martedì 26 ottobre 2010

Scuola del vangelo 2010-2011 - II incontro 27 ottobre 2010

La volta scorsa dicevamo che per essere cristiani non si può fare a meno di mantenere una domanda interiore aperta, come un interrogativo esistenziale, sul senso della vita, sul perché dell’essere stati preservati, a differenza di molti altri, e sul che ne faccio io del dono della vita e delle innumerevoli opportunità che essa mi offre. Ora non dico che ogni giorno, ogni momento bisogna porsi queste domande, saremmo un po’ ridicoli, ma farvi riferimento nelle scelte, anche quelle apparentemente poco significative, sul come spendiamo il nostro tempo, le nostre energie, le risorse che abbiamo a disposizione, i talenti per riprendere l’espressione del Vangelo che usavamo l’altra volta.
Si tratta di vivere svegli, non assopiti nell’abitudine.
Questa infatti è probabilmente la più grande malattia dell’uomo e la donna adulta: siamo in grado di dire per ogni cosa che facciamo quel è lo scopo, se veramente vale la pena, se rientra nelle priorità della nostra vita o se non lo facciamo solo perché lo abbiamo sempre fatto o perché lo fanno tutti?
Potremmo dirci: ma perché porsi tutte queste domande e rendersi la vita così complicata? Non è meglio barcamenarsi come fanno tutti, magari sforzandosi un po’ di più, questo sì, di fare meglio? In realtà la necessità di vivere con una, o anche più, domande aperte è per “combattere la buona battaglia … e conservare la fede”, per parafrasare la lettera di Paolo a Timoteo che abbiamo ascoltato domenica scorsa alla liturgia, cioè è questione della nostra salvezza.
Noi spesso siamo più disposti a sottostare a esigenze moralistiche, che si conciliano benissimo con la vita pigra di chi non si lascia interrogare, perché non sono stringenti e ultimative. Cioè siamo molto più disponibili ad ammettere di non correre abbastanza, quanto dovremmo, sulla strada della vita piuttosto che interrogarci se stiamo sulla strada giusta. Poi ci lamentiamo che è tanto difficile, che come si fa’, che non si può fare tutto, ecc… Ma la facilità con cui diciamo questo dimostra proprio che non abbiamo presente che ne va della nostra salvezza.
Vi faccio un esempio: se noi stessimo per precipitare in un burrone e avessimo come unica possibilità di salvezza afferrarci con tutte le nostre forze ad un ramo che esce dal suolo non ci verrebbe certo in mente di lamentarci se aggrapparsi è troppo faticoso o sappiamo come fare: lo faremmo con tutte le nostre forze e ringrazieremmo Dio che quel ramo sta lì, sennò saremmo già morti. Ora la questione che ci poniamo è la stessa: se noi ascoltiamo il Vangelo e viviamo la nostra fede come uno sforzo moralistico siamo sempre lì a pensare se vale la pena, se siamo capaci, se ci fa fatica, se ce la facciamo, ecc… Se invece ne facciamo una questione di salvezza saremmo disposti a mettercela tutta, pur di non precipitare.
Infatti non ci mettiamo nulla a dire che dobbiamo sforzarci di più, che dobbiamo essere più impegnati e solleciti, che dobbiamo sforzarci di più, ma meno disposti a farci dire che forse camminiamo sulla strada che non porta a niente, che dobbiamo cambiare via, cioè convertirci. Se ci poniamo questa domanda magari scopriamo anche che io mi affatico o mi affanno per, sto male per, sento la mancanza di, punto a tante cose che non valgono affatto la pena di tanta fatica, mentre magari se facessi lo stesso o anche meno sforzo nella direzione giusta otterrei molto di più in senso, felicità, soddisfazione, vita piena.
E’ quello che dice Gesù nel Vangelo di Marco: “Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: "Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!". I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; … Pietro allora prese a dirgli: "Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito". Gesù gli rispose: "In verità io vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà.” (Mc 10,23-24;28-30)
Pietro ha fatto la cosa giusta, ma, in modo moralistico, la presenta come un sacrificio e una rinuncia a ciò che veramente lo avrebbe reso felice. E’ un prezzo da pagare. Gesù gli risponde dicendogli che non ha perso proprio nulla, anzi ha guadagnato molto, perché ha preso la strada giusta, lasciandosi dietro ciò per cui non valeva la pena affannarsi tanto.
L’altra volta accennavo all’esperienza che tutti facciamo del tempo che passa. Le nostre esistenze avvertono un progressivo intorpidimento del corpo e dello spirito che ha delle conseguenze concrete molto evidenti: uno fa più fatica a ricordare, si stanca più rapidamente, il corpo ormai comincia ad aver vissuto qualche annetto ed ha i suoi acciacchi. Questo è un processo naturale.
Ma esiste anche un intorpidimento dello spirito che di norma accompagna il passare degli anni, ma questo non è un processo naturale, è il frutto della scelta di non mantenere viva e aperta quella domanda di fondo a cui accennavo.
Cosa vuol dire intorpidimento dello spirito?
Non è facile accorgercene, perché assume aspetti di grande normalità. Ad esempio ci capita più spesso di avere paure, timori e apprensioni che prima non avevamo. Siamo come più legati da mille vincoli, meno liberi di muoverci come vorremmo, di fare quello che vorremmo, e lo giustifichiamo con meno rammarico, come una cosa naturale e che non ci pesa molto. Facciamo molta fatica ad ammetterlo, ma talvolta, e prima ci sembrava di non essere così, ci scopriamo con dei pensieri e delle riflessioni prese da una preoccupazione di avarizia. Prima ci pensavamo di meno, avevamo meno impacci e remore, meno cose ci sembravano impossibili, impensabili, irrealizzabili. Le giustifichiamo, quando riusciamo a coglierle, come un'esigenza di sana gestione delle proprie risorse e forze, ma in realtà, spesso poi volgono facilmente in un atteggiamento di vera e propria avarizia umana.
Ci si accontenta più facilmente di quello che da più giovani non ci bastava, perché volevamo di più dalla vita. Oggi ci sembrano illusioni giovanili, mancanza di realismo, irruenza e imprudenza.
È come se ogni anno potassimo un po’ di rami perché si fa fatica a portare linfa dappertutto, ci si restringe al tronco, allo stretto indispensabile. Si tende a fare sempre più solo quello che ci viene facile, naturale, a cui siamo abituati: cose nuove o insolite ci infastidiscono, perché bisognerebbe imparare, sforzarsi, inventare.
Poi con il passare degli anni si prova una sempre maggiore tenerezza e indulgenza per sé per come si è fatti, con i tic psicologici (“a me questo proprio non va, quello non lo sopporto, non chiedermi questo che io non so farlo”, ecc…), si tende ad accettarsi molto di più così come si è e, in fondo, a piacersi così come si è, e i difettucci che magari un tempo ci davano fastidio oggi ci sembrano così parte di noi che ci rendono più originali o con più personalità.
Un esempio pratico di questo atteggiamento è la facilità con cui accettiamo che il nostro tratto umano predominante sia quello brusco, di quella aggressività spacciata per franchezza. Il pretendere di “dire le cose così come le penso” o “così come stanno” che in realtà è la giustificazione per dire la prima cosa che passa per la testa come fosse la verità, senza bisogno di dover andare a fondo o tenere conto chi si ha davanti. E questo è il modo più violento per tagliare fuori l’altro che ho davanti: chi è lui, come è fatto non conta, quale è la sua sensibilità, quale può essere l’effetto di quello che dico, e poi, banalmente, se sono sicuro che è vero o giusto quello che dico.
Gli altri, è ovvio, devono solo accettarci così come io sono perché questa è la verità di me stesso. Questo esempio è un aspetto di quel più complessivo “accettarsi così come si è”, che talvolta volge rapidamente in vero e proprio compiacimento.
Oppure, un altro esempio, ci pensiamo come “tipi pratici”, più portati a “darsi da fare” più che a stare con le persone, perché ci imbarazziamo o non vogliamo fare la fatica di parlare, ascoltare, incontrare, ricordare.
Infine, ultimo esempio, l’accettazione acritica e anch’essa un po’ compiaciuta della propria ignoranza, per il rifiuto di informarci, convinti che tanto le cose poi le capisco, magari facendo una sintesi che semplifichi: è tutto un po’ la stessa cosa, nel calderone di quello che già conosciamo il brodo ha un po’ sempre lo stesso sapore e non c’è bisogno di sottilizzare. Un’ignoranza che finisce per essere accettata. Finisce per non essere combattuta. Rinuncia alla curiosità, all’interesse per cose nuove, abitudine al già noto.

Tutte queste cose ci riportano alla domanda iniziale: vivo io con una domanda aperta sul senso, il valore, lo scopo della vita?

Quanto nascondo queste domande dietro il muro delle abitudini che mi evitano domande e fatica?

Quanto accetto come normale e anche un po’ piacevole la mia naturalezza, così come sono fatto, cioè l’umanità non lavorata dal cesello della conversione che riesce a tirare fuori dal materiale grezzo le opere d’arte di una vita più umana?

lunedì 25 ottobre 2010

Statistiche visite fino ad ottobre 2010


XXX domenica del tempo ordinario – 23 ottobre 2010





Dal libro del Siracide 35, 15-17.20-22
Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone. Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento. Chi la soccorre è accolto con benevolenza, la sua preghiera arriva fino alle nubi. La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità.

Salmo 33 - Il povero grida e il Signore lo ascolta.
Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino.

Il volto del Signore contro i malfattori,
per eliminarne dalla terra il ricordo.
Gridano e il Signore li ascolta,
li libera da tutte le loro angosce.

Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato,
egli salva gli spiriti affranti.
Il Signore riscatta la vita dei suoi servi;
non sarà condannato chi in lui si rifugia.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo 4,6-8.16-18
Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione. Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Alleluia, alleluia.
Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo,
affidando a noi la parola della riconciliazione.
Alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 18, 9-14
In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».
Commento
Cari fratelli e care sorelle, l’apostolo scrive a Timoteo nel periodo finale della sua vita. Paolo confida al suo amico e collaboratore che si sente vicino alla fine della sua vita. Sono parole serie, ma non tristi, né tantomeno angosciate. Guarda indietro alla sua vita e la definisce come “una battaglia”. Anche a noi tante volte la vita sembra una lunga guerra. Bisogna farsi strada lottando e raramente si può evitare di difendersi dalle aggressioni altrui o di tenere alta la guardia per non soccombere. Come già dicevamo altre volte, oggi molti affermano che è inevitabile essere aggressivi, che bisogna abituarsi a vivere con conflittualità e pronti a restituire i colpi che la vita ci fa subire in un’esistenza “tutti contro tutti”.
Ma Paolo parla di una battaglia diversa. Il suo scopo infatti non è farsi strada o prevalere, né assicurarsi le risorse che, specialmente in questo tempo di crisi, sono scarse e non bastano per tutti, ma è “conservare la fede”: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. Sì, la battaglia di Paolo è innanzitutto contro sé stesso e l’istinto innato in ogni uomo a perdere quella disponibilità alla fiducia e quell’apertura all’altro che è il cuore profondo della fede. La battaglia ingaggiata dall’apostolo è quindi l’esatto contrario di quella che il mondo ci propone fin da piccoli: lotta contro l’indurimento del cuore, per restare vulnerabili; lotta contro l’arroganza, per conservarsi miti; lotta all’orgoglio per essere umili; lotta contro ogni forma di violenza e prevaricazione per essere sempre pronti ad aprire per primi le mani e il cuore al fratello e a Dio. L’aver vinto questa battaglia e l’aver di conseguenza conservato la fede negli uomini e in Dio permette a Paolo di parlare della sua morte senza quel senso di amarezza o disperazione che è così normale. Noi, in genere, ne sfuggiamo il solo pensiero e nessuno ne vuole parlare, perché chi si è abituato a mostrare un volto duro e a lottare per tutta la vita teme ogni forma di debolezza e nega che essa fa parte della vita, e la morte è il massimo della debolezza, è il segno estremo della finitezza del’uomo. Paolo non ne ha paura perché sa che lo attende il Signore giusto: confidando in lui è vissuto, ed ora a lui si affida nel momento di maggior debolezza: “Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno”. Chi infatti ha vissuto fidando solo nelle proprie forze su cosa potrà fare affidamento quando queste vengono meno e la debolezza si fa strada?
E’ necessario che fin da subito decidiamo di intraprendere la buona battaglia contro l’istinto a diffidare e a contrapporci e potremo vincerla, come Paolo, e mantenere fino alla fine la fiducia nel fratello e in Dio. Le due cose infatti vanno insieme, non si può dire di avere fede in Dio se non siamo pronti a confidare nel prossimo. Lo testimonia sempre l’apostolo, il quale afferma che pur essendo stato abbandonato nel momento della difficoltà, non solo non desidera il male di chi non lo ha aiutato, ma questo non è stato motivo per decidere di pensare solo a sé stesso. Anzi proprio nella difficoltà l’aiuto del Signore lo ha sostenuto perché continuasse a portare l’annuncio del vangelo a tutti, preoccupandosi della loro più che della propria salvezza. Amore per il prossimo e amore per Dio, fiducia nel fratello e affidamento a Dio sono le due facce di un’unica medaglia.
A questo proposito l’evangelista Luca ci riporta una parabola che Gesù ha raccontato a chi si rifiutava di vivere questo atteggiamento di amore e disponibilità al fratello: “Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri.” Gesù sa che chi si sente superiore e disprezza gli altri non sa nemmeno essere figlio di Dio e si rivolge a lui con arroganza e durezza, come fa appunto il fariseo della parabola. Per essere amici di Dio infatti bisogna partire dalla propria piccolezza di figli che da soli non possono fare nulla senza l’aiuto del padre. E’ la coscienza che esprime il pubblicano che, a differenza dell’orgoglioso fariseo, si avvicina con umiltà a Dio, riconosce il proprio peccato e invoca il suo aiuto con la fiducia del bambino.
Cari fratelli e care sorelle, il vangelo oggi ci indica come la via della nostra salvezza passi attraverso l’umiltà di riconoscere il proprio bisogno degli altri e la ricerca fiduciosa di essere amico con loro. Solo chi vive questo atteggiamento avrà la capacità di riconoscere la vicinanza di Dio e di invocare il suo aiuto. Ma chi al contrario coltiva in sé un senso orgogliosamente autosufficiente e diffidente non saprà nemmeno riconoscersi figlio di Dio e bisognoso della sua salvezza.
Come ci ricorda infatti il libro del Siracide, la preghiera di chi è giusto raggiunge le nubi, ma solo chi si rivolge al Padre con l’atteggiamento del bisognoso può superare la barriera delle nubi e toccare direttamente il cuore di Dio.
Con animo umile dunque prepariamoci a vivere la dura battaglia contro noi stessi, coscienti che non solo il Signore starà al nostro fianco, ma che troveremo la salvezza di chi, riconciliato con tutti, vive una vita non spaventata e aggressiva ma fin da subito piena di gioia.
Preghiere

O Padre misericordioso, accoglici umili e peccatori. Perdonaci del male commesso e donaci la salvezza che viene dall’imitare te.
Noi ti preghiamo

O Dio fa’ che non viviamo orgogliosamente soddisfatti di noi stessi e convinti della superiorità sugli altri. Insegnaci a non temere la debolezza e a riconoscerci bisognosi dell’amore dei fratelli e del tuo perdono.
Noi ti preghiamo

O Signore Gesù che ti sei fatto umile servitore degli uomini, insegnaci a non difenderci dal tuo amore e a non allontanare i fratelli e le sorelle per paura di scoprirci bisognosi del loro affetto. Aiutaci ad essere sempre pronti a voler bene.
Noi ti preghiamo

Ti raccomandiamo o Padre misericordioso tutti coloro che camminano sulla via del male e senza rendersi conto rovinano la vita propria e quella degli altri. Fa’ che con il nostro esempio comprendano la gioia che viene dalla lotta perché il bene vinca.
Noi ti preghiamo
O Signore del cielo aiutaci a combattere fin da ora la buona battaglia contro l’istinto ad allontanarci da te e a diffidare del prossimo. Fa’ che vittoriosi sul male conserviamo la fede.
Noi ti preghiamo

O Dio rendi il nostro cuore puro e umile, perché la nostra preghiera ti raggiunga oltre le nubi. Dona guarigione e salvezza a tutti coloro che ci sono a cuore, da’ pace e gioia a chi è nel dolore.
Noi ti preghiamo.

O Dio che sei il re della pace, fa’ cessare ogni guerra e ogni violenza perché con cuore riconciliato ognuno sappia costruire un destino comune in cui c’è posto per tutti.
Noi ti preghiamo

Proteggi o Signore tutti i tuoi discepoli ovunque dispersi. Fa’ che chi annuncia il tuo nome e vive come tu hai insegnato possa toccare il cuore di chi ancora non ti conosce.
Noi ti preghiamo

martedì 19 ottobre 2010

Scuola del Vangelo 2010-11 - I incontro 20 ottobre 2010



I incontro - 20 ottobre 2010



Con questo incontro odierno iniziamo un nuovo anno e ci piace farlo assieme alla Parola di Dio.
Partiamo proprio da questa constatazione: un anno è passato e ci prepariamo ad aprirne un altro. Potremmo dire: perché sottolinearlo? Già ce lo ricordano tanti segni, di cui molti ci infastidiscono e preoccupano: qualche capello bianco in più, quella ruga fastidiosa, ecc…
Per noi cristiani però il passare del tempo non è una maledizione. Già l’anno scorso abbiamo parlato del fatto che la storia, dell’umanità intera e quella personale di ciascuno, ha un senso, una direzione, uno scopo, non è solo un semplice dato anagrafico, perché ha il senso di un dono ricevuto e di una occasione offerta.
Sì il tempo della nostra vita è un dono, perché non abbiamo fatto nulla per meritarlo. Ce ne rendiamo conto specialmente se lo confrontiamo agli anni “rubati” ai tanti che vedono troncata o negata la vita dalla violenza o dal male nelle sue diverse forme, per lo più assurde. Sabato scorso, 16 ottobre, ad esempio, ricorreva il 67° anniversario della deportazione degli ebrei da Roma ad opera dei nazisti. Racconta Fausto Cohen, uno degli scampati alla deportazione:


“Quel 16 ottobre era un sabato, giorno di riposo per gli ebrei osservanti. E nel Ghetto i più lo erano. Inoltre era il terzo giorno della festa delle Capanne. Un sabato speciale, quasi una festa doppia … La grande razzia cominciò attorno alle 5.30. Vi presero parte un centinaio di quei 365 uomini che erano il totale delle forze impiegate per la “Judenoperation”. Oltre duecento SS contemporaneamente si irradiavano nelle 26 zone in cui la città era stata divisa per catturare casa per casa gli ebrei che abitavano fuori del vecchio Ghetto. L’antico quartiere ebraico fu l’epicentro di tutta l’operazione … Le SS entrarono di casa in casa arrestando intere famiglie in gran parte sorprese ancora nel sonno … Tutte le persone prelevate vennero raccolte provvisoriamente in uno spiazzo che si trova poco più in là del Portico d’Ottavia attorno ai resti del Teatro di Marcello. La maggior parte degli arrestati erano adulti, spesso anziani e assai più spesso vecchi. Molte le donne, i ragazzi, i fanciulli. Non venne fatta nessuna eccezione, né per persone malate o impedite, né per le donne in stato interessante, né per quelle che avevano ancora i bambini al seno …”. (F. Cohen, 16 ottobre 1943. La grande razzia degli ebrei di Roma, Firenze, La Giuntina 1993.)


Alla fine di quel sabato le SS registrano la cattura di 1024 ebrei romani. La maggior parte fu uccisa, due giorni dopo, nel campo di Auschwitz, nelle camere a gas, immediatamente, al loro arrivo. Ne sono tornati 16, di cui una sola donna (Settimia Spizzichino). Nessuno dei 207 bambini è sopravvissuto.
Questi dati ci fanno riflettere: quanti anni di vita donati da Dio a quei 1024 ebrei romani sono stati rubati dalla furia nazista? Il conto è impossibile, ma una cosa è certa: noi siamo stati preservati e ne continuiamo a godere con larghezza.
A partire da questa storia recente ci chiediamo: “perché la nostra vita è stata preservata?” C’è un mistero nel privilegio di cui siamo stati fatti oggetto. Non può essere una cosa casuale o senza senso, deve avere un significato. E’ la domanda di fondo di ogni esistenza umana, ma per i discepoli del Signore Gesù assume un valore ancora più grande: è il mistero dell’incarnazione, del perché del suo amore così testardo e tenace per un’umanità traditrice e dimentica.
E’ una domanda che non si può sfuggire, anche se in tanti modi evitiamo di farcela porre.
La coscienza del privilegio che abbiamo è rara, perché noi siamo portati a vedere solo quello che ci manca e assai poco quello che abbiamo in più degli altri, come ci ricorda la Scrittura: “Nella prosperità l'uomo non comprende, è simile alle bestie che muoiono.” (Sal 49, 21)
Per questo possiamo dire che la storia, il tempo della vita dell’uomo è, oltre a un dono elargito, anche un’occasione offerta. Sì perché la coscienza di essere stati preservati dal male e dal furto della vita ingiustamente subita da tanti ci pone implicitamente una domanda esistenziale, profonda: “che cosa ho fatto della vita che ho ricevuto in dono?”
Vivere infatti è una grande opportunità, un susseguirsi di occasioni, di incontri, di possibilità che non sono scontate, ma sono vissute secondo la nostra scelta. Noi possiamo decidere cosa fare del dono della vita, della lunghezza degli anni che abbiamo a disposizione.
I cristiani infatti sono stati liberati dall’idea del destino che avevano i pagani. Secondo il loro modo di pensare il futuro di ciascuno era deciso dal capriccio degli dei, nessuno poteva sfuggire al disegno che era stato previsto per ogni individuo. E’ quel senso cupo, drammatico che caratterizza le tragedie greche, in cui emerge con evidenza l’impossibilità dell’individuo di sfuggire dal tragico gioco degli dei sul proprio destino. Ma è una idea ancora molto presente ai nostri tempi, che si esprime magari con termini nuovi: il carattere, la psicologia, l’essere fatti in un certo modo, l’impossibilità a cambiare, la rassegnazione, ecc… Ogni volta che pensiamo che la realtà, personale o di certe situazioni, non può cambiare ribadiamo che esiste un destino preordinato da cui non si sfugge.
Questa è una prigione, perché impedisce di uscire dal dato di fatto e di trovare prospettive nuove per la vita, ma è anche la protezione dalla responsabilità di decidere cosa fare della vita. E non solo la propria, ma anche quella degli altri: quando diciamo “questa persona sarà sempre così” o “quella situazione non potrà mai cambiare”, automaticamente ci mettiamo al riparo da ogni responsabilità di potere o dovere fare qualcosa.
Già l’ebraismo (pensiamo ad Abramo a cui Dio propone di scegliere il proprio futuro) ma poi il cristianesimo, con ancora più evidenza, pone all’uomo la necessità di decidere il proprio destino: pensiamo alla parabola dei talenti. A ciascuno è lasciata la libertà totale di utilizzare come meglio vuole la ricchezza sconfinata ottenuta in dono (cinque, due e un talento), ma questo li rende anche responsabili: “Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.” (Mt 25,19). Il Signore non solo offre a ciascuno di essi una ricchezza spropositata (1 talento corrisponde a 32,7 Kg di oro, per un valore attuale di circa 672.000 Euro, quasi un miliardo e mezzo di lire) ma gli da anche “molto tempo” prima di chiedere loro conto di che cosa ne hanno fatto.
È lo stesso “molto tempo” della lunghezza della nostra vita, di cui ci verrà in qualche modo chiesto conto: “cosa hai fatto in tutto questo tempo dei beni ricevuti in dono?”
Questa domanda è allo stesso tempo una grande gioia e un dramma profondo: per i primi due è occasione di rallegrarsi col padrone per la moltiplicazione della ricchezza ed è l’inizio di una vita ancora più ricca. Per il terzo però è l’inizio della propria autocondanna. Infatti lui ridà quello che ha ricevuto, e niente in più. Non ha perso nulla, ridà lo stesso che ha ricevuto, e questo gli sembra già molto, perché aveva paura.
Quel padrone ci sembra ingiusto ed esagerato: invece di rallegrarsi che non ha perso nulla si adira col servo che restituisce solo quanto ha ricevuto. Sì, perché il suo dono è stato inutile, non è servito a nulla. Questa per Dio è la cosa più odiosa: tenersi tutto per sé per paura di perdere, non scegliere per paura di sbagliare, non fare per timore di doversene poi pentire.
Se quel servo avesse perso tutto (diciamo come il figlio prodigo che sperpera i beni ma è accolto con gioia dal padre) o fosse rimasto vittima dei briganti (come l’uomo derubato e malmenato sulla via da Gerico a Gerusalemme) sarebbe stato oggetto della misericordia, del perdono e dell’accoglienza gioiosa di Dio. Ma quello che Dio non può sopportare è il rendere inutile il dono ricevuto.
Per tornare alla nostra riflessione iniziale: la vita è un dono ricevuto e preservato in noi, ma è anche una opportunità da mettere a frutto. Noi che ne abbiamo fatto?
Vorrei negli incontri che seguono provare a porci questa domanda e cercare nella scrittura una via da percorrere per trovare una risposta.


Oggi chiediamoci:

Come riaffermiamo l’esistenza del destino, a parole e con i fatti?
Ci poniamo mai la domanda sul perché la nostra vita è stata preservata, sulla responsabilità di cosa ne facciamo?
In quali modi noi evitiamo di porci questa domanda. Come sfuggiamo, quali scuse… ?

lunedì 18 ottobre 2010

Inaugurazione casa per senza dimora - Terni, 14 ottobre 2006

Una casa per chi non ce l'ha Cari amici, siamo qui riuniti per un’occasione felice, e come in tutte le famiglie, quando c’è un lieto evento è bello condividerlo con gli intimi. E’ quello che vogliamo fare oggi.
L’occasione, come sapete, è l’apertura di una casa pronta ad ospitare un gruppo di persone che non ne hanno una. Il problema della mancanza di una dimora affligge nel mondo un numero assai largo di persone, anche in Paesi in cui ci sarebbe la possibilità senza sforzo di alloggiarne un numero forse doppio, e questa casa che andiamo ad aprire ne è la dimostrazione. Sì, senza sforzo, mi piace dirlo, perché il risultato bello di cui oggi godiamo e di cui siamo orgogliosi non è frutto di grandi fatiche, né dello sforzo di qualcuno dalle doti eroiche, non ne vedo molti qui di eroi. Le mura c’erano già, non abbiamo dovuto costruirle noi, grazie a Dio. Le risorse che sono state necessarie per ristrutturarla ci sono state donate da tanti, e di questo ringraziamo quelli di loro che sono qui, ma anche loro, credo che posso dirlo senza offendere nessuno, non hanno dovuto fare uno sforzo sovraumano per dare quello che hanno potuto e voluto.
Quello che vorrei dire è che esiste una “normalità del bene” che dovrebbe portarci a dire che il fatto che ci sia qualcuno che si preoccupa, ad esempio, di chi non ha un tetto sulla testa non dovrebbe essere qualcosa di strano o eccezionale, casomai il contrario. Piuttosto, che non si trovino a Terni posti per ospitare i senza casa quando, se ci guardiamo intorno, non mancano immobili vuoti e case sfitte, né risorse per ristrutturarle e arredarle, questo sì che deve stupirci e inquietarci. Altrimenti si corre il rischio di considerare normalità il male ed eccezione il bene, e si sa quanto sia breve il passo per arrivare a dire che ciò che è normale è giusto e va accettato così come è. È questo uno stravolgimento troppo diffuso, che noi vogliamo contestare. È un po’ quello che diceva S. Basilio, vescovo in Asia minore nel IV secolo: “Sarà chiamato ladro chi spoglia uno che è vestito e non meriterà lo stesso titolo colui che, potendo vestire un nudo, non lo veste? È dell’affamato il pane che tu possiedi; è del nudo il vestito che hai nell’armadio; è dello scalzo la scarpa che s’ammuffisce in casa tua; è dell’indigente l’argento che tu tieni seppellito. Quanti sono gli uomini ai quali puoi dare, tanti sono coloro cui fai torto”. (Basilio di Cesarea, Omelia XII, 7). Potremo continuare: è del senza dimora la casa vuota, non ospitarlo è un po’ come rubargliela.
Forse, se di una difficoltà bisogna proprio parlare, dato che sembra strano oggi fare qualcosa senza lamentarsi almeno un po’, questa difficoltà viene prima, cioè ad accorgersi e a far propri i problemi di chi ci vive accanto, specialmente quelli dei poveri. Ne parlano sociologi e psicologi, è un fenomeno sempre più diffuso nelle città, e Terni non fa eccezione, che le povertà estreme divengono talmente connaturate con il paesaggio urbano, da divenire invisibili allo sguardo dell’uomo e della donna comune. Sì, bisogna sempre più essere fuori dal comune per accorgersi di chi sta male, un po’ matti, addirittura, per fermarsi davanti a chi sta male. Sempre più, e questo dovrebbe interrogare i cristiani, ma anche i laici più avvertiti, i poveri sono infatti considerati un fenomeno sì fastidioso, ma in sostanza normale, come il traffico, il maltempo, l’aumento dei prezzi, ecc... Teorie economiche accreditate affermano che un certo tasso di povertà è connaturato con lo sviluppo e che le disuguaglianze fra chi sta molto bene e chi sta molto male è un volano che autoalimenta i processi economici a livello globale e a livello locale. Penso, tanto per fare un esempio, all’economista Edmund Phelps e la sua nota teoria che giustifica la presenza di un certo tasso di disoccupazione come fenomeno fisiologico delle società industrializzate. Si vede che lui non l’ha mai perso il lavoro e non ha mai dovuto affrontare le conseguenze della disoccupazione, e forse per questo ha ricevuto il premio Nobel. Secondo tali ragionamenti la presenza di sacche di povertà sarebbe dunque un indice di sviluppo economico e sociale. In questo senso la stagnazione economica, la penuria, il senso di appiattimento che hanno accompagnato lo stile di vita dei paesi socialisti oltre cortina di qualche decennio fa sembrano confermare tali teorie in voga oggigiorno, che contengono un sottofondo di evidenza, tanto che sembra impossibile negarne la bontà. Chi può disconoscere infatti che ovunque c’è benessere ci sono anche molti poveri? E di nuovo, noto un po’ amaramente, fra dire che “è sempre stato così” e dire che “è giusto che sia così” il passo è breve, specie se chi lo fa si trova dalla parte giusta, cioè quella dei benestanti.
Ma non vogliamo oggi addentrarci in teorie economiche e le loro giustificazioni teoriche e pratiche, solo vorrei sottolineare come un realismo diffuso ci porta ad accettare, a volte con molta facilità, come normale la disuguaglianza.
Possiamo dire che allora l’apertura di questa casa è la dimostrazione che essere poveri non è inevitabile né normale, proprio a partire dall’aspetto così macroscopico della povertà che è l’essere senza un tetto. Ha dunque il valore di profezia, cioè di incoraggiamento e testimonianza perché tante altre simili ne sorgano presto.
Ma l’apparenza inoffensiva e ridente di questa casa (e in effetti lo è, come vedrete fra poco) ha, se volgiamo, il valore della denuncia e come tale il suo sorriso è anche un urlo e uno schiaffo. Sì, un urlo di gioia per chi trova un luogo accogliente in cui vivere, ma anche lo schiaffo in faccia ad una città intorpidita che, con il suo agire e col suo lasciar correre, fa sua e sostiene l’idea della normalità della povertà.
Qualcuno potrebbe dire: ma questo è lavoro delle istituzioni. Noi cristiani dovremmo occuparci di altro. Dare casa, lavoro, mangiare alle classi svantaggiate è roba da assistenti sociali, da amministratori del Comune, da gente della politica, non da gente di chiesa. E’ contestazione frequente oggi, quando anche nel mondo cristiano si fanno strada derive spiritualiste, ma che fin dai primissimi anni del cristianesimo ha attraversato i secoli, e molti testimoni delle prime generazioni cristiane l’hanno dovuta affrontare. Ad esempio Paolino da Nola, monaco del IV secolo, nel sud Italia fondò comunità di cristiani che vivevano con fedeltà radicale al Vangelo. Ebbene volle che la casa dove la comunità dei fratelli viveva avesse al piano terra un luogo di accoglienza per i viandanti senza tetto, proprio a significare che a fondamento della vita cristiana sta un esercizio concreto e accogliente dell’amore. Ma già almeno un paio di secoli prima i padri della Chiesa, sia in oriente che in Occidente avevano colto il legame stretto che esiste fra annuncio cristiano e solidarietà vissuta. Lo testimoniano, fra gli altri, gli scritti di Giustino, cristiano romano del II secolo, che trovandosi nella necessità di spiegare il cristianesimo a chi non lo conosceva e lo giudicava male scrisse testi in cui fra le prove principali della bontà della nuova dottrina annoverava proprio l’amore per chi è nel bisogno che da essa scaturisce. Questo sforzo di autopresentarsi che coinvolgeva i primi cristiani ben presto li portò davanti alla necessità di definire con maggior chiarezza i nuclei essenziali della loro fede. Si giunse così ad affermare che se i sacramenti, e fra di essi l’Eucarestia in misura primaria, costituivano il fondamento della vita cristiana, questa non poteva essere pensata senza l’esercizio della carità verso i deboli. Anzi l’una non poteva sussistere senza l’altra e si apportano vicendevolmente forza e vitalità. Eucaristia e carità, mensa del banchetto e mensa dell’amore fraterno fin dai primi secoli della vita cristiana sono stati così legati fra loro da far dire a Giovanni Crisostomo, arcivescovo d Costantinopoli del IV secolo queste parole di grande spessore spirituale: “Vuoi onorare il corpo di Cristo? Ebbene, non tollerare che egli sia ignudo; dopo averlo ornato qui in chiesa con stoffe di seta non permettere che fuori egli muoia di freddo per la nudità. Colui che ha detto «questo è il mio corpo» (Mt 26,26), confermando con la sua parola l’atto che faceva, ha detto anche: «Mi avete visto soffrire la fame e non mi avete dato da mangiare» e quanto non avete fatto a uno dei più piccoli tra questi, neppure a me l’avete fatto (Mt 25,42-45). Il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura. Impariamo quindi a pensare e a comportarci degnamente verso così grandi misteri e a onorare Cristo come egli vuol essere onorato. Il culto più gradito che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare è quello che egli stesso vuole, non quello che pensiamo noi. Anche Pietro credeva di onorare Gesù, impedendogli che gli lavasse i piedi (cf. Gv 13,8), ma ciò non era onore, bensì il contrario. Così anche voi onoratelo nella maniera che egli stesso ha comandato, impiegando cioè le vostre ricchezze a favore dei poveri. Dio non ha bisogno di vasi d’oro, ma di anime d’oro” (Giovanni Crisostomo, Commento a Matteo, 50, 2-ss). E’ evidente il legame che Crisostomo indica fra corpo di Cristo eucaristico e corpo di Cristo nei poveri e la necessità di vivere l’amore per entrambe, perché ciascuno sia vero. Di questo ha scritto lungamente il nostro vescovo nei primi capitoli del suo libro Storia dei poveri in Occidente.
Questo abbiamo voluto realizzare tra noi, ed è per noi un privilegio che lo stesso tetto ospiti il luogo della celebrazione liturgica e quello del servizio ai poveri, come a sottolinearne l’unità intrinseca. La parrocchia di Santa Croce è un povero edificio, ce ne rendiamo ben conto, basti pensare che il suo tetto è stato distrutto dai bombardamenti del ’45, eppure può vantare fondamenta solidissime: quelle della preghiera e dell’amore per i poveri. Le parole della liturgia celebrata nella sala accanto a questa diventano qui vita vissuta il mercoledì, quando sono distribuiti amicizia, aiuti alimentari e vestiario a oltre 150 famiglie, e nel piano di sopra, dove diventano tetto e protezione per chi è senza casa.
Agostino scriveva a proposito del Padre Nostro: “Anche i ricchi e i nobili secondo il mondo… sono invitati da queste parole a non trattare con superbia i poveri e gli umili, poiché tutti insieme dicono Padre Nostro. Non possono pronunciare queste parole con verità e pietà se non si riconoscono fratelli.” (Agostino d’Ippona, Il discorso della montagna, II, 4,16). Sì, una comunità non può dirsi cristiana se non ha al centro delle sue preoccupazioni il culto dei poveri accanto a quello eucaristico, perché l’uno fa riferimento all’altro.
Avevo fatto cenno all’inizio al valore profetico e di denuncia del nostro impegno, ma, in conclusione, vorrei dire che non sono stati questi i motivi, per validi che siano, che ci hanno spinto a sognare fortemente e, finalmente, a realizzare questa casa. Non credo che ne sarebbe valsa la pena. La vera motivazione che ci ha spinto infatti non è stato tanto il desiderio di dimostrare che era possibile, né di denunciare istituzioni o privati che si disinteressano. Non ci sentiamo i pierini primi della classe, né crediamo che fare qualcosa di buono dia diritto a sentirsi migliori. No, noi siamo partiti invece da una storia che assomiglia ad una fiaba per bambini.
Tutti noi conosciamo le storie del libro della Genesi, perché sono strane e interessanti: la creazione del cosmo, con tutte quelle descrizioni così affascinanti; Adamo ed Eva nel paradiso terrestre, il diluvio e l’arca di Noè con tutte le specie animali, la torre di Babele e la confusione delle lingue, e tante altre. E’ come se Dio, all’inizio della storia dell’uomo, lo abbia voluto istruire con favole accattivanti e profonde, capaci di scuotere la sua fantasia un po’ bambina.
Una di queste storie narra di due fratelli, Caino e Abele, i primi due fratelli dell’umanità. E’ chiaro fin da subito che Dio ha scelto la loro storia per dirci qualcosa di importante, e niente in essa è casuale. Il nome Abel in ebraico significa “soffio”: ha il peso lieve delle vite di tanti esseri umani fragili, così deboli da essere come un soffio, tanto che è facile, direi normale, non accorgersi nemmeno di loro. E’ quello che avviene, dicevamo poco fa, per molti poveri ancora oggi. Dio, stranamente, ci ha voluto presentare i primi due fratelli dell’umanità non come il buono e il cattivo, il malvagio e il virtuoso, come sarebbe forse venuto spontaneo a ciascuno di noi. No, Caino e Abele sono innanzitutto il forte ed il debole. Solo in un secondo momento, quando Caino vede l’amore protettivo di Dio per Abele il debole, la sua predilezione per chi ha la vita fragile e lieve come un “abel”, un soffio, solo allora Caino sviluppa l’invidia e il rancore che porteranno, come sappiamo, al fratricidio. Da allora, cioè fin dai primi passi dell’umanità, risuona la domanda preoccupata di Dio: “Dov’è Abele, tuo fratello?” Fin da allora Dio, ansioso per i tanti “abel” di tutti i tempi e di tutti i luoghi si aggira per il mondo e rivolge a ciascuno la stessa domanda: “Dov’è Abele, tuo fratello?” Lo fa con preoccupazione e ansia, sapendo quanto la vita degli “abel” del mondo sia legata veramente ad un soffio, il soffio di vita che egli gli ha donato, e null’altro li protegge.
Ecco cari amici perché abbiamo fortemente voluto questa casa, per poter rispondere a Dio “Eccolo, Abele è qui con noi, stai tranquillo è al riparo”. Forse ci accontentiamo di poco, è una motivazione da bambini, come da bambini è la storia di Caino e Abele. Ma forse, se impariamo a guardare la nostra città con occhi da bambini diventiamo capaci di accorgerci dei poveri, diventati trasparenti agli adulti. Forse, come quei bambini dalle domande un po’ imbarazzanti nella loro semplicità ed evidenza, realizzeremo che sono tanti, troppi, e che non è normale che vivano così male. E come bambini siamo contenti perché oggi è una bella giornata, e ce la ricorderemo per sempre.



Mi chiamo Patrizia e vorrei raccontare un po’ del nostro incontro con tante persone che vengono qui a chiedere un aiuto. Qualcuno, tempo, fa, mi ha chiesto chi me lo fa fare, stupito che dopo le faccende di casa avessi ancora la forza e la voglia di occuparmi anche di altra gente che non sono miei parenti. Ho fatto caso che quelli che me lo dicevano sono poi gli stessi che si lamentano sempre, sono insoddisfatti e vittimismi. Forse, mi sono detta, a me non viene tanto da lamentarmi perché incontro gente che ne ha invece motivo e perché mettere in pratica il Vangelo aiuta ad essere felici. Gesù stesso ci invita a farlo e come gli Apostoli, ci chiama a costruire una chiesa non di pietre, ma di uomini e donne, e di persone qui ne incontriamo veramente molte ogni settimana. Il materiale da costruzione non ci manca.
Quando circa tre anni fa abbiamo cominciato ad accogliere le persone che ci chiedevano aiuto, ad andare a trovare gli anziani all’istituto “Le grazie”, a preoccuparci di chi è senza dimora, ci sembrava un compito molto arduo, soprattutto perché avevamo paura di non averne le forze. Chi farà tutto quello di cui c’è bisogno. Eravamo pochi e senza mezzi. Prima di tutto ci siamo affidati alla preghiera che fedelmente ogni mercoledì ci accompagna qui nella cripta e poi la domenica a messa; ci siamo affidati alle mani del Signore e abbiamo cominciato a mettere su le pietre di questa chiesa viva, e oggi le mura hanno anche un tetto che ripara tanti.
Abbiamo incontrato molte difficoltà, e tuttora capita, è normale. Ma se all’inizio eravamo solo in quattro ora sono molti gli amici e le amiche che ci aiutano. Abbiamo scoperto che il bene fatto con passione e cuore è contagioso. Ma non solo sono venute persone giovani ad aiutarci. Vorrei raccontarvi la storia di mia madre, 82 anni, con difficoltà ad uscire di casa. Per fortuna abita sopra casa mia e posso aiutarla a restare a casa sua. Le ho parlato del nostro impegno e le ho raccontato la storia di due persone, una donna e suo figlio giovane con qualche problema, che avevo incontrato qui e che non avevano casa. Mia madre, come tutte le persone di una certa età, hanno conosciuto la durezza della vita. Quando era ragazzina la fame era una realtà mai del tutto debellata e si affacciava di tanto in tanto in famiglia, come anche il freddo e la paura, in guerra, sotto le bombe. Forse per questo mi chiedeva spesso di loro, finché un giorno mi ha proposto di farli venire a dormire a casa sua. Ha una stanza libera e non pensava giusto lasciarla vuota. Così sono stati da lei per molti mesi, finché non hanno trovato una sistemazione migliore in un’altra città.
Quando abbiamo iniziato il nostro impegno qui con la gente venivano 30/35 famiglie. Alcuni ci suggerivano di porre dei limiti, come ad esempio quelli dei confini parrocchiali, altri di fare una specie di “test di povertà” per capire chi veramente aveva bisogno. Ma come si fa a mettere un limite all’amore? La carità fraterna non conosce confini, nemmeno quelli parrocchiali. Gesù è arrivato a guarire e sfamare gente anche fuori dai limiti del suo popolo e della sua regione. Ci siamo allora affidati a lui e questo ci ha fatto escogitare tanti sistemi per far sì che oggi, pur venendo fra le 100 e le 150 famiglie a settimana, non mandiamo mai nessuno a mani vuote. A Terni infatti il mangiare non manca, anzi tante volte si spreca. Con pazienza e un po’ di furbizia ci siamo messi allora a cercare i modi per recuperarlo. Tutte le settimane alcuni forni, pizzerie e bar ci regalano, la sera, i prodotti che non hanno venduto. Poi il sabato andiamo davanti ai supermercati per raccogliere i prodotti che la gente che fa la spesa compra in più per noi. Così facendo abbiamo visto moltiplicarsi quei pochi pani che avevamo in mano e tanti ora se ne saziano. Le persone che vengono sono tante e di lingua, nazione e religione diversa. Noi li conosciamo uno ad uno, sappiamo quanti sono in famiglia, conosciamo i loro bambini, e per noi sono ormai parte della nostra famiglia.
Ci mancava però questa casa per i senza dimora. Vedere tanta gente dormire alla stazione o su qualche panchina, soprattutto in inverno, ci ha dato la spinta per realizzare questa casa.
Ringraziamo tutti quelli che ci aiutano e ci sostengono anche con la loro preghiera. Abbiamo scoperto come voler bene agli altri, specialmente i più deboli, ci fa essere più felici e meno preoccupati di noi stessi, vogliamo allora dirlo oggi: tenere questa porta più aperta ha fatto sì che imparassimo a conoscere Gesù come doveva essere in Galilea. Stanco, debole, desideroso di essere aiutato ed accolto. Noi proviamo a farlo.

XXIX domenica del tempo ordinario – 17 ottobre 2010


Dal Libro dell’Esodo 17, 8-13

Allora Amalek venne a combattere contro Israele a Refidim. Mosè disse a Giosuè : "Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalek. Domani io starò ritto sulla cima del colle con in mano il bastone di Dio". Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalek, mentre Mosè , Aronne, e Cur salirono sulla cima del colle. Quando Mosè alzava le mani, Israele era il più forte, ma quando le lasciava cadere, era più forte Amalek. Poiché Mosè sentiva pesare le mani dalla stanchezza, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l`altro dall`altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole.

Salmo 120 - Il mio aiuto viene dal Signore.

Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l’aiuto?
Il mio aiuto viene dal Signore:
egli ha fatto cielo e terra.

Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.
Non si addormenterà, non prenderà sonno
il custode d’Israele.

Il Signore è il tuo custode, +
il Signore è la tua ombra
e sta alla tua destra.
Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte.

Il Signore ti custodirà da ogni male:
egli custodirà la tua vita.
Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri,
da ora e per sempre.

Dalla seconda lettera dell’Apostolo Paolo a Timoteo 3, 14-4,2

Tu però rimani saldo in quello che hai imparato e di cui sei convinto, sapendo da chi l`hai appreso e che fin dall`infanzia conosci le sacre Scritture: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene per mezzo della fede in Cristo Gesù. Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l`uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona. Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina.

Alleluia, alleluia.
La parola di Dio è viva ed efficace,
discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.
Alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 18, 1-8

Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi: "C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c`era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi". E il Signore soggiunse: "Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell`uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?".

Commento

Oggi è un giorno speciale, come sempre è eccezionale e straordinaria la domenica, perché ci prende e ci porta lontano dall’abituale scorrere del tempo, fatto di lavoro, di studio (per chi è più giovane) di tante occupazioni che ci riempiono le giornate. La messa ci tira fuori dal groviglio dei mille affanni e ci accompagna su un monte, come fece Mosé in quella giornata di lotta fra il popolo d’Israele e Amalek, come abbiamo ascoltato nella prima lettura.
Sì, questo luogo dove ci troviamo oggi è un luogo alto, come un monte, perché è reso santo dalla presenza del Signore che ci parla. E’ vero è una piccola chiesa, eppure ogni domenica il Signore ci convoca a salire sull’alto colle di questa casa perché ci vuole parlare. Ecco che allora anche da un luogo piccolo, come la chiesa di Santa Croce, quasi nascosta nel centro di Terni, possiamo oggi abbracciare con lo sguardo del nostro cuore tutto il nostro quartiere, ma anche di più, la città e il mondo intero.
Mosé quella mattina dal colle sul quale era salito poteva vedere ai piedi dell’altura la lotta che si svolgeva fra i due eserciti in combattimento. Anche noi qui dall’alto possiamo vedere le tante guerre, piccole e grandi che dividono gli uomini e le donne attorno a noi. E questo è un dono del Signore, perché quando ci stiamo in mezzo neanche ce ne accorgiamo e troppo spesso diventiamo anche noi bellicosi combattenti. Anche noi infatti viviamo le nostre battaglie per far prevalere il nostro modo di vedere, per farci valere, per avere ragione, e così via. E’ così facile vivere infatti una cultura del nemico secondo la quale per sentirsi forti e contare qualcosa bisogna essere contro qualcuno. Per questo la Messa della domenica è un dono prezioso, perché ci fa salire in alto, ci fa smettere di sgomitare, e ci porta nel luogo santo dove possiamo incontrare il Signore che è la vera pace.
Mosè osservava quella battaglia non come chi vede le cose con distacco. E’ preoccupato perché vede gente soffrire, lottare gli uni contro gli altri, odiarsi, farsi del male. Per questo alza le braccia verso il Signore e invoca la sua protezione. Anche noi, come Mosè, possiamo alzare le nostre braccia ed invocare la fine delle tante lotte che ci mettono gli uni contro gli altri. La fine della condanna che pesa sugli anziani, lasciati tante volte da soli. La fine della tristezza dei più giovani che non riescono più a credere nell’amicizia, delusi da noi adulti che non sappiamo voler bene con fedeltà. La fine della sofferenza dei tanti che sono colpiti dalla crisi, che non sanno come andare avanti, che hanno perso il lavoro o che non lo trovano. La fine delle lotte sanguinose in Terra Santa, in Africa. Oggi dall’alto della messa domenicale vediamo tutta questa sofferenza attorno a noi e come Mosè abbiamo il potere di alzare le nostre braccia e pregare il Signore che non è sordo alla nostra invocazione e combatte dalla parte di chi rischia di soccombere sotto il peso del male.
Tante volte noi invece preferiamo salire su un altro monte che è quello dell’indifferenza. Un monte sul quale ci illudiamo di sfuggire al male e di trovare la pace perché non vediamo quello che avviane attorno a noi e non ne siamo coinvolti. Ma, fratelli e sorelle, questa è un pericolosa illusione, perché il male non viene solo da fuori, ma, anzi, il più delle volte sgorga proprio da dentro di noi. Per questo gli diamo meno peso e lo tolleriamo quasi con tenerezza, perché è parte di noi. Eppure le sue conseguenze non sono meno sanguinose e terribili della violenza che ci circonda. Sul monte dell’indifferenza e dell’egoismo sanciamo la nostra condanna ad essere per sempre imprigionati alla schiavitù del male. L’unico modo infatti per vincere il male non è negarlo e ignorarlo, ma combatterlo, in sé e negli altri. Estirpare le radici della rivalità, dell’egoismo, del menefreghismo e della sopraffazione è infatti, paradossalmente, l’unico modo per vivere la pace, che è proprio la vittoria sulle espressioni del male. E’ il ruolo che Mosè assume sul monte della preghiera. Partecipa con fatica e sofferenza alle espressioni di male, ma proprio per questo, alzando le braccia e invocando l’aiuto di Dio, riesce a vincerle. Non fida infatti solo nelle sue forze, ma anzi ha bisogno di Aronne e Cur che sorreggano le sue mani. Mosè non è un eroe isolato e invincibile: è debole e bisognoso come noi, ma la sua forza è proprio nel farsi aiutare e nel coinvolgere altri nella sua battaglia contro il male.
Abbiamo bisogno del fratello e della sorella per vincere il male: la pace e la felicità a cui tutti giustamente aspiriamo non viene dall’isolamento del monte dell’indifferenza, ma dall’alleanza con tanti che sorreggano le nostre mani nello sforzo di voler più bene.
Questa è l’eredità più preziosa che potremo lasciare ai nostri figli. Comunicargli l’umiltà di non credersi autosufficienti e bastanti a se stessi, la tenacia di non arrendersi davanti al male e la fiducia di rivolgersi a Dio per ricevere da lui l’aiuto necessario a vincerlo dentro di sé e attorno a sé.
Questa casa allora ogni domenica dilata le sue mura: non è più un luogo piccolo e insignificante, confuso nel caos della città, ma diventa un monte altro sul quale osservare il mondo, partecipare dei suoi dolori, avvertire con passione il suo bisogno di bene, e dove assieme ci sosteniamo per alzare le mani e chiedere a Dio la forza di fare nostra la battaglia contro il male del mondo.
Care sorelle e cari fratelli con questo sogno negli occhi invochiamo l’aiuto del Signore e la nostra vita cambierà, il mondo attorno a noi sarà migliore, più umano e caldo di amore.

Preghiere
Ti ringraziamo o Dio misericordioso perché ci hai convocato sul monte santo della liturgia. Fa’ che ci affrettiamo a uscire dalla confusione della vita ordinaria per incontrarti come nostro amico a maestro.
Noi ti preghiamo

Guida o Padre buono i nostri passi perché non ci disperdiamo su strade che ci allontanano da te e dai fratelli, ma, come una famiglia, ci incamminiamo assieme verso il luogo dell’incontro con te.
Noi ti preghiamo

O Signore Gesù, aiutaci a vincere le rivalità e le contrapposizioni che ci dividono dagli altri. Tu che sei mite e umile di cuore mostraci la via dell’amore che conduce alla gioia vera.
Noi ti preghiamo

Fa’ o Signore che tutti quelli che cercano un senso alla loro vita possano incontrarlo nell’amore che tu ci insegni. Guida i passi degli incerti perché incontrino fratelli e sorelle testimoni del vangelo e operatori di bene.
Noi ti preghiamo

Dona o Signore la tua pace ai popoli in guerra, fa’ tacere le armi e aiuta tutti gli uomini a vivere con animo riconciliato, perché nessuno più muoia e soffra per mano del fratello.
Noi ti preghiamo

Sostieni o Padre misericordioso tutti coloro che sono nel bisogno: chi è senza casa, chi è solo e nel dolore, i malati e i sofferenti. Dona al mondo intero guarigione e salvezza.
Noi ti preghiamo.

Guida e proteggi o Dio i tuoi discepoli ovunque essi vivano. Fa’ che le loro parole e le loro azioni parlino di te a chi ancora non ti conosce.
Noi ti preghiamo

Ti preghiamo o Signore Gesù per il Medio Oriente, perché nella terra in cui tu sei nato popoli di fedi e tradizioni diverse sappiano convivere in pace.
Noi ti preghiamo

martedì 12 ottobre 2010

XXVIII domenica del tempo ordinario – 10 ottobre 2010




Dal secondo libro dei Re 5, 14-17
In quei giorni, Naamàn, il comandante dell’esercito del re di Aram, scese e si immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola di Elisèo, uomo di Dio, e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato dalla sua lebbra. Tornò con tutto il seguito da Elisèo, l’uomo di Dio; entrò e stette davanti a lui dicendo: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele. Adesso accetta un dono dal tuo servo». Quello disse: «Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò». L’altro insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò. Allora Naamàn disse: «Se è no, sia permesso almeno al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne porta una coppia di muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore».

Salmo 97 - Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia.
Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo.

Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d’Israele.

Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni!

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo 2, 8-13
Figlio mio, ricòrdati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide, come io annuncio nel mio vangelo, per il quale soffro fino a portare le catene come un malfattore. Ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. Questa parola è degna di fede: Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso.

Alleluia, alleluia, alleluia.
In ogni cosa rendete grazie:
questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 17, 11-19
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. E Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».


Commento


Il Vangelo del Signore si presenta innanzitutto come un viaggio. Non a caso il brano di oggi è tutto pieno di parole che indicano il movimento: Cammino, attraversava, entrando, vennero incontro, andate, ecc... La vita di Gesù si svolge per lo più sulle strade, nelle piazze, lungo le vie, e lì incontra le tante persone con cui ha un rapporto.
Questo non è un caso, ma sta a significare che la vita con Dio è un cammino: uscire da sé stessi e andare verso una meta che sono gli altri e Dio stesso. Chi sta fermo non è con Dio, perché rifiuta la compagnia di qualcuno che non sta fermo su se stesso.
A noi il viaggio fa paura: si incontrano realtà sconosciute, persone diverse, si fa fatica, ci vuole tempo. Noi preferiamo la sedentarietà di una situazione in cui conosciamo l’ambiente e sappiamo bene come sono le persone con cui abbiamo a che fare. Ma il nomadismo fa parte del DNA della nostra fede: Abramo, il padre dei credenti, il primo a cui Dio promise un futuro grande e felice, promessa di cui anche noi cristiani, ultimi arrivati, siamo eredi proprio perché innestati nella discendenza di Abramo, era un nomade e Dio gli chiese come primo gesto di fiducia di uscire dalla sua terra e di lasciare la casa della sua famiglia per intraprendere un viaggio.
Anche ai lebbrosi che invocano la guarigione da Gesù il Signore indica di intraprendere un cammino: “Andate a presentarvi ai sacerdoti.” Sembra una proposta sciocca: cosa potranno mai sperare di ottenere? Gesù chiede innanzitutto di uscire dal chiuso di una vita centrata solo su se stessi e di andare incontro all’altro. Lì c’è la salvezza dalla malattia, la peggiore delle malattie, come era la lebbra al tempo di Gesù, perché non solo minava la salute fisica, ma allontanava da tutti e rendeva intoccabili e inavvicinabili. Proprio a loro il Signore chiede di andare verso gli altri.
Anche noi tante volte abbiamo mille motivi per sentirci in credito con gli altri: con tutto quello che mi hanno fatto o che non hanno fatto per me, perché io dovrei andare incontro all’altro? E così restiamo per conto nostro a rimuginare sui torti subiti e i diritti non riconosciuti. Gesù ci chiede innanzitutto di uscire da questa “prigione volontaria”. Sì è una prigione di cui noi possediamo le chiavi: ci lamentiamo di essere isolati e soli, ma siamo noi stessi che allontaniamo gli altri, che li sentiamo come un fastidio inutile se non pericoloso.
Il vangelo dice che “E mentre essi andavano, furono purificati.” Cioè è il muovere il primo passo verso l’altro che ci guarisce già in viaggio, non arrivare alla meta. E’ il forzare la nostra chiusura, la diffidenza, le paure, le difese che ci apre alla felicità di far entrare la vita degli altri nella nostra. Sembra un paradosso, perché è l’esatto contrario di quello che ordinariamente si crede: dicono più pensi a te stesso, più te ne stai per conto tuo e meno avrai problemi, più sarai felice. Il Signore ci indica la via opposta e, come sempre, è lui a fare per primo quello che chiede agli altri: si avvicina ai lebbrosi, non li evita, nonostante fossero considerati pericolosi, li ascolta e li guarisce. E la prima guarigione sta proprio in quel rapporto che li fa uscire dall’isolamento.
La meta del viaggio che Gesù indica a quei dieci è il tempio, dove i lebbrosi potevano essere riaccolti nella comunità e dove ringraziare Dio con una offerta per la guarigione ottenuta. Il Signore chiede una fiducia cieca nel suo aiuto: ancora prima di essere guariti considerarsi già sanati e pronti a ringraziare Dio per il dono ottenuto. E’ la fede di un bambino che sa già che otterrà quello che sta per chiedere. Ma non basta la fede, ci vuole anche la gratitudine per il dono ricevuto. Su dieci solo uno torna a rendere lode e ringraziare, ed è solo lui che ottiene oltre alla guarigione anche la salvezza.
Fratelli e sorelle, accogliamo questo invito ad essere uomini e donne pronti a uscire dal chiuso di una vita che allontana gli altri, basta fare il primo passo e la guarigione ci aprirà ad un senso grato della vita. E’ il primo passo che porta alla salvezza, perché è il Signore che compierà gli altri e ci guiderà alla vita che non finisce.


Preghiere




O Dio ti ringraziamo perché ci liberi dalla prigione di una vita chiusa dal piccolo orizzonte individuale, per aprirci alla libertà di un amore senza confini.
Noi ti preghiamo

Guidaci, o Signore Gesù, sulla via che ci conduce all’incontro con il fratello e la sorella, perché aprendo la nostra vita ad essi impariamo a vivere come tuoi discepoli figli di un unico padre.
Noi ti preghiamo

Aiutaci o Signore Gesù a vincere la paura che ci chiude all’incontro con i fratelli, specialmente i più poveri e bisognosi del nostro aiuto. Fa’ che sappiamo vedere nel volto di chi incontriamo qualcuno da amare e a cui tendere la mano amica.
Noi ti preghiamo


Guida o Signore tutti coloro che sono persi nei sentieri tortuosi del male e non trovano la strada per incamminarsi verso di te. Fa’ che anche con il nostro esempio la tua Parola orienti i loro passi e illumini il loro cammino.
Noi ti preghiamo

Sostieni o Dio del cielo tutti coloro che sono colpiti dal male e soffrono a causa della violenza degli uomini e della natura. Fa’ che trovino presto il sostegno e la consolazione di cui hanno bisogno.
Noi ti preghiamo

Guarda con amore a noi tuoi figli e, nonostante il nostro peccato, ti preghiamo di guidare i nostri passi sulla via del bene. Fa’ che, fidandoci del tuo amore misericordioso, affidiamo a te la nostra salvezza.
Noi ti preghiamo.

Proteggi e sostieni o Padre del cielo tutti coloro che annunciano la tua Parola e cercano di viverla, perché il tuo Nome porti salvezza e vita dove oggi regnano le tenebre.
Noi ti preghiamo

Ti preghiamo o Padre Santo, di essere sempre al nostro fianco perché anche nei momenti bui e di dimenticanza sappiamo accorgerci della tua presenza amorevole ed essere grati per la tua grande bontà.
Noi ti preghiamo

venerdì 17 settembre 2010

Festa patronale: Esaltazione della Santa Croce

Dal libro dei Numeri 21, 4b-9
In quei giorni, il popolo non sopportò il viaggio. Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: «Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero». Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d’Israeliti morì. Il popolo venne da Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti». Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita». Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.

Salmo 77 - Non dimenticate le opere del Signore!

Ascolta, popolo mio, la mia legge,
porgi l’orecchio alle parole della mia bocca.
Aprirò la mia bocca con una parabola,
rievocherò gli enigmi dei tempi antichi.

Quando li uccideva, lo cercavano
e tornavano a rivolgersi a lui,
ricordavano che Dio è la loro roccia
e Dio, l’Altissimo, il loro redentore.

Lo lusingavano con la loro bocca,
ma gli mentivano con la lingua:
il loro cuore non era costante verso di lui
e non erano fedeli alla sua alleanza.

Ma lui, misericordioso, perdonava la colpa,
invece di distruggere.
Molte volte trattenne la sua ira
e non scatenò il suo furore.

Dalla lettera di San Paolo apostolo ai Filippési 2, 6-11
Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

Alleluia, alleluia, alleluia.
Noi ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo
perché con la tua croce hai redento il mondo.
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Giovanni 3, 13-17
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

Commento

Cari fratelli e care sorelle festeggiamo oggi con solennità la Santa Croce del Signore, una festa antica che unisce Oriente e Occidente e affonda le sue radici nel IV secolo, quando la moglie dell’Imperatore Costantino, Elena, volle riconoscere in un legno antico trovato a Gerusalemme nei pressi del luogo che la tradizione indicava come quello della crocifissione di Gesù la “vera croce”. Da allora il giorno 14 settembre si celebra questa memoria in ogni chiesa del mondo, tanto più nella nostra Parrocchia che ne porta il titolo: “Santa Croce”.
La croce, fratelli e sorelle, è un segno contraddittorio. In antichità era un segno infamante, simbolo della condanna a morte per crimini gravissimi. Ma poi nella storia è diventata addirittura un segno di dominio in nome del quale si è fatta la guerra e si è ucciso. La croce ancora oggi è paradossalmente allo stesso tempo un banale fregio da portare appeso al collo senza dargli troppo peso, ma anche qualcosa da togliere dalla vista perché disturba.
Ci chiediamo oggi allora in questa occasione festiva: cosa rappresenta la croce per noi?
Innanzitutto è un segno che ci ricorda che la sofferenza fa parte della vita dell’uomo. Non c’è uomo che non lo sperimenti, in alcuni casi più intensamente e in modo più drammatico, talora ne siamo spettatori attoniti e sgomenti.
Il popolo d’Israele durante il viaggio nel deserto che lo portava verso una terra accogliente, lasciandosi alle spalle la schiavitù in Egitto, si lamenta con Mosè perché deve affrontare le difficoltà del lungo cammino. Quella gente vive come affogata nel lamento per l’oggi, tanto da dimenticare cosa c’è stato prima (la schiavitù) e qual è la prospettiva futura (la terra promessa). In questa stagnazione in un presente pieno di recriminazioni e vittimismo le piaghe si allargano, se ne creano di nuove e le vecchie si infettano di sempre nuovi motivi di insoddisfazione e tristezza, sensi di rivalsa contro qualcuno, rancori, scontentezza. Sono quei serpenti che mordono Israele nel deserto. Quante volte anche noi viviamo così da non riuscire a vedere altro che il proprio star male, le proprie sofferenze e insoddisfazioni, fino a giungere ad innamorarci della nostra situazione, a compatirci ma a non desiderare nemmeno più tanto di uscirne. E più ci lamentiamo più la piaga si allarga, fino a portare alla morte lenta che significa non riuscire più a sperare e cercare una via di superamenti di questa situazione.
Come se ne esce? Dio disse a Mosè di innalzare un serpente di bronzo e chi lo guardò guarì dalle proprie piaghe. Quel serpente innalzato è la croce, ci dice Gesù: “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.” Sì, la guarigione viene dall’alzare lo sguardo da sé per fissarlo sul dolore del mondo, sul crocifisso. Siamo talmente abituati a contemplare solo il nostro stare male che facciamo fatica ad accorgerci della sofferenza altrui. Siamo così presi dal rimuginare su di noi che tutto il resto non ci interessa e ci sentiamo giustificati nel nostro egocentrismo. La salvezza viene dal rompere questo cerchio e fissare lo sguardo sul dolore di un altro, sulle croci piantate lungo le strade e negli angoli del mondo. Nel fissarsi infatti sul nostro star male ci giustifichiamo della nostra insensibilità e ci sentiamo in diritto di occuparci solo di noi stessi: “già soffro tanto io!” In realtà così ci condanniamo a vivere senza un futuro migliore, come Israele, e dimenticando la storia di amore con cui Dio ci ha accompagnato finora. Ma “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” dice l’evangelista Giovanni. Sì la croce di Gesù ci salva perché ci libera dalla schiavitù di un egocentrismo in cui siamo interessati solo a noi stessi e ci rende capaci di vivere la compassione per un altro e il desiderio di condividere e alleviarne il dolore. E’quello che Gesù fece sulla croce: amare i suoi tanto da affrontare la morte per non abbandonarli a se stessi, ed è quello che sperimentarono Francesco d’Assisi, Padre Pio e tutti quelli che fissando il loro sguardo sulla croce ne assunsero il dolore fin nella carne stessa, attraverso i segni delle stimmate. Da queste essi furono liberati dalla schiavitù dell’autocommiserazione e dell’egocentrismo e ricevettero il dono della salvezza di un amore grande e largo per tutti i crocefissi che incontravano: il lebbroso, gli umili, i poveri, i malati, i senza padre e madre, ecc... Impararono, come Gesù, a farne proprio il dolore compatendo e sollevandoli da un peso che da soli è insopportabile. Si caricarono del giogo soave sollevando le vite abbattute dei fratelli e delle sorelle e scoprirono, facendolo, che alla fine è Gesù che se ne assume il peso.
Facciamoci anche noi segnare, almeno un po’, dalle stimmate del dolore dei crocefissi che incontriamo in carne e ossa nei poveri. Facciamo uscire qualche goccia di sangue dalle nostre membra talvolta esauste dal servire solo a noi stessi. Ci ritroveremo non tristi e appesantiti, ma liberi dall’angustia dell’orizzonte ristretto del mio io, con la prospettiva di un futuro diverso per cui lottare, con la gioia di una passione che vuol dire sì sofferenza, ma anche sentimenti caldi e profondi.
Cari fratelli e care sorelle, per questa festa abbiamo voluto adornare la porta della nostra chiesa e l’immagine della croce dell’altare con il verde dei rami ed il rosso dei fiori proprio per significare che il legno della croce porta in sé il germoglio di una vita rinnovata, che chi si accosta ad esso diviene capace di far sbocciare nuovi sentimenti e nuova generosità. Dove verdeggiano le foglie si apre un futuro di speranza, dove c’è aridità l’erba dissecca e vince la morte.
Con animo grato allora non fuggiamo i crocifissi di carne che il Signore mette lungo la nostra via, ma riconoscendo in essi il volto del Cristo della passione attendiamo con essi la resurrezione e diverremo testimoni e partecipi della salvezza che Gesù ha portato “perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”.

Preghiere

O Signore che hai donato tutto te stesso per la nostra salvezza, accogli dalla croce noi peccatori e bisognosi del tuo perdono, perché, come hai fatto tu, sappiamo legarci al giogo soave di una vita spesa per gli altri.
Noi ti preghiamo

Signore Gesù, che sei venuto a portarci con la croce la libertà dalla schiavitù dell’egocentrismo, insegnaci a non vivere nel lamento di chi vede solo se stesso, ma a compatire i fratelli nel dolore e a lavorare per la loro salvezza.
Noi ti preghiamo

O Padre buono che hai mandato il tuo unigenito a vivere e morire in croce per salvare il mondo, fa’ che il vangelo della morte e resurrezione del Cristo giunga presto a tutti.
Noi ti preghiamo

Accogli con amore o Dio la nostra preghiera quando ci facciamo carico del male e del dolore degli altri. Fa’ che per la forza del tuo amore la loro vita sia salvata e il nostro cuore riempito di gioia.
Noi ti preghiamo

Guarda con bontà o Dio del cielo il mondo intero, sconvolto da calamità e guerre. Dona pace e salvezza a tutti, in modo particolare alle vittime dell’alluvione in Pakistan.
Noi ti preghiamo

Guarisci o Padre buono tutti coloro che alzano lo sguardo da sé per invocare il tuo nome. Fa’ che come nel deserto siano anch’essi salvati dal morso velenoso del maligno che vuole la loro morte.
Noi ti preghiamo.

Guida e proteggi o Dio tutti i tuoi figli ovunque dispersi, perché ispirati dal tuo amore sappiamo essere testimoni autentici del Vangelo.
Noi ti preghiamo

Soccorri o Padre buono tutti i poveri, perché possano trovare in te la consolazione ad ogni sofferenza e nei fratelli e le sorelle il sostegno che salva dal naufragio.
Noi ti preghiamo

venerdì 3 settembre 2010

XXIII domenica del tempo ordinario - anno C - 5 settembre 2010


Dal libro della Sapienza 9, 13-18
Quale uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore? I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni, perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla opprime una mente piena di preoccupazioni. A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi ha investigato le cose del cielo? Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito? Così vennero raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra; gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito e furono salvati per mezzo della sapienza.

Salmo 89 - Signore, sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.
Tu fai ritornare l’uomo in polvere,
quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».
Mille anni, ai tuoi occhi, +
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.

Tu li sommergi: +
sono come un sogno al mattino,
come l’erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia,
alla sera è falciata e secca.

Insegnaci a contare i nostri giorni
E acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi!

Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio: +
rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rendi salda.

Dalla lettera a Filèmone 9b-10. 12-17
Carissimo, ti esorto, io, Paolo, così come sono, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù. Ti prego per Onèsimo, figlio mio, che ho generato nelle catene. Te lo rimando, lui che mi sta tanto a cuore. Avrei voluto tenerlo con me perché mi assistesse al posto tuo, ora che sono in catene per il Vangelo. Ma non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato, ma volontario. Per questo forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore. Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso.

Alleluia, alleluia, alleluia.
Fa’ risplendere il tuo volto sul tuo servo
e insegnami i tuoi decreti.
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 14, 25-33

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
Commento

Cari fratelli e care sorelle, dopo la pausa estiva riprendiamo oggi il cammino di un anno con il Signore, cammino che è accompagnato fedelmente dalla sua Parola e dal dono della Santa Liturgia domenicale. Come una compagna amica questa ci indica la strada per vivere bene e non incamminarci per vie pericolose e perderci.
Per questo inizio d’anno l’evangelista Luca ci mostra Gesù che si rivolge alla folla numerosa che lo seguiva con un discorso di una certa durezza. Saremmo portati a pensare che con quella folla che dimostrava il suo interesse per Gesù seguendolo non era il caso di essere troppo esigenti, magari bastava qualche esortazione più benevola.
Gesù però a quella gente, proprio perché si mostra interessata a lui, desidera fin da subito mettere in chiaro cosa vuol dire seguirlo e farsi suo discepolo. Sì, non si può seguire Gesù nella folla, in una massa indistinta e senza volto, anonima e mutevole negli umori, ma come un discepolo nella famiglia degli amici di Gesù.
E la differenza fra le due cose sta proprio nell’essere raccolti non da una legge o un interesse comune, ma dall’amare una persona, Gesù. Neppure i vincoli naturali, quelli che i sembrano i più solidi proprio perché spontanei e connaturati, come quelli familiari, possono venire prima di quell’amore sincero, gratuito e incondizionato che ci fa discepoli. L’amore di Gesù e per Gesù è infatti un amore, come ci dice Paolo nel biglietto a Filemone, che sconvolge i vincoli sociali e familiari più consolidati, quelli che ci appaiono i più naturali e indiscutibili, per fondare una nuova famiglia, quella dei discepoli che vogliono bene a Gesù. L’Apostolo infatti rimanda a Filemone il suo schiavo fuggito per stare con lui e lo accompagna con queste parole: “Per questo forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore.” Per l’epoca questa proposta di Paolo era del tutto rivoluzionaria e inimmaginabile: uno schiavo, che è una “cosa” posseduta, può diventare mio fratello, cioè sangue del mio sangue?
Sì, perché la logica dell’amore di Gesù scavalca ogni convenzione e persino il vincolo familiare. Mette da parte ogni logica di contraccambio o di merito, rompe gli steccati e le barriere, rende possibile ciò che sembra assurdo: è la logica dell’amore rappresentato dalla croce: “Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.” La croce che Gesù ci invita a prendere su di noi quindi non rappresenta tanto la sofferenza da dover patire, quanto piuttosto la gratuità e la fedeltà fino all’estremo dell’amore da vivere.
Davanti a questo invito di Gesù, così esigente, ci viene spontanea la domanda se ne saremo mai capaci. Ad essere onesti ci rendiamo conto subito della piccola misura del nostro voler bene, della facilità a dimenticare il fratello, della difficoltà a perdonare la sorella, del nostro poco interesse e disponibilità per gli altri, figurarci amarli fino alla croce!
Sapendo tutto ciò il Signore per questo prosegue dicendo come l’amore non è qualcosa di spontaneo: o c’è o sennò niente, ma qualcosa che si costruisce, come una torre, ed ha bisogno del desiderio nostro di innalzarci verso l’alto, come una torre, appunto, ma anche di un progetto, per sapere da dove cominciare e come procedere, poi di tempo, risorse e fatica e, magari, dell’aiuto di tanti altri compagni. Così è l’amore: prefiggiamoci lo scopo di imparare a voler bene e costruiamolo, gradualmente, con sforzi alla nostra portata, cominciando dal poco, con fatica, ma anche entusiasmo.
Se cominciamo a farlo piano piano scopriremo che non siamo soli a farlo. Dio è con noi: ci da il materiale, ci sostiene nel desiderio di farcela, ci consiglia sui modi migliori per farlo. Così abbiamo ascoltato dal libro della Sapienza: “Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito”. Il volere di Dio è che diveniamo discepoli della famiglia del Signore Gesù, di questa Chiesa santa, umile e forte del suo amore. Chiediamogli allora di conoscere sempre meglio questo volere e la forza di realizzarlo, e lui non ci farà mancare il suo Spirito di consolazione e di amore.
Ecco che allora comprendiamo perché Gesù si rivolge così alla folla che lo segue: se non usciamo dalla folla infatti non potremo mai divenire suoi discepoli. Saremo seguaci e simpatizzanti alla lontana, ma liberi di tornare indietro e di organizzarci come meglio crediamo. Seguiamo allora il consiglio della Scrittura che da questa prima liturgia dell’anno ci invita a camminare accanto a Gesù come un figlio e un fratello che lo ama. La nostra vita sarà trasformata e il mondo stesso non sarà più quello di prima.
Preghiere
O Dio del cielo donaci il desiderio e la tenacia di venirti incontro, perché sappiamo innalzarci dalla banalità e dalla piccolezza del nostro poco amore verso la bellezza del tuo voler bene.
Noi ti preghiamo

Insegnaci o Signore ad amare come tu hai fatto. Fa’ che non ci spaventiamo della profondità e tenacia di un voler bene che ci porta lontano da noi stessi.
Noi ti preghiamo

Sostieni, o Dio di misericordia, i nostri passi incerti nella costruzione di noi stessi come uomini e donne che sanno amare. Donaci la forza e indicaci il modo per non restare sempre uguali a noi stessi.
Noi ti preghiamo

Apri i nostri occhi e i nostri cuori perché sappiamo sempre riconoscere in chi incontriamo un fratello da amare e una sorella da sostenere. Fa’ che nessuna differenza e distanza possa allontanarci da loro a cui tu ci leghi col vincolo santo della fraternità cristiana.
Noi ti preghiamo

Donaci abbondante o Dio il tuo perdono per il peccato della nostra vita. Fa’ che pentìti sappiamo incamminarci verso di te che sei un padre buono ed accogliente.
Noi ti preghiamo

Accogli o Padre misericordioso tutti quelli che oggi si rivolgono a te per implorare il tuo aiuto e sostegno. Guarisci i malati, sostieni i deboli, guida tutti verso di te.
Noi ti preghiamo.

Fa’ o Dio che in ogni luogo risuoni alta la voce del Vangelo e che il tuo nome sia sempre amato e onorato dai tuoi discepoli. Aiutaci ad essere fedeli ascoltatori della parola e annunciatori a tutti del tuo amore.
Noi ti preghiamo

Guida o Padre buono tutti coloro che cercano una via per la loro vita. Fa’ che come un angelo buono i tuoi discepoli li conducano a te.
Noi ti preghiamo

XVIII domenica del tempo ordinario - anno C - 1 agosto 2010

Dal libro del Qoèlet 1,2; 2,21-23

Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è vanità. Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male. Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!

Salmo 89 - Signore, sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.

Tu fai ritornare l’uomo in polvere,
quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».
Mille anni, ai tuoi occhi,
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.

Tu li sommergi:
sono come un sogno al mattino,
come l’erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia,
alla sera è falciata e secca.

Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi!

Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:
rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rendi salda.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossèsi 3,1-5. 9-11

Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria. Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria. Non dite menzogne gli uni agli altri: vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato. Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti.

Alleluia, alleluia, alleluia.
Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli..
Alleluia, alleluia, alleluia.

Dal vangelo secondo Luca 12,13-21

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».
Commento
Cari fratelli e care sorelle, anche questa domenica il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato si apre con una domanda. È l’atteggiamento che anche noi dobbiamo avere davanti alla Scrittura: come l’uomo della folla di questa domenica, o come il dottore della legge di qualche domenica fa’, come i discepoli, come tanti altri, anche noi non possiamo stare davanti a Gesù senza porgli e lasciarci porre una domanda. Non c’è incontro con il Signore che non sia segnato da una domanda, e la domenica è l’occasione propizia per fermarci e chiederci cosa abbiamo da domandare al Signore e cosa Egli ci chiede con le sue parole.
Nel Vangelo di Luca abbiamo ascoltato la domanda di un tale che chiede a Gesù che intervenga per dirimere una lite fra fratelli per la divisione di un’eredità. E’ una domanda apparentemente corretta: c’è una lite, qualcuno ha ragione e l’altro ha torto, è lecito che venga ristabilito il diritto. Gesù però si sottrae e non risponde, anzi reagisce energicamente: “Chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”
Sì, perché quella domanda in realtà viene da uno che pensa già di conoscere la risposta e vuole “usare” Gesù per ottenere quello che non riesce ad avere da solo. Tante volte questo è anche il nostro atteggiamento nell’ascoltare la Scrittura: lo facciamo non tanto con l’atteggiamento di chi vuole imparare dal Vangelo come vivere, ma come chi sa già cosa è giusto e cosa è sbagliato, come agire e cosa pensare; il Signore può solo benedire e confermare quello che già l’esperienza o la saggezza comune ci ha insegnato. Quanta più forza ha infatti quest’ultima rispetto alla debolezza del Vangelo! Quanto ci sembrano solidi e indiscutibili certi convincimenti che ci siamo formati sulla base delle nostre esperienze o di quelle degli altri; il Vangelo, d’altro canto, quasi sempre sembra invece così poco ragionevole, così lontano dal senso comune, dalla sapienza che nel mondo tutti condividono in modo spontaneo e naturale. E’ quella “sapienza del mondo” di cui spesso il Vangelo ci parla, in contrapposizione con una “sapienza di Dio o del Vangelo” che il Signore Gesù è venuto ad insegnarci.
Ne abbiamo un esempio evidente nelle parole di Gesù che seguono immediatamente dopo, quando dice: “Anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede”. Ma come? Facciamo tanti sforzi per garantirci un futuro sereno per la nostra vita e cosa più della sicurezza economica e familiare ce la possono garantire? E’ la filosofia con cui il mondo ci insegna a progettare la nostra vita e con cui segue passo passo i nostri sforzi per realizzarla. E’ il ragionamento di quell’uomo ricco che il Signore prende ad esempio: l’annata è stata abbondante, ha guadagnato molto e si preoccupa di progettare un futuro sicuro per sé e la sua famiglia: “Dirò a me stesso: anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi, divertiti.” Cosa c’è di male? Non ha rubato, non ha fatto male a nessuno, perché non può godersi la meritata serenità frutto del benessere ottenuto? Sappiamo come termina la storia: quella sera stessa la morte annulla i progetti di quell’uomo.
Ma, secondo me, non è tanto questo ciò su cui dobbiamo soffermare la nostra attenzione.
La stessa cosa, infatti, poteva accadere a chiunque, e accade nella realtà, ma sul fatto che ciò che sembrava una solida sicurezza si rivela qualcosa di vano, di cui non rimane nulla. Gesù si chiede: “E quello che hai preparato di chi sarà?” La morte quel ricco in fondo fa emergere, come uno specchio, la consistenza della sua vita: una vita spesa ad accumulare per sé ciò che il mondo lo ha convinto a ritenere come solido e duraturo si rivela come vano sforzo di coprire con un velo appariscente il vuoto che nasconde. E’ la situazione che presenta Qoèlet: “Vanità delle vanità: tutto è vanità. … Quale guadagno viene all’uomo per tutta la sua fatica con cui si affanna sotto il sole?
Sembra un’amara condanna, ma come sfuggire ad essa? Una certa religiosità cristiana direbbe che bisogna disprezzare tutto ciò che è di questo mondo,rinunciare a trovare soddisfazione o gioia nella vita su questa terra per desiderare solo il premio dell’aldilà. Io non credo che sia questo quello che Gesù vuole dire con quelle sue parole, anzi. Egli ci dice che a nulla vale cercale la solidità apparente di quello che il mondo indica come tesori inestimabile, una vita soddisfatta di sé e sazia di benessere, per trovare invece qualcosa di solido su cui fondare la vita, qualcosa che non passa fugace senza lasciare traccia, un vero tesoro che si può accumulare, come conclude Gesù, per “arricchirsi presso Dio” dove, dice altrove il Vangelo non c’è ruggine o insetti capaci di rodere e rendere vano tutto ciò per cui si è vissuto.
Lo dice Gesù poche righe oltre: “Cercate piuttosto il suo regno e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.” La proposta del Vangelo non è dunque quella di una vita triste e senza soddisfazioni e gioie, ma queste vengono solo se i nostri sforzo sono per realizzare quel regno di amicizia e amore. Nulla ci mancherà, se stabiliamo ciò come la nostra priorità. Viviamo la generosità, delle nostre risorse materiali e umane, e nulla ci mancherà. Tratteniamo tutto per noi nello sforzo affannato di accumulare e andremo incontro alla vanità di una vita spesa per ciò che non vale e non resta.
Fratelli e sorelle, La logica del vangelo spiazza ogni ragionevolezza, ma racchiude in sé la verità della sapienza umana e divina. Lasciamoci andare alle sua paradossalità e ci accorgeremo subito che ciò che sembra solido e duraturo è in realtà illusorio e vano. Cerchiamo il bene, la pace, la realizzazione di quell’amore che Gesù per primo realizzò nella sua vita, e sentiremo la solidità di una vita che non scorre invano, ma che accumula un tesoro di umanità prezioso per sé e per chi ci sta accanto.
Preghiere

O Signore nostro Dio, dona alla nostra vita la solidità del vangelo vissuto nell’amore, perché non sprechiamo la nostra vita nel vano affanno per noi stessi.
Noi ti preghiamo

O Cristo, amico degli uomini, insegnaci a fondare ogni nostro desiderio e ogni nostra decisione sulla roccia solida della tua Parola. Fa’ che ci lasciamo interrogare dalla semplicità del Vangelo e dall’esempio dei fratelli che lo vivono.
Noi ti preghiamo
O Signore che conosci il cuore di ogni uomo, fa’ che non scegliamo di vivere per noi stessi, accumulando sicurezze che non ci possono salvare, ma donaci la libertà di offrire generosamente tutta la nostra vita per affrettare la venuto del tuo regno.
Noi ti preghiamo

Ti invochiamo o Dio per la salvezza di tutti i popoli, specialmente quelli che sono in guerra, nella miseria e per l’Africa tutta. Fa’ che venga presto il giorno in cui si realizzi la pace e la gioia per tutta l’umanità.
Noi ti preghiamo

Come figli umili, o Signore, ti chiediamo il perdono dei nostri peccati. Non guardare alla durezza dei nostri cuori, ma accoglici come un padre buono e misericordioso.
Noi ti preghiamo

Estendi, o Dio del cielo, la tua protezione a tutti coloro che sono deboli e indifesi. In modo particolare ti raccomandiamo le vittime della violenza e del terrorismo, i malati, gli anziani, chi è senza casa e famiglia. Aiutali e sostienili.
Noi ti preghiamo

Guida e proteggi o Signore la tua Chiesa ovunque diffusa, specialmente dove è in difficoltà, perseguitata o indebolita dal peccato. Fa’ che ogni tuo discepolo sia un annunciatore del Vangelo audace e credibile.
Noi ti preghiamo

Ogni discepolo del Vangelo, o Signore, è chiamato a vivere sempre e ovunque la priorità del voler bene. Fa’ che, in modo particolare, chi ha la responsabilità di guidare i fratelli e le sorelle verso di te viva la preoccupazione di realizzare con la sua vita i tuoi insegnamenti.
Noi ti preghiamo