lunedì 3 maggio 2010

Scuola del Vangelo 2008/09 - XII

XII incontro

Commento della Prima lettera
dell’Apostolo Giovanni
Quaresima tempo per scoprirci
figli del Vangelo e padri di molti
(11 marzo 2009)

1Gv 2,12-17
Evitare lo spirito del mondo
Scrivo a voi, figlioli, perché vi sono stati rimessi i peccati in virtù del suo nome.
Scrivo a voi, padri, perché avete conosciuto colui che è fin dal principio.
Scrivo a voi, giovani, perché avete vinto il maligno.
Ho scritto a voi, figlioli, perché avete conosciuto il Padre.
Ho scritto a voi, padri, perché avete conosciuto colui che è fin dal principio.
Ho scritto a voi, giovani, perché siete forti, e la parola di Dio dimora in voi e avete vinto il maligno.
Non amate né il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l`amore del Padre non è in lui; perché tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno!

Continuiamo la lettura della prima lettera di Giovanni, in tempo di Quaresima, affidandoci alle sue parole come a una guida sicura per giungere fino al traguardo dell’essere testimoni della Resurrezione del Signore a Pasqua.
Leggiamo il secondo paragrafo del capitolo II della lettera che è come un secondo passo, dopo il precedente in cui l’Apostolo ci ha esortato a conoscere Dio, cioè a divenire più simili a lui attraverso la prassi fedele del suo insegnamento, giuntoci attraverso le sue parole e le sue opere.
Non a caso infatti il Vangelo non ci tramanda solo i detti di Gesù e nemmeno è una sua biografia ma è piuttosto la sapiente trasmissione delle parole e dei gesti di Gesù, perché gli uni si illuminino attraverso gli altri. Parola e azione di Gesù sono inseparabili e assieme ci mostrano quella unità di cui parlavamo definendola come l’interiorità che una volta acquistata ci ridà la pace.
Questo secondo passo si apre con delle constatazioni. Non sono tanto un augurio o una esortazione, ma la constatazione dell’efficacia che la Parola di Dio ricevuta dai discepoli di Giovanni ha già operato nella loro vita.
Essi non sono gente speciale, possiamo identificarci in loro, gente comune, ma unita dal desiderio di diventare sempre più fedelmente discepoli del Signore, un po’ come noi questa sera.
Eppure, se facciamo attenzione, parlando di loro Giovanni dice cose strabilianti:
“...vi sono stati rimessi i peccati in virtù del suo nome.
...avete conosciuto colui che è fin dal principio.
...avete vinto il maligno.
...avete conosciuto il Padre.
...avete conosciuto colui che è fin dal principio.
...siete forti, e la parola di Dio dimora in voi e avete vinto il maligno.”
O ci troviamo davanti a gente straordinaria, o Giovanni esagera o si illude. Potremmo avere l’impressione che Giovanni o sia un superficiale e crede di parlare a dei santi o che si illuda, non riconoscendo i difetti che sicuramente, come ciascuno di noi, quelle persone avranno avuto. Altrimenti Giovanni ci sembra faccia loro dei complimenti spropositati, per motivi sconosciuti.
Io credo piuttosto che Giovanni non sia né un superficiale né un adulatore, ma che piuttosto guardi a chi gli sta di fronte a partire da una prospettiva diversa, quella del Vangelo, che gli permette di vedere in quegli uomini lo straordinario che già sono portati dalla Parola a vivere.
“Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, affinché dia seme al seminatore e pane da mangiare, così è della mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non torna a me a vuoto, senza aver compiuto ciò che io voglio e condotto a buon fine ciò per cui l'ho mandata.” (Is 50,10-11)
Abbiamo parlato all’inizio di questi incontri dell’efficacia straordinaria della Parola di Dio, che non torna senza aver compiuto quello per cui è mandata, e abbiamo detto del diverso concetto di perfezione che non coincide con una idea di assenza di errore e difetto, ma con il vivere il desiderio di conoscere Dio.
“Gesù gli disse: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi»”. (Mt 19,21)
Per il Signore essere perfetto vuol dire amare, per questo Giovanni riesce a leggere nelle vite di quelli a cui si rivolge la forza straordinaria del Vangelo che cambia:
vince il peccato non perché impedisce il peccato, a cui restiamo sempre sottoposti, ma esso non è più l’ultima parola, quella definitiva e irrevocabile;
il male è sconfitto, non perché non si fa più sentire, ma perché davanti a lui non siamo più senza risorse e schiacciati;
siamo forti, non perché abbiamo vinto ogni debolezza, anzi, perché ci siamo scoperti bisognosi del Vangelo e abbiamo accettato di dipendere dal Signore;
abbiamo conosciuto Dio, non perché siamo già come lui, ma perché abbiamo cominciato a volergli bene.
E’ una visione ottimista della vita umana, che non vuol dire che vede solo il lato buono e si nasconde quello negativo, ma che guarda la vita come è veramente, cioè scorgendo il germe di vita nuova che il Vangelo vi ha seminato dentro.
Apparentemente ci sembra più realista chi vede solo la massa inerte, per Giovanni è più rilevante il germoglio che nasce e che si avvia a restituire vita al chicco morto.
Qual è il nostro modo di vedere quando guardiamo al mondo, agli altri e a noi stessi ?
Ci sembra normale constatare quanto è ancora forte il male, quando ancora siamo incatenati al suo dominio, quanto sembrano illusorie le nostre speranze di salvezza. Ma la cosa veramente straordinaria, ciò che è veramente rilevante, è che il Signore ci ha dato la forza di vincere il male: poi tanto resta da fare e ancora siamo troppo indietro, ma il potere è a nostra disposizione.
Sarebbe come se noi fossimo condannati a morte rinchiusi in carcere in attesa dell’esecuzione e ad un tratto, inaspettatamente, udissimo un grido che annuncia la grazia per tutti i condannati, e noi, invece di sentire tutta la gioia di una salvezza insperata ci cominciassimo a preoccupare di tutti i rischi a cui potremo andare incontro una volta usciti dal carcere. Stavamo per soccombere e invece la vita ci è restituita tutta intera. Certo dovremo vedere cosa farne, come spenderla, come non perderla di nuovo, ma il miracolo c’è ed è grandissimo.
Giovanni, testimone di questo avvenimento prorompe in un grido di vittoria: la morte imminente è scampata, vi è restituita la forza, il male è vinto, ogni colpa cancellata, è possibile conoscere Dio, ecc...
Certo, a noi resta sempre la possibilità di rifiutare di uscire dal carcere e di preferire restarvi chiusi ad attendere una esecuzione che prima o dopo verrà: a noi la scelta di accogliere la grazia salvifica portata dal Signore della vita, poiché nessuno potrà mai obbligarci ad accoglierla, nemmeno Dio stesso.
Una seconda osservazione su queste dichiarazioni di Giovanni: egli si rivolge una volta a figli, poi a padri e infine a giovani. Dal contesto e della lettera e dal senso delle frasi si capisce che Giovanni non intende riferirsi a diversi gruppi di persone, ma chiama ora così ora nell’altro modo le stesse persone.
Secondo me significa che tutti siamo figli di Giovanni perché egli esercita la paternità del Vangelo di cui è testimone, in quanto ha visto e conosciuto Gesù. Ma allo stesso tempo ricevendo quella testimonianza ciascuno è chiamato a divenire padre di altri a cui trasmetterla.
Non si è padri senza essere figli, cioè non saremo mai in grado di esercitare una paternità su qualcuno se non in quanto restiamo figli non di noi stessi, ma di una Parola che ci è annunciata e testimoniata; ma allo stesso tempo non possiamo essere veri figli della Parola ricevuta senza sentire l’esigenza di generare a nostra volta figli di quella stessa, attraverso la nostra testimonianza verace di un messaggio non nostro.
Per questo chi si avvia alla conoscenza di Dio è figlio dell’apostolo testimone, ma diventa anche padre di molti da condurre alla stessa conoscenza.
Questo ci permette allo stesso tempo di essere giovani che non vuol dire fingere di essere sempre un po’ ragazzini, come certe persone che si imbellettano sopra le rughe, ma la vera giovinezza vuol dire essere capace di essere figlio e padre o madre, senza isterilirsi nell’incapacità di generare nuova vita negli altri, né di credere di essere adulti abbastanza da non avere più bisogno di sentirci figli.
La seconda parte del paragrafo ci parla del mondo e della necessità di non amarlo:
“Non amate né il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l`amore del Padre non è in lui”
Cosa significa? Spesso nel modo di sentire comune si è interpretato questo e simili affermazioni della scrittura come una specie di esortazione al distacco e disprezzo della vita terrena, come se l’attaccamento alle realtà mondane fosse in alternativa all’amore per la dimensione spirituale alla quale appartiene la fede, l’anima, ecc...
Gv 8,23 : Egli diceva loro: «Voi siete di quaggiù; io sono di lassù; voi siete di questo mondo; io non sono di questo mondo.
Nella scrittura non esiste solo questo disprezzo per il mondo inteso come la vita terrena. Il mondo è presentato dal Vangelo anche come una realtà positiva:
Mt 5,14 : Voi siete la luce del mondo. (il mondo non è solo tenebre)
Mt 13,38 : il campo è il mondo; il buon seme sono i figli del regno; le zizzanie sono i figli del maligno; (il mondo è capace di accogliere il seme buono del Vangelo)
Mt 24,14 : E questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; (il mondo può accogliere il vangelo del regno)
Ci aiutano a capire meglio il valore del mondo per il Vangelo i brani seguenti in cui viene specificato il rapporto di Gesù con esso.
Gv 3,16 : Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.
Gv 3,17 : Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Gv 1,10 : Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l'ha conosciuto.
Cioè Giovanni dice che il mondo è una realtà di per sé neutrale, ma può accogliere o rifiutare il suo Salvatore.
Gv 6,33 : il pane di Dio è quello che scende dal cielo, e dà vita al mondo.
Gv 6,51 : Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane che io darò è la mia carne, [che darò] per la vita del mondo.
Gesù infatti è venuto a dare la vita al mondo (cioè a renderlo da realtà di morte in realtà viva) e per la vita del mondo.
Il mondo come realtà da rifiutare è pertanto quella realtà che non è vivificata dalla presenza salvifica del Signore, impermeabile al suo Vangelo, inospitale per il seme della vita eterna, incapace di accogliere e riconoscere in Gesù il salvatore. E’ il mondo nella sua materialità che rifiuta di riconoscere la possibilità di un oltre rappresentato dall’amore che può vincere la morte; il mondo nel suo essere ottusamente legato solo a ciò che si vede e si tocca, che non avverte la vita che palpita dentro le realtà; è il mondo che in ultima analisi da il valore alle realtà in base a quanto costano:
la vita del povero vale poco perché è senza prezzo ed è diminuita dalla miseria o dalla malattia;
la vita del ricco vale molto perché ha forza e può guadagnare, possiede molti beni;
chi non ha da dare in cambio nulla non è ritenuto degno di attenzione;
chi può dare molto è corteggiato e ricercato; ecc...
Gv 14,17 : lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché dimora con voi, e sarà in voi.
E’ questo il mondo a cui Giovanni ci esorta a non legare la nostra vita: “concupiscenza” è infatti il desiderio di possedere: il ricco è abituato a guardare le cose pensando che se le vuole se le compra, gli oggetti materiali, ma anche la gente, i sentimenti, ecc…
E’ questa illusione di onnipotenza di possesso che Giovanni condanna, perché illusoria e malvagia, mentre propone di fare la volontà di Dio, cioè di attaccare la propria vita al mondo a cui il Signore ha restituito vita e salvezza, ha redento.
Ad esempio i beni sono ricchezza dannosa se vi siamo attaccati come a ciò che ci salva, ma sono strumento di bene se vivificati dalla generosità di un uso per chi ne ha bisogno.

Scuola del Vangelo 2008/09 - XI

XI incontro

Commento della Prima lettera
dell’Apostolo Giovanni
Quaresima tempo opportuno per conoscere Dio
(4 marzo 2009)

1 Gv 2,3-11
“Da questo sappiamo d’averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: “Lo conosco” e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui; 5 ma chi osserva la sua parola, in lui l`amore di Dio è veramente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui. 6 Chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato. Carissimi, non vi scrivo un nuovo comandamento, ma un comandamento antico, che avete ricevuto fin da principio. Il comandamento antico è la parola che avete udito. E tuttavia è un comandamento nuovo quello di cui vi scrivo, il che è vero in lui e in voi, perché le tenebre stanno diradandosi e la vera luce già risplende. Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre. Chi ama suo fratello, dimora nella luce e non v`è in lui occasione di inciampo. Ma chi odia suo fratello è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi.”

La prima lettera di Giovani al capitolo secondo si rivolge ai suoi destinatari esortandoli con tre raccomandazioni:
1. Osservare i comandamenti, specie la carità
2. Evitare lo spirito del mondo
3. Fuggire l’anticristo.
La riflessione su questo capitolo ci coglie nel tempo di Quaresima e mi sembra bello cogliere questi tre consigli dell’Apostolo Giovanni come compagni del nostro cammino.
Prendiamo oggi in esame il primo:
Osservare i comandamenti, specie la carità
Giovanni ci vuole innanzitutto spiegare cosa vuol dire conoscere Dio. Nella lingua della Scrittura il verbo “conoscere” ha un’intensità tuta particolare: si usa per indicare l’entrare in un rapporto profondo, tanto che lo si usa ad esempio per indicare l’atto sessuale. Significa entrare in una relazione profonda e duratura. Vedi gli esempi:
Gen 4,1:
“Adamo conobbe Eva, sua moglie, la quale concepì e partorì Caino, e disse: «Ho acquistato un uomo con l'aiuto del Signore».”
2Sam 7,20:
“Che potrebbe Davide dirti di più? Tu conosci il tuo servo, Signore, Dio!”
1Re 8,39:
“tu esaudiscila dal cielo, dal luogo della tua dimora, e perdona; agisci e rendi a ciascuno secondo le sue vie, tu, che conosci il cuore di ognuno; perché tu solo conosci il cuore di tutti i figli degli uomini.”
1Cr 17,18:
“Che potrebbe Davide dirti di più riguardo all'onore che è fatto al tuo servo? Tu conosci il tuo servo.”
Sal 69,5:
“O Dio, tu conosci la mia stoltezza, e le mie colpe non ti sono nascoste.”
Sal 139,1:
“Signore, tu mi hai esaminato e mi conosci.:
Sal 139,4:
“Poiché la parola non è ancora sulla mia lingua, che tu, Signore, già la conosci appieno.”
Sal 139,23:
“Esaminami, o Dio, e conosci il mio cuore. Mettimi alla prova e conosci i miei pensieri.”
Ger 12,3”
“Signre, tu mi conosci, tu mi vedi, tu provi quale sia il mio cuore verso di te.”
At 1,24:
“Poi in preghiera dissero: «Tu, Signore, che conosci i cuori di tutti, indicaci quale di questi due hai scelto”
Sono tutti esempi di come la conoscenza fra persone e con Dio ha sempre una intensità notevole. E’ lo stare uno di fronte all’altro senza veli.
Conoscere Dio per Giovanni significa stringere con lui una profonda amicizia, e lo si vede perché ha un risvolto concreto: . “Da questo sappiamo d’averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: “Lo conosco” e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo”
Conoscere Dio è allora innanzitutto fare quello che lui dice e quello che lui ha fatto:
“Chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato.”
E’ evidente da quanto detto la differenza con l’idea comune del “conoscere qualcuno o qualcosa” che comunemente usiamo. Conoscere qualcuno ci coinvolge intellettualmente: magari so di chi è figlio, quando è nato, che lavoro fa, i suoi gusti, e altri mille dettagli. Conoscere Dio per Giovanni significa invece diventare come lui.
Il senso è che quando entriamo in amicizia con Dio, quando cominciamo a gustarne la bellezza siamo immancabilmente attratti da lui.
E’ esattamente quello che dice Giovanni: si comincia a eseguire i suoi comandi, per fiducia, senza sapere bene magari cosa significa fino in fondo, e questo ci modella l’umanità rendendoci simili a lui: “chi osserva la sua parola, in lui l`amore di Dio è veramente perfetto”.
A questo punto il rapporto di amicizia con Dio ci porta ad assomigliargli sempre di più, cioè a “conoscerlo” .
Per la nostra Quaresima Giovanni ci propone proprio questo: cercare di conoscere Dio, ma ci indica anche il cammino da fare per realizzare questa conoscenza: “osservare i suoi comandamenti”. E’ qualcosa che coinvolge un po’ tutta la nostra umanità:
la fatica intellettuale di ascoltare la parola e comprendere cosa ci chiede,
lo sforzo concreto di metterla in pratica, con forza di volontà e tenacia,
l’attenzione a gustarne gli effetti nel nostro intimo, ad accorgerci dei cambiamenti,
la disponibilità del cuore a provarne i sentimenti, ecc…
Come si vede è un impegno che coinvolge tutto se stesso e ci trasforma interamente ed inoltre è in grado di farci giungere alla perfezione. Quest’ultima non va quindi intesa tanto come il grado supremo, il traguardo irraggiungibile di chi è senza difetti e possiede tutta la verità. E’ una idea scolastica e mondana di perfezione come assenza di difetto. La perfezione biblica è quasi il contrario, significa cioè l’aver capito da dove cominciare il cammino, che non finirà mai, verso il Signore, per imparare a conoscerlo sempre più. Aver capito ciò e desiderare intraprendere questo itinerario ci rende evangelicamente perfetti, che non vuol dire arrivati, ma in cammino. Perfezione è qualcosa di dinamico, di sempre in evoluzione, come il cristiano pensa la via vita, e non la staticità di chi pensa di essere arrivato. Perfezione è aver capito che quello che vale è essere nel suo amore, imparare a viverlo, sforzarci di non rifiutarlo, desiderarlo come la cosa più importante: il resto è opera di Dio, a cui noi non resistiamo.
Se proviamo a viverlo scopriremo la nostra interiorità. E’ qualcosa di importante: è il punto in cui sentiamo che azioni, pensieri, sentimenti, sforzi, ecc. non sono tante cose disperse, ma tutte queste cose sono unite fra loro in una profonda unità. E’ quel “dimorare in Cristo” di cui parla la lettera. Tante volte invece l’esperienza comune è che esse sono slegate e anche magari le une contro le altre, o casualmente avvicinate, così come capitano, come reazioni istintive, umori passeggeri, decisioni di cui non sappiamo dire bene il perché; dissidio e contrasto fra quello che diciamo e facciamo e desidereremmo, ecc…, conseguenza di un seguire le voglie momentanee o i consigli di chi capita. Acquistare questa interiorità che riunifica una vita spesso in contrasto con se stessa ci ridona quella pace del cuore di cui spesso sentiamo così bisogno.
Giovanni sottolinea che questa esperienza è qualcosa di antico e di nuovo allo stesso tempo:
“Carissimi, non vi scrivo un nuovo comandamento, ma un comandamento antico, che avete ricevuto fin da principio. Il comandamento antico è la parola che avete udito. 8 E tuttavia è un comandamento nuovo quello di cui vi scrivo, il che è vero in lui e in voi, perché le tenebre stanno diradandosi e la vera luce già risplende.”
L’apostolo vuol dire che il comandamento da seguire è antico perché è quella volontà buona che il Padre fin dalla creazione ha sognato per l’umanità intera, ma allo stesso tempo ad ognuno è offerto con la novità di una proposta personale, con il gusto dei tratti dell’esperienza di ciascuno. E’ nuovo perché ciascuno lo deve assumere e vivere come qualcosa di inedito, non scontato.
Poi è un comandamento nuovo perché con la venuta di Gesù è diventato possibile entrare in un rapporto con Dio come prima mai era stato possibile, e infatti Giovanni nel Vangelo dice :
“Nessuno ha mai visto Dio; l'unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l'ha fatto conoscere.” (Gv 1,18)
Giovanni conclude questo passo indicando quale sia l’essenza del comandamento da seguire per conoscere Dio: voler bene al fratello e alla sorella.

Scuola del Vangelo 2008/09 - X

X incontro

Commento della Prima lettera
dell’Apostolo Giovanni
Il Mercoledì delle Ceneri
(21 gennaio 2009)

1Gv, 2,1-2
“Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto. Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo.”

Questo nostro incontro cade nel giorno del mercoledì delle ceneri che apre il tempo di Quaresima. La cenere è segno dell’umiltà di chi si riconosce peccatore e bisognoso davanti a Dio e ai fratelli:
La scrittura usa spesso l’immagine della cenere, riferendosi all’uomo:
Cospargersi il capo di cenere è un gesto che vuole significare umiliazione, pentimento e richiesta di perdono:
“Ogni uomo o donna israelita e i fanciulli che abitavano in Gerusalemme si prostrarono davanti al tempio e cosparsero il capo di cenere e, vestiti di sacco, alzarono le mani davanti al Signore” (Gdt 4, 11)
“Quando Mardocheo seppe quanto era stato fatto, si stracciò le vesti, si coprì di sacco e di cenere e uscì in mezzo alla città, mandando alte e amare grida” (Est 4,1)
“In quel giorno digiunarono e si vestirono di sacco, si sparsero la cenere sul capo e si stracciarono le vesti.” (1Mac 3,47)
”Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino. Io vi dico che in quel giorno Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città. Guai a te, Corazin, guai a te, Betsàida! Perché se in Tiro e Sidone fossero stati compiuti i miracoli compiuti tra voi, già da tempo si sarebbero convertiti vestendo il sacco e coprendosi di cenere.” (Lc 10,13 – Mt 11,21)
Altri brani della Scrittura spiegano il perché di questo gesto. E’ il riconoscimento della debolezza dell’uomo che davanti a Dio si mostra per quello che veramente è: polvere e cenere.
“Abramo riprese e disse: "Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere...” (Gn 18, 27)
“Perché mai si insuperbisce chi è terra e cenere?” (Sir 10,9)
“Che c'è di più luminoso del sole? Anch'esso scompare. … Esso sorveglia le schiere dell'alto cielo, ma gli uomini sono tutti terra e cenere.” (Sir 17,27)
E’ lo stato dell’uomo debole e malfermo, in balia della malattia e degli eventi della vita:
“Ora mi consumo
e mi colgono giorni d'afflizione.
Di notte mi sento trafiggere le ossa
e i dolori che mi rodono non mi danno riposo.
A gran forza egli mi afferra per la veste,
mi stringe per la scollatura della mia tunica.
Mi ha gettato nel fango:
son diventato polvere e cenere.” (Gb 30,19)
L’umiltà a cui questo gesto invita non è pertanto un volersi mostrare meno di quello che si è, un gesto di falsa modestia, ma è soprattutto l’accettazione realistica del proprio vero essere: impotente, passeggero, incapace di bastare a sé.
La cenere dice la verità della nostra vita principalmente perché essa è l’origine della nostra vita fisica e il suo futuro. Il nostro corpo fu creato da un impasto di terra e cenere e tornerà ad essere, con la morte, terra e cenere.
Perché insistere sul ricordo di cosa siamo veramente?
Non è un eccesivo svilimento dell’uomo?
Non è un rifiuto sdegnoso della bellezza del creato, della natura, dell’umanità stessa?
Non è deprimente e contro la fiducia in sé dell’uomo? Ecc…
E’ una critica rivolta spesso alla fede, come se volesse cancellare il valore di tutto ciò che è fisico e naturale nell’uomo e attorno a lui. Ma è anche a volte ciò che rischiamo di pensare anche noi cristiani quando viviamo una fede spiritualista e disincarnata.
Il mistero dell’incarnazione di Cristo ci salva da questo pericolo estremista.
Ma il valore della memoria della cenere è per dire che la vita è anche qualcos’altro che resta e che conta. Possiamo chiamarla “anima” o “spirito” o “cuore” o “intelletto”, ma io la chiamerei più generalmente “vita”, come fa il vangelo che parla di “vita eterna”. E’ il nostro continuare ad essere che non è limitato solo al corpo, anche se in terra la vita racchiude anche il corpo, come anche il tempio racchiude la presenza divina, ma non si identifica con essa.
Avere ben presente questo concetto ci permette di capire che la vita è una fase, un passaggio e ridona all’esistenza di ciascuno la prospettiva più larga in cui inquadrarla. Noi non siamo solo l’oggi, più o meno breve, della mia prospettiva limitata, ma siamo uno ieri vasto quanto la storia dell’amore di Dio per l’uomo che ha sentito il bisogno di crearci, e un futuro lungo come l’eternità. La vita è il “frattempo”.
Questa coscienza non è per svilire il “frattempo” della vita, anzi.
L’idea, così diffusa, che l’uomo viene dal niente e torna al niente apparentemente vuole esaltare il valore della vita, come l’unica cosa che l’uomo ha, il suo valore “assoluto”. Non si tratta solo di quello che pensano gli atei, ma anche coloro che credono, pur dicendosi cristiani, in un materialismo ateo pratico, fatto di atteggiamenti e giudizi di valore sulla vita e le cose. A questa concezione sono collegate molte altre idee che ne conseguono:
1. l’idea del possesso della mia vita, la piena disponibilità che ciascuno ne ha (si veda tutto il dibattito attuale sul caso Englaro e in generale sull’eutanasia e il rifiuto delle cure e dell’alimentazione).
2. Ma poi un'altra conseguenza diretta è un senso disperato della vita, per le occasioni mancate, per l’irrimediabilità del tempo passato. Quello che faccio o non faccio è definitivo, determina la breve parentesi della vita senza possibilità di appello.
Per il cristiano questo non è vero.
Infatti inserire la propria vita in una prospettiva più ampia di un prima e un dopo, anche se diversi dall’oggi, ridona la prospettiva giusta.
1. In risposta al primo ordine di problemi per il cristiano la vita terrena non è il valore assoluto, è una parte, il vero valore è la “vita” in senso biblico, globale, unico vero valore eterno e supremo. Tanto che, ad esempio, il martire rinuncia volentieri alla vita terrena per non scalfire la pienezza di quella eterna.
Ecco perché tante polemiche da parte cattolica sul valore della vita risultano “spuntate”, perché la prospettiva del cristiano non si schiaccia sulla realtà contingente del presente dell’uomo terreno, ma parte dal valore assoluto non della vita terrena, ma di quella vera, eterna.
2. In risposta al secondo ordine di problemi collocare la vita terrena in una prospettiva ampia libera dall’angustia dell’irrimediabilità di come si è vissuto.
Spesso infatti l’uomo moderno ha paura di riconoscere il proprio errore, il peccato, il male vissuto, ecc… Si preferisce non ammetterlo, in vari modi: fare finta di niente, sfuggendo le occasioni di rendersene conto, o “spiegando” il perché, con la psicologia o altri espedienti.
Il rifiuto di affrontare la presenza del peccato nella nostra vita nasce dalla paura della sua irrimediabilità, ma ha come gravissima conseguenza di legarci ad esso negandoci la possibilità di vincerlo, di essere migliori.
Scrive Giovanni:
“Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto.”
C’è un rimedio al peccato che ci permette di non temerlo: la presenza difensiva di Cristo. Il cristiano anche all’ultimo attimo della sua vita può pentirsi, chiedere perdono, 1. perché la sua vita non finisce, 2. perché chi è in grado di giustificarlo e difenderlo è Gesù che continua a stare con lui sempre.
Giovanni non vuole relativizzare la gravità del peccato, ma inserirlo nella prospettiva larga della vita che non finisce, la prospettiva di Dio. E’ l’unico punto della scrittura in cui Gesù è chiamato “paraclito” cioè avvocato, o meglio, letteralmente, colui che è invocato accanto a sé per sostenerci nel momento del bisogno, per difenderci, per parlare al posto nostro, per trovare le vie di salvezza, ecc… Ma allo stesso tempo Gesù è definito “giusto”, non nel senso giuridico (dare a ciascuno quello che merita, perché sappiamo che Gesù non ha ripagato noi uomini con la stessa moneta con cui noi lo abbiamo trattato) perché ci mostra lui il modo “giusto” di essere, che è diverso dalla giustizia naturale, retributiva.
Giovanni sottolinea l’ampiezza di questa prospettiva:
“Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo.”
La giurisdizione di Gesù è universale, riguarda tutti i tempi e tutti i luoghi. Non conosce limiti.
Tornando quindi al gesto dell’imposizione delle ceneri riconoscere da dove viene la nostra vita terrena e verso dove va ci apre all’ampiezza sconfinata di una prospettiva larga, ci libera dall’angustia di una visione tutta materialistica e limitata della vita, dei suoi bisogni e delle sue possibilità, ci apre alla capacità di sperare oltre il limite di ciascuno, ci permette di sperare e cercare il perdono di Dio per assomigliare alla sua giustizia.
Questo gesto quindi ci permette di renderci di conseguenza conto della grandezza di Dio e del paradosso del fatto che lui si occupi di noi, addirittura si preoccupi di perdonarci:
“Tu mi hai dato molestia con i peccati, mi hai stancato con le tue iniquità. Io, io cancello i tuoi misfatti per amore di me stesso, e non ricordo più i tuoi peccati” (Is 43,25)
Dio non può fare a meno di essere “giusto” perché lui è amore. “Per amore di me stesso” vuol dire questo, per mia natura, per essere fedele a ciò che sono, dice Dio, non posso fare a meno di perdonare, dimenticare, passare oltre il male fatto, purché noi lo vogliamo.
Chinare il capo per ricevere la cenere esprime proprio questa volontà di non rifiutare l’amore di Dio e accettare di essere immessi nella prospettiva ampia della sua giustizia.

Scuola del Vangelo 2008/09 - IX

IX incontro

Commento della Prima lettera
dell’Apostolo Giovanni
L’uomo vero
(31 gennaio 2009)

1Gv, 1,5-10
Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che ora vi annunziamo: Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato.

Giovanni ha ricevuto un messaggio e vuole comunicarlo a tutti.
Nel mondo di oggi troppo spesso le parole sono o per confondere gli altri e dargli una fregatura (convincerci a comprare, a fare come vogliono, ecc… politica, pubblicità) oppure per mascherare il vuoto. Il Vangelo è innanzitutto un messaggio, ovvero le parole di qualcuno che ha qualcosa da dire di significativo, capace di cambiare la realtà.
Dobbiamo porci una domanda sul nostro parlare:
c’è un parlare per difendersi, per aumentare le distanze, per paura, per non incontrare
c’è un parlare che nasce dall’ascolto, per presentarsi come gente interessata, pronta a condividere e che ha qualcosa di importante da dire, per accorciare le distanze.
Spesso si parla di comunicazione, come una tecnica, il modo con cui risultare convincenti e vincenti sugli altri, il contenuto che conta?
Giovanni vuole rimettere al centro invece il fatto che ci sia un messaggio da comunicare.
E’ questa una buona notizia: c’è qualcosa da dire di importante e vero.
Il contenuto di questo messaggio è espresso attraverso una antinomia: luce/tenebre.
Anche qui c’è qualcosa di significativo, e cioè che la realtà è a tinte forti. Noi siamo sempre pronti a mediare, a trovare compromessi e mezze misure, ma la realtà è fatta anche di scelte decise: a favore o contro, scelta per il buio o per la luce. La logica delle mezze misure è per affermare che in fondo ogni scelta va bene e nessuna è decisiva. Sì, la luce va bene, ma poi bisogna sempre tenersi un angolo privato in ombra, oppure il buio è attraente, ma anche un po’ di luce per potersi gestire gli affari propri. Il nostro sembra il tempo delle mezze misure, del compromesso, del non chiamare le cose col loro nome.
In fondo la generazione degli adulti oggi fa fatica a trasmettere un messaggio forte a quella che viene dopo di lei e propone solo un andare avanti cercando di farsi strada, nei compromessi, nel cercare quello che conviene. Se non si ha un messaggio vero e forte non si sa neanche cosa scegliere e cosa rifiutare.
Dio è luce, significa che fa vedere le cose come sono veramente. Il buio e la penombra permette di adattare la realtà all’aspetto che più ci fa comodo che si confà alle nostre convenienze. La luce no, mette a nudo, mostra la verità delle cose e delle persone.
Può sembrare qualcosa di scontato: chi preferisce il buio, chi non dice di voler stare alla luce?
Giovanni propone una verifica chiara per capire se veramente preferiamo camminare nella luce: se “mettiamo in pratica la verità.”
Il tema della verità è caro a Giovanni. Spesso noi abbiamo un’idea di verità astratta. La mentalità semitica aveva un senso della realtà molto più concreto, senza la separazione tipica della filosofia greca (platonismo) fra mondo della concretezza e mondo delle cose spirituali o astratte. Per un ebreo non c’é separazione fra una cosa e l’idea di essa. Non esiste il concetto di Dio e poi la sua manifestazione concreta, come due realtà diverse. Dio è quello che ha liberato il popolo dalla schiavitù in Egitto e lo ha nutrito quarant’anni nel deserto, quello che ha dato le leggi a Mosé, quello che ha stipulato l’alleanza con Abramo, ecc… Per questo la Chiesa fin dai primi anni ha tanto lottato per mantenere il dogma che Gesù è vero uomo e vero Dio: per difendere la realtà di Gesù da chi affermava che l’idea di Dio era inconciliabile con la concretezza di Gesù Nazareno (la sua umanità, sofferenza, ecc…). No, il Dio dei cristiani non è un’idea, ma una persona. Per questo quando Giovanni dice che essere con Dio significa mettere in pratica la verità, intende dire essere veri uomini. Infatti per un uomo essere vero non significa esistere, esserci, ma non essere deformato dalla cupidigia, la violenza, l’odio, tanto da essere irriconoscibile. La verità dell’uomo è la verità di Dio, è quella somiglianza a lui con cui siamo stati creati.
Essere veri uomini ci rende fratelli e sorelle. Giovanni cioè dice che lo sforzo di essere uomini come Dio ci ha voluti, cioè veri uomini, ci rende fratelli. Allora la divisione, l’odio che tante volte ci separa è frutto di una distanza da Dio e dall’immagine vera dell’uomo.
C’è una forza umanizzante del Vangelo, dei cristiani, che riportano sulla terra e nella vita di tutti i giorni la vera umanità come è scaturita da Dio nel giorno della creazione, ma come scaturisce dalla forza creatrice dello Spirito che continua ad operare in mezzo a noi.
Questa forza umanizzante del cristiano è nelle nostre mani. E’ la capacità di trasformare la realtà cui a volte rinunciamo per metterci al servizio delle forze che pretendono di governarla come cosa sua. Il mondo è nostro, abbiamo la forza di umanizzarlo, ci dice Giovanni. E’ questo il messaggio forte che egli ha e propone a tutti.
Cosa vuol dire per noi fare nostro questo messaggio, senza accettare che il nostro parlare e il nostro agire comunichi invece schiavitù alle forze che pretendono di governare il mondo?
Idea dell’impossibilità, realismo, pessimismo, sono gli atteggiamenti di chi accetta la servitù.
Sogno, ottimismo, sguardo misericordioso e benigno, larghezza di vedute, sono le caratteristiche di chi cerca di mettere in pratica la verità di Dio, cioè di essere vero uomo, fratello e sorella.

Scuola del Vangelo 2008/09 - VIII

VIII incontro

Commento della Prima lettera
dell’Apostolo Giovanni
Conoscere Dio
(Sabato 24 gennaio 2009)

1Gv 1,1-4
Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l`abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta.

Le lettere dell’apostolo Giovanni fanno parte del corpus di opere a lui attribuite dalla tradizione che comprendono anche il Vangelo e l’Apocalisse. Sono opere caratterizzate da uno sforzo di penetrazione della vita di Gesù che va oltre la cronaca dei fatti e cerca di evidenziarne l’essenziale per la vita dell’uomo, di fornircene un’interpretazione dal forte spessore esistenziale.
Il Vangelo e le lettere vogliono cioè trasmettere una conoscenza di Gesù che possa veramente trasformare la vita. Per Giovanni questo è un elemento caratterizzante della vita di Gesù che ha vissuto per comunicare e farsi conoscere, ma può divenire anche una forza che trasforma la nostra esistenza.
Questo modello di uomo trova il proprio senso nell’altro, nella comunicazione ed estroversione, nel rapporto col Padre e con gli uomini.
Dicevamo già all’inizio dei nostri incontri che la fede cristiana è caratterizzata da un incontro personale con il Signore. Parte dall’accorgersi della sua esistenza e piano piano cresce quando noi cominciamo a entrare in dialogo con lui e a sentire la sua presenza accanto a noi come qualcosa di reale e di buono per la nostra vita.
Giovanni parte dalla sua esperienza vissuta: in 1,1 insiste su questo carattere di esperienza personale, fisica, umana, completa. Questa sua insistenza quasi ripetitiva non ha solo lo scopo di affermare la verità di ciò che dice, ma soprattutto per comunicare che è qualcosa di coinvolgente tutti gli aspetti dell’esistenza umana: non è solo uno sforzo intellettuale, o l’osservanza di una regola (i valori o i principi a cui uniformarsi), ma è l’esperienza di un rapporto totalizzante.
Questo rapporto è “con il Verbo della vita” cioè con un Dio che non è estraneo al nostro vivere. Giovanni vuole contrastare una idea di fede e religione che non coinvolge la vita. Anzi, dice, la vita vera la capiamo solo a partire dalla vita che è in Dio. E’ quella la vita vera, la vita che non finisce, quella che resta per sempre.
Facciamo un esempio: l’amore vero è quello di Dio, non finisce, nemmeno la morte lo limita, la resurrezione è proprio questa esplosione di amore che supera ogni barriera; poi non delude, perché è fedele nella storia, non parte da una idea di contraccambio, ma invece è gratuito; poi è un amore che si trasmette, non è chiuso in se stesso, anzi più si diffonde e più è autentico e forte; ecc.. Ma questo stesso amore, questa stessa vita, è anche l’amore che Dio ci propone di vivere, e lo capiamo in un rapporto personale stretto con Dio: stando con lui impariamo ad assomigliargli, a prenderne i tratti. Vivere con Dio ci comunica la sua vita, ed è una vita che non finisce.
L’estroversione dell’uomo: il mio senso lo trovo nell’altro, nella comunicazione.
Giovanni rivela lo scopo del proprio sforzo di comunicazione della buona notizia dell’incontro con la vita vera, cioè il Verbo fatto carne come noi: per essere in comunione tra di noi. Questo, vuol dire Giovanni, è lo scopo, il buono della vita umana: non essere da soli ma assieme agli altri, e assieme in un modo non formale o casuale, ma profondo come la comunione.
Ma poi aggiunge che la comunione, cioè il nostro rapporto con gli uomini che da senso alla vita, nasce sul rapporto con il Padre e il Figlio. E’ questo il nostro modello di rapporto con gli uomini: come il Padre e il Figlio si amano e come amano noi, così anche noi possiamo amare loro e gli altri.
Giovanni conclude il primo capitolo con l’affermazione 1,4. Lo sforzo di comunicare queste realtà ad altri è la “nostra” gioia. Cioè non solo rende felice me, non solo fa felici voi, ma ci rende felici se lo viviamo assieme. Idea cristiana della felicità che non può fare a meno e prescindere dalla felicità altrui. Questo vuol dire che io non posso essere felice da solo, ma anche che non posso essere triste da solo per quello che capita a me. La gioia cristiana è una gioia collettiva.
Queste idee di Giovanni contrastano con molte idee comuni:
Idea individualistica della vita: non ho bisogno degli altri, essi sono un peso, non sono indispensabili, non farsi influenzare, autonomia e indipendenza, salute fisica e giovinezza come esaltazione di ciò,
Idea materialistica della vita, monetizzazione di ciò che conta, utilitarismo nei rapporti, nelle scelte, nel valutare ciò che conta.
Idea di fede come esecuzione di regole e applicazione di valori.

Scuola del Vangelo 2008/09 - VII

VII incontro

Il Natale è una liturgia dell’accoglienza
(14 gennaio 2009)

Il consumismo ci porta a vedere il Natale come qualcosa che “passa”, una parentesi che si apre e poi chiudendosi lascia tutto come prima. In realtà il Natale è innanzitutto una nascita, cioè è l’inizio di qualcosa di nuovo che poi continua.
“Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace” (Is 9,5).
Come è noto viviamo questa festa circondati e trascinati dal clima consumista che l’accompagna, dall’invito a vivere un ripiegamento su di sé, a festeggiare se stessi nel chiuso dell’ambito familiare che in qualche modo sembra il più adatto a garantirci dall’intrusione di elementi di disturbo della concentrazione egocentrica. Per molti questo, e nulla più, è il Natale.
In questo clima noi però abbiamo ascoltato l’annuncio della nascita del Salvatore:
“l'angelo disse loro: "Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore.” (Lc 2, 10-11)
Il mondo però, istupidito, non presta attenzione a questo annuncio, perché non comprende che ha bisogno di essere salvato: da che cosa mai? Si chiede sazio e soddisfatto di sé. Piuttosto rende questa festa una caricatura dissacrante della gioia annunciata dagli angeli, con il rito del cenone e di altre simili tradizioni.
Se qualcuno ci chiedesse di cosa abbiamo bisogno forse saremmo in grado di fare un lungo elenco di cose che ci mancano o di situazioni da risolvere, ma difficilmente saremmo in grado di dire da cosa dobbiamo essere salvati?
Il bisogno di essere salvati è del naufrago, non il nostro !
Il nostro rischio più grave è proprio questo, non credere che abbiamo bisogno di essere salvati e, di conseguenza, proprio per questo non dare valore a questa nascita, e trasformarla in un’occasione, come tante altre, di pensare a sé, comprare, stare in casa, ecc…
Io credo che in realtà tutti noi abbiamo un grande bisogno di essere salvati.
Guardando la realtà attuale mi sembra che, fra gli altri, due siano principalmente gli elementi che minacciano la salvezza dell’uomo:
una grande crisi della pietà, basti pensare alla normalità con cui si guarda alla guerra, per es. in Terra Santa: anche i pacifisti dicono che Israele fa bene a difendersi aggredendo, e il conto dell’ennesimo conflitto scoppiato in questi giorni è giunto ormai a oltre mille morti, per la maggior parte inermi civili;
e una dittatura del materialismo, che non consiste più, come era un tempo, nella negazione dell’esistenza di Dio, ma nel dire che, anche se c’è, Dio non ha una rilevanza concreta sulla vita, piuttosto, al massimo, si identifica con alcuni valori o è uno sfondo decorativo della storia e dell’esistenza dell’uomo. Conseguenza di ciò è l’affievolimento di ciò che è spirituale, nel senso di non economico e quotabile. L’uomo è ciò che compra, appiattito su una dimensione meramente economicista vale per quanto guadagna, per la sua capacità produttiva, ma ancora di più per il valore monetario che sa ricavare con ogni mezzo, senza andare troppo per il sottile. Di conseguenza tutto si compra, tutto ha un mercato, e tutto deve essere rimborsato o dare luogo a un guadagno. Essere in perdita è un disvalore, rimetterci una sconfitta, ricavare poco un segno di incapacità.
Questo modo di ragionare invade sempre più tutti gli aspetti della vita dell’uomo, il suo modo di parlare e agire, i sentimenti e i rapporti familiari e amicali, la struttura della società e i giudizi sui suoi componenti. Persino la cultura è giudicata inutile, a meno che non generi un profitto. La felicità è commisurata ai beni posseduti. I desideri e i progetti sono delineati sullo schema imprenditoriale di ricavo e perdita, e così via. Anche Dio e la religione, nella misura in cui c’è una convenienza economica o di immagine, possono benissimo essere inclusi in questo quadro, purché non ne mettano in discussione i fondamenti. Infatti i criteri non sono ideologici, ma utilitaristici. Questo modo di pensare non coinvolge solo chi ha grande disponibilità di mezzi, come una interpretazione antiquata suggerirebbe, ma, in un’epoca di cultura globalizzata l’unica differenza fra le classi sociali è il grado di frustrazione che vivono nel tendere tutti allo stesso ideale di felicità materiale riuscendo solo in parte a conseguirla. Prova ne sono i modelli di comportamento e le mode che unificano le popolazioni giovanili di tutto il mondo, sviluppato o meno, occidentale e orientale, annullando le differenze culturali e tradizionali, e generando un malcontento crescente in quanti aspirano a livelli di benessere che gli sono preclusi.
Mi sembra che questi due elementi, connessi fra loro e con una lunga serie di conseguenze e addentellati, offrano un quadro che non può non impensierire noi cristiani, come una minaccia seria alla salvezza di chi, consapevolmente o meno, ne fa la prospettiva della propria esistenza. Ma ciascuno di noi può leggere nella propria vita personale tante tracce di questa mentalità che pervade tutti gli aspetti del nostro vivere quotidiano.
In questa situazione risuona ancora una volta l’annuncio dell’angelo: “oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore.”
Ma come può un piccolo bambino appena nato farsi spazio nelle maglie strette del vivere agitato e confuso di oggi per portarci la salvezza? Come aiutarlo a frasi spazio e a non far soffocare la sua voce nel frastuono? In un passo antico della Scrittura mi sembra che troviamo una indicazione preziosa.
“Esdra espone al popolo la legge
Allora tutto il popolo si radunò come un solo uomo sulla piazza davanti alla porta delle Acque e disse ad Esdra, lo scriba, di portare il libro della legge di Mosè che il Signore aveva dato a Israele. Il primo giorno del settimo mese, il sacerdote Esdra portò la legge davanti all`assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere. Lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque, dallo spuntar della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci di intendere; tutto il popolo porgeva l`orecchio a sentire il libro della legge. … ; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore Dio grande e tutto il popolo rispose: "Amen, amen", alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore. …. Essi leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e con spiegazioni del senso, e così facevano comprendere la lettura. Neemia, che era il governatore, Esdra sacerdote e scriba e i leviti che ammaestravano il popolo dissero a tutto il popolo: "Questo giorno è consacrato al Signore vostro Dio; non fate lutto e non piangete!". Perché tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge. Poi Neemia disse loro: "Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza". I leviti calmavano tutto il popolo dicendo: "Tacete, perché questo giorno è santo; non vi rattristate!". Tutto il popolo andò a mangiare, a bere, a mandare porzioni ai poveri e a far festa, perché avevano compreso le parole che erano state loro proclamate.” (Esdra 8)
Il quadro grandioso è la descrizione di una liturgia solenne dell’accoglienza. Accoglienza della Parola di Dio e accoglienza del povero. Le due cose nel brano sono congiunte, anzi l’una è dipendente dall’altra.
Vediamo infatti che tutto il popolo è radunato e ascolta la parola di Dio che viene proclamata. Non è un raduno casuale, ma un atto vissuto da tutti con particolare solennità.
La reazione del popolo è di gente che si sente toccare il cuore; sentono proclamare la Parola di Dio dopo tanto tempo, avvertono la propria distanza dal Signore e ne provano dolore.
Neemia sottolinea che non bisogna piangere, ma gioire, perché la Parola di Dio viene proclamata proprio per abbreviare la distanza di ciascuno da Dio.
L’ascolto si trasforma in azione concreta: Neemia chiede di fare festa perché il popolo ha fatto esperienza della venuta della loro salvezza, e proprio questa festa è la forza del popolo perché è il segno di una nuova vicinanza col Signore.
Per essere vera la festa non può escludere nessuno dei membri del popolo, anche chi è povero e non può permettersi di celebrare il banchetto.
Noi a Natale abbiamo vissuto lo stesso:
Abbiamo ascoltato la proclamazione della Parola di Dio contenente l’annuncio della nostra salvezza, cioè la nascita di Dio sulla terra.
Siamo rimassi commossi e colpiti da questo gesto di Dio, perché se da un lato rinnova la coscienza della nostra distanza da lui, dall’altro ci dimostra la sua disponibilità ad abbreviare questa distanza. La nascita di un salvatore ci ricorda infatti il nostro bisogno, il nostro non bastare a noi stessi, ma ci dà anche gioia perché il nostro bisogno è colmato da lui.
Non si può non gioire di questo annuncio, e questa gioia del Natale è la nostra forza. Infatti se non viviamo questa gioia, cioè non ci accorgiamo della straordinaria occasione di salvezza che ci è offerta restiamo in balia dei venti consumisti e materialisti spietati del mondo.
Questa gioia non è vera se non è condivisa con tutto il popolo. Non solo i familiari, non solo la cerchia ristretta dei vicini, ma anche gli ultimi, anzi soprattutto loro: abbiamo avuto l’occasione di vivere ciò alla cena di Natale con i poveri.
Questo è quello che abbiamo cercato di vivere a Natale, ma è anche quello che ci è proposto ogni volta che apriamo la Scrittura: celebrare la liturgia dell’accoglienza..
Forse nel vivere tutto ciò non abbiamo capito fino in fondo, ma non importa. L’importante è che quella gioia che abbiamo provato resti la nostra gioia, perché è il segno che la salvezza ci ha raggiunti.

Scuola del Vangelo 2008/09 - VI


VI incontro

Preparazione e organizzazione
della Cena di Natale con i poveri
(13 dicembre 2008)


Scuola del Vangelo 2008/09 - V

V incontro

Siamo invitati al banchetto del Regno di Dio
(6 dicembre 2008)

Gesù parla spesso di un banchetto: è il suo modo di rappresentare la vita. Non è una scelta casuale, si ripete più volte nell’arco dell’esperienza terrena di Gesù:
il banchetto delle nozze di Cana segna l’inizio della sua vita pubblica, è il suo primo miracolo (Gv 2, 1-ss.);
sempre a tavola possiamo dire che si conclude la vicenda terrena di Gesù: Emmaus (Lc 24,13-ss.)
l’ultima cena è il momento in cui lascia in eredità ai discepoli la sua presenza reale e concreta nell’Eucaristia (Lc 22)
Diverse volte il Vangelo ci parla di una tavola imbandita, a cui Gesù partecipa come convitato, oppure è l’immagine usata dal Signore in parabole che parlano del Regno di Dio o in situazioni analoghe:
Lc 5, 9-ss.; Mt 8,11; Mt 9,10; Mt 22, 1-ss; Lc 7, 36-ss.; Lc 11, 37-ss.; Lc 14,12-ss.; Lc 17, 8; Lc 22, 8; Gv 12, 2; Gv 13,2; Gv 21,20;
tanto che Gesù viene definito “un mangione e un beone” (Mt 11,19 –Lc 7,34).
Ci chiediamo oggi: che cosa significa questa immagine che Gesù sceglie? Ce lo chiediamo non a caso, ma in continuazione con la riflessione passata e in vista del pranzo di Natale che fra poche settimane ci vedrà impegnati ad accogliere i poveri per festeggiare proprio a tavola la nascita del Signore.
Innanzitutto credo che il primo motivo che possiamo immaginare per il quale Gesù insiste su questa immagine è perché la tavola è una festa, riunisce gli uomini e le donne assieme, è luogo pacifico, di dialogo, di gioia conviviale, ecc… E’, in questo senso, un’immagine accattivante:
“Gesù disse ad un uomo che lo aveva invitato a pranzo: "Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti". Uno dei commensali, avendo udito ciò, gli disse: "Beato chi mangerà il pane nel regno di Dio!". Gesù rispose: "Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: Venite, è pronto. Ma tutti, all’unanimità, cominciarono a scusarsi. Il primo disse: Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego, considerami giustificato. Un altro disse: Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego, considerami giustificato. Un altro disse: Ho preso moglie e perciò non posso venire. Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al padrone. Allora il padrone di casa, irritato, disse al servo: Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui poveri, storpi, ciechi e zoppi. Il servo disse: Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto. Il padrone allora disse al servo: Esci per le strade e lungo le siepi, spingili a entrare, perché la mia casa si riempia. Perché vi dico: Nessuno di quegli uomini che erano stati invitati assaggerà la mia cena".
Siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse: "Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace. Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. Il sale è buono, ma se anche il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si salerà? Non serve né per la terra né per il concime e così lo buttano via. Chi ha orecchi per intendere, intenda". (Lc 14)
In un passo analogo del vangelo sinottico di Matteo, al capitolo 22, Gesù parla di un banchetto che un re organizza per il matrimonio di suo figlio.
Possiamo leggere questa situazione come l’immagine che ci ritrae in questo tempo di avvento in cui il Signore vuole preparare un banchetto a festeggiare le nozze del suo Figlio con l’esistenza umana, il suo Natale sulla terra. Sono nozze che inaugurano un rapporto nuovo, intimo, il matrimonio fra Dio, il suo popolo e l’umanità intera, dopo tanti secoli di storia caratterizzata da una grande distanza. E’ una unione stretta, definitiva, le nozze dopo un lungo fidanzamento.
In questo Avvento viviamo il tempo in cui il Signore prepara il banchetto delle nozze e ci invita a parteciparvi.
Quali sono le caratteristiche di questo banchetto?
“Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”
Riprendendo il filo del nostro discorso dell’altra volta, possiamo dire che l’invito del Signore raggiunge innanzitutto chi vive uno stato di bisogno e non lo nega, ma anzi desidera essere invitato. Lo dicevamo: tutti siamo deboli e fragili e viviamo il bisogno dell’altro, di Dio e dei fratelli, ma in molti lo mascheriamo e facciamo in modo di non crederci. Chi vive così riceve l’invito, ma lo rifiuta, perché si sente superiore, ha sempre qualcosa di più importante da fare, come dice la parabola:
“All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: Venite, è pronto. Ma tutti, all’unanimità, cominciarono a scusarsi. Il primo disse: Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego, considerami giustificato. Un altro disse: Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego, considerami giustificato. Un altro disse: Ho preso moglie e perciò non posso venire.”
Il servo della parabola è l’angelo che annuncia a Natale la nascita di Gesù, il matrimonio di Dio con l’umanità, e invita tutti a condividere la gioia di questa grande festa, ma chi apre la porta di casa propria per farlo nascere?
Il Signore non si scoraggia per i rifiuti che riceve, ma insiste: lui, a differenza degli uomini, non maschera il suo bisogno degli altri. Noi potremmo istintivamente pensare che Dio avrebbe potuto benissimo fare a meno degli ospiti, che bisogno ne aveva? Ma come dicevamo, il bisogno dell’altro è nella sua natura, e questo lo spinge a mandare i suoi servi ad invitare tutti quelli che può, finché la sala non è piena:
“Allora il padrone di casa, irritato, disse al servo: Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui poveri, storpi, ciechi e zoppi. Il servo disse: Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto. Il padrone allora disse al servo: Esci per le strade e lungo le siepi, spingili a entrare, perché la mia casa si riempia.”
E’ un Dio esagerato, non si dà pace finché non c’è proprio più posto, scandalo per il nostro realismo che fa sempre attenzione a non superare certi limiti: qualcuno sì, ma senza esagerazione, qualche volta va bene, ma non sempre, ecc…
Possiamo dire che la felicità di Dio è la casa piena. E’ un paradosso, perché la casa di Dio ha posto per tutti:
“Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi.” (Gv 14, 2-ss.)
La felicità potremo allora dire che si misura non sulla dimensione della nostra casa, su quanta gente vi può entrare, ma su quella dei potenziali convitati, cioè di quanti accettano l’invito.
A volte noi abbiamo la sensazione che la casa della nostra vita è piena, perché è così piccola che la occupiamo già tutta noi da soli e i pochi a cui la lasciamo frequentare.
La casa di Dio è sufficiente per contenere tutti e Dio è felice solo quando è piena. E’ questa la misura della felicità sulla quale dobbiamo misurarci.
Questo Avvento dunque ci propone di provare a vivere concretamente questa immagine evangelica che si lega fortemente al Natale nell’occasione concreta del pranzo con i poveri.
Come è ormai tradizione nella nostra chiesa l’invito è rivolto a tutti: poveri e ricchi. Ma qui si inverte il rapporto normale: i ricchi sono i servitori dei poveri.
La dignità è la stessa per tutti: essere invitati dal Signore al banchetto della vita con lui, ma non basta accogliere l’invito, che già ci differenzia dai molti che lo rifiutano, ma bisogna anche avere l’abito adatto:
“Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti". (Mt 22,10-ss.)
L’abito nuziale che ci è chiesto di vestire è quello del servitore. Vuol dire tante cose: essere al servizio del desiderio di Dio che la casa sia piena, che sia gioiosa, che ci sia da mangiare per tutti, che non manchi nulla, che ciascuno si senta a casa sua, ecc…
Chi crede di poter stare al pranzo come gli pare o come si sente ammutolisce, non sa nemmeno dire cosa ci sta a fare. Egli di fatto si taglia fuori da se stesso, col suo atteggiamento disarmonico con lo spirito del padrone di casa. Il Signore vedendolo non può che mettere alla luce questa realtà di fatto e lo esclude dal banchetto della vita con lui.
C’è una vocazione ad essere parte di quel banchetto, ma poi c’è anche lo spazio della scelta (essere “eletti” significa etimologicamente proprio essere figli di una scelta) che è la risposta gioiosa di chi sa che quell’invito risponde al proprio bisogno di far parte della famiglia di Dio.
Vivere questo pranzo di Natale con i poveri è per noi occasione per abituarci a vestire l’abito nuziale. Abbiamo il tempo per preparacelo e indossarlo per godere pienamente del banchetto con il Signore.

Scuola del Vangelo 2008/09 - IV

IV incontro

La difficoltà è vivere il Vangelo, o ignorarlo?
(29 novembre 2008)

Qualcuno la volta scorsa diceva che il Vangelo ci propone una vita molto bella, ed anche giusta, ma è molto difficile da vivere. E’ un pensiero che tutti abbiamo di tanto in tanto. E’ l’idea di un vangelo troppo bello, troppo alto, e per questo in fondo invivibile.
E’ quel senso di distanza incolmabile che suggerisce il profeta quando dice:
“Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.” (Is 55,9)
In realtà il profeta con queste parole vuole esprimere esattamente il contrario, e cioè che pur essendo le vie del Signore e i suoi pensieri più alti rispetto a quelli umani, addirittura eccelsi, noi possiamo comunque farli nostri, perché egli ci solleva a questa altezza e ci consente di viverli:
“O voi tutti assetati venite all`acqua,
chi non ha denaro venga ugualmente;
comprate e mangiate senza denaro
e, senza spesa, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane,
il vostro patrimonio per ciò che non sazia?
Su, ascoltatemi e mangerete cose buone
e gusterete cibi succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me,
ascoltate e voi vivrete.
Io stabilirò per voi un’alleanza eterna,
i favori assicurati a Davide. Ecco l’ho costituito testimonio fra i popoli,
principe e sovrano sulle nazioni. Ecco tu chiamerai gente che non conoscevi;
accorreranno a te popoli che non ti conoscevano
a causa del Signore, tuo Dio,
del Santo di Israele, perché egli ti ha onorato.
Cercate il Signore, mentre si fa trovare,
invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via
e l’uomo iniquo i suoi pensieri;
ritorni al Signore che avrà misericordia di lui
e al nostro Dio che largamente perdona.
Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie - oracolo del Signore.
Quanto il cielo sovrasta la terra,
tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,
i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.
Come infatti la pioggia e la neve
scendono dal cielo e non vi ritornano
senza avere irrigato la terra,
senza averla fecondata e fatta germogliare,
perché dia il seme al seminatore
e pane da mangiare, 11 così sarà della parola
uscita dalla mia bocca:
non ritornerà a me senza effetto,
senza aver operato ciò che desidero
e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata.” (Is 55,1-11)
E’ lo stesso concetto che viene espresso nel Deuteronomio: la via del Signore non è troppo alta per l’uomo, perché passa dentro il suo cuore, se egli lo lascia aperto ad essa.
“Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? Non è di là dal mare, perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica.
Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; poiché io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva e ti moltiplichi e il Signore tuo Dio ti benedica nel paese che tu stai per entrare a prendere in possesso.
Ma se il tuo cuore si volge indietro e se tu non ascolti e ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dei e a servirli, io vi dichiaro oggi che certo perirete, che non avrete vita lunga nel paese di cui state per entrare in possesso passando il Giordano.” (Dt 30,11-18)
C’è una contraddizione tra la Scrittura e quello che viviamo. La Parola di Dio ci dice che la via del Signore è vicina, è a portata di mano, anzi è quasi il modo più naturale di vivere, mentre la nostra esperienza concreta ci dice esattamente il contrario.
Come risolvere questa contraddizione? Proviamo a trovare nella Bibbia stessa la risposta.
La Scrittura è lo specchio nel quale possiamo vedere riflesso il nostro vero volto, senza le rughe e le smorfie che lo sfigurano. Le sue parole ci descrivono, perché vengono dal cuore di colui che ci ama e ci conosce meglio di tutti, Dio stesso. A volte noi facciamo fatica a riconoscerlo, per due motivi: il primo è perché sfuggiamo la verità che ci è scomoda il secondo è che la Scrittura ci propone un volto nostro trasfigurato che noi facciamo fatica a riconoscere che ci appartiene, perché “troppo” umano, diverso da quello a cui siamo abituati, gettiamo uno sguardo distratto che cerca solo conferma a quello che pensiamo già: quello non sono io e non potrò mai esserlo.
Vorrei provare a guardare con voi dentro lo specchio della Scrittura per vedere il volto umano che essa riflette.
Il primo tratto che emerge dalla scrittura è la debolezza dell’uomo.
Sal 103:
“Perché egli sa di che siamo plasmati,
ricorda che noi siamo polvere.
Come l'erba sono i giorni dell'uomo,
come il fiore del campo, così egli fiorisce.
Lo investe il vento e più non esiste
e il suo posto non lo riconosce.”
Sal 129:
“Siano come l'erba dei tetti:
prima che sia strappata, dissecca.”
Sal 144:
“Signore, che cos'è un uomo perché te ne curi?
Un figlio d'uomo perché te ne dia pensiero?
L'uomo è come un soffio,
i suoi giorni come ombra che passa.”
Partendo da questo dato scritturistico possiamo dire, mettendolo a confronto con la realtà che viviamo quotidianamente, che le reazioni dell’uomo, quando viene posto di fronte ad esso, possono essere di tre tipi:
1. quella di coloro che riescono a mascherare la loro debolezza e fanno finta che non sia vera (potremmo genericamente definire questa categoria come “i ricchi”, anche indipendentemente dalle loro sostanze);
2. quella di coloro che non riescono a mascherare la loro debolezza e non possono fare a meno di farci i conti (“i poveri”);
3. quella di coloro che accettano la debolezza e, riflettendo il loro volto nella Scrittura, scoprono che questa è la loro forza (i cristiani).
1. dice la Genesi:
“Quando Dio creò l'uomo, lo fece a somiglianza di Dio.” (Gn 5,1)
Questo significa che la debolezza dell’uomo non è qualcosa di accessorio, come il colore dei capelli o la statura, vista la rilevanza che ha per la nostra vita e il rilievo che gli viene dato come fondamento antropologico fin dalla creazione.
In questo senso la fuga dalla debolezza è la fuga da Dio, è il rifiuto di assomigliargli, di accettare non un tratto qualunque del nostro essere creaturale, ma uno qualificante.
La debolezza non è solo un frutto della caduta e del peccato originale, ma, in modo paradossale, è, in un certo senso, anche una caratteristica divina qualificante, che trova la sua massima espressione nell’incarnazione:
“ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.” (1Cor 1,25)
A partire da questa affermazione possiamo dare una definizione di chi è il ricco per la Scrittura: essenzialmente colui che rifiuta la somiglianza a Dio nascondendo la propria debolezza. In questo senso si supera il semplice dato sociologico (la mancanza di beni) anche se l’esperienza umana e la sapienza biblica mostrano quanto sia evidente che il benessere materiale, ma anche la forza fisica, sono elementi che favoriscono e forse anche causano un tale rifiuto.
Sal 49,13:
“Ma l'uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono.”
Ci chiediamo allora, quali e quanti sono i nostri modi per camuffare la nostra debolezza?
2. di conseguenza capiamo meglio anche perché la Scrittura è così insistente nel parlare dei poveri, perché sono quelli che non avendo benessere, salute, forza, ecc.. riescono con più difficoltà a negare la propria debolezza, anche se magari in molti casi lo vorrebbero fare.
3. infine capiamo anche cosa vuol dire S. Paolo quando afferma:
“Egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.” (2Cor 12,9-10)
E anche:
“Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio.” (1Cor 1,26-29)
Possiamo dire che per Paolo il tratto della debolezza non solo è oggettivamente vero per l’uomo, ma in esso si trova anche la sua salvezza, proprio perché ci rende simili a Dio (la deificazione degli orientali):
“Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.” (Fil. 2, 5-11)
Ma anche Gesù stesso afferma:
“… imparate da me, che sono mite e umile di cuore.” (Mt 11,29.)
Per tornare al ragionamento da cui siamo partiti, e cioè la contraddizione fra la bellezza della via evangelica e la difficoltà a viverla, in conclusione vorrei usare un’immagine.
E’ come se ci fosse un uomo affamato che non mangia da lungo tempo. Ha solo una ciotola di acqua che ogni tanto sorseggia per riempirsi lo stomaco, senza però ovviamente riuscire a placare la fame che lo porta pian piano allo sfinimento totale. Mentre languisce in questa condizione, finalmente incontra qualcuno che gli offre non solo una cesta di pane, ma anche un intero pollo arrostito e fumante.
Davanti a questa offerta generosa quell’uomo comincia a lamentarsi, perché il pane va affettato, poi deve essere masticato e ingoiato con grande fatica. Per non parlare poi del pollo, che va persino spolpato delle ossa! Per questo lascia perdere e continua a sorseggiare la sua ciotola di acqua.
Noi siamo un po’ come quell’uomo: all’offerta di un nutrimento succulento che sazia la nostra fame di vita vera (cioè la Parola di Dio) noi invece di addentare voracemente il cibo buono, diciamo che è troppo difficile, richiede troppo sforzo, che non siamo capaci di affrontare questa fatica, che non è cibo adatto al nostro stomaco, e preferiamo abbeverarci alla ciotola misera della normalità banale del mondo, che abbiamo a disposizione e non ci costa nessuna fatica.
La domanda che sorge spontanea è se veramente quell’uomo abbia fame, oppure, piuttosto, come faccia a negare così protervamente di avere bisogno di cibo solido, fino a morire di inedia.
E’ questo il nostro problema: siamo così bravi a nasconderci la nostra debolezza, la fame di salvezza, che alla fine riusciamo a convincerci che è più difficile mangiare e saziarci piuttosto che lasciarci morire di fame.
L’affermazione iniziale non può dunque che essere rovesciata: la vita del vangelo è così bella, che non vi si può che aderire con gioia e immediatezza, quando ci viene proposta.

Scuola del Vangelo 2008/09 - III

III incontro

La Parola di Dio: la sua efficacia nella vita dell’uomo
(8 novembre 2008)

La Scrittura è un dono di Dio per entrare e restare in rapporto con lui. Infatti si parla molto di incontro con Dio, rapporto col Signore, amore per lui, ecc… ma come si fa ad avere un rapporto con qualcuno che non incontriamo fisicamente?
Questa è una domanda fondamentale, perché se alla nostra fede cristiana togliamo il rapporto personale con Dio non resta che un fascio di pratiche religiose che non hanno niente di differente da qualunque pratica magico-superstiziosa: sono cioè formule vuote. Quello che dà loro vita e senso è l’incontro personale col Signore.
Anche in questo caso, un concetto che ci sembra scontato e banale, non lo è affatto nella pratica. E’ vero che Dio può servirsi di molti altri mezzi per comunicare con noi, anche misteriosi e nascosti: la storia, il creato, le sensazioni e i sentimenti che ci suscita, voci, apparizioni, lampi e tuoni. Ma perché Dio dovrebbe preferire questi modi così strani e poco chiari, invece di usare quello che ci è connaturale e caratterizza tutti i nostri rapporti, cioè la parola?
Possiamo dire che Dio sceglie come mezzo primario la parola, e solo quando questa è inascoltata, per trovare mezzi alternativi che possano superare la sordità, usa anche altri strumenti meno usuali.
E’ il nostro rifiuto di ascoltare le sue parole che ci fa andare in ricerca di segni straordinari o misteriosi, che poi, a ben vedere, sono quelli più a nostra disposizione, dal momento che ne possiamo farne l’uso che vogliamo: interpretarli come ci sembra meglio, ascoltarli o meno e anche inventarli. La Scrittura è un po’ meno manipolabile ed ha una forma fissa ed è a disposizione di tutti e in ogni momento.
Per avere un rapporto con Dio quindi è necessaria, ma è anche sufficiente la Scrittura. Essere suoi amici allora vuol dire innanzitutto essere amici della Scrittura, ascoltare Dio è ascoltare la sua Parola, amarlo è amare la Parola, ecc… Né più né meno di quanto ciò è vero con le persone che amiamo: desideriamo ascoltarle, ne riconosciamo la voce, amiamo parlare con loro.
La liturgia ci aiuta a instaurare e consolidare il nostro rapporto con Dio, proprio perché è intessuta di Parole di Dio, oltre, naturalmente a racchiudere le letture tratte dalla Bibbia e la memoria pratica delle parole dell’ultima cena, che non solo vengono pronunciate, ma anche rappresentate fisicamente.
E’ questo il caso proprio in cui le parole della Scrittura diventano vita: mentre le si pronunciano, si ripete con la vita quello che si dice, e il risultato è che la realtà è trasformata e quello che dice diventa realtà, il pane diventa corpo di Cristo, il vino diventa suo sangue.
Per questo la liturgia è il momento più alto della vita cristiana: non solo perché c’è il Signore, che comunque sia è presente sempre e anche in tanti altri modi, non perché c’è l’eucaristia, che viene conservata ogni momento nel tabernacolo. Se pensiamo questo, come dicevo prima, facciamo prevalere un senso magico della messa, come il momento speciale in cui si realizza un sortilegio.
La liturgia è il momento più alto della vita cristiana perché la Parola di Dio viene ripetuta assieme, in modo solenne e corale, ma non solo, essa viene concretizzata in gesti e azioni: in questo modo essa esprime tutta la sua forza di trasformazione della realtà, con il miracolo dell’eucarestia. Ciò ne fa un paradigma esemplare della vita cristiana, perché la stessa cosa si realizza sempre, quando le parole della Scrittura sono ripetute con la vita esse esprimono tutta la loro forza trasformatrice della realtà e rendono presente il Signore.
Noi spesso diciamo che il messaggio contenuto nella Parola di Dio, le realtà che adombra o invita a realizzare sono belle, ma impossibili da realizzare, come un’utopia troppo alta. La verità è che noi non abbiamo fiducia in quelle parole, a priori non ne crediamo possibile la realizzazione, per cui non proviamo nemmeno a vivere quello che ascoltiamo.
La Scrittura cerca di convincerci del contrario:
Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata. (Is 5,10-11)
Ecco ancora una volta un modo concreto per verificare il nostro ascolto: viviamo la Parola di Dio, e quindi si trasforma la realtà dentro e attorno a noi, o la ascoltiamo come un ritornello scontato, che resta inefficacie e lascia tutto com’é?
In genere noi facciamo il percorso inverso: per verificare l’attendibilità della Parola di Dio cerchiamo i segni della sua realizzazione nella vita. Se questa si discosta da come noi desideriamo che sia, perdiamo la fiducia nella Parola. Abbiamo cioè una concezione della Parola come magia: la realizzazione del prodigio per cui si compie il sortilegio è la conferma che esso è efficace. Se il prodigio non avviene, noi smettiamo di credere nella formula.
Poiché spesso la vita si discosta da come noi vorremmo che fosse pensiamo che la Parola sia inefficace e perdiamo fiducia nel suo valore reale per farne una pia illusione, una consolazione utopistica. In realtà la Parola di Dio è efficace se noi la mettiamo in pratica, se diviene la nostra vita, ovvero se ci crediamo fin da prima. Dice infatti Isaia “Non ritornerà a me senza effetto”. Non basta che vada da Dio all’uomo, che la formula sia pronunciata o il rito celebrato, c’è bisogno che ritorni a Dio concretizzata in una vita vissuta, parole, azioni.
Forse l’esempio più poderoso dell’efficacia della Parola di Dio pronunciata è contenuto nel racconto della creazione:
In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l`abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
Dio disse: "Sia la luce!". E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.
Dio disse: "Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque". Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne. Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.
Dio disse: "Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto". E così avvenne. Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona. E Dio disse: "La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie". E così avvenne: la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona. E fu sera e fu mattina: terzo giorno.
Dio disse: "Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra". E così avvenne: Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle. Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona. E fu sera e fu mattina: quarto giorno.
Dio disse: "Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo". Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. Dio li benedisse: "Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra". E fu sera e fu mattina: quinto giorno.
Dio disse: "La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie". E così avvenne: Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona.
E Dio disse: "Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra".
Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò.
Dio li benedisse e disse loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra".
E Dio disse: "Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde". E così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno. (Gn 1)
Colpisce in questo primo capitolo della Genesi come Dio pur essendo da solo nell’Universo non ancora popolato di creature, per creare tutti gli esseri ha bisogno di dirlo, perché è la Parola di Dio l’origine stessa della vita e della esistenza di tutti gli esseri, viventi e non. E’ il Verbo proferito infatti l’autore della creazione.
Anche Gesù ridà salute e salvezza con la parola:
Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie. (Mt 8,16-17)
Presa la mano della bambina, le disse: "Talità kum", che significa: "Fanciulla, io ti dico, alzati!". Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare; aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. (Mt 5,41-42)
Nel brano seguente capiamo come questo potere della parola è affidato anche ai discepoli, se la fanno propria:
E Gesù gli parlò minacciosamente, e il demonio uscì da lui e da quel momento il ragazzo fu guarito. Allora i discepoli, accostatisi a Gesù in disparte, gli chiesero: "Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?". Ed egli rispose: "Per la vostra poca fede. In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile. Questa razza di demoni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno" (Mt 17,18)
Ecco che quindi ascoltare con serietà e vivere con fiducia la Parola di Dio è ciò che ci rende capaci di rivestirci di tutta la sua potenza trasformatrice.

Scuola del Vangelo 2008/09 - II

II incontro

Cosa vuol dire ascoltare la Parola di Dio
(1 novembre 2008)

Dopo esserci interrogati sul perché fermarci sulla Scrittura, vorrei oggi chiedermi assieme a voi su cosa vuol dire ascoltare la Parola di Dio.
La volta scorsa ci siamo soffermati sul versetto dell’Apocalisse: Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. (Ap 3,20)
Dicevamo che Dio bussa alla porta del nostro cuore perché vuole entrare nella nostra vita e stare con noi. Non è un caso che la Parola di Dio usa l’immagine del cenare, perché la Parola è qualcosa che nutre la nostra vita, la fa crescere.
Ascoltare non è qualcosa di naturale per noi. Ci sono dei meccanismi mentali che davanti alla realtà ci fanno immediatamente riconoscere quello che vediamo e sentiamo abbinandolo con un’idea che già abbiamo nella nostra mente. Per esempio quando vediamo un albero, siamo portati a classificarlo con il concetto di albero e a non prendere in considerazione tutte le caratteristiche specifiche di quell’albero che abbiamo davanti e che lo rendono unico e diverso da tutti gli altri alberi. Al massimo ci ricordiamo che è spoglio o verdeggiante, a secondo della stagione, giovane o vecchio, ecc…
Infatti ci capita spesso di meravigliarci nel vedere qualcosa come se fosse la prima volta, anche se in realtà l’abbiamo già vista. Un luogo, una persona, un oggetto, in particolari momenti, ci sembra di scoprirli in quella occasione, anche se in realtà li abbiamo visti o conosciuti già da tanto tempo.
E’ il meccanismo che possiamo dire del guardare senza vedere veramente.
Così avviene anche con la Parola di Dio. L’abitudine ci fa subito andare con la mente alla frase dopo, perché la conosciamo, ci fa incasellare quella parola o quel concetto in qualcosa di già conosciuto. E’ ascoltare senza udire.
Quante volte cominciamo ad ascoltare, ma dopo le prime parole, riconoscendo il brano, lo diamo per scontato.
Allora possiamo dire che un primo modo di restare con la porta chiusa è quella di ascoltarlo da dietro la porta, come un suono vago e indistinto che ci provoca la sensazione di conoscere già, di avere già capito.
In questo caso la Parola di Dio che ci viene annunciata riesce solo, a malapena, a rievocare quello che in altri momenti abbiamo già capito.
Ma la Parola di Dio non è qualcosa da sapere, né da capire, è qualcosa da mangiare perché ci nutra. C’è bisogno di spezzettarla, masticarla e digerirla. A cena infatti non ci basta ricordare il menu del pasto del giorno prima per sentirci sazi, ma ogni volta abbiamo bisogno di ingoiare dell’altro cibo, e ogni volta possiamo dire che ha un sapore nuovo.
Infatti dice l’Apocalisse: io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Cioè non è scontato che se il Signore è a cena con noi anche noi mangiamo, c’è bisogno che ci mettiamo a masticare anche noi, questo spiega l’aggiunta ed egli con me, altrimenti inutile.
Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: "Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti". Ma Gesù le rispose: "Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c`è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta". (Lc 10, 38-42)
In questo noto episodio vediamo come Marta e Maria hanno entrambe aperto la porta a Gesù che bussava e l’hanno fatto entrare in casa loro, ma solo una delle due si è fermata a cenare con lui, cioè ad ascoltarlo.
Infatti l’atteggiamento delle due donne è diverso: Maria è seduta e ascolta, Marta è in piedi e indaffarata. Anche la seconda ascoltava Gesù, ma mentre faceva altro, anche perché le case dei villaggi della Giudea erano composte da una sola stanza. Immaginiamo le due donne tutte e due vicine a Gesù, ma con atteggiamento diverso. Una pensa che la cosa più importante è non perdere nulla di quello che dice Gesù, la seconda non smettere di fare.
La differenza di questo atteggiamento ha delle chiare conseguenze anche sul suo modo di agire: infatti vediamo Marta rimproverare aspramente Gesù e recriminare contro la sorella.
Gesù identifica il problema di Maria nell’agitazione e la preoccupazione per molte cose. Cioè il rimprovero di Gesù non è genericamente contro il fare o il preoccuparsi delle necessità di qualcun’altro, ma di mettere al centro delle proprie preoccupazioni molte cose, cioè di mettere tutto sullo stesso piano. Maria invece ha delle priorità. Ascoltare veramente la Parola allora richiede innanzitutto di imparare a vivere con delle priorità.
Nella nostra vita è normale mettere le cose sullo stesso piano e poi ogni giorno creare un ordine di priorità a seconda di come mi sento o come mi serve, o altri criteri dettati dall’immediato o dalla convenienza. C’è un’arte che è l’alchimia delle priorità di cui è ciascuno maestro, e delle motivazioni.
La Parola di Dio invece viene a stabilire delle priorità non eludibili. Il Vangelo stesso ce ne fornisce degli esempi:
(Gesù) a un altro disse: "Seguimi". E costui rispose: "Signore, concedimi di andare prima a seppellire mio padre". Gesù replicò: "Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu và e annunzia il regno di Dio". Un altro disse: "Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa". Ma Gesù gli rispose: "Nessuno che ha messo mano all`aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio". (Lc 9,59-62)
Il comportamento di Gesù è molto chiaro: neanche seppellire un padre o andare a salutare la propria famiglia può essere considerato prioritario rispetto all’obbedienza immediata e incondizionata alla chiamata del Vangelo.
Un sabato era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo. Davanti a lui stava un idropico. Rivolgendosi ai dottori della legge e ai farisei, Gesù disse: "E` lecito o no curare di sabato?". Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. Poi disse: "Chi di voi, se un asino o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà subito fuori in giorno di sabato?". E non potevano rispondere nulla a queste parole. (Lc 14,1-6)
Anche in questo caso le priorità ordinariamente accettate sono stravolte da Gesù.
Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: "Qual è il primo di tutti i comandamenti?". Gesù rispose: "Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l`unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c`è altro comandamento più importante di questi". (Mc 12,28-31)
La priorità è allora amare Dio e gli uomini, e la Parola di Dio è il mezzo con cui entriamo in relazione col Signore.
Possiamo ben dire allora che ogni volta che ascoltiamo la Parola dobbiamo rimettere in ordine le priorità della nostra vita: cosa viene prima e cosa viene dopo, cosa è irrinunciabile e urgente e cosa secondario? Per questo ha poco senso credere di avere già capito o di sapere già, perché ogni volta siamo diversi noi, è diversa la realtà attorno a noi e le priorità da stabilire, e questo ci spiazza.
Da ciò possiamo concludere che una prova pratica per essere sicuri se abbiamo ascoltato la Parola è se ci sentiamo spiazzati o no, se sono cambiate le priorità della nostra vita o meno.

Scuola del Vangelo 2008/09 - I

I incontro

Perché fermarsi sulla Scrittura?
(25 ottobre 2008)

La domanda con cui vogliamo partire con questi nostri incontri è allo stesso tempo semplice e fondamentale: Perché fermarsi sulla Scrittura?
Che bisogno c’è?
È possibile rispondere a questa domanda essenziale in molti modi diversi: “perché mi fa stare bene, mi aiuta a capire la vita, mi sostiene nelle difficoltà, mi incoraggia, ecc…”
Tutte cose vere e giuste, ma non basta una motivazione utilitaristica. E’ come dire che a una persona gli voglio bene perché mi fa comodo il suo aiuto quando ne ho bisogno.
Primo perché in qualche modo è irriguardoso (la Scrittura non ha importanza solo in quanto serve a qualcosa),e poi perché ci sono tante altre cose che possono soddisfare questo tipo di bisogni in modo magari anche più soddisfacente e “a buon mercato”, come ad esempio la psicologia, l’autostima, le spiritualità orientali, i gruppi di auto aiuto, il consumismo, ecc…
Esiste un motivo più profondo, che viene prima ?
Se guardiamo onestamente alla Scrittura sono più i motivi che troviamo per dire che non ha nulla a che vedere con noi piuttosto che il contrario:
viene da lontano nel tempo (alcuni brani hanno oltre 3000 anni e il Vangelo ne ha quasi 2000!);
ha origine in mondi geograficamente lontani dal nostro;
è specchio di una società che non esiste più (contadina e pastorale, arcaica e patriarcale, collettiva);
ha riferimenti culturali e religiosi che ci sono estranei.
Proviamo allora a cercare nella Scrittura i motivi che essa stessa ci offre.
Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. (Ap 3,20.)
Il motivo primo per cui ascoltiamo la Parola è perché bussa alla nostra vita. Cioè è qualcosa che si fa prepotentemente presente a noi, di sua iniziativa e “rumorosamente”. La prima cosa che chiede infatti non è obbedienza, ma di accorgersi di lei e di tenere conto della sua presenza.
Ci può sembrare poco, un obiettivo minimale, ma invece no: il Signore, la sua Parola chiede innanzitutto di accorgerci di lei, perché sa che normalmente questo non avviene. Poche righe prima infatti aveva detto:
All'angelo della Chiesa di Laodicèa scrivi: Così parla l'Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio: Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici: "Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla", ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. (Ap 3,14-17)
Cioè il nostro modo di essere ordinario è quello di gente sazia e soddisfatta, che non avverte il bisogno di niente e di nessuno al di fuori di sé. Per questo la Parola bussa alla nostra porta e cerca di farsi sentire, per liberarci da una chiusura in noi stessi che è come una prigione.
Cosa vuol dire vivere una vita sazia e soddisfatta?
A ben vedere la nostra vita procede generalmente su dei binari ben determinati: le abitudini, le cose capite sulla base delle esperienze vissute, le paure, il carattere che ciascuno ha, le reazioni psicologiche, la cultura assorbita dall’ambiente, le tradizioni familiari e le convenzioni sociali, ecc… Sono tutti elementi determinanti e involontari, perché non scelti, ma per lo più subiti e acriticamente accettati, pur essendo cose che caratterizzano fortemente una parte significativa di noi: i rapporti, le scelte, i comportamenti.
Sono binari che ci fanno procedere paralleli agli altri, evitando gli scambi (sempre per usare una metafora ferroviaria) o gli incroci con altri binari, tanto che il bastare a se stessi e il non avere bisogno degli altri è considerato nella nostra cultura un valore: si va dallo psicologo per autorealizzarsi, cioè per scoprire in se stessi le risorse, tutto quello che ci serve per essere felici, per imparare a non aver bisogno di niente e di nessuno, per trovare i motivi dell’autostima (di nuovo qualcosa che parte da sé, ha per oggetto sé e ha come fine se stessi).
Nel Vangelo questo modo di vivere è considerato un demone: il demone della vita autoreferenziale e solitaria e del rifiuto di avere un legame, qualcosa in comune con gli altri:
Intanto giunsero all’altra riva del mare, nella regione dei Gerasèni. Come scese dalla barca, gli venne incontro dai sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo. Egli aveva la sua dimora nei sepolcri e nessuno più riusciva a tenerlo legato neanche con catene, … Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi, e urlando a gran voce disse: “Che hai tu in comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!” (Mc 5,1-4,6-7)
Avere qualcosa in comune è definito dal demone un “tormento”, un po’ quello che affermava J-P. Sartre: “l’inferno sono gli altri”. Talvolta questa vita posseduta dal demone si manifesta nell’esplosione dell’aggressività e del rifiuto violento (come in Mc 5), ma più spesso assume i toni bassi dell’indifferenza mascherata di gentile correttezza.
La parola di Dio ha il potere di vincere questo demone e di rompere l’ isolamento che allontana l’uno dall’altro.
Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra. 39 Disse Gesù: "Togliete la pietra!". Gli rispose Marta, la sorella del morto: "Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni". 40 Le disse Gesù: "Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?". 41 Tolsero dunque la pietra. … 43 E gridò a gran voce: "Lazzaro, vieni fuori!". 44 Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: "Scioglietelo e lasciatelo andare". (Gv 11,38-44)
Lazzaro è morto, cioè fra lui e gli altri (le sorelle che lo amano tanto, i discepoli e Gesù stesso, i tanti amici e parenti che lo piangono) si è frapposta la distanza più grande possibile, quella della morte. Una pietra pesante chiude la sua tomba nel quale è isolato dal resto del mondo; le fasce gli legano le mani e gli chiudono gli occhi. Nonostante la situazione sembri disperata, non c’è più niente da fare, la distanza ormai è troppa fra lui e gli altri, l’isolamento è totale, Gesù insiste per ridurre questa distanza. Per questo motivo i presenti lo prendono per matto e Gesù deve superare le resistenze di quelli che pur amando Lazzaro preferiscono accettare che quella situazione sia definitiva.
Voler ridurre la distanza fra gli uomini sembra una follia, perché essa è la normalità, anzi è giusta e guai a chi la vuole ridurre.
Entrato in contatto con il defunto, (la tomba è stata aperta e il Signore lo vede, gli sta di fronte) Gesù grida una parola, il nome di Lazzaro e l’ordine di uscire. La parola di Dio è un grido rivolto anche a noi, è il grido del nostro nome che ci raggiunge nella tomba della nostra vita isolata, cioè è voce di uno che ci conosce e ci chiama per nome con e con la forza di un grido.
Il grido di Gesù è un ordine: uscire dall’isolamento di una vita autosufficiente e autonoma, sciogliere le bende, scrollare la pietra, tornare a vedere il volto dei fratelli e delle sorelle e far incrociare i binari della propria vita con i loro.
Il vero primo motivo per ascoltare la Scrittura è allora: Perché mi interpella e il suo richiamo mi fa vivere. Tutto il resto viene dopo, ne è come una conseguenza
Per questo abbiamo bisogno di ascoltare la parola di Dio, cioè il grido di un amico che ci chiama per nome e ci fa uscire dall’isolamento per scoprire che c’è un altro, lui, i fratelli e le sorelle.
Proviamo a chiederci dunque quale è il nostro isolamento, quali sono le bende che ci tengono mani e piedi legati, come si manifesta il demone che ci fa restare nel chiuso di una vita angusta e prigioniera, quali sono i ragionamenti che ci fanno sembrare più sensato considerare tutto ciò come normale e accettabile.