali: “Vuoi onorare il corpo di Cristo? Ebbene, non tollerare che egli sia nudo; dopo averlo ornato qui in chiesa con stoffe di seta non permettere che fuori egli muoia di freddo per la nudità”. E’ inutile riempirsi la bocca di parole sul mistero dell’eucarestia: è mistero perché quel corpo ci siamo rifiutati di incontrarlo e volergli bene. Per noi il corpo di Cristo è misterioso perché ci è estraneo, lo abbiamo ignorato di proposito come, dicevo all’inizio, qualcosa di ingombrante e fastidioso. Ci risulta eccessivo il bisogno dei poveri, fastidioso per gente sensibile come noi, gli anziani ci fanno tristezza, gli zingari ci danno fastidio, i senza casa ci disturbano, i mendicanti sono molesti, e così via. Ma anche il corpo di Cristo che riceviamo a Messa è un corpo che si offre a noi piagato, spezzato, ferito sulla croce, ferito e intriso di sangue. E’ vero, noi lo mettiamo in calici e patene d’oro, in segno di rispetto, ma quello stesso corpo tolleriamo senza scandalizzarci che giaccia nell’immondizia negli angoli nascosti della terra, dove nessuno va a raccoglierlo per venerarlo. Eppure è lo stesso corpo e lo stesso sangue. Se allora l’ostia in chiesa non ci suscita fastidio e turbamento, come la piaga o la vista stessa del povero, è perché non ricrediamo veramente che essa è un frammento di quello stesso corpo Cristo che incontriamo nel mondo.

L’Apostolo Paolo, abbiamo ascoltato, nella prima lettera ai Corinzi ricorda che Gesù nell’ultima cena offri il suo corpo per saziare la fame dei suoi discepoli. Paradossalmente, quel copro di cui il Signore ci chiede di prenderci cura e di sfamare nelle parole del Vangelo “ero nudo e mi avere vestito … ero affamato e mi avete dato da mangiare…” diventa esso stesso nostro cibo. Come è possibile?  E’ quello che Gesù per primo ha vissuto: la sua fame di amore, che ha dimostrato agli uomini in mille modi facendo di tutto per beneficarli e farsi accogliere da loro, lo porta ad offrire ad essi tutta la sua vita, fino all’ultima goccia di sangue e l’ultimo pezzo di carne. Sì perché il bisogno di essere voluti bene si sazia solo vivendo la disponibilità ad amare per primi, ad offrirsi gratuitamente, a donare senza chiedere nulla in cambio. E’ questo il messaggio profondo di questa festa in cui ricordiamo e veneriamo la fisicità corporale di Gesù che si fa presente in mezzo a noi in quel corpo grande che è tutto l’insieme dei fratelli e delle sorelle di cui ci è chiesto di prenderci cura. Farlo ci sazia, aiutare gli altri ci fa felici, donarsi con generosità ci rende più forti e disseta la sete di vita vera che è nel fondo di ogni esistenza. E’ il contrario di quello che a volte pensiamo e cioè che aiutare gli altri ci indebolisce e ci rende meno forti e sicuri. E’ il paradosso del cristianesimo, è il mistero di quel corpo che, come dice la liturgia orientale, è suddivise e spezzato, ma non si esaurisce mai e sempre si rinnova e si dona a noi. Così è l’amore di Dio: è spezzettato e offerto a tutti, ma nel momento stesso che sfama molti si moltiplica e si rafforza, ed è così abbondante che ne avanzano dodici ceste.

 
Preghiere 

O Signore Gesù che ci offri il tuo corpo e il tuo sangue perché nutra la nostra debolezza umana, aiutaci a seguire il tuo esempio e farci sostegno per tanti.

Noi ti preghiamo

 
Tu o Gesù ti sei commosso davanti alla folla affamata e hai moltiplicato il poco che possedevano i discepoli per sfamare tutti. Ti preghiamo, fa’ che le nostre povere forze siano moltiplicare dal tuo amore e siano utili a molti.

Noi ti preghiamo

 
Come un grande unico corpo tu ci riunisci tutti, o Dio, sulla terra. Fa’ che non sentiamo nessuno estraneo o nemico, ma tutti siano amati e sostenuti da noi come parte del nostro stesso corpo. 

Noi ti preghiamo


Ti invochiamo o Dio del cielo, proteggi e guarisci chi è malato e sofferente. Perché coloro che sono nel dolore abbiano le cure amorevoli e il conforto di cui hanno bisogno,

Noi ti preghiamo

 
Con insistenza o Padre misericordioso, invochiamo il tuo perdono, perché le nostre vite mancano del nutrimento buono del tuo corpo e della tua parola, dei quali noi troppo spesso crediamo di poter fare a meno.

Noi ti preghiamo

O Dio della pace, ti invochiamo, fa’ cessare ogni guerra che semina morte e dolore. Aiuta i popoli a vivere nella pace e nella concordia, come figli di un unico padre e fratelli della stessa famiglia. Libera chi è nel dolore, minacciato e prigioniero,

Noi ti preghiamo.


Proteggi O Dio tutti i tuoi discepoli ovunque dispersi. Fa’ che il tuo nome in ogni luogo in cui è amato e invocato porti pace e vita piena.

Noi ti preghiamo


Ti invochiamo infine o Signore Gesù per ciascuno di noi che partecipa al banchetto in cui ci offri tutto te stesso, corpo e sangue. Fa’ che anche noi sappiamo donare la nostra vita agli altri e renderla ricca di buoni frutti.

Noi ti preghiamo